domenica 30 maggio 2010

AUGURI!

Questo post è dedicato alla mia bellissima bambina che oggi compie 4 anni.

UNA FAMIGLIA SFORTUNATA

E così, dopo una serie di sfortunati eventi, il 28 maggio 2010 ci ha lasciati anche Gary Coleman.
Chi ha più o meno la mia età non può non ricordarsi del telefilm (una volta si chiamavano così, niente Serial Tv o Sit-Com) “Il mio Amico Arnold”.
Coleman interpretava proprio il piccolo Arnold, un bimbo di Harlem che, insieme a suo fratello Willis, viene adottato dal ricco Signor Drummond già padre di una ragazzina di nome Kimberly.

La serie non ha portato fortuna ai pargoli Drummond. A nessuno dei tre.

Coleman, colpito già da piccolo da un male che gli ha arrestato la crescita, dopo il successo ottenuto grazie ad “Arnold”, ha conosciuto ben due volte la galera e ha trovato la morte in seguito a una caduta a soli 42 anni.

Il fratello maggiore Willis (Todd Bridges) fu arrestato nel 1997 per vicende legate alla droga. Il successo non è mai tornato a bussare alla sua porta.

Dana Plato che interpretava Kimberly ha avuto la vita più movimentata tra quelle dei tre protagonisti del telefilm. Dopo “Arnold” ha recitato in film soft-core, anche lei come il “fratello” Willis ha avuto dei problemi di droga ed è stata arrestata per rapina a mano armata nel 1991.
Si suiciderà proprio con una dose fatale nel 1999.
Nei primi giorni di maggio di quest’anno anche il figlio della Plato si è suicidato con un colpo di fucile in testa.

Pare invece goda di buona salute e longevità proprio il signor Drummond, classe 1923, al quale auguro ancora una lunga vita (almeno a lui).

DENNIS HOPPER

Ero impegnato a scrivere due righe sulla dipartita del mitico "Arnold" quando ho appreso della scomparsa di Dennis Hopper. Ho già parlato del regista nel post "The hot spot - Il posto caldo". Hopper è scomparso a 74 anni consumato da un cancro alla prostata.
Hopper se ne va, rimarrano il suo "Easy rider" e numerose interpretazioni in film quali "Velluto blu","Gioventù bruciata", "Speed", "Il gigante", "Apocalypse now", "La terra dei morti viventi"e "Nick mano fredda".

venerdì 28 maggio 2010

IRON MAN 2

(di Jon Favreau, 2010)

Nel post su Guy Ritchie scrivevo di come al cinema non mancassero blockbuster divertenti. Iron Man 2 ne è la conferma. La casa di produzione cinematografica della Marvel Comics, battezzata Marvel Studios, ha ormai raggiunto piena maturità per quel che riguarda la conversione dei suoi eroi dalla dimensione cartacea a quella cinematografica.
Iron Man 2 si avvale di ottimi effetti speciali, di un cast stellare, diverte gli spettatori che non conoscono il personaggio e strizza più volte l’occhio ai Marvel-fan di vecchia data. Inoltre è un ulteriore tassello teso a costruire anche per il grande schermo un universo narrativo coerente dentro il quale agiscono i vari personaggi della casa delle idee (leggi Marvel).
L’ottimo Robert Downey Jr. nella parte di Tony Stark e Sam Rockwell in quella di Justin Hammer, concorrente di Stark per quel che riguarda l’industria bellica, fanno a gara a chi gigioneggia di più, portando la loro recitazione molto sopra le righe e dando vita a uomini di potere allo stesso tempo instabili e infantili. Il cast del primo Iron Man viene ampliato e arricchito dalla presenza di star come Mickey Rourke (ormai una maschera, interpreta l’antagonista), Gwyneth Paltrow nei panni di Pepper Potts assistente di Stark, Scarlett Johansson e Samuel L. Jackson rispettivamente la Vedova Nera e Nick Fury, altri due personaggi storici della Marvel e Don Cheadle all'interno dell’armatura War Machine.
I Marvel fan inoltre potranno sorridere grazie all'ennesimo cameo di Stan Lee, coglieranno dei dettagli che ai più sfuggiranno come un’ordinazione fatta da Stark al Coffee Bean, capiranno perché il computer di Tony si chiama Jarvis e carpiranno i rimandi alla celebre saga Il demone nella bottiglia. Dopo i titoli di coda una scena nascosta preannuncia il prossimo tassello di questo Marvel Universe cinematografico. Trasposizioni come questa rendono finalmente giustizia a un universo narrativo che ci diverte ormai da circa cinquant'anni e ci fanno sperare di non dover più vedere film pessimi come Daredevil, Punisher o X-Men 3.


