lunedì 31 ottobre 2016

BRADI PIT 143

Bradi Pit a tutela dell'ambiente in maniera intelligente!


Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

giovedì 27 ottobre 2016

LA CASA AI CONFINI DEL MONDO

(di Alfredo Castelli e Angelo Maria Ricci)

La casa ai confini del mondo, storia in realtà iniziata già nell'albo precedente della serie, è stato uno di quegli episodi che mi hanno fatto innamorare in via definitiva di Martin Mystère. Lo recuperai in anni successivi rispetto alla sua prima pubblicazione, con tutta probabilità neanche grazie alla serie regolare ma in virtù di un recupero delle prime storie dedicate al detective dell'impossibile sulle pagine del Tutto Martin Mystère.

Ogni cosa di quell'albo, a partire dalla splendida copertina di Alessandrini, mi affascinò, e penso prevalentemente al connubio tra fumetto, letteratura e incubo che le pagine de La casa ai confini del mondo riuscivano a rendere piacevole in virtù di un amalgama perfetto, coinvolgente e inquietante.

Per arrivare al nocciolo della questione Alfredo Castelli la prende alla larga, solleticando il palato dei lettori con una disamina veloce sui casi di teleportazione (dei quali si trovano ancora tracce sul web), per poi partire da uno di essi per introdurci nella vicenda vera e propria quando, grazie al racconto dell'ispettore Travis, Martin e Java apprendono di come un noto delinquente, Carlos Agreda, fosse improvvisamente apparso nel bel mezzo della Gran Central station di New York, pochissimo tempo dopo essersi macchiato di un atroce delitto in quel di Providence, città sita non proprio dietro l'angolo. Appurato che ogni spiegazione vagamente logica non trova conferma, al dinamico duo non resta che organizzare una spedizione in quel di Providence, trasferta grazie alla quale Martin Mystère riesce a rimandare ancora una volta un certo discorsetto che alla sua fidanzata Diana preme molto.


La casa in cui Agreda sembra essersi smaterializzato si trova in periferia, è una costruzione da incubo, degna della famiglia Addams o del più tetro Edward Hopper, è la casa dove tempo prima sorgeva un'abitazione a quella del tutto identica appartenuta allo scrittore Howard Phillips Lovecraft. Da qui una discesa agli inferi imperdibile per tutti gli amanti delle prospettivi impossibili, degli antichi e dei miti di Chtulu.

Ancora una volta Castelli riesce a unire un sano intrattenimento popolare a spunti letterari, argomenti misteriosi a sprazzi di cultura, uno dei punti di forza di sempre della serie. Questa volta è aiutato dalle matite di Ricci che oltre a offrire un'ottima prova si esibisce in interessanti soluzioni grafiche nelle sequenze più surreali.

La casa ai confini del mondo è uno di quegli albi che ti lasciano con la piacevole sensazione di aver letto qualcosa di più di un semplice fumetto d'avventura.


martedì 25 ottobre 2016

SAVING MR. BANKS

(di John Lee Hancock, 2013)

Si è detto in più sedi, soprattutto in occasione dei lanci pubblicitari legati al film, di come Saving Mr. Banks narrasse la storia dell'acquisizione dei diritti cinematografici da parte di Walt Disney dei libri di Pamela L. Travers con protagonista la celebre Mary Poppins. Vero, per carità, ma in Saving Mr. Banks c'è molto di più, ci sono retroscena realmente commoventi, a tratti strazianti, che donano nuova luce a Mary Poppins, film che Walt Disney (Tom Hanks) riuscì a portare nelle sale nell'ormai lontano 1964 in seguito all'approvazione della sceneggiatura da parte della stessa autrice (Emma Thompson).

Più che la vicenda dell'acquisizione dei diritti, tra l'altro romanzata e non perfettamente adesa alla realtà dei fatti, quello che emoziona lo spettatore è il rapporto della scrittrice con la sua creatura, i motivi che hanno portato alla creazione di quest'ultima, vicende che affondano dolorosamente le radici nell'infanzia che la Travers trascorse nella natia Australia. Non è dato sapere quanta mistificazione abbia inscenato la macchina hollywoodyana, non tanto nel raccontare il rapporto della Travers con la trasposizione cinematografica di Mary Poppins (il libro è del 1934), quanto nel sottolineare quello della stessa con il padre (Colin Farrell), uomo tanto amorevole nel ruolo di genitore quanto inadatto in quello di membro della società e di marito, afflitto dal vizio dell'alcol e immerso in un mondo fantastico tutto suo, amabile sognatore, uomo poco concreto.

Spesso si accusa il cinema americano rivolto al grande pubblico di giocare troppo sui sentimenti, di essere ricattatorio, patinato e troppo orientato al lieto fine. Saving Mr. Banks gioca indubbiamente sui sentimenti, non lo si può negare, basti guardare la figura inventata dell'autista Ralph (un sempre grande Paul Giamatti) incaricato di scarrozzare la Travers su e giù per Los Angeles. In qualche modo tende anche al lieto fine ed è inserito in una confezione ultrapatinata e perfetta, tanto da sembrare finta o volutamente finzionale, proprio come l'idea di città ideale che ossessionò la mente di Walt Disney nei decenni precedenti e che, inseguendo una visione utopica di felicità e perfezione, si sarebbe concretamente tradotta in Disneyland.


A volte però anche un progetto con tali caratteristiche, forse anche incline a cercare la lacrima facile, non può che essere apprezzato quando tutti gli elementi si incastrano tra loro creando il giusto equilibrio, tenendosi lontani dall'eccesso e andando a toccare le corde giuste, che poi anche una lacrima ogni tanto non ha mai fatto male a nessuno. Il regista John Lee Hancock dirige almeno un poker d'assi: un Tom Hanks mimetico nei panni di un (in)credibile Walt Disney, l'interpretazione volutamente rigida e aspra di un'inarrivabile Emma Thompson, attrice dalla classe innegabile; Paul Giamatti sul quale non mi dilungo in inutili complimenti e infine un sempre in parte Jason Schwartzman (il compositore Richard M. Sherman). Poi c'è anche Colin Farrell che non è mai rientrato nel novero degli attori a me particolarmente cari, c'è da dire che qui fa il suo senza arrecar danno.

