domenica 28 giugno 2015

CONEY ISLAND

(di Gianfranco Manfredi, Barbati & Ramella, 2015)

Se prendiamo in esame le iniziative intraprese dalla Sergio Bonelli Editore negli ultimi anni non si può certo dire che in via Buonarroti non abbiano sperimentato o tentato di portare innovazione al fumetto popolare italiano, se non proprio con il formato almeno con formule nuove e contenuti differenziati.

Ricalcando un poco, ma in maniera senz'altro diversa, il lancio di qualche anno fa della collana Le Storie, è ancora fresca la partenza di una nuova proposta slegata da qualsiasi personaggio ricorrente o da autori unici. Se con Le Storie ogni mese il lettore trova nuovi personaggi e differenti ambientazioni con Le Miniserie Bonelli l'idea è più o meno la stessa ma le vicende presentate godono di più ampio respiro e di una narrazione scandita nell'arco di tre o quattro uscite mensili. Coney Island è quindi soltanto la prima di una serie di storie che questa nuova iniziativa porterà in edicola.

L'esordio è affidato ai testi di Gianfranco Manfredi e alle matite di Giuseppe Barbati (purtroppo recentemente scomparso) e di Bruno Ramella. Devo dire che i tre numeri che compongono la miniserie Coney Island non mi sono affatto dispiaciuti, anzi. Innanzitutto si nota come all'interno di una formula già nuova di per sé, Manfredi decida di scandire gli eventi narrandoli a blocchi e seguendo per ognuno di questi il punto di vista di uno dei suoi protagonisti. Questa scelta dona alla storia un bel ritmo e una concatenazione di eventi che funziona sinceramente bene senza mai risultare artefatta o pretestuosa. Gli elementi narrativi sono numerosi e intriganti: per iniziare il connubio tra la location, il vecchio Luna Park di Coney Island, e il periodo storico degli anni '20 del 1900 è di grande fascino. Poi la scuola dei duri e i dialoghi e i personaggi ispirati all'hard boiled, uno su tutti l'ispettore Jack Sloane, uno che non va fiero dei suoi metodi spicci ma nemmeno se ne vergogna. E ancora il circo, il mondo degli stunt, quello degli illusionisti e dei fenomeni da baraccone, la malavita organizzata, la storia e il sovrannaturale. Elementi diversi che però ben si combinano un con l'altro andando a creare un mosaico di suggestioni tutto sommato piacevole e ben riuscito. La durata più lunga rispetto agli episodi presentati su Le Storie permette probabilmente di delineare meglio i personaggi, magari non tutti, dandone una versione abbastanza approfondita e articolata come nel caso dei co-protagonisti Mister Frolic e Speedy per esempio.

Sul versante grafico mi preme segnalare le copertine di Corrado Mastantuono che, la prima in particolare, mi sono piaciute davvero parecchio, tutte e tre accomunate dalla presenza dell'iconica ruota panoramica di Coney Island. Anche i disegni dei tre albi rendono bene le atmosfere della storia.

Bilancio dunque positivo per un esordio molto interessante, si passerà ora al Tropical Blues di Luigi Mignacco e Marco Foderà con la speranza che la nuova iniziativa possa godere di una seconda prova altrettanto valida.


venerdì 26 giugno 2015

SANGUE SUL COLORADO

(di Claudio Nizzi e Ivo Milazzo, 1999)

Dopo la parentesi del Texone di Boselli, alla sceneggiatura del Tex formato gigante torna il gigante della sceneggiatura texiana, il prode Claudio Nizzi, questa volta accompagnato ai disegni da uno dei padri di un altro personaggio iconico del west tutto italiano: Ken Parker anche noto come Lungo Fucile.

È ovvio quindi come il disegnatore di turno, il piemontese Ivo Milazzo, si trovi a proprio agio tra gli spazi aperti del Colorado così come tra le strade della cittadina di Silver Creek, realtà mineraria tiranneggiata dai giovani rampolli della famiglia MacLean. Se non si tratta di ranch e terre destinate all'allevamento dei capi di bestiame allora l'oggetto del contendere sono le concessioni minerarie legate alla ricerca dei filoni d'oro. La famiglia di ricchi che detta legge e i poveri cercatori d'oro che resistono alla grande azienda usurpatrice, la Mining Company della famiglia MacLean. Il canovaccio quindi, portato avanti con la consueta scioltezza da Claudio Nizzi, è uno dei più classici dell'epopea western, una successione d'eventi con i quali i quattro pards non possono che andare a nozze. Ciò nonostante il giovane Kit Willer rischierà di finire sulla forca a causa delle prepotenze degli uomini dei MacLean.


