martedì 22 agosto 2017

MARTIN MYSTÈRE - LA DONNA LEOPARDO

(di Andrea Carlo Cappi, 2017)

A volte si ha l'impressione di trovarsi in mano un prodotto che, per dirla con una frase fatta, non ha né il sapore di carne né quello di pesce. La donna Leopardo, romanzo con protagonista il detective dell'impossibile creato da Alfredo Castelli, fa rimpiangere la mancanza del comparto visivo del mezzo per il quale Martin Mystère è stato creato (il fumetto, ovviamente) e, a mio modesto parere, non offre il livello di spessore minimo (e non mi riferisco né al numero di pagine né alla caratura intellettuale dell'opera, sia ben chiaro) che si dovrebbe richiedere alla lettura di un buon libro.

Sulla carta la mossa della Sergio Bonelli Editore poteva essere anche indovinata, un'ulteriore strada da provare a percorrere per far muovere il mercato, l'iniziativa era da sostenere e testare, e così ho fatto. Inoltre Martin Mystère è sempre stato uno dei miei personaggi preferiti di casa Bonelli e quindi...

Evitando di parlare del prezzo del volume che volendo possiamo anche considerare adeguato, il risultato di questo esperimento mi è sembrato davvero deludente a partire dall'identità ambigua del prodotto anche a livello fisico. Una copertina adatta più a uno speciale a fumetti, graficamente mangiata completamente o quasi dal titolo, foliazione e tempo di lettura accettabili ma poco soddisfacenti, parecchi refusi e la scelta davvero poco accattivante dell'impaginazione su due colonne. Ma, come è giusto che sia, quel che importa è il succo in fin dei conti, non la confezione. Purtroppo su questo versante la delusione non può che crescere, la vicenda narrata da Cappi non presenta grandi spunti di interesse, senza nulla togliere all'impegno e alla passione dell'autore, al libro manca il giusto ritmo, Martin, Java e Diana sembrano essere semplici comparse all'interno di una vicenda che non ci lascia nessun protagonista memorabile, non una bella sequenza, un'emozione, un colpo di scena, nulla... la classica lettura disimpegnata (nonostante i richiami storici che comunque ci sono) che lascia però davvero troppo poco. Se questo deve essere il livello della proposta molto meglio allora recuperare un paio di albi della serie a fumetti, molti dei quali di maggiore qualità e graziati anche dalla possibilità di ammirare il lavoro di un disegnatore all'opera. Capisco che questo sia un prodotto diverso, nato con altre intenzioni rispetto a uno degli albi della serie mensile, va tutto bene, semplicemente per me non vale la pena dedicare tempo e denaro a questa iniziativa. L'ho fatto, non lo rifarò ancora.

Questa poteva essere una testa di ponte per volumi futuri, magari ad altri piacerà e l'iniziativa per Bonelli funzionerà, personalmente me lo auguro, ma la sensazione di aver buttato soldi e tempo (per fortuna non molto) rimane. Un'occasione sprecata.

Per chi fosse interessato riporto la sinossi della quarta di copertina: Martin Mystère, il Detective dell'Impossibile, è in procinto di localizzare la tomba della "Bao Nu", la "Donna Leopardo". Ma qualcuno l'ha violata e si è impadronito del suo contenuto: già durante la Seconda Guerra Mondiale i Servizi Segreti giapponesi, tedeschi e americani ricercavano infatti un leggendario Strumento che si sarebbe trovato in Cina, i cui formidabili poteri avrebbero determinato le sorti del conflitto. C'è però chi è convinto che il misterioso oggetto sia in possesso di Martin Mystère ed è disposto a tutto pur di averlo, così una mortale partita iniziata nella Shanghai degli anni '30 si dipana fino alla New York dei tempi recenti.

Andrea Carlo Cappi

sabato 19 agosto 2017

CHE FINE HA FATTO BABY JANE?

(What ever happened to Baby Jane? di Robert Aldrich, 1962)

Uno dei capisaldi del cinema in bianco e nero, Che fine ha fatto Baby Jane? si regge sull'iconico scontro tra due dive del Cinema, all'interno della vicenda di finzione ma anche nella vita reale; forse proprio l'autentica antipatia (più probabilmente vero odio) tra Bette Davis e Joan Crawford rese così credibile i contrasti tra le due sorelle "Baby" Jane Hudson (Bette Davis) e Blanche Hudson (Joan Crawford), protagoniste di uno scontro continuo capace di instillare una tensione crescente nello spettatore che nulla ha da invidiare alle prove dei migliori maestri del brivido di quei tempi (Hitchcock per citarne uno). Diversi sono gli aneddoti sulla rivalità sul set delle due note stelle di Hollywood, si parla di dispetti, ripicche e anche di scontri violenti in fase di ripresa, magari richiesti dal copione, ma interpretati con reale violenza (e con alcune conseguenze) dalle due attrici nemiche. Ancora ai giorni nostri la vicenda suscita interesse, nel variegato mondo delle serie tv arriva infatti Feud, serial creato da Ryan Murphy, che nella sua prima stagione porta in scena proprio l'odio tra le due avversarie, la Davis e la Crawford rispettivamente interpretate da Susan Sarandon e Jessica Lange.

Torna quindi attuale Che fine ha fatto Baby Jane?, della cui riuscita diversi meriti sono attribuibili a un ottimo regista quale fu Robert Aldrich, nome meno noto presso il grande pubblico di quanto realmente meriti, direttore di pellicole come Quella sporca dozzina, Nessuna pietà per Ulzana, Piano piano dolce Carlotta (sempre con la Davis), Quella sporca ultima meta e via dicendo. Costruzione dell'inquadratura in equilibrio perfetto tra luci e ombre, sostenuta a meraviglia da trucco, costumi e fotografia e da due magnifiche interpreti inquadrate in un bianco e nero senza nessuna sbavatura e in una serie di immagini memorabili (lo scorcio dalle scale, il telefono, il volto trasfigurato della Davis, etc...).

Joan Crawford

1917. Baby Jane è una star bambina divenuta famosa grazie a qualche dote canora, a uno spettacolo di successo messo su insieme al padre e a una serie di bambole a lei dedicate, una beniamina del pubblico scontrosa e viziata. La sorella Blanche sta al palo a guardare, incoraggiata e consolata dalla madre. Anni 30. Blanche è diventata una vera diva del cinema, attrice di talento e successo cerca in tutti i modi di aiutare la sorella, ex bambina prodigio dimenticata da tutti e ormai attrice cagna di secondo piano che nessun produttore vuole. Poi un incidente d'auto causato da Baby Jane costringe la sorella Blanche su una sedia a rotelle troncandole spina dorsale e carriera. 1962. Le due sorelle, carriere alle spalle, sono costrette a dividere la loro casa: Blanche ha i soldi e per questo è indispensabile alla sorella, Jane ha la salute (fisica più che altro, quella mentale...) e per questo è indispensabile alla sorella. Ma la convivenza è minata dallo scarso equilibrio di Jane, rosa da un'invidia sconfinata per i successi ottenuti dalla sorella e per una carriera interrottasi in tenera età e mai più ripartita davvero. I comportamenti di quest'ultima diventano sempre più inquietanti (come le atmosfere) in un'escalation che porterà a tutte le rivelazioni finali.

Bette Davis

Due attrici stupende in un confronto obiettivamente vinto a mani basse dalla Davis, non perché la Crawford non sia brava, tutt'altro, ma la parte della squilibrata è cucita addosso alla Davis da un sarto d'eccellenza, e poi come cantava anche Kim Carnes, quegli occhi... (Bette Davis eyes, 1981).

Tra gotico e thriller psicologico, una storia claustrofobica giocata più che altro in interni, una cattiva da manuale, la discesa nella follia, i sensi di colpa, la tensione crescente, le cattiverie e i retroscena del film scolpiscono questo titolo sulla pietra dei film da vedere senza riserva alcuna.

mercoledì 16 agosto 2017

LE MACCHINE INFERNALI

(Infernal devices di K. W. Jeter, 2011)

Non male come lettura estiva questo Le macchine infernali, romanzo non troppo lungo che ha la capacità di intrigare il lettore salvo poi perdersi un pochino per strada in sviluppi azzardati e strampalati, nel complesso però il lavoro di K. W. Jeter diverte e ha del potenziale soprattutto sul versante linguistico e nella buona capacità dello scrittore nel creare atmosfere inquietanti e aspettative nel lettore, in questo il plauso all'autore è più che meritato.

