martedì 31 agosto 2010

JAN DIX

Questo articolo è stato scritto per il sito fumettidicarta.

In un recente articolo scritto dall’Orlando si parlava della questione Arte/Fumetti. Il fumetto è arte o non lo è? Io non lo so. Mi viene da dire che se è Arte una tela bianca con uno squarcio al centro allora anche il fumetto lo è. E come se lo è. Non voglio fare il provocatore, questo è il mio (semplice) pensiero.

Comunque questa maxiserie in 14 albi, vogliatela o meno considerare arte, di arte parla.

Jan Dix, creatura di Carlo Ambrosini che in origine doveva chiamarsi Jan Pollock, è un consulente del Rijksmuseum di Amsterdam che si occupa di valutare nuove possibili acquisizioni per il museo, di scrivere articoli per i cataloghi delle mostre e di ricercare sempre (involontariamente) nuovi guai in cui cacciarsi.

Metto subito le carte in tavola e dico che, a mio modesto parere, questa è la migliore delle mini(o maxi)serie pubblicate da Bonelli che negli ultimi anni ha sempre più spesso dato fiducia a questa forma editoriale. A memoria direi almeno da Brad Barron in avanti.

In ogni numero della serie l’arte è lo sfondo, la cornice, la protagonista, la leva che incuriosisce il lettore. E non si parla d’arte in maniera accademica ma come stimolo e spunto di riflessione per interrogarci su quel che c’è dietro l’artista, dentro il suo animo e potenzialmente dentro quello di chiunque. Dentro quello del protagonista ad esempio. Questo Jan Dix, modellato sulle fattezze di Jeremy Irons, uomo spesso afflitto da dubbi, indecisioni, lontano dallo stereotipo dell’avventuriero o del cavaliere romantico e senza macchia. Dubbi e indecisioni che spesso prendono vita in forme oniriche e surreali come già accade nelle prime tavole del primo numero. E subito ci si interroga sull’arte “cosa vedi nei guazzabugli di quel pittore, che ci trovi in quel caos informale?” “ci stiamo tutti in quel caos… ma lui ne ha saputo trarre della bellezza”. Bellezza dal caos, forma dall’informe, opera dal nulla… quello che più vi aggrada.

Dubbi anche nel tira e molla con la splendida Annika, sosia di Julia Roberts, tra i dirigenti del Rijksmuseum con il quale anche Dix collabora.

Le trame si prestano a vari generi tra i quali spicca il giallo o meglio il racconto di malaffare. In fondo anche attorno al mondo dell’arte girano certe lenze che te le raccomando. Collezionisti senza scrupoli, affaristi, ricettatori e via dicendo. Nel mondo dell’arte girano soldi e strani personaggi. Come già visto momenti surreali e ai limiti del paranormale non mancheranno come non si lesinerà neanche sul contributo grafico di ottimi pennelli italiani. Lo stesso Ambrosini si riserva onere e onore di aprire e chiudere (ottimamente) la serie, originalissimo e inusuale per albi seriali il tratto di Bacilieri, più pulito ed elegante quello di Mammucari e non me ne vogliano tutti gli altri che hanno contribuito all’ottima riuscita della serie.

Quasi sempre la pittura la fa da padrona, poche sono le incursioni in altre forme d’arte e, se mi è concesso, anche le meno riuscite. L’unico numero che mi ha lasciato meno soddisfatto è proprio il secondo dove si affronta la simbologia e il suo potere, argomento affascinante certo, dal quale però è scaturito l’unico albo della serie del quale serbo un’impressione diciamo meno positiva. Gusto personale e in ogni caso piccolissimo neo nascosto in un mare di buonissimo materiale.

Le location visitate sono molte, i grandi nomi della pittura che scandiscono i numeri della serie anche. Parliamo di personalità del calibro di Vermeer, Pollock, Rousseau, Rembrandt, Cezanne, Van Gogh, Tintoretto, Monet e non solo.

In ogni numero si ha la possibilità di leggere una buona storia e di scoprire magari qualcosa su un artista, di farsi prendere dalla curiosità e di trovare spunti per approfondire argomenti interessanti.

Nell’editoriale presente sull’ultimo numero Bonelli ci confessa che la serie non ha venduto poi molto ma la speranza di rivedere Dix in qualche albo speciale resta.

Resta come il rimpianto per non aver mai letto Napoleone, precedente creatura di Ambrosini.

lunedì 30 agosto 2010

VISIONI 1

Prima di andare in ferie stavo cercando di elaborare qualche nuova idea per il blog.
Una di queste ha preso forma e si è trasformata nel "Collettivo" gioco di cui avete già letto (o potete leggere) nei post precedenti.

Una delle altre idee era quella di dedicare spazio alle immagini. Immagini di qualsiasi tipo che, per un motivo o per l'altro avessero catturato la mia attenzione.
Pittura, illustrazione, pubblicità e quant'altro, immagine moderne, artistiche, curiose, vintage etc, etc...

I miei commenti, difettando di un'educazione artistica seria, saranno per lo più assenti o dettati dall'emozione del momento.

Chiunque fosse più competente di me può lasciare un commento che si rivelerà sicuramente più utile per i lettori del blog.

Questo spazio andrà sotto il nome di Visioni e andiamo a inaugurarlo con un auto-ritratto del chiacchierato Pete Doherty, cantante dei Babyshambles.
Sembra che il colore usato per la realizzazione dell'opera (o almeno parte di esso), così come per altre realizzate dal cantante inglese, altro non sia che il suo sangue. In questo caso l'opera dovrebbe essere stata realizzata utilizzando come base una polaroid.

Dopo i vari casini combinati in compagnia di Kate Moss, Doherty per continuare a far parlare di sè si è dato all'arte. In fondo anche io ci sono cascato ma devo ammettere che questo auto-ritratto mi piace parecchio.

L'opera fa parte di una mostra presente in questi giorni alla Triennale di Milano dedicata ai lavori di "artisti rock". La mostra si chiama "It's not only rock 'n roll baby".

sabato 28 agosto 2010

BACK TO THE PAST: 1966 PT. 4

Primi vagiti di sperimentalismo e musica psichedelica. In realtà la consacrazione di questo genere viene fatta risalire al 1967 con l'uscita del seminale "The piper at the gates of dawn" dei Pink Floyd e al famoso "Sgt. Pepper's lonely hearts club band" dei Beatles.

Nel 1966 "Tomorrow never knows" dei Beatles viene considerata un'anticipo di Psychedelic music.



Battitore libero, Frank Zappa esce con "Freak Out!", primo concept album della storia e secondo doppio album (preceduto da "Blonde on blonde" di Dylan). Inutile parlare di generi.

Una registrazione del 1969 con due pezzi targati 1966: "Help I'm a rock" e "Hungry freaks daddy".



La scena psichedelica della costa ovest veniva etichettata sotto la definizione di Acid Rock.
Uno dei successi dell'anno fu "Psychotic reaction" dei The count five, gruppo scomparso da lì a poco.


The Count Five, Psychotic Reaction di dashgami_itto


Brian Wilson dei Beach Boys, sotto l'influsso di sostanze stupefacenti, discosta le sue composizioni dal classico Surf Rock del gruppo e sforna "Good vibrations".



Altro gruppo ritenuto importante nella scena psych sono i 13th Floor Elevators che nel 1966 incidono il brano "You gonna miss me".

venerdì 27 agosto 2010

NEURZ

Avevo promesso in un vecchio Post (il primo del progetto/gioco "Il Collettivo") che avrei inserito al più presto un link alla pagina Myspace di Enrico (cliccare qui, please).

Mi faccio perdonare per il ritardo inserendo anche un video del suo progetto musicale.

Mi astengo dal fare ogni tipo di commento tecnico in quanto in materia di musica elettronica non sono solo ignorante ma molto, molto, molto di più.

Il pezzo non dispiace affatto al mio orecchio poco allenato ma devo ammettere che tra le tracce audio ascoltabili nella pagina dei Neurz ho trovato pezzi che mi piacciono anche di più (su "Sushi house" Laura ha anche improvvisato un balletto "robot style").