La scelta del disegnatore è ancora una volta più che azzeccata, il contributo di Milazzo al mito del Texone è di quelli davvero importanti. Bastano pochi segni e l'uso sapiente dei neri al disegnatore per fissare sulla carta emozioni e stati d'animo, asprezze e dolori, prepotenze e rimpianti. Il tratto di Milazzo è soave e leggero, elegantissimo anche nelle scene più movimentate, questo senza nulla togliere alla buona resa dei momenti più turbolenti della narrazione. Inappuntabile, quasi invidiabile, la maestria con la quale l'artista porta a casa il lavoro e permette alla collana del Texone di aggiungere un'altra tacca preziosissima alla sua storia editoriale.

E' proprio di queste ultime ore la notizia che Mondadori Comics porterà nuovamente in edicola, con un nuovo formato economico simile a quello usato per la riedizione di Hammer, l'intera saga di Lungo Fucile di Berardi e Milazzo, un'ottima occasione per ammirare o riammirare uno dei lavori importanti del fumetto italiano.

giovedì 25 giugno 2015

WOLF CHILDREN - AME E YUKI I BAMBINI LUPO

(Okami Kodomo no Ame to Yuki di Mamoru Hosoda, 2012)

Un'altra bella sorpresa proveniente dal mondo dell'animazione del sol levante. Il regista Mamoru Hosada arriva da una gavetta come animatore di serie televisive e di film da queste derivati. Parliamo di brand molto conosciuti anche da noi in occidente, grandi successi come Digimon, One Piece, Magica DoReMi, etc...
Hosada vanta anche una collaborazione con lo Studio Ghibli per la realizzazione de Il castello errante di Howl del quale in origine doveva esserne addirittura il regista (sostituito poi come è noto dal maestro Miyazaki).

È dal 2006 che Hosada passa ai lungometraggi indipendenti affrancati da altri prodotti televisivi, prima con La ragazza che saltava nel tempo e poi con Summer Wars (2009). Per la realizzazione di Wolf Children crea un suo studio, lo Studio Chizu, per il quale dovrebbe uscire a breve il suo nuovo lavoro: The boy and the beast.

Sono diversi e ben armonizzati tra loro i temi toccati da questo anime giapponese in bilico tra umani sentimenti, amori terreni e sviluppi fantastici. L'universitaria Hana si innamora di uno studente molto riservato. Con il passare del tempo la loro storia diventa sempre più seria fino al punto in cui il ragazzo rivela ad Hana di essere un uomo lupo, creatura molto diversa da quel che le credenze popolari lascino intendere. La ragazza accetta con coraggio la vera essenza del suo compagno dalla relazione con il quale nasceranno due bambini, prima la ragazza lupo Yuki e in seguito il piccolo ragazzo lupo Ame.

Prima dell'aspetto che più affonda nella fantasia, sono i sentimenti ad essere esplorati nel film, iniziando dall'amore e dalla nascita della relazione tra Hana e l'uomo lupo scandita nel suo evolversi da pochi dialoghi e lasciata crescere quasi interamente grazie alle splendide immagini e alla colonna sonora che funge da perfetto accompagnamento alla vicenda. Poi inevitabilmente arrivano dolore e perdita, una tragedia che lascerà Hana sola a crescere due bambini decisamente fuori dal comune.


Qui c'è una perfetta metafora, specchio amplificato di tanta vita reale, delle difficoltà incontro alle quali vanno tante donne costrette a crescere i propri figli da sole, con tanto amore ma anche con numerosi sacrifici e gravose difficoltà. Una delle soluzioni, nel caso di Yuki e Ame probabilmente inevitabile e ancestrale, è il ritorno alla natura. Sotto questo aspetto Hosada rende con attenzione e precisione, sia a livello visivo che narrativo, quelle che sono le difficoltà, le caratteristiche, la bellezza e le soddisfazioni della vita agricola, dell'aiuto reciproco e della condivisione.

In tutto questo il percorso di due bimbi eccezionali, diversi tra loro per carattere e inclinazioni, costretti a tenere nascosta la loro natura, due bimbi che crescono tra il richiamo animale e la civiltà degli esseri umani, ognuno di loro portato e indirizzato verso la sua personale scelta di vita.

