giovedì 30 maggio 2013

BRADI PIT 64

Tempo di crisi. E' ora che qualcuno prenda provvedimenti. Contro la globalizzazione, contro il capitalismo deregolamentato, contro lo sfruttamento indiscriminato delle risorse. Se siete sensibili a questi temi abbiamo l'uomo che fà per voi.

Sono ancora disponibili diverse copie del primo libro di Bradi Pit (il secondo in uscita a breve). Viene via a 10 euro comprese le spese di spedizione. Se siete interessati potete chiedere a Giuseppe contattandolo qui: scapigliati@aruba.it


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martedì 28 maggio 2013

UCCIDERO' WILLIE KID

(Tell them Willie Boy is here di Abraham Polonsky, 1969)

C'è il tardo western, la fine del mito, il cinema d'impegno Hollywoodiano e un reduce dalla caccia alle streghe del maledetto senatore McCarthy. Ci sono Robert Redford, Robert Blake e Katharine Ross. Il reduce dalla caccia alle streghe è il regista della pellicola, Abraham Polonsky, illuminante una sua dichiarazione riguardo questo film: "Non è un film sugli indiani: è un film su di me".

E' un film su un perseguitato, proprio come lo fu il regista nel periodo del maccartismo quando vide stroncata la sua carriera a inizio degli anni cinquanta per aver rifiutato di denunciare amici e colleghi in aria di comunismo. E' solo nel 1969 con questo Tell them Willie boy is here, dopo qualche sceneggiatura scritta sotto pseudonimo, che Polonsky potè tornare al cinema. Una filmografia che avrebbe potuto essere interessante e nutrita si riduce così a tre soli titoli.

Siamo alla fine del primo decennio del 1900 e nella riserva indiana di Morongo torna Willie Boy (Robert Blake) con l'unico scopo di ritrovare la sua amata Lola (Kate Ross). Willie non è  ben visto dalla famiglia della giovane indiana che lo vorrebbe fuori dai piedi. La vita gli è inoltre resa difficile dai bianchi presenti nella riserva che gli mostrano tutto il loro disprezzo. Durante un momento d'intimità i due giovani vengono colti in fallo dal padre di Lola che viene ucciso da Willie. Alla coppia non resta che fuggire tra le montagne. La direttrice della riserva (Susan Clark) convince lo sceriffo Cooper (Robert Redford), con il quale intrattiene una relazione molto particolare, a impegnarsi per riportare Lola a casa. Inizia una caccia all'uomo durante la quale è proprio lo sceriffo l'unico a mostrare un po' di interesse per la vita dell'indiano.

E' finita l'epica del western, qui ci si concentra sui personaggi e sull'uomo, razza spesso incapace di accettazione, misericordia, benevolenza e amore. E Willie è Polonsky, un perseguitato senza colpa, costretto all'isolamento e alla fuga ma fedele a se stesso fino alla fine, senza compromessi e senza vendere la propria indole. Una caccia lenta, sfiancante, che ti toglie le forze fino alla fine, una fine dalla quale si può scegliere se uscire a testa alta oppure no.

Il cinema di quegli anni era spesso pieno di significati, oltre alla revisione del ruolo degli indiani d'America, veri padroni di quella Terra, troppo spesso vituperati dal precedente cinema Hollywoodyano, quello che colpisce è la metafora della persecuzione maccartista ai danni di un regista che ci avrebbe potuto dare molto di più. Curiosa la scelta di affidare i ruoli degli indiani a due attori che di sangue indiano credo ne abbiano ben poco. Di buon livello le prove di tutto il cast con un Redford che continuo a trovare convincente ogni volta che vedo un film da lui interpretato.

La fotografia di quegli anni, soprattutto quella sugli spazi aperti, ha su di me una presa eccezionale, non posso esimermi per questo e altri motivi dal consigliare la visione di questo film.

domenica 26 maggio 2013

DOCTOR WHO - STAGIONE 7

Prima o poi doveva succedere. Difficile mantenere una serie tv a livelli altissimi per troppo tempo. In cuor mio temevo questo momento ormai da parecchio tempo. L'avevo dato quasi per scontato con la dipartita del decimo Dottore interpretato dal grande David Tennant, invece Smith mi fece ricredere aiutato da una companion di tutto rispetto, quell'Amelia Pond interpretata dalla per me bellissima Karen Gillan.

Questa settima stagione era anche partita bene, già dalla prima puntata viene presentato il personaggio di Oswin Oswald (Jenna Louise Coleman) destinata a sostituire nella seconda parte di stagione i coniugi Pond (la Gillan e Arthur Darvill), un tipino che da subito sembra degno d'interesse e capace di tener testa al buon Dottore (ancora Matt Smith), ci sono i Dalek, ci sono alcune caratteristiche che hanno fatto la fortuna della serie come l'emozionante scena di confronto dei coniugi Pond e cose così.

Purtroppo le aspettative create da queste prime battute vengono tutte puntualmente disattese. Il difetto maggiore che si può riscontrare in questi 13 episodi è che si viene a creare davvero poca empatia con i personaggi. Doctor Who è stata finora una serie in grado di divertire, intrattenere, coinvolgere ma soprattutto emozionare. Proprio quest'ultimo è il punto dolente, manca quasi totalmente l'emozione.

Non che non ci siano buoni episodi, lo scrittore principale, Steven Moffat, è in grado di scrivere ottime storie quasi (e dico quasi) in grado di non far rimpangere Russel T. Davis, purtroppo i suoi episodi rimangono troppo slegati tra di loro e non sono da soli in grado di costruire una trama orizzontale realmente convincente e intrigante. Probabilmente anche il cambio a metà stagione dei comprimari del Dottore non ha giovato all'omogeneità della serie.

