martedì 12 dicembre 2017

PARKING LOTS - PARKING WIZARD (e intervista)

Appiccicare etichette agli album è spesso una soluzione semplicistica e "di comodo", utile forse più a noi che scriviamo di musica che non alla nobile causa della diffusione di quei sound che riteniamo realmente validi, la suddetta pratica inoltre potrebbe rivelarsi fallace o quantomeno limitante in più di un caso. Il discorso può ritenersi valido proprio per questo Parking Wizards, esordio nel full-lenght dei toscani Parking Lots, album preceduto dall'ep Sex of the submarines del 2012. Non è facile tracciare una direzione univoca seguendo la strada percorsa dai Parking Lots, Parking Wizards è un calderone coerente di influenze e rimandi disparati che attraggono l'ago della bussola in direzione dei paesi anglosassoni ma che non è possibile circoscrivere a singoli termini quali shoegaze o a correnti musicali come il dream pop o l'indie rock. Dentro Parking Wizards c'è forse un poco di tutto questo ma c'è anche altro, e come non è possibile ricondurre tutto a un genere, non è nemmeno possibile ricondurre tutto a un'epoca, si percepisce tra le tracce dell'album un sound derivante da diverso rock dei 90 ma non mancano echi più vicini alla psichedelia dei 60 come influenze derivanti da grandi band attive nei decenni successivi. Diversi di questi input sono rintracciabili già nel primo singolo e brano d'apertura del disco, Big reaction, ottima scelta per presentare il lavoro, probabilmente il brano più significativo dell'intero Parking Wizards. Il pezzo denota una maturità compositiva già piena, la voce di Antonio De Sortis è calda e avvolgente, oltre ai già accennati richiami al rock dell'ultimo decennio del secolo scorso, sembra si avvertano vicinanze ai Dire Straits di Knopfler, qualche accenno ai primi U2, il testo è enigmatico, ermetico, derivante da un tipo di costruzione più britannica che nostrana e non solo per l'uso dell'inglese, utilizzata al meglio la batteria di Francesco Borselli, calibrata alla perfezione all'interno di un brano di ottimo impatto. La successiva Speak vive di un bel contrasto luce/buio dettato dall'intro oscura del basso di Alberto Mariotti e dalla vivacità delle chitarre, un bel brano graziato anche dal raddoppio vocale. Con Lamb in the mirror esce allo scoperto quella che è una seconda anima dei Parking Lots legata ai brani scritti e cantati da Alessio Pangos, più intimisti e dalle tematiche più universali, in qualche modo un'anima meno crepuscolare seppur velata da un tocco di malinconia. La psichedelia arriva con Tibet sia nella costruzione musicale e nel cantato più acido che nel testo del brano, la derivazione è classica, si evince un uso sapiente degli strumenti, una giusta misura nella dilatazione dei tempi, la capacità di mischiare tradizione e attualità con soluzioni giustamente lisergiche care al prog e allo psych rock dei decenni passati. Con l'attacco di A night in the woods sembra per un attimo di tornare tra i boschi di Twin Peaks per poi trovarsi subito catapultati in atmosfere meno inquiete, più consone al pop dei sixties grazie a sensazioni che risultano familiari ma alle quali non è facile dare nell'immediato forma e corpo. Segue Camel skin, altro brano piacevole, si evince un impegno notevole e non scontato per un esordio, anche nel lavoro fatto sull'uso e sulla pronuncia della lingua inglese, So many cigarettes è probabilmente il pezzo più sentimentale del disco, malinconico, esce qui molto bene la dolcezza della voce di Alessio Pangos, altro episodio molto piacevole prima della chiusura autocitazionista di The story of Parking Lots, brano nel quale si apre un immaginario tutto da esplorare. Tanta carne al fuoco ma ben dosata e amalgamata, ci sono impegno e capacità in questo Parking Wizards, siamo curiosi di vedere cosa ci proporranno in futuro questi maghi del parcheggio.



Parking Wizards, 2017 - Coypu Records

Antonio De Sortis: voce e chitarra
Alessio Pangos: voce e chitarra
Francesco Bobi Borselli: batteria
Alberto Mariotti: voce e basso

Tracklist:
01  Big reaction
02  Speak
03  Lamb in the mirror
04  Tibet
05  A night in the woods
06  Camel skin
07  So many cigarettes
08  The story of Parking Lots




INTERVISTA AI PARKING LOTS

MICiao ragazzi, solitamente con la prima domanda di un'intervista a tema musicale si chiede alla band di presentarsi. Anticipando un poco l'argomento, diciamo che ci troviamo a chiacchierare con Antonio De Sortis (voce e chitarra), Alessio Pangos (voce e chitarra), Francesco Borselli (batteria) e Alberto Mariotti (voce e basso), in arte e tutti insieme i Parking Lots. Potete dirci da quanto tempo suonate insieme, quanti anni avete (e qui ci farete molta invidia) e da quali esperienze musicali arrivate prima dell'uscita di Parking Wizards? Sentitevi liberi di completare la domanda con tutte le info che vi sembrano più significative.

FRANCESCO: Ciao a tutti. Nessuna invidia direi, siamo tutti non più giovanissimi, fra i trenta e i trentacinque, salvo Antonio, che non a caso continuiamo a trattare come un pischello malgrado sia ormai già un ometto fatto e finito (è del 1990). I Parking Lots si sono formati nel 2011, con Davide Fazio al posto di Alberto al basso, che gli è poi subentrato nel 2013. L'unico di noi a uscire con un'etichetta prima di Parking Wizards è Albe, che qualcuno di voi già conoscerà sotto i moniker Samuel Katarro o King of the Opera. Tutti abbiamo cominciato a esibirci in gruppi vari fin dal liceo: Antonio suonando Psych in Basilicata, Alessio ed io rispettivamente Brit pop e Post-rock, entrambi a Firenze.


MI: Parliamo di Parking Wizards e partiamo dal brano che avete scelto sia come singolo che come opener dell'album: Big reaction. Intanto vi facciamo i complimenti sia per il pezzo che denota una maturità compositiva di tutto rispetto, sia per la buona riuscita del video realizzato con una certa professionalità, a volte guardando i video di artisti italiani, anche di chiara fama, viene da mettersi le mani nei capelli (per non dire altro), voi ve la siete cavata bene. Quanto e come siete stati coinvolti nella realizzazione del video diretto da Silvia Dal Dosso? Se non erro il protagonista è Francesco, giusto? E ora la parte più difficile della domanda, sappiamo che i figli sono tutti piezz 'e core come si dice a Napoli, ma voi come mai avete scelto proprio Big reaction come primo singolo, cosa pensate che abbia in più o di diverso dagli altri pezzi dell’album.

FRANCESCO: Innanzi tutto grazie mille per i complimenti. Per quanto riguarda la scelta di Big Reaction, in realtà non è stata immediata, perché avevamo due o tre pezzi papabili come primo singolo, anche secondo i tipi di Coypu, la nostra etichetta. Inoltre non è frequentissimo uscire con una ballad, ma alla fine è un pezzo che ci mette davvero tutti d'accordo (risultato non banale), nonché uno di quelli di cui siamo più soddisfatti come riuscita a livello di registrazione e produzione. Venendo al video, in realtà il protagonista non sono io, ma Giorgio Kioussis – non ti preoccupare, più di una volta siamo stati presi per fratelli. Per la realizzazione abbiamo pensato subito a Silvia, che oltre a essere una professionista riconosciuta e una cara amica è dotata di una sensibilità che pensavamo si potesse sposare bene con le atmosfere che volevamo evocare. Alla fine ha fatto praticamente tutto da sola – regia, riprese, scene, montaggio – girando in 3 notti, e il risultato è andato oltre le aspettative (che erano comunque, conoscendola, già alte). Davvero bravissima!


MI: Curiosando tra i comunicati stampa legati all'uscita di Parking Wizards ho visto che si parla di shoegaze, influenze anni 90, indie rock, tutte cose che ci possono stare, forse un tantino limitanti, ascoltando Big Reaction ad esempio a me sono tornate alla mente anche cose più datate e band note come Dire Straits e U2, Knopfler in particolare, cosa c'è davvero dietro il vostro sound? Avete qualche punto di riferimento imprescindibile che magari noi, da ascoltatori, non abbiamo colto?

ANTONIO: In effetti al sound anni 90 siamo approdati col tempo, dopo un po’ che suonavamo insieme, credo ci descriva bene come band, più che individualmente. È una cifra che ci accomuna sul piano anagrafico, deriva da ascolti molto vari, sia USA che UK, dipende. Sono d’accordo quando dici che nel disco risaltano altre cose, precedenti o successive agli anni 90. Ad esempio io amo molto un certo tipo di cantato 70s, quindi è possibile che gli echi dei Dire Straits - che non sono un mio ascolto frequente - siano finiti nei pezzi filtrati da Dylan, a cui Knopfler deve molto - come tutta l’umanità, del resto. Poi in Parking Wizards abbiamo provato varie altre strade: non so dirti degli U2, sicuramente altre band a loro più o meno coeve, mi vengono in mente i R.E.M., i Mission of Burma, i Jesus and Mary Chain, gli Stone Roses, la scena Paisley Underground. Poi c’è un discorso sul folk che faccio fatica a riportarti ma che ha avuto un ruolo molto importante nella prima fase della band. Non so dove sia andato a finire, è possibile che echeggi da qualche parte anche qui in Parking Wizards.