Aspettiamo un commento dell'autore su questo brano ;)

neurz_let's dance

neurz | MySpace Music Videos

giovedì 26 agosto 2010

GREYSTORM

Questo articolo è stato scritto per il sito fumettidicarta


Lessi (io, non il cane) il primo numero di Greystorm sul treno, di ritorno da una trasferta di lavoro in quel di Livorno. Casualmente in quei giorni stavo leggendo anche il romanzo di Jules Verne “Dalla Terra alla Luna”. Proprio le atmosfere descritte da Verne, alcune tematiche da lui affrontate nei suoi libri ma soprattutto la visione fantastica di un mondo in continuo progresso e colmo di imprese straordinarie sono il trait d’union tra le opere del francese e la nuova creatura di Antonio Serra.
Procediamo con ordine: La storia inizia nell’Inghilterra del 1894, protagonisti una coppia d’amici. Jason Howard è un ottimo studente con la testa ben piantata sulle spalle erede di una enorme fortuna, Robert Greystorm un sognatore dalla geniale intelligenza, fan delle opere di Verne con il quale intrattiene un rapporto epistolare grazie al quale scambia idee e visioni con quello che lui considera uno spirito affine. Nel primo numero si incontrano altri elementi ad infarcirne la trama: una donna (amata da uno ma che ama l’altro), le prime invenzioni di Greystorm (il suo laboratorio e la prima macchina volante) e un’entità sovrannaturale che proprio dalla genialità del protagonista viene attratta tanto da chiamarlo a sé. Alla fine del primo numero alcuni scenari sono delineati, tre anni sono passati (nella storia), e io, alla fine del viaggio di ritorno, non ero pienamente convinto né della bontà della miniserie né di quella del libro di Verne che ho trovato piuttosto noiosetto (meglio “Viaggio al centro della Terra”).
Con il secondo episodio mi sono ricreduto. Avventura con la A maiuscola. Greystorm intende arrivare al Polo Sud su una specie di dirigibile metallico, l’Iron Cloud, e quindi mette insieme un equipaggio adatto all’impresa al quale parteciperà anche il finanziatore e vecchio amico Howard.
Greystorm ancora non sa di essere attirato verso il polo dall’entità maligna, l’Iron Cloud decolla e la serie pure. Il nostro eroe (???) comincia a far intravedere lati oscuri del suo carattere e una spiccata mancanza di scrupoli. Nei numeri successivi la serie si arricchirà di nuovi elementi: il contatto con l’entità maligna, un’isola incontaminata e i suoi abitanti, i fallimenti di Greystorm e il progressivo mutare del protagonista in qualcosa di terribile.
Nella prima parte della serie è l’avventura a farla da padrone, con il passare dei numeri prenderà sempre più piede il lato oscuro e sovrannaturale. L’ambizione e la follia di Greystorm cresceranno e a contrastarle ci saranno i suoi vecchi amici e la loro prole.
Primo numero a parte, di introduzione diciamo, la serie viaggia molto bene fin sul finale che, a mio parere, poteva chiudersi un pochino prima (forse con uno o due numeri in meno la tenuta ne avrebbe guadagnato). Comunque l’opera, ormai conclusasi anche se deve ancora uscire un ultimo numero che sarà una specie di albo extra con scene inedite, realizzazione del fumetto etc…, può dirsi originale nel panorama italiano da edicola, ottima per chi ama Verne e atmosfere similari, molto buona per i fan dell’Avventura. Io non rientro nelle categorie sopra citate e comunque mi sono goduto il viaggio. Non sentivo questo progetto tanto nelle mie corde ma ammetto di essere rimasto piacevolmente colpito dalla creatura di Serra. In fondo sono pochi i fumetti di questo tipo dove il protagonista non solo ha dei lati oscuri ma si può considerare a pieno titolo il farabutto di turno.


Greystorm 1-11, Sergio Bonelli Editore, 98pp, 2,70 euro cad.

mercoledì 25 agosto 2010

IL COLLETTIVO: CAPITOLI 1-3

"Il Collettivo" è un progetto/gioco che ha come finalità quella di scrivere un racconto a più mani.
L'auspicio è quello che più lettori di questo blog vogliano parteciparvi e ovviamente tutti possono farlo seguendo le poche regole elencate nel post "Il collettivo: Regolamento".

CAPITOLO PRIMO
La stazione degli autobus era affollata. L'uomo sulla sedia a rotelle era ancora intirizzito per il freddo e zuppo a causa della pioggia. La sua calvizie gli evitava il fastidio di stare al freddo con i capelli bagnati. Il bus che aspettava era in ritardo di circa quindici minuti.
Si fece largo tra la folla guidando la sedia a motore verso la zona degli arrivi. In pochi minuti raggiunse la pensilina numero 75.
La pioggia stava cessando di abbattersi sulla città. L'acqua sembrava esser caduta per tutta la giornata con voluta cattiveria. Finalmente la corsa alla quale l'uomo era interessato giunse al termine, il bus grigio accostò alla pensilina e l'autista aprì le porte riversando nella stazione passeggeri ormai stanchi.
L'uomo che gli si avvicinò era di bassa statura. Indossava un cappello stile Cowboy, jeans, stivali e una strana maglietta gialla con striature azzurre. Le braccia dell'uomo erano muscolose e coperte da una folta peluria. Il piccolo uomo si accese un sigaro e strinse la mano dell'uomo sulla sedia a rotelle.
Per quest'ultimo si trattava del primo incontro della giornata. Prima di sera ce ne sarebbero stati altri tre.

La Firma Cangiante


CAPITOLO SECONDO
-Salve.
-Salve.
-L’ha portato?
-Certo. Non è stato semplice: i controlli sono stati innumerevoli, specialmente all’aeroporto ho temuto ci potessero essere problemi.

L’uomo col cappello si avvicinò al vano portabagli dell’autobus e ne estrasse un bauletto scuro, con dei piccoli fori su un lato. Consegnò il bauletto all’uomo sulla sedia a rotelle, insieme ad un piccolo sacchetto di velluto blu contenente una fiala. Egli la osservò e lesse l’etichetta: “Notechis Scutatus Inhibitor”.

-Grazie.
-Non c’è problema. Ho già ricevuto il suo denaro. Così lei è un appassionato di serpenti?
-No, affatto. Ma questo è uno dei più velenosi al mondo.
-Capisco.

4eLa


CAPITOLO TERZO
I due uomini uscirono dalla stazione degli autobus. Il piccoletto aiutò l'uomo sulla sedia a rotelle a salire sul suo furgone anche se la cosa non era necessaria. Caricata la sedia sul retro, l'uomo spense il sigaro e si accomodò accanto all'uomo calvo.
Dopo alcuni silenziosi minuti il piccoletto cominciò a parlare.

- Senta professore, pensavo che potremmo darci del tu, in fondo non è la prima volta che lavoriamo insieme. E' inutile mantenere questa stupida finta distanza.

Il professore si girò a guardare per un momento il suo compagno di viaggio.

- Va bene. Con quale nome ti fai chiamare in questo periodo?
- James Gordon.
- James Gordon. Carino. Ok James. Come è andato il viaggio? L'Australia non è proprio dietro l'angolo.
- Abbastanza bene. Ho scelto un volo della Oceanic Airlines, le statistiche dicono che sia una delle compagnie aeree più sicure. Non precipita praticamente mai. Buon servizio, hostess niente male. Ero seduto vicino a un prete anzianotto che è riuscito a limitare la sua parlantina. Non mi lamento ho affrontato viaggi peggiori.
- Problemi per trovare il serpente?
- No, con i contatti giusti è stato uno scherzo.

Il professore entrò in una delle arterie a scorrimento veloce che portavano verso il centro della città.

- Dove siamo diretti?
- Andiamo a prendere qualcuno.
- Sempre enigmatico. Qualcuno che conosco? Non farti tirare fuori le parole una a una.
- Stiamo andando a prendere Madeleine.

Il professore cercò con la coda dell'occhio segni di reazione da parte di James.

- Per quale stramaledetto motivo non me l'hai detto prima?
- Perchè sapevo che avresti rotto le palle, come al solito. Che vuoi fare ora, tornartene a casa?
- Sono tentato.

James tirò fuori un sigaro e lo accese.

- Non fumare nel furgone, lo sai che il fumo mi da fastidio.
- Me ne frego. Contando lo scherzetto che mi hai appena fatto dovrai sopportarne molte prima di poter solo pensare di essere andato in pari.
Con tanta gente perchè proprio lei?.
- Perchè è in città. Perchè ha sempre lavorato bene con me. Perchè è tra le migliori nel suo campo ed era disponibile.
- Bla, bla, bla. Nient'altro cervellone?
- Beh una cosa ancora ci sarebbe. A chiedermi di chiamarla è stato Winters.

La bocca di James rimase leggermente aperta, un'espressione inebetita stampata sulla faccia. Il sigaro ancora acceso cadde in terra.

- Chiudi quella bocca, sembri un'idiota.