Il film funziona, si delinea con i tempi giusti il personaggio della Travers, si scava nel suo passato di bambina, si vanno a sviscerare le idiosincrasie della scrittrice nei confronti della futura trasposizione cinematografica della creatura a lei così tanto cara (e ci sono validissime ragioni sul perché lo sia così tanto), si segue il difficile rapporto della stessa con Disney. Finalmente capiamo il reale motivo per cui in quella lontana giornata del 1906 sferzata dal vento dell'est, la magica Mary Poppins si fermò proprio al numero 17 di viale dei ciliegi a Londra.


Titoli di coda, le luci si spengono (metaforicamente). A questo punto il consiglio è quello di non andare a documentarsi sui veri accadimenti narrati da Saving Mr. Banks, in caso contrario il castello di carte messo in piedi così bene dalla macchina hollywoodyana rischia di cadere. Perché nella realtà non c'è un vero lieto fine, i cuori non si allargano e le menti non si incontrano. Una cosa è la fantasia, un'altra la storia nuda e cruda.

Però. Perché potrebbe esserci un ulteriore però. Lo spettatore incuriosito va ad approfondire il tema, la vicenda, scoprendo magari le varie mistificazioni messe in piedi dallo show business e imparando comunque qualcosa. Beh, anche questa può considerarsi una funzione che film come Saving Mr. Banks assolvono, magari anche involontariamente. Film di cassetta sì, film di cassetta no. A voi la scelta.

sabato 22 ottobre 2016

VIVA LA LIBERTÀ

(di Roberto Andò, 2013)

Portare la politica sul grande schermo non dev'essere facile, Roberto Andò lo fa con grazia lieve ricorrendo all'espediente narrativo del doppio, approccio sicuramente poco originale e risaputo che il regista però riesce a gestire nel migliore dei modi. E il migliore dei modi in questo caso porta il nome di Toni Servillo, attore che da solo è in grado di innalzare di qualche gradino il livello medio del cinema italiano, qui aiutato dall'ottimo lavoro effettuato da Andò in fase di stesura del soggetto e di sceneggiatura.

Se il tono della narrazione risulta leggero, quasi elegante, la vicenda in sé presenta invece spunti di riflessione importanti, accostamenti alla realtà politica italiana attuale che non lasciano nessun motivo per stare allegri. Fortunatamente si è scelta la via della sdrammatizzazione ma soprattutto quella dell'introspezione, infatti tra la figura pubblica e quella privata è quest'ultima a emergere prepotente, come a dire che a fare la differenza deve essere l'uomo prima che il politico, sono gli uomini a doversi riappropriare di concetti quali dignità, altruismo, servizio e sincerità. Fatto questo, traslare tutto nella gestione pubblica dovrebbe essere un passaggio lineare e trasparente.

La sinistra italiana è allo sbando, perde consenso anche a causa di un'interpretazione immobile e usurata della politica da parte di Enrico Oliveri (Toni Servillo), segretario del principale partito d'opposizione. In seguito a contestazioni sempre più accese che provocano una crisi interiore nel segretario, Olivieri decide di sparire, si dà alla macchia come un qualsiasi latitante. Sarà il suo assistente Andrea Bottini (Valerio Mastandrea) a dover arginare il problema, mentendo, tranquillizzando i vari esponenti del partito, cercando Olivieri. Ma Olivieri non si trova. Così, nell'evolversi degli eventi, Bottini ha un'idea folle, quella di sostituire il segretario con il fratello gemello Giovanni (sempre Toni Servillo) che, piccolo incidente di percorso, è appena stato dimesso da una casa di cura psichiatrica.


Mettere il partito nelle mani di un pazzo quindi, sì, ma un pazzo con del metodo, oltretutto anche spiritoso, come afferma lo stesso Bottini. E funziona, perché dove non arriva più il politico, scollato, distaccato in maniera insanabile dai sentimenti e dai bisogni della gente comune, entità ormai aliena per una classe politica ottusa e riversata su sé stessa, arriva l'uomo. Anche quello un po' folle, dotato però ancora di empatia, della capacità di dar valore alla dignità di ogni individuo, in grado di far viaggiare in parallelo testa e cuore e non necessariamente in quest'ordine. E la gente risponde, torna ad appassionarsi, partecipa, perché forse quello che serve è un'uomo, sono gli uomini.

Mentre l'uomo si traveste da politico per regalare la sua umanità alla collettività, il politico scompare, si rintana lontano dalla vita pubblica, ricorre a una ex fiamma (Valeria Bruni Tedeschi), a una bambina, alla manualità di un lavoro comune, ricorre agli uomini per tornare a essere uomo. E finalmente apre gli occhi su una politica dall'uomo sempre più distante, dell'uomo sempre più disinteressata; a sottolineare il concetto Andò utilizza una viscerale intervista a Fellini che si scagliava contro la continua deriva della società verso l'indecenza e la barbarie: "come può uno rispettare sé stesso continuando a ricevere schiaffoni, sputi in faccia e insulti?". Federico Fellini moriva nel '93, ad oggi sono passati più di vent'anni e la politica più o meno ci riserva le stesse cose: schiaffoni, sputi in faccia e insulti; andando a pescare filmati di repertorio di un remoto passato, Viva la libertà si conferma tragicamente attuale.

Nonostante le considerazioni scaturite dalla visione possano sembrare pessimistiche (e in gran parte lo sono), il film ci presenta comunque un messaggio di speranza, di una redenzione ancora possibile, e riesce a farlo anche divertendo lo spettatore che si porterà a casa la soddisfazione di aver visto un bel film e diversi spunti sui quali riflettere.

venerdì 21 ottobre 2016

MAGAZZINI INESISTENTI


I più attenti di voi, o molto più probabilmente gli amici che mi conoscono personalmente e ogni tanto guardano anche la mia ferma e pressoché inutile pagina facebook, avranno appreso della mia nuova collaborazione con la webzine Magazzini Inesistenti. Il direttore editoriale e il direttore responsabile mi hanno fatto il grande onore di concedermi un po' della loro fiducia, e speriamo di non combinare casini :)

Quindi troverete in futuro qualche mio scritto anche lì (un paio già ci sono), in quel magazzino virtuale di stimoli, opinioni, suggerimenti e visioni che è Magazzini Inesistenti. Oltre che per condividere con voi l'inizio di un nuovo viaggio del quale sono personalmente entusiasta, viaggio che tra l'altro affronterò in compagnia di alcuni amici già noti da queste parti, questo post nasce dal desiderio che anche per voi la webzine possa diventare un punto di riferimento dove trovare ogni giorno nuove cose alle quali interessarsi.