A tratti triste, a volte più spensierato, sempre denso, Wolf Children è l'ennesima opera dall'estremo oriente da vedere senza se e senza ma. Tutto gira molto bene, unico appunto che si può fare a lavoro di Hosoda è il minutaggio elevato (117 min.) che potrebbe creare qualche problema ai più piccoli. Il resto è tutto grasso che cola.


mercoledì 24 giugno 2015

GLI ESAMI NON FINISCONO MAI

Eh già, proprio così, gli esami non finiscono mai. E non mi sto riferendo alle prove che la vita ci costringe ad affrontare periodicamente, no, parlo proprio degli esami, quelli pratici, scritti e orali alle fine dei quali una persona o un ente preposto vi affibbia un voto, vi dà una pedata nel sedere e vi ributta nel mare dentro il quale dovete tentare di tenervi a galla.

Bene, dopo un anno speso alla ricerca di una nuova professionalità, di un qualcosa che in qualche maniera potesse contribuire a cambiare la mia vita, di una possibilità di ricominciare da capo in maniera più felice (o quantomeno serena), eccoci giunti al dunque, alla fine di quest'altra esperienza.

Tutto questo girata ormai la boa dei 40. E non è andata neanche poi tanto male, anzi (82/100 per la cronaca). Abbandonati uffici, lavori di concetto (di poco concetto, eh) e relazioni continue con la più disparata umanità, si dovrebbe passare a lavorare all'aria aperta, a contatto con il verde e con le piante. Mica male. Uso il condizionale perché al momento il lavoro non c'è, è tutto da creare e da cercare. Ci sono un po' d'esperienza (fatta a gratis ovviamente), qualche vaga promessa e qualcosina che inizia a muoversi (grazie Black).

Quindi. Se siete nella zona di Torino (ma anche no, tenete conto che il punto di partenza è quello) e avete bisogno di qualcuno che vi curi il giardino, vi sistemi il verde del balcone, vi tagli il prato e cose così noi ci siamo (dico noi perché è bene muoversi in due). In fondo perché non usare un blog dove migliaia di curriculum causa del disboscamento dell'Amazzonia falliscono miseramente?

Se non ne avete bisogno voi ma conoscete qualcuno che invece si, allora perché no? Noi, ancora una volta ci siamo. Dicono che ogni fine sia un nuovo inizio. In fondo cosa ci costa ben sperare per una volta?

Saluti a tutti e convertitevi al verde :)

PS: non fatevi ingannare dalle immagini, si lavora col verde ma non esageriamo...

domenica 21 giugno 2015

LOGOEROICO

Nell'attesa che il nostro amato Bradi Pit ritrovi la via di casa ecco a voi altre quattro immagini della serie Logoeroico creata dal papà del bradipo: Giuseppe Scapigliati.

E non è detto che a breve non arrivi qualche altra sorpresa, vediamo...












sabato 20 giugno 2015

SWEENEY TODD - IL DIABOLICO BARBIERE DI FLEET STREET

(Sweeney Todd: the demon barber of Fleet Street di Tim Burton, 2007)

È ormai da tempo che il mio rapporto con i film di Tim Burton si è (definitivamente?) incrinato. Se posso permettermi di autocitarmi, e dopo più di cinque anni di blogging mi sarà forse concesso, torno ad ammettere come nel suo genere Tim Burton sia un maestro, un maestro che però ha rotto un poco i coglioni. Negli anni '00, ribadendo ancora una volta di non aver visto Big Fish, a parte le prove in stop motion il regista inanella uno dopo l'altro film brutti o film mortalmente noiosi. Oppure film brutti e mortalmente noiosi. Abbastanza inutile ricordarli ora, però per dirla con Moretti: "ma si, facciamoci del male" e riportiamo pure alla mente Il pianeta delle scimmie, La fabbrica di cioccolato e Alice in Wonderland. A completare il quadro del periodo troviamo questo Sweeney Todd, prodotto sicuramente migliore dei tre citati sopra ma di certo non privo di aspetti negativi.

Questa volta Burton osa qualcosa di più applicando a una storia ascrivibile al revenge movie la formula del musical facendo cantare i suoi attori che, almeno nei ruoli principali, continuano a essere sempre i soliti, ormai non più uomini e donne fatti di carne e sangue ma vere e proprie maschere di se stessi. Si parla ovviamente di Johnny Depp e della Helena Bonham Carter.

Ciò nonostante sprazzi di luce arrivano proprio da quella direzione, da dove ormai più non li aspettavo, ovvero dall'interpretazione convincente di un Johnny Depp che sembra ricordarsi di aver recitato una volta, una vita fa, in film come Edward mani di forbice (dello stesso Burton), Blow, Donnie Brasco, Paura e delirio a Las Vegas, etc...
Inoltre, a differenza della Bonham Carter che rimane nella media, a mio avviso Depp regala anche un'ottima prova canora nelle parti musicali (che sono la maggior parte delle sequenze del film), interpretate con il giusto piglio e con la capacità non scontata di rendere possibile seguire la vicenda anche al pubblico non anglofono grazie a una dizione sul cantato chiara e pulita (ho visto il film senza sottotitoli).

