venerdì 28 aprile 2017

ERA MIO PADRE

(Road to Perdition di Sam Mendes, 2002)

Finalmente, dopo una lunga attesa, nel 2002, proprio con questo Era mio padre, abbiamo potuto ammirare Tom Hanks nei panni di un assassino, uno degli attori dalla faccia più buona di tutta Hollywood calato nella parte di figlio adottivo e guardaspalle del boss John Rooney (Paul Newman), capofamiglia di origini irlandesi che gestisce molte delle attività illegali che fioriscono dalle parti di Rock Island, Illinois. Siamo negli anni della grande depressione e del proibizionismo, anni in cui è possibile arricchirsi sul vizio, con l'alcool e con una sana dose di violenza.

Mike Sullivan (Tom Hanks), padre e marito amorevole, ha un debito d'amore e riconoscenza per il vecchio Rooney che l'ha cresciuto come fosse stato suo figlio, al pari della vera carne della sua carne, il suo vero discendente Connor (Daniel Craig). Come spesso accade in queste situazioni il figlio adottivo è vero motivo d'orgoglio per il padre, uomo tutto d'un pezzo sul quale si può sempre fare affidamento, giusto, moderato, spietato quando serve, fedele e leale, al contrario del figlio naturale: arrivista, traditore, subdolo e inetto. È un bel contrasto quello che porta in scena Tom Hanks, uomo d'altri tempi con un mestiere sporco, sporchissimo, ma allo stesso tempo marito devoto, padre innamorato dei due figli maschi, forse poco attento, inevitabilmente distante in alcune occasioni, giustamente preoccupato per il futuro dei suoi figli, tanto da nascondere loro la reale natura del suo ruolo nella famiglia Rooney il cui capostipite è per i due ragazzi, Michael Jr (Tyler Hoeclin) e Peter (Liam Aiken), un nonno a tutti gli effetti. Poi accade l'irreparabile, il vecchio è costretto a scegliere tra i suoi due figli, tra il legame di sangue e quello affettivo e purtroppo, si sa, il sangue non è acqua.

Inizia a dipanarsi una storia di vendetta e fuga con protagonista l'ex rampollo prediletto ora diventato reietto, i due Mike Sullivan (senior e junior) intraprendono un viaggio attraverso gli ampi spazi di un'America centrale e rurale, alla ricerca di appoggi nella persona di Frank Nitti (un convincente Stanley Tucci), boss di Chicago, di scappatoie e nascondigli e alla volta di una riscossa che non teme nessuno, né legami familiari ormai spezzati né pezzi grossi come Al Capone (nel film solo nominato). Il viaggio per la sopravvivenza sarà anche il modo per padre e figlio di stringere un legame più forte e in fin dei conti sarà anche l'occasione per conoscersi per davvero, per dimostrarsi l'un l'altro uno degli amori più puri che possano esserci, un legame rappresentato in maniera sobria ma tanto potente da costringermi a mettere in pausa il film per andare in camera di mia figlia preso dal bisogno impellente di baciarla mentre dormiva per poi continuare con la visione del film.

A chi mi chiede se Michael Sullivan era una brava persona o solo un poco di buono... io do sempre la stessa risposta. Dico soltanto... era mio padre.


Un rapporto davvero splendido quello tra questi uomini, graziato oltre che dalla bravura di un Tom Hanks inappuntabile, dalla magnifica presenza di un Paul Newman qui alla sua ultima apparizione e dal precoce talento di Tyler Hoeclin perfetto nella parte del giovane Mike jr. Anche la bella fotografia d'epoca, le panoramiche su un'America che non è più, contribuiscono alla riuscita di un film che presenta diversi aspetti degni di nota. Marginale è forse l'aspetto criminoso della vicenda, pur se ben presente è mitigato da una visione dei personaggi principali che sono uomini, padri, figli, prima che gangsters. Menzione anche per la figura del sicario fotografo interpretata da Jude Law, ennesimo protagonista maschile in un film di soli uomini, fatta eccezione per la moglie di Sullivan interpretata da Jennifer Jason Leigh.

Bella prova seconda per Sam Mendes, uno dei pochi registi che è riuscito a farmi addormentare in sala con il suo American beauty (ma forse ero stanco io) e che poi, colpevolmente, non ho più avuto modo di seguire. Chissà, forse sarà davvero il caso di rimediare.

lunedì 24 aprile 2017

STATE OF PLAY

(di Kevin Macdonald, 2009)

La figura del giornalista investigativo al cinema ha sempre avuto un fascino particolare ed è stata protagonista di pellicole di valore ma soprattutto coinvolgenti, pensiamo a film come Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula, lo Zodiac di David Fincher, il datato L'asso nella manica girato da un Billy Wilder per una volta lontano dalla commedia, e ora riaffiora alla mente soprattutto il bellissimo Insider - Dietro la verità di Michael Mann, anche questo con Russell Crowe tra i protagonisti, allora informatore per il giornalista interpretato dal maestro Al Pacino, qui invece protagonista assoluto e navigato giornalista del Washington Globe.

Probabilmente State of play non è all'altezza di nessuno dei film sopra citati, ad ogni modo risulta essere un thriller investigativo solido, ben strutturato e avvincente, con qualche scivolata qua e là ma con la capacità di tenere lo spettatore ancorato a una narrazione che desta interesse pur abusando nell'uso del colpo di scena, certo funzionale al genere ma soprattutto sul finale adoperato con una certa leggerezza attraverso espedienti forse già visti davvero troppe volte.

Ad ogni modo l'impianto narrativo funziona: in una buia nottata di Washington un killer (Michael Berresse) fredda un ladruncolo in possesso di una preziosa valigetta senza farsi scrupolo di eliminare anche un innocente testimone di passaggio. L'uomo però commette un errore, il testimone, pur se in stato comatoso, sopravvive. Parallelamente a questa vicenda si sviluppa quella del deputato Stephen Collins (Ben Affleck) che porta avanti un'inchiesta per scoperchiare vicende poco chiare legate alla Pointcorp, un'agenzia che usa ex militari per compiere missioni all'estero dietro cospicui pagamenti e che, cosa ben più inquietante, si sta muovendo per assumere un ruolo preminente nella privatizzazione della difesa interna su suolo americano. L'assistente personale del deputato, Sonia Baker (Maria Thayer) molto addentro alla vicenda, si suicida inspiegabilmente.


L'opinione pubblica e i media, invece di interessarsi allo strano suicidio, si gettano a capofitto sulla relazione extraconiugale di Collins con la Baker, vicenda che finirà tra le mani della blogger Della Frey (Rachel McAdams) in forza alla sezione online del Washington Globe. Invece uno dei dinosauri del giornale, il veterano Cal McAffrey (Russell Crowe) affezionato a carta e inchiostro e allergico alle nuove tecnologie, sta scavando sul duplice omicidio, pressato dalla direzione di un giornale ormai in piena crisi rappresentata dall'editore Cameron Lynn (Helen Mirren). Inutile dire che le due vicende troveranno punti in comune e la strana coppia di giornalisti diverrà un'unità investigativa pronta a tutto per riportare a galla le verità nascoste e insabbiate da poteri forti.

C'è un buon ritmo in State of play, una regia diligente che segue gli stilemi del genere, un buon cast di interpreti, Affleck è come spesso accade un po' imbalsamato ma qui non è sua la parte del leone che spetta invece a un Russell Crowe imbolsito che ancora una volta dimostra di essere un attore di razza eclissando un po' tutti ad eccezion fatta per la sempre in gamba Helen Mirren. Quello del giornalismo investigativo, sorta si sottogenere del thriller, ha i suoi codici che qui vengono rispettati, andando a costruire un film che non presenta innovazioni ma intrattiene e appassiona, per chi ama questo tipo di strutture narrative un film a cui dare senz'altro una possibilità.

sabato 22 aprile 2017

TI AMERÒ SEMPRE

(Il y a longtemps que je t'aime di Philippe Claudel, 2008)

Ci sono esperienze che è impossibile lasciarsi alle spalle, non del tutto almeno, nonostante il tempo passato, nonostante la vicinanza delle persone care (anche se questa a volte si manifesta in maniera tardiva), nonostante gli sforzi e la vita che giorno dopo giorno in qualche modo continua a scorrere e a offrire, anche se parrebbe impossibile, nuove opportunità, nuove strade, nuovi assetti. Ma il passato non si dimentica, continua a ferire, scava, trasforma, si ripropone in un dolore spesso lancinante e non allontanabile.

