domenica 31 gennaio 2016

L'AVVENTURA DEGLI EWOKS

(Caravan of courage: an Ewok adventure di John Korty, 1984)

Universo espanso. Al termine della prima trilogia di Star Wars (in realtà anche da prima) in Lucasfilm si iniziò probabilmente a valutare la portata economica che iniziative collaterali e collegate al brand di Guerre Stellari avrebbero potuto assumere. Lo stesso Lucas accettò il fatto che l'universo narrativo da lui creato avrebbe potuto espandersi verso numerose direzioni assumendo forma di libri, fumetti e più avanti videogiochi, giocattoli e altro ancora, tutto questo fermo restando una coerenza narrativa di base che non avrebbe mai potuto contraddire quanto narrato nei film portanti della saga. Universo espanso appunto.

Proprio in quest'ottica lo stesso Lucas si occupò del soggetto di questo primo film dedicato agli Ewoks, gli orsetti originari della Luna di Endor visti per la prima volta ne Il ritorno dello jedi. Il film, rivolto per lo più a un pubblico di bambini, è un prodotto creato con mezzi più modesti rispetto ai tre capitoli della saga madre e pensato direttamente per il circuito televisivo. Con l'eccezione di alcune scenette che possono strappare un sorriso a chiunque, la vicenda è null'altro che un raccontino fantasy per bambini, una scusa per riportare in scena personaggi (gli Ewoks stessi) che avrebbero potuto facilmente far presa sul pubblico dei più piccoli, tra l'altro i collegamenti con Guerre Stellari, Ewoks a parte, sono pressoché assenti.

In seguito a un incidente con la loro astronave, la famiglia Towani precipita sulla Luna di Endor e i genitori Catarine (Fionnula Flanagan) e Jeremitt (Guy Boyd) si trovano separati dai loro figli, l'adolescente Mace (Eric Walker) e la piccola Cindel (Aubree Miller). Nella ricerca dei loro genitori i due bambini si imbatteranno nel popolo degli Ewoks che, archiviate le naturali diffidenze iniziali, li accompagnerà nell'avventuroso viaggio alla ricerca di mamma e papà.


La storia è molto semplice, vietata ai maggiori di dodici anni diciamo, senza grandi spunti di interesse. A mia figlia Laura è piaciuta parecchio invece, probabilmente l'approccio tra bambina e orsetto che tentano di comunicare pur non conoscendo le rispettive lingue e i rapporti di amicizia che pian piano vanno a instaurarsi tra questi due mondi alieni, toccano le corde giuste (nei bambini ovviamente). Alcuni degli effetti speciali utilizzati per il film (al risparmio immagino) mi hanno ricordato gli esperimenti a passo uno di Ray Harryhausen che però li mise in atto decenni prima e forse anche meglio. Alcune trovate visive invece non sono neanche malaccio.

La mossa probabilmente è stata anche azzeccata, si sono presi i personaggi della saga che meno sono piaciuti al pubblico e li si è riconvertiti a prodotto per bambini, gli unici che forse li avevano amati guardando Il ritorno dello jedi. Ne esce un film a mio avviso scontato e noiosetto ma che nelle intenzioni degli autori ho quasi la certezza non fosse rivolto a me. O magari sì, ma negli anni '80 quando il film uscì e io avevo praticamente una decina d'anni.


venerdì 29 gennaio 2016

BETA

(di Luca Vanzella e Luca Genovese)

Probabilmente è stato l'effetto nostalgia a far decidere diversi lettori all'acquisto dei due volumi del Beta di Vanzella e Genovese recentemente riproposto dai ragazzi dell'Editoriale Cosmo. In fondo è lo stesso motivo per cui anche io ho acquistato i due corposi albetti. Fortunatamente, oltre a trovare alcune situazioni provenienti dritte dritte dai ricordi della nostra infanzia, è stato quasi sorprendente scoprire come il genere robottoni potesse offrire ancora una storia ben scritta, appassionante e divertente, gestita dai due autori non solo come occasione per scatenare appunto l'effetto nostalgico nei lettori (e lucrarci sopra di conseguenza) ma con il semplice intento, sempre nobile, di realizzare una buona storia, scritta e disegnata con passione.

Senza voler scatenare l'ira funesta di nessuno, posso affermare di aver apprezzato in misura maggiore le vicissitudini dell'italianissimo Beta piuttosto che i due albetti dedicati qualche tempo fa alle avventure del Jeeg Robot d'acciaio di Nagai e Yasuda semplicemente per il taglio più moderno della narrazione. Come non apprezzare poi le due bellissime copertine sulle quali si stagliano imponenti rispettivamente i robot Spartacus e Marianne e i loro piloti Dennis Beta e Maxine Saint-Just con alle loro spalle la classica città devastata dallo scontro con tanto di macerie fumanti.

Vanzella sviluppa bene l'idea di una guerra fredda tra superpotenze (siamo negli anni '70) tenute a bada vicendevolmente non dalla paura dell'atomica bensì dal terrore di un devastante scontro tra micidiali robot. Gli autori vanno a pescare tutti quelli che sono i capisaldi del genere cercando di inserirli in una narrazione che ha un respiro globale ben amalgamato e che non risente troppo della ripetitività degli scontri come accadeva, puntata dopo puntata, nei vecchi anime dedicati al genere. Si parte con cinque piloti (uno serio e coscienzioso, uno ribelle, la donna dolce ma decisa, il ragazzino e quello grasso) e un robot a incastro a cinque navicelle, il Gunshin, con tanto di agganciamento e utilizzo delle armi a chiamata. Poi la base fortezza, il professore mezzo uomo mezzo robot, quello che ha la coscienza inserita in un televisore (tipo il papà di Hiroshi in Jeeg) e, inevitabilmente, l'arrivo dei mostri distruttori che devastano le città (la prima sarà Tokyo). Dopo la grave tragedia che vedrà coinvolto proprio il Gunshin e i suoi piloti le cose non saranno più le stesse, la minaccia dei mostri si farà sempre più pressante e ogni nazione metterà in campo i suoi robot. Intanto sulla base Adriatica...


