lunedì 30 settembre 2013

A-Z: ALABAMA THUNDERPUSSY - CONSTELLATION

Ladies and gentlemen: Alabama Thunderpussy.

Ecco, uno pensa subito che il gruppo sia una di quelle band di puro southern rock provenienti proprio dall'Alabama. Beh, gli Alabama Thunderpussy sono della Virginia. Si vede che Virginia Thunderpussy suonava male. O che in Virginia non abbiano delle thunderpussy? Vabbè, non stiamo a indagare.

Comunque sia, il southern rock non è che sia proprio estraneo ai virginiani Alabama, preso e distorto a dovere e sputato fuori dagli strumenti a formare muri di riff e sonorità viscose e dense come le limacciose acque delle paludi del sud. Sui cinque ragazzacci e sul loro sound ho sentito un po' di tutto, da chi invoca il doom alla Black Sabbath a chi accenna allo stoner dei Kyuss, da chi parla genericamente di hard rock a chi spinge più il pedale sulla causa del southern. Wiki poi dice che è sludge, una sorta di commistione di tutto questo con sventagliate vocali in salsa hardcore. Ai posteri l'ardua sentenza.

Certo è che alcuni passaggi di classic southern ci sono davvero come l'intermezzo pianistico che interrompe l'attacco aggressivo di Ambition e ricorda i più blasonati Skynyrd. Non manca nei brani sempre energici del combo la giusta ricerca melodica che rende possibile seguire senza troppi problemi molti dei brani presenti in questo Constellation, terzo album della band, caratteristica questa riscontrabile anche e soprattutto in diverse linee melodiche urlate dal cantante Johnny Throckmorton.

Purtroppo poco posso dire riguardo il contenuto testuale dell'album non essendo riuscito a reperire i testi in rete, testi non presenti nel booklet del cd (si ce l'ho originale questo cd e neanche io so bene perché, non che sia male intendiamoci). Però il titolo Middle finger salute è un buon biglietto da visita, brano che tra l'altro concede un altro momento di tregua nella sua coda.

Se il lavoro sembra non brillare per varietà di suoni (anche se presenta diversi passaggi acustici) in compenso non difetta in energia. I due lati della medaglia sono evidenti: se siete in cerca della botta energica ci siamo, altrimenti si rischia di interrompere l'ascolto prima della fine della tracklist. Forse decisamente prima. Questo ad un ascolto superficiale almeno, con l'accumularsi degli ascolti il disco cresce e se ne apprezzano anche le diverse sfumature. Bisogna provare, provare, provare...



Constellation, 2000 - Man's Ruin Records

Asechiah Bogden: chitarra
Bryan Cox: batteria
Sam Krivanec: basso
Erik Larson: chitarra
Johnny Throckmorton: voce

Tracklist:
01 Crying out loud
02 Ambition
03 1/4 mile
04 Middle finger salute/1271 3106
05 6 shooter
06 Second wind
07 Obsari
08 Foul play
09 Negligence
10 155 minute drive
11 Burden
12 Keepsake
13 Country song

domenica 29 settembre 2013

L'ERA GLACIALE 4 - CONTINENTI ALLA DERIVA

(Ice age: Continental drift di Steve Martino e Mike Thurmeier, 2012)

L'era Glaciale 4 - Brand alla deriva. Giusto un paio di osservazioni. La prima è che sono convinto debba esserci una differenza quantomeno concettuale tra un film e le giostre. Mi spiego. Se andate al cinema, anche per vedere un cartone animato, non è certo perché avevate una voglia irrefrenabile di andare sulle montagne russe, no? Altrimenti sareste andati al Luna Park. Il fatto che i film d'animazione, soprattutto quelli inconsistenti come questo, presentino sempre le solite scene dove i protagonisti scivolano qua e là a folle velocità inizia a stufare. La seconda è che anche ai brand più conosciuti sarebbe dignitoso mettere un bel punto quando le idee latitano. Ah, il merchandising... ho capito. Scusate eh se mi sono permesso.

Iniziamo malissimo perché Filippo Timi dopo Leo Gullotta non si può proprio sentire. Terribile la nuova voce di Manny che perde davvero tanto in simpatia. Quello che non ci mette Manny ce lo mette il vecchio Scrat, solito casinista che in questo capitolo riesce a provocare anche la distruzione di Pangea causando la deriva dei continenti. Il cast è al completo con Diego, Sid, Pesca (la figlia del mammuth Manny) e Luis, giovane amico di Pesca. Un paio di nuovi ingressi abbastanza indovinati vanno a infoltire l'eterogenea compagnia: la strampalata nonna di Sid e la ciurma di animali pirati malvagi comandante da  Capitan Sbudella (un Gigantopiteco, un vecchio scimmione insomma).

La storiella non è nulla di che. Manny è in difficoltà nel ruolo di padre con una Pesca adolescente che inizia a dargli filo da torcere. La giovane mammuth vuole iniziare a frequentare nuovi amici tra i quali c'è Ethan per il quale Pesca ha una cotta. Dopo aver avuto un diverbio con il padre, a causa del casino combinato da Scrat, i due vengono separati dalla nuova catastrofe. Nel corso del film Manny, Diego e Syd faranno di tutto per ricongiungersi al resto del gruppo. Sulla loro strada i pirati di Capitan Sbudella tra i quali c'è Shira, una femmina di tigre dai denti a sciabola.