È ciò che accade a Juliette (Kristin Scott Thomas) che dopo una lontananza durata anni torna a riavvicinarsi alla sorella minore Léa (Elsa Zylberstein) e alla sua famiglia: il marito Luc (Serge Hazanavicius) e le loro due piccole bambine adottive, due nipotine che Juliette non ha mai avuto occasione di conoscere. Si percepisce da subito che l'atmosfera però è tesa, che l'incontro è dettato da cause fuori dal comune e che qualcosa di grave abita nel passato delle due donne, o di una di loro almeno. Il regista Philippe Claudel, noto più come scrittore e qui all'esordio dietro la macchina da presa, è bravo a intessere un'alone d'inquieto mistero almeno nelle prime battute del film, mistero che per esigenze di copione è intuibile e viene presto svelato: Juliette ha passato gli ultimi quindici anni della sua vita in prigione per omicidio. Eppure Juliette non ha il profilo dell'assassina, certo è schiva, silenziosa e affronta la fatica di un reinserimento non facile dove anche una domanda priva di malizia buttata lì durante una cena tra conoscenti può creare momenti di imbarazzo e fortissima tensione. Ci sono il dolore sotterraneo e quindici anni di reclusione a ricordare ogni giorno a Juliette che il passato non si cancella, ritorna, viene rinfacciato, scatena recriminazioni.

Claudel mantiene però vivo il mistero sulle motivazioni del gesto della donna, ricostruendo poco a poco il rapporto tra due sorelle che, complice anche il totale rinnegamento da parte dei genitori della figlia omicida, non hanno avuto modo di incontrarsi per quindici lunghi anni.


È un dolore difficile da portare in scena quello di Ti amerò sempre, si rivela quindi indovinatissima la scelta di Kristin Scott Thomas; l'attrice con sguardi persi, silenzi, gesti contenuti e occhi colmi di sofferenza restituisce agli spettatori un bellissimo personaggio, capace di fare passi avanti, giorno dopo giorno, camminando in una vita e in un'esistenza in cui muovere anche un solo passo sembra essere straziante. Invece Juliette è una speranza, una seconda possibilità, un'esistenza che nulla ha a che fare con odio e violenza, una vita segnata tragicamente dall'amore. Probabilmente la scelta di un finale meno traumatico rispetto alle aspettative createsi durante il dipanarsi della vicenda, di un disvelamento più accomodante e meno disturbante di quello atteso, può facilmente sembrare poco coraggiosa e comoda. La chiusura scelta da Claudel è però coerente con lo sviluppo di una protagonista che non vuole mai essere un clichè negativo, nonostante la sua grave colpa inaccettabile agli occhi di molti. Non tutto per forza deve risultare shockante, cinico e cattivo, il finale scelto dal regista è una delle visioni possibili, probabilmente più consolatoria di altre ma anche più credibile, il male assoluto è presente nel nostro mondo ma per fortuna non si annida sempre ovunque.

Non è un giallo Ti amerò sempre, non è il mistero il nodo di una vicenda che è prima di tutto umana, è il dolore e la speranza, è la colpa, la pena ma soprattutto il riscatto quotidiano, quello degli affetti, della dignità, della vita da riprendersi giorno dopo giorno con la consapevolezza che insieme alle nuove speranze ci sarà sempre un vecchio compagno a camminare con Juliette, un dolore atroce con cui imparerà a convivere ma che fino alla fine dei giorni non svanirà mai.

lunedì 17 aprile 2017

IL GRANDE E POTENTE OZ

(Oz the great and powerful di Sam Raimi, 2013)

È un tripudio di colori e tedio l'ultimo film diretto da Sam Raimi. Mi sono accostato scettico alla visione de Il grande e potente Oz, il film non mi ispirava nessun tipo di interesse, poi al vedere il nome di Sam Raimi alla regia mi sono un poco rincuorato. Pur mancandomi alcuni tasselli della filmografia del regista, insieme al deludente Spider-Man 3, questo è sicuramente il film più noioso che mi sia capitato di vedere firmato (e filmato) da Raimi.

La parte migliore del film è la presentazione del protagonista, girata in un bel bianco e nero evocativo che ci mostra come il grande e potente Oz (James Franco) non sia altro che un cialtrone, un illusionista da quattro soldi che ha però l'ambizione di diventare un grande uomo del calibro di Thomas Alva Edison, intenzione ammirevole che non toglie il fatto che al momento Oz rimanga comunque poco più di un cialtrone. Originario del Kansas, Oz si ritrova in seguito a un volo in mongolfiera complicato da una strana tempesta, nel paese della città di smeraldo, raggiungibile seguendo una comoda strada di mattoni dorati, in quello che poi in seguito verrà conosciuto da tutti come il mondo di Oz.

Non ci sono Dorothy, il leone codardo, l'uomo di stagno e lo spaventapasseri (beh, forse c'è la loro versione in nuce), qui temporalmente tutto accade un poco prima, il mago deve ancora guadagnarsi la sua popolarità nel regno, c'è ancora da combattere e definire i ruoli tra salvatori e cattivi e la storia è ancora tutta da scrivere.

In un sovradosaggio di colore e digitale, in una scenografia tanto satura come in un film non dovrebbe mai essere, si svolge lo scontro tra un mago poco più che illusionista, la strega buona Glinda (Michelle Williams) e le sorelle Evanora (Rachel Weisz), strega malvagia dell'est e Theodora (Mila Kunis), strega malvagia dell'ovest. La confezione sontuosa e la durata eccessiva del film sembrano messe lì a sopperire l'apparente poco impegno del cast, anche Franco solitamente in gamba qui si accontenta del minimo sindacale, tutto si appiattisce a un livello talmente basso da risvegliare la noia anche nello spettatore più ben disposto nel giro di una manciata di minuti dall'arrivo nel regno di fantasia. Per assurdo le due interpretazioni migliori arrivano da due creature digitali animate presumibilmente in motion capture grazie all'attore Zach Braff che dà vita alla scimmia alata Finley, aiutante e facchino di Oz, e alla giovane Joey King, una dolce (quando vuole) bambola di porcellana. Entrambi gli attori hanno anche una parte nel prologo del film.


Tutto il resto, come cantava il Califfo, è noia. Sembra che dopo questa prova Sam Raimi si sia dedicato con maggior impegno e successo al televisivo Ash vs. Evil Dead che a detta della critica sembra essere un prodotto più divertente e riuscito. Segnaliamo ancora il solito cameo di Bruce Campbell immancabile in ogni film del regista, cameo che devo essermi perso in uno dei momenti di crisi per sonnolenza acuta. A chi non avesse ancora visto il film consiglio di continuare a rivolgersi a Judy Garland, se siete fan di Franco guardatevi tranquillamente la pubblicità di Zalando che è più divertente e dura meno.

C'è anche chi ha azzardato una lettura sul potere dell'illusione, anche dal punto di vista politico, che almeno nella nostra società si trasforma in supercazzola se non proprio in malafede, inganno e menzogna. Ci può stare, alcuni passaggi del film si possono leggere anche sotto quest'ottica, ciò non toglie che il livello di tedio si assolutamente sopra il livello di guardia, come non accade nemmeno nelle peggiori tribune politiche.

venerdì 14 aprile 2017

IL TESCHIO DEL DESTINO

Dietro l'affascinante copertina disegnata da Giancarlo Alessandrini si cela ancora una volta una buona storia sviluppata nell'arco di due albi, quello citato nel titolo del post e il successivo All'ombra di Teotihuacan. Un Martin spigoloso, plastico, in posizione di difesa, stagliato su uno sfondo dai motivi precolombiani, fissa preoccupato un teschio ridente, all'apparenza trasparente e che ricorda il volto del famoso Fantaman dei cartoni animati. C'è tutto il talento di un disegnatore che senza abusare in tratteggi e lacchezzi compone immagini evocative e intriganti apparentemente con una semplicità disarmante.

