sabato 7 gennaio 2012

SONETAULA

(di Salvatore Mereu, 2008)

Sonetàula in lingua sarda è il rumore che fanno i fuscelli di legno, fuscelli che richiamano alla mente le ossa dei ragazzini, degli adolescenti di tredici anni come Zuanne, il protagonista assoluto della pellicola interpretato dall'attore non professionista Francesco Falchetto.

A tredici anni in Sardegna, epoca fascista e una vita da pastore davanti, Zuanne si vede portare via la sua figura di riferimento, suo padre Egidio mandato al confino per un crimine probabilmente mai commesso.

Cresce con la compagnia del nonno e dello zio Giobbatta, anch'essi pastori con ambigui contatti che affondano in un mondo misterioso ma di intuibile caratura.

La rabbia e lo scoramento per l'ingiusta perdita del padre non tarderanno a lasciare segni nel destino che pare quasi scritto di Zuanne. Un pretesto, una situazione poco gradita risveglieranno la rabbia repressa del ragazzo portandolo verso una vita da brigante nella quale l'unica luce è rappresentata dall'amore giovanile per Maddalena.

Il film di Mereu racconta la vita del protagonista lungo l'arco di una quindicina d'anni. Zuanne cresce, matura e cambia vita, una vita nella quale le scelte possibili non sono poi molte.

La scelta di Mereu di girare l'intera pellicola in lingua sarda (d'obbligo quindi i sottotitoli), unita alla durata del film che supera abbondantemente le due ore e ai ritmi volutamente lenti, richiede da parte dello spettatore un surplus d'attenzione. Il regista non cede infatti ad appeal commerciali rendendo forse un pochino ostica la visione e quindi poco abbordabile per lo spettatore meno volenteroso ma allo stesso tempo riesce a ottenere un passo cinematografico lontano dallo spauracchio fiction nel quale operazioni di questo genere rischiano di cadere.

Il tipo di immagini scelte, nonostante a tratti sembrino addirittura troppo moderne per la storia e l'epoca narrate, garantiscono alla stessa la giusta dose di realtà di cui aveva bisogno.

Una storia che comunque manca un po' di coinvolgimento emotivo, apprezzabile dal punto di vista estetico così come rimangono apprezzabili l'idea e il coraggio del regista. Operazione molto meno riuscita per quel che riguarda l'empatia dello spettatore con i personaggi e con la vicenda narrata.

In un'altra pellicola con caratteristiche simili (girata in lingua occitana) Giorgio Diritti aveva colto nel segno in maniera più decisa realizzando l'ottimo Il vento fa il suo giro.

Ho trovato la visione del film indubbiamente interessante, riconosco che per chi non ha particolare curiosità verso modelli di cinema di questo tipo l'esperienza potrebbe sfociare addirittura nella noia. Per loro consiglio di ripiegare sul film di Diritti di cui sopra, decisamente meglio riuscito e più appagante e coinvolgente.

4 commenti:

  1. Ho subito pensato a Diritti, appena ho iniziato a leggere la recensione.E infatti, lo hai citato.Mi interessa molto.Andrò a cercare il dvd.

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  2. Eh si, il parallelo viene facile. Io ho preferito Il vento fa il suo giro, forse anche un po' per campanilismo. Interessante comunque anche la prova di Mereu.

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  3. Il vento fa il suo giro mi è piaciuto molto. E' un film vero. Mi ha fatto ripensare ad alcune persone che hanno vissuto nella borgata dove abito. Mi ha fatto ripensare a Luigina, una vecchietta che pascolava le capre, e a Bruno, un ragazzo che si è suicidato. Dovrei scrivere un libro e intitolarlo: I segreti dei Picchi (Picchi è il nome della mia borgata, Peaks come Twin Peaks).

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