Anche le buone potenzialita della Coleman e del mistero che avvolge la sua esistenza non sono state sfruttate a dovere, rimanendo sullo sfondo fino al finale di stagione che chiude l'annata con discrete rivelazioni e nuove speranze per il futuro della serie. Intendiamoci, non è che tutto sia da buttare via, però chi è fan del Doctor Who dal 2005 sa bene cosa si aspetta dalla serie e cosa questa possa offrire. Quelle cose lì, quelle che vorresti vedere, provare, sentire, qui mancano o sono appena accennate e questo è male. Molto male.

In arrivo c'è l'episodio per festeggiare i 50 anni del Dottore, inoltre almeno la scena finale dell'ultima puntata qualcosa promette. Si aspetta fiduciosi con le dita incrociate.

venerdì 24 maggio 2013

LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI

(di Marco Bechis, 2008)

La terra degli uomini rossi è l'ennesimo progetto cinematografico di Marco Bechis che pone sotto i riflettori argomenti che vale la pena conoscere, approfondire e sui quali bisognerebbe riflettere per rendersi davvero conto e realizzare anche solo per pochi momenti la pochezza di gran parte della razza umana e osservare l'altra faccia della medaglia della nostra lucente civiltà (beh, oddio ora proprio lucente...).

Dopo il pugno allo stomaco di Garage Olimpo, unico altro film del regista che sono riuscito a guardare, questa volta Bechis si concentra sulle condizioni di vita degli indios brasiliani del Mato Grosso do Sul dopo l'esproprio e lo sfruttamento delle loro terre da parte dei bianchi.

Se le intenzioni del regista sono sempre da lodare, dal punto di vista meramente cinematografico tra Garage Olimpo e La terra degli uomini rossi c'è quasi un abisso. Tanto era teso e disturbante il primo tanto risulta piatto nella narrazione il secondo, scosso solamente da brevi sussulti disseminati nell'ora e mezza di durata della pellicola.

Gli indios del Mato Grosso vivono ormai all'ombra dei fazenderos, ai giovani oltre alla loro terra è stato rubato il futuro, le loro vite prive di senso spingono molti di loro al suicidio. Una sorta di capo/capofamiglia, Nadio, decide di riprendersi un appezzamento di terreno da occupare insieme al suo piccolo gruppo nel quale c'è anche il giovane Osvaldo destinato a prendere il posto del vecchio sciamano. Questo metterà gli indios in posizione di contrasto con il fazendero proprietario della Terra. Ma non di soli contrasti vive il rapporto tra indios e bianchi, la figlia del proprietario terriero (Maria) e il giovane sciamano sono attratti uno dall'altro mentre il guardiano del terreno (Claudio Santamaria) non sa bene che pesci pigliare.

Oltre alle sacrosante argomentazioni portate alla luce dal film, con tutto quello che ci si può leggere dietro, di sussulti emotivi ce ne sono pochi. Che lo scontro sia in qualche modo destinato ad inasprirsi sembra scontato fin dall'inizio, nessuno dei personaggi è delineato in maniera tale da catturare l'attenzione in modo significativo. Diciamo pure che per apprezzare il film in toto bisogna avere un forte interesse per l'argomento o partire con l'idea di star affrontando la visione con intento quasi documentaristico. Gioca a favore la durata contenuta che rende la visione comunque agevole.

giovedì 23 maggio 2013

BRADI PIT 63

E pur si muove!

Sono ancora disponibili diverse copie del primo libro di Bradi Pit (il secondo in uscita a breve). Viene via a 10 euro comprese le spese di spedizione. Se siete interessati potete chiedere a Giuseppe contattandolo qui: scapigliati@aruba.it


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martedì 21 maggio 2013

SUORE NINJA: ZOMBIE GAY IN VATICANO

Il paese è in spasmodica attesa dell'elezione del nuovo Papa, la televisione in diretta da Piazza San Pietro non aspetta altro che questa benedetta fumata bianca. Nel frattempo, nel Monastero della Madonna Ghermitrice, insieme alle pie donne tre suore pregano. Finalmente il momento arriva, qualcosa fuoriesce dal comignolo e immediatamente, a tradimento, in Piazza San Pietro si scatena il gay pride mentre in studio si scatena l'omofobia dell'onorevole Jovanardi. La manifestazione del popolo gay mette in imbarazzo il concilio dei cardinali, la piazza è fuori controllo, in studio la situazione non è migliore. Ma non è finita. La fumata bianca si rivela insolita e riversa gravi conseguenze sulla piazza, i gay si contorcono e si trasformano in zombie. Le guardie svizzere non riescono a contenerli, un'unica soluzione è ancora praticabile: le suore ninja, Xena, Adalgisa e Gegia.

Nel 2011 Davide La Rosa e Vanessa Cardinali (complimenti ragazzi) portano a Lucca un albo autoprodotto. La Star Comics li nota e dà fiducia ai due ragazzi, arriva così nelle edicole questa nuova miniserie di sei numeri, scelta più che coraggiosa visto gli argomenti e i personaggi chiamati in causa.

Suore Ninja fà ridere, è ben scritto e ben disegnato, osa fare umorismo su argomenti qui in Italia considerati scomodi senza mai cadere nel greve o risultare offensivo, lancia diverse stoccate e inanella una serie di trovate e gag davvero divertenti grazie alle quali lo spasso è assicurato. Ammetto di essermi avvicinato a questo primo albo per pura curiosità e con la forte convinzione di non andare oltre l'acquisto del primo numero in quanto difficilmente le serie umoristiche riescono a catturarmi. Ora ho già acquistato il secondo numero e probabilmente così farò con il resto della miniserie.

