sabato 28 febbraio 2015

VISIONI 59 - JILL THOMPSON

Quello di Jill Thompson è un nome parecchio conosciuto nel mercato dei comic book statunitensi, oltre ad aver lavorato su serie storiche della DC Comics come Sandman, Wonder Woman o Invisibles, crea gli albi dedicati alla Strega Madrina, personaggio che nelle fattezze di una giovane donna filiforme e dalla chioma rossa richiama molto il tipo fisico della Thompson stessa.

Le storie della giovane strega, storie rivolte principalmente ai bambini, sono un misto di fumetto e narrazione testuale e raccontano, almeno nel volume edito da Bao Strega Madrina, le avventure della piccola Hanna Marie alle prese con le sue prime feste di Halloween. La bimba, spaventata da mostri e simili ma soprattutto dai ragazzini più grandi di lei, scoprirà un mondo parallelo dove vive una Strega Madrina molto dolce e dove i mostri si rivelano essere molto meno terribili di quel che possano sembrare a una prima occhiata.

Storie per bimbi si diceva ma illustrazioni capaci di incantare chiunque, la nostra fortuna è stata quella di trovare questo bel volume al mercatino dell'usato e portarcelo via come nuovo a pochi centesimi più di un euro (per chi fosse interessato il prezzo di copertina è di 17 euro).

Comunque durante la sua carriera la Thompson è stata vincitrice di ben sei Eisner Awards, due vinti proprio per il suo lavoro su Strega Madrina. Ecco a voi qualche sua illustrazione.





















venerdì 27 febbraio 2015

L'ULTIMA FRONTIERA

(di Claudio Nizzi e Goran Parlov, 1997)

Mentre un po' tutti parlano del nuovo volume dedicato a Tex firmato Serpieri qui si continua a guardare al passato, nello specifico al 1997 anno in cui usciva l'undicesimo Texone, quello con le matite dell'artista croato Goran Parlov. E' un artista giovane quello al quale vengono affidate le matite de L'ultima frontiera, un disegnatore trentenne che in Bonelli si era già fatto notare grazie ai suoi lavori su Nick Raider e che aveva frequentato le lande assolate del west dalle parti del Ken Parker Magazine.

Il sempre fedele Claudio Nizzi decide però di spedire il croato a disegnare tra le terre innevate del Canada tanto care a Jim Brandon e Gros-Jean, coprotagonisti dell'albo, e di far trovare sulla strada di Tex Willer e Kit Carson il peggior demonio uscito dall'inferno, tanto per dirla con le parole di Brandon. Jesus Zane è probabilmente l'antagonista più riuscito fino a questo momento tra quelli presentati sui vari Texoni, un meticcio indiano che potrebbe essere considerato l'incarnazione pura e insensata dell'odio, uno di quei fetenti che non vedresti l'ora di strozzare con le tue mani.

Fisicamente Zane assomiglia molto al Daniel Day Lewis de L'ultimo dei Mohicani, proprio come il Ned Ellis di Magico Vento che casualmente arriva in edicola nello stesso momento in cui vi fa capolino L'ultima frontiera e sul quale più avanti lascerà il suo segno proprio Goran Parlov.


E' in contrasto stridente il candore del paesaggio innevato così  ben descritto da Parlov nella prima parte dell'albo con l'odio abissale del vero protagonista della storia, un uomo che cova profondo rancore verso i bianchi e in particolare verso il suo vecchio amico d'infanzia Nat, colpevole ai suoi occhi di avergli portato via l'amore della bella indiana Sheewa. Quando neanche le giubbe rosse canadesi riescono a mettere il sale sulla coda all'indomito Jesus Zane, a Jim Brandon non resta che chiedere l'aiuto dei suoi due vecchi amici Kit e Tex.

E' un Tex duro e deciso quello che serve per affrontare un avversario come Zane, ed è così che Parlov lo dipinge sulla pagina, un ranger dallo sguardo fiero, dalla mascella forte e marcata, un pezzo d'uomo senza paura e privo d'esitazioni sempre ben piantato in terra, uno che non lo smuovi neanche con un caterpillar. Il tratto di Parlov è bello, netto, pulito e preciso, capace di imprimere sentimenti forti nei personaggi, che siano questi odio e fermezza o sorpresa e paura.