AMERICAN TABLOID

(di James Ellroy, 1995)

American Tabloid è il capolavoro di James Ellroy. Lo scrittore losangelino ha scritto altri grandi romanzi come L.A. Confidential, Dalia Nera e Il grande nulla giusto per citarne qualcuno, ma American Tabloid ha quel je ne sais quoi che gli ha permesso di balzare in cima alla classifica dei miei libri preferiti (tra quelli scritti da Ellroy ma anche in senso assoluto).
American Tabloid è la Storia americana della seconda metà del nostro secolo (non quello in corso, quello nel quale siamo nati). Sappiamo tutti, o almeno ne abbiamo il sentore, che la Storia come ce la raccontano, soprattutto quella moderna (basti pensare all’11/09), è edulcorata, resa presentabile dai media e dai governi a uso e consumo dell’opinione pubblica. Ellroy ci dà la sua versione. Romanzata sicuramente, fantasiosa forse ma comunque possibile. Chissà che alcuni fatti che Ellroy ci racconta non siano andati pressappoco come lui ipotizza. Ellroy ci regala allo stesso tempo una versione rivista e corretta di quel periodo storico e un Romanzo fantastico.
Il periodo preso in esame dallo scrittore è quello che va dalla fine del 1958 coincidente con l’ascesa del clan Kennedy ai vertici della scena politica americana fino all'assassinio di JFK nel novembre del 1963. Tre sono i protagonisti che Ellroy sapientemente inserisce, con le loro storie e le loro azioni, nella narrazione degli eventi principali che caratterizzarono quel dato momento storico. I fatti realmente accaduti e quelli messi in moto dai tre soggetti di cui sopra si amalgamano in maniera fluida e credibile. Kemper Boyd, Ward J. Little e Pete Bondurant sono personaggi in continua evoluzione, agenti F.B.I. i primi due, faccendiere per Howard Hughes l’ultimo. Questo in principio. Alla fine del libro sarà tutta un’altra storia.
Addentrandoci nelle pagine del romanzo potremo seguire le vicende di Howard Hughes, produttore cinematografico e proprietario della Hughes Aircraft, uno degli uomini più ricchi d’America, e vedremo apparizioni di grossi nomi dello spettacolo come Frank Sinatra e Marylin Monroe. Grande risalto avranno ovviamente le vicende dei fratelli Kennedy e del loro padre, sul quale avremo parecchie cose da scoprire. Centrali saranno anche le manovre della malavita organizzata: Carlos Marcello, Santo Trafficante e Sam Giancana su tutti sono gli uomini di punta dell’organizzazione. Legati a loro una schiera di personaggi minori ma soprattutto la questione cubana. Ci sono da difendere gli interessi dell’organizzazione nell’ambito del gioco d’azzardo a Cuba, assisteremo quindi alle manovre legate alla rivoluzione cubana, Castro, Batista fino ad arrivare all’episodio della Baia dei porci.
Jimmy Hoffa e il sindacato dei trasporti sono un altro tassello indispensabile del mosaico. L’F.B.I., J. Edgar Hoover, la C.I.A., il Ku Klux Klan, non manca proprio nessuno. La crociata di Bobby Kennedy contro la mafia, la passione di John Kennedy per le donne, i guadagni derivanti dall’eroina, i vizi, le debolezze, il potere, sono tutti elementi che vanno a caratterizzare questo splendido romanzo.
Si arriva all’omicidio di John Kennedy con la sensazione di aver letto qualcosa di unico (almeno per me è stato così). Ma non disperiamo. Ellroy ha già pubblicato Sei pezzi da mille e Il sangue e randagio che proseguono la Sua narrazione della storia americana proprio da dove American Tabloid ci aveva lasciati.


martedì 25 maggio 2010

RAPINA A MANO ARMATA

(The killing di Stanley Kubrick, 1956)

Oggi rimaniamo sul classico. Non che i film di Kubrick si possano definire classici nel comune senso del termine. Piuttosto alcuni suoi film, che proprio classici non erano al momento della loro uscita (vedi Arancia Meccanica o 2001 Odissea nello spazio), ora sono diventati dei classici che è tutto un altro paio di maniche. Ora non vorrei incasinarmi con la semantica e quindi lasciamo perdere. Rapina a mano armata è un classico, nel senso che ha tutti gli elementi che contraddistinguono il noir vecchia maniera.