La storia di Davide La Rosa è grottesca, il grande pregio è che strappa davvero parecchie risate, diverte, punzecchia e tocca nervi scoperti che creano disturbo ancora in molti. In fondo quando la cosa è fatta con il giusto garbo, come in questo caso, è sacrosanto poter ridere di tutto e tutti (cosa non da tutti purtroppo sempre accettata). Alcune idee, come la scelta del nome del nuovo Papa, sono da applauso.

I disegni di Vanessa Cardinali sono sempre di facile lettura, chiari, tondi, dinamici, piacevoli ed efficaci. Cosa chiedere di più? Perfetti per questo tipo di prodotto.

Cosa aggiungere se non ancora un bravi ragazzi, mi avete divertito davvero parecchio :)

PS: prossimamente Vaticano Lost in Space.

domenica 19 maggio 2013

LA DANZA DEGLI AZTECHI

Anche un colore come il giallo può presentare numerose sfumature. Quando il giallo incontra la narrativa non si può fare a meno di pensare al delitto, quello perfetto almeno nelle intenzioni magari. E via alle sfumature: il delitto seriale, quello passionale, quello classico della stanza chiusa, il delitto multiplo, quello per interesse e via discorrendo.

Ma le sfumature del giallo sono probabilmente ben più di cinquanta e sarebbe impossibile ora elencarle tutte. Concentriamoci su una di queste per il momento, una sfumatura che potrebbe portarci da subito fuori strada, come molti scrittori di gialli tentano spesso di fare con il lettore.

Il delitto dicevamo, la nostra sfumatura invece ci porta altrove e ci presenta un romanzo giallo dove non c'è delitto, non muore nessuno e non ci sono nemmeno sparatorie. Che cosa c'è allora? C'è la grande idea di uno scrittore, Donald E. Westlake, che decide di mischiare a una trama criminosa un alto tasso d'umorismo e lo fa sin dall'inizio degli anni '60, per un numero totale di romanzi molto, molto considerevole. Westlake ha pubblicato fino al momento della sua morte, avvenuta nel 2008, più di un centinaio di romanzi molti dei quali scritti sotto pseudonimo. A firma Richard Stark la celebre serie dedicata al criminale Parker che vide la luce nel 1962 con il primo episodio dal titolo Anonima carogne, serie di libri che si rifanno agli stilemi più classici dell'hard boiled.

Considerato uno dei maestri del giallo umoristico si è distinto anche come sceneggiatore, nominato all'Oscar per Rischiose abitudini, dai suoi romanzi sono stati tratti anche i film Payback e Two Much.

In questo La danza degli Aztechi sono riscontrabili sia l'umorismo di fondo che accompagna tutta la vicenda sia, come succede anche nella serie dedicata a Parker, la predilezione per le vicende dei criminali (se così vogliamo chiamarli) più che per quelle di investigatori/tutori della legge.

Il romanzo si apre con un'incipit a mio avviso delizioso:

A New York, tutti cercano qualcosa. Gli uomini cercano le donne e le donne cercano gli uomini. Giù al bar degli invertiti gli uomini cercano gli uomini, e al "Barbara" e al Movimento di liberazione della donna, le donne cercano le donne. Le mogli degli avvocati, davanti a Lord & Taylor, cercano un tassì, e i mariti delle mogli degli avvocati, in Pine Street, cercano il rotto della cuffia. Le passeggiatrici davanti all'Americana Hotel cercano un gabinetto, e i ragazzini che aprono le portiere dei tassì davanti al terminal di Port Autohrity cercano mance. Così come cercano mance i tassisti, i fattorini, i camerieri e gli agenti della squadra Narcotici. I neolaureati cercano lavoro. Gli uomini che portano la cravatta cercano un lavoro migliore. Gli uomini che portano i giubbotti di pelle cercano invece migliori opportunità. Le donne in tailleur di linea severa cercano opportunità uguali a quelle degli uomini. Gli uomini con la cintura di coccodrillo cercano una roulette alla quale si possa barare. Gli uomini con i polsini lisi cercano dieci dollari fino a mercoledì. Gli imprenditori cercano profitti più alti e una bella villa in New Hyde Park.

E avanti così ancora per un pezzo e poi...

A New York, tutti cercano qualcosa. Edi tanto in tanto, qualcuno la trova.

Jerry Manelli gestisce un'impresa illegale di consegne all'interno dell'aeroporto di New York. Ogni tanto Jerry si fa aiutare nei suoi lavoretti dal cognato Frank e dal di lui fratello Floyd. Aggiungiamoci anche l'altro cognato Mel e il gruppo di sfaccendati è al completo.

Fatto sta che in conseguenza di un traffico internazionale d'arte organizzato da tre sudamericani inetti di un paesello dimenticato da Dio, un oggetto del valore di un milione di dollari finisce all'aeroporto dove operano Jerry e soci. Il guaio è che per una serie di equivoci la statuetta finisce insieme ad altre quindici copie come premio da elargire ai componenti di un'associazione di volontariato. Come recuperare il cimelio? A chi dei sedici componenti sarà finito in mano? Ovviamente Jerry e i suoi non sono i soli in cerca della statua, ci sono gli intermediari, veri criminali (ma non troppo seri), gente che viene a sapere della cosa in maniera fortuita e via discorrendo.

Il racconto è un susseguirsi di avvenimenti e scene comiche, la ricerca della statua assume spesso i toni della farsa, la pletora di personaggi invischiati nella faccenda è quasi infinita: oltre a Jerry Manelli e i suoi tre fidi compari ci sono tutti e sedici i membri dell'associazione (o quasi), almeno tre o quattro personaggi di contorno e comparse varie. La scrittura di Westlake (qui tradotto da Laura Grimaldi) corre che è una meraviglia, ti tiene incollato senza esibire particolari voli pindarici. La semplicità è evidenziata già dai titoli dei capitoli, cose come All'inizio..., Ma..., Sfortunatamente..., Per non parlare di..., etc...