La Firma Cangiante

ESTREMO INSULTO

(The Mugger di Ed McBain, 1956)

Ed McBain è il nome d'arte di Evan Hunter, nato Salvatore Lombino a New York nel 1926. Lo scrittore, con il nome di Evan Hunter (suo nome legale) firma la sceneggiatura del celebre film Gli uccelli diretto da Alfred Hitchcock, come Ed McBain raggiunge la popolarità grazie alla serie di romanzi dedicati agli agenti dell'87° distretto, scrittore noto tra gli appassionati del genere poliziesco, sconosciuto a molti altri nonostante la sua importanza letteraria.
Tutti conoscono Agatha Christie e il suo Hercule Poirot o Conan Doyle e la sua creatura Sherlock Holmes, anche personaggi della così detta scuola dei duri come Philip Marlowe e Mike Hammer godono di fama decisamente maggiore rispetto ai romanzi dell'87° distretto. Eppure Ed McBain con il suo L'assassino ha lasciato la firma, primo romanzo che ha come protagonisti gli agenti dell'87° distretto, ha inventato un genere. A lui viene infatti attribuita la creazione del police procedural genere poliziesco dove è un'intera squadra di polizia a seguire i vari casi e non il solo detective di turno come accadeva nei romanzi di Chandler (Marlowe) o di Spillane (Hammer) o nei classici del genere (Poirot o Holmes). L'idea di McBain viene ancora oggi sfruttata in ogni campo dell'intrattenimento. Infiniti sono i serial tv che seguono le vicende di un'intera equipe (di poliziotti come in New York Police Department per dirne una, ma non solo). Anche il fumetto ha sfruttato questa formula con, ad esempio, la splendida Gotham Central scritta da Ed Brubaker o Top 10 del grande Alan Moore. Molti anche gli scrittori dediti alla narrativa gialla che hanno seguito l'esempio di McBain.
In questo Estremo insulto seguiamo alcuni casi che la squadra investigativa si trova tra le mani: un rapinatore che aggredisce donne sole e si congeda da loro con un saluto da galantuomo. Una ragazza che da un po' di tempo si comporta in modo strano diventa un cruccio per l'agente Kling che si offre di occuparsene per fare un favore a un vecchio amico. Qualcuno inoltre si sta adoperando per far sparire numerosi gatti da un vicino distretto. Alcune di queste indagini collideranno, altre rimarranno sullo sfondo.
I romanzi dell'87° distretto presi singolarmente non hanno nulla di eccezionale (il mio giudizio si basa su tre di questi), ottime letture estive. Se vi piace il poliziesco classico le apprezzerete. Il pregio della "serie" sta nell'insieme. I personaggi sono ricorrenti, ben delineati, ognuno con il proprio carattere e la propria vita privata. Nel corso dei romanzi assistiamo a fidanzamenti, matrimoni, avanzamenti di carriera e qualcuno ci lascia pure la pelle. Si crea così una sorta di fidelizzazione del lettore proprio come succede con le moderne serie tv (quelle più riuscite almeno). I romanzi sono ambientati nell'immaginaria Città la quale è evidentemente ricalcata su New York. Tra le righe traspare quantomeno un certo affetto da parte dell'autore per questa città e per la sua gente. Se siete interessati all'articolo il consiglio è quello di leggere i romanzi dell'87°, per quanto possibile, in ordine cronologico.


martedì 24 agosto 2010

IL COLLETTIVO: CAPITOLO PRIMO

"Il Collettivo" è un progetto/gioco che ha come finalità quella di scrivere un racconto a più mani.
L'auspicio è quello che più lettori di questo blog vogliano parteciparvi e ovviamente tutti possono farlo seguendo le poche regole elencate nel post "Il collettivo: Regolamento".

Ok si parte, da questo momento chiunque sarà libero di inserire un commento a questo post con il testo del capitolo 2. Gli appassionati di fumetto magari riconosceranno i due tipi sotto descritti (è un chiaro omaggio a una delle mie passioni), non date peso alla cosa e lasciate libera la fantasia.


CAPITOLO PRIMO
La stazione degli autobus era affollata. L'uomo sulla sedia a rotelle era ancora intirizzito per il freddo e zuppo a causa della pioggia. La sua calvizie gli evitava il fastidio di stare al freddo con i capelli bagnati. Il bus che aspettava era in ritardo di circa quindici minuti.
Si fece largo tra la folla guidando la sedia a motore verso la zona degli arrivi. In pochi minuti raggiunse la pensilina numero 75.
La pioggia stava cessando di abbattersi sulla città. L'acqua sembrava esser caduta per tutta la giornata con voluta cattiveria. Finalmente la corsa alla quale l'uomo era interessato giunse al termine, il bus grigio accostò alla pensilina e l'autista aprì le porte riversando nella stazione passeggeri ormai stanchi.
L'uomo che gli si avvicinò era di bassa statura. Indossava un cappello stile Cowboy, jeans, stivali e una strana maglietta gialla con striature azzurre. Le braccia dell'uomo erano muscolose e coperte da una folta peluria. Il piccolo uomo si accese un sigaro e strinse la mano dell'uomo sulla sedia a rotelle.
Per quest'ultimo si trattava del primo incontro della giornata. Prima di sera ce ne sarebbero stati altri tre.

lunedì 23 agosto 2010

IL COLLETTIVO: REGOLAMENTO

"Il Collettivo" è un progetto/gioco che ha come finalità quella di scrivere un racconto a più mani.
L'auspicio è quello che più lettori di questo blog vogliano parteciparvi e ovviamente tutti possono farlo seguendo le poche regole sotto elencate.
Ricordo a chi non avesse un account google a disposizione che può lasciare commenti sul blog selezionando l'opzione "anonimo" e firmandosi (oppure no) al fondo del commento stesso.

REGOLAMENTO

1) Nel prossimo post targato "Il Collettivo" troverete poche righe che fungeranno da primo capitolo del racconto. Saranno volutamente infarcite di pochi dettagli in modo da lasciare i primi sviluppi della vicenda alla fantasia di qualcun'altro. Una volta pubblicato il primo capitolo chiunque potrà scrivere il secondo capitolo del racconto.

2) Il primo commento in ordine di tempo che arriverà al post contenente il primo capitolo con il testo del capitolo 2, sarà ritenuto valido. Per questo motivo conviene scrivere capitoli di poche righe onde evitare di essere battuti sul tempo e sprecare così "fiumi di parole").

3) Prima di inserire un commento con un nuovo capitolo, controllare che nessuno ci abbia preceduto.

4) Appena mi sarà possibile i commenti con i nuovi capitoli verranno raccolti in un nuovo post targato ad esempio "Il Collettivo: Capitoli da 1 a 5". Questo per dare maggiore visibilità al gioco e per motivi di comodità.

5) Il racconto potrà prendere qualsiasi direzione e genere: realistico, grottesco, umoristico, surreale, noir, horror, romantico e via discorrendo senza limitazioni di sorta.
Unica richiesta: cerchiamo di rimanere nei limiti della decenza (a ognuno di noi sta valutare quali essi siano).

6) Regola importante: tenere conto di quanto scritto dagli altri nei capitoli precedenti. Esempio banale: se in un capitolo un personaggio muore presumibilmente lo rimarrà nei capitoli successivi. In caso contrario l'autore dovrà inserire una spiegazione plausibile alla contraddizione. Parliamo ovviamenti di eventi grossi non di disattenzioni su cose come il colore di una T-shirt.

7) Ognuno di noi può cercare di far prendere al racconto la piega che più ci piace (sempre con coerenza) e vedere di nascosto l'effetto che fà.... sugli altri partecipanti al gioco.

8) Ai vari capitoli si può commentare con l'inserimento del capitolo successivo (magari evidenziando il commento inserendo un titolo riportante il numero del capitolo. Es: Capitolo 3 seguito da tutto il testo del capitolo in questione) o con un commento classico per esprimere un'opinione su quanto scritto dagli altri.

9) Per quanto possibile (anche se inserirei questa più come preferenza che non come regola fissa) cerchiamo di fare in modo che ognuno dei partecipanti non inserisca più capitoli consecutivi (questa regola la valuteremo in corso d'opera se la cosa funzionerà).

10) Quando qualcuno avrà in mano il finale del racconto inserirà semplicemente come titolo del commento qualcosa come "Capitolo Finale" o "Il Collettivo: Finale". Coun un giro di commenti finale chiuderemò l'esperimento (sempre che lo stesso non muoia prima).

11) In commento a questo post si accettano pareri e suggerimenti. Insomma, che ne pensate? E' interessante? Vi sembra un cagata pazzesca? Avete idee per migliorare il tutto?

Nel prossimo post de "Il Collettivo" troverete il primo capitolo.

domenica 22 agosto 2010

TROVA LE DIFFERENZE

Laura si è cimentata nell'imitazione di Mr E. alias Mark Oliver Everett degli Eels.

Tra le due foto però ci sono 10 piccole differenze. Sapreste individuarle?




sabato 21 agosto 2010

IL COLLETTIVO: INTRO

Come anticipato nel post pre-vacanziero "Cose a venire", è mia intenzione creare uno spazio fisso, che andrà sotto il nome "Il collettivo", dove sarà richiesta la partecipazione attiva dei lettori del blog al fine di mantenere in vita questa specie di "progetto". L'idea è molto semplice: scrivere un racconto tutti insieme (breve, di media lunghezza, lungo, non ha importanza). Questo seguendo poche semplici regole che riporterò a breve.
Cercavo qualcosa per creare un coinvolgimento maggiore tra gli amici che seguono il blog (ma saranno ovviamente i benvenuti anche i lettori occasionali) e l'idea del racconto a più mani mi è sembrata subito buona.
Ho l'impressione che tra le persone che abitualmente buttano un occhio a queste pagine siano in parecchi ad avere un buon rapporto con le parole.
Il buon vecchio Zio Robbo di quartiere scrive ormai da anni e le sue capacità sono sotto gli occhi di tutti (vedere ad es. un paio di recensioni di libri ottimamente articolate presenti sul suo blog). Mi farebbe piacere anche l'intervento della sua dolce metà della quale ho avuto la possibilità di leggere degli scritti decisamente convincenti (colgo l'occasione per farle i miei complimenti).
So che anche Morgana si è già cimentata nella scrittura di racconti e invito tutti, specialmente i fan di Filippo Timi, a visitare il suo blog.
Laura, oltre a essersi dimostrata in gran forma anche sul blog dello zio, si è già resa disponibile al "progetto" quando ne accennai prima delle vacanze e quindi è già incastrata :)
Sarebbe bello se volessero partecipare anche le altre talentuose penne di fumettidicarta (Orlando, Gennaro, Filippo e tutti gli altri).
Ingresso libero anche per chi normalmente ha altre passioni e che avrà voglia di provare a scrivere qualcosa anche solo per lasciare sulla pagina qualcosa di divertente venuto in mente sul momento: mia moglie, mio fratello, Enrico (del quale vorrei linkare la pagina Myspace ma non ho l'indirizzo, me lo procurerò), Michela e tutti gli altri...
Figo! Sembra che il blog sia seguito da un sacco di gente, in realtà credo che i lettori siano più o meno tutti qui.
In verità con la collaborazione a fumettidicarta i contatti sono aumentati e qualche sorpresa extra potrebbe esserci.
Insomma, se la cosa ci divertirà prenderà piede, altrimenti giungerà alla sua naturale conclusione e magari penserò a qualcosa d'altro.