Musica e cultura underground, così recita l'header della home page di Magazzini Inesistenti e questo è quello che trovate in un sito dove la musica la fa da padrona ma non si tralasciano letteratura, cinema, attualità e altro ancora.

Per una dichiarazione d'intenti più puntuale vi lascio alle parole della redazione:

Finalmente siete qui…
E se siete in cerca di risposte a quella strana sensazione che da sempre sentite dentro, quel senso di inadeguatezza, quel non trovare un’appartenenza, una provenienza e un arrivo… forse potete smettere di cercare.
Ci avete trovati, noi che da una vita vi cerchiamo.
Chi siamo…. mah… difficile a dirsi. Noi siamo gli Inesistenti, quelli che sognano e credono che la Memoria, e il Libero Pensiero, e l’inchiostro sulla carta siano ancora le cose che più contano per il Futuro. In questo contesto storico, in cui si è sempre figli e mai adulti, bisogna pensare d’essere già grandi e che la Strada è sempre in salita. Gli Inesistenti sì, quelli che lavorano in silenzio alla conservazione della propria specie… qualsiasi cosa accada. La rete è solo un mezzo, il cavalcare l’Idra impazzita e ammansirla, proprio tenendo al centro del nostro Pensiero la nostra Memoria… per i secoli dei secoli. Jules Verne, Jack London, Pier Paolo Pasolini, James Matthew Barrie e altri visionari ci hanno raccontato un mondo inverosimile, ci hanno lasciato inchiostro su carta di vaticinio… incontaminato e proiettato nel futuro così come corrotto e devastante… come la peste. Peter Pan contro il Leviatano, senza paura, fino alla Luna e ancor più in là… oltre i confini definiti dagli Argonauti che ci hanno preceduto; stoici alla conquista del vello d’oro, oltre le colonne d’Ercole, armati solo del loro Essere.
Benvenuti a casa, Inesistenti…

lunedì 17 ottobre 2016

CAGLIOSTRO

(di Tiziano Sclavi e Luigi Piccatto)

L'horror incontra il grottesco, il surreale e l'onirico, questo è Cagliostro, viaggio nel non-sense dell'orrore più variegato e contaminato fin qui visto sulle pagine di un albo di Dylan Dog. E rimanendo nell'ambito delle citazioni, cifra stilistica narrativa e goduriosa della quale è infarcito all'inverosimile l'episodio, potremmo dire senza temere d'incorrere in errore: "surreal but nice!".

Il canovaccio della trama è esiguo, un mero pretesto per dar via a situazioni lungo le quali allineare il maggior numero possibile di fantasiosi orrori e omaggi, prevalentemente cinematografici, ma non solo. A New York si è scatenata la follia più completa e i newyorkesi sembrano accoglierla senza colpo ferire, senza batter ciglio accettano di tutto come fosse la norma o come se lo strano non esistesse e tirano avanti. Per le strade girano così indisturbati zombi in avanzato stato di marcescenza, mostri guidano i taxi, persone rinunciano in modo naturale a parti del proprio corpo e via discorrendo. Dietro a tutto questo c'è forse il gatto Cagliostro, felino capace di trasformare i suoi incubi splatter in realtà, e la sua padrona, una strega annoiata che per spezzare il tedio quotidiano lancia un richiamo di sfida, e indovinate un po' chi sarà il destinatario del suddetto richiamo? Bravi, proprio lui.

Da qui in avanti l'elemento più interessante sarà proprio quello citazionista: si parte dall'omaggio a un grandissimo Cary Grant che in gioventù sfiorò l'horror comedy con il cattivo Arsenico e vecchi merletti, qui ripreso alla grande da Sclavi e Piccatto, poi dentro ci finiscono Saranno famosi, Ghostbusters, Taxi driver, Lovecraft, Duel, Non aprite quella porta, Psycho, Il giustiziere della notte, Klaus Kinski, Peter Lorre, forse Lee Marvin, ancora una volta Frankenstein Jr. e addirittura Grimilde, la matrigna di Biancaneve. Ne esce un puzzle francamente molto divertente da decifrare per il lettore.

Menzione particolare per Sir Francis Albany, personaggio creato dal duo Floc'h e Rivière che qui diviene comprimario per una manciata di pagine.

Il tono dell'avventura è abbastanza scanzonato, rimangono ancora da sottolineare come la storia presenti un accenno di continuity citando una precedente avventura dell'indagatore dell'incubo e come ci mostra la prima e dolorosa traversata oceanica del nostro, chiamato questa volta a New York per sbrogliare l'ingarbugliata matassa.

sabato 15 ottobre 2016

CAFÉ SOCIETY

(di Woody Allen, 2016)

Nessuno sa fare Woody Allen meglio di Woody Allen. Questa potrebbe essere la principale nota stonata di pellicole come Café society, film in cui il regista newyorkese sceglie di prestare la sua opera unicamente dietro la telecamera e non dinnanzi a essa. Scelta inevitabile se l'intenzione programmatica è quella di continuare a raccontare un certo tipo di storie (e i più cattivelli direbbero di storia, al singolare) che necessitano di protagonisti giovani, in particolar modo se il regista in questione si avvicina a contare ben ottantuno primavere. In un cinema autoreferenziale e autoriferito come è ormai quello di Allen è quasi scontato trovare un personaggio costruito sulle caratteristiche ad Allen più care e vicine: le origini ebraiche, l'insicurezza che si manifesta nell'inconfondibile dialettica fatta di nevrosi, scatti e battute sagaci, e ancora il rapporto dello stesso con le donne e il suo legame con una delle muse più alleniane di sempre: la cara vecchia New York. In questo personaggio, ormai affidato alle nuove leve del cinema e in questo caso particolare a Jesse Eisenberg, lo spettatore continua a vedere il fantasma di un giovane Woody Allen sovrapporsi ai titanici sforzi che l'attore di turno compie per ricoprire un ruolo che, magari anche inconsciamente, il regista continua a scrivere per se stesso. E purtroppo non c'è nessuno che sappia fare Woody Allen meglio di Woody Allen.

