venerdì 9 gennaio 2015

DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI

(2 ou 3 choses que je sais d'elle di Jean-Luc Godard, 1967)

Dando un'occhiata alla locandina del film e conoscendone il titolo, viene quasi naturale pensare che quelle due o tre cose che un non ben definito qualcuno sa di lei siano riferite alla protagonista del film Juliette Janson (interpretata da Marina Vlady). Questa potrebbe essere senza ombra di dubbio una delle ipotesi che nel film fortemente destrutturato di Jean-Luc Godard si affastellano portatrici di dubbi fin dall'enigmatico titolo.

A visione ultimata mi sento di dire che questa è l'ipotesi meno probabile o quantomeno meno significativa. Più facile che la lei del titolo sia la moderna Parigi in piena mutazione sociale e urbanistica se non addirittura, abbracciando una visione di più ampia portata, la società contemporanea, quella dei tardi anni '60 nei quali il film è stato girato, quella che iniziava ad abbracciare con calore e affetto la spinta consumistica e una nuova morale.

Godard lavora su diversi elementi il più evidente dei quali è la ricerca di una costruzione narrativa diversa dai canoni, una narrazione che si potrebbe definire quasi una non-narrazione, una semplice osservazione forse, pur deviando sensibilmente anche da quello che è il comune sguardo documentaristico. In fondo il montaggio atipico è un pallino del regista fin dal suo esordio Fino all'ultimo respiro, qui la sua sperimentazione ha fatto ulteriori passi in avanti.

C'è un abbozzo di storia, ci sono diversi frammenti e molte riflessioni. Partito da un'inchiesta giornalistica sulla prostituzione di ragazze estranee alla professione, Godard ci mostra alcuni sprazzi della giornata di Juliette, donna benestante che si prostituisce con l'avallo del marito per concedersi qualche comodità in più, qualche oggetto, dei vestiti. Tutto è molto lontano dallo squallore, non se ne ha percezione se non distogliendo lo sguardo dalla donna e guardando una Parigi sempre più cementificata e modernizzata dai nuovi quartieri periferici dei casermoni abitativi.


Non c'è unità narrativa, ogni tanto la protagonista parla in macchina come se rispondesse a una sorta di intervista, ogni tanto esterna stati d'animo o malessere, nelle discussioni pacate con il marito per esempio, poi l'attenzione si sposta sugli oggetti, sui consumi, su piccoli accenni della vita moderna per bocca di altri personaggi.

I temi sono diversi, da quelli palesati più sopra agli accenni alla guerra del Viet-Nam, i costumi sociali, crucci esistenziali. Ne viene fuori una riflessione sperimentale che per quanto interessante è anche difficile da seguire per lo spettatore, oggi forse più di allora se non si affronta la visione con una sguardo storico. Per quanto Godard sia considerato un punto fermo della cinematografia mondiale con questo film riesce davvero poco a coinvolgere e a tenere desta l'attenzione di chi assiste alla realizzazione pratica del suo pensiero teorico.

Forse visto nel '67, film figlio del suo tempo, avrebbe dato l'impressione di uno sguardo sul futuro, cosa che probabilmente ancora gli si può riconoscere, non senza però piazzare qualche sbadiglio tra un frammento e l'altro film.


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