L'impressione è quella di leggere un film, un film che se realizzato io andrei a vedere molto volentieri. Ci sono tante sfumature di giallo, questa semplicemente è quella spassosa.

Donald Westlake

venerdì 17 maggio 2013

ARROW - STAGIONE 1

Si parlava da tempo di un serial tv dedicato al personaggio di Freccia Verde, il Green Arrow dell'universo narrativo della DC Comics. Se non vado errato le prime voci sul progetto nacquero ipotizzando questa nuova serie come spin-off di Smalville, concretizzandosi invece con un serial prodotto dalla rete CW indipendente da quello dedicato al giovane Superman.

Molto probabilmente è andata bene così. La serie creata da Guggenheim, Berlanti e Kreisberg mette da parte superpoteri e costumi sgargianti rivelandosi un buon prodotto action con misteri e intrighi annessi. Al protagonista non viene neanche dato il nome di Freccia Verde nè tantomeno di Arrow come il titolo del serial lascerebbe supporre, viene semplicemente chiamato il vigilante o l'incappucciato (avendolo seguito in inglese non giurerei su questa seconda traduzione, in lingua originale è semplicemente The Hood).

Oliver Queen (Stephen Amell) è il rampollo viziato di una delle famiglie più ricche e influenti di Starling City. Ricco, di bella presenza, superficiale, parte per un viaggio in barca con il padre e con la sorella della sua ragazza, l'avvocato Laurel Lance (Katie Cassidy). In seguito a un naufragio Oliver, unico sopravvissuto, approderà su un'isola deserta dove parecchi accadimenti sono lì ad attenderlo.

Il pilot però inizia cinque anni dopo, quando un redivivo Oliver Queen torna alla civiltà e alla sua famiglia coinvinta ormai di averlo perso ormai da un lustro. Quello che torna è un Oliver diverso, ferito, duro e con una missione da compiere. I cinque anni passati sull'isola e quel che laggiù è successo l'hanno cambiato, il giovane è deciso a riparare i torti che suo padre e altri disonesti uomini di spicco di Starling City avevano commesso ai danni della città e dei suoi abitanti. Oliver è tornato con una lista, una lista che il vigilante inizierà a spuntare.

I cambiamenti del protagonista e la sua trasformazione nel vigilante hanno origine in quei cinque anni passati sull'isola, periodo che ci viene mostrato poco a poco grazie a dei flashback disseminati nelle varie puntate della serie. Nonostante l'espediente narrativo della lista da spuntare potesse portare facilmente a sviluppare singoli episodi dalla trama verticale molto forte, gli sceneggiatori sono stati bravi ad amalgamare la serie con una trama orizzontale non sempre fittissima ma avvincente al punto giusto, tale da far sì che lo spettatore mantenga desto l'interesse per il serial fino al finale di stagione.


Ottima la gestione delle scene d'azione, ben girate e con la giusta dose di credibilità. Altro punto di forza è il cast dei personaggi di contorno e le relazioni interpersonali tra molti di loro ben pensate e studiate in modo da far girare al meglio la vicenda. Bonus anche per i fan del fumetto targato DC Comics: sebbene non ci siano riferimenti ad altri eroi famosi le citazioni non sono poche, citazioni che al pubblico solo televisivo non diranno assolutamente nulla. Che differenza può esserci tra un volo Alitalia e uno delle Ferris Airlines, che importanza ha se la ragazza di Oliver di cognome fa Lance e il suo migliore amico si chiama Tommy Merlyn (Colin Donnell)? Non mancano invece comparse, anche importanti, di altri personaggi DC meno conosciuti e più facilmente riportabili in un contesto adeso alla realtà.

Piccolo punto dolente per alcune scelte di cast. Lo stesso Amell se pur perfetto fisicamente ha una mimica facciale non proprio da star di primo piano, stessa cosa si può dire per la Cassidy. Molto meglio altri comprimari come il detective Lance, padre di Laurel, interpretato da Paul Blackthorne o la madre di Oliver, Moira Queen (Susanna Thompson). Sopra tutti, per me anche per questioni di affetto, il grande John Barrowman, l'indimenticato Capitano Jack Harkness di Torchwood che qui interpreta Malcolm Merlyn, padre di Tommy.

Il finale di stagione promette un ritorno, evento già confermato dalla CW che ha già dato il via libera per una seconda stagione del serial. Personalmente non mi aspettavo tantissimo da questo prodotto e invece ne sono rimasto piacevolmente colpito. Arrow non diventerà la serie della vita di nessuno probabilmente ma divertirà di sicuro parecchia gente.


IRON MAN 3

(di Shane Black, 2013)

E' indubbio che nell'ambito del blockbuster americano dedicato ai supereroi negli ultimi anni l'asticella di paragone si sia alzata di parecchio. Merito sicuramente di una tecnologia che permette ormai di rendere sullo schermo in maniera convincente quasi tutto, ma non solo. C'è stato il Batman di Nolan a dimostrare che oltre al lato spettacolare si possono curare aspetti diversi in grado di soddisfare anche spettatori più esigenti e portare le storie supereroistiche a un più alto livello, cosa già fatta da molti anni sulle pagine dei comics. C'è stato anche The Avengers di Whedon che ha imposto nuovi livelli qualitativi per quello che riguarda invece l'aspetto del puro intrattenimento, storia lineare e coinvolgente, personaggi ben definiti, ironia, azione, spettacolo e smargiassate in un cocktail miscelato alla perfezione.