Noioso. Noioso. Noioso. Non c'è tanto da girarci attorno. Poche trovate divertenti, qualche battuta qua e là, molta azione abbastanza fine a se stessa e la computer grafica alla quale il brand ci aveva già abituati. Dalla freschezza del primo capitolo, proprio perché nuovo, un abisso. Ho faticato tantissimo a tenere gli occhi aperti fino alla fine. Che poi se vai a vedere non c'è nulla di particolarmente brutto ma non c'è neanche nulla di davvero buono o coinvolgente e questo è un grosso male.

La domanda nasce spontanea. Riuscirà la 20th Century Fox a risparmiarci un quinto capitolo e a inventarsi qualcosa di nuovo? Lo spero tanto e ci credo poco.

giovedì 26 settembre 2013

BRADI PIT 73

Iniziamo a parlarne. A fine ottobre si rinnoverà l'appuntamento con Lucca Comics and Games. Giuseppe ed io ci saremo, contrariamente a quanto annunciato non ci sarà il secondo libro dedicato al nostro Bradi Pit bensì il primo dedicato a Vincenzina personaggio che potete ammirare sul blog dell'Orablù. Chi di voi pensa di esserci? Sarebbe bello potersi trovare e fare due chiacchiere.



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mercoledì 25 settembre 2013

10 VOLTI 15

10 volti riprende con una manche dedicata ai volti femminili. Un giro non particolarmente difficile, si gioca sul tempo. Chi arriverà per primo?

Intanto la situazione è la seguente:


01 La Citata 21 pt.
02 Bradipo 16 pt.
03 Babol 13 pt.
04 Vincent 11 pt.
05 L'Adri 10 pt.
06 Luigi 9 pt.
07 Morgana 9 pt.
08 Eddy M. 8 pt.
09 Urz 7 pt.
10 Poison 6 pt.
11 Cannibal Kid 5 pt.
12 Umberto 4 pt.
13 Elle 4 pt.
14 M4ry 3 pt.
15 Luca Lorenzon 3 pt.
16 Viktor 2 pt.
17 Frank Manila 2 pt.
18 Beatrix Kiddo 1 pt.
19 Evil Monkeys 1 pt.
20 Zio Robbo 1 pt.
21 Ismaele 1 pt.
22 Blackswan 0 pt.
23 El Gae 0 pt.
24 Acalia Fenders 0 pt.


1)



2)



3)



4)



5)



6)



7)



8)



9)



10)

lunedì 23 settembre 2013

LA ZONA MORTA

(The dead zone di Stephen King, 1979)

Leggere (o rileggere come in questo caso) un libro di Stephen King è un po' come tornare al primo amore. Insieme ai racconti di Arthur Conan Doyle dedicati all'investigatore più celebre del mondo gli scritti del re del Maine sono tra le prime letture che mi fecero appassionare al fantastico mondo della letteratura. Quindi, prima di tutto, grazie Stephen, te ne devo una, o forse anche qualcuna di più.

Nei miei ricordi ormai sbiaditi questo La zona morta non si collocava tra i libri che mi avevano lasciato i ricordi migliori tra quelli scritti da King. Poi un po' il film, un po' il parere dello Zio (a.k.a. Il Merda che non linko tanto il suo blog è morto e sepolto) mi hanno spinto a mettere il libro nuovamente sul comodino virtuale.

Ne è valsa la pena. La zona morta arriva nel 1979, un'epoca in cui King non aveva ancora sbagliato un colpo. Quattro romanzi uno più bello dell'altro, un'ottima raccolta di racconti e un Richard Bachman in tono lievemente minore ma niente affatto da buttare (1). E' un libro ancora molto valido anche se non all'altezza dei quattro romanzi precedenti, che funge da spartiacque tra i capolavori della prima ora e le opere immediatamente successive partorite dell'autore e caratterizzate da un calo d'ispirazione.

John Smith è un giovane insegnante, innamorato della collega Sarah e con un futuro tutto da scrivere davanti a sè. Però... dopo una serata al Luna Park in compagnia della ragazza, Johnny subirà un grave incidente dal quale uscirà cambiato in maniera irreversibile. Squarci di futuro e inquietanti premonizioni sconvolgono la vita di Johnny che combatterà per arginare questi fenomeni e in alcuni casi per metterli a disposizione della comunità, pagandone le spiacevoli conseguenze.

Nel libro, del quale non voglio svelarvi troppi particolari della trama, ci sono alcune delle caratteristiche che hanno reso la prosa di King così efficace. In primis la descrizione così naturale della provincia americana, tanto accurata e scorrevole da riuscire a teleportare il lettore nei luoghi della vicenda; esemplare la descrizione della serata al Luna Park capace di trasformare la parola scritta in immagini cinematografiche vivide e fluide. E quella sensazione di inquietudine di fronte al paranormale che piomba come un fulmine a ciel sereno nel quotidiano dei protagonisti, quel brivido che si sente dietro il collo quando l'autore di Bangor si adopera per causartelo. Impagabile, così come l'empatia che si crea tra il lettore e i sentimenti provati dai protagonisti. Quale lettore non avrebbe voluto passare quella serata al Luna Park? Finale di serata escluso, s'intende.

Non tutto fila liscio, qualche spiegazione in più riguardo la difficile scelta operata dal protagonista nella parte finale del libro non avrebbe guastato, però il libro rimane comunque su un buon livello regalando anche un finale in fin dei conti riuscito, cosa che con King non bisogna dare sempre per scontata.

Mi chiedo ora come mai mi fosse rimasta in testa un'impressione così poco lusinghiera di questo romanzo.