Questa volta spunto della vicenda imbastita da Castelli non è un mystero molto celebre, tutt'altro, si parla del Teschio del Destino, un teschio a grandezza naturale in cristallo che sembra essere scolpito in un unico pezzo, senza aggiunte o incastri, ritrovato nel 1927 a Lubantuun e, sembra, risalente alla civiltà Azteca, epoca in cui la realizzazione di un manufatto simile sarebbe stata per niente semplice. Nella storia di Martin Mystère il teschio, conservato al Museum of Mankind di Londra (si trova lì anche nella realtà) ha particolari poteri e influenze negative su alcuni individui, qui una ragazza in particolare che si convince di essere lo spirito del dio Teotihuacan. La vicenda è un poco intricata e ben allestita, prima di trovarsi coinvolto nell'affaire del teschio di cristallo Martin Mystère avrà a che fare con una vendita da cortile, con delle diapositive di famiglia e con un equivoco pubblicitario, una sequenza di eventi che lo porterà in Messico dove incontrerà il suo vecchio amico Lopez e dove si svolgerà il grosso della vicenda (o almeno la parte più action per i nostri eroi).

Non male questo dittico di storie che mi ha permesso di conoscere il teschio di cristallo (di cui non ero a conoscenza, e no, non ho visto il relativo Indiana Jones e nemmeno so se possa essere attinente all'argomento) e che si è rivelato lettura piacevole, qui il punto di grande interesse sta nelle matite di un Claudio Villa, che non è il reuccio che qui è omaggiato, ma l'artista che siamo abituati ad associare più a Tex che non a Martin Mystère.

Villa è indubbiamente un ottimo disegnatore, quello che colpisce è la cura che il disegnatore mette nel tratteggiare anche le comparse e le persone che sono solo sfondo nelle sue vignette, volti ben caratterizzati, che hanno personalità, espressivi come espressivi in maniera convincente sono i protagonisti della storia in ogni situazione. Il teschio è minaccioso, i panorami sontuosi, Martin molto elegante, Java un vero neandertaliano. Dinamico negli scontri, negli inseguimenti, Villa trasmette tutto l'impegno per un lavoro artigianale fatto con passione, anche se non tutte le vignette possono considerarsi al top, la professionalità e il talento del disegnatore sono innegabili.

Il teschio di cristallo

lunedì 10 aprile 2017

LA PAZZA GIOIA

(di Paolo Virzì, 2016)

Si parla di cinema italiano e viene naturale pensare alla commedia. È diventato ormai un riflesso condizionato, un collegamento che spesso le nostre menti compiono in maniera aprioristica e automatica, non in virtù dell'epoca d'oro della Nostra Commedia, riconosciuta altissima ovunque, ma semplicemente perché qui da noi, oggi, ci si azzarda a fare poco altro. Tra gli esponenti più autorevoli della commedia contemporanea c'è sicuramente Paolo Virzì, regista intelligente e dallo sguardo attento, anche lui associato al genere con molta facilità e a volte con una dose di faciloneria. La pazza gioia è tutt'altro che una commedia; certo ne mantiene alcune strutture, alcuni topoi e anche, di quando in quando, i giusti tempi comici. In questo caso parlare in generale di commedia, pur non essendoci nulla di male, anzi, mi sembra in ogni caso riduttivo. Ad ogni modo, se proprio così vogliamo considerare La pazza gioia, potremmo dire che questo è uno di quei film capaci di innalzare nuovamente il livello medio della commedia italiana davanti agli occhi del mondo.

La coppia di personaggi molto diversi tra loro, se non proprio agli antipodi, è in effetti un classico della commedia di tutti i tempi, se non vogliamo scomodare proprio Stanlio e Ollio (menzionati anche dalla stessa Valeria Bruni Tedeschi durante la premiazione dei David di Donatello), pensiamo a Jack Lemmon e Walter Matthau, a tutte le coppie dei buddy movies, o a Jerry Lewis e Dean Martin solo per citarne alcune. Certo, anche Virzì mette in scena due personaggi molto diversi tra loro, la Donatella Morelli interpretata da Micaela Ramazzotti, donna molto giovane che si porta già sulle spalle un bagaglio tragico carico di sofferenza e depressioni, e la Beatrice Morandini Valdirana alla quale dà vita una stratosferica Valeria Bruni Tedeschi, donna che arriva dal bel mondo, abbandonata e ferita, afflitta da un disagio mentale che la porta a essere sempre un tantino euforica e sopra le righe. A differenza di ciò che accade nella commedia classica dove i protagonisti, o la coppia protagonista se vogliamo attenerci ai nomi di cui sopra, spesso sono semplici macchiette, elementi archetipici a uso e consumo della gag o della battuta divertente, magari interpretati da attori bravi quanto si vuole ma in fin dei conti quasi sempre figure bidimensionali, qui ci sono due protagoniste che di comico non hanno proprio nulla, due personaggi scritti e approfonditi in maniera egregia, con un vissuto ascrivibile alla più cupa delle tragedie, narrate a volte con leggerezza, a volte con delicatezza, a volte in maniera più comica (e in questo sta tutta la bravura di Virzì e della Archibugi in sede di sceneggiatura), che però non si fanno ricordare per la risata che sono capaci di strapparti quanto per l'esistenza dolorosa, anche aperta alla speranza, alla quale queste due donne sono state sottoposte, esistenze che chiunque abbia avuto a che fare con il disagio mentale e con la depressione potrebbe aver toccato con mano.


Beatrice, affetta da disturbi mentali, risiede a Villa Biondi, una comunità in Toscana presso la quale viene alloggiata anche la giovane Donatella, affetta da manie depressive, legata in vari modi a figure maschili completamente sbagliate e con un passato recente molto duro alle spalle. Esuberante, pretenziosa e spesso indisponente la prima, chiusa in sé stessa la seconda, le due solitudini avranno modo di incontrarsi a metà strada e in modi diversi di aprirsi l'una con l'altra, aiutandosi a vicenda, anche involontariamente e a spese del personale sanitario che, perdutele di vista in occasione di un'uscita lavoro, se le ritrova in fuga in un road movie al femminile che può ricordare quello delle celebri Thelma e Louise ma che a conti fatti risulta decisamente più credibile, più umano e proprio per questo anche cinematograficamente superiore.

Ciò che di più bello rimane del film, pur carico di altri personaggi in qualche modo importanti, è lo splendido rapporto tra queste due meravigliose donne/attrici, la Bruni Tedeschi semplicemente perfetta nelle sue imperfezioni e una Ramazzotti bravissima anche nell'adattarsi alla cadenza toscana, probabilmente aiutata proprio dalla convivenza con Virzì, due attrici che sono riuscite a dar vita con adesione commovente a due personaggi che con facilità rimarranno impressi nella memoria.

La vittoria ai David di Donatello, oltre che meritata, è diventata una splendida coda al film grazie alla performance della Tedeschi, inarrivabile anche in quella particolare occasione, commovente con un filo di follia, un po' come se invece dell'attrice il premio l'avesse vinto proprio Beatrice.

sabato 8 aprile 2017

NADIA REID - PRESERVATION

Preservation arriva ad un paio d'anni di distanza dall'album di debutto di Nadia Reid,  giovane cantautrice neozelandese. Nonostante la giovane età, lungo le tracce di questa sua seconda prova, risulta evidente come l'artista abbia già raggiunto un certo grado di maturità andando a comporre un lotto di canzoni spesso minimali nella struttura, nelle variazioni, delicate nei toni e nell'uso delle chitarre, ma sempre interessanti negli arrangiamenti, delicati anche questi e mai invadenti, ma capaci di attrarre l'attenzione dell'ascoltatore su un particolare, su un suono seminascosto sullo sfondo, una nota in grado di donare scie di moderata ricchezza ai brani, capacità di non poco valore che emerge più volte lungo l'ascolto di un album peraltro intriso di una importante (ma sempre gradevole) vena malinconica.

Siamo nei territori del folk e del cantautorato al femminile, già al tempo del disco d'esordio della Reid la critica specializzata aveva speso i nomi di Laura Marling e quello di diverse altre star dal mood affine come termine di paragone, sottolineando come qualche passo ancora andava fatto dalla Reid per un pieno raggiungimento di una personale cifra stilistica. Pur non avendo a disposizione una così vasta gamma di soluzioni vocali da apportare alla causa della sua musica, Nadia Reid sopperisce senza problemi a questa piccola "mancanza" grazie a un'espressività sincera, tecnicamente non sempre così sicura e incisiva, ma molto spesso toccante e onesta.