Il filone, seppur preso alla larga, è quello dello Steampunk (termine pare inventato proprio da Jeter), genere fantastico solitamente ambientato in un'epoca del tutto simile a quella vittoriana inglese che però presenta alcuni passi avanti ascrivibili al filone della fantascienza per tutto quello che concerne invenzioni meccaniche e prodotti di una società industriale molto più avanzata di quella che poteva essere quella inglese nel 1800.

In un'affascinante Londra dai sobborghi sudici e pericolosi lavora George Downer, figlio di un grande orologiaio e inventore capace di costruire i meccanismi più avanzati dagli utilizzi spesso misteriosi. Insieme al servitore Creff, Downer sopravvive gestendo il negozio ereditato dal padre soprattutto grazie alle riparazioni di orologi e dei meccanismi più semplici costruiti dal padre stesso. Il magazzino del negozio è pieno di artefatti del quale funzionamento anche lo stesso Downer è all'oscuro, alcuni barbaramente smembrati e utilizzati come parti di ricambio, altri fermi a prendere polvere.

Un giorno in negozio si presenta uno strano individuo ribattezzato poi dallo stesso Downer "L'uomo di cuoio marrone", portando in riparazione uno strano meccanismo costruito dal padre dell'attuale titolare. Purtroppo il nuovo proprietario non ha la più pallida idea di come poter aiutare lo strano cliente. Poco dopo, all'interno dello stesso negozio solitamente poco frequentato, avviene un secondo particolare incontro, questa volta con una coppia di personaggi forse meno inquietanti ma peggio intenzionati. Da questi due incontri prenderà il via una serie di eventi inspiegabili che porteranno Downer in zone mai battute di Londra popolate da individui fuori dal comune, che scaturiranno in una serie di scontri tra fazioni avverse.

Tutta la prima parte del romanzo è ben concepita, incuriosisce e spinge alla lettura, poi si perde qualche colpo per strada, la storia narrata in prima persona dallo stesso Downer in una sorta di forma diario, ha il grande pregio di immergere il lettore perfettamente nell'epoca narrata grazie all'uso di un linguaggio più che appropriato alla situazione, merito anche del lavoro del traduttore Vittorio Curtoni. Ad ogni modo dovessi averne l'occasione, qualche altra possibilità all'autore potrei anche darla, autore tra l'altro de La notte dei Morlock (1979) e di un paio di seguiti del noto Blade Runner (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) di Philip K. Dick. Mai dire mai.

martedì 15 agosto 2017

BRADI PIT 147

Per un Ferragosto proficuo... auguri di buon Ferragosto a tutti voi!


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lunedì 14 agosto 2017

THE WALKING DEAD - STAGIONE 5

Diverse trame ed eventi si susseguono nel corso di questa quinta stagione di The walking dead, annata che a dir di molti si rivela essere più un passaggio verso le successive e appassionanti stagioni che non una sequela di episodi davvero imperdibili. Onestamente posso dire di essermi goduto queste sedici puntate davvero molto, a parte un paio di episodi più lenti e meno interessanti, l'annata mi è sembrata decisamente stimolante.

Sotto i riflettori questa volta mi è parso di vedere un'attenzione particolare verso la crescita dei personaggi, più o meno tutti, con un'attenzione alla scrittura degli eventi interiori più che a quelli esterni alle persone, che comunque ci sono e come al solito si rivelano di portata sempre interessante (e "ti auguro una vita interessante" non sempre è sinonimo di buon augurio).

Rick Grimes (Andrew Lincoln), leader indiscusso del gruppo di sopravvissuti protagonista della serie, continua a fare passi verso una rabbia incontrollata e folle, mossa dal desiderio legittimo di proteggere i suoi figli e quella che è diventata ora la sua famiglia. Solo la comunità di Alexandria potrà forse placare questa discesa nelle tenebre. Suo contraltare è Glenn (Steven Yeun), personaggio che continua a maturare per divenire una sorta di coscienza per lo stesso Rick, il cuore del gruppo, mentre l'ex fragile Carol (Melissa McBride) si conferma esserne sempre più il pugno duro, la sostenitrice del "fare quel che si deve fare", per quanto spiacevole questo possa rivelarsi.

In questa stagione entra di nuovo in ballo la fede con la quale dovrà confrontarsi la new entry Gabriel (Seth Gilliam), prete codardo con un grande peso sulla coscienza. I demoni interiori provocati dalle contingenze, dal dolore e dalle perdite sono in mano, con posizioni opposte nell'affrontare i traumi, a Tyreese (Chad Coleman) e a sua sorella Sasha (Sonequa Martin-Green). Insomma, il campionario di drammi è vasto e permette di non annoiarsi mai.


Parecchi i momenti emozionanti dovuti alle perdite, ai ritrovi, ma soprattutto, ancora una volta, alle scelte prese dai vari protagonisti, alle loro reazioni alle situazioni e il loro rapporto con il senso di famiglia, di legame e comunità. Almeno tre le minacce affrontate nell'arco delle sedici puntate (zombi esclusi) che hanno reso la stagione un po' frammentata ma parecchio varia.

Diversi i nuovi personaggi inseriti, in fondo il mondo è grande e gli incontri inevitabili. Di grande interesse la riflessione su come sia difficile tornare a una vita normale dopo aver vissuto parecchio tempo immersi nell'orrore e nelle tragedie, tra sangue e perdite continue. La paura di tornare a essere deboli, l'impossibilità di riabituarsi alle frivolezze. I nostri arrivano ad Alexandria e sono una sorta di reduci all'apparenza incapaci di reinserirsi in una società organizzata.

Gli stimoli che questa serie offre sono sempre ottimi, il divertimento anche, le emozioni pure. Non resta che continuare a camminare con loro.

giovedì 10 agosto 2017

EHI, PROF!

(Teacher man di Frank McCourt, 2005)

Terzo e ultimo capitolo delle memorie di Frank McCourt, scrittore di origini irlandesi trapiantato in America nell'età dell'adolescenza; classe 1930 arriva alla scrittura e alla pubblicazione del suo primo libro (Le ceneri di Angela) solo nel 1996, all'età di sessantasei anni suonati. Leggendo Ehi prof! emergono chiari i motivi di quella che potrebbe essere stata una pluriennale titubanza, una sorta di blocco autoprocurato che ha impedito che il talento naturale di questo narratore genuino sbocciasse nel suo pieno splendore con diversi anni d'anticipo: mancanza di autostima, né più né meno. Lo spunto di riflessione che ci offre McCourt, scrittore insignito anche del premio Pulitzer, è importantissimo e in qualche modo salutare: quanti talenti mancati ci hanno privati delle loro opere e del loro genio per timore, vergogna, paura e mancanza di autostima? Impossibile rispondere al quesito, quel che è chiaro è come questo male sia diffuso, è facile rendersene conto osservando chi ci sta intorno, in una certa misura anche io ne sono affetto, e con questo non voglio dire di avere il talento di McCourt, ci mancherebbe pure (ed eccola di nuovo), eppure McCourt è lì a dimostrarci che non è mai troppo tardi per tentare una via nuova, un messaggio, con tanto di dimostrazione pratica, davvero incoraggiante.

Se ne Le ceneri di Angela la narrazione verteva sull'infanzia del piccolo Frank in Irlanda e in Che paese, l'America ci venivano raccontate le esperienze di un giovane che stava diventando uomo mentre si ambientava nel nuovo continente, Ehi, Prof! si concentra sugli anni che McCourt ha passato tra i banchi di scuola in qualità di insegnante. A questo proposito l'incipit del libro è illuminante.