(1) I quattro romanzi sono Carrie (1974), Le notti di Salem (1975), Shining (1977) e L'ombra dello scorpione (1978), la raccolta di racconti A volte ritornano (1978) e il libro scritto con lo pseudonimo di Richard Bachman è Ossessione (1977).

sabato 21 settembre 2013

STAR TREK II - L'IRA DI KHAN

(Star Trek: The wrath of Kahn di Nicholas Meyer, 1982)

In modo totalmente casuale mi trovo a riprendere l'esperienza trekkiana da dove l'avevo lasciata, ossia al primo della serie di film (quelli classici) dedicati all'Enterprise e al suo equipaggio. Proprio dopo pranzo su Rai4 stava iniziando L'ira di Khan e così...

Il secondo lungometraggio dedicato a Star Trek è una storia d'odio e vendetta da parte di Khan (Ricardo Montalban) nei confronti del capitano Kirk (William Shatner), nel frattempo diventato ammiraglio della Flotta Stellare (come visto in Star Trek - Il film).

L'odio di Khan ha radici che affondano nel passato quando Kirk, allora ancora in forza all'Enterprise, condannò il suo nemico e relativo equipaggio a un esilio forzato sul pianeta Ceti Alpha V. In seguito a un disastro di proporzioni planetarie il pianeta diventò quasi invivibile causando la morte di molti compagni di Khan, moglie compresa. Khan addosserà a Kirk anche questa colpa fomentando l'odio che prova ormai da tempo per il suo nemico.

Durante un volo d'addestramento al quale presenzia lo stesso Kirk, l'Enterprise ora comandata da Spock (Leonard Nimoy) si imbatterà in una richiesta d'aiuto da parte della stazione scientifica che sta sviluppando il misterioso progetto Genesis supervisionato dalla Dottoressa Marcus (Bibi Besch), ex fiamma di Kirk. Da qui si arriverà a un nuovo scontro tra i due vecchi nemici che coinvolgerà l'Enterprise e la USS Reliant, nave della flotta stellare ora in mano a Kahn.

Il cast della serie classica è ancora una volta al completo e ampliato dalla giovane e decisa recluta Saavik interpretata da una Kirsty Alley al suo debutto cinematografico. L'attenzione è però saldamente puntata sull'ammiraglio Kirk che ancora una volta dimostra, soprattutto a se stesso, che la scelta di lasciare il comando dell'Enterprise non è stata del tutto felice. Si riflette sul tempo che passa e su quelle che sono le proprie vocazioni. Mentre il resto del cast è messo in secondo piano, salvo un importante colpo di coda di Spock nel finale, sale alla ribalta una nemesi con un ossessione forte, di quelle che possono consumare una vita.

La storia corre lineare senza grosse impennate di ritmo nonostante l'approccio sia più votato all'azione rispetto al capitolo precedente a mio avviso comunque meglio riuscito. Le parole più votato all'azione prendetele con le pinze, nel complesso la pellicola non si può definire proprio dinamica. Ne esce un secondo capitolo in fin dei conti riuscito, che tratteggia un buon antagonista ma che comunque non riesce a inserirsi nell'albo dei grandi film. Onesto intrattenimento che può creare curiosità verso i titoli successivi ma soprattutto verso il recupero delle serie originali (che io vidi da bambino a spizzichi e mozzichi).

Insomma, le divise blu, gialle e rosse avevano un fascino che queste nuove uniformi eleganti e impersonali non hanno. Probabilmente lo stesso vale per i film se paragonati alle vecchie serie. E davvero così? Ai trekker l'ardua sentenza.

venerdì 20 settembre 2013

MORTACCI

(di Sergio Citti, 1989)

Che da morti magari non si sta poi così male, qualcuno pure meglio che da vivo. Dice che il cimitero di notte mica è così triste, si ride parecchio delle cose tragiche, si narrano e si ascoltano storie, s'aspettano i vivi che vengono al mattino, quelli che ricordandosi di te non ti permettono d'andartene veramente, mannaggia a loro. Anzi, mortacci loro! Che uno aspetta una vita per sapere cosa c'è dopo la morte e quando muori rimani fregato. Si, sei morto, ma muori davvero solo quando tutti si scordano di te. Allora muori, sei morto e aspetti di morire un'altra volta. Mortacci loro mortacci.

Al cimitero s'incontrano e convivono un nutrito gruppo di deceduti e pure qualche vivo. C'è Domenico (Vittorio Gassman) che fà il guardiano del cimitero e per arrotondare si ruba tutto il rubabile dalle spoglie dei cadaveri, c'è il soldato Lucillo (Sergio Rubini) che al cimitero ci arriva da vivo e ci rimane da morto, ci sono i defunti come la bellissima Alma (Carol Alt) di bianco vestita, lo sputtanato Scopone (Andy Luotto) terrore delle donne dal culo perfetto, c'è Tommaso Grillo (Galeazzo Benti) destinato a esser ricordato per sempre per quattro cazzate dette da vivo, ci sono i finti ciechi Felice e Gigetto (i fratelli Ruggeri) trattenuti dalla loro vecchina (Mariangela Melato) e ci sono parenti veri e presunti, amanti e fidanzati tutti quanti con una storia da raccontare.