Rimanendo perfettamente nei dettami del genere Vanzella e Genovese riescono a curarne al meglio tutti gli aspetti, lavorano sui protagonisti e sui loro sentimenti, curano la parte mistery della storia, cercano di rendere più credibili i dettagli tecnici di vicende altamente improbabili, creano un bel contesto politico nel quale inserire la storyline principale. E divertono, creando ottimo intrattenimento. Ottimi i disegni di Genovese ai quali mi sento di fare solo un paio di appunti: un po' confuse alcune sequenze d'azione nel primo albo dove non sempre risulta chiaro cosa stia accadendo, inoltre mi sarebbe piaciuto vedere la stessa cura nel tratteggiare i due robottoni principali riversata anche sui rappresentanti delle altre nazioni, sarebbe stato un bel vedere.

A conti fatti quella che poteva sembrare la classica operazione nostalgia si è invece rivelata essere un buon lavoro ragionato e strutturato ma soprattutto realizzato con passione.


giovedì 28 gennaio 2016

RISPETTO

Bisogna aver rispetto delle sensibilità altrui, celare le nostre brutture.


Aiutaci anche tu a celare le nostre brutture. Ricordalo, vedi mai un giorno ci facessero tornare a votare (ma non credo...)

martedì 26 gennaio 2016

IL PREZZO DELLA VENDETTA

(di Claudio Nizzi e Carlo Ambrosini, 2005)

Nella prima metà degli anni duemila probabilmente si è fatta un po' di fatica ad accalappiarsi i grandi nomi internazionali da mettere al lavoro sul Texone, tre degli ultimi quattro albi giganti che abbiamo ricordato da queste parti furono infatti affidati alle matite di autori italiani già in forza alla casa editrice milanese. Nulla di male, per carità, tanto più che le prove dei suddetti autori si sono comunque sempre rivelate di livello, cosa che accade anche con questo Il prezzo della vendetta, in più si parla di disegnatori visti finora all'opera su altri personaggi di casa Bonelli e non sul Texas Ranger. Nel caso di Carlo Ambrosini le sue frequentazioni andavano dalle pagine del western di Ken Parker a quelle orrorifiche di Dylan Dog o a quelle più oniriche della sua creatura Napoleone, senza dimenticare la maxiserie dedita al mondo dell'arte con protagonista Jan Dix.

In contrapposizione a quanto fatto nel Texone precedente condito da un tocco di fantastico, Claudio Nizzi qui ricava un'ottima sceneggiatura poggiandosi su uno dei temi più classici della narrativa della frontiera: il proprietario terriero che protegge la sua terra dalle mire del signorotto di turno, il tutto innaffiato da una bella spruzzata di vendetta indiana. La trama di Nizzi è riuscita a indurmi a leggere il Texone tutto d'un fiato, impresa che non sempre mi riesce vista la mole di pagine offerte dall'albo e la stanchezza che solitamente, leggendo di sera, a una cert'ora immancabilmente mi coglie. Ambrosini porta in dote il suo stile particolare e riconoscibile e tutta l'esperienza maturata nel western sulle pagine dedicate a Lungo fucile. Se i volti tratteggiati da Ambrosini non si possono dire di una bellezza proprio disarmante non mi sarebbe spiaciuto invece vedere alcuni campi lunghi in più disegnati dall'autore bresciano, inquadrature che a mio avviso riescono molto bene allo stesso.

In Colorado il ranch dei Mallory è minacciato dalle numerose incursioni dei Cheyenne, tribù indiana solitamente in buoni rapporti con gli allevatori del ranch. Dietro a questi inaspettati attacchi c'è lo zampino di Juke Tompkins, furfante che mira ai filoni auriferi nascosti nelle terre dei Mallory e che allo scopo di cacciarli dalle loro terre ha aizzato contro di loro Lupo Rosso, un capo Cheyenne, aggiustando alla bisogna la cronaca di una vecchia storiaccia nella quale indiani e membri della famiglia Mallory furono coinvolti anni prima. A fare chiarezza sulla vicenda, rischiandoci come al solito le penne, ci saranno Tex Willer e il gruppo dei suoi pards al completo.

Il prezzo della vendetta, seppur molto classico, si rivela uno dei Texoni di migliore fattura tra quelli da me letti in questi ultimi mesi, ottimo connubio tra i testi di Nizzi e le matite di Ambrosini.


domenica 24 gennaio 2016

LA MUSICA DI LAURA - 008


Domenica pomeriggio di compiti e musica per la mia bimba, un nuovo terzetto di brani da ascoltare e tra cui scegliere il preferito, vi invito tutti a unirvi alle votazioni. Tre generi molto diversi tra loro questa volta, preferenza molto netta di Lauretta che è impazzita da subito per il brano da lei poi scelto come vincitore. Ricordo a chi non sapesse di cosa si sta parlando che il progettino La musica di Laura nasce per far ascoltare canzoni adulte (se mi passate il termine forzato) alla mia bimba di nove anni, per tastare l'effetto che fa la musica che molti di noi ascoltano sui bimbi in tenera età. I brani come al solito sono scelti a casaccio da Laura stessa che solo dopo aver selezionato i tre titoli li ascolta e li vota.

Ed ecco le proposte odierne.


1)  The Allman Brothers Band - Pony Boy




2)  Ennio Morricone - L'arena




3)  Sammy Hagar - Give to live



Ma proprio senza storia alcuna il voto di Laura è andato agli Allman Brothers con Pony boy, e voi con quale brano vi trovate più a vostro agio?

giovedì 21 gennaio 2016

L'APPARTAMENTO SPAGNOLO

(L'auberge espagnol di Cédric Klapisch, 2002)

Cosa ci rimane dalla visione di questa simpatica commedia di Cédric Klapisch? A me che ho apprezzato con misura il film del regista francese, quel che più è piaciuto (elemento che tra l'altro nel mio caso va sempre a segno) è il sentore di quella nota nostalgica, malinconica che ogni spettatore potrebbe riversare sul proprio vissuto, nostalgia di quel che è stato e non è più o, in caso di esperienze particolari come può essere quella di un progetto di condivisione in terra straniera, di quel che non è mai stato. Forse un senso di malinconia che non farà presa sui giovanissimi, forse nemmeno per chi è troppo in là con l'età, più facilmente funzionerà su chi ha abbandonato l'età della spensieratezza e guarda indietro con un po' di rimpianto. Il film, in virtù del suo finale, può esser visto anche in chiave del tutto consolatoria o liberatoria se vogliamo, aderendo a un modello spesso lontano dalla vita reale (e tanto di cappello a chi è riuscito a farlo suo).