Se sapessi qualcosa di Sigmund Freud e della psicoanalisi potrei far risalire tutti i miei guai alla mia infelice infanzia irlandese, che mi ha privato dell' autostima, mi ha procurato spasmi di autocommiserazione, mi ha paralizzato le emozioni, mi ha reso bisbetico, invidioso e irrispettoso dell'autorità, mi ha ritardato lo sviluppo, mi ha bloccato nelle attività con l'altro sesso, mi ha impedito di elevarmi socialmente e mi ha quasi incapacitato a vivere nel consorzio umano. È un miracolo se sono riuscito a fare l insegnante e a rimanere tale, e non posso che promuovermi a pieni voti per essere sopravvissuto a tutti quegli anni nelle aule di New York. Dovrebbero dare una medaglia a chi scampa a un'infanzia infelice e poi finisce a fare l'insegnante, e io dovrei essere il primo a riceverla, quella e tutti i nastri che ci si possono appendere per i patimenti successivi.

Pur non raggiungendo le vette inarrivabili del romanzo d'esordio, la prosa e la dialettica di McCourt continuano a essere divertenti e illuminanti allo stesso tempo. Le peripezie di un'insegnante alle prime armi, timido, convinto di non essere pronto al mestiere, leso irrimediabilmente (o quasi) nell'autostima, messo di fronte alle orde barbariche di spietati adolescenti pronti a cogliere al volo ogni segnale di debolezza da parte dell'insegnante col fermo intento di mangiarselo per colazione. Per fortuna col tempo le cose miglioreranno, l'insegnante aiuterà i ragazzi ma soprattutto i ragazzi aiuteranno l'insegnante a farsi uomo, a divenire anche lo scrittore di successo che McCourt è stato. Un dare e ricevere fatto di tanta pazienza, chiacchiere e racconti lontanissimi dai programmi ministeriali, audaci tattiche d'insegnamento e lezioni bislacche.

Ancora una volta McCourt, narrando semplicemente il vissuto di un uomo comune poco straordinario, lascia qualcosa al lettore, un po' come probabilmente ha fatto nel corso degli anni con quei ragazzi che hanno avuto la fortuna di trovarsi assegnati a una delle sue classi. Purtroppo le memorie dell'autore si fermano qui, McCourt ci ha lasciati nel 2009 all'età di settantanove anni.

Frank McCourt

ORWELL 1984

(Nineteen Eighty-Four di Michael Radford, 1984)

La via scelta da Michael Radford per portare sullo schermo il famosissimo 1984 di George Orwell è quella dell'adesione totale ai fatti del libro; Orwell 1984 si rivela infatti una trasposizione del tutto fedele del romanzo dello scrittore britannico. Ma il rispetto per l'opera originaria non si ferma qui; il film esce infatti proprio nell'anno 1984, alcune scene sono state girate esattamente nei giorni in cui erano ambientate nel libro, un'accuratezza maniacale che si evince anche nelle scelte di stile di carattere estetico che si sono fatte per portare questa fantastica distopia al cinema.

L'impianto visivo si affranca dall'utilizzo di grandi effetti speciali, anche l'aspetto scenografico dei luoghi rifugge l'immaginario futuribile, mettendo in scena un più realistico e narrativamente accurato ambiente post-bellico. Si centra bene la sensazione di degrado e squallore di una civiltà basata su un lavoro disumanizzante e sull'assenza pressoché totale di democrazia e libero arbitrio, con un popolo devoto al partito di potere: l'Ingsoc.

Il potere costituito utilizza in maniera massiva i mezzi più abietti per preservare lo status quo, revisionando continuamente i fatti storici, cancellandoli e riscrivendoli nei giornali, negli archivi, nei notiziari, arrivando a costituire anno dopo anno nuovi vocabolari nei quali le parole diventano sempre di meno e concetti fondamentali vengono banditi dall'uso comune; spariscono così parole quali democrazia, dissenso, onore. I cittadini che hanno un posto attivo nella società vengono così mentalmente resettati, asserviti al partito, solo i proletari che vivono ai margini della società, nel più completo abbandono, conservano barlumi di quella che alla lontana potrebbe sembrare libertà. Il Grande Fratello controlla tutto, lascia sfogare i cittadini in momenti adibiti alla manifestazione della rabbia per meglio mantenerli nella più totale apatia il resto del tempo, li controlla a casa e a lavoro, per qualcuno, non molti a dire il vero, l'unico luogo di libertà rimane l'interno della propria testa, almeno per chi è riuscito a mantenere traccia di pensiero razionale.


Uno di questi è Winston Smith (John Hurt), integrato nella società del lavoro ma segretamente schifato da ciò che la società è divenuta, una società che condanna i rapporti familiari, le relazioni, il sesso. A spingerlo fuori dagli schemi sarà l'incontro con l'altrettanto insoddisfatta Julia (Suzanna Hamilton), una giovane in cerca della vita vera. Ma trasgredire in una società dove tutto è controllato, tutto è disumanamente punito, non è facile.

Il film si rivela una trasposizione diligente, ben centrata visivamente, paga l'essersi presa la grandissima responsabilità di voler adattare quello che è a tutti gli effetti uno dei massimi capolavori della letteratura moderna. L'operazione nel suo complesso risulta riuscita, mi permetto però di dire che a livello emotivo il film suscita un decimo dell'angoscia e delle sensazioni mosse dall'opera di Orwell. L'impresa era improba, titanica, tutti ce l'hanno messa tutta, John Hurt e la Hamilton centrano bene i rispettivi personaggi, è tutto il contesto che avrebbe avuto bisogno di ben altro per colpire nel segno come in precedenza avevano fatto le parole sulla carta. A conti fatti sono però più che convinto che in nessun modo sarebbe stato possibile. Leggetevi il libro.

lunedì 7 agosto 2017

BRADI PIT 146

All in all you're just another brick in the wall


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domenica 6 agosto 2017

IL CLAN DEI SICILIANI

(Le clan des siciliens di Henri Verneuil, 1969)

Quello de Il clan dei siciliani era probabilmente un successo annunciato per il regista Henri Verneuil. Non è affare da tutti i giorni avere a disposizione per un proprio film quella che potrebbe essere definita la santissima trinità del polar: il decano Jean Gabin, la sicurezza granitica di Lino Ventura e l'astro luminoso che va sotto il nome di Alain Delon; probabilmente sarebbe riuscito a tirarne fuori un buon film anche il tanto vituperato Ed Wood, il peggior regista della storia del Cinema. Non tralasciamo poi il contributo importante di Leopoldo Trieste ma soprattutto quello fondamentale di un Amedeo Nazzari assolutamente all'altezza di siffatta compagnia.

Il regista francese di origini armene riesce inoltre a infondere alla pellicola, al suo ritmo e alla costruzione della trama, un respiro internazionale che oltre a connotare sicuramente Il clan dei siciliani come prodotto d'oltralpe, lo rende molto appetibile e vicino a qualsiasi pubblico e qualsiasi mercato. In questo è aiutato dagli splendidi esterni che mostrano i protagonisti sulla scena dei migliori scorci parigini, romani e finanche newyorkesi.

Il film mostra alcune sequenze per l'epoca certamente ben riuscite e spettacolari con una sensibilità tanto cara al Cinema americano, ma non dimentica di connotare i personaggi, porre attenzione alla trama e alla giusta scansione degli eventi evitando di bruciare le tappe, come invece piace al Cinema europeo e a quello francese in particolare. Un perfetto compromesso tra scuole diverse che si rivela un decisivo valore aggiunto per la pellicola.

Gabin. Delon. Ventura. Il Cinema francese di quegli anni aveva al suo arco certamente altri nomi celebri, Belmondo per citarne uno, ma credo che per un film di genere davvero non si potesse chiedere di più. Gabin è Vittorio Malanese, patriarca impassibile e deciso del clan dei siciliani, attende di chiudere ancora qualche buon colpo per comprare altre terre nella natia Sicilia. Al culmine di una carriera malavitosa in Francia che gli ha garantito benessere e sicurezza, nascosta dietro una facciata rispettabile, è ancora mosso da sentimenti di rivalsa verso il suo paese d'origine dal quale scappò in gioventù tra la miseria più nera. Delon è Roger Sartet, appena evaso grazie alla famiglia dei Malanese, giovane dal grilletto facile e personalità imp(r)udente, è l'uomo con l'occasione giusta, alla ricerca di un'organizzazione capace di sostenerlo (e perché no, anche di una donna). Ventura è l'antagonista, il commissario Le Goff, quello che non molla e che della cattura di Sartet ne fa ormai una questione personale.