Fatta questa premessa e stabilito che nell'attuale e futuro percorso del regista probabilmente non troveremo più grandi scarti né grosse sorprese, non ci resta che guardare senza preconcetti a Café Society. Assecondando un'altra delle sue passioni, quella per il Cinema, Allen ambienta il suo ultimo lavoro sul finire dei '30 a Hollywood, patria delle grandi case di produzione cinematografica. Il giovane Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg), proveniente da una famiglia ebrea, non volendo lavorare nel negozio del padre, lascia New York alla volta di Hollywood dove spera di trovare un qualche tipo d'impiego presso lo studio di suo zio, il famoso produttore cinematografico Phil Stern (Steve Carell). Lo zio, al quale l'arrivo del nipote risulta totalmente indifferente se non fastidioso, piazza il ragazzo a fare un po' di questo e un po' di quello senza affidargli un vero e proprio incarico e, per farlo ambientare nella nuova città, gli affianca la sua segretaria Vonnie (Kristen Stewart). Il feeling tra i due giovani crescerà poco a poco fino a dar vita a situazioni complicate, intrecci d'amori, triangoli e quadrangoli e quant'altro ancora.


Café society è un film profondamente alleniano, con le sue storie d'amore raccontate in tono lieve e divertente, infarcito di quelle scene surreali alle quali il giovane Allen avrebbe dato quel quid in più grazie alla resa magistrale che sullo schermo è stato sempre capace di donare ai suoi dialoghi (comunque anche Eisenberg non se la cava poi male), bellissima in quest'ottica la sequenza con la prostituta Candy (Anna Kamp). A supporto della vicenda una nutrita schiera di coprotagonisti, dai componenti della famiglia di Bobby fino ad arrivare al sottobosco che ruota intorno al mondo dorato di Hollywood. Si fanno apprezzare, oltre a quella del protagonista, le interpretazioni di Kristen Stewart, di Corey Stoll nella parte del fratello malavitoso di Bobby e quella della bellissima Blake Lively.

Se come dicevamo non è forse più lecito aspettarsi grosse sorprese dal cinema di Allen, Café society porta almeno qualche novità estetica al suo cinema, essendo questo il primo film in assoluto che il regista gira in digitale e lo fa avvalendosi alla fotografia dell'arte del nostro Antonio Storaro (tre volte oscar, per Apocalypse now, Reds e L'ultimo imperatore). L'impianto scenico e visivo è sfavillante, fin troppo perfetto, ottima cornice all'interno della quale si muovono i protagonisti.

Si può godere di un film come Café society, si può gustarselo e rimanerne soddisfatti a patto di amare la commedia romantica e di costringere la propria mente a non fare paragoni e a non riportare alla luce ricordi ormai lontani.

venerdì 14 ottobre 2016

CENERE E DIAMANTI

(Popiół i diament di Andrzej Wajda, 1958)

Andrzej Wajda, conosciuto come uno dei più influenti registi polacchi, ci ha lasciato giusto qualche giorno fa. Nonostante diverse sue opere avessero riscosso un buon successo negli ultimi anni in tutta Europa (e non solo), io i film di Wajda non li avevo mai visti, nemmeno uno. Però era da un bel po' di tempo che avevo intenzione di recuperare il suo Cenere e diamanti e così ho fatto. Wajda era un cantore della sua Polonia, classe 1926, gira questo film all'età di soli trentadue anni quando all'attivo aveva già almeno un successo che all'epoca fece molto discutere in patria: I dannati di Varsavia.

Come nel film precedente, anche Cenere e diamanti si occupa dell'insurrezione dei partigiani polacchi in opposizione al regime tedesco. Siamo a cavallo dei giorni che vedono la fine della seconda guerra mondiale e dell'occupazione nazista della Polonia, in un paese pronto a passare dalle mani dei tedeschi a quelle dei funzionari del partito comunista decisi ad aprire un nuovo capitolo della storia della nazione, in questo caso particolare in quelle del compagno Szczuka (Waclaw Zastrzezynski) di ritorno dalla Russia. Ma ai vertici della resistenza anche questo nuovo assetto non sta bene, Andrzej (Adam Pawlikowski) e il giovane Maciek (Zbigniew Cybulski) vengono incaricati di eliminare Szczuka. Purtroppo questi incorrono in uno scambio di persona e uccidono involontariamente diversi innocenti.

Sarà proprio Maciek che si incaricherà di porre rimedio all'errore commesso prendendo alloggio nello stesso hotel dove risiede temporaneamente la vittima designata, luogo dove si sta organizzando una festa per celebrare la fine della guerra. Durante il suo breve soggiorno Maciek conoscerà la cameriera Krystyna (Ewa Krzyżewska) con la quale avrà una relazione che scombinerà le carte in tavola e turberà l'equilibrio del giovane.

Con una messa in scena a tratti anche brutale, un Wajda ancora giovane dimostra di avere del talento, un talento probabilmente per diverso tempo soffocato dall'abitudine di noi spettatori a guardare sempre alle stesse cinematografie, quella statunitense sopra a tutte. Così capita anche all'appassionato cinefilo di non conoscere un regista fondamentale per il suo paese natale e di non sapere per esempio che in Polonia Zbigniew Cybulski è considerato una sorta di monumento nazionale tanto da essere soprannominato il James Dean polacco, un po' per la sua presenza scenica che buca lo schermo, un po' per la sua indole ribelle e un poco per la sua sfortunata dipartita arrivata in giovane età, tutte caratteristiche appartenenti anche al qui decisamente più noto James Dean.


Oltre all'impianto storico Wajda tratteggia un protagonista che ancora non ha deciso o non ha riflettuto a lungo su cosa divenire nel futuro, in tempi in assenza di guerra, tempi che potrebbero essere spesi in maniera diversa, più proficua e felice come l'incontro con Krystyna lascia intuire a Maciek. Ma seppure l'idea può sembrare allettante, forse non è questo ciò che ha in serbo il destino, chissà, forse un eroe (per quanto possa esserlo un assassino) è destinato a imperitura gloria e a una vita fuori dall'ordinario dove non trova posto l'amore semplice, oppure questi è destinato a essere dimenticato, come un vecchio cencio abbandonato in una discarica.

