martedì 25 settembre 2012

PADDY CLARKE AH AH AH!

(Di Roddy Doyle, 1993)

Paddy Clarke è uno di quei libri che ti fa sorridere fin dal principio, che ti coinvolge lentamente per poi farti accorgere a lettura terminata di averti regalato anche delle emozioni.

Siamo a Barrytown, città nella quale l'autore irlandese ha ambientato diversi suoi romanzi, Patrick Clarke detto Paddy è un bambino di dieci anni con una vita normale: la scuola, degli amici con cui giocare, un fratellino più piccolo con cui litigare, una mamma e un papà che gli vogliono bene.

Il libro, più che la storia del protagonista, ci presenta una serie di brevi episodi legati alla sua infanzia, ce ne descrive i gusti, le passioni come quelle per il calcio e per gli indiani d'america, il rapporto con i genitori e con gli amici nonché quello con il vicinato vittima delle sue marachelle giovanili. Il punto di forza del libro è lo stile di scrittura adottato da Doyle che ricrea in maniera credibile linguaggio e pensieri di un bambino di dieci anni che racconta le sue esperienze con una narrazione intrisa di umorismo e di tenerezza. Immersi in questo canone narrativo verremo coinvolti nelle scorrerie all'interno dei cantieri di una cittadina in forte cambiamento, nelle partite a calcio giocate per la strada (durante le quali tutti vorrebbero essere George Best), nelle disavventure scolastiche e nelle zuffe tra amici. Si sorride di fronte a molti di questi episodi, parecchi dei quali hanno il potere in qualche modo di riportarci ai tempi della nostra infanzia. Esperienze universali.

Il tono del racconto rimane leggero per la quasi interezza del libro, a tratti appassiona in altri momenti si lascia semplicemente leggere. L'impressione è quella di una piacevolezza alla quale manca quel qualcosa per fare il salto di qualità. Forse manca proprio quella sofferenza che rende titoli anche simili decisamente più coinvolgenti emotivamente.

Per rimanere in Irlanda e su storie con dei ragazzini come protagonisti potrei citare Le ceneri di Angela di Frank McCourt, libro di tutt'altro spessore emotivo.

Poi sul finale del libro si muove qualcosa, un qualcosa che mi ha fatto rivalutare l'intera lettura. Inizia piano, quasi con dei sussurri, come un gridare a voce bassa, per non farsi sentire. Come i litigi tra mamma e papà. Basta poco per scatenare emozioni, riflessioni profonde e a far risaltare responsabilità importanti, soprattutto quando sei un genitore.

Perché i bambini vanno sempre protetti, dalle nostre stanchezze, dalle nostre frustrazioni e dai nostri momenti no. Purtroppo sempre più spesso questo i grandi lo dimenticano.

Roddy Doyle

4 commenti:

  1. Dev'essere difficile immedesimarsi in un bambino, fino ad usare il suo linguaggio e i suoi schemi di pensiero.
    O magari, per alcuni non lo è per niente, perché un bambino continua a vivere in loro tutti i giorni.
    Grazie della segnalazione.

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    1. In effetti non dev'essere facile, soprattutto tirare fuori dalla memoria ricordi e schemi di pensiero del nostro io più giovane non deve essere uno scherzo.

      Su questo pieno merito a Doyle che lo fa in maniera davvero credibile.

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  2. Questo libro me lo segno, giusto per tornare un po' bambina, e ai giochi in strada (ma niente nientissimo calcio). Ho letto alcuni libri in cui l'autore usa il punto di vista dell'infanzia, alcuni sono noiosi o artefatti (tentativo fallito), qualche altro invece mi ha colpito per la credibilità che tu hai trovato anche in Paddy.

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    1. L'infanzia ha sempre un grande fascino soprattutto perché scatena inevitabilmente affinità tra alcune situazioni narrate e i propri ricordi di bambino.

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