giovedì 23 febbraio 2017

THE WOLF OF WALL STREET

(di Martin Scorsese. 2013)

Accompagnato da un Di Caprio in gran spolvero, Martin Scorsese torna a raccontarci una storia pregna di quell'afflato epico proprio dei migliori esiti del regista di Little Italy; Scorsese tratteggia un affresco riuscitissimo come forse non se ne vedevano dai tempi di Casinò (1995), pur riconoscendo al regista tutti i meriti per i buoni e gli ottimi film girati nel frattempo. Ma qui c'è qualcosa di più, si torna a respirare la vera magia del Cinema di Scorsese, lontano per una volta dal mondo dei gangsters, della mafia e della criminalità violenta; ci si ritrova invece immersi nelle pieghe della finanza a barcamenarsi con enorme piacere tra azioni blue chip e pidocchiose penny stock, circondati da broker d'esperienza invasati e da poveri sfigati con un desiderio incontrollabile di soldi e di ricchezza. L'uomo e il soldo, il soldo e il vizio, il vizio e l'uomo.

Tecnicamente l'opera è magniloquente, Scorsese si gioca tutte le sue carte migliori, a partire da una voce fuoricampo perfetta compagna di viaggio, un protagonista che guarda e parla in macchina al suo pubblico e l'ottimo montaggio della sodale Thelma Schoonmaker, capace di donare alle tre ore del film un ritmo forsennato e di tenere lo spettatore incollato allo schermo per tutta la sua durata. Inspiegabilmente, ma forse è stata più che altro sfortuna, il film non ottenne alcun riconoscimento durante la notte degli Oscar 2014, penalizzato dalla forte concorrenza di film come 12 anni schiavo, Gravity e Dallas buyers club. E dire che un Oscar l'avrebbero meritato: il film, Scorsese, Di Caprio, Jonah Hill e anche la Schoonmaker. Alcune sequenze sono memorabili, Di Caprio e Hill formano una coppia eccezionale capace di grandi prove d'attore soprattutto nelle loro scorribande in preda agli eccessi dettati dalle droghe, tutte quante quelle disponibili, da inghiottire o inalare, dalla cocaina al quaalude (pillole nate come sedativi e tranquillanti). Semplicemente divina Margot Robbie che, seppur lontanissima dal carisma di una Sharon Stone in Casinò, riempie lo schermo con una bellezza accecante (doppio senso non voluto).


È un turbinio dell'accumulo, di esperienze e di soldi, una corsa lanciatissima verso l'altare del lusso e della ricchezza, il racconto di uomini fedeli a un unico e solo dio, verde e fatto di carta. È la storia di Jordan Belfort (realmente esistito e qui interpretato da Leonardo Di Caprio), aspirante broker di Wall Street che impara i primi "comandamenti" del mestiere dallo sciroccato Mark Hanna (Matthew McCounaughey), ricco e di successo, svergognatamente onesto: "Regola numero uno. Spostare i soldi dalle tasche del tuo cliente e metterli nelle tue. [...] Regola numero uno a Wall Street. Nessuno sa se la borsa va su, giù, di lato, in circolo, meno che mai noi broker, ok? È tutto un fugazi, fugace, volante, polvere di stelle... non esiste, non tocca terra, non ha importanza, non è sulla tavola degli elementi, non è reale cazzo. Seguimi, noi non creiamo un cazzo, non costruiamo niente".


Qui sta il succo, una ricchezza basata sul nulla, sul raggiro, che diventa unica ragione di vita, droga tra tante droghe, fine ultimo e mezzo per una vita dissoluta, un'esistenza dove non si intuisce mai un affetto vero, importante, neanche per la famiglia. Ciò che più assomiglia a questo sentimento è la fedeltà del protagonista a un gruppo scalcagnato di sodali afflitti dagli stessi desideri e appetiti di Belfort, smodati e senza misura alcuna, un insieme di teste tra le quali spicca quella del co-fondatore della Stratton Oakmont, Donnie Azoff (un inarrestabile Jonah Hill), ragazzo che accompagnerà fino in fondo Belfort nella sua parabola di ascesa e caduta.

Nonostante l'insensatezza dell'agire con in testa solo il venale, Scorsese riesce a farci entrare anche nella testa di un personaggio come Belfort e, soprattutto in occasione dei dialoghi con l'agente dell'F.B.I. Patrick Denham (Kyle Chandler), riesce a farci capire il suo punto di vista che in alcuni passaggi diventa meno alieno di quanto si possa credere. Con le dovute proporzioni, alcune realtà, alcune mentalità messe in scena da Scorsese, sono davvero dietro l'angolo, oltre l'uscio della porta accanto. I Jordan Belfort sono tra di noi, magari più piccoli di lui, ma con la loro incurante arroganza, mi duole dirlo, stanno vincendo incontrastati una guerra che porterà molti di noi alla rovina.