L'appartamento spagnolo del titolo, gioco di parole con un'espressione linguistica francese, è quello sito in Barcellona dove alcuni ragazzi provenienti da paesi diversi convivono per la durata del loro progetto Erasmus condividendo, più che giornate di studio, sentimenti, confidenze, crescita, culture e frigorifero. Protagonista è il francese Xavier (un giovane Romain Duris) che lascia a Parigi una scontenta Martine (Audrey Tatou) per imbarcarsi in quest'avventura in prospettiva di un lavoro al ministero. In terra spagnola (olè) troverà un italiano, un tedesco, un danese, un inglese e un'autoctona. (e non è una barzelletta) per lui futuri compagni di viaggio. Ah, c'è pure una belga. Con il dipanarsi della vicenda si instaureranno simpatie e amori, ci saranno tradimenti e dolori, quello che sembrava essere un forte senso di appartenenza sposta il suo baricentro e si trasferisce altrove.


Lontano dall'essere un gran film, nonostante le varie soluzioni trendy usate dal regista, L'appartamento spagnolo si lascia guardare volentieri soprattutto in virtù del cast giovane e ben assemblato che compone la combriccola affiatata, si gioca con i luoghi comuni sulla Spagna (come ho fatto io più sopra, olè) e si affrontano con tocco leggero temi legati alle differenze culturali o alle differenze tout-court. Tra gli interpreti diversi volti ora noti del cinema francese (e non), oltre a Roman Duris (Tutti i battiti del mio cuore, splendido) e Audrey Tatou (Il favoloso mondo di Amélie) anche Judith Godrèche (chapeaux), Cécile de France, Kelly Reilly (Sherlock Holmes).

Sapendo che il regista Cédric Klapisch ha girato due ideali seguiti del film, Bambole russe e Rompicapo a New York, tutto sommato l'idea di dargli un'occhiata non è poi da escludere, magari tra un po'.


lunedì 18 gennaio 2016

BACK TO THE ROOTS: I '40

Se con la fine degli anni '20 l'industria discografica conobbe una fortissima contrazione a causa dei tempi bui riconducibili alla Grande Depressione, negli anni '40 fu proprio la guerra a favorire una forte espansione economica negli Stati Uniti, di conseguenza di questo beneficiò anche l'industria del disco. Pensiamo solo alle vendite stratosferiche raggiunte dalla versione registrata nel 1942 da Bing Crosby del brano White Christmas, ancor oggi in cima alle classifiche dei brani più venduti di tutti i tempi. In quegli anni nascevano importanti case discografiche (Capitol, Mercury, etc...), la musica accompagnava i soldati in guerra così come alcuni disc-jockey, la tecnologia elettrica faceva passi avanti, i cantanti diventavano sempre più delle star e tutto girava meglio per tutti.



Mentre nascono programmi come l'Ed Sullivan Show e la Top 40 dei dischi più venduti del paese, non cede il passo la musica nera che continua ad andare per la maggiore sfruttando l'energia delle composizioni per andare verso ritmi più movimentati, qui sotto Wild Bill Moore con We're gonna rock, we're gonna roll.



Due delle case discografiche più importanti del periodo, la Victor e la Columbia, introdussero rispettivamente il vinile a 45 giri e quello a 33, creando così il mercato del singolo e quello degli album andando a garantire per entrambe un mercato florido.

domenica 17 gennaio 2016

STAR WARS - EPISODIO III - LA VENDETTA DEI SITH

(Star Wars: Episode III - Revenge of the Sith di George Lucas, 2005)

La vendetta dei Sith è l'immancabile chiusura del cerchio alla quale tendevano già i primi due episodi, anche se lo facevano in maniera meno convincente di questo terzo film della nuova trilogia. Come profetizzatomi da molti, l'ultimo episodio è anche il migliore di questa nuova avventura targata George Lucas. In linea di massima tendo a schierarmi con quella parte della critica che reputa questo terzo episodio, pur imperfetto, più riuscito dei due precedenti, molto valido su taluni aspetti, meno su altri.

Il grande punto di forza del film, forse aiutato dal mito creato in precedenza, è proprio l'attesa del collegamento, la curiosità di vedere come tutti i fatti, picoli o grandi che fossero, sarebbero andati a legarsi ai notissimi avvenimenti della trilogia originale, la caduta morale di alcuni personaggi, la loro trasformazione, la nascita di altri, i legami affettivi e di sangue, e via discorrendo. Finalmente, pur preferendo un approccio alla materia di tipo diverso, il film è quasi sempre visivamente di alto livello nonostante continuino a essere presenti alcune pecche e sequenze a mio avviso stonate (quella specie di drago che cavalca Obi-Wan, il fetente di turno generale Grievous, lo scenario lavico per citarne alcune). Nel complesso però ci siamo, Lucas sembra giocarsi le carte migliori sul finale, stesso discorso vale per la scrittura dei personaggi dove troviamo almeno per il lato oscuro della Forza interessanti evoluzioni. Il senatore Palpatine (Ian McDiarmid) mostra la sua vera natura e la corruzione, sua personale ma emblematica della Repubblica tutta, trova riscontro fisico nel decadimento dello stesso per mano del maestro jedi Mace Windu (un Samuel Lee Jackson ancora sottoutilizzato). Allo stesso modo la caduta di Anakin Skywalker (Hayden Christensen) è ampiamente argomentata e ben delineata, raggiungendo uno spessore non consueto all'interno della saga.

Hayden Christensen, che non sarà mai uno degli attori più bravi del globo terracqueo (tra l'altro che fine ha fatto?), offre qui una prova più che dignitosa, meno acerba che in passato e comunque migliore di quella di colleghi più blasonati, dando al personaggio più affascinante della saga la giusta intensità nel momento chiave delle sua esistenza (ne avrà un altro poco prima di morire).


I pezzi, e forse non era così facile, sembrano andare tutti al loro posto. Unica osservazione/dubbio che è saltato fuori dalle nostre parti, grazie alla capacità di attenzione di mia moglie, è la seguente: ne Il ritorno dello jedi Leila dice a Luke di ricordare la sua vera madre, morta quando lei era ancora piccola, di ricordarla come una donna di una dolcezza velata di tristezza. Insomma, alla luce dei fatti narrati in Episodio III questa affermazione non può risultare veritiera. A parte questo mi sembra che torni più o meno tutto.

