martedì 17 ottobre 2017

CAOS CALMO

(di Antonello Grimaldi, 2008)

La rappresentazione fredda e composta del dolore provato in seguito alla morte di una persona cara non è sempre facile da digerire, nemmeno in un'opera di finzione; questa riflessione mi sorse già diversi anni addietro quando vidi al cinema La stanza del figlio di Nanni Moretti, casualmente (?) qui solo attore e unico vero protagonista del film diretto da Antonello Grimaldi. Con la visione di Caos calmo quella strana sensazione si ripropone, straniante nella stessa maniera, ma in qualche modo ora più accettabile, non saprei dire se a causa della struttura di questo film o a causa del semplice passare del tempo. In fondo chi può dire quale sia il modo giusto di reagire di fronte a una perdita enorme, chi ha il diritto di sindacare su come ognuno di noi debba gestire il proprio dolore, la propria sofferenza, ammesso che si sia capaci realmente di provarla?

Pietro Paladini (Nanni Moretti) sta passando una giornata al mare insieme al fratello Carlo (Alessandro Gassmann), improvvisamente ai due capita di doversi prodigare per salvare due donne in procinto di affogare. Mentre Pietro salvava Eleonora Simoncini (Isabella Ferrari), sua moglie moriva in un incidente domestico, lasciandolo da solo a confrontarsi con il suo dolore e con la figlia Claudia (Blu Yoshimi), bimba in età elementare.


È proprio la gestione del dolore da parte di Pietro il nodo di un film esistenziale e intimista, una gestione che sembra necessitare di uno stop totale alle abitudini e alle cose della vita quotidiana ma che sembra anche essere priva di sofferenza e di dolore. Dopo aver accompagnato la figlia a scuola, Pietro promette alla bambina, per tranquillizzarla dato il trauma da poco sofferto dalla piccola, di aspettarla per tutta la mattina al giardinetto davanti alla scuola, seduto su una panchina visibile dalle finestre della classe di Claudia. La situazione si ripete, giorno dopo giorno, Pietro si prende una pausa dal lavoro in un momento importantissimo per la sua azienda, una casa di produzione cinematografica in odore di fusione con un grande colosso americano, accompagna Claudia a scuola, scambia due parole con Maria Grazia (Manuela Morabito) madre di una compagna di Claudia, si siede sulla panchina e aspetta. E non soffre, almeno all'apparenza. Piano piano la vita si riempie di altre cose, nuove, semplici, la ripetizione di un giochino quotidiano messo in atto per regalare un momento di gioia a un bambino down, le chiacchiere con il gestore del bar davanti alla scuola, lo scambio di sorrisi con la bella ragazza che porta a spasso il cane (Kasia Smutniak). Il giardino sembra divenire il centro di un piccolo mondo tra il va e vieni dei personaggi di cui sopra, quelli di Marta (Valeria Golino), la cognata mezza matta di Pietro, di Carlo ed Eleonora, dei colleghi d'azienda (Silvio Orlando, Alba Rohrwacher) fino ad arrivare al presidente dell'azienda americana, Steiner (Roman Polanski).


Il titolo del film, caos calmo, sintetizza alla perfezione lo stato delle cose, è un film di sentimenti, anche se trattenuti, inesplosi e poco mostrati, è un film tutto sommato riuscito, nonostante la regia scolastica e dal sapore molto televisivo (Grimaldi ha fatto tanta televisione e si vede), e nonostante all'epoca della sua uscita si sia parlato praticamente solo della scena di sesso tra Moretti e la Ferrari, anche audace se vogliamo, comunque giustificata ma in fondo poco significativa. Moretti accentra su di sé l'intera vicenda, involontariamente, ed è giusto così, il Moretti attore è capace di rendere l'uomo credibile, nel suo (non) dolore, nei suoi ragionamenti, nelle sue azioni. Un bel cast, ingiustificata la presenza di Polanski (da dove sarà saltato fuori?), messa in scena povera ma funzionale per un film italiano in ogni caso da tenere in considerazione per un'eventuale recupero.

sabato 14 ottobre 2017

VERY POP BLOG - I MIEI ANNI 90


E sticazzi, negli anni 90 ero già quasi un vecchio. Ma soprassediamo, che poi tra l'altro non è proprio vero. L'amico carissimo di cui ora mi sfugge il nome... ah! ovviamente sto scherzando... ricominciamo, come diceva Pappalardo, pace all'anima sua. Come? Scusate, mi dicono che Pappa non è morto, scusa anche tu Adriano. Cerchiamo di fare i seri un attimino che qui l'argomento è topico (vedi vocabolario, please). Allora, che si stava dicendo? Ah, si, ecco, giusto... l'amico Marco Grande Arbitro mi ha invitato gentilmente a partecipare a questo simpatico excursus (di nuovo il vocabolario, grazie) sul viale dei ricordi, ideuzza ideata da quell'ideale ideatore di idee malsane che va sotto il nome di Moz. Di che si tratta? Non so, aspettate un attimo che vado a documentarmi... clessidra, clessidra, clessidra... si ok rieccoci, ecco fatto. Di che si tratta dicevamo? Trattasi di rimembrare di cosa ci si beava nel decennio in questione, andando a sfruculiare tra gli argomenti più disparati e dando una visione della materia vista con gli occhi del bambino che si era allora (seee, ci piacerebbe, bambino...), bene andiamo a cominciare. Beh, è una parola, la mia memoria è bruciata, non solo quella a breve, ma dovrei essermi tatuato qualcosa per ricordare, gli anni 90, dove sono..., ecco, me li sono appuntati sul culo, non riesco a leggere... ok, prendo uno specchio. Maledetti peli. Ecco, ci siamo. Quindi? Cosa mi si chiede con precisione...? Si.



Musica: beh, si era nel periodo rock, hard rock, grunge. Il Live at Donington degli AC/DC consumato in vhs, il glam rock degli Extreme (mio primo vero concerto a Milano, tour di III sides to every story, giù il cappello boys), l'amore viscerale per i Pearl Jam e per il grunge in genere, con un occhio di riguardo a Stone Temple Pilots (ciao Scott), Soundgarden (ciao Chris) e Alice in Chains (ciao Layne), puttana Eva che tristezza, son tutti morti, compreso Kurt, ci rimane solo Eddie, Dio l'abbia in gloria e ce lo preservi. Ancora vivissimo l'amore per i Queen, prima band di cui mi innamorai, altro morto, pomeriggi interi a studiarne i dischi, ricordo vivissimo quello del Freddie Mercury Tribute, evento dopo il quale le mie allora scarse conoscenze musicali si ampliarono tantissimo, era Pasquetta ricordo, non andai fuori con i miei amici per vivermi la diretta del concerto, una roba da brividi. Poi si aprì un mondo, mica posso parlare di tutto: Metallica, Dream Theater, Faith No More, Aerosmith, Korn... in Italia giusto Litfiba e Almamegretta, altro grande amore gli Oasis con tanti ricordi dei loro pezzi legati ai due viaggi più belli della mia vita, The division bell dei Pink Floyd, Blaze Bealey negli Iron (mah!), i concerti dei Too Rude al McRyan's e tantissimo altro, dal punto di vista musicale decennio spettacolare.



Cinema: decisamente più difficile qui ricordare qualcosa in particolare, soprattutto se intendiamo il Cinema in sala (e visto che dopo c'è la più generica categoria film...), più che altro sfruttavamo con mio fratello le tessere per il noleggio delle vhs, allora esistevano ancora i videonoleggi... però ricordo un bel periodo nei 90 durante il quale uscivo con il gruppo di amici di mio cugino e si andava spesso al cinema, ora tirare fuori i titoli è dura, non li ho tatuati tutti, sicuramente vedemmo tutti insieme Indipendence Day, Sleepers e chissà cos'altro. Iniziai ad andare a vedere anche i cartoni animati al cinema nei 90, grazie alla passione di mia moglie per la Disney, non era ancora mia moglie, lo diventò nel decennio successivo e lo è ancora adesso in quello successivo ancora. Impressionante, e la chiuderei qui.