Ancora una volta il lavoro svolto sul Texone si dimostra degno della carica di aspettative che l'appuntamento con questa particolare uscita suscita di volta in volta.


giovedì 26 febbraio 2015

BRADI PIT SPECIAL 5

Tempus fugit.


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mercoledì 25 febbraio 2015

BLOOD SIMPLE - SANGUE FACILE

(Blood simple di Joel Coen, 1984)

Come recita il detto, il buongiorno si vede dal mattino e l'esordio alla regia dei fratelli Coen (Ethan non accreditato) è di quelli fulminanti che non possono lasciare dubbi sul talento dei due fratelli del Minnesota, registi, sceneggiatori, montatori e produttori.

Attorniati da ottimi collaboratori come Barry Sonnenfeld alla fotografia e Carter Burwell alle musiche i due sparano un primo colpo realmente notevole iniziando con l'indagare il lato criminal dilettantesco della provincia americana, scenario ripreso con ancora maggior successo poi con Fargo.

Il mondo è pieno di persone scontente, perché purtroppo nessuno è soddisfatto di quello che ha, può essere infelice anche il Papa, o il Presidente degli Stati Uniti o l'uomo dell'anno, non sempre il potere appaga l'animo umano, perciò io vi dico lamentatevi con i vostri amici, chiedete loro aiuto e vedrete che intorno a voi si farà il vuoto. Dicono che in Russia invece ognuno cerchi di aiutare il prossimo, ma forse è solo una teoria. Comunque qui è molto diverso, qui siamo in Texas dove ogni uomo pensa soltanto a se stesso.

E così, proprio per insoddisfazione, Amy (Frances McDormand) si trova lungo una strada texana, notturna e solitaria, a bordo dell'auto di Ray (John Getz), giovane dipendente di suo marito Marty (Dan Hedaya). L'adulterio e la passione sono inevitabili, e se dal discorso iniziale tra i due si potrebbe fantasticare di un marito direttore d'azienda e un amante dipendente modello, la realtà è un po' più squallida. Marty è proprietario di un locale notturno dove Ray lavora come barista ed è inoltre un uomo sospettoso che non ha totale fiducia nella moglie. Infatti, proprio quella notte, alle costole della coppia improvvisata d'amanti si trova il detective dallo scatto fotografico facile Loren Visser (M. Emmet Walsh). La tresca verrà a galla e per gelosia, avidità, paura e tutta una serie sfortunata di equivoci e incomprensioni tutto andrà a puttane e finirà in tragedia.


La costruzione della vicenda da parte dei Coen è magistrale e calibrata al millimetro, pur mantenendo una narrazione lineare sembra che le azioni di ogni singolo personaggio, finanche quando queste si rivelano disattente e scalcagnate, si incastrino alla perfezione con quelle di tutti gli altri così come ogni stacco e ogni movimento di camera effettuato dai registi sembra andare a impreziosire la narrazione. Tagli di luce, ombre ben segnate in un film con diverse scene buie, accompagnamento sonoro, tutto contribuisce alla perfetta economia di un film che gode di un'ottima tensione emotiva lungo il quale ci si ritrova a chiedersi spesso: "e ora questo qui che farà? E quell'altro?".

Composto da ottimi caratteristi, facce note di cui magari non si conosce il nome (McDormand a parte, almeno al giorno d'oggi, all'epoca chissà...), il cast funziona alla perfezione mettendo in scena il giusto mix di animi umani che serve a chiudere il cerchio di una narrazione encomiabile. L'esordio dei Coen ancora mi mancava, chapeaux.


10 VOLTI (25) - BLACK EDITION

Pronti per la nuova manche di 10 volti? Bene, tornata tematica, in fondo anche Topolino ha avuto la sua Black Edition, potevo non concedermela anche io? Ed eccola qui, siete in grado di indovinare i volti dei personaggi sottostanti, le regole sono le solite, la manche è aperta.