Mortacci è un film fatto di episodi ben amalgamati al filo conduttore portante, quello dei morti e delle loro storie e inframezzati dalle vicende del custode interpretato da Gassmann e dalle puntuali incursioni notturne di Edmondo (Malcolm McDowell), spasimante di Alma quand'ella era ancora in vita. Il regista e sceneggiatore Sergio Citti, allievo e aiutante di Pier Paolo Pasolini, riesce a infondere un tocco sognante e filosofeggiante a quella che poteva rivelarsi la classica commedia ad episodi, memore della commedia all'italiana dei bei tempi andati, non lesinando nemmeno sulle dosi di cinismo e di critica ai vecchi vizi e orrori dell'animo umano.

Emblematico il caso del piccolo paesello di Sottomonte salito alla ribalta delle cronache per aver dato i natali all'unica vittima di una missione Onu, giovane soldato locale morto nel compimento del proprio dovere. Grazie a quello che verrà subito rinominato l'eroe il paese e la sua economia rinascono. La casa dell'eroe, la statua dell'eroe, la storia dell'eroe, il bar dall'eroe e via dicendo. Ma poi l'eroe torna, si scopre che non è morto e i concittadini che fanno? Festeggiano? Macché, qui ne và dell'economia del paese, loro l'eroe lo vogliono morto e morto deve restare!

Episodi di vario tono, alcuni più farseschi altri più cinici, compongono un mosaico parecchio riuscito, divertente e allo stesso tempo amaro realizzato da un cast che mette vicini Vittorio Gassman e Alvaro Vitali, Carol Alt e Mariangela Melato, Malcom McDowell e i fratelli Ruggeri. Eterogeneo a dir poco.

giovedì 19 settembre 2013

BRADI PIT 72


Ma mica ho capito. Che, è proprio questo qua che s'è sposato l'Angelina? Mica mi sembra tanto a posto questa qui. E dire che le hanno affidato tutti quei figlioli. Ma li cresce proprio questo qui, questo qua sotto? Poverelli.



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martedì 17 settembre 2013

L'ASTRONAVE ATOMICA DEL DOTTOR QUATERMASS

(The Quatermass Xperiment di Val Guest, 1955)

Il dottor Quatermass (Brian Donlevy) è il primo scienziato in grado di portare un razzo con un equipaggio di tre uomini oltre l'atmosfera terrestre. Mentre a Quatermass si può riconoscere il trionfo per il lancio effettuato, lo stesso non si può fare per quel che riguarda il ritorno a casa dei tre astronauti. Il razzo infatti precipita sulla Terra andando a piantarsi come una freccetta sul suo bersaglio nella bucolica campagna inglese. Polizia, vigili del fuoco e lo stesso Quatermass giungono sul luogo dell'impatto effettuando una drammatica scoperta. Solo un uomo dell'equipaggio (Richard Wordsworth) ha fatto ritorno a casa, seppur in stato catatonico, mentre non ci sono tracce degli altri due astronauti.

Che fine hanno fatto i due dispersi? Cosa è accaduto lassù e cosa c'è di strano in Caroon, unico dell'equipaggio ad aver fatto ritorno?

Il film è il primo del filone fantastico prodotto dalla casa cinematografica Hammer nota per i suoi noir e solo dopo questa pellicola per il suo catalogo di horror movies. Qui siamo dalle parti della vecchia fantascienza anni '50 che lascia intravedere alcune sfumature orrorifiche qua e là così ben accolte dal pubblico da far sì che la Hammer si dedicasse al genere con grande entusiasmo.

Non fatico a credere che nella metà degli anni '50 il film ottene il dovuto successo, certo è che visto ora si porta sul groppone tutti i decenni trascorsi dalla sua uscita fino a oggi. Nulla stona nella realizzazione del film: la regia è in mano a Val Guest che fà il suo lavoro con perizia, autore tra le altre cose di alcune regie per la tv su serie come Attenti a quei due, Spazio 1999 e Sherlock Holmes & il Dottor Watson, anche gli effetti speciali, seppur caserecci come era d'obbligo all'epoca, sono integrati visivamente in maniera perfetta nella visione d'insieme.

Il ritmo risulta un po' lento e non offre particolari sussulti, nei momenti in cui si vuole creare tensione ci si affida al crescendo musicale ma l'incedere degli eventi coinvolge poco, il plot non ha nulla di originale per lo spettatore odierno che anche nel genere, fermo restando il periodo di provenienza, può trovare di meglio. Quatermass tra l'altro non brilla per simpatia e anche questo un pochino fà. Curiosa l'apparizione della centrale elettrica di Battersea nota ai più grazie alla copertina di Animals dei Pink Floyd qui visibile in un bel bianco e nero d'epoca.

Una pellicola onesta per gli estimatori del genere, da vedere senza pretese aiutati anche dalla durata contenuta che non supera l'ora e mezza.

domenica 15 settembre 2013

BACK TO THE PAST: 1978 PT. 1

Dopo un periodo di distanza torniamo a occuparci di musica grazie alla macchina del tempo di Back to the past, comandi impostati per saltare a piè pari dentro il 1978. Il fenomeno punk aveva ormai dilagato tanto da iniziare a trasformarsi in post punk e affiancarsi alla nuova ondata new wave, esplode anche la disco music proponendo alcuni successi indimenticabili capaci di riempire le piste di tutte le discoteche ancora oggi. Cede un po' il passo il buon vecchio rock, sempre ben presente ma anche riarrangiato in nuove forme.

Diamo un'occhiata ad alcuni dei successi della disco music targati 1978.