Preservation è un brano che è perfetto esempio della proposta della Reid, con la sua dolcezza malinconica aperta a sprazzi di ottimismo e squarci di sereno all'orizzonte, mediata da una fiducia conquistata con l'esperienza; un brano affascinante per la messa in campo di suoni che sono richiami, inviti pudìchi a un ascolto più attento. Non mancano inserti elettrici in composizioni che ricorrono ad arrangiamenti un poco più graffianti (The arrow and the aim) che non alterano troppo l'equilibrio di un lavoro che mantiene sempre e comunque toni intimisti e personali ma che non disprezza sguardi al lato più rock di questo genere di proposta (Richard).  Si alternano ballate melodiche, anche più convenzionali se vogliamo (I come home to you), a fraseggi più sentiti, piccole confessioni (Hanson St. Pt. 2) che hanno il sapore della verità. Una bella linea di basso apre Right on time, subito doppiata dall'inserto di chitarra e il brano è bello che costruito, ancora una volta arrangiamenti indovinati a supporto, all'apparenza con facilità e felicità un pezzo prende un andamento vitale per poi smorzarsi nel passaggio alla successiva e acustica Reach my destination.

Preservation è un album che alterna al minimalismo sognante (Te Aro) composizioni più immediate e canoniche (The way it goes) senza soluzione di continuità, manca forse il pezzo capace di segnare l'ascolto, di rimanere impresso, quella tappa obbligata di un viaggio che si rivela comunque piacevole dall'inizio alla fine.


Preservation, 2017 - Basin Rock

Tracklist:
01  Preservation
02  The arrow and the aim
03  Richard
04  I come home to you
05  Hanson St part 2 (a river)
06  Right on time
07  Reach my destination
08  Te Aro
09  The way it goes
10  Ain't got you

venerdì 7 aprile 2017

ANTEPRIMA GUS VAN SANT

Il momento si avvicina, sulla pagina web di Magazzini Inesistenti potete trovare l'anteprima del mio pezzo sul cinema di Gus Van Sant spalmato su ben sei pagine. Emozione, doppia emozione, tripla emozione...










domenica 2 aprile 2017

IL TUNNEL DELL'ORRORE

(di Tiziano Sclavi e Montanari & Grassani)

Pur non rientrando nel novero dei miei disegnatori preferiti, come già sottolineato più volte, c'è da rendere merito al duo Montanari & Grassani per la loro instancabilità, oltre a essere stati tra gli autori più prolifici sulla testata dedicata all'indagatore dell'incubo, almeno fino a questo ventiduesimo episodio, qui infilano (per la seconda volta) una doppietta di racconti (questo e quello del mese precedente) per un totale di tavole davvero non indifferente. Insomma, un'equipe ben rodata sulla quale si poteva sempre contare. Quindi il duo all'opera per la seconda volta consecutiva e, per la seconda volta consecutiva, anche una storia dove l'orrore affonda nel quotidiano ed è provocato dalla follia degli uomini, a volte improvvisa e spiazzante, a volte lucida e premeditata.

Questa volta nel solito gioco citazionista è protagonista il grande Clint Eastwood. Harwell, Berkshire. Il giovane Clint, che di cognome fa Callaghan, è un ragazzo per bene, studioso, pacato, proveniente da una buona famiglia che gestisce l'armeria del paese. È un posto sonnolento Harwell, una delle poche attrazioni del paese è il Luna Park con le sue baracche per i giochi, le giostre e il Tunnel dell'orrore nel quale si possono ammirare scheletri assortiti, Dracula, l'uomo lupo, zombi e orrori vari. Ma il vero orrore viene scatenato proprio dal mite Clint che in un impeto di follia inizia a sparare sulla folla, falciando donne, bambini, i pochi visitatori del Luna Park e i vari gestori provocando una strage insensata e inaspettata.

Barricatosi con un ostaggio all'interno del Tunnel dell'orrore, dopo l'arrivo dell'ispettore Bloch, della polizia e dell'esercito, il giovane Clint chiede di Dylan Dog. Oltre che con l'ottusità dei militari, sempre pronti a premere il grilletto e ad aggiungere violenza a violenza, Dylan dovrà confrontarsi con una storia proveniente dal passato che affonda nell'orrore con la maiuscola, quello legato all'ideologia nazista propugnata qui dal Dottor Hicks già visto nell'episodio Fra la vita e la morte, personaggio che si candida a essere una delle nemesi ricorrenti dell'indagatore di Craven Road.

Episodio che ancora una volta preme sull'orrore possibile, quello quotidiano, quello che di tanto in tanto esplode e che se sei fortunato vedi solamente nei telegiornali e non in prima persona. La follia omicida, qui mischiata all'orrore della scienza fuori controllo, contro natura e insensata, e alla pazzia maligna di individui squilibrati è la vera protagonista. Manca un po' di quella vena da orrore strisciante e sotterraneo che a volte regala quel quid in più alle storie di Dylan Dog, rimane un altro buon tassello che puntella ancora una volta la crescita di un'ottima serie.

sabato 1 aprile 2017

TOMAS MILIAN - IL DOLCE TRUCIDO

In una delle interviste riproposte in questi giorni in televisione in seguito alla sua scomparsa, Tomas Milian affermava come avesse sempre voluto fare film popolari, prodotti per far divertire la gente; e come, di contro, non fosse interessato a fare film per gli intellettuali, perché questi ultimi, a suo dire, non sarebbero capaci di amare. Lui, l’attore, aveva invece bisogno dell’amore del suo pubblico, in maniera viscerale, un amore che è riuscito a ricevere a grandi dosi, in particolare dal pubblico romano grazie ai suoi personaggi più celebri: quello dell’ispettore Nico Giraldi e quello del delinquentello Monnezza. Nonostante chi scrive non abbia nessun legame affettivo con i personaggi sopra citati, anche a me è impossibile in effetti non ricordare Milian nelle vesti di Giraldi: aspetto trucido, il ricciolo lungo, la barba scura, il berretto di lana calato sulla testa, la voce di Ferruccio Amendola. Eppure Milian è stato molto altro, oltre alle maschere che tanto lo hanno reso riconoscibile nei film di Bruno Corbucci e Umberto Lenzi (e di qualche altro regista) l’attore ha interpretato numerosi personaggi al servizio di grandissimi registi del cinema italiano, attraversandone diverse epoche e tutti i principali filoni. 

Il primo periodo della carriera sembra essere a tutti gli effetti il più impegnato di Tomas Milian che diventa volto ricorrente del cinema italiano d’autore, legando il suo nome a quello di direttori come Mauro Bolognini (La notte brava, Il bell’Antonio e Madamigella di Maupin), Luchino Visconti (Boccaccio’70), Pier Paolo Pasolini (Ro.Go.Pa.G.) e Alberto Lattuada (L’imprevisto) tra gli altri. Con ruoli a volte centrali, a volte da comprimario, come accade ad esempio al fianco di Marcello Mastroianni ne Il bell’Antonio, Milian inizia a far conoscere il suo volto giovane, spesso molto pulito, lontano da quello a cui solitamente pensiamo nell'udire il nome di Tomas Milian. La sua carriera decolla nel modo che sembra il più alto e onorevole possibile per un attore, ma lui, contro tendenza, è alla ricerca della gente, di storie più semplici forse, più vicine al basso, così dopo anni di collaborazioni prestigiose nel cinema detto d’autore, Tomas decide di non rinnovare i contratti che lo legavano alla sua casa di produzione dell’epoca (la Vides) per dedicarsi ad altro.


Siamo nella seconda metà dei 60, con The bounty killer di Eugenio Martìn, coproduzione italo-spagnola, il Nostro si inserisce nel filone dello spaghetti western. È un Milian più rude quello western ma dal volto ancora graziato dalla beltà della giovinezza; appena trentatré anni e già venti film alle spalle, diventa protagonista di una stagione indimenticabile dove spesso al cinema è il male a vincere, la violenza è protagonista e non si esime dal portare dalla sua parte anche anime candide; è l’occasione per Tomas Milian di lavorare al fianco di attori di caratura altissima come Gian Maria Volonté (Faccia a faccia di Sergio Sollima), Lee Van Cleef (La resa dei conti, sempre Sollima), Orson Welles (Tepepa di Giulio Petroni), Franco Nero (Vamos a matar companeros di Sergio Corbucci) ed Eli Wallach (Il bianco, il giallo, il nero ancora Corbucci). Nomi in alcuni casi fondamentali per il genere, in altri semplicemente enormi tout-court. Il primo passo, importantissimo, per entrare nell'immaginario e nei cuori del grande pubblico è fatto. 