La situazione di classifica è al momento la seguente:

01 La Citata 32 pt.
02 Bradipo 29 pt.
03 Luca Lorenzon 24 pt.
04 Poison 21 pt.
05 Luigi 20 pt.
06 Vincent 17 pt.
07 Babol 13 pt.
08 Urz 13 pt.
09 L'Adri 12 pt.
10 Cannibal Kid 10 pt.
11 Morgana 9 pt.
12 Eddy M. 8 pt.
13 Elle 8 pt.
14 Viktor 6 pt.
15 Frank Manila 5 pt.
16 Michele Borgogni 5 pt.
17 Umberto 4 pt.
18 M4ry 3 pt.
19 Zio Robbo 3 pt.
20 Evil Monkeys 2 pt.
21 Alligatore 2 pt.
22 Miu Mia 2 pt.
23 Beatrix Kiddo 1 pt.
24 Ismaele 1 pt.
25 Brusapa Jon 1 pt.
26 Blackswan 0 pt.
27 El Gae 0 pt.
28 Acalia Fenders 0 pt.

A voi.


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lunedì 23 febbraio 2015

L'ORRIBILE VERITA'

(The awful truth di Leo McCarey, 1937)

L'orribile verità, film del 1937 con Cary Grant e Irene Dunne, presenta tutte le principali caratteristiche della screwball comedy tanto in voga all'epoca. C'è la contrapposizione uomo/donna, una storia d'amore che va all'aria per poi, dopo tutti gli equivoci del caso, rientrare nei ranghi, c'è l'umorismo elegante ma anche la gag più fisica e c'è il confronto tra tipologie di persone diverse, in questo caso l'allevatore dell'Oklahoma più rustico e il newyorkese elegante.

Tutti questi elementi sono ben calibrati dall'ottima regia di Leo McCarey e rendono la commedia frizzante, divertente e capace di reggere un gran bel ritmo dall'inizio alla fine. Inoltre l'eleganza di Cary Grant e la sua verve d'attore trovano un'ottima controparte in Irene Dunne che con l'attore inglese va a formare un'accoppiata perfetta.

Il nodo centrale della vicenda è il divorzio tra Jerry Warriner (Cary Grant) e sua moglie Lucy (Irene Dunne) entrambi convinti dell'infedeltà coniugale dell'altro. In particolare Jerry patisce la presenza del maestro di canto di lei, tal Armande Duvall (Alexander D'Arcy) al quale non manca di far arrivare espliciti messaggi d'insofferenza.

Nel tempo che intercorre tra la separazione e il momento in cui il divorzio diverrà effettivo i due hanno tempo per allacciare nuove relazioni e far ingelosire il partner. Lucy inizia a frequentare Dan Leeson (Ralph Bellamy), allevatore dell'Oklahoma dai modi da sempliciotto con tanto di mamma al seguito (Esther Dale), Jerry intreccia una relazione con la ricca Barbara Vance (Molly Lamont), donna di buona famiglia. I due non perderanno occasione per far fallire le nuove liasons dell'altro.

Si ironizza sull'istituzione del matrimonio in maniera garbata, i fili verranno inevitabilmente riallacciati ma non ci si risparmia qualche arguta frecciatina, basti assistere alla telefonata tra Lucy e il suo avvocato che tenta di convincerla che il matrimonio è una cosa buona e giusta.

Divertente, simpatica e di classe, nonostante sia una commedia degli anni '30 con ben ottant'anni sul groppone L'orribile verità si mantiene giovane in maniera invidiabile, Nel nostro excursus nella filmografia di Cary Grant questo è sicuramente uno di quei film davvero ben riusciti.


domenica 22 febbraio 2015

RALLYE MONTE-CARLO PT. 4

L'idea di dedicare qualche post al Rally di Montecarlo nasceva grazie a Jean Graton e alla lettura del suo Michel Vaillant, era per me un modo come un altro per avere la possibilità di andare alla ricerca e quindi di presentarvi alcune immagini d'epoca (ma anche più moderne) di vecchie auto, una gioia per gli occhi sicuramente in grado di far felice qualche curioso e qualche appassionato. Ammetto che la stesura di questi post tanto è stata faticosa quanto è passata inosservata, probabilmente l'esperimento inizierà e terminerà con il Rally di Montecarlo, magari con le foto dedicate agli anni '80. L'idea originale era poi quella di spostarsi su altre competizioni, altre epoche e latitudini e quindi altre auto ma è facile che nulla di tutto ciò vedrà mai la luce. Per ora riallacciamo il filo del discorso legandoci al decennio precedente.