Simbolo della disco music è il film La febbre del sabato sera reso celebre oltre da un giovane John Travolta soprattutto dall'indimenticata colonna sonora ad opera tra gli altri dei Bee Gees. Stayin alive, Night fever, Disco Inferno, How deep is your love, You should be dancing, etc... Non serve aggiungere altro. Vi propongo Night Fever.




Rimaniamo all'interno della famiglia Gibb vera istituzione per il genere e per la musica di quegli anni e non ci spostiamo neanche dalle vette delle classifiche, entrambi i pezzi raggiunsero infatti la prima posizione nella Billboard Top 100.  I fratelli Gibb scrivono Shadow Dancing che frutterà ad Andy Gibb il primato di aver piazzato i suoi primi tre singoli tutti al numero uno della classifica sopra menzionata.




Lasciamo i fratelli Gibb per andare a incontrare gli Chic, rimanendo ben saldi al primo posto delle classifiche. La disco music imperava e un brano come Le freak non poteva non avere successo. Il brano anche nel testo rimarcava l'epoca d'oro delle disco narrando vicende legate allo Studio 54 di New York.




Imperativo chiudere questo primo appuntamento con la musica del 1978 con i coloratissimi Village People e con il loro inno disco alla cultura gay e ad alcune delle opportunità che essa proponeva in quegli anni. Il brano YMCA è anche inserito nel Guinness dei primati da quando, nel 2009, 44.000 persone ballarono sulle sue note in occasione del Sun Bowl, la finale di uno dei campionati universitari di Football americano.

venerdì 13 settembre 2013

BALLATA SELVAGGIA

(Blowing wild di Hugo Fragonese, 1953)

Ho guardato Ballata selvaggia con la forte convinzione di potermi godere un bel western classico carico di sparatorie, proiettili fischianti, qualche bella scazzottata, spazi ampi da percorrere sul dorso di un cavallo selvaggio, indiani urlanti, giacche blu e tutti gli altri stereotipi mutuati dal vecchio west che vi possano venire in mente.

Il cast poi prometteva faville, Gary Cooper è uno degli stampini con i quali a Hollywood hanno sfornato i cowboy (o almeno credo visto che non ho mai amato particolarmente l'attore), gli altri protagonisti sono altrettanti nomi grossi, Anthony Quinn, Barbara Stanwyck e Ward Bond. Vabbè magari Ward Bond un poco meno però ci siamo capiti.

A conti fatti, oltre a essere in Messico, siamo più dalle parti del melò dai risvolti torbidi e dalle passioni represse, lontani almeno qualche spanna dal western classico e parecchie miglia da quello moderno.

La coppia di protagonisti (Cooper e la Stanwyck) avevo avuto modo di ammirarli già in occasione della visione di Arriva John Doe di Frank Capra, film nel quale nessuno dei due attori mi aveva colpito più di tanto. Se Gary Cooper continua a lasciarmi freddo è decisamente migliore l'interpretazione della Stanwyck capace di impersonare una donna passionale capace di infischiarsene delle convenzioni della società dell'epoca per perseguire e dar sfogo ai suoi desideri.

Per Jeff Dawson (Gary Cooper) e Dutch Peterson (Ward Bond), così come per chiunque possegga una concessione per l'estrazione del petrolio in Messico, la vità è davvero difficile a causa di gruppi di banditi alla continua caccia di dinero e di vittime a cui scucirlo. Tra varie difficoltà e lavori rischiosi l'unica soluzione per la coppia di amici sembra quella di lavorare per il loro vecchio compagno Paco Conway (Anthony Quinn), proprietario di una delle compagnie petrolifere meglio avviate della zona.

Il clima già teso a causa del banditismo viene esasperato dal triangolo amoroso che viene a crearsi tra Dawson, Conway e Marina (la Stanwyck), moglie di quest'ultimo ma già amante in gioventù del primo. Un vecchio amore mai dimenticato quello tra Dawson e Marina, soprattutto dalla donna, perfida e pronta a tutto per conquistare ancora una volta il suo vecchio spasimante.

Per essere una pellicola anni '50 risulta forte la carica passionale e adultera trasmessa dalla Stanwyck, sicuramente l'interprete più in forma del lotto. Insieme a sprazzi di talento mostrati da Quinn questo è più o meno tutto quello che c'è di apprezzabile in questo film che non si discosta dalla media di prodotti del genere. Certo che i drammoni passionali davvero riusciti sono altri, qui rimane un film discreto con un buon cast e un protagonista (Cooper) che continua a non piacermi. Il plot scorre in maniera prevedibile con qualche sussulto nel finale, inquadrate nell'epoca di provenienza anche alcune sequenze allora probabilmente considerate spettacolari sembrano ben riuscite. Nota ma francamente proposta in troppi frangenti la canzone Blowing wild di Frankie Laine, passaggio portante della colonna sonora.

Diciamo che un pizzico di delusione mi è rimasto, quasi come un retrogusto amarognolo.

giovedì 12 settembre 2013

BRADI PIT 71

Anche i bradipi mangiano fagioli. No scusate, volevo dire anche i bradipi piangono. No, non era neanche questo. Ecco, sì. Anche i bradipi si pongono delle domande. Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Ma soprattutto, quanto tempo ci mettiamo?



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mercoledì 11 settembre 2013

FERMO

(di Sualzo, 2013 - Bao Publishing - 15 euro)

Chi bazzica questo blog già da qualche tempo, come anche chi mi conosce personalmente, è al corrente del tipo di legame che da queste parti abbiamo con la cittadina di Bibbiena, comune adagiato sulle colline casentinesi distante una manciata di chilometri da Arezzo. O semplicemente Bibbiena Caput Mundi, come direbbe mia moglie.