Nel 1968, quasi in un passaggio dallo spaghetti al poliziottesco, Tomas Milian è protagonista di Banditi a Milano di Carlo Lizzani (regista noto per il suo impegno politico e sociale) dove interpreta l’investigatore alle costole della banda Cavallero, in un film che restituisce un aspetto dello spaccato sociale di quegli anni violenti. Da ricordare qualche anno più avanti anche la partecipazione a uno dei film più apprezzati di Lucio Fulci: Non si sevizia un paperino (1971), anche questo ispirato a un terribile fatto di cronaca.

Verso la metà dei 70 esplode il poliziottesco italiano e Milian ha proprio la faccia giusta per inserirsi in un contesto urbano delinquenziale: attore e uomo ormai maturo, si adatta al filone senza problemi, lasciando il segno in titoli ancor oggi noti ai fan del genere (e non solo): Squadra volante (di Stelvio Massi), Milano odia, la polizia non può sparare e Il giustiziere sfida la città (entrambi di Umberto Lenzi) e ancora, La polizia accusa: il Servizio Segreto uccide (di Sergio Martino). Sono gli anni del Cinema italiano degli artigiani, dell’esplosione dei generi, con lo spaghetti al tramonto ma con vivissimi exploit nel giallo, nell'horror, nel thriller e proprio nel poliziottesco che, come accadde anche al western, venne poi ibridato con una vena d’umorismo che ha portato a personaggi amatissimi dal pubblico: pensiamo alla coppia Bud Spencer e Terence Hill nel western e proprio a Giraldi e Monnezza per il poliziottesco. L’amore per Tomas Milian esplode, l’attore è ormai un romano onorario, e dà vita con Bombolo a una coppia inossidabile. Rimangono titoli arcinoti come Squadra Antiscippo, Il trucido e lo sbirro, Squadra antifurto, Assassinio sul Tevere, Delitto al ristorante cinese e tanti altri ancora.


Negli anni 80 frequenta la commedia ancora con Bruno Corbucci e con Pasquale Festa Campanile, rimanendo fedele a un’idea di cinema che ormai calza a pennello all'attore giunto in Italia più di trent'anni prima, ai quali si aggiungono un paio di ritorni al cinema d’autore: per Bernardo Bertolucci ne La Luna e per Michelangelo Antonioni in Identificazione di una donna

Negli ultimi decenni della sua carriera guarda a Hollywood con partecipazioni anche minime in produzioni importanti a servizio di grandi registi. Partecipa a Oltre ogni rischio di Abel Ferrara, ad Havana di Sydney Pollack, a JFK – Un caso ancora aperto di Oliver Stone, ad Amistad di Steven Spielberg e al Traffic di Steven Soderbergh.

Tutte collaborazioni eccellenti che il pubblico però poco ricorda, perché proprio come lui voleva (e di questo siamo qui a rendergli merito) a ricordarlo è proprio il popolo che gli ha voluto bene, per Giraldi, e per er Monnezza. Siamo sicuri che se da lassù fosse lui a doverci consigliare di guardare (o riguardare) uno dei suoi film, Tomas sceglierebbe per noi senz'altro uno dei suoi più trucidi.

venerdì 31 marzo 2017

PARIS, JE T'AIME

(di AA.VV., 2006)

Una volta, fino al 2006 anno di uscita di questo film, andava in onda sulle reti Mediaset, Corto 5. Altro non era se non un contenitore di cortometraggi, andava in programmazione negli orari più disparati, solitamente il sabato, ma non sempre. Presentava tre o quattro corti per volta, brevissimi film che spesso si rivelavano opere molto stuzzicanti e interessanti. Ogni tanto la rete raccoglieva questo materiale e proponeva maratone notturne di cortometraggi in un fuoco di fila che durava ore e ore. In quelle occasioni si prendeva la cara vecchia VHS, si impostava il videoregistratore tenendosi molto larghi sugli orari che in notturna non venivano rispettati nemmeno per sbaglio, si sceglieva l'opzione LP che, a fronte di una qualità di registrazione un pelo inferiore, permetteva di raddoppiare la quantità di ore che si potevano far entrare sul nastro, e si registrava. Poi, in orari più umani, si riguardavano tutti quei corti, tutti quegli stili, tutti quei temi, tutti quei volti, e ne veniva fuori quasi sempre un'esperienza appagante.

Guardando Paris Je t'aime, film collettivo del 2006, ho ritrovato un poco quel piacere e quelle emozioni, nonostante i presupposti tra le due operazioni siano molto differenti. In questo film, che raccoglie diciotto episodi tutti girati da registi diversi, ci sono due temi che ricorrono in tutti i segmenti che compongono l'opera: il primo è ovviamente la città di Parigi nella quale sono ambientati tutti i corti, il secondo è il tema dell'amore declinato in tutte le sue possibili accezioni. L'idea accattivante è stata quella di girare un corto per ognuno dei venti arrondissement (quartieri) che compongono la città di Parigi, andando così a fornire allo spettatore una cartolina esaustiva della capitale francese. Purtroppo poi, per motivi di equilibrio del film stesso, un paio di questi corti sono stati epurati dal montaggio finale, una decisione che lascia un poco d'amaro in bocca, una sensazione d'incompiuto che però, a conti fatti, è più una fisima di questo spettatore che non un reale problema nell'economia di un film comunque piacevole.


Come accade di fronte a ogni antologia, lo spettatore avrà modo di trovare episodi meglio riusciti di altri, un andamento qualitativamente discontinuo, temi e stilemi più o meno confacenti al suo gusto e l'impossibilità di annoiarsi di fronte alla varietà e all'esigua durata di ogni frammento. Ciò che intriga più del resto è il piacere della curiosità, il gioco dell'uno tira l'altro, l'attesa nel vedere come questo o quell'altro regista immortaleranno Parigi e l'amore, quale volto noto comparirà nell'episodio dedicato al nostro arrondissement preferito. Insomma, c'è il piacere del Cinema che qui diventa in parte anche ludico.

Il rooster degli autori coinvolti è di tutto rispetto, a nomi noti come quelli di Gus Van Sant, Wes Craven, Olivier Assayas, Alfonso Cuaron e quelli dei fratelli Coen si alternano registi meno osannati ma che qui lasciano preziosi contributi, citiamo almeno Isabel Coixet, Sylvain Chomet (grande regista d'animazione), Tom Tykwer e Alexander Payne. Non è da meno la squadra di attori di primo piano messi in campo dai vari registi, elenco qui troppo lungo da compilare, scegliendo tre nomi a caso, giusto per capirne la portata, nominiamo Steve Buscemi, Natalie Portman e Nick Nolte.

Un'esperienza di visione diversa, quasi rara, che ci permette di valutare l'operato di alcuni registi costretti in un luogo, in un tema, in una durata. Chi se la caverà meglio tra le strette mura di questa piccola ma piacevolissima prigione?

martedì 28 marzo 2017

ZERONAUTA - CONTROLUCE

Il segmento indipendente del panorama musicale italiano continua a muoversi e a produrre nuove suggestioni, a breve toccherà agli Zeronauta tentare l'emersione e provare a farsi conoscere con il loro album d'esordio, Controluce, in uscita nel mese di Aprile. Toscani di Firenze, dopo la precedente esperienza con i Clever, Giacomo Aiolli (chitarra e tastiere), Gregorio Serni (voce e chitarra) e Simone Fallone (basso) si uniscono al più giovane Dario Valoti (batteria e percussioni) per divenire, già dal 2015, Zeronauta. I quattro ragazzi propongono un rock corposo che rimanda a sonorità prese di peso dai 90, con sapori che spaziano dal rock italiano in stile Verdena a vaghi echi grunge.

Fin dall'opener Vienimi a salvare la voce un poco strascicata di Serni, insieme al lavoro svolto in produzione sui suoni, sembra farci entrare in una sorta di nuvola che avvolge coerente tutto il lavoro dei quattro fiorentini, una dimensione sospesa dalla quale si uscirà solo al termine di Particella oscura, ultima traccia dell'album. Vienimi a salvare ci introduce bene nel mondo di Zeronauta, fatto di dilemmi, inquietudini, richieste d'aiuto e in qualche modo dalla ricerca di un qualcosa, forse di un senso ultimo, sensazioni che con Sono rimasto io si ammantano di un appeal capace di coinvolgere l'ascoltatore dopo poche note. Plastica è un brano teso e compatto dal quale emerge quel senso di spaesamento che più volte si evince dai testi dei brani presenti in scaletta, mentre con Killer Queen gli Zeronauta si macchiano forse del peccato di lesa maestà nella scelta del titolo (crediamo con tutto il rispetto per i loro predecessori) ma irrorano con un po' di sole la loro proposta. La title track è ben costruita, gli strumenti e il testo assecondano al meglio il canto dolente di Gregorio Serni, gli stacchi ripetuti della batteria di Dario Valoti donano al pezzo un incedere ritmico avvolgente, ottima introduzione al prosieguo del viaggio che con Mi trascino e Fotofobia si carica di energia e dei temi della contrapposizione, ricorrenti con frequenza nell'intero lavoro del gruppo. Si chiude con la breve Particella oscura, quasi una coda incorporea che ci permette di uscire dalla nuvola Zeronauta.