La storia invece non ha nulla di particolarmente originale, alcuni passaggi risultano più interessanti e coinvolgenti, altri fanno calare la palpebra senza pietà. Quello che invece non mi ha colpito in maniera particolare è l'impianto scenografico, cosa in cui il cinema di Burton solitamente eccelle, anche nelle sue prove meno riuscite.


È la Londra dell'Ottocento che viene messa in scena. La storia narra una di quelle vendette che ricordano Il Conte di Montecristo. Dopo aver scontato 15 anni di galera il barbiere Benjamin Barker torna a londra sotto lo pseudonimo di Sweeney Todd (Johnny Depp) con la ferma intenzione di vendicarsi del giudice Turpin (Alan Rickman) causa della sua detenzione e colpevole di aver violentato e indotto al suicidio la moglie del barbiere (Laura Michelle Kelly). Stabilitosi in Fleet Street sopra al negozio della signora Lovett (Helena Bonham Carter) il barbiere darà il via alla sua vendetta e a una scia di sangue alimentata a colpi di rasoi affilati.

Frankenweenie mi era piaciuto, idea vecchissima e riciclata ma sfruttata a dovere, ed era l'ultima cosa che avevo visto di Burton. Questo mi è piaciuto sicuramente meno ma decisamente più delle immonde schifezze elencate sopra. Timidi tentativi di resurrezione. Quando riuscirò a vedere cose come Dark Shadows o Big Eyes che mi aspetti la grande sorpresa?


martedì 16 giugno 2015

PROPHET

(di Xavier Dorison e Mathieu Lauffray, 2000/2014)

Guardando le date d'uscita dell'opera di Dorison e Lauffray qui sopra riportate potrebbe sembrare che questo Prophet sia una serie molto lunga durata ben quattordici anni. In realtà le dinamiche del mercato del fumetto francese, la cara bande dessinée, sono molto diverse da quelle del fumetto popolare italiano e dei comics statunitensi. Non è così raro che tra un volume e l'altro di una produzione realizzata dai cugini d'oltralpe passino diversi anni, in generale la media si aggira al massimo tra la singola uscita l'anno e le due, spesso come dicevamo l'arrivo degli albi nelle librerie è ancor più diradato.

Questo per dirvi che i volumi che compongono la serie di Prophet sono solamente quattro e che i fan dell'opera hanno dovuto aspettare ben nove anni tra l'uscita del terzo e quella del quarto volume. Qui da noi l'Editoriale Cosmo ha proposto il tutto nel giro di quattro mesi, non male non essere francesi in questo caso, nevvero?

Ma sarà valsa la pena aspettare tutto questo tempo per veder terminata questa benedetta storia?

La trama creata da Dorison e Lauffray (che dal secondo numero si farà carico sia della sceneggiatura che delle matite) trasuda fascino e atmosfera fin dalla prima tavola nella quale il protagonista Jack Stanton si presenta come professore della Miskatonic University, celebre campus universitario creato dallo scrittore H. P. Lovecraft e presente in molti dei racconti legati ai miti di Chtulhu. Questo primo elemento non può che far rizzare le orecchie agli amanti del fantastico e di un certo tipo di atmosfere.

In qualche modo il riferimento è giustificato, Prophet infatti non lesina sulla presenza di creature ultraterrene assimilabili in qualche vaga maniera agli Antichi, racconta di altre dimensioni, di profezie e di eventi inspiegabili. Tutto ha inizio quando i professori Stanton e Kandel ritrovano in un gigantesco sito tra i monti himalayani un arcano artefatto sferico che mai avrebbe dovuto essere riportato alla luce e alla conoscenza del mondo esterno. Per fame di gloria e di ricchezza Jack Stanton compierà proprio questo errore dando il via a una serie di eventi sovrannaturali di incredibile portata che riporteranno sulla Terra i giganteschi Titani, creature demoniache da un'altra dimensione.

Se la lettura dilatata nel tempo può lasciare qualche perplessità, il mosaico presentato in Prophet si ricompone coeso e ben delineato a una seconda lettura più compatta. Non sono pochi i momenti in cui il lettore può sembrare all'apparenza spiazzato, tra salti temporali e dimensionali ci sarebbe di che perdersi. Invece, soprattutto nel volume finale, tutto si ricompatta e acquista un senso, così come viene finalmente delineato il ruolo del profeta che altri non è (e non è uno spoiler) che lo stesso protagonista.