Film: come dicevo, si andava giù di vhs, anche di cinema per carità ma meno, almeno nella prima metà del decennio, poi si sfruttavano anche le sale di seconda visione (ma ce ne sono ancora?). Comunque il primo film che mi viene in mente è, forse banalmente, Pulp Fiction, insieme a Le iene lascia un segno grandissimo, poi I soliti sospetti, Seven, Magnolia, Fargo, Clerks, Il grande Lebowski, Quei bravi ragazzi, Heat - la sfida, Leon, Trainspotting, Donnie Brasco, Carlito's way e chissà quanta altra roba ancora. C'è da godere anche qui...



Comics: nei 90 si ripresero le pubblicazioni legate alla Marvel in Italia, ricordo con affetto il mensile dell'Uomo Ragno edito dalla Star Comics con in appendice le storie degli X-Men, sicuramente lessi tanto Martin Mystère, fui folgorato dall'arrivo di Lazarus Ledd, poi ci fu il materiale di qualità altalenante proveniente dalla Image Comics (Spawn, Wildcats, Stormwatch, etc...), insomma anche qui troppa roba da elencare e ridurre a pochi nomi. Menziono ancora Alpha Flight di Byrne e le cosette di Malibù e Comics Greatest World's.



Videogames: mai stato un vero appassionato di videogames, mai posseduto una console a parte la Wii che uso pochissimo (ora niente), però nei 90 avevo ancora l'Amiga, con gli amici si giocava più che altro a Sensible Soccer, da solo o con mio fratello ad altre cose (International soccer?), Monkey Island, Lemmings, Arkanoid, Cabal, Toki e diverse altre cose più becere come Final fight? Non ricordo, quei due tipi che davano mazzate con le All Star della Converse, poi ancora Last Ninja III e quell'altro, cos'era? Golden Axe forse e poi Out run, sì, alla fine si giocava parecchio :)



Televisione: Inizio 90 lo Zio Tibia, tanto Wrestling WWF quando ancora i personaggi erano dei fighi e non solo semplici lottatori in mutande, Ken il guerriero più e più volte, Holly e Benji (e mi persi la finale con la Muppet che ero in vacanza e non avevo il tv), poi che c'era nei 90 in tele? Boh...



Cibo: ora un appunto all'ideatore Moz lo devo fare... ma che cazzo di categoria è cibo? Mangiavo la pasta, la carne, quello che mangiano tutti i cristiani, ora capisco che a te piacciono i gelati e ti piace provare pure le peggio schifezze al mondo, ma che cazzo di categoria è cibo? Nei 90, dopo un'infanzia passata coi nonni, ero stabilmente tornato a casa coi miei genitori, mia madre aveva smesso di lavorare con la nascita di mio fratello e quindi si poteva stare tutti a casa. Però essendo i miei nonni, che mi hanno cresciuto, come altri genitori per me, la domenica continuavo a mangiare da loro, non con la famiglia, solo io con i nonni, allora ricordo che mi nacque l'avversione in parte viva ancora oggi per il pollo (che mia nonna mi proponeva di continuo), però ho anche bei ricordi legati a una cucina casalinga che con quei sapori lì non c'è più (perché non ci sono più i miei nonni), la fettina ai ferri, quei bellissimi piatti di pasta e fagioli, a lengua mbuttonata (la lingua ripiena), il fottutissimo pollo arrosto, i torcetti bagnati nel vino (e sticazzi), gli stick fatti in casa, le palline colorate di zucchero sulla torta, la puzza dello stock messo a bagno sul balcone... quanti ricordi. Alla fine questa categoria non era poi così male devo dire, mi sono quasi commosso a ricordare tutta questa roba, vedi il Moz che all'apparenza sembra tirare fuori minchiate ma poi la sa più lunga di tutti noi, e grazie anche al Grande Arbitro per questa bella possibilità di mettere nero su bianco un po' di passato. A proposito di passato: le rollatine nel sugo.


Libri: Stephen King principalmente, avevo più di adesso un feeling con i classici, Dostojevski ad esempio, non so perché ricordo bene Jack Frusciante è uscito dal gruppo, in generale ho sempre letto molto, a ricondurre ad anni precisi i libri letti faccio fatica, i primi di Culicchia, l'incontro con Ellroy, una marea infinita di roba...

Shopping: ora passi il cibo, ma lo shopping? Andavo a fare la spesa all'A&O. Alla Rinascente si andava a fare sega, qualche musicassetta da Maschio o da Disco Shopping in C.so Traiano, i fumetti e anche diversi libri in edicola. La carne dal macellaio, i jeans alla Facit. Questa però fa veramente schifo, vi mando allegramente e con affetto a cagare tutti e due.


Life e Ricordo dell'epoca: incontrai mia moglie, non scendiamo in dettagli, please.

Vi ricordo le regole imposte dal Moz:
1- Elencare tutto ciò che per noi sono stati gli anni '90, in base ai vari macroargomenti forniti (nota: parlare del vissuto dell'epoca, non di ciò che il decennio rappresenta per noi oggi! Chi non era ancora nato può parlare invece per esperienze indirette!);
2- Avvisare Moz dell'eventuale post realizzato, contattandolo in privato o lasciando un commento in calce allo stesso post sul suo blog
3- Taggare altri cinque bloggers, avvisandoli.

Ed ecco i cinque fortunati vincitori.
1) Urz: non è un blogger, non scrive molto, lui sa chi è, ma se avesse voglia di partecipare al gioco pubblicherò io volentieri i suoi ricordi.
2) Pensieri Cannibali
3) e quindi anche White Russian
4) Frammenti e tormenti
5) Glo di La nostra libreria

giovedì 12 ottobre 2017

BLADE RUNNER

(di Ridley Scott, 1982)

Pur non potendo negare l'aura da film di culto che Blade Runner ancora oggi sprigiona con forza, non è difficile capire perché al momento della sua uscita nelle sale la pellicola abbia diviso critica e pubblico in fazioni opposte e avverse; a trentacinque anni di distanza non si è ancora giunti a una conclusione (impossibile da raggiungere) che possa definitivamente collocare Blade Runner tra i capolavori assoluti del Cinema o semplicemente nel reparto più ristretto del cult di genere, in questo caso fantascientifico o al limite neo-noir. I detrattori imputano al film di Ridley Scott principalmente carenza di ritmo unita a una trama non troppo convincente e articolata, punto di vista tutto sommato rispettabile, e una predilezione per l'impianto visivo più che per quello narrativo, in fondo Scott arriva dalla fotografia e dalla pubblicità, e anche in questa osservazione potrebbe esserci del fondamento. Di contro i fan del film esaltano proprio la componente visiva, indubbiamente forte e vincente, unita alla profondità dei personaggi (se ne può discutere) e alle varie riflessioni esistenziali che il film può sollevare, anche questi aspetti indubbiamente interessanti e condivisibili.