Ci sono dei bellimbusti che per tirare a campare altro non sanno fare che andare a rubare. Un degno rappresentante di questa categoria così sfruttata dal cinema è sicuramente Sterling Hayden. L’aveva già dimostrato in Giungla d’asfalto di John Huston (1950) e ne dà conferma in questo Rapina a mano armata sei anni dopo.

Hayden organizza un piano per alleggerire l’ippodromo di Long Island dell’incasso di un’intera giornata. Della partita anche un finanziatore (delle spese da affrontare ci sono sempre), il basista all'interno dell’ippodromo, un paio di brutti ceffi incaricati di creare dei diversivi, il poliziotto corrotto e l’immancabile donna fatale. Se non sono elementi classici questi.

La costruzione del film è semplice ma non lineare. Gli spettatori hanno la possibilità di seguire i vari elementi del gruppo mentre compiono le azioni necessarie affinché il piano da seguire arrivi a conclusione senza intoppi. Kubrick ci mostra i fatti in ordine non cronologico ma saltando avanti e indietro nel tempo.

Il linguaggio usato dai personaggi è quello old style della scuola dei duri. Alcune battute te le aspetti ma ti ritrovi comunque a sorridere soddisfatto. Bene, ora se vogliamo trasportare il tutto ai giorni nostri otteniamo film come Le Iene o Pulp Fiction di Tarantino. Gli elementi sono gli stessi, rivitalizzati e resi moderni e appetibili per gli spettatori odierni. I film sopra citati del grande Quentin sono assolutamente debitori del noir classico, lo hanno reinterpretato, rinnovato, arricchito con dialoghi e personaggi brillanti o grotteschi e si sono trasformati a loro volta in capolavori moderni. Guardate Giungla d’asfalto e Rapina a mano armata e poi Le Iene e Pulp Fiction; avrete una strana (e piacevole) sensazione di Ritorno al futuro.



sabato 22 maggio 2010

GUY RITCHIE

La carriera di Guy Ritchie sembra una di quelle storie che tanto piacciono a Hollywood. Ascesa, caduta e rinascita. Non che la vita di Guy Ritchie sia caratterizzata da chissà quali sventure ma l’ottimo regista inglese (Hatfield, 1968), dopo aver piazzato nelle sale due ottimi film, Lock & stock e The Snatch, decide di convolare a giuste nozze con la popolarissima Madonna. Ma procediamo con ordine.

Fase 1: Ascesa
Nel 1999 debutta alla grande con Lock & Stock and two smoking barrels. Quattro amici, convinti di riuscire a fare soldi facili vincendo una partita a carte con un losco figuro, fanno la cazzata e danno il via ad una serie di accadimenti tragicomici.
I toni del film di Ritchie sono sempre molto ironici, anche quando le situazioni narrate sono altamente drammatiche. Nel film si contano almeno un paio di carneficine e molte situazioni poco convenienti per i nostri quattro baldi giovini. Il tutto è inserito nell'ambiente criminale dell’East End londinese, agli attori principali (Jason Statham e Jason Flemyng su tutti che torneranno anche in The Snatch) si affiancano comparse celebri come Sting e professionisti da noi ancora poco conosciuti che danno vita a personaggi quali Harry l’accetta e Barry il battista, Big Chris (un gigantesco Vinnie Jones) che va in giro a rompere ossa portandosi dietro il figlioletto Little Chris e via discorrendo. Un esordio con i fiocchi, divertentissimo e coinvolgente.