MI: Altro aspetto direi fondamentale. Voi che siete i maghi del parcheggio, ma a Firenze riuscite a parcheggiare senza problemi? No perché qui a Torino da dove vi scrivo è abbastanza un casino.

FRANCESCO: Firenze, come la maggior parte delle città e dei posti in generale, ha molte facce: è anche un vero inferno per vari aspetti, fra cui non possono essere certo esclusi il traffico e i parcheggi. Diventare abili nell'arte del parcheggio è in sostanza una necessità. Diventare parking wizards è questione di talento e dedizione.



MI: Nonostante l'album abbia una personalità coesa e ben definita, mi sembra che si avvertano comunque le differenze tra le due anime dei Parking Lots, i brani scritti e cantati da Antonio mi sembrano più enigmatici, meno intelligibili e comunicano affidandosi maggiormente alla musica, i pezzi di Alessio presentano testi più chiari che esprimono temi universali e condivisi più immediati da raccogliere, anche musicalmente si percepisce un approccio alla musica ovviamente con delle differenze. Pur scrivendo i brani separatamente, che tipo di lavoro avete fatto per rendere le tracce dell'album comunque coerenti tra di loro?

ANTONIO: Nel periodo in cui abbiamo scritto Parking Wizards il processo di scrittura era molto privato, ora le cose sono un po’ cambiate. All'epoca ognuno scriveva per conto proprio, agli altri veniva presentato solo il materiale adatto a un certo tipo di riassemblaggio, di norma si trattava di uno scheletro voce e chitarra. In questo senso ho sempre dovuto fare una scrematura, per arrivare al vaglio di tutti una canzone deve già avere i connotati dei Parking Lots che non saprei bene come indicarti. La regia a quel punto passa alla band. Ecco perché nel disco si avverte forse questa ibridazione calcolata ma anche una cifra molto individuale e più cantautorale. Io preferisco mantenere un po’ di tensione nei pezzi, non risolverli del tutto, e anche i testi risentono di questa tendenza all'allusione. Pangos (Alessio) ha una cifra più da crooner moderno, sussurra, ma scrive cose più assertive, spirituali in un certo senso. Si sente che è un fissato dei Verve, un malato di Verve direi.


MI: Mi sembra che con l'inglese ce la caviamo bene, non è una cosa scontata per artisti italiani che decidono di esprimersi in un'altra lingua. La scelta è stata naturale o avete dovuto rifletterci sopra? Anche i testi li elaborate da subito in inglese?

ANTONIO: L’alternativa finora non si è mai posta. A prescindere dai nostri ascolti individuali, ci riteniamo una band derivativa. Deriviamo da molte cose e ci affiliamo a tante scuole diverse, ma sono tutte inglesi o americane. Io non so quanto bene me la cavi, ma Pangos (Alessio) ha vissuto e suonato a Londra, Bobi (Francesco) negli Stati Uniti, Alberto ha alle spalle vari dischi solisti di altissimo livello scritti sempre e solo in inglese. È il nostro mondo, musicalmente, la scelta è stata naturale.


MI: Parliamo di immaginario. In un'intervista che ho recuperato in rete si parlava dell'immaginario dei luoghi altri, laterali, proprio come potrebbe essere un parcheggio, magari uno di quelli americani, l'idea della periferia che comunque diventa mito, e l'idea di riportarla anche qui da noi; bello il concetto "sarà pure un parcheggio, ma noi di quel parcheggio siamo i maghi, i re in qualche modo". In fondo tutti apparteniamo a qualche luogo. Due cose. La prima: è un immaginario affascinante che viene sublimato spesso anche da altre forme d'arte, cinema e letteratura in primis. Legato a questo immaginario, cosa vi piace in quelle due arti, fateci i nomi, vogliamo qualche titolo: film, autori, libri…
La seconda: fatto salvo per Big reaction (influenzato forse anche dal video) e per l'artwork, ho faticato un po' a trovare questo immaginario tra le tracce del disco, durante l'ascolto mi si aprivano immagini più legate alla natura, quasi in maniera istintiva, soprattutto nei pezzi di Alessio, è vero che tra chi la musica la scrive e chi la ascolta ci sono sensibilità diverse, diversi vissuti che possono portarci a interpretazioni differenti, forse però c'è qualcosa che non ho colto?

FRANCESCO: In realtà la prima arte a cui abbiamo attinto quando abbiamo pensato al nome del gruppo è stata la musica: ci siamo accorti che i parking lots ricorrevano in una serie di canzoni stupende ma molto diverse fra loro: Jungleland di Springsteen, Heart of Darkness degli Sparklehorse, Grounded dei Pavement, per citarne solo tre.
Nella letteratura a me personalmente viene in mente il secondo racconto de La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace, uno dei miei contemporanei preferiti. Se poi acconsentiamo a definire il drive-in come un parcheggio sui generis, allora includerei anche La sottile linea scura di Joe Lansdale. Di scene cinematografiche cult nei parcheggi in film che ci piacciono, invece, ce ne sono a bizzeffe: il combattimento fra Myagi e l'istruttore fanatico del Cobra Kai in Karate Kid II, la scena mozzafiato con la cover di Song to the Siren in Strade perdute di Lynch, l'ultima di McLovin e i poliziotti in Superbad (la migliore commedia high school americana mai realizzata), De Niro che s'incazza e fa fuori Bridget Fonda in Jackie Brown di Tarantino, per non parlare di Drive di Nicolas Winding Refn, che inizia con l'inseguimento fino al parcheggio dello Staples Center di Los Angeles e si conclude, con l'inevitabile duello finale, sempre in un parcheggio. Il massimo comune denominatore, a pensarci bene, sembrerebbe proprio il decadentismo dell'America dei grandi spazi e dei sogni infranti, un po' desolato, un po' white-trash.
ALESSIO: La natura è certamente una fonte di ispirazione primaria per me, ho sempre cercato di renderla una presenza costante ed effettivamente lo è, in ogni mio pezzo. Credo anche che certe suggestioni dall'immaginario country e folk più vicine alla natura siano un elemento legante dell’intero disco, non mi viene effettivamente in mente una sola canzone, mia o di Antonio, in cui non siano presenti, ad eccezione forse di Speak.


MI: Viene il tempo di salutarci. Cosa state preparando per i prossimi mesi? Avete qualche appuntamento già fissato? Intanto vi ringrazio e vi saluto, sperando di avervi nuovamente da queste parti in un prossimo futuro. Ciao, alla prossima.

ANTONIO: Il disco è uscito da pochissimo e abbiamo appena iniziato a portarlo dal vivo. La data zero è stata al Tender di Firenze qualche giorno fa. Abbiamo già varie date nei prossimi due - tre mesi, e ne stiamo pianificando altre per anno nuovo. C’è una novità in cantiere per Natale, ma preferisco non anticipare nulla :)
Grazie mille della chiacchierata, un saluto alla redazione di Magazzini Inesistenti, see you at the crossroad which is actually a parking lot.


Chiudiamo l'intervista scusandoci con Francesco per averlo scambiato per Giorgio Kioussis e con Giorgio Kioussis per averlo scambiato per Francesco, facendo i complimenti ai ragazzi per i loro gusti su libri e cinema e promettendo di applicarci con la maggior dedizione possibile per diventare anche noi maghi del parcheggio nelle varie città in cui risiedono i redattori di Magazzini Inesistenti. Alla prossima.

domenica 10 dicembre 2017

CAPITAN JACK

(di Tito Faraci e Enrique Breccia, 2016)

Capitan Jack è il genere di Texone che personalmente vorrei sempre vedere in edicola, un'opera che travalica i confini nazionali, esula da tutto ciò che già è stato visto in casa Bonelli, un albo che propone in copertina il nome di un grande maestro del fumetto ma soprattutto presenta tavole al suo interno dalla personalità spiccata, insomma, traducendo in poche parole, è un Texone che ha il vero sapore dell'evento. Lasciamo perdere che la sceneggiatura di Tito Faraci qui non si avvicina nemmeno lontanamente all'essere una delle più interessanti o memorabili partorite per il più noto tra i ranger del Texas, la storia si lascia leggere, accompagna le tavole di Breccia senza particolari sussulti, ma non è questo un problema, certo una bella storia appassionante sarebbe stata meglio, ma di buone storie di Tex se ne trovano tutti i mesi nella serie regolare, nei volumi speciali e nelle varie ristampe dedicate al personaggio, qui è l'interpretazione che conta.