A mio modesto parere, come spesso accade, la verità sta nel mezzo, e tutti gli aspetti relativi al film venuti fuori da ampie analisi critiche sono parimenti accettabili. Il ritmo della narrazione è indubbiamente lento, potrebbe far storcere il naso a più di uno spettatore "moderno" o giovane (con questo non voglio dire che...), abituato magari a ben altro incedere, teniamo però conto che parliamo di un film che non supera le due ore, è pur vero che la soglia d'attenzione umana non è altissima ma dovremmo ancora essere capaci di concentrarci per un tempo tutto sommato contenuto nonostante sullo schermo non si avvicendino a frequenza elevata scene di sesso, violenza, esplosioni, inseguimenti. Uomo, you can do it. Superato questo scoglio, passiamo alla trama. Vero anche qui che non c'è da gridare al miracolo, nulla di davvero particolare ma è anche vero che i personaggi, i replicanti nella fattispecie, sono affascinanti e sollevano dilemmi morali su argomenti quali autocoscienza dell'essere sintetico, intelligenze artificiali e compagnia cantante, temi oggi sempre più attuali e interessanti, lo facevano già nel 1982, caricando anche di una sorta di romanticismo personaggi che si rivelano tutt'altro che fredde macchine e che, anche se poco tratteggiati, riescono a lasciare il segno in poche e riuscite sequenze, e penso soprattutto al Roy Batty interpretato da Rutger Hauer che sdogana nell'essere artificiale la compassione, il perdono, l'amicizia, il dolore e la rassegnazione, personaggio additato da molti come figura metaforicamente cristologica, alcuni simbolismi confermano, forzandola un po' l'intuizione potrebbe anche essere pertinente.


Per rimanere sul pezzo: la citazione estrapolata dal contesto la conoscono anche i muri, inserite all'interno del film le parole pronunciate sul finale da Batty hanno effettivamente una carica emotiva molto forte, parole giustamente divenute eterne nell'ambito della storia del Cinema: Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione... e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser... e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo... come lacrime nella pioggia... è tempo di morire. E chinato il capo spirò. E intanto una pioggia incessante cade sul capo biondissimo di Batty, sul suo volto e sul volto del suo antagonista, il cacciatore di replicanti Rick Deckart (Harrison Ford), una colomba bianca spicca il volo, e non capiamo chi stia piangendo per chi, le lacrime si perdono davvero in una pioggia nitida della quale ci sembra di percepire ogni singola goccia, immagine perfetta. Ed è effettivamente per le immagini, per la confezione, per i tagli di luce, per le scenografie, per il connubio perfetto tra le musiche e quel che scorre sullo schermo che Blade Runner può considerarsi un vero capolavoro, da questi punti di vista il lavoro fatto da Scott e dalla sua squadra è oggettivamente inattaccabile.


Le panoramiche dall'alto sulla Los Angeles del 2019 rimandano a un futuro oscuro e cupo, tecnologizzato, scendendo verso il basso la visione della città è stupefacente tra veicoli volanti, immagini pubblicitarie iconiche (il volto della ragazza asiatica) e finanche un uso sapientissimo del product placement, credibile, anche bello e (immagino) remunerativo, tra loghi di Coca Cola, Atari e Budweiser. A livello della strada la città è sporca, ci mostra una società multiculturale a prevalenza asiatica, buia, illuminata solo dai neon delle attività commerciali, povera. Chi ha potuto è scappato sulle colonie fuori dalla Terra, luoghi dove si usano come forza lavoro i replicanti, uomini artificiali forti, resistenti e intelligenti, dalla vita però limitata nel tempo. I replicanti che evadono dalla strada per loro tracciata vengono ritirati (eliminati) dal corpo di polizia Blade Runner del quale Rick Deckart è un ex esponente ora richiamato in attività proprio per fermare quattro di questi replicanti fuggiti e ormai autocoscienti. L'incontro tra occhio e orecchio crea un piacere duplice e allo stesso tempo unisono, la colonna sonora di Vangelis è impeccabile e dona una profondità aggiuntiva alle sensazioni provocate dalle immagini del film, connubio assolutamente prezioso. Splendida la fotografia nell'uso espressivo della luce e delle ombre.

Quindi? Capolavoro? Film di culto? Non lo so e neanche importa, sicuramente tassello importante per la fantascienza ma anche per il Cinema tutto, film indubbiamente da vedere, rivedere, magari rivalutare in attesa di dare un'occhiata al recente sequel a opera del regista Denis Villeneuve da pochi giorni nelle sale. Stay tuned.

martedì 10 ottobre 2017

BRADI PIT 154

Mallo si prende la scena!


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sabato 7 ottobre 2017

A-Z: ANTIMATTER - LIGHTS OUT

È una sirena d'allarme quella che ci introduce al secondo lavoro della band britannica degli Antimatter, un suono che riporta alla mente gli allarmi preposti alle evacuazioni, i segnali d'annuncio di un attacco aereo imminente, tutte cose poco serene e rassicuranti, così come non lo sono le otto tracce contenute nell'album Lights out - "Luci spente" - titolo rappresentativo di una perdita di fiducia e di speranza senza possibilità di recupero.

Il progetto Antimatter nasce nel 1998 dall'incontro del musicista Mick Moss con l'ex membro degli Anathema Duncan Patterson, entrambi compositori capaci di attingere a fonti d'ispirazione comuni nonostante la loro abitudine nel creare pezzi in maniera del tutto individuale e non collaborativa, pezzi che trovano poi, quasi incredibilmente, un amalgama perfetto all'interno di album dalla cifra stilistica assolutamente coerente. La via delle composizioni separate viene percorsa dal duo per l'assemblaggio del loro album d'esordio Saviour (2002) e riproposta l'anno successivo per questo Lights out.

L'album si apre con l'inquieta sirena già citata, il suono si scioglie progressivamente in un ingresso evocativo di tastiere ed elettronica minimale, la voce di Hayley Windsor ci introduce alle atmosfere pessimistiche delle liriche, contrastata in maniera perfetta dalle splendide chitarre acustiche di Patterson e Moss, di quando in quando il bip di uno strumento per monitorare i battiti cardiaci scandisce una tensione palpabile, fredda e rassegnata ad una visione nera dell'animo umano, puntuali raddoppi vocali e un verso significativo (Lights out and you hit the ground) chiudono la titletrack. Con Everything you know is wrong arriva il primo gioiello dell'album, giocato tra l'incedere di un piano oscuro, accenni di trip hop e voci misurate volte ad esprimere tutto il disincanto e la perdita di riferimenti che Moss, autore del brano, sintetizza in maniera ficcante nelle poche parole del titolo del pezzo che si concede anche una bella coda space rock. È ancora la voce della Windsor a illuminare l'oscura elettronica di The art of a soft landing, questo terzo pezzo conferma come l'ascolto al buio, in cuffia, sia quello migliore per apprezzare al meglio i raddoppi delle voci, le atmosfere oscure, i passaggi più tesi e corposi così come quelli più delicati di un album dal potenziale enorme, in questo brano brevi squarci industrial e passaggi che richiamano anche i Tool dello strambo (e sicuramente più ironico) Message to H.M. Expire richiama i suoni dei Massive Attack, una discesa nel disagio, forse nella follia verso una terribile soluzione finale: I've a solution, final solution. I passaggi da un brano all'altro sono calibrati alla perfezione lungo la creazione di un mosaico di pezzi dalle sfumature diverse ma con incastri a orologeria che uno dopo l'altro funzionano senza intoppi con precisione svizzera. L'uso sapiente dei tappeti elettronici e delle belle linee melodiche, le improvvise accelerate, gli ottimi inserti di basso (vedi In stone)  che contribuiscono a comporre un album di sicuro interesse, vengono compromesse soltanto, se proprio vogliamo trovare un difetto a questo Lights out, dall'assenza di luce nei toni e nei testi dei brani, composizioni di un pessimismo che potenzialmente potrebbe rivelarsi duro da digerire per diversi ascoltatori. Reality Clash segue i binari tracciati da diversi brani precedenti, presenta brevi passaggi di chitarra di forte impatto e sfocia ancora una volta in un misto di elettronica e trip hop. Con Dream, vera perla dell'album, si apprezza al meglio la seconda voce femminile presente in Lights out, quella di Michelle Richfield, fugacemente apparsa in Expire e In Stone, brano questo forse più canonico ma di grandissima bellezza. In chiusura la strumentale Terminal, pezzo che nasce delicato per andarsi via via a scomporre in passaggi più cupi e angoscianti per chiudersi ancora sul suono di un battito cardiaco filtrato da una fredda macchina.