Ottimo film proveniente da un'altra epoca, se non si può considerare un capolavoro all'altezza di film come I senza nome per esempio, Il clan dei siciliani assolve in maniera egregia al compito di intrattenere al meglio lo spettatore con una storia appassionante, parecchie sequenze davvero ben riuscite e sfruttando il talento di attori perfetti, volti senza un'espressione fuori posto, una battuta scialba o un gesto di troppo.

Alle musiche il maestro Morricone che una volta di più contribuisce con la sua arte alla buona riuscita di un progetto, il soggetto è di Auguste Le Breton, scrittore che con il suo libro d'esordio (Rififi, 1953) diede vita al romanzo malavitoso francese, libro che per altro mi sento di consigliare vivamente a tutti. Insomma, se non era un successo annunciato questo...

sabato 5 agosto 2017

CLERKS - COMMESSI

(Clerks di Kevin Smith, 1994)

Ancora oggi, a ventitré anni dal suo esordio cinematografico, Kevin Smith viene idealmente associato al Cinema indipendente degli esordi e viene apprezzato dai più informati per le sue sortite in qualità di sceneggiatore nel mondo del fumetto, mezzo artistico amatissimo da Smith (ottimo ad esempio il suo ciclo su Daredevil conosciuto come Diavolo custode).

Clerks è il primo film girato dal regista, realizzato in bianco e nero con meno di trentamila dollari metà dei quali usati per acquisire i diritti per l'utilizzo dei brani in colonna sonora (soldi racimolati vendendo la sua mastodontica collezione di fumetti, impiegando i risparmi destinati agli studi e attingendo a svariate altre fonti), la pellicola si rivelerà nel tempo un vero e proprio cult che permise al regista di incassare più di 3 milioni di dollari, aprire la sua casa di produzione View Askew Production e dar vita al View Askewniverse, universo narrativo all'interno del quale ciondolano i personaggi creati via via da Smith nel corso di alcuni dei suoi film. Non male per un semplice commesso impiegato al Quick Stop Groceries di Middletown, New Jersey.

Si dice che per creare una buona opera di finzione si debba scrivere di quel che si conosce, così Smith gira e ambienta il suo film all'interno del Quick Stop, i protagonisti sono dei commessi come lui e la varia umanità che circola all'interno e fuori dal negozio. Dante (Brian O'Halloran) è il commesso dal carattere remissivo del Quick Stop, alla porta accanto lavora il suo amico Randal (Jeff Anderson), impiegato in un negozio di videonoleggio. Fuori dal negozio, tra l'andirivieni dei clienti, sostano i due piccoli spacciatori Jay (Jason Mewes) e Silent Bob (lo stesso Kevin Smith), Clerks racconta la giornata di questi personaggi tutto sommato campioni dell'ordinario, le loro fisse, i loro discorsi ma soprattutto la loro stralunata quotidianità.

Randal e Dante

Quello che colpisce di Clerks è l'approccio realistico e allo stesso tempo demente di raccontare ragazzi comuni, con lavori noiosi, ingabbiati in realtà quotidiane che appagano solo quando si riesce finalmente ad accettare quello che si è e quello che la vita ci offre, ad andare oltre il miraggio di vite di successo e lavori importanti che in fondo non fanno altro che trasformare un comune coglione in un comune coglione con il portafogli pieno. Dante è quello insoddisfatto di tutto ma che non ha il coraggio (e forse neanche vero interesse) di dare una svolta decisa alla sua vita, subisce le prepotenze di un titolare invisibile ed è indeciso anche nelle relazioni sentimentali, in bilico tra l'attuale fidanzata Veronica (Marilyn Ghigliotti), compagna premurosa ed ex suchiacazzi da competizione, e il ritorno di fiamma per la ragazza del liceo Caitlin (Lisa Spoonhauer), destinata a sposare un architetto asiatico. Randal invece se ne frega di tutto, se ne frega del negozio, dei clienti, di quel che pensa la gente e alla fine è lui ad aver trovato una sorta di equilibrio con sé stesso. Jay parla anche troppo, Silent Bob sta zitto ma è a lui che si deve la grande verità della pellicola: "da' retta, il mondo è pieno di belle donne, ma non tutte ti portano le lasagne al lavoro, più che altro ti fanno le corna e basta".


Lo stile di Smith regista è ancora povero, è nei dialoghi che viene fuori il genio di pellicole come questa, zeppa dall'inizio alla fine del più volgare turpiloquio ma priva di reali scene violente o disturbanti. Il linguaggio di Randal e di Jay sembra uscito dalla bocca dei migliori tamarri di periferia, i dialoghi tra i personaggi sono al limite tra ridicolo e surreale (pensiamo a quello sull'opportunità di far saltare per aria la Morte Nera in Star Wars con tutto il personale autonomo che ci lavorava dentro), alcune situazioni non sono da meno. È una commedia che non manca di far ridere Clerks, al tempo della sua uscita sfoggiava un piglio fresco e abbastanza nuovo, tanto da valergli anche un premio della critica al Festival di Cannes. La suddivisione in brevi capitoli funziona, la passerella di clienti fuori di testa anche, bisogna sopportare bene le volgarità, a questa condizione con l'esordio di Kevin Smith ci si può divertire davvero parecchio.

Come dicevamo il film è diventato un cult, ha incassato bene e Kevin Smith è riuscito con i soldi guadagnati a ricomprarsi l'intera sua collezione di fumetti. Meno male, avevamo temuto per il peggio.

Jay e Silent Bob

venerdì 4 agosto 2017

SPIDER-MAN: HOMECOMING

(di Jon Watts, 2017)

Lo Spider-Man, come dicono nel film, torna a casa, più che altro metaforicamente con il rientro del personaggio all'interno del Marvel Cinematic Universe grazie all'accordo stipulato tra Sony Pictures (detentrice dei diritti di sfruttamento cinematografico del personaggio) e i Marvel Studios, mossa intelligente che ha accontentato pressoché tutti i fan e che in soldoni si tradurrà in lauti guadagni sia per Sony che per la Marvel, insomma... contenti tutti.

Ancora una volta i creativi di casa Marvel fanno centro (tigrotto), rebootano il personaggio presentando un Peter Parker davvero giovane grazie al volto perfetto per il ruolo di Tom Holland (ventenne) esplorando più che il classico motto da grandi poteri derivano grandi responsabilità (comunque giustamente presente), la crescita di un ragazzo in un'età già di per sé difficile che si trova a dover fare i conti con superpoteri, la ragazza dei sogni, le prese in giro dei coetanei, la zia apprensiva (ma sexy), l'amico chiacchierone, la gestione della doppia identità, l'ansia da prestazione (supereroica), brutte sorprese, Tony Stark (Robert Downey Jr) e altro ancora. Roba da far andare ai matti chiunque.

L'approccio è molto fresco e divertente, tutto l'impianto scolastico con tanto di compagni e lezioni, insieme agli sforzi per tenere nascosta la propria identità (ma che cazz...), ricordano molto lo Spider-Man di Lee e Ditko, ripulito forse da qualche angoscia e qualche senso di colpa di troppo, ripescando anche alcuni dei villain più classici creati sulle pagine di Amazing Spider-Man come L'Avvoltoio (Michael Keaton), Shocker (Bookem Woodbine e Logan Marshall-Greene), il Riparatore (Michael Chernus) e in nuce lo Scorpione (Michael Mando) che probabilmente rivedremo in un prossimo futuro. Lo spirito del personaggio c'è tutto, se si vuole avanzare una critica, critica da Marvel fan di vecchissima data, si potrebbe obiettare che il rimescolamento del politically correct per accontentare tutte le razze e minoranze, oltre ad essere pratica ormai sdoganata e d'uso comune, ad altro non serve che a snaturare un poco personaggi che, se poco approfonditi come nel caso di Flash Thompson (Tony Revolori) ad esempio, grazie a una scarsa attinenza all'originale finiscono per non attecchire nel cuore dei vecchi fan della saga (ma sappiamo anche che ormai non sono più solo loro il target da accontentare). A ogni modo questa è una pratica che a me personalmente non piace (con alcune dovute eccezioni).