L'approccio di Enrique Breccia al Tex è più caricaturale e caricato di quello cui siamo abituati noi lettori, ciò nonostante il disegnatore argentino, figlio del grande Alberto Breccia, riesce a non togliere forza e ruvidezza al personaggio, anzi, dona a Tex uno sguardo duro e all'occasione il giusto ghigno beffardo. La prima tavola si apre con un campo lungo, vista dall'alto su un tipico ranch di coloni, la scena è osservata da quello che sembra l'occhio spettrale di un gufo, la tavola è armonica, i tantissimi brevi tratti ordinati segnano gli scuri delle vignette, i volti di Elizabeth e di suo padre sono carichi, i nasi accentuati, i tratti forti, Breccia si sofferma sui dettagli del paesaggio, piccoli animali, in vignette d'attesa che dettano i tempi, c'è una grandissima capacità di sguardo, tanto dinamismo, volti ed espressioni magnifiche. Tex compare per la prima volta in questo albo mostrandosi in una vignetta di profilo, massiccio, mento pronunciato, naso aquilino, in tutto il suo vigore, le dinamiche di Breccia sembrano nate per il cinema, angolature molto varie, avanzi da galera della peggior specie, sequenze movimentate, una maestria degna di un grande nell'illustrare la notte, i boschi, le inquadrature strette sulle mani, sugli oggetti, sulle bestie.


In alcuni flashback Breccia cambia tecnica, alleggerisce il tratto, elimina i neri pieni continuando a tenere un altissimo livello di dettaglio, regalandoci tutto il dinamismo di una stampede, il furore delle battaglie, la bellezza della natura, tavole dal sapore più sognante, altre più cruente e terrene. Davvero uno dei pochi casi dove una storia non così memorabile non va a inficiare il lavoro di una artista così personale e riconoscibile. A mio modo di vedere uno dei Texoni più interessanti in assoluto, almeno per quel che concerne il reparto grafico, peccato non sia possibile ogni anno ammirare un'interpretazione del Tex così originale.

SERATE D'ANIMAZIONE

Avendo una bambina in età ancora pre-adolescenziale (ma ci siamo quasi ahimè), continuano ad essere frequenti le serate passate tutti insieme sul lettone a guardare film o cartoni animati dedicati ai ragazzi, purtroppo meno di un tempo dato che Laura cresce e sempre più spesso ha piacere di dedicarsi ai "suoi" telefilm le cui puntate vanno in replica a ciclo continuo, ovviamente lei le guarderebbe anche cento volte l'una. Quindi Alex & Co., Maggie e Bianca, Soy Luna, I Thundermen, School of Rock, etc... tutta roba che mamma e papà anche no, please. Però ancora qualcosina insieme si riesce a vedere, alcune di queste cose riescono ancora ad accontentare più o meno tutti. In questi giorni abbiamo dato un'occhiata a...


SI SENTE IL MARE
(Umi ga kikoeru di Tomomi Mochizuki, 1993)

È partita la ricerca dei film minori dello Studio Ghibli, factory d'eccezione fondata dai maestri Miyazaki e Takahata che già in passato, oltre ai comprovati capolavori noti a tutti, ci aveva riservato delle bellissime sorprese. Si sente il mare è forse una delle produzioni meno conosciute dello studio, prodotto per la televisione giapponese, il lungometraggio (poco più di un'ora) vede quella che al momento è l'unica regia di Mochizuki per lo Studio Ghibli. Più vicino per temi e sensibilità ai primi lavori di Takahata (pur con i dovuti distinguo) che non alle tematiche ecologiste e spirituali di Miyazaki, il lavoro di Mochizuki non riesce però a raggiungerne le vette pur rimanendo un'opera tutto sommato godibile anche se ascrivibile tra le cose meno impressionanti dello Studio. Triangolo sentimentale tra Taku, giovane studente impiegato part-time in un ristorante in qualità di lavapiatti, il suo amico e coetaneo Yutaka, legato a Taku fin dai tempi di alcune proteste studentesche portate avanti insieme, e la giovane Rikako, studentessa appena trasferitasi a Kōchi dalla capitale Tokyo. Una storia d'amore molto trattenuto, interiorizzato, adatta a un pubblico più o meno coetaneo dei protagonisti o più giovane, delicato nella narrazione, lineare e priva di particolari sussulti, se ne apprezza il versante grafico, l'animazione giapponese quando ben realizzata riserva un piacere per l'occhio che in qualche modo arriva al cuore, un piacere diverso e spesso precluso allo spettatore di tanta animazione statunitense anche ben più blasonata. Non il meglio di Ghibli ma un film al quale una visione la si può concedere. Ad ogni modo Laura non ha apprezzato molto.



LA RICOMPENSA DEL GATTO
(Neko no ongaeshi di Hiroyuki Morita, 2002)

Film più recente dello Studio Ghibli e nato come spin-off de I sospiri del mio cuore, bel film d'animazione che avevamo visto già qualche anno fa con Laura dove comparivano brevemente alcuni personaggi qui invece protagonisti. In questo lungometraggio di Morita la componente fantastica è predominante. La giovane Haru salva un gatto che sta per essere investito da un camion, il gatto in questione però non è un gatto qualunque bensì il principe dei gatti, figlio del re dei gatti il quale, per mostrare tutta la sua gratitudine ad Haru inizia a farla inseguire da un branco di gatti fino a riuscire a trasportarla ne loro regno allo scopo di farla maritare con il principe. Solo i funzionari dell'Ufficio Affari dei Gatti, l'aristocratico Baron e l'ex delinquente Muta, potranno dare una mano a Haru per tornare nel mondo degli umani, ovviamente la bambina non vuole saperne di sposare un gatto. Film divertente e spensierato, graziato come al solito dai bellissimi disegni dello studio e da diversi personaggi davvero ben riusciti e adorabili. Mancano i grandi temi, i percorsi di crescita qui lambiti superficialmente, ciò nonostante il film si rivela un divertissement che non delude, non di certo all'altezza dell'opera nella quale i personaggi sono stati creati ma comunque una bella visione, da Laura sicuramente più apprezzata della precedente.



CICOGNE IN MISSIONE
(Storks di Nicholas Stoller e Doug Sweetland, 2016)

Saltiamo in America per il secondo lungo della rinata Warner Bros Animation, Cicogne in missione. Una volta le cicogne portavano i bambini, poi accadde che una di queste si affezionò troppo alla bimba a lei affidata mancando la consegna e facendo saltare il sistema. Così la bimba, Tulip, rimase tra le cicogne e il gran capo Hunter decise di riconvertire il sistema creando la Cornerstore.com, azienda chiaramente ispirata ad Amazon per la quale le cicogne consegnano rapidamente ogni tipo di merce, un po' come a breve faranno i droni per Amazon. I bimbi quindi ora tocca farseli da soli. Tempo di promozioni, Junior potrebbe diventare il nuovo capo ma deve far fuori Tulip che non riesce a combinarne una giusta, poi mettici un po' di buon cuore, un po' di rimorsi di coscienza, dalla situazione, complice anche il desiderio del piccolo Nate di avere un fratellino, viene fuori un gran casino e le cicogne dovranno ricominciare in fretta e furia a consegnare bambini con conseguente inizio dell'avventura per Tulip e Junior. Divertente film per i più piccoli, senza troppi sottotesti per gli adulti ma comunque godibile. Createvi la famiglia che più vi piace, dove possa esserci più amore, che possa far star meglio tutti quanti. Ma soprattutto dedicate più tempo ai vostri figli, divertitevi con loro, fate le cazzate, mettete un po' da parte i soldi, il lavoro, fate i minchioni. Non male come messaggio, io mi ci ritrovo alla grande. Soprattutto per la parte del minchione. Alla prossima.

mercoledì 6 dicembre 2017

54

(di Wu Ming, 2002)

Wu Ming è un collettivo, transfuga da un precedente progetto a sua volta ancor più che collettivo denominato Luther Blissett, un progetto che diede alla luce nel 1999 lo splendido romanzo storico Q. Il termine cinese Wu Ming significa "senza nome", in realtà il gruppo di scrittori che sta dietro al nom de plume Wu Ming dei nomi veri e propri li ha, sono tutti anche noti, si tratta di Roberto Bui (Wu Ming 1), Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2), Luca Di Meo (Wu Ming 3), Federico Guglielmi (Wu Ming 4) e Riccardo Pedrini (Wu Ming 5), autori di questo 54 e di una serie di altri romanzi, alcuni scritti a dieci mani, altri firmati da singoli componenti di questo talentuoso gruppo. Evitando di soffermarci sulla posizione da anti-divi della letteratura sostenuta dai componenti di Wu-Ming, scrittori dai volti pressoché sconosciuti, concentriamoci invece su una delle loro prime opere, 54, romanzo che possiamo definire storico seppur ambientato nel corso del secolo scorso, un tempo a noi ancora vicino, proprio in quel 1954 evocato dal titolo del libro.

È un romanzo corale 54, una storia che unisce in qualche modo le esistenze di personaggi molto diversi tra loro, per indole, provenienza, estrazione sociale, vissuti, una storia che mescola scenari ed episodi reali, appartenenti alla Storia con la maiuscola, protagonisti di fantasia o solo ispirati a persone realmente esistite ad altri invece noti a chiunque. Nella struttura, in chiave minore volendo, 54 potrebbe ricordare il lavoro svolto sulla Storia americana da James Ellroy, qui riportato e omaggiato da Wu Ming in chiave nostrana.