Molto buoni alcuni momenti dai toni epici e maestosi come altri drammatici, uno su tutti l'epurazione dei maestri jedi da parte dei traditori della Repubblica e il fato destinato ai loro giovani apprendisti. Sequenza forse un poco forzata. Seguitemi. Per diventare jedi è indispensabile che la Forza sia ben presente nell'allievo, il padawan affronterà un percorso duro e lungo che lo preparerà a diventare un maestro jedi. Allora com'è che gli unici jedi degni di questo nome sembrano essere Obi-Wan, Yoda e i soliti noti, capaci di tener testa da soli a orde di nemici con una cazzo di spada laser, e gli altri sembrano una massa di coglioni che potrebbe far fuori uno storm trooper qualsiasi? Non ci siamo, su questo punto proprio non ci siamo, così il maestro jedi lo so fare pure io.

Andando a concludere questo lungo viaggio che ha toccato i sette capitoli della saga (e che potrebbe anche rinnovarsi con altro), si può dire che questo si conferma l'episodio migliore della seconda trilogia, avrebbe giovato di un minutaggio più contenuto ma riserva diverse emozioni degne del nome della saga. In ogni caso vale la pena guardare questa epica vicenda nella sua interezza, c'è sempre la possibilità di trarre un po' di piacere da ogni capitolo, allora perché non farlo? Per chi non avesse mai approcciato il mito di Star Wars è ora di farlo, che lo Sforzo sia con voi.


venerdì 15 gennaio 2016

I 3 DELL'OPERAZIONE DRAGO

(Enter the Dragon, di Robert Clouse, 1973)

"Lei, Han, è un personaggio da romanzo a fumetti", e così è. La frase pronunciata dal nero Kelly Williams (il campione di arti marziali Jim Kelly) inquadra bene l'antagonista di questa storia, sopra le righe come molti altri elementi della pellicola, un personaggio che se proprio non vogliamo considerare come residuato di uno dei peggio scritti giornaletti dei '70, non si cura di nascondere la sua devozione per gli strambi cattivi bondiani tanto in voga in quegli anni. Malvagio, gatto bianco da accarezzare, mano in ferro (battuto?) e ciuffo ribelle tutto di riporto, grande esperto d'arti marziali. A creare un piccolo cortocircuito la celebre scena degli specchi che richiama in qualche modo altre sequenze bondiane, questa volta successive e penso all'opening scene de L'uomo dalla pistola d'oro ad esempio, ma chissà quali altri rimandi sono presenti al mondo dell'agente segreto al servizio di Sua Maestà. In fondo gli anni erano quelli, così come erano gli anni della blaxploitation, altro cortocircuito curioso e affascinante, reso vivo dalle inconfondibili musiche di Lalo Schifrin e dalla presenza dello stesso regista Robert Clouse, direttore anche di Black Belt Jones, altra commistione arti marziali/cinema nero con protagonista proprio Jim Kelly. E così, a riguardare il film dopo decenni dalla sua prima visione, quel che più colpisce è proprio questo miscuglio d'elementi prima ancora delle coreografie e della presenza scenica di un Bruce Lee che finora non abbiamo neanche nominato.


I 3 dell'operazione drago, reputato tra i migliori film del genere (e per chi non abitasse sul pianeta Terra si parla d'arti marziali), ha una trama che non spicca in originalità più di un qualsiasi thriller (a esser generosi) da quattro soldi, sicuramente i punti di forza di una pellicola divenuta un piccolo culto non stanno lì. Ovviamente è il mito di Bruce Lee a fare tutta la differenza, il suo modo regale di stare in scena, le sequenze coreografiche, i combattimenti e tutta una serie di particolari che analizzati uno a uno possono anche far sorridere. Prendiamo ad esempio i gridolini, i suoni che accompagnano i colpi o le ossa che si spezzano, i balzi inverosimili, le armi da taglio lanciate con un soffio e via dicendo, poco credibili ma di sicuro effetto.

In fondo a nessuno importa delle incongruenze narrative in un film come questo, che importa se può sembrare improbabile che un fetente che amministra un'intera isola non possegga nemmeno un'arma da fuoco (o non riesca a nasconderla) o che un gruppo di karateka allo stremo delle forze ne sconfigga un altro super allenato. Quello che importa è che prima di un colpo ben assestato Lee si tocchi una ferita e assaggi il suo stesso sangue, che vendichi la memoria della sorella perduta e ristabilisca l'onore del tempio shaolin. In fondo bastano poche cose per entrare nel mito.


martedì 12 gennaio 2016

OMBRE NELLA NOTTE

(di Claudio Nizzi e Roberto De Angelis, 2004)

Ancora una volta, forse per la difficoltà di trovare maestri internazionali disposti a imbarcarsi in un'impresa impegnativa come quella della realizzazione di un Texone, in Bonelli si guarda in casa propria per garantire l'uscita del pezzo forte del personaggio di punta della casa editrice. La scelta cade questa volta su Roberto De AngelisNatanNeveriano di lungo corso e uso a scenari più fantascientifici, sue ad esempio le matite del Kor-One del rimpianto Ade Capone.

Per quel che riguarda un certo momento storico del lato fantastico del fumetto italiano De Angelis è uno che ne ha da raccontare, forse proprio per questo e per la sua capacità di mettere i disegnatori a proprio agio, Nizzi, sempre lui, scrive una storia dove un tocco di fantastico non manca, pur essendo ambientata nelle usuali lande texiane, nello specifico tra Tucson e Nogales, Arizona. A fare le spese delle scelte narrative dello sceneggiatore sono per lo più alcuni indiani della tribù dei Pimas sventrati da qualcuno, o da qualcosa, in maniera orribilmente innaturale. Mettiamo putacaso che da quelle parti si trovino a passare, sulle tracce di uno scomparso Dottor Stevens, quattro tizzoni d'inferno di nostra conoscenza, può mai essere che Tex, Carson, Kit Willer e Tiger non si facciano coinvolgere nella misteriosa faccenda?