Controluce non avrà difficoltà nel far superare alla band con soddisfazione lo scoglio della prima uscita discografica, l'impegno profuso e la voglia di suonare dei ragazzi appaiono evidenti, così come dimostrano un lotto di canzoni azzeccate.


Controluce, 2017 - La Clinica Dischi

Giacomo Aiolli: chitarra, tastiere
Gregorio Serni: voce, chitarra
Simone Fallone: basso
Dario Valoti: batteria, percussioni

Tracklist:
01  Vienimi a salvare
02  Giorno immobile
03  Sono rimasto io
04  Plastica
05  Killer Queen
06  Tu chi sei
07  Controluce
08  Mi trascino
09  Fotofobia
10  Particella oscura

lunedì 27 marzo 2017

LA CAVALCATA DEL MORTO

(di Mauro Boselli e Fabio Civitelli, 2012)

Nulla di particolarmente esotico nel Texone datato Giugno 2012, Mauro Boselli e Fabio Civitelli sono nomi noti per i fan del ranger e in generale per chi segue la produzione di Sergio Bonelli Editore. La novità sta, come al solito, nella possibilità di ammirare il lavoro di un ottimo disegnatore come Civitelli sulla tavola ampia e ariosa dell'albo speciale dedicato a Tex Willer, e sia chiaro, questo non è un vantaggio da poco. Come al solito viene da pensare che sul Texone ci si aspetta di vedere il tratto inedito, l'artista internazionale o la matita poco usa a frequentare il West e dintorni, quando questo non è possibile c'è da dire che le scelte interne alla casa editrice, che non danno mai l'impressione di essere meri ripieghi, sono sempre azzeccate e garantiscono comunque la tenuta di uno standard qualitativo medio alto.

Nella fattispecie l'impegno certosino di Civitelli ci permette di poter godere di tavole realizzate con una pazienza e una precisione maniacale, paesaggi notturni costruiti con la tecnica del puntinato che rendono splendidamente le atmosfere delle ore notturne, con la Luna a rischiarare un poco il cielo, nascosta dietro a nuvole pronte a creare giochi di luci e ombre che sono chiaro segnale della maestria del disegnatore aretino. Poi, con il sorgere del sole, esplode la linea pulita e sicura di un artista dallo stampo classico che sembra fatto apposta per il western. Qualche campo medio, i cavalli in movimento e sei praticamente al cinema.

A livello di sceneggiatura Boselli torna a esplorare il lato più fantastico (o presunto tale) dell'epopea Texiana, ricorrendo all'utilizzo del personaggio del Morisco, el brujo, e del suo servo Eusebio, sempre fedele e allegro come un camposanto a mezzanotte. Per mio gusto personale, questo è il filone che apprezzo meno nelle avventure di Tex, non amo particolarmente il Morisco così come non gradisco Mefisto, Yama e tutte quelle avventure dove sono presenti strane sette, sentori sovrannaturali e via dicendo. Poi magari la storia è anche ben scritta e allora è possibile godersela ugualmente, in linea di massima però preferisco quando i nostri pards si trovano a dover affrontare pistoleri, farabutti, indiani inviperiti o semplici figli di buona donna.


Qui Boselli si ispira alla leggenda di Sleepy Hollow per costruire il personaggio di El Hombre Muerto, cavaliere senza testa che si aggira ai confini con il Messico in cerca di vendetta. Ed è stato proprio il corpo dei ranger del Texas a dar vita alla spettrale leggenda tempo addietro e oggi i loro creatori ne stanno subendo le conseguenze in prima persona. Con l'aiuto del Morisco saranno Tex, Carson, Kit e Tiger Jack a dover dipanare la matassa e a mettere fine a una leggenda che sta iniziando a diventare scomoda.

Sicuramente La cavalcata del morto non si fa notare per essere uno dei Texoni più innovativi e interessanti finora pubblicati, ancora una volta si rivela però una piacevole lettura e un modo per ammirare delle tavole con una confezione di qualità superiore alla media.


venerdì 24 marzo 2017

SUPERNATURAL - OTTAVA STAGIONE

Nel post dedicato alla stagione precedente di Supernatural, nonostante la delusione che traspariva al seguito della visione della settima annata del serial, profetizzavo di come in un modo o nell'altro ci saremmo trovati di nuovo qui a parlare, una volta ancora, dei fratelli Winchester. A essere sincero pensavo che la cosa sarebbe successa un po' più in là nel tempo e che i toni sarebbero stati più o meno gli stessi usati nell'ultimo post. Invece siamo già qui e posso affermare di essermi anche divertito abbastanza con questa ottava stagione. L'idea vincente questa volta è stata quella di proporre più sottotrame durante l'intera annata (continuo comunque a sostenere come ormai serie da venti e più episodi l'anno non abbiano senso), riportare con garbo nella continuity qualche volto noto, riavvicinare i due fratelli nonostante non manchino asti e battibecchi nelle prime puntate, e inserire alcuni nuovi personaggi interessanti. In poche parole il succo è che si è raggiunto questa volta un buon equilibrio tra tutti gli elementi.

L'incipit lasciava presagire il peggio con l'ennesimo colpo di spugna sul cliffhanger finale della scorsa stagione, poi pian piano, con l'uso di numerosi flashback, tutto rientra in carreggiata, ci viene spiegato come Dean (Jensen Ackles) sia riuscito a lasciare il Purgatorio e viene introdotto il personaggio di Benny (Ty Olsson), vampiro buono e amico fraterno del più grande dei fratelli Winchester. Nell'anno passato da Dean in Purgatorio, Sam (Jared Padalecki) ha cambiato finalmente vita, si è legato a una ragazza e ha smesso di combattere mostri e cercare il fratello. Proprio questo sarà uno dei motivi d'attrito tra i due nella prima parte dell'ottava serie.


La trama più importante dell'annata sarà invece legata alla traduzione della tavoletta demoni da parte del profeta Kevin (Osric Chau), tavoletta che, una volta compresa, dovrebbe permettere la chiusura definitiva delle porte dell'inferno; il ragazzo sarà ostacolato dal nuovo re degli inferi, il demone Crowley interpretato dall'attore migliore del lotto: Mark Sheppard. Anche il legame tra Sam e Amelia (Liane Balaban) è ben sviluppato, la serie poi vive, come al solito, di one shot più slegati dalle trame principali, spesso più strani e divertenti rispetto agli episodi più canonici, tornano volti apprezzati come quello di Garth (DJ Qualls), Charlie (Felicia Day) e ovviamente quello di Castiel (Misha Collins), mentre i nostri eroi trovano addirittura un retaggio e un rifugio, una sorta di bat caverna del cacciatore perfetto. In qualche modo le vicende si riallacciano ai legami familiari del passato con l'introduzione della figura del nonno paterno (Gil McKinney), insomma, tutti gli elementi sono dosati, tutti assaggi gustosi che non appesantiscono la proposta degli sceneggiatori.

Anche il finale, come al solito importante e cataclismatico, sembra per il futuro ben gestibile non coinvolgendo direttamente, per una volta, il destino di uno dei personaggi principali. Quindi, con tutta probabilità, prima o poi, con calma, torneremo ancora una volta a parlare di Supernatural, in fondo se la serie è una delle più longeve tra quelle moderne (police procedural a parte) ci sarà pure una ragione.

mercoledì 22 marzo 2017

SOTTO LE BOMBE

(Sous le bombes di Philippe Aractingi, 2007)

Una panoramica della distruzione che taglia il fiato. I primi novanta secondi di Sotto le bombe fanno tremare le ginocchia, letteralmente. L'intensa opera del regista franco-libanese Aractingi mette in scena una storia di finzione, puramente cinematografica, calata nella terribile realtà dei fatti della seconda guerra tra Libano e Israele, una vicenda finzionale narrata e girata su uno sfondo tragicamente reale. Le riprese del film, iniziate poco prima dello scoppio del conflitto (durato trentaquattro giorni), sono state portate a termine subito dopo la fine dello stesso, andando così a immortalare tutto l'orrendo e straziante portato di una calamità probabilmente tuttora incomprensibile a chi come noi ha ancora tetto, affetti, sangue e vita. Ciò nonostante arrivano in maniera forte il dolore e la rabbia e la mancanza di consolazione che una tragedia simile, innaturale e voluta da uomini per altri uomini, può arrecare a chi suo malgrado è costretto a viverla.