Come nel 1969 anche nel primo anno del nuovo decennio si aggiudicano la vittoria lo stesso team e la stessa auto, gli anni '70 si aprono infatti sotto il segno della Porsche 911 S guidata dalla coppia formata da Bjorn Waldegard e Lars Helmer entrambi svedesi.

1970 - Bjorn Waldegard su Porsche 911 S



Nel 1971 a trionfare è un altro svedese, Ove Andersson, pilota che vivrà e morirà per le auto, fonderà la casa automobilistica che poi darà vita alla Toyota Team Europe e perirà nel 2008 in una prova di rally in Sudafrica. Entra nell'albo d'oro del Rallye Monte-Carlo a bordo di una Alpine A110 1600.

1971 - Ove Andersson su Alpine A110 1600



I primi accenni dello strapotere italiano di Sandro Munari nei '70 si intravedono nel 1972 in coppia con Mario Mannucci a bordo della Lancia Fulvia 1.6 Coupé HF. Tra le tante vittorie l'italiano si aggiudica anche quella del mondiale rally del '77.

1972 - Sandro Munari su Lancia Fulvia 1.6 Coupé HF



L'edizione del 1973 ricopre una grande importanza storica, viene istituito infatti il Campionato del Mondo di rally del quale il Rallye Monte-Carlo è la prima prova ufficiale. Valevole quindi per il mondiale la prova se la aggiudica un uomo di casa, il francese Jean-Claude Andruet alla guida di una Alpine A110 1800.

1973 - Jean-Claude Andruet su Alpine A110 1800



Poi per tre anni consecutivi non c'è più niente da fare per nessuno, Sandro Munari in coppia con Mannucci prima e con Maiga poi, si aggiudica le edizioni della corsa del '75, '76 e '77 (nel 1974 il rally di Monte Carlo non è stato disputato), tutte quante a bordo di una Lancia Stratos HF.

1975 - Sandro Munari su Lancia Stratos HF




1976 - Sandro Munari su Lancia Stratos HF



1977 - Sandro Munari su Lancia Stratos HF



Il decennio si chiude all'insegna dei piloti di casa che riescono a tornare sul gradino più alto del podio. Nel 1978 è Jean-Pierre Nicolas ad aggiudicarsi l'edizione a bordo della Porsche 911 Carrera 3,0. Nel 1978 il pilota si aggiudicò ben tre vittorie, oltre a Monte-Carlo anche il Safari Rally e il Rally della Costa D'Avorio.

1978 - Jean-Pierre Nicolas su Porsche 911 Carrera 3,0



Chiudiamo questo excursus nei '70 con la vittoria nel 1979 ancora una volta di una Lancia Stratos HF guidata dal francese Bernard Darniche.

1979 - Bernard Darniche su Lancia Stratos HF

Come al solito diamo un'occhio alle foto di queste auto vintage in versione comune e non da corsa.

Porsche 911 S vincitrice nel 1970



Alpine A110 1600 vincitrice nel 1971



Lancia Fulvia 1.6 Coupé HF vincitrice nel 1972



Alpine A110 1800 vincitrice nel 1973



Lancia Stratos HF vincitrice nel 1975 - 1976 - 1977 - 1979



Porsche 911 Carrera 3.0 vincitrice nel 1978

venerdì 20 febbraio 2015

MADRA... IL TERRORE DI LONDRA

(The night caller di John Gilling, 1965)

Il regista John Gilling vanta una filmografia parecchio nutrita tra le cui opere compaiono diversi film horror realizzati per la casa di produzione Hammer nel decennio dei Sessanta. In Madra... il terrore di Londra le influenze più evidenti arrivano però dalla fantascienza del decennio precedente qui contaminata da atmosfere che fanno capo al thriller e da qualche spruzzatina horror, almeno di quello che poteva essere considerato horror cinquant'anni fa.