Anche questa volta non siamo forse nel novero dei Texoni più memorabili in assoluto, rimane valido il detto che l'albo gigante di Tex è sempre un bello spettacolo, nella fattispecie è interessante vedere come De Angelis riesca a saltare dal futuro in cui calza ormai comodo fino al passato dell'ultimo ventennio del 1800 senza particolari traumi. In alcune espressioni e in alcune linee il suo Tex mi ha ricordato un poco quello di Ticci, il suo tratto risulta moderno, energico e capace di ben amalgamare il lato weird a quello puramente western di questa storia. Attento ai dettagli, è forse proprio al calar della notte e con l'aumentare delle inquietudini che il talento di De Angelis rende al meglio e meglio si sposa con le atmosfere della storia.

Questa commistione di generi in un bel bianco e nero gigante mi ha fatto pensare a quanto interessante potrebbe essere vedere un'iniziativa simile a quella proposta sulla collana Le Storie in questo formato, magari uno speciale ogni tanto in vece della scelta del colore, a mio avviso meno efficace. Più centimetri, meno colore, non sarebbe male come slogan, no?


domenica 10 gennaio 2016

STAR WARS - EPISODIO II - L'ATTACCO DEI CLONI

(Star Wars: Episode II - Attack of the clones di George Lucas, 2002)

Poof, così scoppia una bolla di sapone. A fine visione la domanda che mi è venuto spontaneo farmi è stata: "ma con questo secondo episodio l'abbiamo fatto un passo avanti rispetto al precedente?". In tutta risposta nella mia testa vuota è risuonato un sonoro... poof.

Diciamo pure che a conti fatti, per quel che concerne lo sviluppo della storia, L'attacco dei cloni me lo sono goduto (che parolone) un pelino di più rispetto a La minaccia fantasma, più lineare, più scorrevole e con qualche aggancio in più alla costruzione del mito che certo non fa gridare al miracolo. Questo per quel che concerne il puro sviluppo del plot e degli accadimenti contenuti nel film.

Il lato totalmente negativo di questo secondo episodio (che poi in realtà sono due i lati) è che mancano totalmente gli spunti degni di vero interesse. Prendiamo a esempio Darth Maul da La minaccia fantasma. Quello era potenzialmente un antagonista coi fiocchi, affascinante, cattivo. Certo, poi è stato preso e buttato nel cesso. Oggi sono passato davanti a un negozio di giochi e in vetrina, insieme al nuovo Kylo Ren da Il risveglio della Forza, c'era Darth Maul e non un vecchio Christopher Lee (tanto rispetto) nei panni del Conte Dooku, che poi sarebbe l'avversario di questo film. Inizia a intravedersi l'Imperatore (Ian McDiarmid) nei panni che assumerà nella trilogia originale, resta il fatto che in questo capitolo manchi un avversario di peso da contrapporre agli jedi. I malvagi Sith possono consolarsi con il fatto che manchino anche degli jedi di peso, eccezion fatta per il digitale Yoda che comunque continua a farci rimpiangere il suo alter ego in cartapesta (o quel che era) degli anni '80.

Ewan McGregor se risultava passabile come padawan di Qui-Gon Jinn fa più fatica a interpretare in maniera credibile un maestro jedi, sicuramente poco aiutato dal padawan Anakin Skywalker, diciamo pure che come attore Hayden Christensen non è forse tra i più dotati, la coppia di jedi dell'episodio precedente funzionava meglio di questa e aveva più fascino. Sicuramente su Anakin viene fatto un lavoro che contribuisce a dare maggior spessore alla storia di caduta e riscatto finale del personaggio destinato a diventare Darth Vader, passaggi ben sottolineati dalle musiche di John Williams. Natlie Portman è tanto bellina, mi piace molto, certo che il carisma di una Leila Organa è ben lontano.


Manca poi del tutto, e se penso a Jar Jar Binks mi viene da dire per fortuna, il lato umoristico, affidato a poche battute del solito C-3PO, e questa mi sembra una grande mancanza. Ci si riprende un poco andando a ripescare un personaggio come Boba Fett qui visto da piccolo insieme al padre Jango Fett (Temuera Morrison) in una sorta di origini del personaggio.

Mi ero fermato al cinema con l'episodio precedente, questa è la prima volta che vedevo L'attacco dei cloni. Tra i tanti difetti riscontrati il più grande (il secondo lato al quale si accennava sopra) è che oggi, data astrale 9 Gennaio 2016, il film è visivamente brutto da guardare. Si ha la percezione continua che sia tutto finto (lo so che lo è davvero, tranquilli), tutto quanto sterile grafica, fredda e priva di passione. Perché visivamente l'artigianato anni '70 ancora funziona e questa finzione digitale di solo un decennio fa no? Perché il digitale negli ultimi dieci anni è evoluto tantissimo o perché, in fondo, in fondo, è un mezzo senza cuore? (cosa che non credo del tutto vera, basti pensare ai film d'animazione in CGI).

Insomma tra l'episodio I e l'episodio II la mia viva speranza è che il migliore risulti essere l'episodio III.


venerdì 8 gennaio 2016

IL GRANDE SONNO

(The big sleep di Howard Hawks, 1946)

L'incontro tra uno scrittore che ha fatto scuola, un solido regista autore di alcuni film da molti ricordati ancora oggi e una coppia d'attori (amanti nella vita) con un'intesa così superba da risultare tra le migliori anche in epoca moderna, questo è Il grande sonno. Certo, è anche un noir, una storia criminosa che a starle dietro c'è da farsi venire il mal di testa, tanto arzigogolata che pare alcuni dettagli fossero oscuri anche al maestro Raymond Chandler, autore del libro da cui il film è tratto (e il libro non era meno complicato, anzi).

E in fondo non è la trama a interessare o colpire in questo caso ma, proprio come accade in altri gialli (pensiamo a La donna della domenica di Fruttero e Lucentini ad esempio), sono il contesto in cui si muovono i personaggi, l'ambiente e gli atteggiamenti dei protagonisti stessi a donar vita al fulcro della vicenda.