Graficamente le tavole di Lauffray hanno tutte le caratteristiche per rendere al meglio una storia del genere, alcune illustrazioni, oltre a veicolare il giusto grado di arcano straniamento, sono oggettivamente spettacolari, basti guardare le tavole che coinvolgono la nave San Gabriel, i ritratti dei Titani e la resa di indubbia efficacia negli squarci dimensionali e nei panorami disastrati.

Purtroppo anche per quel che riguarda l'Editoriale Cosmo mi vedo costretto a tirare il freno a mano, la loro proposta è sempre interessante anche se nel mare di cose pubblicate iniziano a esserci ovviamente diversi albi a mio avviso trascurabili. Però per opere come questa, a breve termine, può sempre valere la pena mettere insieme qualche euro da spendere.


domenica 14 giugno 2015

I GOONIES

(The Goonies, di Richard Donner, 1985)

Film eterno o fenomeno generazionale di grande culto? È innegabile che per molti dei nati verso la metà dei Settanta I Goonies sia stato un tassello insostituibile dell'esperienza cinematografica del ragazzino/a che all'epoca della sua uscita tutti noi eravamo (io sono del '75 e credo di aver visto il film uno o due anni più tardi).

All'epoca la fruizione dei film era molto diversa da quella odierna. Nella mia famiglia il cinema inteso come sala cinematografica non era contemplato se non in rarissime occasioni come la festa della befana Avis e sporadiche visite in sala (in realtà ricordo solamente uno dei Superman guarda caso proprio di Donner). Per il resto c'erano le visioni collettive in oratorio (i film di Bud Spencer e Terence Hill, The Black Hole e cose così, si pagava 50 lire l'ingresso). A casa nostra non c'era neanche il videoregistratore, apparecchio che arrivò soltanto più avanti, mi ricordo che i primi tempi si registrava qualsiasi cagata. Invece il videoregistratore arrivò relativamente presto a casa degli inquilini del secondo piano del mio stabile, inquilini che accidentalmente avevano un figlio e una figlia coetanei rispettivamente di mio fratello e me. La frequentazione era quindi più che naturale, il loro papà organizzava serate filmiche che io amavo molto ma che provocavano grandi mal di pancia alla mia mamma che di film non ne voleva neanche sentir parlare. A volte le serate comprendevano filotti di due film, sempre titoli più o meno adatti ai ragazzi: E.T., Ritorno al futuro, Piramide di paura, I Gremlins, I Goonies e via discorrendo.

Anche la visione domestica quindi creava emozione, una certa attesa, non si poteva avere tutto e subito come ora ma poco e molto, molto, lentamente. Forse anche per questo I Goonies furono una piccola rivelazione, un film dove c'era un sacco d'emozione, un branco di ragazzini in cui ci si poteva identificare, tensione, divertimento, spensieratezza, quel magico spirito d'avventura, sicuramente ingenuo, che riempie il cuore di tanti ragazzi, i primi sussulti d'amore e un cast ben pensato e ancor meglio assortito capace di creare (involontariamente?) un piccolo cult per un'intera generazione, un film che sono più che sicuro è ancora oggi apprezzato dai ragazzini di allora. Personalmente, riguardandolo a distanza di molti anni dall'ultima visione, ne ricordavo ancora diverse battute.

Ma cosa può significare un film come I Goonies per un bambino di oggi che magari lo guarda infilato tra un capitolo e l'altro della saga di Harry Potter, in mezzo a svariati cartoni animati di Pixar e Disney e tra i vari recuperi di classicissimi come Mary Poppins o Zanna Gialla? Cosa può significare oggi che a disposizione i bambini/ragazzini hanno più o meno tutto?



Intervista a Laura (9 anni)