L’anno seguente esce The Snatch. La formula rimane la stessa. Ritchie si trova in tasca qualche sterlina in più e alza il tiro. Questa volta sono della partita anche Brad Pitt nella parte di uno zingaro dal pugno micidiale e dalla parlata incomprensibile (tanto che nel DVD c’è l’opzione per sottotitolare solo la sua parte ma io non sono mai riuscito a farla funzionare), Dennis Farina già noto per film come Manhunter e Get Shorty costretto nella pellicola a un andirivieni tra gli USA e il Regno Unito, il grandissimo Benicio Del Toro (Franky quattro dita), il solito Vinnie Jones (Pallottola al dente Tony) e numerosi altri caratteristi tutti in ottima forma. Ah, ci sono anche il cane e Tyron (ce l’ha nel sangue!). Torna anche Statham, nel ruolo del Turco, che grazie a Ritchie prepara la sua futura carriera da novello action-man. Grande conferma del talento di Ritchie e della sua crew, film divertentissimo e si guarda avanti.

Vinnie Johns

Fase 2: Caduta
Ritchie sposa Madonna. Ritchie, travolto da un’insolita sconsideratezza nella grigia nebbia londinese, decide di girare il remake di Travolti da un’insolito destino nell'azzurro mare d’agosto della Wertmuller con protagonista Madonna stessa e il figlio di Giancarlo Giannini.
La critica lo distrugge, il film è un flop pazzesco, io mi rifiuto di guardarlo. Magari lo recupererò in futuro. Sembra che l’influenza di Madonna sul marito regista sia quantomeno deleteria.

Tre anni dopo, nel 2005 esce Revolver. Ritchie torna sui suoi passi, riprende le sue atmosfere criminali e il suo attore feticcio Jason Statham e insieme, come se fossero Scorsese e De Niro, si lanciano in questa nuova avventura. La parte del cattivo tocca all’espertissimo Ray Liotta, Statham ce la mette tutta ma qualcosa ancora non funziona. Il film è in molte parti troppo cerebrale e psicologico, si fatica a stare dietro alla storia. Pecca più grande è l’assoluta mancanza di ironia che caratterizzava i primi due lavori. C’è il tentativo di riavvicinarsi ai temi che l’hanno reso celebre ma Ritchie ancora non carbura, il ragazzo non è in forma.


Fase 3: Rinascita
Con Rock ‘n Rolla sembra che Ritchie sia tornato agli antichi fasti. Dico sembra poiché purtroppo ancora non sono riuscito a vedere questa sua prova. Le critiche però sono buone, le atmosfere sembrano nuovamente ironiche e la verve ritrovata. Il rapporto con Madonna va in crisi e il maggior successo di Ritchie è alle porte….

PS: nel frattempo ho visto Rock 'n rolla, un vero spasso trovate un commento qui.

Sherlock Holmes è record d’incassi per il regista inglese, nell'anno di uscita del film qui in Italia hanno fatto meglio solo Avatar e Alice di Tim Burton che potevano avvalersi anche del traino del 3D. Il film è sicuramente un blockbuster molto divertente, si avvale dell’esperienza e della bravura di Robert Downey Jr. e di Jude Law, di ottimi effetti speciali e di una bella ricostruzione della Londra ottocentesca. Personalmente non mi sono strappato i capelli per questo film. Divertente, certo, ma di blockbuster divertenti non ne mancano, invece di registi che riescano a piazzare film ironici come Lock & Stock e The Snatch ce n’è ancora bisogno. Il finale di Sherlock Holmes lascia spazio per un seguito. Io sinceramente spero in qualcos’altro, anche perché, da fan dell’Holmes letterario, la rivisitazione effettuata da Ritchie non mi convince in pieno.

Staremo a vedere, intanto beccatevi il video da Lock & Stock.

giovedì 20 maggio 2010

IL BACIO DELLA DONNA RAGNO

(Kiss of the spider woman di Hector Babenco, 1985)

Ci sono un omosessuale e un prigioniero politico rinchiusi in una cella. Questo non è l’inizio di una barzelletta stile “ci sono un italiano, un inglese e un francese…” ma la situazione dalla quale si sviluppa il film Il bacio della donna ragno ambientato in Argentina durante la dittatura militare.

Molina, l’omosessuale rinchiuso per aver insidiato un minore, prende corpo grazie alla superba interpretazione di William Hurt che, per questa parte, si portò a casa l’oscar come miglior attore protagonista. Il prigioniero politico, Valentin, è interpretato dall’altrettanto bravo Raul Julia.