Siamo appunto nel 1954, la guerra è terminata da qualche tempo, c'è un paese in via di ricostruzione, un paese alla ricerca di un'identità politica, diviso tra eredi ideologici di quello che era il blocco sovietico (gli ex partigiani, il Partito Comunista) e i simpatizzanti del regime fascista, qui meno sotto i riflettori rispetto ai loro avversari. È un concatenarsi di piccoli e grandi eventi, di imprevisti, di incontri bizzarri e di malaffare che consente al collettivo Wu Ming di presentarci quello che era uno spaccato dell'Italia del periodo, una descrizione resa vivida e credibile dalla cultura inattaccabile di questi cinque scrittori. Si trattava per il ritorno di Trieste all'Italia, il blocco sovietico e quello occidentale tiravano per la giacca la zona dei Balcani e il suo leader, il maresciallo Tito, su più fronti ci si adoperava per instaurare una supremazia anche culturale, era l'epoca del Socialismo da una parte e del Senatore McCarthy dall'altra, la droga iniziava a circolare copiosa, i soldi anche. In questo scenario si muovono personaggi che daranno vita a strane combinazioni e improbabili incastri.

Steve Cemento è il guardaspalle di Salvatore Lucania, meglio noto come Lucky Luciano, si trova a Napoli per stare vicino al boss, sente la nostalgia della sua New York, sta pensando a una pensione anticipata. A Bologna il bar Aurora brulica di varia umanità, il vecchio Garibaldi, il battagliero Bottone, sempre pronto a chiacchiere a nuclearizzare chiunque non gli vada a genio, se solo avesse la possibilità di premere quel maledetto bottone..., il pugliese Walterun, il proprietario Capponi ma tra tutti spicca suo fratello minore Robespierre, per tutti Pierre, incontrastato re della filuzzi, variante di liscio in voga nelle balere bolognesi. McGuffin è un televisore americano, ultimo modello, proprio (e volutamente) come l'omonimo espediente narrativo, contribuisce a sostenere il ritmo della vicenda, incrocerà la strada del delinquentello Salvatore Pagano, destinato a una discreta escalation nel giro di poco tempo. Cary Grant è uno degli uomini più amati dalle donne, sinonimo di eleganza, attore in fase di stanca in procinto di intraprendere la via per una seconda giovinezza. Ettore è un ex partigiano, combattente riciclatosi nel contrabbando, altro guerriero è il padre dei fratelli Capponi, in esilio in Jugoslavia, Angela è la moglie infedele del dottor Montroni, uno dei maggiori esponenti del Partito Comunista in quel di Bologna. Tony è un ciccione sgradevole, nodo cruciale per una french-connection tutta delinquenziale. Criminali, gente anonima, attori famosi, delinquenti di mezza tacca, idealisti, persone oneste, elettrodomestici, combattenti... un miscuglio d'elementi capace di dar vita a un romanzo appassionante, denso di contenuti e allo stesso tempo molto divertente.

Wu Ming, già col precedente moniker Luther Blissett, ha dimostrato di essere in grado di imbastire vicende all'apparenza complesse riuscendo a tirarne fuori romanzi allo stesso tempo densi e leggiadri che si lasciano leggere con enorme piacere grazie a uno stile di scrittura fluido, mai pesante o pedante, pur infarcendo la storia narrata di numerosi spunti di approfondimento. È uno stile narrativo, proprio in relazioni a diversi scritti di Wu Ming (e non solo), qui da noi definito anche New Italian Epic, uno stile che trovo personalmente molto efficace e, gusto personale, a me molto congeniale. Il miscuglio di scenari reali e opera di fantasia qui raggiunge risultati davvero apprezzabili. Per conoscere. Per divertirsi. A un libro cosa chiedere di più?

giovedì 30 novembre 2017

STRANGER THINGS - SECONDA STAGIONE

Il principale difetto che si può imputare a questa seconda stagione di Stranger Things (anche se non proprio l'unico) è quello di essere arrivata dopo una prima annata fantastica che personalmente mi aveva lasciato a bocca aperta e col cuore colmo di gioia e meraviglia. Anche questa seconda sortita a Hawkins mi è piaciuta molto, si è solo perso un poco quell'effetto sorpresa qui inevitabilmente diluito poiché quest'anno si sapeva cosa aspettarsi dai Duffer Brothers, erano ormai noti il gioco delle citazioni, sempre piacevole, ma soprattutto la capacità di Stranger Things di creare familiarità, appartenenza e atmosfere per tutta quella generazione di kids nati nei 70 che si è goduta di prima mano quell'ondata di cinema del fantastico rivolto ai preadolescenti così radicato in quel tempo e magnificamente riuscito. E in fin dei conti, a guardarlo bene, questo non è nemmeno un difetto.

Se proprio vogliamo trovare una nota lievemente stonata la si può ricercare in quella puntata numero sette, parecchio slegata dal filo principale della narrazione e buona probabilmente per gettare qualche spunto per futuri sviluppi da dipanare nelle prossime stagioni (e si vocifera possano essere cinque in tutto). Per il resto faccio davvero fatica a trovare cose fuori posto in quest'opera, ancora una volta i Duffer sono stati bravi a costruire una vicenda appassionante che va al di là dell'amarcord e della citazione, bravi due volte perché in fin dei conti riutilizzano gli stessi spunti narrativi della stagione precedente semplicemente ampliando il discorso in maniera coerente, aggiungendo nuovi elementi, rinforzando topoi narrativi e di riflesso il franchise, moltiplicando le strizzate d'occhio ai fan e ai nostalgici unendo trovate ruffiane (la chiusura di puntata con il tema musicale di Ghostbusters), scommesse sicure (tutta la colonna sonora) e situazioni più originali.


Ottima la gestione dei personaggi che insieme crescono, al gruppo dei ragazzini si aggiunge Maxine "Mad Max" Mayfield (Sadie Sink), la giovane rossa che farà innamorare sia Lucas (Caleb McLaughlin) che Dustin (Gaten Matarazzo), quest'ultimo diventa sempre più il personaggio preferito dal pubblico, irresistibile, tenero, goffo, impossibile non amarlo, si evolve il triangolo amoroso in chiave action tra Nancy Wheeler (Natalia Dyer), Jonathan Byers (Charlie Heaton) e Steve Harrington (Joe Keery). A Winona, che è emblema di quegli anni, viene affiancato niente meno che Sean Astin, uno dei Goonies originali, tanto per non farci mancare niente, ottimo anche il lavoro fatto su Jim Hopper (David Harbour), lo sceriffo che diventa figura paterna per Eleven (Millie Bobby Brown) e che con Joyce Byers (Winona Ryder) instaura quel rapporto d'amicizia/amore che un po' mi ricorda quello tra Luke e Lorelai di Gilmore girls. Lontani per quasi tutta la serie, Mike (Finn Wolfhard) e Eleven alla fine cementificano il loro legame, la Brown è semplicemente meravigliosa nella parte ma tutto il cast gira sempre a mille. A pagare le conseguenze di tutto il casino del sottosopra il povero Will (Noah Schnapp), novello Linda Blair de L'esorcista.


Un mix riuscitissimo di fantascienza, horror e racconto di formazione, sì, qualche sbavatura, qualche passaggio a vuoto, un'intera puntata un po' fuori fuoco, ma qui l'importante è il mood, chi non l'ha sentito sulla pelle nei bei tempi andati probabilmente non può capirlo fino in fondo, la trama, i personaggi, la messa in scena, tutto ok, ma qui quello che conta è il mood, è il mood di Stranger Things è ancora quello giusto.

lunedì 27 novembre 2017

UN PROVINCIALE A NEW YORK

(The out-of towners di Arthur Hiller, 1970)

Bella commedia dei primissimi 70 che si regge sulla coppia d'attori affiatatissima composta da un sempre grande Jack Lemmon e dalla meno conosciuta Sandy Dennis, loro sono il cast di questo film diretto da Arthur Hiller, tutti gli altri attori presenti sono poco più che comparse parlanti. Un provinciale a New York è una commedia dal ritmo serratissimo, un film garbato che si fonda sull'escalation di situazioni sfortunate e tragicomiche di una coppia dell'Ohio in trasferta a New York, una delle città più caotiche del mondo. La trama è semplice semplice, Hiller orchestra tutto con una regia che dona il giusto dinamismo a una vicenda che non si ferma mai, è un rincorrersi di situazioni paradossali, un affastellarsi di sfighe una sull'altra che porteranno il mite George Kellerman (Lemmon) verso picchi di incazzatura sempre più alti e la paziente Gwen Kellerman (la Dennis) allo stremo delle sue pur ampie forze.

George Kellerman deve recarsi a New York per sostenere un colloquio di lavoro durante il quale si giocherà la possibilità di diventare il vicedirettore delle vendite della società per la quale lavora. La sua preoccupazione è che se dovesse ottenere il lavoro, la vita a New York potrebbe non piacere alla moglie Gwen che invece parte per affrontare il viaggio con un piglio ottimista e speranzoso. George arriverà a New York in aereo il giorno prima del colloquio, ha prenotato una bella camera al Waldorf-Astoria ed è atteso per cena in uno dei migliori ristoranti della città, nulla lascia presagire il disastro a venire. Arrivato il momento di atterrare all'aeroporto Kennedy il volo subisce un ritardo a causa del traffico aereo congestionato, probabilmente la cena salterà, inoltre a peggiorare la situazione ci si mette anche il cattivo tempo che affligge non solo New York ma l'intera zona, l'aereo sarà quindi costretto ad atterrare a Boston. Inizierà una forsennata e divertente corsa contro il tempo e gli imprevisti, che si susseguiranno uno dopo l'altro, per arrivare in orario all'appuntamento a New York.