In un bel bianco e nero d'epoca, a tratti evocativo e sognante, Wajda racconta la sua storia assestando a volte dei duri colpi, a volte carezzandola con delicatezza. E se oltre all'aspetto storico questo film ci insegna qualcosa, è che poco più in là del nostro naso c'è sempre qualcosa di nuovo da conoscere e imparare.

martedì 11 ottobre 2016

TOLLERANZA ZERO

(Marabou stork nightmares di Irvine Welsh, 1995)

Con Tolleranza zero, terza pubblicazione dello scozzese Irvine Welsh, l'autore arriva finalmente alla forma romanzo nella pura accezione del termine. Le precedenti opere di Welsh erano infatti, seppur riuscite, per lo più frammentarie. L'esordio, il celebre Trainspotting, viveva dell'affastellarsi e concatenarsi di episodi brevi, sconnessi, che uno dopo l'altro andavano a creare una sorta di affresco comune e a delineare pezzo dopo pezzo azioni e caratteri dei suoi protagonisti. Una formula rivelatasi vincente che oltre all'interesse dei lettori colpì anche quello del prode Danny Boyle il quale amplificò a dismisura visibilità e successo del romanzo grazie alla sua riuscitissima trasposizione cinematografica. La seconda opera, The acid house, vede lo scrittore cimentarsi con una ventina o poco più di racconti brevi, anche questi meritevoli di una lettura e utili per entrare nelle atmosfere del mondo Welsh al cui centro per la maggior parte delle volte si trova Leith, area periferica nella zona portuale di Edimburgo.

Poi tocca a Tolleranza zero, Welsh oltre a scrivere un ottimo romanzo riesce a infondere all'opera anche un tocco sperimentale, giocando con i piani narrativi in maniera del tutto peculiare e originale e rafforzando i passaggi da uno all'altro degli stessi aiutandosi con un'impaginazione fuori dagli schemi che costringe il lettore a seguire il protagonista in quelli che potremmo definire i vari gironi infernali del suo subconscio malato.

Roy Strang è il protagonista assoluto di questo romanzo. Roy Strang, come impariamo fin dalla prima pagina di Tolleranza zero è inchiodato a un letto d'ospedale, ancora non ci è dato sapere il perché. Ma andiamo più a fondo. Roy Strang è inchiodato a un letto d'ospedale e in uno dei piani del suo inconscio malato si trova in Sudafrica in compagnia dell'ex calciatore Sandy Jamieson, ora cacciatore di leoni, alla ricerca del temibile marabù, repellente uccello terrestre, avido divoratore di fenicotteri. Ma andiamo ancora più a fondo. Roy Strang è inchiodato a un letto d'ospedale e in un altro dei piani del suo subconscio malato rivive un periodo felice della sua infanzia, un periodo in cui insieme agli strambi componenti della sua famiglia visse proprio in Sudafrica, trovando la pace che mai aveva trovato a Leith. Beh, sì, però in Sudafrica c'era lo zio Gordon. Ma non importa, andiamo ancora più a fondo. Roy Strang è sempre inchiodato al suo letto d'ospedale e ricorda. Ricorda gli anni passati, uno dopo l'altro, e ricorda gli episodi che l'hanno portato a essere l'uomo che è oggi, laggiù tra le strade delle coree di Leith, tra le soffocanti mura domestiche, tra gli sfottò della gente causati dal suo aspetto non troppo gradevole, sulle gradinate dello stadio e tra le folle ululanti degli hooligans, ricorda il suo rapporto con i fratelli e la sorella, con le donne, con gli altri uomini, con i cani, con i colleghi. Ricorda i pestaggi e le violenze. Ora però riemergiamo per un attimo. Roy Strang è inchiodato a un letto d'ospedale e nella sua malata incoscienza ogni tanto capta qualcosa che arriva dall'esterno, i discorsi delle infermiere, le visite dei parenti. Dalla prima all'ultima pagina di questo romanzo Roy Strang è inchiodato a quel letto d'ospedale e il suo subconscio, a volte in maniera chiara e lucida, a volte per metafore e simbolismi, ci racconta la sua storia.

Welsh arriva alla forma romanzo relegando in secondo piano il tema portante delle sue opere precedenti, la dipendenza dalla droga. Roy Strang non è un tossicodipendente, nonostante cresca nelle migliori coree di Leith non è un emarginato dalla società, come ama sottolineare il padre John, il ragazzo è nei computer e i computer sono il futuro. Come ripeto, il futuro. La grande capacità di Welsh è quella di raccontare e di mostrarci vite comunque colpite dal disagio, talvolta facendoci ridere, a volte disturbandoci, tenendo sempre d'occhio il contesto sociale all'interno del quale si muovono i suoi personaggi e grazie al quale questi, nonostante alcune apparenti forzature, ci sembrano veri e credibili. L'occhio dell'autore sulla condizione dei suoi polli, che Welsh conosce così bene, è davvero clinico e raggiungerà la piena lucidità qualche anno più tardi con la pubblicazione dello splendido Colla. Il disagio viene da dentro e si sublima nelle conseguenze più disparate, trascinando sempre più a fondo sia quelle che possiamo considerarne le vittime, sia i cosiddetti carnefici. Welsh lo sa, ne è consapevole, e quando arriva il momento di tirare le somme lo scrittore non fa sconti per nessuno.

domenica 9 ottobre 2016

ALLA RICERCA DI DORY

(Finding Dory di Andrew Stanton, 2016)

L'ultimo film della Pixar Animation Studios sembra sia stato collocato già da subito, forse ancor prima che lo spettatore l'abbia realmente visto e valutato, in una sorta di canone classico dello studio d'animazione, ancor oggi percepito come eccellenza d'innovazione sia tecnica che d'idee. In realtà abbiamo visto come più d'una volta la Pixar abbia dato l'impressione di lanciare sul mercato lungometraggi dal sapore marcatamente disneyano e come a sua volta la Walt Disney Animation abbia sperimentato più del solito con alcune sue produzioni avvicinandosi al mood dell'associata Pixar.