Come sta a dimostrare la copertina del disco, la luce è flebile ed è lontana, persa in un mare d'oscurità, starà a noi trovarla in mezzo alla bellezza dei suoni oscuri propostici da Moss e Patterson, poi ci sono momenti in cui crogiolarsi in stati d'animo meno solari e sorridenti non si rivela per forza una brutta cosa. Allora, Antimatter, Lights out... spegnete le luci.



Lights out, 2003 - Prophecy

Duncan Patterson: voce, basso, chitarre, tastiera
Mick Moss: voce, basso, chitarre, tastiera
Hayley Windsor: voce (brani 1, 2, 3)
Michelle Richfield: voce (brani 4, 5, 7)
Jamie Cavanagh: percussioni addizionali

Tracklist:
01  Lights out
02  Everything you know is wrong
03  The art of a soft landing
04  Expire
05  In stone
06  Reality clash
07  Dream
08  Terminal

sabato 30 settembre 2017

UN VAMPIRO A NEW YORK

(di Alfredo Castelli e Franco Bignotti)

Nei numeri tredici e quattordici della serie dedicata a Martin Mystère, (Un vampiro a New York e La maledizione) si accantonano temporaneamente i grandi enigmi della storia per dedicarsi a una delle figure principe della letteratura e del cinema gotico e horror: parliamo ovviamente del vampiro.

Dopo una sorta di spiegazione scientifica del fenomeno del vampirismo, legata ai sintomi della malattia della rabbia, è l'ispettore Travis a farla da padrone nella prima parte della storia. Dopo essersi consultato con l'amico Martin proprio sull'argomento vampiri, genere di cose che solitamente esulano dal campo d'interesse del concreto poliziotto, Travis torna a occuparsi dell'indagine che sta riempiendo le sue giornate, quella su un assassino seriale ribattezzato l'assassino del pugnale. Però l'interesse quasi maniacale di Travis per la figura del vampiro fa nascere più di un sospetto all'interno del piccolo gruppo composto da Martin, Java e Diana.

La figura del vampiro viene qui descritta da Castelli in maniera più umana e scientifica rispetto a quanto siamo abituati a vedere a proposito di questo tema, crisi d'astinenza, impulsi incontrollabili completamente slegati da qualsivoglia moto di malvagità e sopraffazione, a parte l'argomento trattato la costruzione di questo dittico di storie è abbastanza canonico, rientra nel genere del racconto d'investigazione con alcune immancabili sequenze d'azione, come affermato dallo stesso Castelli nei redazionali dell'albo, vengono accantonate per un paio di mesi quelle che sono le caratteristiche fondanti della serie di Martin Mystère per avvicinarsi un po' di più ad atmosfere che, seppur ripulite, sembrerebbero più adatte al collega Dylan Dog.

Onestamente una coppia d'albi tra i meno interessanti prodotti fino a questo punto per la serie, privi di spunti di interesse realmente degni di nota, anche il lavoro di Bignotti si assesta in una medietà poco entusiasmante, personalmente non amo in modo particolare le tavole di questo disegnatore che, seppur spesso abbastanza adeguate, non colpiscono il mio interesse né lasciano il segno. C'è poco da aggiungere per questa sortita nel mondo del detective dell'impossibile, ancora una volta non si può fare a meno di notare come alcune cose del buon vecchio zio Marty siano implacabilmente invecchiate con il passare degli anni.


giovedì 28 settembre 2017

LE CRONACHE DEI MORTI VIVENTI

(Diary of the dead di George A. Romero, 2007)

Come spesso è accaduto per i film a tema zombi di George A. Romero, anche questo Diary of the dead è un film teorico, corredato da una tesi e un messaggio, ed è proprio grazie a Romero se la figura dello zombi, oltre alla sua carica orrorifica, si porta spesso dietro un significato metaforico, se non sempre nella figura del non-morto vero e proprio, almeno nel contesto, negli uomini e nella società che gli girano intorno (vedi anche The walking dead giusto per citare l'esempio ai giorni nostri più celebre). Come dicevamo, Diary of the dead non fa eccezione. Questa volta il focus è centrato sull'informazione, vista e declinata in numerosi dei suoi aspetti, per alcuni versi anche storici, ma soprattutto attualissimi e adesi a quello che è il mondo odierno in cui siamo chiamati a sopravvivere ogni giorno.

L'incipit è quello della classica epidemia zombi, non si sa perché, non si sa come, il mondo impazzisce e i morti si rifiutano di accettare la loro condizione, tornano scatenando il panico e diffondendo il contagio a suon di morsi dispensati con grande generosità. Le prime avvisaglie del fenomeno arrivano dai servizi televisivi, ed è così che il gruppo di ragazzi protagonisti del film vengono a sapere della nuova situazione che si sta andando a creare. Da subito l'informazione risulta però veicolata, parziale o mistificata, così Jason (Joshua Close), studente di cinema, decide di riprendere tutti gli avvenimenti che il suo gruppo di amici si troverà ad affrontare nei giorni seguenti lungo il viaggio che intraprenderanno per ritornare verso la casa natale di Debra (Michelle Morgan), ragazza dello stesso Jason, al fine di caricare poi su internet una versione veritiera dei fatti.

Il film si regge proprio sul tema dell'immagine e dell'informazione, da subito scopriamo che il girato di Jason, prima di arrivare al pubblico, sarà montato e manomesso dalla stessa Debra con lo scopo di rendere il materiale più attraente e spaventoso, ulteriore alterazione della verità. Splendido il titolo scelto dalla ragazza per presentare il materiale: Death of death - La morte della morte. Per il resto Romero costruisce il film usando tutto lo scibile dell'audiovisivo: telecamere a mano, professionali o meno, immagini televisive, frame da telecamere di videosorveglianza, video registrati da cellulari, immagini da internet e quant'altro ancora.


Oltre alla pervasività dell'immagine e alla sua possibilità di venire volutamente alterata soprattutto in ottica di controllo dell'informazione, si riflette anche su altri due temi di altrettanta importanza: la possibilità che un sovraccarico da informazione come quello a cui tutti siamo sottoposti ogni giorno possa creare una vera incapacità di discernere e quindi occultare (anche volutamente) quelle che sono le verità, e, forse a livello emotivo cosa ancor più spaventosa, la distruzione continua dell'empatia e la creazione di un'abitudine sempre più priva di compassione nel percepire attraverso l'immagine e l'informazione anche gli eventi più crudeli, terribili e dolorosi che il mondo ci sottopone. Sempre più confusi, disinformati e anestetizzati a tutto. Un film teorico come si diceva, con teorie non da poco.

Archiviata la tesi, devo ammettere di aver trovato il film più interessante che bello. Dal punto di vista prettamente horror, dello spavento, non ci ho visto niente di così riuscito o innovativo (a parte la sequenza con l'amish muto e un paio d'altre cosette), tutto è creato in maniera diligente e professionale, nulla da dire, ma la storia in se non ha suscitato in me particolari emozioni. In più l'utilizzo continuo della camera a mano, avendo visto il film su uno schermo abbastanza grande, mi ha creato non poco fastidio, ottima scelta per ricreare al meglio il senso di realtà ma anche quello di lieve nausea. Ad ogni modo Romero non tradisce, con profonda umiltà dedico a lui questo post a pochi mesi dalla sua scomparsa, augurandogli di cuore di non dover ritornare.

mercoledì 27 settembre 2017

BRADI PIT 153

Bradi Pit e il genere action.