Le possibilità di far bene quindi ci sono, non di meno nel corso degli anni abbiamo assistito anche a numerosi scempi. Fortunatamente la saga dedicata al caro testa di ferro non è tra queste.  Dopo due episodi diretti da Favreau riusciti e divertenti anche questo terzo episodio ha tutte le carte in regola per piazzarsi dalle parti alte della classifica di settore. Tantissimi gli spunti narrativi da poter sfruttare, ottimo cast a disposizione, soldi a palate, etc...

Nonostante molte aspettative siano state ripagate (si ride parecchio ad esempio), questo Iron Man 3 mi è sembrato comunque il meno riuscito della trilogia, anche se per metterci la mano sul fuoco dovrei andare a riguardarmi i primi due episodi e darne un giudizio dopo aver ripassato per bene.

Il film di per sé funziona, diverte soprattutto grazie all'ennesima ottima prova di Robert Downey Jr., offre effetti speciali all'altezza, una trama semplice e quell'intrattenimento fracassone da popcorn movie. Non è The Avengers però e secondo me neanche gli si avvicina. Mancano totalmente l'interazione con altri personaggi interessanti, aspetto che spesso è lasciato al villain di turno e in questo caso a mio avviso carente. Aldrich Killian (Guy Pearce), personaggio praticamente inesistente nei fumetti di Iron Man, non ha il carisma sufficiente a riempire la scena e le premesse iniziali, come la possibile appartenenza dello stesso all'AIM che non sarà sfuggita ai Marvel fan di vecchia data, rimangono completamente disattese. Occasione totalmente sprecata quella di portare sullo schermo Il Mandarino, nemesi storica del supereroe corazzato qui ridotta a inutile macchietta da Ben Kingsley e dalla sceneggiatura.



Si è puntato tutto sulla risata, sulla battuta sagace anche nei momenti dove questa non era necessaria, caratteristica classica della cara vecchia americanata, inoltre non mi dispiacerebbe veder recitare Downey Jr. un po' meno sopra le righe, cosa che qui avviene di rado.  Siamo in un cinecomics e quindi va bene così, però la sospensione d'incredulità richiesta in alcuni momenti può risultare eccessiva anche per lo standard medio imposto dal genere (tipo la scena dell'attacco alla casa di Stark), in fondo fuori dall'armatura Tony sarà anche un genio, miliardario, playboy, filantropo ma non è Superman.

Deludente la scena ormai abituale in coda ai titoli di chiusura, altro siparietto divertente che stavolta non concede nessuna gustosa anticipazione.

Non era mia intenzione parlar male di Iron Man 3 che rimane un'ottimo blockbuster, divertente e con la giusta dose d'azione però tutto sommato un po' di amaro in bocca me l'ha lasciato. Poi lo spirito da Marvel-fan viene fuori e punzecchia, il virus Extremis aveva potenzialmente ben altre applicazioni e poteva rendere il protagonista decisamente più interessante e portare l'uomo e l'eroe a un livello di conoscenza superiore. Tralasciamo il fatto che dietro Iron Patriot c'è ben altro di una semplice mano di vernice al War Machine del colonnello James Rhodes (Don Cheadle).

giovedì 16 maggio 2013

SUPER BRADI PIT 6 3D

Questa volta siamo sul pezzo, siamo sul pezzo, siamo sul pezzo. E' il supereroe più cool, più divertente e più in del momento. Per la terza volta sugli schermi di tutti i cinema e in contemporanea anche da queste parti. Siete pronti? Inforcate gli occhiali e aspettate, il 3D più fantasmagorico dai tempi di Avatar sta per arrivare. Con la dovuta calma. Voi aspettate. Con su gli occhialini, s'intende.

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mercoledì 15 maggio 2013

VINCENZINA E L'ORABLU'

Piccola ma importante comunicazione di servizio. Prima di Bradi Pit il prode Giuseppe creò Vincenzina, una bimba taciturna innamorata della vita. Ora le strip di Vincenzina verranno riproposte a cadenza regolare sul blog de L'Orablù, una nuova collaborazione di cui un po' tutti siamo contenti e orgogliosi.

Quindi raddoppia l'appuntamento con Giuseppe, da queste parti con il Bradi nazionale e sull'Orablù con Vincenzina dove sarà presente anche con un progetto speciale dedicato al mondo dell'arte. Date un'occhiata qui.

Solo per questa settimana potete ammirare la strip in questa sede, concedetevi una visita sul blog de L'Orablù che ne vale sicuramente la pena.

Ciriciao gente!


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martedì 14 maggio 2013

SETTIMA PIAGA: LE VESPE

E così siamo a sette, numero di certa valenza esoterica mi par di ricordare. Dopo le tasse, le api, le farfalle, i vermi, il ghiaccio e il cane a sei zampe è la volta della settima piaga: le vespe.

Inizio a pensare che in casa mia ci sia qualcosa che non va. Forse lo spirito errante di un entomologo ivi precedentemente deceduto in circostanze misteriose e, se così fosse, porca troia mi hai veramente rotto i coglioni. Perché non te ne vai affanculo da un'altra parte?

Che poi uno quando torna a casa da lavoro, un lavoro a dirla tutta non esattamente esaltante, dopo aver fatto più di 30 km ad andare e 30 a tornare, dopo aver preso bus, metro, treno e porcatroia navetta aziendale vorrebbe magari non avere ulteriori rotture di palle. Vabbe', non si può aver tutto dalla vita e forse qualche piaga ogni tanto la si può pure sopportare, nondimeno ne ho pieni i cabbasisi come direbbe Montalbano.