Sono proprio l'occhio privato Philip Marlowe e la primogenita del generale Sternwood (Charles Waldron) a dare pepe al film grazie a due interpretazioni magistrali di Humphrey Bogart e Lauren Bacall. L'atteggiamento di lui è quello dell'uomo spiccio e sicuro di sè tanto caro alla scuola dei duri di cui Chandler è stato uno dei massimi esponenti, uomo tutto d'un pezzo dalla battuta sempre pronta e dal fare che rasenta e spesso oltrepassa la noncuranza se non del tutto la strafottenza, trova pane per i suoi denti nella sua controparte femminile, Vivian Sternwood (Lauren Bacall), donna affatto propensa a lasciarsi mettere i piedi in testa e a non avere l'ultima parola. Non da meno la sorella minore Carmen (Martha Vickers), forse più ingenua ma anche più apertamente languida e conturbante, priva di ogni inibizione oltre ogni ragionevolezza, cosa che la porterà ad avere guai e a trovarsi sotto ricatto, motivo per il quale il generale Sternwood assolda il detective Marlowe.


L'investigatore, causa la sua simpatia per il vecchio e l'attrazione che prova per la maggiore delle sorelle (e dagli torto), verrà invischiato nell'intricata vicenda ben oltre quelli che erano i compiti assegnatigli dal nuovo datore di lavoro. Ma il più si gioca sullo scambio di battute, sugli sguardi complici e sensuali, sulle dispute tra due attori in grandissima forma in un film che pur non mostrando niente, allude ed emette una carica di sensualità sfrenata come si riusciva a fare solo quando non si poteva mostrare. Il tutto immerso in uno scenario viziato e criminoso dove gli atti delittuosi si sprecano e i vizi sconfiggono le virtù.

E di tutti questi delitti chi è il colpevole, dopo aver due volte letto il libro e aver visto il film, proprio non ve lo saprei dire (proprio come Chandler forse), ma in fondo non è importante, va bene così. La messa in scena è secca ed essenziale, un po' come il protagonista, Hawks non si concede orpelli superflui e va dritto al punto, caratteristica comportamentale che accomuna regista e attori in un amalgama sempre diretto e coerente.


martedì 5 gennaio 2016

STAR WARS - EPISODIO I - LA MINACCIA FANTASMA

(Star Wars: Episode I - The phantom menace di George Lucas, 1999)

Sapere che alla regia de La minaccia fantasma, già visto in sala all'epoca della sua uscita, c'è proprio lui, il signor George Lucas, un pochino fà male. L'impatto con il film d'esordio della seconda trilogia non è dei migliori, nonostante non manchino alla pellicola alcuni punti di forza e sequenze ben riuscite. Il difetto più grande che mi sento di imputare al film è la mancanza di tono epico, quel profumo d'avventura che si respirava sempre e comunque durante la trilogia originale e che si respira oggi nel nuovo episodio Il risveglio della Forza. Non c'è phatos, molto discutibile la scelta di affidare la colonna portante della trama a macchinazioni politiche e sotterfugi piuttosto che a un aperto e schietto confronto bene/male, la strada percorsa ha reso soporifera la quasi totalità dell'intreccio durante il quale si salvano le poche sequenze action e la corsa degli sgusci.

Repubblica, Federazione dei mercanti, Senato, Consiglio degli jedi, sono tutte istituzioni che non hanno un briciolo del fascino che scatenava la semplicissima dicotomia Impero/Ribellione (leggi anche male/bene). E sì che, almeno visivamente, si era riusciti a imbroccare un villain davvero d'impatto, il look di Darth Maul (Ray Park) e della sua spada laser doppia potevano fare scuola, purtroppo al personaggio sono state riservate solo un paio di scene d'azione (tra le meglio riuscite del film) e una fine davvero ingloriosa, potenzialmente ottimo ma buttato al vento. Molto più presente invece l'irritante Jar Jar Binks interpretato in motion capture da Ahmed Best, creatura della razza dei Gungan che avrebbe dovuto assolvere al compito di spalla comica e che risulta invece un inutile orpello fastidioso alla vista e all'udito. Poi, se possibile, magari limitiamola questa motion capture, unico punto negativo anche nel recentissimo ultimo episodio di Star Wars.


Gli effetti speciali, all'epoca all'avanguardia, sono invecchiati male, dovendo scegliere tra lo Yoda di cartapesta (o quel che è) de L'impero colpisce ancora e questa versione ringiovanita in CGI non c'è storia, il primo tutta la vita. L'artigianato resta, il digitale scompare. Non mi è dispiaciuto invece il personaggio cucito addosso a Liam Neeson, il maestro jedi Qui-Gon Jinn al quale l'attore presta la giusta presenza e un tocco di ribellione controllata nei confronti dell'autorità. Più acerbo Ewan McGregor che comunque incarna un Obi-Wan Kenobi ancora giovane e apprendista, tutto sommato ci può anche stare.

Il resto del baraccone è davvero poco esaltante, sprecato il contributo di Samuel Lee Jackson alla saga (almeno in questo capitolo) e trascurabile anche il ruolo della Portman, di un certo peso nell'economia del film (è la regina Amidala) ma che non lascia il segno. Si scava nel passato di Darth Vader quando ancora era un piccolo Anakin Skywalker (Jake Lloyd) riservando al personaggio imprese finanche esagerate (nel film avrà si e no otto/nove anni) e ponendo le basi per la sua trasformazione oscura.

Dopo tanta attesa, dato il ritorno alla regia di Lucas, parlare di occasione sprecata non mi sembra un'eresia, questo almeno per lo spettatore. Poi il film incassò un botto e il morale della favola è che hanno avuto ragione loro.


STAR WARS - IL RISVEGLIO DELLA FORZA

(Star Wars: The Force awakens di J. J. Abrams, 2015)

Han Solo a Chewbacca, una volta saliti a bordo di un ritrovato Millenium Falcon: "Ciube, siamo a casa". In quel siamo a casa ci sono il cuore e la riuscita di un film al quale a mio avviso non si poteva chiedere di più, almeno nel complesso, poi ognuno di noi avrebbe preferito che qualcosa fosse stata fatta in un'altra maniera magari, ma lì si cade nel gusto personale.

Il risveglio della Forza mi è piaciuto davvero molto, pensierino banale da seconda elementare ma il succo non cambia. Dopo aver abbandonato la saga (per quel che riguarda la visione al cinema) al termine di Episodio I e aver snobbato gli episodi successivi a causa dello scarso interesse suscitatomi dal primo capitolo della nuova trilogia, non sapevo bene cosa aspettarmi da questa nuova uscita. Poi complice l'hype creatosi per l'evento e la stima che nutro per Abrams dai tempi di Lost la febbre è iniziata un pochino a salire.