D: Che film hai visto l'altro ieri?
R: I Goonies.
D: E ieri cosa hai visto?
R: Ieri ho visto... Harry Potter e l'ordine della fenice.
D: Quale ti è piaciuto di più?
R: Aspetta... (lunga pausa) fra questi due intendi? (Si) Mi sono piaciuti tutti e due, tantissimo.
D: Nessuna preferenza, non ce n'è uno che ti è piaciuto di più?
R: Mi sono piaciuti tutti e due solo che HP mi ha fatto un po' di paura.
D: E I Goonies non ti ha fatto paura mai, in nessun punto?
R: Solo quando c'era la banda Fratelli e quando Micky ha tolto la benda a... oh mamma mia, come si chiamava? Aspè...
D: Willy l'orbo?
R: Si.
D: Ora parliamo solo dei Goonies.
R: Si.
D: Perché ti è piaciuto I Goonies?
R: Perché c'erano delle parti che avevano dell'avventura, poi... perché hanno sconfitto la banda Fratelli, un po' di tutto.
D: Non è importante che i protagonisti sono dei bambini?
R: Si, perché Willy l'orbo non è riuscito ad arrivare al tesoro tutto intero mentre loro si, anche se erano dei bambini.
D: Quale era il tuo personaggio preferito, chi ti è piaciuto di più?
R: Nessuno, mi piacevano tutti.
D: Qual è stata la scena più bella?
R: Fammici pensare... quando erano in soffitta e quando trovano la mappa e poi la scena dell'organetto. E mi faceva ridere quando Chunk rimaneva sempre con il cadavere. E quando fa amicizia con il gigante, Sloth.
D: Perché i film come I Goonies sono belli?
R: Perché sono vecchi e li facevano meglio.
D: Che differenza c'è tra i film vecchi e quelli nuovi, perché dici che li facevano meglio?
R: Perché li facevano con più avventura e a me piacciono quelli con più avventura.
D: E quelli nuovi? In HP c'è meno avventura?
R: No, però di HP c'erano già i libri e quindi anche HP è abbastanza vecchio (sigh! ndr).
D: Domani cosa vorresti vedere, un altro film vecchio o HP e il principe mezzosangue?
R: Vanno bene tutti e due ma mi incuriosisce il titolo di HP.
D: Dove era ambientato secondo te I Goonies?
R: In una città.
D: Si ma dove? In che parte del mondo?
R: Erano nel substrato roccioso della Terra (l'ha appena studiato ndr), camminavano fra le rocce.
D: Va bene, HP dov'è ambientato?
R: A Hogwarts e anche al numero 4 di Privet Drive.
D: (della mamma) hai notato differenze tra il tipo di linguaggio che usavano I Goonies e quello di HP?
R: no, I Goonies parlavano normale.
(dopo un breve confronto siamo arrivati alla questione delle parolacce che in HP non ci sono e ne I Goonies si).
D: Grazie per l'intervista.
R: Prego.

Ciò cosa vuol dire? Tra vent'anni mia figlia si ricorderà con affetto I Goonies o Harry Potter? Oppure tutto andrà perso nel mare continuo di stimoli che hanno i bambini oggi?

PS: se qualcuno volesse sottoporre a Laura qualche altra domanda sul film aggiungeremo domanda e risposta.



giovedì 11 giugno 2015

VISIONI 60

Il sessantesimo appuntamento con Visioni nasce da una pausa forzata del nostro Bradi Pit che questa settimana è più in ritardo del solito. Come molti lettori di questo blog ormai sapranno le strip del nostro bradipo preferito sono a opera di Giuseppe Scapigliati, grafico di mestiere, fumettista per passione (e magari in futuro anche di mestiere, perché no?), papà di due gemelli e accidentalmente anche zio di mia moglie.

Il caro Beppe non si occupa solo del Bradi Pit, infatti quasi biblica è ormai la frase non di solo Bradi Pit vive il Beppe. In passato abbiamo già ospitato qui altre sue illustrazioni, quelle che trovate qui sotto son il suo ultimo pallino, la serie segnalstradale di Logoeroico.





















martedì 9 giugno 2015

MARVEL VINTAGE 23 - DARING MYSTERY COMICS - I MINORI


Ancora su Daring Mystery Comics 1 fece la sua prima e fugace comparsa il cowboy Texas Kid, protagonista della storia Robin Hood of the range. Creato da Ben Thompson, il personaggio sarà solo il primo dei Texas Kid di casa Timely (o Marvel se preferite), un secondo personaggio suo omonimo collezionerà maggiori presenze negli anni '50, nell'epoca in cui la casa editrice prenderà il nome di Atlas Comics. All'epoca era prassi usuale provare a lanciare sul mercato nuove idee e nuovi personaggi, molti dei quali diventavano presto dei riempitivi usa e getta o poco più, mentre solo quelli capaci di entrare nei cuori del grande pubblico riuscivano a ritagliarsi un loro spazio, solido e duraturo.