Al termine del conflitto tra Esercito Israeliano e le fazioni di Hezbollah, Zeiba (Nada Abou Farhat) torna nel Libano del Sud per cercare il figlio Karim che proprio nei giorni dei bombardamenti era ospite dalla zia. Ad accompagnarla in questa ricerca che ha la struttura del road movie e sfiora solo da lontano quella del war movie, c'è il tassista Tony (Georges Khabbaz), uomo solo in apparenza interessato ai soldi di Zeiba ma nel profondo segnato dalla guerra, dalle guerre, quanto chiunque altro. Il viaggio è stordente e mette lo spettatore in ginocchio, lo sguardo di Aractingi lascia trasparire e fa percepire a chi guarda quanto quelle immagini brutali siano reali, è capace di avvicinarci alla comprensione, ancora una volta per noi impossibile da raggiungere del tutto, senza mostrare le vittime del conflitto ma accompagnandoci lungo un itinerario della cancellazione, della totale rimozione di interi paesi, luoghi di vita tramutati in pietre sterili crollate una sull'altra, accumuli di macerie, residui isolati di costrutti ormai senza significato alcuno, una devastazione ingiusta e sporca, non voluta da uno squasso della terra ma da persone come noi, con intenzione.


Nel mezzo di quello che è un vero inferno in Terra due personaggi scritti magnificamente, che si avvicinano e si allontanano, in qualche modo si aiutano muovendosi tra i prodotti dell'odio, in una ricerca sempre più difficoltosa del bambino e della sorella di Zeiba, tra ponti crollati, strade interrotte, zone minate, ospedali, conventi e postazioni militari. Oltre allo scenario di guerra ripreso magistralmente da Aractingi, si ammira la crescita dei protagonisti che in poco più di qualche giorno di ricerca dovranno fare i conti con una vasta gamma di sensazioni e sentimenti troppo spesso affini al dolore anche se, come a volte accade nella vita, qualche strana forma di difesa non preclude totalmente il sorriso o un sano moto di speranza.

Un vero e proprio film sul campo, che più che la guerra ce ne mostra le conseguenze irrecuperabili. Un film grande, uno di quelli che si dovrebbero usare per educare, al momento giusto, prima che sia troppo tardi, prima che alcune menti, chissà in quale modo perverso e perché, arrivino poi alla marcescenza. Può sembrare retorica, probabilmente lo è, ma finora non ci siamo riusciti, a educare, a cambiare, a far ricordare, e ne abbiamo viste tante. Probabilmente abbiamo un gene con qualcosa di profondamente sbagliato dentro, forse non siamo quella macchina così perfetta di cui spesso ci piace tanto vantarci.

sabato 18 marzo 2017

SHERLOCK - STAGIONE 4

Dopo un intermezzo ambientato nel 1895 nel quale Benedict Cumberbatch e Martin Freeman impersonavano le controparti classiche dei loro personaggi abituali (ne L'abominevole sposa), intermezzo a mio modo di vedere non perfettamente riuscito, si torna ai canonici tre episodi per una quarta stagione che si è fatta attendere un po' più del dovuto causa i numerosi impegni dei due protagonisti ormai divenuti vere e proprie star lanciatissime anche al cinema.

Sherlock rimane un bellissimo balocco con cui trastullarsi, tanto più in questa stagione durante la quale Moffat e Gatiss premono a tavoletta sul pedale dell'acceleratore incorrendo però nel rischio di perdere in più occasioni il controllo del mezzo. Mi consola vedere come l'episodio migliore in termini di scrittura sia quello imbastito in solitaria proprio da Steven Moffat, cosa che mi lascia ben sperare anche per il prosieguo di Doctor Who, serial scritto dallo stesso sceneggiatore.

Nel primo episodio, in attesa del preannunciato ritorno di Jim Moriarty (Andrew Scott), Sherlock viene coinvolto quasi casualmente in un'indagine relativa alla distruzione di sei busti raffiguranti Margaret Thatcher, una strana vicenda che si ricollegherà al passato di Mary (Amanda Abbington), la dolce moglie di John, andando a fortificare il legame della stessa con lo strambo amico sociopatico, incrinando però, forse per sempre, il rapporto tra i due pards che sembrava ormai tanto peculiare quanto indissolubile. Non mancano di certo le emozioni, ma tutta la struttura dell'episodio sembra forzata, volutamente esagerata al fine di raggiungere climax sempre più avvincenti pur di garantire un ulteriore salto a una serie che per qualità aveva già dato moltissimo. Il salto c'è stato, forse l'atterraggio non risulta proprio perfetto e bilanciato.

L'episodio centrale funge da raccordo e passaggio verso l'esplosivo finale, si riserva la grande rivelazione della stagione ed è a tutti gli effetti quello che gode della costruzione migliore, risultando il più equilibrato pur affrontando temi e personaggi sopra le righe. I protagonisti sono ai ferri corti, uno roso dal senso di colpa, l'altro dal dolore, sulla crescita dei personaggi viene fatto un ottimo lavoro e il villain della puntata, interpretato da un ottimo Toby Jones, ha la giusta dose di carisma.


Le idee più spinte della quarta stagione esplodono invece con Il problema finale, episodio che vede l'arrivo di un nuovo inaspettato avversario, il riavvicinamento dei due protagonisti e finalmente il ritorno di Moriarty purtroppo utilizzato in maniera superficiale e poco incisiva. Probabilmente diventava problematico gestire al meglio due avversari di così grande caratura, il povero Jim però ne risulta svilito, proprio lui che potenzialmente avrebbe potuto innalzare la qualità della stagione in maniera decisa (anche grazie alle splendide interpretazioni di Scott). Il pregio più evidente risulta ancora una volta l'attenzione posta sui personaggi, in questo episodio viene messo sotto i riflettori al meglio anche Mycroft Holmes (Mark Gatiss), l'asticella della tensione e del coup de theatre viene alzata a dismisura dando a volte l'impressione di espediente farlocco. Ogni tanto, come si suol dire, il troppo stroppia.

Però, perché c'è sempre un però, se prendiamo la serie per quel che è, senza star troppo a guardare il pelo nell'uovo, Sherlock rimane indubbiamente un ottimo intrattenimento, vero è anche che se questa si rivelasse, come taluni affermano, l'ultima stagione del serial, l'amaro in bocca per una chiusura al di sotto delle aspettative di certo rimarrebbe ad aleggiare per diverso tempo.

mercoledì 15 marzo 2017

LOGAN - THE WOLVERINE

(Logan di James Mangold, 2017)

Dopo due film che se non vogliamo definire proprio brutti (e potremmo anche farlo) possiamo sicuramente bollare come trascurabili, il terzo episodio dedicato alle gesta di Wolverine si rivela il film migliore mai realizzato a marchio X, tiene testa a tutte le pellicole sfornate dai Marvel Studios (e con tutte intendo tutte, senza esclusione alcuna) e va a collocarsi, con le dovute differenze, all'altezza del Batman di Christopher Nolan per quel che riguarda il settore cinecomics. Volendo, rispetto ai Bats di casa DC, qui abbiamo anche una marcia in più in quanto Logan (e il titolo originale che omette ogni riferimento a Wolverine è molto rivelatore) può considerarsi un ottimo film anche esulando dal genere, un film maturo che presenta una vicenda umana e dolente inserita in un contesto un poco particolare, incidentalmente popolato da qualche mutante. E dire che la conferma di James Mangold alla regia non lasciava ben sperare; il regista vanta sì all'attivo qualche buona pellicola (Cop land e, mi dicono, Quando l'amore brucia l'anima che colpevolmente ancora non ho avuto modo di vedere) ma l'esito del precedente Wolverine - L'immortale accendeva più di un dubbio sulle potenzialità di riuscita di quest'ultimo capitolo della saga, capitolo che tra l'altro sancisce anche l'addio definitivo al personaggio da parte di Hugh Jackman. Invece Mangold, anche artefice della storia, ha l'intelligenza di ricondurre gli ultimi giorni di Logan a una dimensione molto terrena, lontana dalle sgargianti spettacolarizzazioni del supereroismo di casa Marvel, abbassando il livello necessario di sospensione d'incredulità, mostrandoci una realtà violenta, per alcuni versi fantastica ma molto, molto umana per quel che riguarda atteggiamenti e sentimenti dei protagonisti, brutale ma in fondo ferocemente reale. Nel farlo il regista inanella anche alcune sequenze tecnicamente molto interessanti, allontanandosi tantissimo dalla prova scialba offerta con il suo precedente contributo all'universo degli X-Men. Gli spunti di partenza sono quelli delle saghe Vecchio Logan di Millar e McNiven e quella che vede l'introduzione a opera di Craig Kyle e Chris Yost della giovane mutante Laura Kinney (in arte X-23) nell'universo Marvel. Ma sono appunto solo spunti, il film prende da subito una piega originale e molto interessante.