Bibbiena è il paese d'origine di mio suocero e del suo più celebre fratello (celebre almeno da queste parti), quel Giuseppe Scapigliati creatore di Bradi Pit e Vincenzina, è il paese dove mia moglie Paola ha trascorso le estati della sua infanzia e dove mia figlia Laura ha iniziato a trascorrere diverse delle sue.

Bibbiena è anche il paese dove Sualzo, al secolo Antonio Vincenti, ha prestato servizio civile  e da dove ha attinto ricordi ed esperienze di un sè stesso più giovane trasformandole in questo bel volume a fumetti.

Originario di Perugia il giovane Sebastiano, alter ego dello scrittore, approda a Bibbiena per assolvere all'obbligo di leva, dieci lunghi mesi di servizio civile. Invece di essere dirottato verso la biblioteca comunale come si aspettava, Sebastiano viene assegnato al servizio domiciliare per le famiglie di ragazzi affetti da disagio psichico, quelli che una volta chiamavamo matti.

Va da sè che quello che ne vien fuori è un racconto molto personale e sentito, capace però di trasmettere grandi emozioni anche al lettore che come me ha vissuto esperienze decisamente similari a quelle raccontate da Sualzo. Al particolare si affianca l'universale, quella vasta gamma di situazioni e stati d'animo che appartengono all'autore così come appartengono in diversa misura un po' a tutti. I dubbi e le incertezze per quelle che sono esperienze nuove, i rapporti con le altre persone, quelli con la propria ragazza e con le altre di ragazze, le proprie passioni, le proprie difficoltà e avanti di questo passo.

E così, tra una cosa e l'altra, ci si trova a riflettere e magari anche un po' a cambiare. A capire che a volte per ritrovare un punto di equilibrio non è necessario fuggire da sè stessi o rincorre forsennatamente qualche cosa. A volte basta solo stare fermi.

Il piacere di ritrovare luoghi noti è stato per me solo uno dei motivi di interesse di questa narrazione, l'empatia con l'esperienza di Sebastiano è stata invece il fattore che ha scatenato il vero piacere della lettura. Grazie a Sualzo sono riaffiorati tutta una serie di ricordi e pensieri sopiti da un po' di tempo e magari ne riparlerò condividendoli.

Non mi resta quindi che ringraziare l'autore per il viaggio sul viale dei ricordi, per la dedica e anche per il bel disegno in seconda di copertina. Questo libro arriva direttamente da Bibbiena dove Sualzo l'ha presentato e dove con tutta probabilità Giuseppe ha ottenuto il prezioso bonus. Un grazie anche ai miei suoceri che me l'hanno regalato e così dovremmo essere più o meno tutti contenti :)

lunedì 9 settembre 2013

LAPUTA - IL CASTELLO NEL CIELO

(Tenku no shiro Rapyuta di Hayao Miyazaki, 1986)

Con Laputa - Castello nel cielo abbiamo infine completato la visione dei lungometraggi firmati dal maestro Hayao Miyazaki, eccezion fatta per il Kaze tachinu di prossima uscita. Ancora una volta il regista giapponese riesce a meravigliare, in questa occasione particolare spingendo deciso sui pedali dell'inventiva e dell'azione. Nonostante i ritmi dei film di Miyazaki siano spesso lenti e riflessivi qui le sequenze frenetiche non mancano di certo, nonostante i 124 minuti di durata rendano la visione del cartone animato impegnativa piuttosto che no.

Laputa è un isola volante con annesso castello e meraviglie assortite narrata per la prima volta da Jonathan Swift ne I viaggi di Gulliver. Miyazaki la colloca nella sua opera alla fine di un percorso di ricerca e peripezie affrontate da una serie di personaggi mossi da motivazioni diverse. Sheeta, una giovane ragazza in possesso della misteriosa pietrà della gravità, è la diretta discendente della casata reale di Laputa, tratta in salvo da una situazione spinosa si metterà in cerca dell'isola misteriosa insieme al suo salvatore, il giovane Pazu, interessato a trovare l'isola per riscattare la memoria di suo padre. Alle loro calcagna l'esercito in cerca della tecnologia di Laputa, il leader dei servizi segreti Muska mosso da motivazioni avvolte nel mistero e una banda di pirati del cielo alla ricerca di ricchezze e tesori.

Ognuno dei personaggi avrà la sua parte in questa fantastica ricerca costellata di agguati, inseguimenti, scoperte e magici avvenimenti che andranno a creare rocambolesche avventure in vista dell'epico finale in bilico tra dramma e meraviglia infinita.

Visivamente Il castello nel cielo offre una quantità enorme di trovate scenografiche dalla fantasia sfrenata collocate in un mondo dove tecnologie e ambientazioni del passato si mescolano alla perfezione con il fantastico e l'avveniristico. Disegni di splendida fattura all'altezza di ciò a cui ci ha abituati lo Studio Ghibli. Sempre in primo piano la poetica di Miyazaki pregna della sua avversione per la guerra e per le armi di distruzione e con un'attenzione particolare al legame dell'uomo con la terra e la natura.