Il film poggia sulle spalle d'una coppia d'attori in grande forma, Lemmon offre una prova da vero mattatore d'altri tempi, la Dennis tiene il passo senza sforzo alcuno, i due costruiscono una coppia di coniugi sempre divertente e irresistibile, tra battibecchi, dinamiche matrimoniali e sincero amore messo a dura prova dalle avversità presentate da una città all'apparenza spietata. Se c'è nel film un terzo protagonista questo è proprio New York, la Grande Mela, i numerosi esterni ce la mostrano nel suo lato più spettacolare e cinematografico come nei suoi aspetti più oscuri e meno rassicuranti, ma New York è sempre New York, il suo fascino è innegabile, qui è offerta in un ritratto imperdibile dei primi anni '70, un'occasione buona per ammirarla ancora una volta. Niente male la regia di Hiller che gestisce al meglio anche numerose sequenze piene zeppe di comparse, il caos delle grandi città è ben reso, i tempi sono sempre giusti, il regista è noto più che altro per aver diretto Love story, non è escluso che nella sua filmografia si nascondano però anche altri film interessanti o divertenti come questo.

Nulla di pretenzioso, una bella commedia, onesta, divertente, educata che non ce la mena con sottotesti e chiavi di lettura alte, un film poco noto che si è rivelata uno scoperta più che piacevole.

martedì 21 novembre 2017

JUSTICE LEAGUE

(di Zack Snyder, 2017)

E niente, credo proprio che in casa DC non ce la possano fare. Sono riusciti a mettere qualche pezza lungo la loro rincorsa affannosa ai Marvel Studios che continuano ad aumentare il distacco, e a conti fatti non si riesce a tenere il passo neanche con la 20th Century Fox. Ci stanno provando, forse anche troppo (e in questo potrebbe stare uno dei problemi), i grossi calibri li hanno loro e non riescono a sfruttarli degnamente, probabilmente non c'è un vero progetto ben pensato alla base di questo DC Extended Universe. Da chi è fan del genere Justice League si lascia guardare, è un film più che altro di presentazione, non è un bel film, non ha momenti entusiasmanti e non scalda i cuori, si ha proprio l'impressione, uscendo dalla sala, di non aver speso bene i propri soldi.

Qualche appunto sparso. Insomma, voglio dire, hai Superman (Henry Cavill), uno dei personaggi DC con maggiore tradizione insieme a Batman, è in assoluto l'icona del supereroe, nel film precedente lo fai sparire e qui lo usi come mera comparsa o poco più, lanciando per la prima volta sullo schermo la Justice League, e questa è praticamente orfana di Supes, l'eroe più riconoscibile al mondo? Bella mossa, da qui mi nasce l'idea che in fondo non ci sia questo progetto così ben pensato alla base di tutto il DCEU. Batman (Ben Affleck) è forse il personaggio più convincente insieme a Wonder Woman (Gal Gadot), ci viene proposta una delle sue versioni esteticamente meno affascinanti ma almeno funziona, un sacco di gadget, un Alfred (Jeremy Irons) al quale comunque preferivo il grandissimo Michael Caine, una strana abitudine a rivelare la sua identità a chicchessia ma va bene, accettabile. Wonder Woman riprende l'eroina già vista nel suo film personale, nota e delineata, Gal Gadot è perfetta nel ruolo, quasi una certezza ormai. Aquaman (Jason Momoa) è ritratto in una versione tamarra e spavalda che poco gli appartiene, non malaccio ma voglio vedere come si farà a fargli reggere un film a solo, Flash (Ezra Miller) è dipinto come una specie di imbecille cerebroleso vittima di un miscasting a mio avviso non da poco e Cyborg (Ray Fisher) è Cyborg, ci sta, ma avrebbe avuto più senso presentare una League con una Lanterna Verde tra le sue fila, o al limite Freccia Verde, Martian Manhunter, qualche altro grosso calibro.


La fase di presentazione dei personaggi non è mal concepita ed è l'unica ad avere qualche interesse, come già successo in Wonder Woman e in Dawn of Justice risulta completamente sballato e privo di fascino il villain di turno, questo Steppenwolf (Ciaran Hinds) che non è quello di Born to be wild e nemmeno quello di Hesse e tutti quanti ci chiediamo "chi cazzo è questo?", dotato del carisma di una lattina accartocciata e interessante quanto l'ultimo singolo di Laura Pausini. Anche i dialoghi lasciano molto a desiderare con una serie di frasi stereotipate e telefonate, non che ci si aspetti profondità shakespeariane da un cinecomic (cosa tra l'altro anche possibile volendo), però almeno un intrattenimento di una qualità più elevata sarebbe d'obbligo.

Come dicevo sopra alla fine Justice League si può anche guardare, se non amate il genere anche no, personalmente mi aspettavo un risultato ancor più deludente vista la poca notorietà di alcuni personaggi e la logica esigenza di farli conoscere al pubblico, almeno questo aspetto non è stato mal gestito, siamo però ancora lontani dall'avere tra le mani un film almeno divertente. A conti fatti rispetto a Wonder Woman un piccolo passo indietro, poco incoraggiante.

sabato 18 novembre 2017

BREAKING NEWS

(Daai si gin di Johnnie To, 2004)

Ad essere sincero mi aspettavo molto di più da questo Breaking news di Johnnie To, per quanto il cinema di Hong Kong possa essere spesso molto muscolare e virato all'action, con questo film pensavo di trovarmi di fronte a una riflessione più o meno profonda sull'utilizzo e l'invasività dei media, sulla loro influenza su persone e opinione pubblica. All'interno di un flebile impianto da gangster movie quella sulla comunicazione e sull'informazione è invece solo un'idea di base, uno spunto di partenza purtroppo sviluppato nel film davvero poco e in maniera molto superficiale.

Le cose migliori ce le fa vedere proprio Johnnie To nella realizzazione tecnica dell'opera, come sottolineato da più parti, si ammira ad esempio il lungo piano sequenza iniziale (circa otto minuti) in cui la camera del regista segue i protagonisti muovendosi dall'alto verso il basso, dall'esterno all'interno, stringendo, allargando, senza mai staccare, si destreggia tra auto, gangster e poliziotti impegnati in un conflitto a fuoco, tra protagonisti e comparse senza moti d'incertezza, registra una sequenza dinamica coi fiocchi dal punto di vista formale ed estetico, magari un po' troppo spinta e poco credibile dal punto di vista narrativo: spazi comunque ristretti, una miriade di pallottole espulse da armi di vario genere e la conta dei morti tra le fila di gangster e poliziotti è davvero fortunata, tutti graziati da una mira più che pessima, l'unico a vederci bene sembra essere proprio Johnnie To.


A Hong Kong un'operazione di polizia si risolve in una fragorosa sparatoria tra la banda del malavitoso Yuen (Richie Ren) e la squadra dell'ispettore Cheung (Nick Cheung) durante la quale una troupe televisiva riprende un episodio mortificante per le forze dell'ordine. Durante la successiva caccia ai malviventi alla sovrintendente Rebecca Fong (Kelly Chen) viene l'idea di sfruttare proprio l'impatto che la televisione ha sul pubblico per recuperare credibilità e per riportare i cittadini a credere nella polizia. Prima di sferrare gli attacchi decisivi alla banda, nel frattempo asserragliatasi all'interno di un enorme condominio, in particolare nell'alloggio del signor Yip (Lam Suet) padre di due figli, la polizia installa una piccola videocamera su ognuno dei suoi agenti coinvolti nell'operazione. Nella mente del tenente Fong l'operazione diventa uno show mediatico di cui lei è la sola regista.

Oltre alla perizia tecnica di To non rimane molto a entusiasmare lo spettatore di Breaking news, il discorso sui media non è così strutturato da risultare interessante, la vicenda è ravvivata dall'incontro all'interno del condominio con un'altra banda criminale e da un paio di scene sopra le righe, la sequenza nella quale i criminali nell'appartamento di Yip decidono di mettersi a cucinare per loro e per gli ostaggi è un divertente toccasana per un film che regala davvero pochi sussulti. Si lascia guardare Breaking news, è ben girato, chi ama il genere potrà godersi diverse sequenze, forse è un po' poco per invogliare ad approfondire il lavoro di To, cosa che non mi sarebbe dispiaciuto fare, vedremo se in futuro dare altre possibilità al regista.

domenica 12 novembre 2017

CA$H - FATE IL VOSTRO GIOCO

(Ca$h di Éric Besnard, 2008)

Produzione francese frizzante come lo champagne che strizza l'occhio al blockbuster più smaccatamente hollywoodyano; con Ca$h, ruffiano fin dal titolo, si è guardato molto all'heist movie statunitense cercando di confezionare un prodotto leggero e divertente che potesse soddisfare più palati, buono per passare una serata senza troppo impegno. Gli ingredienti sono più o meno quelli di uno dei più celebri film del genere degli ultimi decenni, l'Ocean's eleven di Soderbergh, ovviamente in salsa francese con un tocco di internazionalità nel cast.