Nei prossimi post targati "Il collettivo" regolamento e primo capitolo del racconto.

BOYS ARE BACK IN TOWN

Proprio nel senso che i ragazzi (io e le mie due donne quindi forse sarebbe più corretto parlare di ragazze) hanno finito le vacanze e sono tornati in città.

Avrei potuto citare molti altri titoli di canzoni famose per questo rientro nella città: "Welcome to the jungle" dei Guns N' Roses, "Party" dei Queen (che recita "party is over") oppure pensando al prossimo ritorno a lavoro anche gli AC/DC con "Hell ain't a bad place to be".

Ho optato per un più neutro e vagamente ottimistico (o almeno meno pessimistico) "Boys are back in town" dei Thin Lizzie.

Abbandonate le montagne, il buon cibo dell'albergo, l'ozio e il riposo, ci prepariamo a riprendere la routine quotidiana. Nel frattempo ho scritto qualcosa per il blog tornando all'antica: carta, penna, gomma... Do you know what i mean?

sabato 14 agosto 2010

COSE A VENIRE

Come già detto in precedenza è un periodo nel quale il tempo da dedicare allo sviluppo del blog è davvero poco, le idee per il futuro invece ci sono. Oltre a portare avanti gli appuntamenti (quasi) fissi come "Back to the past" (quasi pronta l'ultima parte targata 1966 con le cose più "sperimentali") o "Supernatural. La vera storia" e gli eventuali resoconti di film visti, libri letti e fumetti "recensiti" per fumettidicarta, mi piacerebbe aggiungere cose nuove.

Una delle cose che mi frullano in testa da un po' è quella di dedicare dei post all'immagine, anche se ancora non so bene come fare e cosa piazzare in questo spazio. Idee ancora confuse ma forse, prima o poi, si delineerà una parvenza di struttura.
Poi c'era una cosa un pochino più "artistica" per la quale avrei dovuto prendere in mano la matita o un programma di grafica ma, oltre ai soliti problemi di tempo, qui mancano proprio le capacità. Idea al momento accantonata ma non si sa mai... magari con l'aiuto di qualcuno.
Mi piacerebbe inoltre creare uno spazio condiviso, una piccola cosa alla quale potrebbero partecipare gli amici che leggono il blog per rendere il tutto interessante e divertente. Non dovrei avere problemi a realizzare almeno questa idea, in base alla partecipazione vedremo se questa sarà buona o si dimostrerà solo un mio delirio (nel qual caso la cosa morirà).
Per quel che riguarda la grafica ho effettuato delle prove al momento poco soddisfacenti. Per ora resta così, in futuro vedremo.

Insomma, la strada per l'inferno è lastricata di buone intzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz


LE TRASMISSIONI RIPRENDERANNO IL PIU' PRESTO POSSIBILE

giovedì 12 agosto 2010

BACK TO THE PAST: 1966 PT. 3

Altra tornata di video, altri protagonisti dell'annata musicale del 1966.

Anche nella musica "leggera" il 1966 ci ha lasciato pezzi memorabili.

Partiamo con le celebri Supremes e la loro "You can't hurry love" rifatta in tempi più recenti anche da Phil Collins.



Scioltesi le Supremes, Diana Ross si dedicherà alla Disco music. Uno dei pezzi più celebri del genere diverrà "Black is black" dei Los Bravos.



Ottimi i Four Tops (mi ci sto affezionando) con un'altra hit: "Reach out - I'll be there".
In assenza di video dell'epoca un esibizione live più recente.



Due pezzi ripresi in italiano che ebbero grande successo anche qui da noi.

Dusty Springfield canta "You don't have to say you love me", rifatta in Italia da Pino Donaggio.



Ci congediamo con i Mamas & Papas e "California dreamin'" ripresa dai Dik Dik qui da noi.

martedì 10 agosto 2010

BACK TO THE PAST: 1966 PT. 2

Bene, bene. Ancora 1966. Diamo un'occhiata a cosa combinavano gli artisti maggiormente Rock/Blues oriented.

Ancora Rolling Stones che iniziavano a infilare un successo dietro l'altro. Veramente ottima questa "19th nervous breakdown".



I gruppi di allora erano prolifici. Tornano anche i The Animals con "inside looking out".



Gli Yarbirds, pur quasi dimenticati oggi dal grande pubblico, possono vantare una militanza alla chitarra di ben tre esponenti di primissimo piano dello strumento.
Parliamo di gente come Jeff Beck (Jeff Beck Group), Eric Clapton (Cream) e, presente nel video, Jimmy Page (Led Zeppelin). Non so se mi spiego. Il pezzo è "Shape of things".



Chiudiamo con un video che si discosta un po' dai precedenti ma interessantissimo in quanto presenta una giovanissima Tina Turner. Ike & Tina Turner - "River deep, mountain high".



Alla prossima con la terza parte targata ancora 1966.

ANCHE L'OCCHIO VUOLE LA SUA PARTE

Parlando con alcuni amici, assidui frequentatori di questo blog (e per questo li ringrazio) mi è stato fatto notare che la grafica del blog stesso, seppur bella a vedersi, risulta stancante per gli occhi specialmente per le visioni "in notturna".

Il blog è nato da relativamente poco tempo ma io mi sono già affezionato a questa veste grafica.

Lancio quindi un sondaggio rivolto a chiunque legga il mio blog, pregandovi di postare un commento con la vostra opinione (compresi quei due scassapalle di Enrico e Michela).

La grafica del blog vi stanca la vista?

Se non avete un account Google (o altro) potete commentare usando il profilo anonimo e firmando in calce al commento con il vostro nome.

Vedremo il da farsi.

Ciriciao gente.

LA CINA E’ VICINA

(di Marco Bellocchio, 1967)

Mi sono avvicinato a questo film con un po’ di timore. Ricordo ancora l’esperienza avuta con la visione di I pugni in tasca dello stesso regista, interessante ma decisamente pesante. In questo film del 1967, il secondo di Bellocchio, tornano alcuni dei temi trattati nel precedente (la famiglia, la vita di provincia) mescolati alla politica, alla messa in scena dell’alta borghesia, all'ipocrisia, il tutto viene però trattato con mano decisamente più goliardica e divertente.
Il professor Vittorio Gordini Malvezzi (vien dal mare, verrebbe da aggiungere, interpretato da Glauco Mari) proviene da una famiglia della ricca borghesia della provincia Emiliana, nella sua vita ha simpatizzato con scarsa coerenza per tutte le correnti politiche del centro sinistra. Ha anche dato man forte alle scorribande da estremista (nelle intenzioni ma mai nella pratica) di sinistra del fratello Camillo che intanto studia dai preti. Ora è il momento di avere un ruolo attivo in politica, il professore si candida con il Partito Socialista Unificato. Il fratello Camillo (Pierluigi Aprà) non vede di buon occhio questa candidatura. La sorella Elena (Elda Tattoli) tiene alla sua posizione sociale ma non disdegna di portarsi a letto gli uomini che le capitano a tiro. Vittorio, lanciato verso la candidatura assume come assistente Carlo (Paolo Graziosi), fidanzato della sua segretaria Giovanna (Daniela Surina).
Ne vengono fuori dei bei siparietti, comizi con auto sfasciate, corruzione di metronotte, innocui attentati bombaroli dove un fratello è vittima dell’altro. Intanto Carlo annusa aria di ricchezza in casa Gordini Malvezzi, inguaia Elena che rimane incinta di questo semplice ragioniere. Giovanna gelosa si butta tra le braccia di Vittorio. Con un occhio alla famiglia e uno alla politica bisogna risolvere la situazione. Elena vuole abortire, Carlo non vuole per convenienza, Camillo si oppone per non dar scandalo. Insomma lo scenario è questo, argomenti che fanno riflettere sugli italici vizi trattati in maniera meno sguaiata rispetto alla classica commedia all'italiana ma con un piglio leggero che non mi sarei aspettato da Bellocchio.

lunedì 9 agosto 2010

L’ISOLA DEI SEGRETI

(Bright young things di Scarlett Thomas, 2001)

Orfano di Lost avevo bisogno di un’altra isola su cui rifugiarmi e quindi mi sono immerso nella lettura di questo libro della scrittrice britannica nata a Londra, classe 1972.