Se Laputa - Il castello nel cielo non si colloca sul podio delle migliori opere di Miyazaki si rivela comunque un cartone animato pieno di fascino e personaggi ottimamente realizzati, non mancano strizzate d'occhio ad altre opere del maestro e rimandi grafici a personaggi già utilizzati in passato dallo stesso Miyazaki, la giovane Sheeta ad esempio non può non ricordare la Lana di Conan - Il ragazzo del futuro. Un altro tassello imperdibile nell'opera di questo cartoonist impagabile.

sabato 7 settembre 2013

IL GRAN LUPO CHIAMA

(Father goose di Ralph Nelson, 1964)

Per chi come me ha una bimba di sette anni, raggiunta questa età, si ha la possibilità di iniziare un pochino a sviare dai cartoni animati e portare le visioni serali collettive verso altri lidi, così, giusto per movimentare un po' l'idea di cinema dei propri pargoli e per godere in prima persona di esperienze filmiche alternative.

Abbiamo individuato nei film dei decenni passati un'ottima alternativa al film d'animazione. In gran parte delle pellicole provenienti dagli anni '50/'60 il linguaggio usato era sempre tenuto sotto controllo, le situazioni proposte erano adatte ad un pubblico di famiglie e quelle piccanti/ammiccanti erano solitamente solo accennate o fatte intuire allo spettatore, così da non creare nessun problema agli eventuali fruitori in tenera età.

La commedia è forse il genere che più si adatta ai bambini, anche se nel nostro caso Lauretta non disdegna neanche i vecchi telefilm di Sherlock Holmes, giusto per portare un esempio. Cosa può esserci di meglio quindi di un bel film con Cary Grant? Qualità quasi garantita, la moglie sempre contenta di ammirare l'attore inglese e gradimento assicurato per tutti.

Il Gran lupo chiama è la penultima fatica di Grant che chiuderà la sua fenomenale carriera con il successivo Cammina, non correre. A sessant'anni l'attore godeva ancora di fascino, brillantezza e della giusta espressione sorpresa e stralunata che ha reso così efficaci innumerevoli sequenze disseminate qua e là in più di trent'anni di carriera.

Siamo nel Pacifico della Seconda Guerra Mondiale, l'esercito Statunitense fatica a tenere a bada le incursioni degli aerei Giapponesi sulla moltitudine di isolette della zona che viene presto evacuata. Il Comandante Frank Houghton (Trevor Howard) è in cerca di una sentinella civile da piazzare su una delle tante isolette del Pacifico che possa tenere informato il Quartier Generale sui movimenti di aerei e navi nipponici. Fortuitamente si imbatte nel suo vecchio amico Walter Eckland (Cary Grant), un vagabondo sempre in movimento con la sua barca nei mari della zona. Con una serie di espedienti e simpatici ricatti il Comandante riesce a incastrare per lo spiacevole compito proprio Eckland, notoriamente disinteressato e contrario alle manovre militari. Trovatosi solo, in possesso di solo una scialuppa a motore come mezzo di locomozione e per giunta senza whisky, Eckland assolverà controvoglia al suo compito finché non dovrà ingegnarsi per andare a recuperare un'altra sentinella in pericolo di vita in un'isola vicina (ma non troppo). Ad attenderlo ci sarà una sorpresa. A dirla tutta le sorprese saranno ben otto.

Il gran lupo chiama (nome in codice del Capitano Houghton) è una commedia capace di mettere in pace lo spettatore, se ne ammira il semplice eppur funzionale intreccio, le battute garbate, gli equivoci e l'immancabile risvolto rosa reso possibile grazie all'interpretazione di Leslie Caron. Si sorride spesso ma mai in maniera sguaiata e ancora una volta ci si trova a constatare la quasi infallibilità del buon Cary Grant capace di eccellere in qualsiasi situazione. Due ore che volano via in maniera assai piacevole.

Cary Grant in una scena del film

venerdì 6 settembre 2013

LORDS OF DOGTOWN

(di Catherine Hardwicke, 2005)

Dogtown - La città dei cani. Così è chiamato il tratto di spiaggia compreso tra Venice e Santa Monica vicino alle rovine del Pacific Ocean Park, parco divertimenti molto noto nella Los Angeles degli anni '50 e caduto in disuso nel decennio successivo. Non esattamente uno dei posti più eleganti che potete trovare nella città degli angeli, anzi.

Proprio in quel lembo di terra, verso la metà degli anni '70, un gruppo di ragazzi con la passione del surf rivoluzionò il mondo dello skateboard portando in dote a quest'ultimo elementi e figure proprie del surf.

Il film scritto e sceneggiato da Stacy Peralta, uno dei protagonisti di quel momento magico per gli skaters californiani e non, racconta proprio la nascita e l'ascesa dello Zephyr Skate Team (i Z-Boys), gruppo di skaters voluto e assemblato dal surfista e produttore di tavole Skip Engblom.

Ragazzi provenienti da famiglie di diversa composizione ed estrazione sociale si ritrovano per surfare e fare skate nella zona del vecchio Pacific Ocean Park. Consolidando la loro amicizia grazie alle comuni passioni si stringono attorno a Skip (Heath Ledger), sciroccato proprietario di un negozio di tavole. La loro passione è anche una filosofia di vita, una ricerca di libertà che sfocerà in una concezione dello skate completamente nuova. Il pacato Stacy Peralta (John Robinson), il ribelle Jay Adams (Emile Hirsch), l'imbranato Sid (Michael Angarano) e il talentuoso Tony Alva (Victor Rasuk) sono il cuore del futuro gruppo dei Z-Boys che porterà il nuovo stile nelle principali competizioni dedicate allo skateboard.