Accostabile a Fiery Mask per numero di uscite, il Principe della magia Monako si inserisce nel filone degli epigoni di Mandrake. Figlio di missionari di stanza in India, il piccolo Monako viene cresciuto dagli stregoni della tribù in cui operavano i suoi genitori prima della loro morte. Una volta sedicenne, in seguito al massacro della sua tribù, si trasferisce in Inghilterra e poi in America dove avranno luogo le sue poco numerose avventure. Si ignora chi sia l'autore e creatore del personaggio, forse lo stesso Larry Antonette che ne curò la parte grafica.















Unica apparizione per il campione di football americano Robert "Flash" Foster, creato da Bob Wood che ci presenta una storia con un mix di azione e sport.



Chiudono il primo albo di Daring Mystery Comics altre apparizioni uniche, toccate e fughe di personaggi come il detective e chirurgo Doc Denton e il marinaio Barney Mullen.




lunedì 8 giugno 2015

IL ROCK INVISIBILE

È come sempre un piacere parlare di un'iniziativa, l'ultima in ordine temporale, nel quale è coinvolta la fine mente della scimmia cattiva. Il rock invisibile è l'ultima fatica del blogger amico The Evil Monkey che ci presenta una dissertazione unica nel suo genere su ben 25 dischi fondamentali che, forse, chi lo sa, in un mondo diverso, in una realtà alternativa avrebbero potuto cambiare la storia del rock. O forse chissà, in un altro piano dimensionale la storia del rock l'hanno cambiata davvero.

Venticinque dischi fondamentali dicevamo, venticinque dischi che solo accidentalmente qui da noi, sulla nostra Terra, non esistono. Magari non ancora.

Ma chi meglio dello stesso autore potrà illustrarvi questa brillante e visionaria iniziativa? Vi lascio alle parole di The Evil Monkey.

Sono un bugiardo.
Al lavoro, nella vita privata, qui sul web.
Di più; sono un virtuoso della bugia, un suo estimatore.
Credo che una menzogna ben costruita eviti più danni di qualunque verità cruda.
Per questo raramente me la prendo coi politici: è come se provassi un po' di malcelato imbarazzo nel biasimare le gesta di chi per mestiere è bugiardo, riconoscendomi in pieno nella categoria.
Dei bugiardi, non certo dei politici.
Perchè le balle occorre saperle raccontare bene.

Ci ho provato, con questo Rock Invisibile che finalmente chiude un cerchio iniziato tempo fa e che qui trova la sua definitiva versione.
Non starò qui a decantarne le lodi o spiegarvi pedantemente di cosa si tratta: è un manualetto che si legge in un'ora... quindi fate prima a capirlo da soli.
Dirò solo a chi è stanco dei “soliti noti”, del vacuo chiacchiericcio da internauti, delle solite copertine delle solite riviste, che qui è tutto dichiaratamente falso e mendace. Nulla di vero tra queste pagine.
Per me, oggi, una consolazione.


Link al libro in Versione PDF (gratuita)

Link al libro in versione cartacea

Un ringraziamento anticipato a quanti dei blogger amici hanno risposto al mio appello e contribuito alla realizzazione e alla diffusione di questo progetto.
E.M.

domenica 7 giugno 2015

B.P.R.D. - UNA PIAGA DI RANE

(B.P.R.D. Plague of frogs di Mike Mignola e Guy Davis, 2004)

Ancora le maledette rane. Chi conosce l'universo narrativo del ragazzo infernale sa bene come le rane siano state una dolorosa pustola sul culone rosso di Hellboy, questa volta ad averci a che fare non sarà il demone buono bensì gli strani ragazzi (e ragazze of course) del Bureau for Paranormal Research and Defense (B.P.R.D.). Dopo la prova generale e l'infornata di storie brevi viste nei volumi precedenti, Mike Mignola ingrana la marcia e permette alle sue strambe creature di spiccare il volo, definitivamente affrancate dalla presenza di un personaggio fortemente carismatico come Hellboy la cui mancanza aleggia con forte nostalgia sui restanti membri del Bureau.

Mignola inizia a esplorare e costruire la storia e la mitologia dei suoi personaggi riallacciandosi ad avvenimenti passati (la storia dei Cavendish) e all'origine di alcuni dei protagonisti (Roger l'omuncolo, Liz Sherman) e focalizzandosi sul passato di quello che è, in assenza di Hellboy, il grosso calibro del gruppo: Abe Sapien. La formula usata dallo scrittore è un poco particolare, mentre la vicenda principale si dipana e si conclude nei primi quattro episodi di questa miniserie, episodi che presentano tutti brevi richiami al misterioso e sconosciuto passato di Abe, il quinto numero di Plague of frogs è interamente dedicato alle origini dell'uomo anfibio, una soluzione questa che impone una sorta di sfasamento narrativo e che permette al talentuoso Guy Davis di cimentarsi con ambientazioni vittoriane che sarebbero piaciute anche alla coppia Moore e O'Neill della League of Extraordinary gentlemen.