Siamo nel 2029 in un'America periferica che sembra essere divenuta selvaggia e desertificata, minacciosa e poco tollerante. Un Logan (Hugh Jackman) ormai invecchiato e ingrigito lavora come autista di Limousine al confine tra Messico e Stati Uniti. È un uomo sconfitto, rassegnato e in preda al dolore per i tanti rimorsi provenienti dal suo passato, schiacciato dal senso di colpa derivante da un'esistenza di violenza e che nella violenza continua a sfogare momenti di rabbia e frustrazione. È un uomo che nonostante tutto, in contraddizione alla sua controparte fumettistica (Old man Logan), non manca di estrarre gli artigli alla bisogna. Pur avendo in programma di comprare una barca per andare a vivere con il padre putativo Charles Xavier (Patrick Stuart) e con l'amico Calibano (Stephen Merchant) nel bel mezzo dell'oceano, il vecchio Logan è un uomo disperato, tanto addolorato da tenere una pallottola d'adamantio sempre a portata di mano, una pallottola che potremmo definire ad uso personale. Forse a tenerlo ancora in vita è l'amore per Xavier, un vecchio ormai novantenne e a tratti senile, affetto da crisi neurologiche che si materializzano in pericolose manifestazioni psichiche dovute al progressivo deterioramento di quella che è semplicemente la mente più potente del pianeta. Anche per lui la vita è tutt'altro che semplice, costretto a convivere con quello che sembra un forte senso di colpa per qualcosa accaduto nel passato ai suoi X-Men, figure che sono qui solo uno sbiadito ricordo, portatrici di ideali e valori per Xavier ma fonte di dolore e scoramento per un Logan ormai sempre più disilluso e piegato dalla vita. In mezzo a loro un Calibano fragile, fedele ma sempre più stanco e impaurito, capace comunque di slanci d'amore fraterno e atti di grande coraggio. A sconvolgere il già precario equilibrio dello sparuto gruppo arriva l'infermiera Gabriela (Elizabeth Rodriguez) che affida a Logan la giovanissima Laura (Dafne Keen), frutto di un'esperimento portato avanti dalla Transigen, a tutti gli effetti un clone generato dal DNA dello stesso Logan. Sulle sue tracce i cani da guardia della compagnia, i Reavers, umani potenziati guidati dallo spietato Pierce (Boyd Holbrook).


Logan (il film) sfoggia un approccio decisamente più violento e brutale della media dei cinecomics, visivamente forte soprattutto nelle sequenze in cui è la piccola Laura a dar sfoggio del suo lato più bestiale, una bambina creata per essere una perfetta macchina da guerra, con artigli che, al pari di quelli del protagonista, questa volta lacerano le carni, fanno schizzare il sangue e colpiscono sempre per uccidere. Fa una certa impressione pensare a una bambina di undici anni che interpreta un ruolo così forte e violento, le sue scene d'azione sono emotivamente molto coinvolgenti, supporre una forma di brutalità così forte (quella sul personaggio ovviamente) su un esserino così piccolo lascia sgomenti, è un pugno allo stomaco che porta a chiedersi come la troupe abbia potuto lavorare con un'attrice, bravissima tra l'altro, di così tenera età su un personaggio così spinoso. Il trittico Jackman, Stewart (anche lui all'addio al suo personaggio), Merchant offre tre interpretazioni struggenti, Hugh Jackman probabilmente alla sua migliore per intensità e coinvolgimento, Stewart più gigante che mai scrive il testamento definitivo di Charles Xavier, mentore al quale ormai di più non si può chiedere. Merchant è una spalla preziosa e commovente.

È la fine di un epoca, un passaggio ad un'altra era, il crepuscolo degli eroi che tanto richiama i toni del western meno classico (non per niente si cita proprio il genere con Il cavaliere della valle solitaria), è la chiusura di un cerchio che probabilmente non ammette il ritorno al cinecomic di stampo più superficiale, Logan è una linea di demarcazione che renderà la vita dura a molti registi che con questa andranno inevitabilmente a confrontarsi. Avremo sicuramente altri film targati Marvel molto divertenti, ben fatti e riusciti, ma forse, nel buio della sala, la mente tornerà a quell'uomo ingrigito, a quel vecchio incapace di andare in bagno da solo, a quella bimba a cui è stata negata l'infanzia, allora la tutina bianca rossa e blu di Capitan America non potrà che sembrarci un pochino più ridicola.

giovedì 9 marzo 2017

IL TRIANGOLO DELLE BERMUDE

(di Alfredo Castelli, Franco Bignotti e Angelo Maria Ricci)

Dopo il finale della storia iniziata ne La fonte della giovinezza, da pagina 35 questo nono numero di Martin Mystère presenta una nuova avventura legata a uno dei misteri più noti, affascinanti e privi di spiegazione che il mondo possa offrire, enigma che ancor oggi non manca di suscitare la mia curiosità: quello relativo alle numerose sparizioni avvenute nella zona denominata triangolo delle Bermude (il lembo di mare compreso all'incirca tra le Bermude, Portorico e il sud della Florida).

Ne approfitto qui per sottolineare come la seconda e la terza di copertina degli albi della serie sfoggino sempre articoli molto interessanti, a volte quanto e più della storia stessa narrata da Castelli. Sono queste un'ottima fonte di approfondimento e allo stesso tempo spunto per ricerche ulteriori sugli argomenti trattati all'interno dell'albo in questione.

Qui la storia prende il via il 7 Maggio del 1915 con l'affondamento del Lusitania, tragedia (provocata) alla quale scampò l'allora giovane Peter Morton, che in tempi decisamente più recenti, una volta adulto, avrà modo di conoscere proprio Martin Mystère. L'arzillo signore racconta al detective dell'impossibile una storia dura da digerire, legata a un carico molto particolare scortato nel 1915 dal padre del signor Morton stesso, un agente segreto inglese, proprio a bordo del Lusitania nel corso di un'operazione top secret che portava proprio il nome di Martin Mystère. Ovviamente al nostro viene il prurito e non potrà far altro che indagare sulla vicenda, andando in cerca, insieme a Java, Diana e al signor Morton, del famoso relitto del Lusitania, vicenda che si svilupperà e terminerà nel corso del decimo albo della serie: Il segreto del Lusitania.

Offrendo le consuete nozioni storiche (l'affondamento del Lusitania), spiegazioni tecniche e divulgative su attrezzature e metodi di recupero dei relitti, ipotesi fantastiche e una teoria che va a collegarsi al mistero di turno e una buona dose di avventura, Castelli ancora una volta riesce a regalare al lettore più di un motivo per ritenersi appagato dalla lettura delle sue storie. Le matite di Ricci si adattano molto bene ai passaggi puramente informativi, creati più che altro da vignette simili a illustrazioni slegate una dall'altra, alle sequenze d'azione così come alle numerosissime scene di dialogo, riuscendo a imporre una progressione dinamica alla storia senza particolari momenti di stanca.

Nonostante un'impostazione da fumetto oggigiorno considerato un po' demodè, il dittico di episodi si legge bene ancora oggi e offre ottimi spunti per alimentare o soddisfare le proprie curiosità. Tralasciando per un attimo l'impianto stilistico, oggi non so quanti fumetti possano vantare tali qualità.

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