In poco tempo arriveranno opportunità, fama, soldi e di conseguenza accordi, disaccordi, cambi di prospettiva, tradimenti e malumori. I ragazzi dovranno crescere e non tutti lo faranno alla stessa maniera.

Il film della Hardwicke è una bella fotografia di quei momenti, un racconto che parla di passioni e di amicizia, di esistenze difficili e di punti di svolta ma soprattutto è la parabola di alcuni ragazzi diventati in seguito dei punti di riferimento a livello mondiale per tutti gli amanti dello skate. Con un cast in palla e decisamente affiatato non è stato difficile neanche per un profano come me apprezzare lo spirito di questa pellicola e sentire il profumo dell'aria che si poteva respirare in quegli anni in quel determinato ambiente, la libertà e il senso del divertimento assaporato da quei ragazzi ancora così giovani. Le corse tra i cortili, le evoluzioni clandestine nelle piscine vuote a causa della siccità, le onde, il mare e anche diverse difficoltà.

Le riprese delle acrobazie sugli skate aumentano il coinvolgimento per quello che rimane un'opera di fiction ispirata molto da vicino a fatti reali. Certo, non sapremo (o almeno io non lo so) se la versione reale della sequenza finale del film andò proprio così, ad ogni modo alcuni passaggi della pellicola strappano diverse emozioni e questo non può essere un male. Certo va considerato che il lavoro di Peralta non può non essere influenzato dal cuore e dai sentimenti provenienti da un'epoca e da fatti legati alla propria giovinezza. Il risultato è comunque davvero apprezzabile, e ve lo dice uno al quale dello skate e del surf non è mai fregato nulla.

giovedì 5 settembre 2013

BRADI PIT 70

Finite le vacanze si torna alla normalità, al lavoro, al tran tran, alla tensione e allo stress. Tutti tranne lui. Teso lui? Magari gli altri, ma il nostro Bradi no, in tutta tranquillità augura a tutti un buon ritorno alle proprie vite. Keep Calm and Bradi Pit!



Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

domenica 1 settembre 2013

MONSTERS UNIVERSITY

(di Dan Scanlon, 2013)

E' un grandissimo piacere ritrovare Mike Wazowski e James Sullivan sul grande schermo a distanza di ben dodici anni. Con questo Monsters University non si raggiungono le vette di originalità toccate da Monsters & Co. però si può star certi che il divertimento di qualità è assicurato. La Pixar questa volta non stupisce sul piano tecnico ma si conferma come punto di riferimento per i film d'animazione di alto livello.

Siamo in zona prequel, per i due mostri il lavoro di spaventatori alla Monsters & Co. è ancora molto, molto lontano nel tempo. I nostri eroi sono due matricole pronte ad affrontare il duro corso di studi della Monster University, indirizzo Spavento.

Per Mike la possibilità di seguire i corsi di spavento del professor Knight, sotto la supervisione della terrificante direttrice Abigail Tritamarmo, è la realizzazione di tutti i sogni che nutriva sin da piccino. Sullivan, rampollo di una famiglia di grandi spaventatori, è al contrario di Mike convinto che l'impegno non sia necessario e che la dote di spaventatore in lui sia innata. Due mostri agli antipodi, Mike tanto convinto e deciso a farcela quanto assolutamente lontano dall'essere spaventoso e Sullivan dal talento innato ma svogliato e superficiale quanto, in fondo in fondo, un tantino insicuro.

In seguito a un increscioso incidente i due mostri, all'epoca più rivali che amici, vengono allontanati dal loro corso di studi e soltanto unendo le loro forze potranno avere la possibilità di tornare a inseguire il sogno di diventare dei grandi spaventatori.

I motivi di meraviglia e interesse sono diversi in questo Monsters University. Davvero divertente la riproduzione d'ambiente da college universitario americano con tanto di strizzate d'occhio a film a tema come Animal House e messa in scena di iniziazioni e malefatte delle varie confraternite. Ottima l'ulteriore stratificazione dei personaggi, quasi commoventi gli sforzi del povero Mike per diventare un grande spaventatore così come la presa di coscienza  dello stesso di essere forse destinato a qualcosa di diverso. Molto divertenti tutti i personaggi di contorno e davvero ben narrata la costruzione della nuova amicizia tra quelli che sono due tra i migliori personaggi di animazione degli ultimi decenni.


Uno scatto in avanti arriva anche dalla proposta del messaggio che il film vuole trasmettere che per una volta non è il solo credere in se stessi e inseguire i propri sogni con tutto l'impegno di cui si è capaci, ma anche quello di accettare il fatto di non essere portati per una determinata cosa e andare avanti, trovare nuove vie e nuovi stimoli per affrontare il futuro. Che se poi stiamo a vedere può considerarsi un messaggio al passo con i tempi e spendibile non solo per i bambini ma anche per quegli adulti che non hanno avuto la fortuna o la capacità di trovare il loro posto nel mondo.

Tutto questo in un film assolutamente divertente, zeppo di situazioni e personaggi indovinati con due protagonisti grandissimi e la giusta dose di emozioni.

Mike... Sully... magari ci si rivede tra una dozzina d'anni.

PS: un po' sottotono il corto che precede il film. L'ombrello blu ricalca il tema usato da poco per la realizzazione di Paper Man della Disney senza meravigliare più di tanto neanche per la parte tecnica. Rimane inalterata in casa Pixar la capacità di far trasmettere emezioni e sensazione anche a un pezzo di ferro qualunque.

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