Nel corso del film Molina racconta a Valentin la storia di un vecchio film con protagonista una donna affiliata alla resistenza francese che si innamora di un gerarca nazista. Non c’è molto da fare in cella e così Valentin ascolta Molina. A volte lo fa con pazienza, altre volte, irritato, fa notare al suo compagno di cella come dal suo racconto si evinca una certa ammirazione per quegli stessi nazisti che avevano mandato a morte gli omosessuali come lui. La Causa per Valentin e l'affetto della madre per Molina sono le motivazioni che spingono il rivoluzionario e, come Molina stesso si definisce, la vecchia signora, a tenere duro durante la prigionia. Tra noia e torture alla persona di Valentin, il rapporto tra i due si evolve….

Il bacio della donna ragno di Hector Babenco non è un film entusiasmante. Bisogna essere abituati ai ritmi lenti, dimenticarsi di Hollywood e delle scene d’azione. Sembra che anche l’autore del libro dal quale il film è stato tratto abbia detto del film stesso “peste e corna”. Io personalmente amo poco sia il cinema degli anni ’80 (generalizzando ovviamente) sia la cultura latina (Spagna, Sud America) che non incontra tanto i miei gusti personali (sempre in generale, s’intende). Insomma il mio cuore batte altrove ma questo film almeno una sufficienza piena la merita. Rimangono pur sempre una grandissima prova di Hurt e un periodo storico molto interessante. Se quanto sopra ha richiamato la vostra attenzione guardate il film. Vi consiglierei comunque di approfondire l’argomento con l’ottimo Garage Olimpo di Marco Bechis.

mercoledì 19 maggio 2010

TOPINI

Quando ho iniziato a scrivere questo blog non avrei mai immaginato di dedicare un post a un argomento culinario.
Nella speranza di rendere il blog più gustoso e un minimo eclettico ho deciso di affrontare l'argomento anche se questo non è proprio nelle mie corde.

Quindi ecco i topini.

Oggi è il mio compleanno e ieri sera, per l'occasione, sono andato a cena dai miei con mia figlia.

Cena classica: agnolotti, arrosto, insalata, fragole, crostata di frutta.

Poi arrivano i Topini che oltre a essere molto buoni sono uno spettacolo alla vista!


Il corpo è una specie di biscotto morbido di cioccolata (nell'impasto c'è anche un po' di Philadelphia). Gli occhi e la bocca sono palline dolci, le orecchie due Smarties e la coda un pezzetto di rotella Haribo.

CASSIDY

(di Pasquale Ruju)

Pasquale Ruju (come me) ama le ambientazioni noir.
Dopo la miniserie “Demian” di qualche tempo fa ambientata tra i loschi figuri del milieu marsigliese, Ruju è pronto a narrarci le avventure di “Cassidy”, trasportandoci negli States dei favolosi Seventies.

Nell’autoradio suonavano le note di “Way down” cantata dal Re. I fari della Dodge Aspen illuminavano la Route 66 solo per pochi metri. Il resto era celato dall’oscurità. Il parabrezza crepato dal foro di proiettile rendeva difficoltosa la visibilità. La sua calibro .45 con la testa d’indiano a personalizzarne il calcio era poggiata sul sedile del passeggero. L’auto sbandò e uscì dalla carreggiata, i pneumatici sollevarono la polvere del deserto. La spia rossa della benzina lampeggiava. Il motore, a secco, rantolò e si spense. La portiera si aprì con uno scatto secco. Una mano guantata strinse la pistola. Una figura scura scese dall’auto. Le scarpe lucide illuminate dai fari dell’auto ancora accesi si macchiarono di gocce di sangue.

Questo potrebbe essere l’incipit in prosa del primo numero di Cassidy.
Giudicare una miniserie dal primo numero non è possibile; “never judge a book by his cover” come dicevano anche gli Aerosmith.
Siamo davanti al classico numero di presentazione. Introduzione del personaggio calato nel suo ambiente, un flashback che ci rivela qualcosa sul passato e sulle motivazioni di Cassidy, finale con una piccola rivelazione che inserisce carne al fuoco per gli sviluppi futuri.
Ben definite invece le atmosfere. Se vi piacciono le storie dove i protagonisti non si distinguono certo per candore e innocenza, i film di rapina, l’immaginario seventies legato alle tinte del noir e magari un tocco di Voodoo (?), Cassidy potrà risultare una lettura agile e piacevole.
La mente torna in maniera naturale a film come Getaway con Steve McQueen.
Tradimento, vendetta sono alcuni degli ingredienti della ricetta. Al momento questa sembra saporita, vedremo cosa accadrà con l’andare avanti della cottura.
Una curiosità: il disegnatore Maurizio di Vincenzo omaggia, con la figura del dottore, un personaggio noto della serialità TV della nostra infanzia. E’ una mia idea campata per aria o è proprio così?