In realtà non è andata proprio così. Qualche tempo fa fui attratto in libreria da un libro (e da cosa sennò) con una copertina di rosso colorata e dal sapore molto psichedelico. Anche il titolo mi intrigava parecchio: Che fine ha fatto Mr. Y? La trama fuori dagli schemi mi colpì immediatamente. Costava poco (4,90 euro), lo comprai, non l’ho mai letto.
Passa un po’ di tempo e allo stesso prezzo vedo pubblicato un libro della stessa autrice, copertina blu abbagliante, titolo criptico (PopCo), trama interessante. Comprai anche questo. Mai letto.

Un paio di settimane fa, forse meno, vedo questo libro verde pisello, sempre quattroenovanta, il titolo è L’isola dei segreti sempre di Scarlett Thomas, il disegno in copertina è uguale a quello del libro blu, la trama incuriosisce. Lo compro.

Arrivo a casa e lo metto in libreria vicino agli altri due, tutti colorati fanno la loro bella figura.

Voltandomi sento una voce alle mie spalle: “Allora, che vuoi fare? Vuoi comprare i libri di questa scrittrice per tutta la vita senza mai leggerne uno, solo perché sono colorati? Comprati una scatola di pennarelli deficiente”. Mi voltai ma in casa non c’era nessuno, il ripiano della Billy Ikea era inarcato verso l’alto, quasi a creare un’innaturale imbronciatura. Vuoi vedere che…. Ma no, che vai a pensare. Faccio un giro su Wikipedia e scopro che questo L’isola dei segreti è stato scritto prima degli altri due, qui da noi usciti in precedenza (misteri dell’editoria italica). Mi sporgo e guardo nell’ingresso. la libreria è lì, l’espressione di dissenso è sparita. Cioè, lo scaffale non mi sembra più inclinato. Vuoi vedere che…. Ma no, che vai a pensare. Mi alzo, prendo il libro verde e lo piazzo sul comodino. Stai a vedere che è la volta buona, mi ci voleva l’incentivo della Billy.

Il libro si potrebbe dividere in tre parti anche se la scrittrice ne ha usate solo due.

La prima parte ci presenta i sei personaggi che saranno i protagonisti della vicenda, sei ragazzi giovani, tre uomini, tre donne.
Anne è molto intelligente, sa tutto di molte cose senza averne diretta esperienza.
Jamie, laureato in matematica a Cambridge con il massimo dei voti, odia i numeri.
Thea, anche lei massimo dei voti all’università, pulisce culi in una casa di riposo.
Bryn, buon talento per la fotografia, spaccia droga.
Emily, bella, intelligente, non ha molte inibizioni. Prova anche a fare la escort.
Paul, esperto di computer, lavora per un provider e tenta di seminare caos.

Sei tipi interessanti con almeno due cose in comune. Tutti hanno menti brillanti, tutti rispondono a un annuncio di lavoro pubblicato sul Guardian. I ragazzi, che non si conoscono tra di loro, si recano al colloquio di lavoro. I ragazzi si risvegliano su un’isola deserta.

La seconda parte è incentrata sul rapporto che si instaura tra i sei prigionieri che non sanno come sono arrivati sull’isola, chi ce li ha portati e perché. Dopo aver appurato che sull’isola ci sono una casa e scorte di generi alimentari che garantiranno loro la sopravvivenza per molto, molto, tempo i sei protagonisti si concentrano sulla reciproca conoscenza. Si studiano, si stuzzicano, si sentono sempre più tranquilli, e pian piano vengono fuori segreti e verità, simpatie e attrazioni sessuali. E’ più facile parlare con un estraneo delle proprie paure, dei propri segreti. Tra discorsi frivoli, citazioni di cultura pop inglese e internazionale, serate passate a giocare a obbligo o verità si arriva ai tre quarti del libro.

All’inizio dell’ipotetica terza parte succede qualcosa, qualcosa di molto brutto. Alcuni dei ragazzi vanno in crisi e ci si avvia verso la soluzione (?) finale.

Il libro scorre via veloce, si legge in poco tempo e non annoia. Si sorride spesso grazie alla scrittura della Thomas. Per la maggior parte il racconto è basato sulle chiacchiere tra i sei ragazzi. Si parla di esperienze di vita, delle proprie paure, di amore e di sesso, di serial tv (sicuramente gli inglesi coglieranno maggiormente i riferimenti a Eastenders e prodotti simili, più dura coglierli per noi italiani), film, musica, amenità e cose serie.
I rapporti cambiano, si evolvono.

Lo scrittore Jonathan Coe ha usato la parola “sensazionale” per definire questo libro. Io userei qualcosa tipo “divertente” o “intrigante”. Non userei di certo “sensazionale”. Beh, se mi pagassero per farlo potrei anche usarla in fondo.

L'autrice, Scarlett Thomas

domenica 8 agosto 2010

BRONCO BILLY

(di Clint Eastwood, 1980)


Questo è un film datato 1980. Quando penso agli anni '80 non mi sembrano mai così lontani, sicuramente perché li ho vissuti, li ho impressi nella memoria e li conosco. Eppure dal 1980 di anni ne sono passati ben trenta. Sono passati per noi e anche per Clint Eastwood il quale è diventato il regista eccezionale che oggi conosciamo. Allora ancora non lo era e questo Bronco Billy non si avvicina neanche ai suoi capolavori più recenti.

Il film si guarda comunque con piacere anche se motivi d’interesse nella trama o nell'intreccio non se ne trovano poi molti.
Bronco Billy (lo stesso Eastwood) dirige un circo itinerante a tematica western, lui e i suoi soci a prima vista sembrano più che altro una cricca di sfigati. Lavorano in giro per l’America ma di soldi ne vedono veramente pochi. In più Bronco Billy è in cerca di una nuova assistente, una che non finisca col culo in terra quando monta a cavallo o che non faccia l’isterica al momento del lancio del coltello.

Antoinette Lily (Sondra Locke, compagna di Eastwood per quindici anni) è una futura ereditiera che deve sposarsi per mettere le mani su una bella somma di denaro. Segue matrimonio di comodo e fuga del neo-sposo causa l’altezzosità e l’insopportabile carattere della sposa la quale, rimasta in piena notte in braghe di tela, chiede aiuto a Bronco Billy dopo un incontro fortuito. Lo schema è quello della commedia romantica, si incontrano, si detestano, si innamorano, si lasciano, si riprendono. Nulla di originale quindi.

I motivi d’interesse del film sono da cercare nelle motivazioni dei personaggi, nei sentimenti e nella descrizione dell’ambiente “cowboy oriented” di certa provincia americana. Il circo itinerante, gli spazi ampi, le risse nei bar, la musica country con esibizione di Merle Haggard in persona, la vita semplice. La ricerca della libertà e di uno stile di vita. Scopriamo che Bronco Billy ha la fama di grande pistolero solo da pochi anni; Newyorkese di nascita, faceva il commesso viaggiatore ma sognava da sempre la vita da cowboy. Sono scelte: “Si vive una volta sola, abbiamo tutti il diritto di vivere”.
Poi c’è la crescita di Antoinette che da altezzosa e indisponente cittadina imparerà ad amare questa strana famiglia. Un film che si potrebbe definire ingenuo ma molto genuino.

BACK TO THE PAST: 1966 PT.1

Aria di cambiamenti (Wind of changes?), cari amici.
Le cose da proporre sono veramente tante e la seconda metà degli anni '60 è un fermento continuo per quel che riguarda la musica. Oltre al Pop e alla musica di chiara derivazione Blues (come il Rock Blues o il Rythm and Blues) si affacciano alla ribalta nuovi generi musicali. Continuano il fenomeno Beat e la British Invasion (ondata di gruppi inglesi arrivati al successo anche oltreoceano come The Beatles, Manfred Mann, The Hollies, The Kinks, The Rolling Stones, The Who, The Yarbirds, The Zombies, etc...), si sentono ancora echi di Surf Rock ma si comincia anche a parlare di Rock Psichedelico e della sua controparte West Coast, l'Acid Rock. Il Blues Rock si andrà a trasformare in Hard Rock e in seguito in Heavy Metal. Alle porte anche la corrente del Progressive Rock. Carne al fuoco ve ne è tanta e così ho deciso di spezzare ogni annata in più parti. Si procederà più lentamente ma ci godremo qualche video in più.

Seguiamo la corrente Pop/Beat e vediamo cosa ci propone questo 1966.

Ancora Surf music con i capostipiti Beach Boys. "Barbara Ann".



I video a colori cominciano a essere decisamente più frequenti. Il pezzo è celebre, sfruttato anche come colonna sonora per i cartoni dell'orco scorreggione. Monkees - "I'm a believer".