Insomma entro in casa, do' un'occhiata a cosa c'è in frigo e in freezer per vedere un po' cosa far da mangiare per la sera, accendo il pc per dare un'occhiata al blog. Sento un ronzio provenire dalla finestra chiusa. Che palle, un moscone! Il ronzio continua, vado a controllare. Non era un moscone bensì una vespa. Strana prospettiva però, c'è qualcosa che non torna. Ecco, è fuori dal vetro, dal doppio vetro, ecco cos'è. Si, ma come cazzo fa a sentirsi il ronzio così forte allora? E come ha fatto a superare la zanzariera esterna? Ronzio, ancora. Cazzo ce n'è un'altra e questa è dentro, ecco cosè! Ora se apro la finestra però mi entra in casa anche l'altra magari. Vabbè, fanculo, mi aiuto con la scopa. Vado in cucina, faccio per uscire sul balcone, un'altra! Agonizzante vicino alla porta, sono tre, due in casa. Come sono entrate che porte e finestre sono state chiuse tutto il giorno? Come? Torno in sala un po' inquieto, guardo in terra, un'altra agonizzante. Faccio uscire quelle vive e mi sbarazzo delle agonizzanti. Inizio a essere un po' impanicato, queste sono da qualche parte all'interno della casa, non può essere una combinazione.

Nel frattempo arriva in aiuto anche mio padre che per ste' robe e sempre sul pezzo, mentre il ronzio ricomincia. Ancora un'altra più in forma che mai. Ed eccone un'altra in perfetta forma e un'altra morta. Aaargh! Che cazzo sta succedendo, come me ne libero? Panico da cittadino, ho visto la famiglia punta dalle vespe, panico, dove cazzo hanno fatto il nido? Probabilmente nel cassettone della tapparella, è l'unica. Dopo aver preparato un composto di birra e zucchero che dovrebbe attirare le vespe (i fratelli Winchester ci fanno una pippa), abbiamo smontato per ben due volte il cassettone ma senza risultati. Tutto pulito, niente nidi, vespe nelle altre stanze nulla, da fuori non possono essere arrivate, cosa è successo?

Ore 22.24, la situazione è tranquilla, non si sono viste altre vespe. Sono finite? Da dove sono venute? Sono in agguato? Ma soprattutto, quale sarà l'ottava piaga?

lunedì 13 maggio 2013

VISIONI 48

Sul sito di Joshua Budich non trovate molte informazioni su questo disegnatore se non un cv tanto fornito quanto sterile, però ci trovate un sacco di immagini e poster. Se siete amanti di cinema, musica, serie tv, cartoni animati e quant'altro troverete pane per i vostri denti. Se siete fanatici di Star Wars allora probabilmente avete qualcosa in comune con il buon Joshua. Potete trovare infatti sul suo sito una pagina con la collezione di action figures del ragazzo dedicate proprio a Star Wars, una collezione parecchio nutrita.

Ora guardiamoci qualcosa.

That is power





















giovedì 9 maggio 2013

BRADI PIT 62

Le bugie hanno le gambe lente. Molto lente.

Sono ancora disponibili diverse copie del primo libro di Bradi Pit (il secondo in uscita a breve). Viene via a 10 euro comprese le spese di spedizione. Se siete interessati potete chiedere a Giuseppe contattandolo qui: scapigliati@aruba.it



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mercoledì 8 maggio 2013

A-Z: AEROSMITH - TOYS IN THE ATTIC

Lasciamo perdere per un momento la musica che proviene da un'altra dimensione, torniamo indietro nel tempo, tiriamo fuori i vecchi giocattoli dalla soffitta e poi premiamo semplicemente il tasto play. Il balzo indietro è di quelli lunghi, da qui al 1975 fanno trentotto. Trentotto e trovare ancora fresco, non male ragazzi, davvero non male. Sarà follia, forse magia ma così è. Un'altra epoca, per la musica, per chi già c'era, per il mondo, per la società e per una manciata di ragazzi di Boston. Steven, Joe, Tom, Brad e Joey ancora non avevano conosciuto il successo sconfinato che era lì per arrivare, per ben due volte per di più. I ragazzi erano al terzo album e nel pieno della loro prima vita, non so se potranno contarne nove ma un paio di loro possono ringraziare di aver visto almeno la seconda. Ma torniamo alla prima e all'aprile del 1975, mese in cui uscì l'ottimo Toys in the attic. Anzi, magari saltiamo al mese successivo, il diciannove, giorno in cui quest'umile ascoltatore veniva alla luce proprio mentre il primo singolo estratto dall'album, il pezzo Sweet emotion, raggiungeva i negozi di dischi. Con il senno di poi proprio una dolce emozione, indubbiamente. Ci stiamo apprestando a premere play e ascoltare quello che sarà uno dei maggiori successi della band, siamo appunto nel 1975 è il rock si è già sentito, tra palloni volanti e pietre che rotolano non ci stupiamo, ma lasciamo perdere, non divaghiamo, non ha importanza perché già dall'attacco questo rock è di quelli che non si dimenticano facilmente. Le cose semplici sono spesso le migliori, parole di Perry e lui è uno che ne sa, ascoltatelo. La voce di Tyler non è quella del Superbowl, non stiamo parlando ancora di un giudice di American Idol ma di uno dei giudicigiuriaeboia del rock settantiano. I gemelli tossici e il combo ritmico sono di quelli che contano e lasciano il segno. Suonano i ragazzi ma scrivono anche, le liriche non sono nemmeno tra le più banali del carrozzone del rock e man mano che l'ascolto procede ci si accorge che il disco è come un maiale di quelli che non si può buttar via nulla, un maiale con infilata in bocca la mela, quella del peccato originale. E' coinvolgente, pieno d'ottimi pezzi, con quella Walk this Way grazie alla quale prenderà forma poi più avanti, grazie a quei ragazzacci neri, la loro seconda vita. C'è qualcuno che non la riconosce dopo i primi colpi di Kramer? Dico, c'è qualcuno? Prima che entri il riff di chitarra, quello da storia del rock. Allora, c'è qualcuno? No, come pensavo. Ascoltate anche la cover di Big Ten Inch Record di Fred Weismantel e ditemi se non è come se fosse loro tanto ci sono dentro. Il 19 dicevamo, Hamilton, Hamilton, Hamilton cosa ci combini? Bravi e grazie ancora, altro che basta, basta. Due piccole perle ci aspettano in chiusura: forse la misconosciuta ai più Round and round, con accenni insolitamente e apparentemente più tosti, duri nell'economia del disco stemperati nell'energica ballata finale. Forse l'abbiamo visto piangere, forse dopo l'uscita dell'ultimo lavoro e al ricordo di ciò che fu. E forse non è stato nemmeno il solo.