Bene, una volta in sala sono stati centotrentacinque minuti di divertimento puro, belle emozioni, ottimo intrattenimento. L'idea vincente è stata quella di nascondere le tonnellate di effetti speciali che costellano il film sotto una patina di artigianalità che accosta Il risveglio della Forza molto più alla trilogia originale che non a quella degli anni duemila, molto più vicina a noi in termini di tempo. Abrams si è giocato le sue carte al meglio evitando qualsiasi sentore di digitale o di farlocco e concentrandosi sulla scrittura di ottimi personaggi nuovi di pacco e andando a riprendere in maniera credibile (sfruttando gli attori originali) i punti fermi dell'epica di Star Wars. Qualche criticone già afferma che l'accostamento alla saga d'origine sia troppo marcato, ma in fin dei conti dove sta il problema? In fondo noi tutti cos'è che volevamo vedere?

Detto questo l'impatto in sala è assolutamente moderno e spettacolare, si percepiscono l'imponenza e la maestosità dei veicoli grazie a una regia senza sbavature e ben studiata, l'impianto sonoro è fantastico, specie nelle scene in cui è presente il nuovo villain Kylo Ren (Adam Driver), una gioia per gli occhi (finalmente) il coacervo di razze e creature studiate per questo nuovo capitolo della saga.


Ma cosa più importante ancora, la storia funziona, coinvolge, regala ottimi momenti e piazza alcune scene madri da non sottovalutare e, più importante ancora, i personaggi sono ben scritti, più o meno tutti. Se vogliamo trovare una pecca, personalmente non mi è piaciuto per niente il maestro del lato oscuro, quello che era l'Imperatore nella trilogia originale, lo Snoke impersonato da Andy Serkis, guarda caso la creatura più digitale del lotto (e anche la meno riuscita). Poi io impazzisco per le armature, le divise e i costumi e qui si va a nozze.

Abrams mostra anche intelligenza nel bypassare il confronto tra un villain inarrivabile come Darth Vader e il nuovo Kylo Ren, per sua stessa ammissione non all'altezza del suo predecessore ma proprio per questo più rabbioso e ugualmente pericoloso (e ottimo nel look, cosa da non sottovalutare). Gestisce bene anche gli invecchiati Harrison Ford e Carrie Fisher, discorso che ben si amalgama con le scelte visive legate al profumo artigiano ma moderno dell'insieme, cucendo per loro ruoli secondari ma ben sottolineando l'importanza che queste colonne portanti hanno avuto nell'economia dell'intera saga. In fondo questa è la vita, potrai anche essere un figo come Han Solo ma il tempo, purtroppo, passa anche per te. Il piglio regale di Leila poi, nonostante l'età, rimane ancora intatto. Discorso a parte per Luke Skywalker (Mark Hamill), unico dei vecchi a essere più figo ora che negli anni '80.


Ottimi i nuovi interpreti, piena di fascino la bella protagonista Ray (Daisy Ridley), ragazza forte dallo sguardo magnetico sulla quale sospetto scopriremo cose importanti nel corso dei prossimi episodi. Bravi anche John Boyega e Oscar Isaac nei panni di Finn e Poe Dameron, pilastri della nuova resistenza, opposta non più all'Impero bensì a un fantomatico Primo Ordine (nel quale milita il primo generale donna). Simpatico anche il droide sferico BB-8 che soppianta i famosi C-3PO e R2D2 comunque presenti.

Tralasciando la trama (ed evitiamo spoiler per chi ancora non l'avesse visto) mi azzarderei a dire che se i film della trilogia originale non avessero gettato le basi per il mito mondiale che è poi divenuto Star Wars, questo ultimo episodio non sfigurerebbe affatto vicino a quegli episodi e che per molti versi questo potrebbe essere decisamente più vicino ai gusti degli spettatori di oggi (anche quelli che non apprezzano solo blockbuster ed effetti speciali).


lunedì 4 gennaio 2016

FIRMA AWARDS 2015: FUMETTO

Purtroppo quando iniziano ad entrare meno soldi, anche le nostre passioni in piccola misura devono essere accantonate. Nonostante si possa dire che il fumetto rimanga a tutt'oggi la mia passione più grande e costante, devo ammettere che la mia visione sull'argomento va inevitabilmente stringendosi e appiattendosi. Tutto ciò mi impedisce di gestire lo spazio di questo post come avrei voluto e mi sarei auspicato. Se l'anno passato rinunciai ad occuparmi di manga e fumetto disneyanio, quest'anno sono costretto ad abbandonare anche la categoria dedicata al fumetto francese, complice anche il diradarsi degli albi a colori economici della Cosmo presenti in edicola.

Perché allora non buttare tutto in un unico calderone, un minestrone rappresentativo di tutto quel che è stato proposto in Italia durante il 2015 (solo tutto quel che io ho letto ovviamente) separando solamente il materiale vecchio da me recuperato durante l'anno (solitamente volumi o graphic novel) e facendo un discorso a parte per le ristampe, albi comunque editi nel corso del 2015 ma che presentano materiale da noi già visto. Tre sole categorie quindi quest'anno: Fumetto inedito, Ristampe, Graphic Novel e volumi (vecchi recuperi).

Partiamo proprio da quest'ultima categoria quindi, l'unica a non presentare albi targati 2015. Per quel che riguarda GRAPHIC NOVEL E VOLUMI quest'anno l'ha fatta da padrone il recupero dei vecchi Texoni favoriti quindi, non fosse altro che per il numero, per la scalata alla vetta. Non sono mancati però al ranger dei degni avversari.

Terzo classificato:
Il cavaliere solitario di Claudio Nizzi e Joe Kubert
Se l'anno passato, grazie alla prova egregia di un Magnus inarrivabile, il Texone si aggiudicava il primo posto, quest'anno il Texas Ranger guadagna il gradino più basso del podio grazie al maestro Joe Kubert, posizione comunque di tutto rispetto per una collana che riserva sempre grandi soddisfazioni.

Secondo classificato:
Agente Segreto X-9 di Dashiell Hammett e Alex Raymond
Se dai volumi contenenti le vecchie strip degli anni '30 provenienti dai King Features Syndicate mi aspettavo grandi cose più per le proposte legate a Mandrake o a Phantom, personaggi ben più noti, è stato invece proprio questo X-9 a colpirmi in misura maggiore, complice con tutta probabilità la penna fatata di Dashiell Hammett.