Altro pezzo davvero divertente classe 1966 è questo "Bus stop" dei The Hollies.



Ancora una volta i The Kinks con un pezzo un po' più soft di "You really got me" per il quale si cominciava a parlare di Hard Rock. Il titolo del brano è "Sunny afternoon".



Chiudiamo con un pezzo leggermente diverso. Se vi sembra di averlo già sentito andate a riguardarvi la scena iniziale del terzo film del tostissimo Tenente McClane.



Alla prossima ancora con il 1966.

sabato 7 agosto 2010

IL LIVELLO DEL MARE

Ieri ho visto l’angosciante “Changeling” (vedi Post sotto). Oggi ho passato la mattinata a fare le pulizie e a pensare alla mia bimba che in questi giorni non è qui con me ma in vacanza a godersi il fresco (quasi freddo direi…).
Mi chiedevo cosa stesse facendo mentre io ero lì a togliere macchie dal pavimento. Poi l’ho mentalmente vista correre ai giardini o a bisticciare per i giocattoli con i cuginetti.
Insomma loro, i bambini intendo, se hanno la fortuna di crescere in ambienti sani, non hanno grossi problemi, mangiano, bevono, giocano. Anche la scuola materna è un divertimento tutto sommato.
Sono liberi.
Libertà che perderanno sempre più crescendo ingabbiati da pallosissimi doveri. Sveglia al mattino, lavoro, con i tempi che corrono ritmi sempre più serrati, incazzature, non sei più libero di scegliere, non è che puoi mollare, spesso non puoi neanche permetterti di stare male.
Per citare (liberamente) il grande Zio Robbo, a volerlo non potresti neanche suicidarti in santa pace perché dovresti prima trovare qualcuno che copra il tuo turno.
Vacanze tutti insieme, forse una settimana l’anno. Liberi? Non so… credo di no.
Mentre aspiravo il pavimento con il mio nuovo aspirapolvere (che odio in verità, quello vecchio ormai defunto mi manca molto), mi è venuta in mente un’immagine forse poetica. Dico forse perché in realtà io sono molto ma molto più bestia che poeta, non è che me ne intenda di poesia. La poesia non mi è mai piaciuta. Ed eccola.
I bambini sono liberi perché piccoli, innocenti, protetti.
Forse sono liberi perché sono più vicini al livello del mare.

PS: la bestia è tornata, ora spedirò una bella “poesia” al caro Zio Robbo.

CHANGELING

(di Clint Eastwood, 2008)

Los Angeles 1928. L’immagine in bianco e nero vira lentamente verso il colore, gli occhi si riempiono della splendida ricostruzione d’epoca di una via dei sobborghi della città degli angeli.

La camera di Eastwood ne cattura l’essenza, le auto d’epoca, le case ben curate, l’attenzione per quel portico che a distanza di anni potrebbe trasformarsi in quello di Walt Kowalski. L’occhio di quello che è uno degli ultimi grandi registi classici, ci accompagna verso il centro della città. Segue la sua attrice, una qui veramente splendida Angelina Jolie, ci consente di meravigliarci per i bellissimi costumi e per le scenografie, ci proietta indietro nel tempo.

Christine Collins (Angelina Jolie) è una donna con un buon lavoro, un bambino che ama moltissimo e un (ex) marito che si è dato alla fuga appena saputo della futura paternità. Christine è anche un’ottima madre. Un giorno, dopo aver promesso al figlio di portarlo al cinema, è costretta da un imprevisto a tornare a lavoro lasciando suo figlio solo in casa. Quando torna a casa non trova più il bambino. Da qui inizierà una discesa all'inferno costellata di dolore e di ingiustizia.

La prima richiesta d’aiuto fatta alla polizia viene liquidata bruscamente, che i ragazzini scappino di casa è cosa nota, il bambino tornerà di certo entro il mattino seguente. Ma il bambino non torna, nessuno l’ha visto. Il giorno seguente il dipartimento di polizia di Los Angeles inizia le ricerche. Caso vuole che proprio il LAPD sia il corpo di polizia più corrotto, brutale e violento dell’intero paese. Ne sa qualcosa il reverendo Briegleb (John Malkovich) che ne denuncia quotidianamente i soprusi e le ingiustizie dalla sua radio. La popolarità del dipartimento presso l’opinione pubblica è in forte calo e, cinque mesi dopo l’inizio delle ricerche, il ritrovamento del giovane Collins può almeno in parte riscattarne la reputazione. La polizia organizza il ricongiungimento davanti ai giornalisti tra questa madre addolorata e il suo bambino. Peccato che il bambino ritrovato non sia il figlio di Christine.


Il dipartimento non vuole riconoscere l’errore e imputa a Christine uno stato mentale confuso a causa del dolore degli ultimi mesi. Convince la donna a portarsi a casa quel bambino, cinque mesi sono lunghi, il bambino sarà cambiato. Ma Christine è una donna forte, rivuole suo figlio e insiste con la polizia perché si effettuino altre ricerche. La polizia perde tempo, il bambino mente e lei non demorde e trova dei testimoni che confermino lo scambio di persona. La polizia ha i suoi esperti. Quando Christine si rivolge ai giornali il dipartimento la fa passare per pazza e la interna in un manicomio dove troverà ingiustizie e la solidarietà di altre donne come lei vittime della polizia. L’unico a continuare a lottare per Christine sarà il reverendo Briegleb.

Eastwood e la Jolie, artefici di una prestazione sublime, riescono a trasmettere tutto il dolore di quella madre, il peso delle ingiustizie, delle umiliazioni, il senso d’impotenza di una donna di fronte ai poteri forti e la loro odiosa prepotenza. Si soffre e tanto, per chi come me è anche genitore la storia raccontata (che è basata purtroppo su una vicenda realmente accaduta) diventa quasi insopportabile. Basta poco, l’inquadratura di una camera vuota, le mani della Jolie che accarezzano un letto ormai sempre in ordine, l’indifferenza dei “servi” della polizia come il primario del manicomio verso il dolore della donna. Una storia altrettanto terribile scorre parallela a quella di Christine e porterà lo spettatore verso l’inevitabile conclusione.

Sono pochi li spiragli di luce in questo Changeling, le soglie di sofferenza superano anche quelle di film come Million dollar baby o Mystic River. La Jolie (nominata all'Oscar) oltre che bella, in questo film più del solito, si rivela anche molto brava. Clint Eastwood, che Dio ce lo conservi ancora a lungo, è il miglior regista vivente. Coinvolti nella produzione del film anche Ron Howard e lo sceneggiatore J. M. Straczynski autore di serie tv di culto (Babylon Five) e scrittore di ottimi fumetti (Rising stars, Supreme Power, Spider-Man e Thor). Se siete genitori troppo sensibili all'argomento non guardate questo film perché vi distruggerà. D’altro canto è sempre bene rendersi conto delle schifezze delle quali la nostra razza è capace.
Eastwood non sbaglia un film e a ottanta anni suonati per nostra fortuna non ha intenzione di smettere.