Toys in the attic, 1975 - Columbia

Steven Tyler: voce, armonica, percussioni, piano
Joe Perry: chitarra solista, talkbox
Tom Hamilton: basso
Joey Kramer: batteria, percussioni
Brad Whitford: chitarra ritmica e solista

Tracklist:
01 Toys in the attic
02 Uncle Salty
03 Adam's apple
04 Walk this way
05 Big Ten Inch record
06 Sweet emotion
07 No more no more
08 Round and round
09 You see me crying

lunedì 6 maggio 2013

10 VOLTI (12) - ROBOT EDITION

Manche decisamente nostalgica per molti miei più o meno coetanei tirati su a pane e cartoni animati. Signore e signori eccovi servito un bel tuffo nel passato. La guardavate la televisione? Bene, cimentatevi allora con la sfida seguente e fate attenzione, potreste cadere in qualche tranello.

Ma vediamo come siamo messi:
01 La Citata 17 pt.
02 Bradipo 15 pt.
03 Luigi 9 pt.
04 Vincent 9 pt.
05 L'Adri 8 pt.
06 Urz 7 pt.
07 Morgana 7 pt.
08 Poison 6 pt.
09 Cannibal Kid 5 pt.
10 Umberto 4 pt.
11 Elle 3 pt.
12 Viktor 2 pt.
13 Frank Manila 2 pt.
14 Beatrix Kiddo 1 pt.
15 Evil Monkeys 1 pt.
16 Zio Robbo 1 pt.
17 Luca Lorenzon 1 pt.
18 M4ry 1 pt.
19 Blackswan 0 pt.
20 Babol 0 pt.
21 El Gae 0 pt.

Nella manche precedente era rimasto insoluto l'enigma riguardante l'ultimo volto. Era Christine Woods da Flashforward.

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sabato 4 maggio 2013

BRADI PIT SPECIAL 3

Laura after Giuseppe Scapigliati.

Sono ancora disponibili diverse copie del primo libro di Bradi Pit (il secondo in uscita a breve). Viene via a 10 euro comprese le spese di spedizione. Se siete interessati potete chiedere a Giuseppe contattandolo qui: scapigliati@aruba.it

 
Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

venerdì 3 maggio 2013

LE STORIE

Era il Novembre dell'anno scorso quando la Bonelli portava nelle edicole quello che si annunciava sulla carta un piccolo evento editoriale. Arrivava alla pubblicazione la collana Le Storie, seconda serie regolare al debutto nel giro di pochi mesi (insieme a Saguaro) dopo un periodo in cui a farla da padrone nel campo delle novità erano state miniserie e romanzi a fumetti. Già questa poteva essere una notizia degna di nota ma la cosa interessante era sicuramente la mancanza di un titolare di testata, l'assenza del personaggio fisso al quale i lettori potevano o meno affezionarsi. La formula era ed è ovviamente ancora adesso quella delle storie autoconclusive affidate di volta in volta ad autori diversi. Va da sè che le potenzialità di un simile progetto sono infinite: nuovi personaggi, nuovi scenari, nuove epoche storiche, nuovi generi e nuovi stili di scrittura a disposizione dei lettori una volta al mese. Si sono da subito sprecati i paragoni con la vecchia avventura editoriale lanciata dalla Bonelli nella seconda metà degli anni '70 dal titolo Un uomo un'avventura che presentava però un formato simile a quello del fumetto franco-belga e non il classico albo al quale Bonelli ci ha abituati. Diciamo subito che i nomi coinvolti all'epoca sono tutt'ora considerati dei Maestri del fumetto, parliamo di personalità del calibro di Toppi, Manara, Pratt, Battaglia, Bonvi, Galeppini, Crepax, Castelli, Micheluzzi, Milazzo, etc., etc...

Il paragone diventa oltremodo scomodo per gli autori coinvolti nel progetto attuale, nonostante questi siano tra i nomi più quotati di casa Bonelli e non solo. Diciamo che l'idea alla base del nuovo progetto ha qualcosa in comune con quell'altro, ma dedichiamoci ora solo al presente.

L'onere e l'onore di aprire questa nuova avventura editoriale grava sulle spalle di Paola Barbato e Giampiero Casertano, autori dell'episodio Il boia di Parigi (all'epoca furono Decio Canzio e Sergio Toppi ad aprire le danze con L'uomo del Nilo). Monsieur Sanson è il boia di Parigi ai tempi della rivoluzione francese, maestro delle esecuzioni pubbliche, custode della ghigliottina. Contrariamente a quel che si può pensare, Sanson è un uomo gentile, rispettoso dei morituri, del momento del trapasso, dell'atto di dar la morte e della morte stessa. Boia e confidente, uccisore e consolatore. La piacevole sorpresa è stata quella di trovare un albo dove non sono l'azione e l'intreccio a farla da padrone bensì la costruzione di un protagonista atipico e interessante, ben delineato nei comportamenti e nei pensieri dal lavoro della Barbato, un personaggio fulcro della storia ma in maniera piacevolmente inusuale. Pur non avendo amato particolarmente i disegni di Casertano, soprattutto per quel che concerne la figura umana, ho trovato molto valide la resa delle atmosfere e degli ambienti. In definitiva un esordio ben realizzato, interessante e promettente.