Primo classificato:
Leo Pulp di Claudio Nizzi e Massimo Bonfatti
Magari c'è anche qualcuno che pensa che la roba scritta da Nizzi sia vecchiume ma da queste parti c'è tanto rispetto per l'autore che qui si aggiudica due posizioni su tre del podio, chapeaux! In questo caso doppio perché io non sono un amante del fumetto umoristico (magari le strip) ma a Leo Pulp non si resiste.

       



Andiamo ora a vedere cosa è stato proposto quest'anno nel bel paese per quel che riguarda il materiale già precedentemente edito, le RISTAMPE di fumetti datati o più recenti spazianti dal fumetto italiano a quello d'oltreoceano. Tre sole posizioni quest'anno, per evitare di ripetermi e per lasciare spazio a qualche nuova proposta, nonostante continuino le ristampe in edizioni ormai affermate di albi quali 100 bullets, Hellblazer o The walking dead.

Terzo classificato:
L'Incal di Jodorowsky e Moebius
Grazie ai ragazzi della Cosmo è stato possibile recuperare a prezzi davvero modici l'opera caposaldo della fantascienza europea a fumetti dei maestri Jodorowsky e Moebius, una vera gioia per chi come me mai aveva avuto modo di leggere questo fumetto. Un bel grazie.

Secondo classificato:
Gotham Central di Greg Rucka, Ed Brubaker e Michael Lark (tra gli altri)
A mio avviso una delle migliori serie prodotte dalla DC Comics, probabilmente un pelo sacrificata dal formato ridotto in bianco e nero ma così alla portata del grande pubblico, scelta azzeccata per un police procedural coi fiocchi che potrebbe piacere davvero a tutti. Una delle serie popular meglio scritte dell'epoca moderna.

Primo classificato:
Ken Parker di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo
Amo il western, amo il fumetto popolare e non avevo mai avuto occasione di leggere Ken Parker per intero. Un western di qualità per un eroe diverso dal solito, tosto e molto, molto umano. La via economica è sempre più l'unica percorribile per me, ben vengano quindi le riproposte di grandi albi a prezzi avvicinabili.

       



E ora la categoria più attesa (non so bene da chi, forse da me), quella relativa alle novità targate duemilaquindici: serie a termine, serie regolari, one-shot e quant'altro è riuscito a intrattenermi e divertirmi in misura maggiore rispetto ad altro. avendo infilato tutto in un unico calderone andiamo qui a stilare una top ten (personalissima) dei FUMETTI INEDITI. PS: nessuna delle serie presenti tra le migliori sei dell'anno passato si conferma nella nuova classifica.

Decimo classificato:
Battaglia di Roberto Recchioni e AAVV
Pensare che con la ristampa del vecchio materiale il vampiro Pietro non mi aveva convinto per niente. Questa nuova serie (cinque uscite al momento), grazie soprattutto al primo numero, mi ha intrigato grazie al formato popolare, a un piglio da serie B e alla commistione di pulp e italiche vicende. Letture veloci, spunti da approfondire e scrittura poco pretenziosa. Un fumettaccio non male nel suo complesso.

Nono classificato:
Morgan Lost di Claudio Chiaverotti e AAVV
Una bella partenza, una promessa tutta da confermare. Nonostante il tema non sia tra i miei favoriti al momento si compensa con una bella atmosfera e una buona costruzione, si tireranno le somme tra qualche numero, per ora niente, niente male.

Ottavo classificato:
Outcast di Robert Kirkman e Paul Azaceta
Kirkman è uno furbo (e bravo), sa come si intrattiene il pubblico, declina l'orrore in una dimensione più urbana e quotidiana, cambiando tematiche e punti di vista. Per ora il gioco regge, probabilmente formato e b/n non aiutano la leggibilità in questo caso. Il prezzo invece sì.

Settimo classificato:
Star Wars di Jason Aaron e John Cassaday
Probabilmente l'hype per la nuova uscita della saga stellare ha dato una mano alla serie di Aaron e Cassaday, lo scrittore però non lo scopriamo certo oggi, Aaron è bravo a ricreare atmosfere e toni epici della prima trilogia, a disposizione i personaggi più iconici del brand. Puro divertimento.

Sesto classificato:
Moon Knight di Warren Ellis e Declan Shalvey
Rilancio urbano e poco ortodosso per un personaggio che ho sempre apprezzato e al quale mi sarebbe piaciuto veder ottenere maggior fortuna. Lontano dai canoni classici dei supereroi, vicino al mondo folle di Warren Ellis. Da approfondire.

Quinto classificato:
Ant-Man di Nick Spencer e Ramon Rosanas
Un po' quello che era stato Hawkeye l'anno scorso, serie leggera e forse ancor più buttata sul divertimento rispetto a quella dedicata a Becco di Falco (ora conclusa e comunque meglio riuscita), un eroe fuori dai soliti canoni, canoni però che ora iniziano a fare scuola e a riproporsi.

Quarto classificato:
Multiversity di Grant Morrison e AAVV
Nonostante alla fine della fiera in Multiversity non ci sia poi così tanto sugo la scrittura di Morrison rimane impareggiabile, ogni singolo numero che compone la serie me lo sono goduto con vero gusto, ottima scelta dei disegnatori in una serie a termine comunque da leggere.

Terzo classificato:
Uncanny X-Men di Brian Bendis, Chris Bachalo e Kris Anka
Sembrava che la serie regina del mondo mutante dovesse essere quella All-New X-Men che aveva portato il team degli X-Men originali nel nostro presente. Invece Bendis ingrana la marcia sulla serie storica e si lascia tutte le altre serie X alle spalle imbastendo una run davvero divertente e interessante. Lunga vita agli X-Men.

Secondo classificato:
Tropical blues di Luigi Mignacco e Marco Foderà
Avventura classica che più classica non si può sulle orme di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Una miniserie ben scritta e ben dosata giustamente esauritasi nel giro di tre albi, operazioni come queste non dovrebbero mai mancare.

Primo classificato:
Sandman Overture di Neil Gaiman e J. H. Williams III
Il ritorno di un mito, la miniserie con la quale lo scrittore storico di Sandman riprende in mano le sue creature, graziato dalle matite di uno splendido e onirico Williams e dalla bella confezione dell'edizione italiana. Peccato i tempi d'uscita della Lion.

  


         


             


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