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lunedì 25 settembre 2017

LETTERE DA IWO JIMA

(Letters from Iwo Jima di Clint Eastwood, 2006)

Seconda parte del dittico realizzato da Clint Eastwood sulla battaglia di Iwo Jima, episodio chiave della guerra del Pacifico e cruenta battaglia disputatasi tra marines americani e soldati dell'esercito imperiale giapponese. Se nel film precedente, Flags of our fathers, il regista ci mostrava il punto di vista statunitense sull'episodio storico, mettendo al centro della narrazione la conquista simbolica dell'isola tramite la posa della bandiera a stelle e strisce, qui abbiamo il suo contraltare grazie al punto di vista giapponese dell'intera vicenda, durante la quale mai si parla dell'episodio al centro di Flags of our fathers, episodio ovviamente ininfluente per i soldati giapponesi di stanza a Iwo Jima e che qui intravediamo di sfuggita giusto in un paio di frame. La scelta intelligente di Eastwood è stata quella di girare due film che trattano la stessa materia ma non speculari, trovata che ha evitato un potenziale calo di interesse nella visione della seconda pellicola, calo che fortunatamente non si avverte mai lungo l'intera durata del film.

Preferendo un tono più umano e intimista, Lettere da Iwo Jima si rivela tra i due l'episodio più riuscito, Eastwood con una sensibilità illuminata riesce a calarsi nei panni dell'avversario e giustamente lo dipinge esattamente come fosse uno dei ragazzi americani mandati dal proprio Paese alla guerra, un nemico con cultura e abitudini diverse ma con le stesse identiche paure, le stesse preoccupazioni, le stesse priorità, gli stessi desideri e i medesimi affetti. Semplicemente uomini, spesso ragazzi, da ambo le parti.

Quello che forse differenzia maggiormente i due film è il senso di morte incombente e di sconfitta inevitabile che pervade i protagonisti di Lettere da Iwo Jima, abbandonati dal loro Paese che chiede ormai loro solamente di resistere e morire per il Giappone, soverchiati dall'apparato bellico americano infinitamente più potente e numeroso. La difesa della patria sarà comunque strenua, nonostante non tutti i protagonisti messi in campo provino il senso d'onore tipico dei giapponesi ne una gran voglia di immolarsi per il proprio paese, idea troppo volatile, finanche stupida per certi versi, se paragonata alla possibilità di tornare dai propri cari o a quella di vedere per la prima volta un figlio non ancora nato.


Anche nei singoli episodi presenti nel film, Eastwood sottolinea come ci sia crudeltà da ambo le parti così come qualsiasi schieramento sia capace di solidarietà e pietà, può sembrare banale ma il messaggio veicolato dal film, "il nemico è come noi", ha valenza assoluta, messaggio che purtroppo perde voce di fronte agli interessi che muovono le guerre e i loro orrori.

Molto riuscito visivamente, con una fotografia quasi monocromatica e sequenze dinamiche davvero impressionanti, ottima quella dedicata al primo attacco americano all'isola. Alcuni passaggi riportano alla mente segmenti di Flags of our fathers, come è giusto che sia, anche se il focus rimane sempre rivolto all'interno dell'uomo più che a ciò che gli accade intorno.

In definitiva i due film, presi nel loro insieme, non sono comunque il lavoro migliore di un regista che ha sfornato diversi capolavori, rimangono però un bello spaccato di ciò che può voler dire dover affrontare drammi più grandi dell'uomo stesso, magari anche inutilmente, è un tipo di Cinema che si spera possa lasciare il segno sulle generazioni a venire, perché alla fine il vecchio detto "non bisogna dimenticare" rimane comunque sempre valido.

domenica 24 settembre 2017

TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE

(The sound of music di Robert Wise, 1965)

A volte l'incontro di più caratteristiche, in maniera del tutto olistica e per alcuni versi difficilmente comprensibile, si rivela più riuscito della somma delle singole parti. È quel che è indubbiamente successo al film Tutti insieme appassionatamente, pellicola della Hollywood dei 60 capace di creare introiti per più di duecentottantacinque milioni di dollari a fronte di una spesa di circa otto, una scommessa vincente che ha pagato più di trentacinque volte la posta, e parliamo di cifre da capogiro. Eppure i singoli elementi in ballo sono di quelli che a molti fanno storcere il naso: il genere musicale, un approccio familista, la fiera dei buoni sentimenti, lo scenario storico in periodo seconda guerra mondiale con tanto di minaccia nazista, la storia d'amore, paesaggi da cartolina (splendidi), l'empatia chiesta allo spettatore puntando sulla tenerezza suscitata da ragazzi e bambini protagonisti del film e un'interprete di grido, Julie Andrews, fresca reduce dal successo di Mary Poppins.

Proprio quest'ultima è indubbiamente la chiave del successo di un film che con un'altra protagonista avrebbe rischiato la caduta verso l'abisso della noia, i numeri musicali nei quali è presente la Andrews sono sempre godibili e giustificano la visione di un film onestamente troppo lungo e che andrebbe visto in lingua originale. Quasi tutti i passaggi musicali dove non compare Maria (Julie Andrews) sembrano superflui, con ogni probabilità non aiuta la scelta di doppiare tutti i pezzi in italiano, magari in versione sottotitolata con brani originali si sarebbe potuto apprezzare qualcosa in più, non avendo avuto modo di vedere il film in lingua però non garantisco nulla. Sconsigliata invece la visione televisiva per un film che interrotto anche dalla pubblicità raggiunge tempi di visione sfiancanti.

Alla regia Robert Wise, nome oggi poco conosciuto se non tra le fila dei cinefili appassionati, professionista duttile che ha lasciato buoni segni in diversi ambiti: nella fantascienza (Ultimatum alla Terra), nello stesso musical (West Side Story) e anche nel mondo geek in quanto direttore del primo film cinematografico della saga di Star Trek.


Maria è una novizia devota ma dal temperamento un po' esuberante, le sue superiori nel convento di Salisburgo hanno opinioni diverse sul suo conto, non tutte sono convinte che la strada giusta per la giovane sia quella di entrare nell'ordine. Per metterla alla prova la mandano presso la famiglia Von Trapp in qualità di istitutrice dei sette figli del Comandante Von Trapp (Christopher Plummer). L'approccio è quello risaputo: bambini che fino ad allora avevano avuto problemi con qualsiasi istitutrice in seguito alla scomparsa della madre, un padre anaffettivo col pallino della disciplina, il nuovo arrivo che entrerà nel cuore dei bimbi e farà innamorare di sé il protagonista maschile, il terzo incomodo (la baronessa Elsa interpretata da Eleanor Parker), la minaccia incombente qui rappresentata dal nazismo. Tutto segue lo schema, spezzato dai numeri musicali e dal fatto che qui l'istitutrice sarebbe una futura suora che oltre che con il suo cuore deve fare i conti anche col Padreterno.