giovedì 5 agosto 2010

MARVEL COLLECTION

Questo articolo è stato scritto per il sito fumettidicarta

Giugno è stato senza dubbio il mese di Capitan America. Dopo il lancio del nuovo mensile dedicato al Capitano, un nuovo esordio targato Panini Comics lo vede assoluto protagonista.
A sostituire la compianta Spider-Man Collection, arriva nelle italiche edicole Marvel Collection, collana di ristampe di materiale classico dedicata ai principali protagonisti della casa delle idee che si avvicenderanno sulle pagine della testata. Si comincia proprio con le storie di Steve Rogers tratte dalla statunitense Tales of Suspense, la quale ospitava anche le avventure di Iron Man (che qui non sono pubblicate).
L’albo presenta una veste veramente “nostalgica”. La grafica richiama albi d’altri tempi così come l’editoriale nel quale si esordisce con un’inusuale per gli albi moderni “Caro lettore virgola e a capo”.
Segue un’introduzione alle storie scritta proprio dal sorridente Stan Lee, autore di quasi tutti i numeri di Tales of Suspense contenuti in questo numero.
Sui risvolti della copertina sono stampate le miniature di quattro dei numeri contenuti all’interno dell’albo pronti per essere ritagliati e collezionati. Nello specifico si tratta delle copertine di Tales of Suspense 80, 84, 86 e 88. Davvero una bella confezione, unico difetto la copertina rigida che risulta essere circa mezzo centimetro più corta delle pagine interne.
Veniamo ora ai contenuti. Le storie, datate 1966/67, risultano molto ingenue, figlie di quello che veniva prodotto per la corrente mainstream in quegli anni. La prima cosa che mi è venuta spontanea fare è paragonare queste storie a quelle dello stesso periodo pubblicate su Spider-Man Collection.
Le differenze sono molte. Le storie del Ragno dell’epoca presentavano trame con una tensione drammatica decisamente superiore, ad esempio gli scontri con Goblin e i problemi legati all’identità segreta, i problemi di salute di zia May, l’invito a far parte dei Vendicatori etc… Il cast di comprimari era nutrito e ben delineato: MJ, Flash, Gwen, Betty, Harry, J.J. Jameson e tanti altri. La vita di Peter era importante quanto e più di quella del Ragno.
Nelle storie del capitano presentate su queste pagine queste caratteristiche sono pressochè assenti.
Steve Rogers in abiti civili compare in pochissime tavole che nulla ci raccontano del personaggio, Steve è sempre assente, c’è solo il Capitano (non è un inno da stadio, tranquilli).
Stessa cosa per i comprimari. Jarvis, il maggiordomo dei Vendicatori e lo stesso gruppo di eroi sono protagonisti di fugaci apparizioni, per il resto c’è solo il Capitano (e non sto parlando di Del Piero o di Totti).
Insomma, storie decisamente più ingenue di quelle del Ragno anche nello sviluppo delle trame.
Un esempio: sono convinto che con un arma come il Cubo Cosmico anche Winnie the Pooh avrebbe sconfitto Cap. Invece il Teschio Rosso sul più bello blatera e blatera, vabbè situazione archetipica, clichè, quello che vi pare ma il nazista, cattivo quanto vuoi, un po’ la figura dell’imbecille la fa.
Abbiamo comunque la possibilità di imbatterci in alcuni dei classici nemici di Cap come il già citato Teschio Rosso, Batroc il Saltatore, lo Spadaccino e avversari quali l’Adattoide e la sua evoluzione in Super-Adattoide, organizzazioni criminali come l’A.I.M. e l’Hydra e il classico S.H.I.E.L.D.
Da tenere in conto che, condividendo la testata con Iron Man, le pagine a disposizione per sviluppare le trame erano la metà rispetto a quelle sulle quali poteva contare l’arrampicamuri.
Altro paio di maniche per quel che riguarda le matite. Pur non essendo Jack Kirby il mio disegnatore preferito per quel che riguarda quel periodo (ho sempre apprezzato di più Romita, Ditko e anche alcune cose fatte da Gil Kane su Amazing Spider-Man) come si fa a non apprezzare quell’estetica, quell’energia, quella potenza? Non a caso per alcune di queste immagini si parla di Pop-Art. Le pose plastiche, i balzi, i lanci dello scudo, le tavole con quelle ingombranti piacevolissime scritte onomatopeiche. Pura gioia per gli occhi.
Pur non avendo trovato queste storie particolarmente divertenti o avvincenti, l’albo ha comunque quel retrogusto che alla lunga lascia soddisfatti.

Marvel Collection 1 – Capitan America. Panini Comics, 144 pp., 6,00 euro.

mercoledì 4 agosto 2010

THE HURT LOCKER

(di Kathryn Bigelow, 2008)

Questo è il film che ha sbaragliato la concorrenza del celebratissimo campione d’incassi Avatar alla notte degli Oscar 2010. Sei le statuette portate a casa dalla pellicola della Bigelow: film, regia, sceneggiatura originale, sonoro, montaggio sonoro, montaggio.

The hurt locker è un film terribile per quello che ci mostra, per come ce lo mostra, per quello che sta dietro a ciò che ci mostra, perché quello che ci mostra purtroppo accade davvero (gli ultimi fatti di cronaca sono lì a dimostrarlo).

Il film non si sviluppa seguendo una vera e propria trama; le immagini ci mostrano il lavoro quotidiano di una squadra di artificieri dell’esercito americano in servizio in Iraq. Dopo la morte del loro caposquadra, ai soldati Sanborn (Anthony Mackie) e Eldridge (Brian Geraghty) viene affiancato il sergente James (Jeremy Renner), artificiere esperto e nuovo comandante della squadra.

Il sergente James è un soldato sprezzante del pericolo, non ha timore di andarsi a cacciare in situazioni delicate senza tener troppo in conto l’incolumità della sua squadra. I soldati Sunborn e Eldridge patiscono la situazione e vorrebbero arrivare vivi alla fine del loro turno di servizio.

La Bigelow non cerca di colpire lo spettatore con esplosioni o quant'altro ci si possa aspettare da un film con tematiche come queste, lavora molto sulla psicologia dei personaggi e ricrea sapientemente momenti di grande tensione.

Il caposquadra James si prende ogni giorno i suoi rischi, sa che ogni volta che esce in missione potrebbe essere l’ultima, semplicemente non ci pensa. Il soldato Eldridge invece ci pensa e anche parecchio, la sua ossessione è quella di trasformarsi in un cadavere al bordo di una strada. Sunborn è il più equilibrato dei tre e giustamente comincia a odiare quello che sta facendo.


È difficile pensare che ci siano ragazzi, anche giovanissimi, disposti a vivere esperienze come queste. Qualsiasi spostamento diventa un pericolo, ogni persona è una potenziale minaccia, ogni auto parcheggiata, ogni uomo con un giubbotto, ogni tetto, ogni finestra, ogni vicolo, ogni porta. Quello a cui maggiormente il film fa pensare è come si possa vivere, anche solo per pochi mesi, in una situazione del genere. Come possono gli abitanti di zone di guerra vivere intere vite (spesso brevi) in situazioni del genere. Come è possibile tornare a casa psicologicamente intatti dopo aver vissuto esperienze come queste?

Per alcuni soldati come il sergente James tutto perde di significato, una moglie (Evangeline Lilly), un figlio non riescono più a riempire una vita “drogata” dall'adrenalina del conflitto.
Come dicevo, un film terribile ottimamente realizzato. Un altro film americano racconta i risvolti del “ritorno a casa” dei soldati dall'Iraq partendo proprio dalla scomparsa di uno di questi. Nella valle di Elah di Paul Haggis con Tommy Lee Jones. Ve lo consiglio.

martedì 3 agosto 2010

BACK TO THE PAST: 1965

Devo ammettere che la stesura di questi Post targati "Back to the past" mi costa sempre più fatica. I pezzi validi che sono stati prodotti, anno dopo anno, aumentano sempre più. Anche i video a disposizione presenti sulla rete sono più numerosi. Il lavoro di ricerca diventa più lungo. Se la mia testa funziona ancora bene la previsione è che tra un post e l'altro di questa "serie", se vogliamo chiamarla così, i tempi si allungheranno. Vedremo...

Come dicevo molti sono i pezzi da proporre, dura la scelta. Andare sui classici noti a tutti? Sui pezzi più curiosi? Un po' l'uno un po' l'altro?

Partiamo da qui. Pezzo celebre, gruppo un po' meno... i Them con "Baby please don't go".



Importanti uscite caratterizzano quest'annata per quelle che saranno due tra le più popolari Rock band degli anni a venire. Parliamo di leggende del calibro di Who e Rolling Stones. Evito di postare cose arcinote come "Satisfaction" per quel che riguarda Jagger e soci ripiegando su una meno nota "Get off of my cloud". Non riesco a resistere a questa "My generation" degli Who.





Tralascio pezzi notissimi dei quali, scusate la volgarità, ne abbiamo piene le palle come "Gimme some lovin'" di Spencer Davis Group e "Don't let me be misunderstood" degli Animals.

Andiamo sull'autoriale con la classica "Sound of silence" di Simon e Garfunkel.



Senza dimenticare i Beatles, Yardbirds, Bob Dylan, James Brown e numerose altre uscite, chiudiamo in maniera spensierata con "California Girls" dei Beach Boys, rifatta in seguito da quel fessacchiotto di David Lee Roth.



lunedì 2 agosto 2010

SUPERNATURAL: WENDIGO

Per una completa comprensione della vicenda leggere i precedenti post su “Supernatural”. La VERA storia.