La location di partenza è affascinante, Parigi è sempre Parigi, Besnard gira in luoghi molto riconoscibili, elemento in più di appetibilità per il pubblico, diversi sono i volti famosi che catturano l'attenzione: Jean Dujardin, Jean Reno, Valeria Golino, tutte stelle note non solo oltralpe. Ci si muove in bilico tra il film di rapina e quello della truffa, elementi che spesso vanno a braccetto, si aborre la violenza, tutto è orchestrato con una certa leggera eleganza.

L'incipit mostra l'omicidio di un certo Solal (Clovis Cornillac) in seguito a un tentativo di truffa finito male. L'uomo è il fratello di Cash (Jean Dujardin) e Léa (Caroline Proust), figlio di François (François Berléand), tutti componenti di una famiglia di abilissimi truffatori, ferrati in svariati campi di questo ramo. Per vendicare la morte del fratello Cash mette in piedi una truffa elaboratissima che coinvolgerà una banda di spacciatori di denaro falso, l'inafferrabile Maxime (Jean Reno), truffatore d'altissimo livello ricercatissimo dalla polizia francese, in particolare dall'ispettrice Julia Molina (Valeria Golino), gli agenti della affari interni Lebrun e Leblanc (Jocelyn Quivrin e Hubert Saint-Macary) e la bella Garance (Alice Taglioni).


Tutto verte sullo scoprire il colpevole della morte di Solal e conseguente punizione, lo spettatore viene tirato dentro un gioco continuo di ribaltamenti di fronte lungo il quale è difficile capire chi stia facendo il doppio gioco, chi il triplo e chi il quadruplo, di onesto non c'è nessuno (credo), con una serie di ribaltamenti di prospettiva e colpi di scena di volta in volta cambia l'identità del pollo di turno, del truffato e del truffatore, si viene catapultati in una centrifuga che allo stesso tempo diverte e intrattiene ma lascia anche un poco perplessi e spiazzati. Il ritmo è sempre alto, non ci sono momenti di stanca, pur non presentando particolari sequenze action né momenti di violenza Ca$h gira bene, nella ridda delle truffe e degli inganni il primo a venire ingannato è proprio lo spettatore, non tanto per il meccanismo a orologeria della sceneggiatura che a mio parere perde più d'un colpo, quanto proprio dal ritmo e dalla confusione della vicenda, una confusione comunque sempre piacevole. Alla fine tutto torna? No, secondo me no, alla fine non ci si capisce poi molto, si rimane spiazzati ma col sorriso sulle labbra e con una bella domanda: ma alla fine Solal chi l'ha fatto ammazzare? Il colpevole dovrebbe essere intuibile, ma il come e il perché mica li ho capiti. Ruffiano il titolo, le location da cartolina, il finale, gli attori, lo stile della regia, tutto è creato al fine di confezionare un intrattenimento spensierato e di poche pretese infilato in un abito elegante. Alla fine ci sono pure riusciti, non un capo d'opera ma in fondo che cosa vogliamo rimproverargli?

venerdì 10 novembre 2017

DRAGONERO ADVENTURES

(di Luca Enoch, Stefano Vietti e Riccardo Crosa, 2017)

È da diverso tempo che la Sergio Bonelli Editore sta diversificando le proprie proposte, muovendosi tra l'avventura classica, le edizioni in allegato ai quotidiani, i libri per fumetteria e librerie di varia, nuovi formati sfruttando la grossa spinta del colore ed esperimenti di vario altro genere, mi vengono in mente la serie The Editor Is In o il film Monolith, giusto per citarne un paio. Si vociferava da tempo di alcuni progetti dedicati alle fasce d'età più giovani, a un pubblico decisamente meno maturo rispetto al classico lettore potenziale di Tex o di Dylan Dog per esempio. Si è partiti alla chetichella con la strip Bonelli Kids proposta su Facebook e poi sullo stesso sito della SBE, esperimento simpatico ma dagli esiti non così riusciti, sia io che mia figlia Laura abbiamo perso presto l'abitudine di andare a guardarci la strip nuova, dopo un iniziale interesse creato soprattutto dalla novità. Sembra che la versione Kids dei più famosi personaggi di casa Bonelli approderà comunque su carta in un futuro progetto, staremo a vedere cosa succederà. Si è poi parlato parecchio della nuova serie ideata da Roberto Recchioni e che sarà rivolta ai bambini/ragazzi, 4 Hoods, probabilmente una sorta di parodia degli archetipi del racconto fantasy. Intanto la prima vera uscita su carta della nuova linea young della Bonelli è stata proprio Dragonero Adventures ad opera di Luca Enoch e Stefano Vietti.

Il prodotto sembra ben confezionato e a partire dal suo aspetto sembra essere stato pensato proprio per i bambini, approccio sicuramente lodevole ma soprattutto utile alla causa del fumetto che in qualche modo, se vuole sopravvivere a tutta la concorrenza tecnologica che gli si para di fronte, deve necessariamente intercettare nuove fasce di pubblico, ovviamente questo pubblico non può che essere quello giovane. Il formato è un pelo più grande del classico bonelliano, l'albo è uno spillato di 64 pp. tutte a colori stampato su carta lucida a un prezzo di 3,50 euro. Guardando la qualità dell'offerta, tralasciando al momento i contenuti, vista soprattutto la bella resa del colore sul tipo di carta scelta, il rapporto qualità/prezzo non sembra male, inoltre l'albo anche sotto l'aspetto redazionale e di presentazione sembra studiato per i giovanissimi: nessun riferimento al Dragonero ufficiale in bianco e nero, un'introduzione molto semplice e via subito nel vivo della vicenda.

La prima reazione di mia figlia alla vista del disegno e dei colori è stata di entusiasmo, durante la lettura di questo primo numero Laura ha espresso più volte apprezzamento per la parte grafica dell'albo, merito soprattutto dei bei colori vivi e nitidi di Paolo Francescutto, le matite di Crosa sono perfette per un target giovanile, dettagliate e professionali con una bella cura nella realizzazione delle ambientazioni, cosa non poi così scontata. Esteticamente non si può dir nulla, Dragonero Adventures, è un bel prodotto. La storia di Enoch ha tutti gli elementi giusti per poter piacere al pubblico a cui è rivolto e risultare una lettura piacevole anche per i genitori che magari vogliono leggere qualcosa insieme ai figli, in quest'ottica l'albo si rivela più che adeguato, i ragazzi possono identificarsi con il giovane Ian, le ragazze con Myrva, la sorella di Ian, e tutti possono apprezzare il lato più scanzonato dell'orco Gmor. Dentro c'è il rapporto tra fratelli, ci sono l'amicizia e i legami familiari, ovviamente tanta avventura, i momenti divertenti, il malvagio di turno e un impianto da cerca fantasy che può appassionare più di un lettore dell'età giusta. Se come ha detto Alfredo Castelli a Lucca parlando dei Bonelli Kids e iniziative simili, questo tipo di prodotti deve essere propedeutico alla lettura, a mio avviso con Dragonero Adventures al momento il bersaglio è stato centrato.

PS: unico appunto di Laura su Gmor: ma chi è questo? Il figlio di Hulk? (effettivamente è uguale a Skaar, e mia figlia Skaar nemmeno lo conosce). Mi sembra che Laura non abbia tutti i torti.

Myrva, Ian e Gmor

giovedì 9 novembre 2017

KATYN

(di Andrzej Wajda, 2007)

Katyn è uno di quei film che si potrebbero proiettare nelle scuole venuto il momento di studiare la Seconda Guerra Mondiale e di far capire ai ragazzi le implicazioni tragiche e miserevoli delle brutture di cui la nostra razza è capace. Sarebbe utile per approfondire episodi poco conosciuti e dibattuti, per capire la mistificazione storica, l'incredibile impunità di fronte a uno dei tanti massacri che la Storia ci ha presentato nel corso dei secoli. Ancora una volta Andrzej Wajda, scomparso lo scorso anno, si occupa della storia della sua Polonia, presa nel mezzo tra due fuochi nemici e terribili, quello russo e quello tedesco, capaci però di agire all'unisono allo scopo di spartirsi le vesti di un paese flagellato dalla crudeltà degli invasori.

Katyn è una località della Polonia, una foresta nella quale durante la Seconda Guerra Mondiale furono uccisi e sepolti in numero impressionante ufficiali e soldati dell'esercito polacco, l'eccidio si estese poi ai civili arrivando a contare un numero di vittime che superò le ventimila unità, una tragedia imputata ai nazisti ma in realtà operata dall'esercito russo che solo in anni più recenti, nel 1990 per l'esattezza, se ne assunse la piena responsabilità. Senza alzare la voce, senza spettacolarizzare nulla, senza far sfoggio di cappottini rossi, Wajda ci presenta una cronaca dell'evento, affidandone il racconto a diversi personaggi, in primis ai membri della famiglia di Andrzej (Artur Żmijewski), ufficiale polacco preso come prigioniero dai sovietici, alla moglie Anna (Maja Ostaszewska), all'amico Jerzy (Andrzej Chyra), anch'egli ufficiale. È un film del ricordo, da considerarsi tanto più vivido nel regista in quanto lo stesso padre di Wajda perì nel massacro di Katyn, è un film al quale non si può rimanere indifferenti, come spesso accade con opere che trattano argomenti similari a questo.