Forse era inevitabile che Alla ricerca di Dory portasse sullo schermo un impianto visivo già collaudato e rassicurante dovendosi per forza di cose inserire nel solco tracciato dal precedente Alla ricerca di Nemo del quale questo film è a tutti gli effetti un sequel (anche se qualcuno lo etichetta come spin-off). Il fatto è che da ogni nuova opera targata Pixar lo spettatore, almeno questo spettatore, si aspetta di uscire dalla sala a bocca aperta per la meraviglia, cosa che non mi è successa nel caso di Finding Dory, a dirla tutta l'elemento di meraviglia che ancora una volta è riuscito a stupirmi riguardo le possibilità della cgi è stato il cortometraggio Piper di Alan Barillaro, nel quale i primissimi minuti presentano un'animazione talmente indistinguibile dalla realtà da risultare davvero impressionante.

Ma torniamo a Dory. Digerita la premessa di cui sopra, precisazione che non ritengo necessariamente negativa, posso dire che ancora una volta Pixar ci regala un bel film, divertente, coinvolgente e in diversi momenti anche molto triste e commovente. Fermo restando la mancanza d'innovazione Alla ricerca di Dory si guarda davvero con piacere e porta con sé un messaggio che sempre più spesso, per necessità ma anche in prospettiva per un vivere più lieto e più sereno, si sente vicino e che, tirate le somme, è quello semplice e conciso di non rompersi la testa se le cose non vanno sempre come da noi programmate, anzi, se la vita ce la si vuole godere un po' di più magari sarebbe utile che di programmi se ne facessero anche un po' di meno. Che bello! Questa sarebbe la vera meraviglia.


Il motore narrativo della vicenda è come facilmente intuibile il problema di Dory con la memoria a breve termine, handicap che durante la sua infanzia la portò ad allontanarsi involontariamente dai suoi amati genitori. L'uso del flashback ci mostra una Dory tenerissima e un po' smarrita che provoca senza volerlo la sua separazione da mamma e papà e lascia il tempo a noi genitori di riflettere su quanto debba essere duro, quanto possa spezzarti il cuore, aver paura per il futuro dei propri figli, soprattutto quando questi sembrano ancor più indifesi di quanto dovrebbero essere. Ci si commuove con la piccola Dory, è inevitabile. Ma per quanto involontariamente sbadata, Dory diventerà una pesciolina molto forte, positiva e a suo modo decisa.

Grazie ad alcuni accadimenti, squarci del passato riemergono nella memoria di Dory, piccoli flesh che uno a uno renderanno possibile alla protagonista tuffarsi un una nuova avventura alla ricerca dei suoi genitori. Dory sarà ovviamente accompagnata nel viaggio, questa volta in direzione California, dal titubante Marlin e dal piccolo Nemo.

Sono diversi i personaggi che tornano dalla prima avventura del brand, a questi si uniscono su tutti il polpo Hank, la balena miope Destiny e la beluga in difetto di fiducia Bailey. Anche sul doppiaggio è stato fatto un buon lavoro con l'eccezione della fastidiosa apparizione della Littizzetto (pochi secondi fortunatamente) e la straniante presenza di Licia Colò, che nel film diventa personaggio in qualità di voce ufficiale del Marine Life Institute della California, trovata bizzarra ma tutto sommato per il pubblico italiano divertente (ovviamente voce e personaggio in originale facevano riferimento a qualcun'altro).

Ammetto di essere andato al cinema senza grosse aspettative ma alla fine posso dire che ne è valsa la pena anche se scommetto che quest'anno sarà la Walt Disney Animation a vincere il derby con la Pixar grazie al suo prossimo Oceania.

sabato 8 ottobre 2016

SATURNO 3

(Saturn 3 di Stanley Donen, 1980)

C'è da rompersi la testa nel cercare di capire come la carriera da regista di Stanley Donen, iniziata nel 1949 con la direzione di Un giorno a New York, musical tra i più celebri del filone con Gene Kelly e Frank Sinatra protagonisti, sia riuscita ad attraversare gli abissi siderali per approdare ad anni luce di distanza sulla remota luna del pianeta con gli anelli: Saturno 3. Sembra un viaggio inconcepibile, durato 31 anni e che forse nessuno avrebbe mai potuto prevedere e sul quale nessuno avrebbe mai scommesso.

Ma facciamo un passo indietro. Stanley Donen è considerato una sorta di re del musical, non a caso per il suo secondo lungometraggio, Sua altezza si sposa datato 1951, dirige un certo signore che risponde al nome di Fred Astaire. E insomma... Gene Kelly, Frank Sinatra, Fred Astaire, sono artisti che indicano una direzione, segnali che conferiscono un nome, come le targhe alle vie. E quel nome è musical, né più, né meno. Saltiamo un poco più avanti, nemmeno poi di tanto, è nel 1952 che arriva Cantando sotto la pioggia. Voglio dire, Cantando sotto la pioggia. Cantando sotto la pioggia è il musical (ok, ok, ce ne sono anche degli altri ma il discorso non cambia). Ai nomi citati poco sopra possiamo aggiungere Donald O'Connor e Debbie Reynolds, e ancora avanti. Musical, commedia musicale... cosa ancora può venirci in mente? Sette spose per sette fratelli (che con fare gioviale Irvine Welsh trasforma in Sette troie per sette fratelli nel suo romanzo Porno), ancora un caposaldo del genere, ancora Donen. Nel 1957 il regista dirige anche la divina Audrey Hepburn in un'altra commedia musicale al fianco di Fred Astaire: Cenerentola a Parigi. All'appello mancano ancora un paio di nomi grossi, di quelli che anche chi come me apprezza il musical d'altri tempi ma ne fruisce solo all'occasione conosce. Uno è Doris Day, ugola notissima per i frequentatori della commedia in musica, anche lei salta sul carrozzone Donen nel '57 con Il gioco del pigiama. Manca così Ginger Rogers, ma lei no, non compare tra le frequentazioni del regista. Forse non c'e stato più il tempo, la strada di Donen vira infatti verso la commedia più pura fermo restando il ritorno al musical in alcune future occasioni. Per questo nuovo percorso fondamentale sarà il sodalizio con Cary Grant, attore di razza, eleganza allo stato puro, con il quale Donen realizzerà film memorabili come L'erba del vicino è sempre più verde o Sciarada, giusto per citarne un paio. E avanti di questo passo, commedia dopo commedia, fino al 1980, anno in cui esce Saturno 3.