Film musicale perfetto per ripetuti passaggi natalizi (cosa che effettivamente accade) e che risulterebbe inappuntabile se sforbiciato di una buona mezz'ora almeno, poi a mio parere il musical è Gene Kelly e qui siamo un poco distanti proprio nell'approccio alla materia, ma questo è un altro discorso, ciò non toglie che per molti versi il film possa risultare ben più che piacevole, lo sta a dimostrare anche l'enorme successo riscosso dalla pellicola e le diverse statuette portate a casa da Tutti insieme appassionatamente alla notte degli Oscar, premio per il miglior film compreso. Visione spensierata che almeno una volta nella vita... magari proprio a Natale.

giovedì 21 settembre 2017

L'ISOLA MISTERIOSA

(di Tiziano Sclavi e Carlo Ambrosini)

Dopo l'episodio Canale 666 è ancora una volta Carlo Ambrosini a dare corpo su carta agli incubi partoriti da Tiziano Sclavi, sconfinando dai territori horror in quelli del fantastico senza rinunciare al piglio citazionista tanto caro all'ideatore della serie. L'omaggio lampante questa volta è tutto per il classico L'isola del Dottor Moreau, romanzo di H. G. Welles pubblicato nel 1896.

Anche L'isola misteriosa si rivela in fin dei conti un buon episodio, si adagia forse su espedienti abusati quali l'oggetto alieno che scombina la realtà, la sperimentazione venuta dall'alto, l'omaggio letterario, tutti elementi però ben mescolati nel noto e sempre valido calderone del fanta-horror. Probabilmente non ci sono punti d'innovazione o grandi chiavi di lettura, tornano però l'avversione per i viaggi in mare di Dylan, la bella Robin e ovviamente l'impossibile.

Dopo alcune pagine introduttive, è proprio il viaggio in mare verso l'isola di Egg a scombussolare il nostro Dylan, dopo le prime avvisaglie di anormalità quotidiana (almeno per il protagonista), un piccolo incidente porta l'indagatore direttamente dal medico della piccola isola che dopo averlo rimesso in piedi si offrirà di accompagnarlo a Moreau, luogo dove Dylan dovrà incontrare il suo nuovo cliente, un certo Lancaster. Qui Ambrosini rende al meglio il tetrissimo castello arroccato su un'altura del quale il sig. Lancaster è proprietario, sembra di essere dalle parti del Dracula di Stoker ma a tutti gli effetti, come dimostra anche il maggiordomo, si è proprio sull'isola del Dottor Moreau. Qui Dylan Dog scopre il motivo del suo ingaggio, semplicemente, vista anche la cornice del luogo, Lancaster ha pensato di assumere l'indagatore per farsi uccidere, la rivelazione dei motivi dietro questa scelta è il nodo (qui neanche troppo approfondito) sul quale il lettore può soffermarsi a elucubrare un pochino. In seguito a questa richiesta alla quale Dylan pone un secco rifiuto si scateneranno ovviamente l'incubo e l'insolito.

Ottime le matite di Ambrosini che danno qui l'impressione di essere un poco più pulite e precise del solito, ci sono atmosfere molto indovinate, una bella resa dei luoghi e soprattutto un ottimo lavoro sugli uomini animale dell'isola, volti ferini per forza di cose inusuali ma che riescono a trasmettere i tratti delle personalità dei loro possessori, e non è cosa da poco. Un bell'episodio nel quale al nostro protagonista verrà risparmiato un finale tragico, Dylan infatti non sarà costretto a tornare sulla terra ferma ancora una volta via mare.

mercoledì 20 settembre 2017

BRADI PIT 152

Vite vissute (?)


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lunedì 18 settembre 2017

THE WALKING DEAD - STAGIONI 6 e 7

Negan e Lucille
Gli eventi precipitano sempre più nelle stagioni sei e sette di The walking dead, il gruppo di Rick (Andrew Lincoln) stabilitosi nella comunità di Alexandria, si trova a doversi guadagnare la fiducia (e a volte l'obbedienza) dei più miti e inesperti abitanti della cittadina, e allo stesso tempo ad affrontare minacce sempre crescenti provenienti dall'esterno. Per certi versi si accantonano un poco lo scavo psicologico sui personaggi, le riflessioni sulle loro scelte morali (comunque presenti) per dedicarsi più all'azione, alla tensione e al provocare il cardiopalma negli spettatori. Le minacce salgono di livello, si passa rapidamente dalla difficoltosa gestione della più grande orda di zombi con la quale il gruppo abbia avuto finora a che fare ad un attacco sanguinoso di un gruppo esterno, i Lupi, introdottosi ad Alexandria. Purtroppo l'azione e il ritmo sono spezzati da puntate in flashback che se si rivelano utili a delineare meglio alcuni personaggi, hanno il difetto di rallentare troppo la narrazione senza essere realmente avvincenti o significative.

Poi si inizia a parlare di Negan (Jeffrey Dean Morgan) e pian piano il volto della serie cambia, cambiamento che prenderà corpo definitivamente nell'ultima puntata della sesta stagione. Altri personaggi si aggiungono al cast, uno su tutti l'abile Jesus (Tom Payne) proveniente dalla comunità pacifica di Hilltop governata dal pavido Gregory (Xander Berkeley), le relazioni tra i protagonisti si allargano, mutano, ci sono i morti, i feriti e i momenti di picco emotivo non mancano. L'entrata in scena dei Salvatori, il gruppo che fa capo a Negan, scatena un'escalation della violenza nella serie, nei comportamenti di molti dei protagonisti che volenti o nolenti dovranno fare i conti con il loro lato più bestiale, dinamiche che metteranno in ginocchio (letteralmente in alcuni casi) anche elementi tra i più tosti come Carol (Melissa McBride). Nell'ultima splendida puntata, la tensione sale alle stelle, Negan si presenta in persona per la prima volta e si rivela essere uno dei più grandi figli di puttana che la televisione abbia mai concepito, un bastardo talmente odioso che però non puoi fare a meno di amare per i suoi modi scanzonati, ironici e bizzarri, un grandissimo Jeffrey Dean Morgan inizia piano piano a mangiarsi il resto del cast.


Negan è croce e delizia dell'intera settima stagione, i momenti in cui è presente sono passaggi di altissimo livello, di contro le puntate in cui è assente sembrano morte o comunque secondarie, siamo di fronte a un personaggio capace di eclissare tutto il resto, cosa non sempre positiva per la scansione del ritmo imposto alla serie. La prima puntata della settima stagione è da brividi, uno dei momenti più crudeli della televisione recente, tensione e densità emotiva ai vertici della serie (e non solo), si assiste alla caduta dell'uomo in tutti i sensi: umiliazioni, sottomissione, perdita della speranza, crudeltà e dolore in uno scenario dalla quale sembra impossibile uscire, sensazioni che prendono alla stomaco e che si ripeteranno (ma non con questa intensità) più di una volta nell'economia della stagione.

Il rischio è che l'azione, Negan, la violenza, annullino quelli che sono sempre stati i reali motivi di interesse di The walking dead: l'aspetto psicologico dei personaggi e la metafora sui comportamenti umani e sulla società. Non si può però negare che lo spettacolo offra ancora grandissimi momenti, vedremo con l'ottava stagione quale sarà la direzione che seguirà in futuro la serie.

domenica 17 settembre 2017

WOMB

(di Benedek Fliegauf, 2010)

Il dilemma etico di fondo che muove la visione di Womb è di quelli importanti, complessi e affascinanti. È un dilemma per noi ancora poco attuale o quotidiano, ma potremmo esserci vicini, scientificamente siamo a un passo; la vicenda narrata dall'ungherese Fliegauf non stonerebbe infatti all'interno della splendida serie tv britannica Black Mirror che ci mostra, agghiacciandoci, futuri possibili che potremmo trovarci davanti semplicemente girando l'angolo.