La messa in scena è sobria, efficace, quasi didattica se vogliamo, oltre alla cronaca della vicenda offre anche un punto di vista della generazione immediatamente successiva a quella delle vittime, quella dei figli affiliati alla resistenza, combattenti diversi e non irregimentati, sopravvissuti al tentativo di epurare completamente la classe dirigente e pensante di un intero paese, emblematiche in questo senso le sequenze delle deportazioni dei professori dalle università. Oltre che ricordo, Katyn è un veicolo di conoscenza, veicolo scomodo come dimostra anche la scarsa diffusione del film, molto visto in Polonia ma circolato poco nel resto d'Europa, inizialmente censurato e vietato in Russia, poi sdoganato.

Potrebbe essere un buon film per i cineforum, non certamente un film che si guarda come passatempo o per divertimento, piuttosto come approfondimento. Dopo aver parlato di Cenere e diamanti, opera del regista datata 1958, non si possono che ammirare la coerenza e la costanza di Wajda nel mettersi al servizio della memoria del proprio paese, un regista dalla filmografia parecchio nutrita, più di quaranta film tutti da scoprire.

lunedì 6 novembre 2017

BRADI PIT 157

Finalmente pioggia.


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Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

domenica 5 novembre 2017

TIRATE SUL PIANISTA

(Tirez sur le pianiste di François Truffaut, 1960)

Bissare il successo di un esordio come quello de I 400 colpi non era impresa facile nemmeno per François Truffaut che infatti con la sua seconda opera, Tirate sul pianista, non raccoglie gli stessi entusiasmi suscitati dal film precedente né da parte della critica né da parte del pubblico.

Eppure anche in questo film non mancano i motivi d'interesse, molti suscitati più dalle scelte di registro adottate da Truffaut che non dal contenuto della storia in sé. Intanto non è facile incollare un'etichetta a Tirate sul pianista, ad esempio wikipedia opta per un generico drammatico che va bene per tutte le occasioni, affiancandolo a un noir che andrebbe però letto in chiave molto atipica, inoltre non mancano venature da commedia e risvolti sentimentali, insomma inquadrare il film è impresa ardua, un'indecisione dettata da una pluralità di caratteristiche e sguardi che rendono Tirate sul pianista in qualche strano modo frizzante. Vero è anche che il film non è uno di quelli che colpiscono di primo acchito, se non ci si sofferma un attimo per apprezzarne i particolari accorgimenti adottati dal regista, limitandosi invece a una visione più superficiale, la pellicola potrebbe anche scivolare via senza lasciare il segno.

Truffaut in qualche modo cerca di non essere mai banale, in una vicenda che ha un impianto noir, ci presenta una coppia di delinquenti (quelli che braccano il protagonista) assolutamente sui generis, due gangsters che si perdono in chiacchiere inutili, che danno molta confidenza alle loro prede e che potrebbero essere i progenitori di tanti delinquenti visti in diversi film moderni molto celebri, pensiamo ai personaggi di Tarantino, Guy Ritchie, i sicari di In Bruges e via dicendo... alcune scene poi sfociano nel comico più puro. Il regista suscita curiosità nello spettatore anche quando si occupa di personaggi che sono poco più che comparse, c'è attenzione per tutti, il protagonista che di mestiere fa il pianista è un Charles Aznavour sempre in bilico, nella sua vita, tra la carriera di musicista e quella di attore, vero e proprio cortocircuito che dona una nota di fascino in più al film.


Questo si apre con una sequenza da noir puro, un uomo nel buio della notte sfugge a due inseguitori, durante la fuga scambia due chiacchiere con un passante (ed ecco ancora l'attenzione per i personaggi di Truffaut) e finisce per rifugiarsi nel locale dove suo fratello, che non vede da anni, suona il piano. Il pianista è Charlie Kholer (Charles Aznavour), suo fratello Chico (Albert Rèmy) è un poco di buono, così come lo è l'altro fratello Richard (Jean-Jacques Aslanian) e come forse lo è stato lo stesso Charlie in passato e come probabilmente, chissà, lo sarà il piccolo Fido (Richard Kanayan) in futuro. Per arrivare a Chico i due gangsters chiacchieroni prenderanno di mira proprio Charlie e le persone che gli stanno intorno, a partire dalla giovane Lena (Marie Dubois), cameriera nello stesso locale dove lavora Charlie. Pian piano scopriamo come Charlie in passato sia stato un pianista celebre, concertista di fama, un uomo sposato con la bella Theresa (Nicole Berger), altra cameriera, con una carriera lanciatissima. Un uomo anche insicuro per taluni versi, insicurezza che Truffaut esprime tramite i pensieri che talvolta accompagnano e contraddicono le azioni del protagonista, insicurezza che porta anche ad alcuni (tragici) errori. Intorno a Charlie, un timido all'apparenza, ruotano le donne: Theresa in flashback e Lena, ma anche la proprietaria del locale e la vicina di casa Clarisse (Michèle Mercier) che fa la vita, tutte a regalare quel tocco di lieve melò che aggiunge ancora un ingrediente al film.

Probabilmente Tirate sul pianista non è il film più riuscito di Truffaut, da molti potrebbe venire archiviato con facilità, ma a cercare c'è molto di buono anche qui, per un'opera seconda, spesso la più difficile, non ci si può proprio lamentare.

venerdì 3 novembre 2017

SETTE NOTE IN NERO

(di Lucio Fulci, 1977)

Sette note in nero si inserisce nel filone del thriller italiano anni 70 venato da qualche sfumatura sovrannaturale, ricorda molto il Profondo Rosso di Argento per tipo di immagini, per atmosfere, per gusto e anche per la buona riuscita, aiutata sicuramente dalla giusta scelta delle location (sia in interni che in esterni) e dall'uso di uno score musicale sapientemente indovinato. Fulci crea un melange internazionale sia nel plot della vicenda narrata che nella scelta del cast nel quale compaiono anche volti americani e francesi.

La piccola Virginia (Fausta Avelli) in visita a Firenze vive una sorta di fenomeno telepatico durante il quale vede il suicidio della madre che nello stesso momento si sta gettando in mare dall'alto delle scogliere di Dover in Inghilterra. Anni dopo, ormai adulta, Virginia (Jennifer O'Neill) vive stabilmente in Toscana e ha sposato l'italiano Francesco Ducci (Gianni Garko), i due hanno tutto l'aspetto d'una coppia felice e invidiabile. Un giorno, dopo aver accompagnato all'aeroporto il marito in partenza per una trasferta di lavoro, Virginia ha una nuova visione durante la quale assiste, tramite alcuni flash, a un delitto nel quale una donna viene murata ancora viva. La visione è allo stesso tempo vivida, sconcertante ma anche enigmatica, lascia molti dubbi sulla dinamica dell'evento e sull'identità delle persone coinvolte. Qualche giorno dopo, durante una visita in una delle proprietà della famiglia Ducci, Virginia riconosce il luogo del delitto presente nella sua visione, da quel momento, con un ritmo serratissimo, gli eventi si dipaneranno verso la soluzione di un thriller che coinvolgerà ancora diversi altri personaggi.


Sette note in nero è un ottimo thriller, l'incedere degli eventi e il ritmo scandito dalla regia e dalla sceneggiatura di Fulci, creano una tensione palpabile in crescendo verso il finale risolutore nel quale spiccano le sette note in nero del titolo. Fondamentale l'apporto delle musiche al film, a partire dalla partitura di Bixio, Frizzi e Tempera fino al brano d'apertura (o quasi) interpretato da Linda Lee. La sequenza iniziale mette da subito le carte in tavola, il montaggio alternato contamina le atmosfere inglesi del suicidio materno, a quelle fiorentine all'apparenza più serene, l'effetto speciale virato al truce risulta oggi datato ma comunque efficace anche se allo spirito più critico potrebbe finanche strappare un sorriso, ad ogni modo l'intro funziona e predispone da subito lo spettatore alla visione. La presentazione di Virginia e Francesco è a tutti gli effetti affidata all'ugola di Linda Lee, poi lo score, l'alternanza luce/buio e i primi piani sul volto bellissimo della O'Neill ci introducono alla parte più visionaria del film. La costruzione è perfetta, Fulci è da sempre considerato un artigiano del Cinema, se questo è, allora è un artigiano di sicuro talento, uno di quelli bravi, in pochi frame il regista ci mette a disposizione tutti gli elementi che andranno pian piano a costruire il perfetto gioco d'incastri che è Sette note in nero.

Quello che spicca nel film è la calibrazione millimetrica di una progressione della tensione efficacissima, è il succo, il nettare indispensabile che in film come questo porta lo spettatore a incollarsi allo schermo, poco importa se dalla sua uscita sono passati esattamente quarant'anni, il film funziona benissimo ancora oggi. Probabilmente al Cinema odierno nostrano qualche artigiano in più in fondo non farebbe male.

mercoledì 1 novembre 2017

A-Z: ANTLER - NOTHING THAT A BULLET COULDN'T CURE

Per diversi aspetti che a breve andremo ad elencare, il secondo lavoro degli Antler potrebbe spiazzare l'ascoltatore che già conosce le origini della band, così come l'ignaro curioso che si avvicina all'album fidandosi a occhi chiusi di ciò che promettono titolo e copertina del disco (e che non mantengono, non completamente almeno). Tutto ciò è male? Non necessariamente, non necessariamente...