Allo stesso modo avevo preferito la scelta di Raimi di presentare una Zia May simile a quella dei fumetti, certo la Marisa Tomei è sicuramente una visione più appagante rispetto all'attempata Rosemary Harris, anagraficamente anche più plausibile se vogliamo, ma la Zia May sexy anche no.

Lamentele sterili a parte Homecoming è un bel film, divertente, perfetto anche per pre-adolescenti e in genere per i bambini, integrato perfettamente nel MCU grazie alla trovata geniale di riassumere gli eventi di Civil War (primo film dei Marvel Studios dove appare questo Spider-Man) attraverso un filmino amatoriale girato dallo stesso Peter che a tutti gli effetti fa la figura del ragazzino nerd sfigato ma entusiasta, precipitato in un mondo fighissimo molto più grande di lui, attitudine giusta che resta viva per tutta la durata del film.

Almeno un buon colpo di scena ben assestato, tanta azione, un costumino che se per tutta la tecnologia di cui è dotato non ci piace, visivamente (piedi a parte) cattura il look primigenio dell'eroe, qui troppo hi-tech ma dal giusto impatto visivo. Una bella prova per Jon Watts al quale forse non si poteva chiedere di più se non di avere un occhio maggiormente rivolto al classico, ma davvero va bene così in attesa del prossimo Thor, unico personaggio nel MCU ad avermi finora convinto davvero poco.

mercoledì 2 agosto 2017

DOCTOR WHO - STAGIONE 10

E così, puntata dopo puntata, siamo arrivati al tramonto (o quasi) dell'era Capaldi; con il prossimo Christmas Special ci sarà una nuova rigenerazione, ormai lo sanno anche i muri, il nuovo Dottore sarà in realtà una Dottoressa, per la prima volta dal 1963 il ruolo del Timelord sarà interpretato da una donna, l'attrice britannica Jodie Whittaker.

Qualche indizio probabilmente è stato già lanciato nelle ultime puntate di questa decima stagione con diversi scambi di battute su generi e maschilismo tra il Dottore e la sua companion (lesbica) Bill Potts (Pearl Mackie).

Questa decima annata si è concretizzata in una buona stagione, la versione Capaldi del personaggio raggiunge la sua piena maturità, nonostante la bravura di un attore di razza però non ci sono stati quei picchi qualitativi che si attendevano in virtù dello splendido finale della stagione precedente. Probabilmente non si è riuscita a creare quella giusta alchimia tra sceneggiature, interpreti, emozioni e via discorrendo, indispensabile a far emergere il serial in maniera forte da quello che è comunque stato un buono standard medio.

Le puntate funzionano bene, il dodicesimo Dottore si ritaglia il ruolo di Dottore morale, l'incarnazione che più di tutte è riuscita a mettere noi, razza umana, di fronte ai nostri gravissimi sbagli, quella che più di tutte ci ha invitato a riflettere, ci ha spronati a cambiare in meglio, quella che si è impegnata fino all'ultimo a stare dalla parte del gesto pietoso, altruista, disinteressato. Capaldi è stato il Dottore del gesto gentile, nonostante il suo fare solitario, scontroso e a volte anche scorbutico (aspetti smussati nel corso del tempo). E comunque, anche alla luce di tutti gli aspetti positivi e della bravura dell'attore, la run che ha visto Capaldi protagonista rimane a mio avviso la meno coinvolgente tra quelle dell'epoca moderna di Doctor Who (nome sul quale si gioca molto in una delle puntate di stagione).


Ben venga quindi il taglio netto, il cambio di showrunner, l'arrivo del primo Dottore donna, nuova linfa è necessaria per il rilancio in grande stile del serial, che rigenerazione sia! Intanto si partirà già a Natale con l'incontro tra l'attuale Dottore e la sua prima incarnazione, speriamo di vederne delle belle.

Nell'annata passata invece abbiamo potuto affezionarci a questa nuova companion, sveglia, entusiasta, sentimentale ma anche più timida e contenuta delle sue precedenti colleghe, abbiamo avuto ancora Nardole (Matt Lucas), personaggio che personalmente non mi mancherà troppo, ma sopratutto abbiamo assistito all'evoluzione di Missy (Michelle Gomez), nodo centrale dell'intera stagione che si risolverà nel doppio e coinvolgente episodio finale che vedrà anche il ritorno dei temutissimi Cybermen. A conti fatti non ci possiamo lamentare, questa decima è stata una buona stagione durante la quale tutti avevano probabilmente in testa i numerosi cambi di testimone a venire. Aspetto con trepidazione l'evolversi degli eventi certo che il buon Dottore alla fine riuscirà a non deluderci.

lunedì 31 luglio 2017

BRADI PIT 145

Sempre il solito...


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mercoledì 19 luglio 2017

BRADI PIT 144

È tornato per restare... ma dove cazzo è...???


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lunedì 17 luglio 2017

PETS - VITA DA ANIMALI

(The secret life of pets di Chris Renaud e Yarrow Cheney, 2016)

Il battage pubblicitario legato al lancio di Pets - Vita da animali nelle sale cinematografiche e i relativi trailer di promozione al film, avevano lasciato intendere di trovarsi di fronte a un prodotto un poco diverso da quello che alla fine questo Pets si è rivelato essere. In aggiunta, le critiche di conoscenti e amici che erano riusciti a vedere il film al cinema avevano smorzato ogni mio entusiasmo. Quello che mi aspettavo era un film basato sulle gag, molte delle quali bruciate in anticipo proprio dai trailer; Pets invece si è rivelato un film d'animazione che propone i suoi temi e una sua storia, magari derivativa (chi ha detto Toy Story?), poco originale, sicuramente per nulla innovativa, ma che a conti fatti assolve al suo compito di intrattenere per un'oretta e mezza grandi e piccini senza annoiarli particolarmente (e questo è già qualcosa). Alla fine a noi non è nemmeno dispiaciuto.

L'idea di base è quella di mostrare al pubblico cosa fanno i più disparati animali domestici quando vengono lasciati soli a casa dai loro padroni impegnati in interminabili giornate lavorative, un po' quello che appunto accadeva ai giocattoli di Toy Story quando i bimbi andavano a scuola o all'asilo. Oltre a mettere in scena le situazioni più assurde ed esilaranti (quelle che tutti hanno visto nei trailer) tutti questi animali creano una piccola comunità che nel corso del film si rivelerà tanto affezionata ai rispettivi padroni quanto unita in un'amicizia interspecie che potrebbe insegnare qualcosa a qualcuno.

Max (cane) vive a New York con la sua padrona Katie (donna umana) che un bel dì porta a casa un nuovo inquilino, l'enorme e peloso Duke (cane). I due si guardano di traverso, in cagnesco verrebbe da dire ma sarebbe troppo facile, questa situazione, evento dopo evento farà sì che i due si smarriscano e non riescano più a tornare a casa. In una ridda di incontri con gli animali più strambi nei luoghi più impensabili, inizia un'avventura per tornare a casa per i due cani che non potranno fare a meno di fraternizzare tra loro, e una ricerca degli stessi da parte di un ben assortito gruppo di amici: Gidget (cagna) innamorata di Max, Chloe (gatta), Mel (cane), Buddy (cane), Tiberius (falco), Nonnotto (cane), Pisellino (uccello) e Leonardo (cane). C'è anche un criceto che non ricordo come si chiama.