Lasciatisi Jerico alle spalle, i fratelli Bardem si mettono di nuovo sulle tracce del padre. Usando il diario ottenuto dallo sceriffo, Dean Dave fa il giro delle migliori prostitute della zona e Sam, il più giudizioso dei due, si accontenta di provare le pizzerie a domicilio.
Dopo aver deciso che vale la pena visitare Jerico più per le donne che non per la pizza, i due si dirigono verso il Colorado. Infatti oltre alle utilissime informazioni lasciate da quel fesso del padre sul suo diario riguardanti cibo e donne, Dean e Sam trovano anche degli scarabocchi che potrebbero essere interpretati come coordinate geografiche. Coordinate che portano i Bardem sulle montagne del Colorado. E non stiamo parlando di Aspen ma di foreste fitte fitte che quando cala la notte te la fai sotto. Sicuramente Bardem sarà andato più volte a lavare i panni al fiume, ma tant’è. Prima di inoltrarsi nella foresta i due vengono a conoscenza di un’antica leggenda locale. Questa racconta di come le foreste circostanti siano abitate da un Wendigo (che nulla ha a che vedere con i Mandingo come afferma qualcuno, tra i quali lo stesso Bardem), creatura mitica che si nutre di cuori umani.
Nell’avvicinarsi alla foresta Dean e Sam trovano in terra quelli che sembrano resti umani. Seguendo la macabra scia giungono sul limitare di una proprietà privata al centro della quale si erge una catapecchia.
I due, sospettando che quell’imbecille del padre potesse essere rinchiuso lì dentro, si introducono nella proprietà solo per trovarsi di fronte al proprietario, un vecchietto sdentato con indosso solo una salopette unta e un Winchester in braccio.
Sam e Dean sono convinti che il vecchio abbia rapito il padre. Il vecchio è convinto che i due fanciulli siano i colpevoli delle numerose e strane morti violente che hanno afflitto le sue galline nell’ultimo periodo. I vecchi si sa non hanno pazienza (provate a fare la coda in panetteria, c’è sempre un vecchio che vuole passarvi davanti. Andate a fare gli esami del sangue alle 04.00 di notte. Troverete folle di vecchi che, pur non avendo un cazzo da fare, sono lì in coda dalle 02.00).
Così il vecchio spara, una, due, tre, quattro volte. I fratelli Bardem scappano ma Dean viene ferito alla chiappa sinistra e Sam a quella destra.
Solo ora i due capiscono che i resti trovati erano interiora di gallina e non resti umani e che il loro comportamento è stato molto sconsiderato (la mela non cade mai lontano dall’albero, tale padre tale figlio, padre beone figlio coglione e cose così…). Per ricordarsi per sempre di questo insegnamento ed evitare di fare cazzate in futuro i due decidono di cambiare il loro cognome in Winchester, proprio come l’arma che ha segnato i loro posteriori. Un promemoria eterno, altro che nodo al fazzoletto.
I fratelli ora Winchester finalmente si recano nel cuore delle foreste del Colorado e qui incontrano Hailey e i suoi amici. La ragazza sta cercando il fratello scomparso qualche giorno prima. Sam e Dean pensano subito al peggio. Sam, il più giudizioso tra i due, cerca qualcosa di utile tra la marea di cazzate scritte sul diario dal padre, Dean cerca di consolare Hailey.
Sam trova qualcosa sul diario, un unico indizio: la luna piena. No, scusate l’attimo di confusione, questa è un’altra storia.
Sam trova qualcosa sul diario, un unico indizio: sembra che il Wendigo sia allergico al fuoco. Mentre Dean, seguendo vecchi insegnamenti di Bardem, perde tempo ad accendere il fuoco con i legnetti gli amici di Hailey vengono uccisi dal Wendigo.
Sam, che è il più giudizioso dei due, accende delle torce con il suo zippo e le distribuisce agli altri. Proprio grazie a queste il gruppo avrà la meglio sul Wendigo. Dopo essersi introdotti nella tana del mostro i due riescono a salvare il fratello di Hailey ancora vivo. Nessuna traccia di Bardem invece.
Il detto "sei quello che mangi" vale anche per i Wendigo e l’essere, trovatosi davanti il pasto indigesto ha preferito lasciar correre e lasciarlo correre. Quel piscialetto di Bardem non se l’è fatto dire due volte.

domenica 1 agosto 2010

PEE WEE’S BIG ADVENTURE

(di Tim Burton, 1985)

Se questo Pee Wee’s big adventure, pur essendo diretto da un noto regista come Tim Burton, non è così popolare ci sarà pure un motivo. Il personaggio di Pee Wee è stato un fenomeno di culto nell'America degli anni ’80, titolare anche di una trasmissione televisiva, mai affermatosi in Italia.

Pee Wee (Paul Reubens)è un adulto rimasto bambino, vive in una casa strampalata piena di giocattoli e di quei marchingegni che sembrano trappole mortali ma che in realtà sono apparecchi per preparare la colazione e fare cose simili. Nel cuore di Pee Wee la sua bicicletta ha un posto d’onore. È una bella e ben strana bicicletta e qualcuno decide di rubargliela. Forse il suo “amico” Francis (Mark Holton) che l’ha sempre desiderata? Pee Wee, realizzato che la polizia ha di meglio da fare che cercare la sua bici, inizia una frenetica ricerca che lo porterà a incontrare sensitive, camionisti fantasma, bande di motociclisti, dolci cameriere che sognano di andare a Parigi e divi di Hollywood.

Sembra interessante vero? Bene, non lo è. Nemmeno un po’.

Non sono un grande fan di Tim Burton anche se devo ammettere che ottimi film ne ha realizzati. Non vado pazzo né per le sue trame, né per le sue scelte stilistiche. Mi sono avvicinato a questo suo poco noto film con una certa curiosità.

Si intravedono già le sue idee, soprattutto nelle scenografie e nelle situazioni surreali, che caratterizzeranno il suo cinema a venire. Dicevamo delle situazioni surreali. Il film ne è pieno dall'inizio alla fine, l’accumulo di queste una dopo l'altra ne fa perdere l’efficacia. Non si può dire che il film faccia ridere (forse io ho un senso dell’umorismo un pochino differente), il personaggio è sinceramente irritante, non riesce mai simpatico e della sua bicicletta a me non fregava proprio nulla.

Tim Burton azzecca le scelte visive che, seppur non ancora estreme come in futuro, fanno trasparire il talento visionario del regista.

Non saprei come definire questo Pee Wee’s big adventure. Forse un’ora e mezza sprecata.


AMERICAN GANGSTER

(di Ridley Scott, 2007)

Se in Sei pezzi da Mille il traffico d’eroina proveniente dal Vietnam era uno degli elementi del grande quadro d’insieme, in questo film di Ridley Scott diventa il vero motore della vicenda.
Harlem, New York. Il vecchio boss del quartiere Bumpy Johnson (Clarence Williams III) muore lasciando un vuoto di potere. Per tutti è l’occasione per emergere, l’unico al quale importa della morte di Bumpy è Frank Lucas (Denzel Washington), il suo uomo più fidato che dal suo ex-capo aveva imparato bene come muoversi nel suo mondo. L’idea di Lucas è semplice quanto redditizia. Per diventare leader nel traffico di stupefacenti elimina gli intermediari e, grazie a conoscenze nell'esercito di stanza in Vietnam, va a prendersi l’eroina direttamente alla fonte. Quando la immette nelle strade di Harlem la sua roba è la migliore, la più pura e la più economica. Le da il nome di Blue Magic e i suoi diretti concorrenti non riescono più a stare al passo. L’attività di Frank diventa un impero, la sua famiglia si trasferisce dal North Carolina per dargli una mano, i morti per le strade aumentano.
Non è tutto facile, bisogna tenere sotto controllo i vecchi avversari, tenere a distanza poliziotti corrotti troppo esuberanti, disciplinare i propri fratelli e convincerli a tenere un profilo basso e poi c’è un tale di nome Ritchie Roberts (Russell Crowe).


Ritchie Roberts è un poliziotto onesto, e in quegli anni a New York (siamo tra la fine dei ’60 e i primi ’70) sono in molti i poliziotti a non esserlo. Ritchie e il suo compagno di squadra nella polizia trovano un auto piena di soldi al termine di uno dei loro lavori di sorveglianza. È denaro che alimenta la corruzione nella polizia. Ritchie lo consegna tutto, sollevando un gran polverone e attirando su di se il disprezzo dei suoi stessi compagni corrotti. Il suo capo sa però che Ritchie è un poliziotto onesto. Quando il problema della droga diventa troppo ingombrante per la città viene istituita una squadra speciale al capo della quale viene messo proprio Ritchie che avrà la facoltà di scegliersi personalmente gli uomini che dovranno lavorare con lui. Le indagini avanzano, arrivano a dei punti morti, ricominciano. I suoi uomini sono per le strade, cercano di collegare la Blue Magic a qualcuno. Un incontro fortuito li porterà a conoscere Frank Lucas.


I due attori sono una garanzia e anche in questo American Gangster offrono entrambi un’ottima prova. La fotografia delle strade di Harlem, del Jersey, di New York ha fascino da vendere (ammetto di essere un po’ fissato con quei luoghi e con quegli anni) e anche i vari personaggi di contorno sono ben delineati. L’ingombrante sbirro corrotto Trupo è interpretato da Josh Brolin e l’anziana attrice che interpreta la madre di Frank (Ruby Dee, classe 1924) è stata anche candidata all'oscar come miglior attrice non protagonista.
Il film è tratto da una storia vera, un fatto di cronaca giudiziaria del quale sto per raccontarvi la conclusione. Se non avete già visto il film non andate oltre.
La squadra di Ritchie riesce a incastrare un autista di uno dei fratelli di Lucas grazie al quale si riuscirà a dipanare il bandolo della matassa. Ritchie scopre che la droga entra negli Stati Uniti tramite voli militari nascosta nelle bare dei soldati uccisi in Vietnam. La squadra segue le bare e arriva al covo dei trafficanti che lavorano per Lucas. Partono incriminazioni e arresti e si arriverà all'arresto di Lucas stesso che Ritchie Roberts organizzerà in maniera spettacolare. Nel frattempo Ritchie ha ottenuto l’abilitazione per esercitare la professione di avvocato. Nei successivi incontri tra Lucas e Roberts i due imparano a conoscersi e giungono a un accordo. A Roberts interessa sgominare la corruzione all'interno della polizia e con l’aiuto di Lucas riuscirà a farlo. Proprio Roberts accetterà di difendere Lucas in tribunale e la sua condanna passerà da 70 a 15 anni di reclusione. Frank Lucas è uscito di galera agli inizi degli anni ’90.

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