La storia è ambientata in una landa indefinita, su una costa di qualche mare del Nord, in quello che potrebbe essere un futuro prossimo apparentemente identico al nostro presente. La piccola Rebecca (Ruby O. Fee) vive con l'anziano nonno, un giorno incontra sulla spiaggia il coetaneo Thomas (Tristan Christopher). Col tempo i due bambini stringono una grande amicizia, affezionandosi sempre più l'uno all'altro, poi la bambina sarà costretta a trasferirsi per seguire la madre in Giappone. Passano gli anni, Rebecca (Eva Green) torna sui luoghi della sua infanzia, va alla ricerca di Tommy (Matt Smith) che non li ha mai lasciati. L'incontro tra i due, dopo i primi attimi di sorpresa, spazza via tutti gli anni di lontananza, Tommy ha sempre tenuto Rebecca nel cuore, alimentando il fuoco di un amore del ricordo, il sentimento è ricambiato con trasporto. Purtroppo il destino decide di mettersi di mezzo una volta ancora, Rebecca perde Tommy, di nuovo. Ma non è il nostro tempo che vede svolgersi la vicenda, è un tempo altro, un tempo in cui gli esseri umani possono essere clonati, Rebecca decide così di riavere Tommy, di riaverlo portandolo in grembo, di riaverlo per amarlo d'un amore tutto nuovo, altrettanto potente ma completamente diverso.

Le scelte stilistiche di Filegauf immergono la vicenda in una sensazione costante di sospensione, quasi di irrealtà, a scandire il passare del tempo l'ottima idea del regista di riproporre più volte le stesse inquadrature, soprattutto quelle con protagonista Rebecca (a letto, nella vasca), in momenti diversi della narrazione, ad anni di distanza. Le sensazioni sopra descritte sono sottolineate al meglio dalla fotografia di Péter Szatmari: toni grigi e blu, plumbei, che contribuiscono a fermare l'incedere degli eventi in singoli momenti, sospesi nella realtà.


Nonostante le cose sembrino filare lisce all'inizio, è inevitabile che l'amore tra la Rebecca madre e il Thomas figlio nasca malato, morboso e che col crescere del bambino, che assomiglierà sempre più al Tommy adulto amato da Rebecca in precedenza, le cose non potranno che divenire più difficili. Matt Smith ed Eva Green danno corpo a emozioni e situazioni forti, in maniera del tutto naturale, la Green porta al film un amore del tutto trattenuto, delicato quando è nella sua accezione più naturale, altrettanto interiorizzato ma tormentato nella seconda parte del film, in entrambi i casi con immutata bravura. Lo spettatore è abituato probabilmente a vedere Smith nei panni del Doctor Who, qui l'attore dimostra ancora una volta di essere davvero in gamba, portando in scena un personaggio che qualche punto in comune con il suo Dottore ce l'ha anche, più duttile nel ventaglio di emozioni esplicitate rispetto a quelle scritte per il personaggio di Rebecca, bella prova per entrambi i protagonisti.

Dà da pensare Womb, la percezione di ciò che è eticamente giusto e ciò che è sbagliato è soggettiva, quando sarà davvero il momento di scegliere su argomenti eticamente rilevanti come questo, bisognerà per forza mettere da parte profitti ed egoismi. Scommetto che non ci riusciremo.

mercoledì 13 settembre 2017

BRADI PIT 151

Senza parole


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martedì 12 settembre 2017

IN TIME

(di Andrew Niccol, 2011)

Andrew Niccol esordì alla regia nel 1997 con un film molto riuscito come Gattaca, andando a inserirsi nell'elenco dei registi affascinati da una fantascienza intelligente, autore sicuramente da tenere d'occhio, confermatosi in seguito con l'interessante più che bello S1m0ne e in tempi più recenti proprio con questo In time, lucida metafora per mettere allo scoperto, se ancora ce ne fosse bisogno, l'insensatezza e la crudele dannosità del sistema capitalistico mondiale, qui ridotto in scala nella narrazione di eventi concentrati in un'unica città.

Siamo in un futuro indefinito, nell'aspetto poco dissimile dal nostro oggi se non per una serie di particolari. Grazie ad alcune modifiche genetiche gli esseri umani invecchiano fino all'età di 25 anni, giunti a quel punto il loro aspetto diventa immutabile, la loro vita da quel momento avrà scadenza a un anno, poi la morte, a meno che non si riesca a guadagnare tempo extra, lavorando, vincendolo al gioco, barattandolo, rubandolo e via discorrendo. La vita che resta è ben evidenziata da un timer digitale stampigliato sulle braccia delle persone in un continuo conto alla rovescia verso lo 0000.0000.0000 finale. Poi la morte subitanea. Il tempo ha preso il posto dei soldi, ci si comprano le cose, ci si paga l'affitto, si viene pagati in tempo, con l'unica differenza che se nella nostra realtà finisci i soldi sei povero, in quella di In time se finisci il tempo sei morto.


Will Salas (Justin Timberlake) vive nel ghetto, uno dei quartieri più poveri della città, dove la gente cerca giorno dopo giorno di guadagnarsi quel poco di tempo che gli permette di sopravvivere ancora un altro giorno. Purtroppo l'ordine mondiale, proprio come fa quello economico della nostra società, impone rincari continui al costo della vita, tagli sui compensi, calcoli spietati, tanto più necessari per l'élite ricca in un mondo dove il rischio di sovrappopolamento sarebbe altissimo se non si trovasse un sistema per falciare il grosso della popolazione e spingere invece pochi eletti verso l'immortalità, perché ricchezza è tempo e tempo qui è vita. Al contrario il rimanere senza lavoro, senza tempo è morte. A causa di questo sistema malato l'amata madre di Will (Olivia Wilde) perde la vita, cosa che farà aprire gli occhi al ragazzo ispirandogli moti di ribellione già propri della famiglia Salas. Grazie a una fortunata donazione di uno sconosciuto abbiente (Matt Bomer), Will si trasferirà nei quartieri ricchi maturando un suo piano di vendetta, in seguito supportato dalla bella Sylvia (Amanda Seyfried), figlia di Philippe Weis (Vincent Kartheiser), proprietario delle banche del tempo Weis. A frapporsi tra Will e il suo piano di ridistribuzione della ricchezza, perché in fondo questo è, il guardiano del tempo Raimond Leon (Cillian Murphy).


Sono diversi i punti di interesse in In time. Intanto il film, pur presentando un futuro visivamente non troppo dissimile al nostro quotidiano, ha il giusto appeal estetico, Justin Timberlake si rivela essere anche un buon attore e la Seyfried, meno brava e incisiva, sfodera comunque un lato sensuale che non guasta. La metafora con il nostro sistema del capitale è palese e sotto gli occhi di tutti, eppure funziona, non mancano inoltre spunti di riflessione sull'uso che facciamo del nostro tempo, qui nodo centrale del film. Durante lo sviluppo della trama l'accoppiata Will/Sylvia assume i toni delle coppie scanzonate alla Bonnie & Clyde, novelli Robin Hood che rubano tempo ai ricchi per darlo letteralmente ai poveri. Anche il ritmo è ben dosato, senza passaggi a vuoto grazie anche a diverse sequenze action parecchio dinamiche.

L'opera di Niccol è un ottimo compromesso tra prodotto d'intrattenimento e film con diverse cose da dire, ben girato e interpretato da attori che non vanno mai sotto la soglia di guardia. Più che una sorpresa in realtà, visto proprio il percorso di Niccol, In time è una bella conferma che può sicuramente soddisfare più di un tipo di pubblico.

lunedì 11 settembre 2017

AMERICANI

(Glengarry Glen Ross di James Foley, 1992)

Americani è il secondo film d'attori (dopo Barbecue) che mi è capitato di vedere nel giro di pochi giorni, pellicola di dialoghi, interpretazioni, bravura attoriale, sequenze strette in interni, a volte oppressive e soffocanti, chiuse nell'abitacolo di un'auto squassato dalla pioggia, all'interno di una cabina telefonica, illuminate artificiosamente davanti al bancone di un bar. La differenza tra i due film sta forse in un'unica parola: attori. Per fare un film d'attori ci vogliono degli attori, di quelli bravi, e qui ci sono tutti: Jack Lemmon, Al Pacino, Ed Harris, Kevin Spacey, Alec Baldwin, Alan Arkin, elencati più o meno in ordine di merito, relativamente alle loro interpretazione in questa particolare occasione.