La prima parte del film è dedicata alle scene divertenti e alla presentazione dei protagonisti, con un'attenzione particolare al momento del distacco, quando gli amici animali vengono lasciati soli a casa. Poi c'è lo sviluppo della trama che scorre risaputo (con qualche vetta nella scena psichedelica delle salsicce) ma che intrattiene e diverte il giusto, allietato da incontri con quelli che sembrerebbero avversari come il tenero (?) Ne(r)vosetto (coniglietto) alla guida di un nutrito manipolo di animali rivoluzionari (contro l'addomesticamento) tra i quali spicca il duro Tatuaggio (maiale). Nel finale si gioca con i vezzi e con le strane abitudini che i padroni hanno verso i loro amati compagni di vita. A far da cornice al tutto una splendida e colorata versione di New York.

Accattivante anche graficamente, con un design dei personaggi semplice ma ben realizzato, Pets è il classico prodotto per famiglie, carino, con le sue brave scene d'azione, con passaggi divertenti e alcuni più commoventi (ma nemmeno troppo). Prodotti come questo rischiano di perdersi nel mare della produzione d'animazione ormai davvero ampia e che offre episodi decisamente più riusciti e sorprendenti di questo, allora diventa importante giocarsi bene la carta della promozione e i tipi della Illumination in questo sono stati davvero bravi.

sabato 15 luglio 2017

GIOCHI STELLARI

(The last starfighter di Nick Castle, 1984)

Giochi stellari è per me uno di quei film ascrivibili al filone nostalgia, uno di quei prodotti pensati, scritti e realizzati principalmente per bambini e adolescenti degli anni 80 (con qualche capatina nei 90) che tanto hanno segnato il nostro immaginario fantastico di quel periodo. Tra i vari film di questo genere sfornati in quegli anni, indubbiamente restano vivi i grandi titoli come I Goonies, Ghostbusters o Ritorno al futuro, ma ci sono anche quelle che potremmo definire le seconde linee, film che non sono riusciti a rimanere grandi nel tempo come quelli sopra citati ma che ancora vengono ricordati con affetto da chi era un pischello all'epoca della loro uscita in sala.

Se i capostipiti, film come E.T. ad esempio, mantengono immutata nel tempo la loro potenza emotiva, per altre pellicole il passare degli anni è stato impietoso e una visione odierna di talune di queste risulta oggi sicuramente ridimensionata negli entusiasmi se non proprio difficoltosa o noiosa, e penso a film come Piramide di paura o proprio a questo Giochi stellari che nei miei ricordi di bambino occupavano posti di tutto rispetto.

Giochi stellari, che nel titolo italiano cita un po' WarGames - Giochi di guerra e un po' il ben più celebre Guerre Stellari, vanta alla sua base una bella idea e un potenziale sviluppo che avrebbe potuto essere sfruttato decisamente meglio. Invece la trama si svolge in maniera fin troppo semplice e lineare e il film a oggi paga l'invecchiamento esagerato di effetti speciali allora all'avanguardia. Siamo infatti agli albori dell'epoca digitale, probabilmente nel 1984 le battaglie spaziali di Giochi Stellari, realizzate qui per la prima volta completamente in digitale, ci saranno sembrate delle meraviglie insuperabili, quella semplicissima grafica computerizzata aveva probabilmente l'odore di prodigio. Molto più delle ingenue manifatture in cartapesta di altri film, questi effetti appaiono oggi inguardabili e irricevibili. Giochi stellari, oltre a non essere obiettivamente un gran film, è semplicemente invecchiato male. Rimane il merito di aver proposto soluzioni all'epoca innovative e mai viste prima, se non nel Tron del 1982.


Alex Rogan (Lance Guest) è un giovane che vive insieme alla madre (Barbara Bosson) e al piccolo fratellino (Chris Hebert) in un campo di roulotte, sogna di trasferirsi in una grande città insieme alla sua amata Maggie (Catherine Mary Stewart) e cambiare vita. Le sue giornate passano prevalentemente tra una riparazione e l'altra e tra decine e decine di partite al coin up Starfighter, il cui scopo è quello di distruggere una flotta di astronavi aliene nemiche. Il videogioco è però all'insaputa di tutti un tester per reclutare nuovi Starfighters che possano aiutare la Lega Stellare a sconfiggere il malvagio despota Xur (Norman Snow). Non appena Alex batterà il record del gioco verrà contattato dall'alieno Centauri (Robert Preston) che lo condurrà verso la sua nuova vita tra le stelle.


Buona tutta la preparazione all'arrivo del fantastico con la presentazione della comunità in cui vive Alex, la famiglia, le aspirazioni del giovane e l'attrazione per la bella ragazza americana Maggie, alcune sequenze sono invece forzatissime, come quella dell'intera comunità in tripudio nel momento in cui Alex batte il record del videogioco (ma chi se ne fotte...). Poi arriva la parte fantascientifica con l'ingresso nella storia di Centauri, interpretato da Robert Preston, unico attore degno di menzione dell'intero film, a bordo di una sorta di sfigatissima DeLorean spaziale in anticipo sui tempi. Carini alcuni costumi, ridicola la resa di quello che dovrebbe essere un malvagio impero alieno d'invasione che invece sembra la rappresentazione macchiettistica di una comitiva di decerebrati in gita premio. La trama è risibile nel suo sviluppo, qualitativamente un'occasione un po' sprecata che però all'epoca si rivelò un ottimo successo commerciale. A me piacque parecchio, oggi decisamente meno, in ogni caso rimarrà nel novero dei film da ricordare comunque con immutato affetto.

martedì 11 luglio 2017

STARK

(di Edward Bunker, 2006)

Stark è uno dei due romanzi di Edward Bunker pubblicati postumi, esce nel 2006, anno successivo alla morte dello scrittore, e ancora una volta ci troviamo di fronte a un romanzo criminale. In realtà Stark è più una novella criminale a dirla tutta, un libro breve che ha un sapore lievemente diverso da quello di alcuni dei suoi illustri predecessori. Leggendo infatti opere come Litte Boy Blue, Come una bestia feroce o Animal Factory, si aveva la chiara impressione di venir calati dentro narrazioni ad alto tasso di realtà, cosa che effettivamente avveniva in quanto la vita difficile e sregolata dello scrittore era molto spesso alla base delle vicende narrate nei suddetti romanzi. Nell'incedere della narrazione non si percepiva quasi mai la presenza di un'afflato finzionale, la mano dell'autore sembrava condurci in luoghi duri, da noi molto lontani ma comunque palpabilmente molto, molto reali, caratteristica questa difficilmente riscontrabile in opere di scrittori anche molto gettonati e dediti a generi affini a quelli trattati da Edward Bunker.

Stark sembra avere un taglio un poco diverso, come sottolinea anche la moglie di Bunker, Jennifer Steele, nella postfazione al libro, Stark è uno dei primi scritti dello scrittore, rimasto in un cassetto fino alla sua morte, tornato alla luce grazie all'interessamento dell'agente letterario Nat Sobel. Lo stile di Bunker probabilmente ancora non era definito, lo scritto era poco autobiografico, il tipo di personaggio narrato (un truffatore) non troppo amato dal suo stesso creatore, fatto sta che questa volta ci si trova di fronte a un libro che si percepisce essere puramente finzionale, diverso dalle altre opere dello scrittore. Non che in questo ci sia qualcosa di male, anzi, Stark è un bel libro, scritto benissimo e che si legge tutto d'un fiato, coinvolgente e divertente. Non il solito Bunker, davvero buono ma certamente non il migliore. Comunque ad avercene.

Ernie Stark non era la persona più perbene sulla Terra. Chiedetelo agli amici. Sempre che li avesse. Era un imbroglione di mezza tacca che sognava costantemente di fare il colpo grosso. Quello che lo avrebbe fatto vivere da gran signore. Ma il più delle volte restava fregato. Se non dal pollo di turno, dalla polizia.