Saturno 3 è un corpo estraneo, una pinza lasciata nelle viscere del paziente al termine dell'operazione, una nota stonata in una carriera altrimenti di una coerenza cristallina. Cosa c'entra Stanley Donen con una fantascienza dal sapore già vecchio al momento dell'uscita in sala? Viene anche da chiedersi cosa c'entri Stanley Donen con Harvey Keitel, con Kirk Douglas o con la seppur bellissima (e bellissima lo era davvero) Farrah Fawcett?


Da quel che si dice sembra che Donen inizialmente dovesse partecipare al progetto come co-produttore, la regia avrebbe dovuto vedere il debutto di John Barry dietro la macchina da presa, il quale però ebbe problemi sul set con Douglas. Stanley, probabilmente con tutta la buona volontà di questo mondo, lo sostituì sentendosi magari anche fuori posto, sporcando un poco quella filmografia per il resto scintillante, come quando sulla tua maglietta preferita si insinua quella macchiolina impercettibile, insignificante ma fastidiosa, che tu sai che è lì e non se ne vuole andare.

Non bisogna giocare a fare Dio, siete grandi e vaccinati e questo ormai dovreste averlo capito. Il Cinema ce l'ha detto in tutte le salse, Saturno 3 lo ribadisce. Non si gioca a fare Dio. Non si possono infilare cervelli sintetici in creature di metallo, non si deve ambire a creare la vita in contesti che Madre Natura non ha previsto. Oppure si può e ne si paga lo scotto. Ed è proprio quello che accade all'arrogante Benson (Harvey Keitel) in seguito alla creazione del robot autocosciente Hector, creatura ibrida che di Benson duplica tutte le caratteristiche negative, riversandole pericolosamente sullo stesso e sui due abitanti della stazione di studio sita su Saturno 3, Adam (Kirk Douglas) e Alex (Farrah Fawcett). Assunto risaputo per un film che uscito dopo Alien e Star Wars non regge il confronto, sfocia in un onesto artigianato e vive, anche troppo, sulla bellezza innegabile della Fawcett la quale gira per la stazione spaziale sempre poco vestita e sulla quale fu incentrata anche la campagna di lancio del film. La visione dello stesso è tutt'altro che indigeribile, però se pensiamo che dietro quella macchina da presa c'era il buon vecchio Stanley...


Ma ora giochiamo e immaginate se Saturno 3 fosse stato un musical, se a un certo punto, così d'improvviso, Harvey si fosse posto alla destra di Farrah, Kirk alla sua sinistra e insieme, in un sincronismo perfetto, avessero improvvisato il più bel tip tap della storia della fantascienza. Alle loro spalle li avrebbe raggiunti e imitati il robotico Hector, in una danza allucinata ma gioiosa fatta di carne e metallo. Questo sarebbe successo in un mondo perfetto e immaginifico o, per tornare al caro vecchio Welsh, in un mondo come si deve. Certo amici miei... ma questo non è un mondo come si deve.

Stanley Donen

mercoledì 5 ottobre 2016

DISASTRO A HOLLYWOOD

(What just happened? di Barry Levinson, 2008)

Barry Levinson e Robert De Niro sono praticamente coetanei, uno del '42, l'altro classe '43, il primo ha all'attivo dal 1982 a oggi poco più di una ventina di film in qualità di regista, il secondo una filmografia ormai sterminata che comprende capisaldi dell'arte cinematografica (concentrati in anni ormai remoti) e diverse apparizioni che un attore del suo calibro (per tantissimi anni il mio preferito e sempre nel cuore) avrebbe anche potuto risparmiarci (e sì, ha accettato anche di lavorare ne Le avventure di Rocky e Bullwinkle). Tenendo conto che nel curriculum di Levinson non mancano titoli di tutto rispetto le potenzialità per tirare fuori dalla sceneggiatura di Art Linson un bel film c'erano tutte.

Devo dire che le aspettative per quel che mi riguarda non sono state disattese, trovare un Robert De Niro in forma, con una bella parte cucita addosso, in anni nei quali l'aura mitica di Robert De Niro sta sbiadendo a poco a poco, è stato davvero un grande piacere. Barry Levinson trasporta in maniera felice nel film gli spunti nati dal libro del produttore cinematografico e qui anche sceneggiatore Art Linson: Storie amare dal fronte di Hollywood.

Ma qui le storie più che amare assumono toni che variano dal grottesco al canzonatorio, la narrazione mette alla berlina quelli che sono i vizi e le stranezze del mondo di Hollywood, un mondo dove i soldi si fanno e si perdono a carrettate, dove produttori e agenti sono vittime dei capricci delle star e allo stesso tempo squali dello star system, dove il guizzo artistico, quando ancora onesto, cede il passo al volere del portafoglio e al gusto standardizzato delle masse paganti.

Il cast è allargato e di prim'ordine con star del calibro di Bruce Willis e Sean Penn che interpretano se stessi tirando fuori delle vere perle (e mi riferisco principalmente all'autoironico Willis), ma ancora, oltre al protagonista assoluto Robert De Niro in gran forma nella sua declinazione più comica, Stanley Tucci, John Turturro, Robin Wright Penn, Kristen Stewart e Catherine Keener.


Ben (De Niro) è un produttore cinematografico il cui futuro a Hollywood è legato a due film i cui esiti condizioneranno in maniera pesante il suo lavoro a venire nonché la sua situazione finanziaria gravata da due ex mogli e tre figli. Sul primo film incombono i finanziatori (Catherine Keener in primis) che in contrasto con il regista (Michael Wincott) esigono un finale accomodante e il successivo trionfo di critica a Cannes, la lavorazione del secondo è bloccata perché la star principale del film, Bruce Willis, non si vuole in nessuna maniera tagliare la barba in barba alle esigenze di copione. Da qui contrasti con il divo, voli pindarici per ammansire il regista, tentativi di riconquistare la seconda moglie (la Wright Penn), pressioni sugli agenti (John Turturro), sorprese dai figli (Kristin Stewart) e odi personali con gli sceneggiatori (Stanley Tucci), il tutto in una sarabanda frenetica e grottesca dalla quale ogni singola categoria professionale che prospera a Hollywood (tranne le maestranze) viene fuori in tutto il suo ridicolo splendore.