Foley dirige un gruppo affiatato che dovrebbe esserlo anche all'interno dell'economia della vicenda narrata, tutti professionisti impiegati alle dipendenze della stessa azienda, chiamati a remare nella stessa direzione sotto l'unica bandiera che ormai conti davvero nel mondo occidentale: quella del profitto personale, in primis ovviamente quello dei vertici aziendali. Essendo tutti venditori, per lo più in difficoltà, ben presto l'affiatamento e la cooperazione vanno a farsi benedire per lasciare spazio all'individualismo più bieco, alla disperazione, all'astio, all'invidia e a tutte le peggiori idee che uomini sull'orlo del fallimento possano arrivare a concepire.

La Mitch & Murray si occupa di proprietà immobiliari, terreni e lotti da vendere. Nell'agenzia in questione le cose non vanno bene, le vendite sono scarse, la sede centrale manda il mastino Blake (Alec Baldwin) a motivare i quattro venditori gestiti dal passacarte John Williamson (Kevin Spacey): ne escono minacce, umiliazioni e scoramento. La gara del mese prevede crudelmente una nuova Cadillac per il vincitore, un set di coltelli per il secondo classificato, il licenziamento per gli altri. Ricky Roma (Al Pacino) è in testa alle classifiche da diversi mesi, è un affabulatore, un mistificatore che con la chiacchiera che tutti potete immaginare se avete avuto l'occasione di vedere all'opera Al Pacino al suo meglio, riesce a intortare i clienti, se li cucina a dovere fino a portarli all'unico gesto che veramente conta, l'apposizione di quella cazzo di firma sulla linea tratteggiata. Non c'è nient'altro. Shelley Levene (Jack Lemmon) è il maestro del passato, un venditore sul viale del tramonto con problemi familiari ed economici assillanti, cerca le ultime indispensabili zampate per amore d'una figlia malata, non trova comprensione, i contatti dell'azienda sono usurati, gli spiragli di luce ormai pochissimi. Dave Moss (Ed Harris) è un calderone di rancore, insoddisfazione, livore, fallimento e auto assoluzione pronto a scoppiare in ogni momento, giusto contraltare per George Aaronow (Alan Arkin), un venditore ormai sconfitto, leso irrimediabilmente nell'autostima, insicuro e incerto sul da farsi.


Non c'è nessuna solidarietà tra i protagonisti, solo competizione, opportunismo, gesti di facciata e disonestà che scoperchiano il marciume di una società del lavoro competitiva fino alla distruzione del perdente, che non è più un uomo in difficoltà, non è nemmeno più un uomo. È un'etichetta: quella del fallito, quella della merda senza valore, accantonabile e calpestabile. Americani è un film dove prima della vicenda narrata, di cui non sto nemmeno a dirvi troppo, si apprezzano il messaggio di fondo ma soprattutto le interpretazioni degli attori coinvolti, e se nella vicenda finzionale la classifica dei loro meriti è chiara e legata a cifre indiscutibili, quella ipotetica per la migliore interpretazione sarebbe combattuta fino all'ultimo frame e incoronerebbe un vincitore solo sul filo di lana. La sceneggiatura è solida, scritta da un professionista indiscusso come David Mamet, adattata da una sua stessa opera teatrale, tiene viva l'attenzione senza cali di ritmo nonostante sia tutto basato sui soli dialoghi, tutto è aiutato dalla bella scelta dei brani in colonna sonora, pezzi di Donald Fagen, Duke Ellington e contributi di Al Jarreau e Wayne Shorter.

Per avere successo in operazioni come questa ci vogliono i nomi (non per forza solo famosi), e qui i nomi ci sono.

venerdì 8 settembre 2017

TEMPESTA SU GALVESTON

(di Pasquale Ruju e Massimo Rotundo, 2015)

Dopo l'ottimo esito del precedente Texone, L'orda del tramonto, viene confermato per la seconda prova consecutiva alla sceneggiatura del Tex Speciale lo scrittore Pasquale Ruju al quale questa volta si affianca il disegnatore romano Massimo Rotundo. Nel corso degli anni mi è capitato diverse volte di leggere critiche severe al lavoro di Ruju, soprattutto in relazione agli albi di Dylan Dog da lui sceneggiati, questo un poco mi dispiace perché nelle storie di Ruju che mi è capitato di leggere all'interno di serie diverse, io alla fine mi sono sempre sentito un po' a casa. Probabilmente Ruju non è tra gli scrittori più originali e innovativi in circolazione, ha dei modelli che segue forse con fin troppa passione senza mai distaccarsene troppo, eppure ho come l'impressione che a Ruju piacciano le stesse cose che piacciono a me, questo a prescindere dall'originalità dei suoi scritti, proprio per questioni di affinità, me lo fa apprezzare praticamente sempre. La storia di questo Texone non fa eccezione.

È proprio il mix di elementi che anche questa volta mi ha fatto apprezzare la storia imbastita da Ruju: c'è l'America degli stati del sud, quella economicamente legata allo schiavismo, ritratta proprio nel momento in cui questa risorsa viene meno e i neri d'America, almeno sulla carta, ottengono i loro primi diritti, c'è un'ambientazione molto urbana e cittadina, con i suoi bei saloon, i vicoli bui, il porto, parecchi interni, ci sono dei buoni compagni di viaggio per Tex e Kit, una bella figura femminile forte e intelligente e ovviamente due o tre figli di buona donna. Gli ingredienti sono mescolati bene e offrono una bella narrazione, solida, di quelle che regalano qualche oretta di soddisfazioni.

Il Colonnello Woodlord è un possidente che sfrutta la manodopera negra nelle sue piantagioni, l'abolizione dello schiavismo però ha reso le cose più difficili anche per lui, proprio per questo il Colonnello non naviga più in acque economicamente tranquille. Con l'appoggio del corrotto giudice Trent, il Colonnello si garantisce lo sfruttamento dei condannati neri, anche quelli condannati ingiustamente, che alla prigione possono preferire per legge il lavoro nelle piantagioni di qualche ricco possidente. Fatta la legge, trovato l'inganno. Allo stesso tempo e nella stessa zona Tex e Kit Carson sono sulle tracce di un manipolo di assassini rei di aver steso un collega ranger. A Galveston i due si imbattono quindi nel nuovo sceriffo e nella bella Miss Eleanor, proprietaria del miglior saloon della città, va da sé che la figura della damigella in pericolo è servita. Le trame si incroceranno fino a portare alla decisiva Tempesta su Galveston.

Ammetto che i disegni di Massimo Rotundo non rientrino nel novero dei miei favoriti per quel che riguarda la collana del Texone, nel complesso si parla sempre del lavoro di un grande professionista, eppure alcune spigolosità nei volti, una certa discontinuità nella resa grafica di quello di Tex non incontrano proprio i miei gusti. Manca a mio modo di vedere la meraviglia del soffermarsi davanti alla tavola che ti stupisce, c'è un bel lavoro sugli interni, su diversi piani ampi e su alcune vedute che mi sono piaciute particolarmente, ma nel complesso ho trovato il lavoro di Rotundo ben realizzato e godile ma nulla più, cosa che comunque, unita a una buona storia, rende Tempesta su Galveston una bella lettura.

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