Nelle prime quattro righe del romanzo c'è la perfetta descrizione del suo protagonista, un truffatore tossicodipendente in libertà, tenuto stretto al guinzaglio dal detective Crowley, intenzionato a usarlo come informatore per arrivare ai fornitori di un giro grosso di droga che ha come piccolo distributore l'hawaiano Momo Mendoza. Mentre Crowley non si fà scrupolo nel mettere in pericolo l'integrità di Stark nell'ambiente della mala, quest'ultimo deve destreggiarsi per guadagnarsi la fiducia di Momo e non destare troppi sospetti nel suo diffidente guardaspalle muto, il minaccioso e ben piazzato Dummy, con il quale Stark condivise in passato l'ospitalità nelle patrie galere. È dura tenere in contemporanea a bada la scimmia della tossicodipendenza, il desiderio per Dorie, la ragazza di Momo, i sospetti di Dummy e le pretese di Crowley, cercando allo stesso tempo di entrare nel giro grosso, un po' per allentare la presa della polizia, un po' nella speranza di riuscire davvero a svoltare una volta per tutte fregando magari quanta più gente possibile. Tra un inganno e l'altro Stark ci proverà, lasciandosi alle spalle una cospicua scia di guai e cadaveri.

Libro molto cinematografico, una storia che sarebbe perfetta per una buona trasposizione per il grande schermo, non per nulla Edward Bunker ha firmato nell'arco della sua carriera anche diverse sceneggiature (Vigilato speciale, A 30 secondi dalla fine, Animal Factory) e ha collaborato come consulente al film capolavoro di Michael Mann: Heat - La sfida. Magari non troppo rappresentativo di quel che è stato il Bunker scrittore ma Stark rimane comunque una lettura consigliata.

Edward Bunker in Le iene (Mr. Blue)

mercoledì 5 luglio 2017

SETTEFOLLI

(di Marcello Ciorciolini, 1982)

Assolo anarchico in cornice povera. Settefolli è un one man show del comico demenziale Giorgio Bracardi che qui inanella un fuoco di fila di gag, personaggi e tormentoni del suo repertorio all'interno di un progetto di poco meno di un'ora di durata nato per il programma televisivo Che fai, ridi? nell'ormai lontano 1982.

Nel piccolo paese di Settefolli, sito nell'Appennino Tosco-Amatriciano, gravitano una serie di personaggi fuori dal comune, tutti interpretati da Bracardi stesso, che sono la personificazione di alcuni macchiettistici caratteri ascrivibili alla più becera e stramba produzione del nostro Belpaese, stereotipi forzati e caricati all'inverosimile allo scopo di strappare la risata al pubblico, giocando con il grottesco, le fissazioni, le partigianerie politiche e la demenzialità dei vari personaggi di volta in volta messi in scena dall'attore romano.

Nonostante il taglio da documentario che vorrebbe descrivere una giornata tipo dei cittadini del piccolo comune, persone dalle strane abitudini e dai modi gentili, quello che rimane è un'antologia di sketch e personaggi di qualità per forza di cose altalenante, poveri sono i mezzi così come non offrono spunti d'interesse regia, fotografia e via discorrendo, in fondo lo scopo non era quello di confezionare un bel film quanto quello di offrire una vetrina spaziosa alla comicità di Bracardi, in questo la missione è completamente riuscita.

Si avvicendano quindi il folle che in piena notte vaga per la cittadina urlando a squarciagola il nome di "Patrooooocloooo!!!", il pastore suo degno compare alla sempiterna ricerca de li pecuri ormai irrimediabilmente smarrite e il saggio del villaggio portatore sano di banalità assortite. Questi primi personaggi si reggono sulla ripetizione, sulla comparsata multipla, sul mero disturbo demenziale, semplicissimi e proprio per questo capaci di strappare sempre una risata. Già più strutturati invece sono il professore e Sindaco di Settefolli, nostalgico del Risorgimento Italiano ed esasperato dalla dilagante ignoranza dei compaesani (e un po' bestia pure lui) e il dj della radio del paese, personaggio assolutamente trascurabile. Più interessanti e divertenti, almeno a mio modo di vedere, il macellaio, fascistone dichiarato sempre pronto ad esaltare la figura del Duce, ma soprattutto il pianista e il farmacista.


Il primo rappresenta l'élite musicale d'avanguardia in esibizioni composte di strane sonorità, smorfie, faccette e gestualità assortite, con tanto di sputazzo sul pubblico a spregio della loro ignoranza, personaggio effettivamente irresistibile ma non ancora al livello del farmacista che ha conquistato la mia preferenza assoluta, un surrogato del medico del paese per il quale il rimedio a ogni malanno è una sana dose di purgante e quindi, di conseguenza, una liberatoria e sonora cacata, umorismo scatologico che nell'interpretazione di Bracardi, ve lo garantisco, diventa irresistibile.

La scelta intelligente di contenere la durata di un'esperimento che non poteva reggersi su un minutaggio più elevato, nonostante i cali d'interesse che pure ci sono, rende la visione di Settefolli comunque piacevole, un buon recupero per scoprire anche un modo di fare televisione che oggi non si usa più.

lunedì 3 luglio 2017

UNDERWORLD

(di Don DeLillo, 1997)

Tutta la storia della palla da baseball è un espediente di scarsissima rilevanza, non state a pensarci più di tanto, Underworld è molto altro. Resta ora da capire cosa sia di preciso, dilemma non così semplice da risolvere. Approfondiamo. Don DeLillo, con lo scopo di raccontarci frammenti di storia personale di alcuni personaggi presenti in Underworld, lega questi ultimi al possesso di una famosa palla da baseball, quella che segnò il punto della vittoria nella finale delle World Series del 1951 giocatasi tra i New York Giants e i Brooklyn Dodgers. Tutto ciò è un mero pretesto che ha colpito l'attenzione di critici e lettori, il libro si sarebbe tenuto in piedi benissimo senza il passaggio di mano in mano della suddetta palla, che tra l'altro neanche lontanamente entra in possesso di tutti i protagonisti di questo libro monumentale. Finanche i personaggi presenti nella storia sono una sorta di pretesto, certo mille volte più significativi e importanti di quella palla, per raccontare le svolte (o probabilmente la deriva, giusto per avvicinarsi al sentire dell'autore) di un intero Paese, un'America ormai priva di direzione e valori, se non quelli chiaramente vacui e sbagliati del capitale, dello status sociale, dell'apparenza a scapito di un qualcosa di più sostanziale e concreto che in tempi ormai passati era ben presente nella società statunitense, una disgregazione a favore dell'individualismo spinto al posto di un senso di appartenenza, comunitario, dettato anche da motivazioni poco felici e preoccupanti come potevano essere quelle mosse dalla paura della bomba in un clima di esasperata Guerra Fredda.

Quello che traspare dalle pagine di Underworld è un sentimento di decadenza inevitabile, almeno io l'ho percepito così, uno scontento per una direzione intrapresa dall'America ormai irreversibile, messa in pagina nero su bianco tramite tanti piccoli frammenti di vicende personali, spalmate nell'arco di decenni, dai 50 ai 90 del secolo scorso, descritte da DeLillo con una prosa da grande maestro, una sorta di puzzle che tra rimandi e salti temporali ricostruisce atmosfere, sensazioni, paure, sentimenti più che vere e proprie storie. Senza nasconderci dietro un dito diciamo pure che la lettura di Underworld è impegnativa e difficoltosa, per quanto sia fuor di dubbio che ci si trovi di fronte a un'opera maestosa e meritoria, il libro non va affrontato con leggerezza, è necessario trovarsi in una situazione mentale ottimale per intraprendere l'impresa, non tanto per la mole dello scritto (880 pp. fitte) quanto per la sua frammentarietà e per la mancanza di scorrevolezza, non il classico libro che si legge tutto d'un fiato. Eppure DeLillo è maledettamente bravo, le prime cinquantaquattro pagine presentano la migliore descrizione di un evento sportivo che mi sia mai capitato di leggere, roba da far correre a nascondersi in un cantuccio anche il Nick Hornby di Febbre a 90°, lettura da non mancare per ogni appassionato di sport. La struttura adottata dallo scrittore nella scansione delle varie vicende che vanno a comporre Underworld, dà l'impressione che nelle quasi novecento pagine del libro ci sia l'intera storia recente dell'America, tutta, in tutti suoi aspetti, nonostante gli eventi storici narrati non siano moltissimi e sicuramente non occupino un ruolo di primo piano, qui non parliamo solo di fatti ma soprattutto di idee, percezione, mentalità, sensibilità, una mistura costitutiva difficile da spiegare a parole, bisognerebbe provare a leggere l'opera per comprenderne appieno stile e portata. Leggendo Underworld mi è venuto in mente il lavoro di Ellroy, il suo narrare un'ipotetica storia d'America attraverso i suoi aspetti più criminosi e sotterranei, DeLillo fa la stessa cosa utilizzando però concetti e materia più astratta, impalpabile ma altrettanto ficcante e significativa, forse ancor di più in quanto più universale e partecipata.