Rimaniamo ad altezza spettacolo, per dar merito un applauso ci sta tutto.

lunedì 3 ottobre 2016

BACK TO THE ROOTS - THE FAT MAN

L'etichetta Back to the roots nasceva per affrontare, senza pretesa alcuna, una stimolante (almeno per me) ricerca alla scoperta delle radici del rock che, come diceva anche l'amico Evil Monkey, facilmente si sarebbe trasformata in una sorta di inseguimento dell'araba fenice, un tuffo nel passato remoto e meno remoto lungo il quale fino ad ora ci siamo imbattuti in diversi spunti interessanti, cose alle quali in misura più o meno forte la cara musica rock (definizione enormemente generica e aperta a milioni di influenze) ha attinto per la sua nascita ed evoluzione.

Industria discografica, avvento degli strumenti elettrici, la musica degli Appalachi, il folk inglese, il blues, il country, l'hillibilly, il bluegrass, i vecchi standard, lo yodeling, le cowboy songs, il jazz, le prime etichette, i gruppi vocali, le avanguardie, la musica da tappezzeria, il boogie, l'honky tonk, le radio, la diffusione del disco, il jump-blues, l'exotica... tutto ci avvicina all'avvento del rock 'n' roll.

Da questo appuntamento iniziamo finalmente a parlare più propriamente di rock 'n' roll, avviciniamoci al genere e, con la dovuta calma, continuiamo ad ascoltarci cose sfiziose pescate qua e là. Ci tengo a precisare che tutto quel che avete qui trovato e troverete non è frutto di una mia conoscenza a tutto tondo, magari fosse così, per tutti gli spunti ovviamente attingerò a testi, fonti e alla rete, scegliendo qualcosa in particolare per articolare una cronologia o dei percorsi un minimo ragionati.

Partiamo dalla mera definizione di rock 'n' roll. Ne accennavamo in un vecchio post in cui si parlava di Leo Mintz e del suo negozio di dischi a Cleveland: il Vous. Fu proprio dal suo incontro con il dj Alan Freed che nacque l'idea di diffondere alla radio musica nera, così da farla conoscere anche ai giovani bianchi, potenziali acquirenti con soldi da spendere magari proprio nel negozio di Mintz. Fu proprio durante una delle sue trasmissioni (o almeno così pare), la poi nota come Moondog rock 'n' roll party, che Freed coniò il termine rock 'n' roll.

Difficile individuare un brano, un disco, un nome a cui attribuire la nascita del rock 'n' roll, genere più che bastardo, se non per mera convenzione. Qualcuno si spende il nome di Fats Domino, siamo ancora nel '49, ancor prima della nascita nominale del genere rock 'n' roll ad opera di Freed che è datata '51, forse siamo ancora più ancorati al boogie ma tant'è... ascoltiamoci The fat man, ascoltatela e decidete voi se siamo o meno nel territorio giusto, se parliamo dello stesso sport e dello stesso campo da gioco.



Fats registra il pezzo a New Orleans nel dicembre del '49 per la Imperial Records. Il brano è scritto dallo stesso Fats insieme a Dave Bartholomew. Che i due abbiano regalato al mondo, e per Natale per giunta, la prima rock 'n' roll song senza nemmeno saperlo? Fatto sta che il pezzo, primo singolo di Fats Domino, da lì al 1953 avrà venduto più di un milione di copie.


Altro titolato a concorrere come primo brano dal gusto completamente rock 'n' roll è Rocket 88 della Ike Turner Band e cantato da Jackie Brenston, il pezzo arriva solo nel '51 a definizione coniata e ben due anni più tardi rispetto a The fat man, ma i bene informati dicono che qui ci siano indubbiamente tutti i crismi per parlare in maniera definitiva di puro rock 'n' roll. Siamo a Memphis e l'etichetta è la Chess Records. Sentiamo.


Ci si risente al prossimo appuntamento.

sabato 1 ottobre 2016

COVER GALLERY - XENOZOIC TALES

Xenozoic Tales 1 -  Feb. '87
Qualche tempo fa iniziai a proporre alcuni post aventi per oggetto delle cover gallery da ammirare e votare. Erano post che mi divertivo a preparare nel week-end, post, semplici e divertenti. Poi dalla prima tornata e dai vostri voti era nata una prima finalina con tanto di cover vincitrice (era di G. J. Jones tratta da Y - The last man). Con la seconda tornata poi questi post si sono diradati.

Negli scorsi giorni è successo che mi è capitato di leggere i due volumi dedicati alle Xenozoic Tales di Mark Schultz. Non approfondisco il tema più di tanto perché magari, se ne avrò voglia e tempo, a questo fumetto dedicherò due righe, che se le merita tutte. Era parecchio che non mi capitava di apprezzare così il lavoro di un disegnatore che non conoscevo.

Quindi vi propongo ora alcune cover della serie di Schultz e vi chiedo di votare le vostre preferite per un massimo di tre copertine. Ed ecco il solito pistolotto: come per gli scorsi appuntamenti e come accadrà nei prossimi, vi chiedo di segnalare le vostre cover preferite (per un massimo di tre) in modo da organizzare un'eventuale mostra virtuale con le migliori illustrazioni proposte nei vari Cover Gallery. Ovviamente il voto è completamente libero, si può giudicare il tratto del disegnatore, la costruzione della copertina, il soggetto, lo stile, l'eventuale citazione, etc..., insomma, quello che più vi piace, non ci sono regole. E magari questo pistolotto ve lo beccherete copincollato tutte le prossime volte, come memento :)

Tutte le cover sono di Mark Schultz e a dire il vero non rendono neanche completamente giustizia al talento del disegnatore statunitense. Tra l'altro questo sarebbe l'ultimo post utile prima di una seconda finalina...


Xenozoic Tales 2 -  Apr. '87


Xenozoic Tales 3 -  Giu. '87


Xenozoic Tales 4 -  Nov. '87



Xenozoic Tales 5 -  Feb. '88



Xenozoic Tales 6 -  Mag. '88



Xenozoic Tales 7 -  Ott. '88


Xenozoic Tales 8 -  Gen. '89

Xenozoic Tales 9 -  Set. '89

Xenozoic Tales 10 -  Apr. '90

Xenozoic Tales 11 -  Apr. '91


Xenozoic Tales 12 -  Apr. '92

Xenozoic Tales 13 -  Dic. '94


Xenozoic Tales 14 -  Ott. '96