Da buon secondo arriva il lavoro di Roberto Recchioni e Andrea Accardi che ci trasportano nel Giappone feudale dove il samurai Tetsuo si troverà responsabile dell'onore del proprio maestro, caduto in disgrazia di fronte al proprio Daimyo (signore feudale). Qui Recchioni può dar sfogo alla sua passione legata ai temi della via della spada già visti o intravisti nelle storie di John Doe; ne esce un episodio sicuramente riuscito e divertente grazie al quale tornano alla mente alcune influenze che ci ha lasciato in eredità il cinema orientale, personalmente la prima cosa alla quale ho pensato è lo Zatoichi di Kitano ma dentro c'è sicuramente molto, molto altro. Ottime le matite di Accardi che sembrano realmente trasportarci nel Giappone del XII secolo (o giù di lì, manco di preparazione storica in materia). L'episodio è intitolato La redenzione del samurai.

Il terzo numero è quello che al momento ho trovato meno riuscito e interessante. Probabilmente il periodo storico e l'ambientazione sono per i miei gusti i meno affascinanti tra quelli proposti finora cosa che ha avuto il suo peso nel mio giudizio, ho trovato però questo episodio francamente noioso e per nulla avvincente. Siamo in India nel 1857 durante La rivolta dei Sepoy, le truppe dei nativi indiani arruolate dall'esercito occupante, quello Inglese. In questo scenario si consuma un amore tra due giovani di diversa estrazione sociale e seguiamo le avventure del Sergente Maggiore Donovan, ufficiale inglese e padre di uno dei due ragazzi. Storia senza particolari guizzi di Giuseppe De Nardo, buone le matite di Bruno Brindisi che avevo però apprezzato maggiormente in territori texiani.


Anche nel quarto episodio la storia, pur essendo ben scritta e orchestrata, dà l'impressione di essere convenzionale e già vista parecchie volte. Però i gusti di Ruju sono probabilmente più simili ai miei e ancora una volta il buon Pasquale riesce a convincermi (mi ero goduto parecchio anche tutto il suo Cassidy). Siamo nella seconda metà degli anni '30, tempo di gangsters, liquori proibiti, mitragliatori, macchine d'epoca e debiti di gioco. Angelo è costretto suo malgrado a partecipare a un colpo con il suo nuovo amico Eddie, un colpo che potrebbe sembrare facile, ma nella vita e in questo ambiente cosa lo è? L'animo gentile di Angelo riuscirà a raccapezzarsi tra crimini e sparatorie? Non manca nemmeno la più classica delle femme fatale. Disegni di Ambrosini che continuo ad apprezzare più come sceneggiatore che alle matite. No Smoking il titolo dell'episodio.

E' con il quinto numero che arriva l'episodio migliore tra quelli letti finora. Dopo l'ottimo Valter Buio, Alessandro Bilotta si conferma un ottimo scrittore in grado di imbastire con questo centinaio di pagine un piccolo gioiellino a fumetti. Il lato oscuro (sorta di piccola citazione musicale insieme a quelle di Space Oddity di Bowie contenute nell'albo) è narrato su due piani temporali, il presente, dove il pilota Lloyd Clarke è riuscito a coronare il suo sogno di diventare astronauta e il passato, dove la sua vita da bambino, passata insieme al fratello maggiore Tom tra sogni e giochi a tema fantascientifico, deve affrontare alcuni traumi. Ma in quella navicella, nel presente, succede qualcosa di molto strano. Ottimi i disegni di Matteo Mosca che contribuiscono in maniera forte a rendere questo quinto episodio il migliore del lotto.

Ultimo episodio letto finora è Ritorno a Berlino scritto da Paolo Morales, autore purtroppo da poco scomparso, per i disegni di Davide De Cubellis. Racconto cospiratorio dove segreti che affondano nella Germania del muro di Berlino mostrano le loro conseguenze nel nostro presente, dove le figure dei padri sono forti e ingombranti, dove i figli subiscono le conseguenze delle loro azioni in un modo o nell'altro e dove alcuni personaggi, cinici e spietati, riescono ad assumere una doppia valenza. Nonostante alcune svolte narrative possano risultare intuibili dal lettore più smaliziato (ma anche no), la storia si rivela davvero piacevole nonostante la parte grafica, pur non presentando particolari pecche, non faccia gridare al miracolo.

Al momento l'esperimento narrativo sembra riuscito, l'alternanza di autori e storie tiene desta l'attenzione e la qualità delle proposte è mediamente buona. Menzione particolare per le copertine di Aldo Di Gennaro davvero molto molto belle, aiutate da una scelta della carta che riesce a rendere una sorta di effetto tela che impreziosisce l'arte del disegnatore. Anche qui la copertina del quinto numero mi sembra la migliore, insieme all'ottima realizzazione di quella del secondo numero.

giovedì 2 maggio 2013

BRADI PIT 61

Un omaggio.

Sono ancora disponibili diverse copie del primo libro di Bradi Pit (il secondo in uscita a breve). Viene via a 10 euro comprese le spese di spedizione. Se siete interessati potete chiedere a Giuseppe contattandolo qui: scapigliati@aruba.it


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Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.
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