Siamo già nel mezzo dei Sessanta, il film presenta un bel bianco e nero d'atmosfera, una regia che riesce a non essere noiosa nemmeno nei momenti riflessivi dedicati alle ipotesi scientifiche, alcune belle riprese notturne della Londra d'epoca e un tema musicale d'apertura niente male. Il film venne distribuito nel 1966 negli Stati Uniti ed è conosciuto anche come Night caller from outer space (forse per sfruttare quell'outer space) o come Blood beast from outer space.

Proprio dallo spazio profondo arriva l'oggetto non identificato rilevato in un osservatorio inglese dai dottori Costain (John Saxon) e Morley (Maurice Denham) e dalla loro assistente Ann Barlow (Patricia Haines). Quello che dai radar sembra un grosso oggetto incomprensibilmente non disintegratosi nell'attraversare l'atmosfera terrestre, si rivela essere un'oggetto sferico dalle dimensioni di poco più grandi di un pallone da calcio. Esclusa la presenza di radiazioni nocive, gli scienziati e l'esercito iniziano a studiare l'oggetto dal quale scaturirà una seria minaccia che insidierà molte giovani fanciulle londinesi.


L'assunto fantascientifico sembra più un pretesto per innestare una trama dove gli elementi principali sono l'indagine e la tensione scaturita dall'ignoto, anche l'uso degli effetti speciali si limita a qualche trucco di scena ben amalgamato nel film ma non così sorprendente. Qual'è la minaccia? cosa vuole di preciso da noi? A chiarire le cose ci pensa un cast ben calibrato che vede tra i protagonisti John Saxon, volto noto anche qui in Italia e caratterista affermato, ben supportato dagli altri interpreti e da una convincente Patricia Haines.

Il film, che in chiusura offre anche l'educativa riflessione sulla violenza che non guasta mai, pur non essendo tra i più noti del filone mi è sembrato più riuscito di altri prodotti simili ben più blasonati, forse proprio per quel miscuglio leggero di thrilling, horror e fantascienza. Crossover.


giovedì 19 febbraio 2015

BRADI PIT 122

Stralci di poesia, sensazioni new age...


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mercoledì 18 febbraio 2015

GHOST IN THE SHELL

(Kokaku Kidotai di Mamoru Oshii, 1995)

Città di New Port, anno del signore 2029. L'umanità non è più composta da soli umani, anzi gli umani veri e propri così come noi li conosciamo sono una minoranza. Quasi tutta la popolazione è ormai ibridata con innesti tecnologici, chi in misura maggiore, chi in misura minore. Poi ci sono i cyborg, vere e proprie anime racchiuse in un guscio (da cui il titolo Ghost in the shell) per lo più inorganico e costantemente connesso a database e informazioni provenienti dalla rete.

La protagonista Motoko Kusanagi è proprio una di questi cyborg, agente speciale in forza alla polizia nella Sezione 9. Il Maggiore Kusanagi sta indagando su un caso nel quale sono coinvolti diplomatici, politici e la Sezione 6 legata al Ministero degli esteri. Nel corso delle indagini emerge l'evasiva figura del Burattinaio, una sorta di hacker imprendibile e manipolatore con il quale Kusanagi e i suoi colleghi dovranno per forza di cose fare i conti. A dar manforte al Maggiore ci sono il potenziato e fedele Batou e il quasi umano Ishikawa.

Ghost in the shell, tratto dal celebre manga di Masamune Shirow, si apre con una vicenda politica e diplomatica poco chiara e fumosa che crea nello spettatore una sorta di incertezza e di scompiglio iniziale che si affievolirà solo lungo la visione, non perché i passaggi iniziali vengano chiariti e spiegati al meglio, più che altro perché l'attenzione si concentrerà su elementi diversi. Quando di mezzo ci sono i cyborg o gli automi uno degli argomenti più affascinanti esplorati dalla fantascienza, da Philip Dick in poi, è sicuramente quello dell'essere sintetico che prende coscienza di sè e inizia a porsi dubbi sulla propria esistenza. Coscienza, vita, confini, libero arbitrio di fronte alla vastità incorporea dei dati, reti, software autoevolventi, nuove coscienze e nuove vite, sono elementi presenti e fondamentali nel film, più che la ricerca e il confronto con l'antagonista.