Cover virata al marrone, il colore della terra, della polvere e del cuoio, quello dei cinturoni, il marrone degli stivali, del pelo di molti cavalli. In primo piano l'impugnatura di una colt: il calcio, il tamburo, il grilletto. Il font che recita "Antler" è quello classico delle insegne del vecchio West. All'interno la mano di un morto, gli stivali di un cowboy (o di un killer) non lasciano dubbi, siamo proprio nel selvaggio ovest americano. Un titolo indovinato: "Nulla che un proiettile non possa sistemare", sembra di sentir parlare Tex Willer. Insomma, ti aspetti un poco la musica del Sud, magari un bel gruppo southern figlio degli Allman, degli Skynyrd o al limite atmosfere desertiche più moderne, vicine all'ultimo Garwood o allo stoner dal quale arrivano diversi membri della band: Ian Ross (chitarra), Craig Riggs (voce) e Tim Catz (chitarra), tutti ex Roadsaw, band stoner già sotto contratto da metà degli anni 90 con la stessa Small Stone Records che ha pubblicato anche questo Nothing that a bullet couldn't cure nel 2006. Ai tre ragazzi di cui sopra si uniscono per il progetto Antler anche il bassista Marc Schleicher, il batterista Brian Strawn e il tastierista Dave Unger.

In realtà la proposta degli Antler risulta più fresca ma anche decisamente più leggera di quel che ci si possa aspettare, pone le sue basi sui classici stilemi dell'hard rock, fatti di riff granitici e soli di chitarra, non disdegna i territori del Sud degli Stati Uniti, lambisce pochissimo lo stoner delle origini ma contamina il tutto con un sound che ricorda molto rock dei 90 con inserti di strumenti aggiunti che ravvivano l'insieme di questo secondo lavoro della band.

Il pezzo d'apertura, The gentle butcher, è un hard rock sanguigno, diretto e onesto, al lavoro classico svolto dalle chitarre si affianca da subito la voce di Craig Riggs che dona aperture molto melodiche al brano, passaggi che spesso riportano alla mente lo Scott Weiland degli ultimi Stone Temple Pilots o addirittura il Neal Morse degli Spock's Beard, ben dosati gli innesti dei fiati di John Fraser che donano vivacità a un brano altrimenti davvero tanto canonico. La coda dell'opening track sfocia nell'attacco bondiano di Deep in a hole, ancora hard rock, rimandi ai primi Black Crowes grazie anche all'armonica di Rob Lohr, la band risulta coesa e compatta andando a creare un sound se non proprio personale almeno piacevole da ascoltare. Le influenze dei nineties si fanno sentire molto in a Little goes a long way, sorta di ballad energica e dolce allo stesso tempo, si rallenta ancora con Behind the key, pezzo leggermente più lisergico che guarda parecchio più indietro nel tempo tenendo i piedi sempre ben ancorati all'interno di un sound molto riconoscibile per chi ha amato i Pilots post Purple e Core, bei suoni e assolo lungo a impreziosire il pezzo. Finalmente le tastiere si ritagliano il loro spazio in They know I'm the one, ci sarebbero piaciute forse più invadenti e soprattutto avremmo voluto sentirle un poco di più nell'intera economia del disco, accontentiamoci per ora, prima di passare a Frozen over che ha tanto il sapore del filler senza particolari guizzi da offrire. Le successive Remind me of a way e Black eyed stranger richiamano ancora i riferimenti di cui abbiamo già detto, allontanandosi anche un po' dal versante più tradizionale, forse nei testi si respira un po' di quella polvere cara al vecchio west, come dimostra il titolo See me hang, brano che inizia in maniera molto soft, una bella ballata sulla quale continua ad aleggiare il fantasma di Weiland, in fondo Riggs come epigono non è poi neanche malaccio e l'ascolto dell'album risulta quindi piacevole. Ci si avvia alla conclusione con la più tirata My favorite enemy e con la dolcezza di A river underground.

Pescano un po' qua e un po' là gli Antler per confezionare questo prodotto, pulito, ben suonato, potenzialmente piacevole per diversi segmenti di pubblico, Nothing that a bullet couldn't cure, a prescindere dal titolo bellissimo, è uno di quei dischi che non cambierà la vita a nessuno, che non resterà impresso nella storia della musica e nemmeno nella nostra memoria, potrebbe però regalare diverse ore di piacevole ascolto a più d'uno di voi (noi). Una possibilità possiamo anche dargliela.



Nothing that a bullet couldn't cure, 2006 - Small Stone Records

Brian Strawn: batteria
Ian Ross: chitarra solista
Craig Riggs: voce
Dave Unger: tastiere
Marc Schleicher: basso
Tim Catz: chitarra

Tracklist:
01  The gentle butcher
02  Deep in a hole
03  A little goes a long way
04  Behind the key
05  They know I'm the one
06  Frozen over
07  Reminds me of a way
08  Black eyed stranger
09  See me hang
10  My favorite enemy
11  A river underground

lunedì 30 ottobre 2017

BRADI PIT 156

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I ORIGINS

(di Mike Cahill, 2014)

L'impressione che si è affacciata con più forza alla mia mente in seguito alla visione di I origins è che Mike Cahill sia un regista più furbo che realmente talentuoso, almeno giudicando il suo lavoro da quest'unico film, pellicola che ha riscosso meno successo del precedente Another Earth e che qui in Italia non ha nemmeno trovato una distribuzione nelle sale cinematografiche. Cahill, autore anche di soggetto e sceneggiatura, sa quali argomenti e quali meccanismi possano catturare l'attenzione dello spettatore, magari non tutti ma almeno quelli di un certo tipo (e io mi ci metto nel mezzo), sa come andare a toccare le corde giuste a livello emotivo, maneggiando i sentimenti magari con una certa faciloneria ma in maniera comunque efficace, a dimostrarlo la toccante scena finale del film e diversi momenti ben riusciti al suo interno, primi tra tutti quelli della nascita della storia d'amore tra i protagonisti, Ian Gray (Michael Pitt) e Sofi (Àstrid Bergès-Frisbey). Si lambiscono argomenti complessi, affascinanti, con implicazioni etiche, filosofiche e religiose, trattandoli con una certa superficialità che non impedisce alla storia e al film di funzionare comunque bene, in qualche maniera il racconto prende, soprattutto se non ci fermiamo troppo a pensare alle implicazioni che potrebbero sollevare gli argomenti trattati ma godendosi invece il film per quello che è: una semplice narrazione finzionale.

Ian Gray è un biologo molecolare che studia l'occhio umano, organo che oltre ad essere la sua materia di studio è anche un'ossessione per Gray che continua a fotografare e catalogare gli occhi di una moltitudine di persone. Un giorno Ian incontra Sofi a una festa, ragazza enigmatica che porta una maschera che lascia scoperti solo due occhi bellissimi che verranno ovviamente fotografati da Ian. I due, dopo un approccio caloroso, si separeranno solo per incontrarsi di nuovo dopo una strana serie di coincidenze che coinvolgono il ricorrere di un numero preciso e proprio gli occhi di Sofi. Segno del destino? Semplici coincidenze? Qualcosa di più? Nel frattempo proseguono gli studi di Ian sull'occhio, questi insieme alla collega ricercatrice Karen (Brit Marling) porta avanti esperimenti per definire tutti gli stadi evolutivi dell'occhio umano, studio che confuterebbe diverse credenze religiose che proprio sull'inspiegabilità scientifica di alcuni fenomeni legati all'occhio umano fondano una delle tesi sull'esistenza di Dio, posizione ovviamente non accettabile per lo scienziato. Di tutt'altro parere invece è Sofi che crede nell'inspiegabile e in collegamenti remoti tra diverse vite in tempi lontani tra loro.


Tutto sembra molto complicato ma in realtà non lo è, Cahill sa come gestire la materia, sa quando inserire qualche colpo basso, sa come blandire lo spettatore con un passaggio romantico, sa come piazzare una scena ad effetto ma soprattutto costruisce un film che, nonostante gli argomenti solo all'apparenza ostici, fila dritto come un fuso senza creare inutili complicazioni. Si avvale di bei volti, un Michael Pitt adatto alla parte, la modella spagnola Àstrid Bergès-Frisbey che offre una bellezza fuori dai canoni e quella invece più canonica di Brit Marling, nel cast anche Steven Yeun, il Glenn di The walking dead. Formalmente la messa in scena non presenta sbavature ma nemmeno guizzi particolari, la confezione è quasi lussuosa e cela in parte un contenuto ben realizzato ma privo di grande spessore.

I origins è un film per un pubblico a cui piace il genere, soprattutto quel misto tra scienza, fantascienza e inspiegabile (sovrannaturale sarebbe un parolone troppo grosso in questo caso) che sfocia in storie fuori dall'ordinario, un film che può offrire un buon intrattenimento e che non lascerà deluso troppo pubblico, certo imperfetto, anche criticabile per alcuni versi ma guardandolo senza pretese sicuramente godibile.

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