I temi ricorrenti sono molti e i più disparati, dettati dall'ampio spettro di situazioni, epoche, etnie e condizioni sociali prese in esame lungo il corso della narrazione, alcuni di essi sembrano assurgere a un ruolo molto vicino al simbolismo. Tra i più frequenti, quelli quasi ossessivi per i rifiuti, la spazzatura, l'immondizia, probabilmente nella mente dell'autore metafora del decadentismo di una società basata unicamente sul consumo e sull'accumulo, ricorrente anche il tema della bomba, delle armi e della minaccia nucleare (ripresa anche sotto forma di scorie), accenno all'imperialismo forse, ma più spesso richiamo a quella paura collettiva capace di tenere insieme un Paese disgregatosi davanti allo svanire di una minaccia verso la quale fare fronte comune (rappresentata dall'Ex Unione Sovietica). Aleggia anche una vena nostalgica nella descrizione di anni sicuramente più difficili di quelli moderni ma più diretti e in qualche modo più innocenti, nonostante la miseria, la condizione sociale più povera di alcuni protagonisti e tutte le difficoltà che potevano nascere dal fatto di vivere in quartieri come il Bronx durante anni tutto sommato turbolenti. Si mischiano pubblico e privato, movimenti culturali, vizi e storture del paese (metaforicamente) più grande del mondo.

Inserito nel filone del postmodernismo, Underworld si ritaglia con merito un posto importante all'interno di questa corrente letteraria ma si può considerare un'opera di grandissimo valore anche esulando dai confini di un'etichetta che a tutti gli effetti potrebbe stare un po' stretta a un libro di questa portata.

Don DeLillo

sabato 1 luglio 2017

PIRATI DEI CARAIBI - LA VENDETTA DI SALAZAR

(Pirates of the Caribbean: dead men tell no tales di Joachim Rønning ed Espen Sandberg, 2017)

Finalmente anche questa è fatta, avevamo i biglietti gratis per andare a vedere questo ultimo (per ora) capitolo della saga più noiosa di tutti i tempi e quindi... been there, done that, bought the t-shirt.

Prima di andare in sala ho letto diverse recensioni su La vendetta di Salazar che lasciavano presagire la visione di un film decisamente migliore rispetto ai capitoli immediatamente precedenti. In parte ciò è anche vero, il più grande punto a favore di questo film rispetto agli altri è la durata più contenuta, dai dieci ai trenta minuti in meno rispetto agli altri episodi, sembra una cosa da poco ma posso garantirvi che non lo è, il minutaggio elevato è stata la principale causa di sconforto nell'ora finale di tutte le visioni precedenti.

Qui tutto è più sopportabile, anche le sequenze di battaglia non sono mai interminabili, la noia viene tenuta a bada con mestiere, ciò non toglie che nel complesso il film risulti comunque privo di particolare interesse. La trama è semplice e duplice. C'è una nave di fantasmi comandata dal Capitano spagnolo Salazar (Javier Bardem) che cerca vendetta nei confronti di Jack Sparrow (Johnny Depp), il pirata che in gioventù aveva condannato la ciurma di Salazar a un'esistenza da non-morti. In parallelo assistiamo alla storia di Henry Turner (Brenton Thwaites), figlio di Will (Orlando Bloom) ed Elizabeth (Keira Knightely), che cerca fin da bambino di trovare il modo di spezzare la maledizione che lega il padre allo scafo dell'Olandese Volante. Ad allargare il cast arriva Carina Smith (Kaya Scodelario), una (g)astronoma in possesso del segreto per trovare il tridente di Poseidone, manufatto magico capace di spezzare ogni maledizione.


Ci sono diversi buoni momenti lungo il corso della pellicola, a partire dall'ottima scena iniziale durante la quale Jack Sparrow e la sua ciurma tentano un'improbabile rapina alla banca in quel di Saint-Martin. È proprio qui che si incontrano i destini di Jack, Henry e Carina che ben presto incroceranno le loro strade ancora una volta con quella di Barbossa (Geoffrey Rush) e inevitabilmente con quella del feroce Salazar. Devo dire che, senza nulla rivelare, anche l'ultima sequenza del film aveva trovato finalmente la giusta carica sentimentale, traducendosi potenzialmente in un buon finale che sarebbe stato perfetto per archiviare finalmente la saga. Poi in Disney si son fatti due conti e hanno aggiunto una scena dopo i titoli di coda (maledetti).

Poco interessante a mio avviso il Capitano Salazar che non regge il confronto con i vari personaggi visti in questo e nei film precedenti, non parlo solo di Sparrow che ormai avrete capito non essere esattamente il mio idolo, ma soprattutto di Barbossa, Barbanera, Davy Jones e compagnia cantante. A conti fatti un episodio digeribile per chi ama il tema, io cosa posso dirvi? Not my cup of tea!

giovedì 29 giugno 2017

PIRATI DEI CARAIBI - OLTRE I CONFINI DEL MARE

(Pirates of the Caribbean: on stranger tides di Rob Marshall, 2011)

Proprio non ci siamo, con tutta la buona volontà a questo giro ci è scappata anche la pennichella, probabilmente nel complesso una delle saghe più noiose mai realizzate per il cinema. Il passaggio di regia da Gore Verbinski a Rob Marshall non solo non è bastato a portare al film nuova energia ma se possibile è riuscito ad alzare ancora il tasso di tedio medio per ogni singola sequenza. A parte questo, nel novero di pregi e difetti non ci si discosta di molto dall'episodio precedente.

Gli spunti buoni questa volta sono puramente estetici, l'inizio del film ambientato in una Londra d'epoca regala la falsa speranza di poter vedere finalmente un episodio più scoppiettante e divertente, Jack Sparrow (Johnny Depp) sembra in piena forma, la sequenza molto movimentata tiene desta l'attenzione, probabilmente proprio in virtù del fatto d'essere orchestrata per una volta lontano da mari e vascelli, ma tutto ciò si rivela ben presto un fuoco di paglia. Infatti nell'economia complessiva del film anche il protagonista si affloscia regalando meno siparietti dementi del solito, comunque utili per spezzare una narrazione faticosa, lunga e sempre uguale a sé stessa.

Le novità maggiori sono l'abbandono di gran parte del cast, a partire da Orlando Bloom e Keira Knightley (e per questo ringraziamo) per finire purtroppo con quello di diversi volti interessanti delle ciurme dei vari capitani. Sulla carta l'ingresso della bella Penelope Cruz nei panni di Angelica avrebbe dovuto aumentare il tasso di sensualità ma anche quello di capacità recitativa del film, purtroppo anche l'attrice spagnola non offre un'interpretazione memorabile e non lascia il segno. Non male il volto del pirata Barbanera (Ian McShane), villain dell'episodio alla ricerca della fonte della giovinezza, se vogliamo spenderci un nome, il personale Oscar del film potrebbe andare al bravo caratterista Kevin McNally, fedele sodale del capitano Sparrow.


Ai limiti del ridicolo la storia d'amore platonico tra la sirena Serena (Astrid Bergès-Frisbey) e il predicatore Philip Swift (Sam Claflin) introdotta alla bell'e meglio per sostituire l'insopportabile amorazzo tra Elizabeth e Will (Dio li abbia in gloria e li mantenga lontani dalle scene).

Cosa aggiungere? Verbinski ha abbandonato la saga per andare a girare Rango (Dio abbia in gloria anche lui), uno dei film d'animazione più interessanti dell'epoca moderna. Ora siamo pronti per andare a vedere (a gratis, ci tengo a sottolinearlo) il nuovo film della saga. Spero di non addormentarmi in platea. Se per qualche giorno non avrete mie notizie sapete dove trovarmi. Venitemi a svegliare.

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