Pur essendo un punto di riferimento per un certo genere di animazione fantascientifica, Ghost in the shell non mi è sembrato riuscito in toto pur mantenendo un fascino innegabile, aiutato in questo dall'ottima colonna sonora di Kenji Kawai, angosciante e inquietante al punto giusto. La confusione iniziale e qualche passaggio a vuoto sono a mio avviso innegabili così come innegabili sono di contro i punti di forza che stanno in una bella animazione che sfoggia un mix di disegno e computer grafica ben riuscito, nelle tematiche di indubbio fascino anche se ormai non nuove e in una protagonista tanto fredda quanto interessante.

Probabilmente visto nel 1995 (e contando che il manga vide l'esordio nel 1989) Ghost in the shell poteva essere considerato quasi un precursore, pare che sia i Wachowski per Matrix che Spielberg per A.I. abbiano guardato a quest'opera per realizzare le loro. Oggi probabilmente l'impatto non è più lo stesso nonostante il film rimanga una visione sempre interessante e offra riflessioni e momenti profondi su argomenti in gran parte ancora teorici.


martedì 17 febbraio 2015

lunedì 16 febbraio 2015

L'ILLUSIONISTA

(The illusionist di Sylvain Chomet, 2010)

E' un mondo triste quello dell'anziano illusionista Tatischeff, la guerra è ormai alle spalle da più di un decennio e le società stanno cambiando, forse per artisti come lui non c'è più posto e non è più tempo. I teatri sono vuoti, gli ingaggi più degradanti, il grosso pubblico è preso da rock band sui generis, juke boxe, televisioni. Le città però sono ancora magiche e belle, non rimane che viaggiare per sbarcare il lunario, da una ville lumiere da sogno romantico verso una Londra un poco più moderna per finire nella remota Scozia dei pub in una Edimburgo che bella così neanche nelle favole. Da un treno a un traghetto, da un incasso misero a un piccolo successo. E' in un piccolo pub scozzese che l'artista e il suo coniglio ricevono un po' di calore per una performance che richiama l'attenzione della giovane cameriera Alice che di lì a poco deciderà di lasciare il paesello e seguire nel suo peregrinare l'anziano Tatischeff. Da qui l'artista farà di tutto pur di compiacere quella giovane, quasi una figlia per lui, ma non sarà facile tirare avanti ne tanto meno lasciarla andare.

E' davvero un mondo triste, malinconico e nostalgico quello di Tatischeff, un mondo illustrato con una maestria rara da Chomet (Appuntamento a Belleville) e dal suo staff, un salto indietro nel tempo nella delicatezza dei '60 in arrivo e nella brezza inarrestabile del cambiamento. Il mondo degli artisti, non solo quello del protagonista, pennellato in splendida animazione tradizionale, mostra tutta l'inadeguatezza e la difficoltà di sensibili sconfitti, alcuni pronti al gesto più estremo ma facili da pacificare con un buon piatto di minestra.

La sensazione del tutto che cambia, del nuovo in cui non c'è più posto, del giovane che è un poco meglio, della difficoltà di mantenere un rapporto. Tutto mostrato e raccontato in silenzio (il film è praticamente muto) e con delicatezza, sia nella narrazione che nelle scelte cromatiche delle immagini. Poi, come per magia, l'illusione s'infrange, basta una frase, triste, perentoria.


La sceneggiatura de L'illusionista fu scritta da Jacques Tati già negli anni '50, recuperata dalla figlia dopo la sua morte è arrivata nelle mani di Chomet per volontà della stessa, decisa a vedere per un ultima volta il padre sullo schermo, non impersonato da qualcun'altro ma disegnato su carta, così, somigliante a come lui era. Scelta felicissima così come la riuscita di questo film.

PS: Sophie Tatischeff non fece in tempo a vedere il film realizzato, morì diversi anni prima dell'uscita nelle sale de L'illusionista, il film è a lei dedicato.


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