Copyright Sergio Bonelli Editore

martedì 18 maggio 2010

THE HOT SPOT - IL POSTO CALDO

(di Dennis Hopper, 1990)

Dennis Hopper è forse più conosciuto come attore che non come regista. Da giovane recitò a fianco di James Dean in un paio di film: Gioventù bruciata e Il gigante. Compare in film di culto come Velluto Blu di Lynch, La terra dei morti viventi di Romero, nell’action movie Speed e in moltissime altre pellicole. Hopper ha lasciato in eredità delle ottime prove anche come regista. Suo infatti il film Easy rider considerato ormai un manifesto generazionale ancora oggi omaggiato in altre forme d’arte, basti pensare agli splendidi poster che ritraggono lo stesso Hopper e il suo compare Peter Fonda in sella alle loro Harley Davidson o al secondo numero della miniserie Caravan edita da Bonelli dove l'omaggio al nostro è conclamato.

Nel 1990 esce questo The hot spot – Il posto caldo.
Sono lontani i fasti di Easy Rider e difficilmente questo The hot spot entrerà nella Top 10 dei vostri film preferiti (non è entrato neanche nella mia a dire il vero e faticherebbe non poco ad entrare anche nella Top 50 se facessi classifiche di questo tipo).

Eppure qualcosa c’è. C’è il caldo degli stati del sud, alcune nuvole inchiodate al cielo, una certa luce. Esagerando, qualche rimando a Lynch dal quale Hopper (forse) ha preso in prestito qualcosa.

Qualche oggetto, qualche neon a intermittenza, qualche semaforo sospeso in un’inquadratura notturna, la provincia e il modo in cui Virginia Madsen provoca Don Johnson. In una delle prime scene del film entriamo con Johnson in uno strip club dove troviamo Jack Nance adorante davanti all’ombelico di una stripper. E quando vedi Jack Nance non puoi non pensare a Lynch.C’è una certa atmosfera, una certa attesa. Il plot è risaputo, nulla di originale ma Hopper riesce a tenerti lì e a non farti andar via. Anche Jennifer Connelly ci mette del suo. Gli ingredienti sono i soliti: la donna che porta guai, il duro, il malaffare, l’amore e il caldo che ti fa appiccicare addosso la camicia. Date una possibilità a questo The hot spot. Non vedrete un capolavoro ma, secondo me, non rimarrete delusi dalla visione.


lunedì 17 maggio 2010

MA E' PROPRIO NECESSARIO?

Sono seduto davanti alla schermata bianca del primo post di questo nuovo blog e mi chiedo....
Ma è proprio necessario "arricchire" la rete con un altro blog?
La risposta mi si presenta da sola senza doverci pensare sopra neanche tanto.
La risposta è no. Semplicemente.
Tuttavia, dopo aver preso atto di questa semplice considerazione, me ne frego e il blog lo piazzo lo stesso tanto di spazio non ne manca.
Mi è venuta voglia di scrivere qualcosa dopo aver seguito per un periodo il blog del mio caro amico "Zio Robbo".
La possibilità di commentare gli interventi, sempre interessanti e divertenti, del buon vecchio Zio Robbo di quartiere (cosa che continuerò a fare) mi ha convinto ad aprire un blog sul quale dare sfogo alle mie voglie di scribacchino.
Il titolo del blog è mutuato direttamente dalla firma che ho usato sugli spazi messi a disposizione dallo Zio di cui sopra, i contenuti saranno cangianti e assolutamente aperiodici. L'intenzione è quella di parlare delle cose che piacciono a me (come a molti altri) con la speranza di scambiare idee e "visioni" delle stesse con altre persone.
Guardare le cose che "riempiono" la nostra vita con gli occhi degli altri è spesso interessante.
Allora film, libri, fumetti, musica, accadimenti e quant'altro la mia testa avrà voglia e capacità di commentare entreranno in questo (non necessario) blog.

Ciao

La Firma Cangiante
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...