Tralasciando l'ultimo episodio per non rovinare la sorpresa a chi non l'avesse ancora letto, è lecito dire che Plague of frogs è inserito perfettamente nelle atmosfere nate sulle pagine dedicate a Hellboy, come qualcuno avrà intuito sarà il ritorno dell'entità Sadu-Hem a tenere banco nella vicenda. Perché così è scritto: "Colui che fu l'ultimo ad addormentarsi sarà il primo a svegliarsi, e tutte le cose impure giungeranno sulla Terra. Non disturbatele nei loro buchi e nelle loro prigioni. E soprattutto, fate attenzione a lui, poiché la sua coppa è forgiata da chiodi di bare e plasmata in forma di teschio... e da essa promanerà una piaga di rane".

La minaccia è di quelle grosse, basti dire che i membri del Bureau non ne usciranno a buon mercato. Guy Davis, nonostante adotti uno stile parecchio distante da quello di Mignola, sembra sentirsi a proprio agio tra i ragazzi del Bureau dando forma in maniera ineccepibile alle idee del creatore di questa saga sovrannaturale. La passione comune ai due autori per i mostri e per le strane creature è la forza in più che rende questa avventura (e speriamo le prossime) del B.P.R.D. degna d'essere letta. Chiude il volume un breve sketchbook con le idee di Mignola e Davis per la realizzazione di questa storia, un volume all'altezza delle prime splendide uscite dedicate a Hellboy.


giovedì 4 giugno 2015

BRADI PIT 133

L'uomo in verde, l'uomo in verde. Capace di rimettermi in pace con il mondo.

Per chi non conoscesse l'uomo in verde il consiglio è sempre quello: recuperate le vecchie strip di Bradi Pit!


Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

martedì 2 giugno 2015

DI COOKIES, ADSENSE E LATITANZE

Olalà, mi son bastati un po' di giorni di lontananza dal blog, un salto in montagna e uno stage capace di impegnarmi completamente le giornate per tornare in rete e trovarmi tra le mani l'ennesima patata bollente da sistemare in qualche modo.

Pare che da domani entri in vigore la nuova legge europea sui cookies, ennesima trovata che sembra pensata più per spillar soldi a inesperti appassionati della rete che non per tutelare realmente gli utenti e i naviganti della stessa. La materia sembra confusa, cosa si debba fare di preciso non lo si capisce, i pareri sono plurimi e le soluzioni non sembrano così alla portata di blogger sprovveduti come il sottoscritto.

Dal poco che posso aver capito, e vi prego di smentirmi se sbaglio, per chi gestisce un blog su piattaforma Blogger che non prevede inserti pubblicitari e codici esterni atti a raccogliere informazioni sulle abitudini in rete dei propri visitatori, non dovrebbero esserci problemi in quanto ha provveduto lo stesso Blogger a mettersi in regola con questa normativa tramite barre pop-up apposite che chiedono l'autorizzazione all'uso dei cookies tecnici ai nuovi visitatori.

Discorso diverso se il blogger si avvale dei servizi pubblicitari forniti da AdSense, in quest'ultimo caso la questione potrebbe diventare ben più spinosa e le multe in caso di infrazione potrebbero rivelarsi grottescamente salate (ho letto di sanzioni fino a 120.000 euro, robe da neurodelirio).

La mia decisione è stata quella di eliminare la pubblicità dal mio blog. E' stata un'esperienza, in circa un anno i proventi sono stati di 10 euro (che a questo punto non vedrò mai); visto che le cifre mosse in pubblicità dal mio blog non sono neanche lontanamente interessanti il sacrificio della stessa è stato indolore. Le normative continuano a creare confusione e metterci i bastoni tra le ruote? Poco male, torniamo alle origini (sperando che basti).

Comunque chiedo a chiunque abbia notizie più precise di indottrinare anche me. Siamo veramente a posto o dobbiamo aspettarci il solito funzionarietto italiota pronto a infilarcelo in quel posto?

Chiudo avvisandovi che sono in un periodo molto faticoso e occupato (occupato sempre a gratis si intende), quindi le mie latitanze sono dovute a questo. Se qualcuno si fosse preoccupato ci tenevo a fargli sapere che sto bene e che semplicemente non ho molto tempo per scrivere o per procurarmi spunti su cui scrivere.

Per ora scambiamoci due idee su quest'ultima trovata delirante.

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