domenica 19 febbraio 2017

DUKE GARWOOD - GARDEN OF ASHES

Metti su Garden of ashes e fai fatica a credere che Duke Garwood sia nato e cresciuto in Inghilterra e che ci viva ancora oggi. Metti su Garden of ashes e vedi il deserto, quello caldo e mortale del Sud degli Stati Uniti, ne percepisci la pericolosità, il suo lato oscuro; non ne senti sulla pelle il calore solo perché Garwood ti istiga a immaginartelo in notturna, nel momento in cui maggiormente può farti sentire perso e inerme. Coldblooded è un attacco inquieto, paralizzante nel suo incedere lento e strisciante, una sorta di blues malato che ti catapulta laggiù, al buio, come unica compagnia il suono dei serpenti a sonagli che strisciano verso di te mentre tu, impaurito, ignori da che direzione stiano arrivando. È un pezzo che sarebbe perfetto come tema d'apertura di una serie tv d'ambientazione Texana. L'incedere lento, la chitarra di Garwood, la sua voce profonda, rendono l'album un perfetto compagno di viaggio per una traversata notturna attraverso vaste distese desertiche, alla guida di una vecchia auto lanciata in corsa parallela alla linea di mezzeria di una delle tante strade infinite degli States.

Il mood rimane lo stesso con l'avvicendarsi dei brani, aleggia la sensazione che alla fine di questo ideale viaggio non ci aspetti nulla di buono, o che forse non ci aspetti nulla del tutto, cosicché anche il semplice sorgere del sole sarebbe un ottimo risultato. Non è difficile capire, con l'avanzare dell'ascolto, i motivi per cui Duke Garwood sia tanto apprezzato da un talento come Mark Lanegan (con il quale ha collaborato a più riprese) e il perché venga spesso accostato a Nick Cave, gli estimatori di questi due grandi nomi avranno ottimi motivi per dare una possibilità a questo Garden of ashes. Le atmosfere restano cupe, se possibile in alcuni passaggi divengono ancor più ferme e paludose (Days gone old) e procurano brividi di pura inquietudine, ascoltate Garwood nel buio più totale e sappiatemi dire. Ben si incastrano nel contesto anche i brevi passaggi acustici capaci di donare all'album qualche sparuto spiraglio di luce (Sing to the sky) prima di tornare alla dolente oscurità della titletrack Garden of ashes. La cifra stilistica dell'album, coerente fino al parossismo, potrebbe essere anche l'unico vero limite della proposta avvolgente e conturbante di Garwood, per qualcuno il viaggio potrebbe infatti rischiare di diventare faticoso e monotono, soprattutto nella seconda metà dell'album in cui ulteriori motivi d'interesse arrivano da Sleep, una nenia oscura, una ninna nanna che non sarebbe stonata in un album degli Screeming Trees. Si chiude con Coldblooded the return, perfetto epilogo di un viaggio che ci lascia con la sensazione di una fine imminente.

Duke Garwood, classe '69, è ormai al suo quinto album (più un EP). Polistrumentista di talento, vanta all'attivo diverse collaborazioni, la più nota delle quali è quella con il cantante statunitense Mark Lanegan con il quale ha pubblicato nel 2013 l'album Black pudding. Interessante curiosare tra le partecipazioni di Garwood in album altrui per carpire l'eclettismo del personaggio, consigliamo l'ascolto di Perpetual dawn dei The Orb e Marshal dear dei Savages nella quale il Nostro suona il clarinetto.



Garden of ashes, 2017 - Heavenly/PIAS

Tracklist:
01  Coldblodeed
02  Sonny Boogie
03  Blue
04  Days gone old
05  Sing to the sky
06  Garden of ashes
07  Heat us down
08  Hard dreams
09  Move on softly
10  Sleep
11  Cooldblooded the return

sabato 18 febbraio 2017

PIRAMIDE DI PAURA

(Young Sherlock Holmes di Barry Levinson, 1985)

È molto interessante vedere come cambi la percezione delle cose con il passare dei decenni, anche quella di cose molto semplici come un film per ragazzi. Ieri sera ci siamo (ri)visti Piramide di paura; serbavo un ricordo molto bello del film proveniente direttamente dalla mia adolescenza, lo ricordavo come un film avventuroso, molto inquietante e che offriva la possibilità di identificarsi con facilità nei giovani protagonisti. Il film in fondo è siglato da alcuni mammasantissima dell'avventura per ragazzi dell'epoca: Steven Spielberg alla produzione e Chris Columbus alla sceneggiatura.

Ora, messa da parte la sopraggiunta impossibilità d'identificazione per ovvi motivi anagrafici, faccio veramente fatica a pensare come un adolescente di oggi possa trovare inquietante Piramide di paura. Quali sono questi elementi che lo rendono spaventoso di fronte agli occhi di un giovane? È davvero così spaventoso questo film per un ragazzino di oggi? Devo dire che, nonostante i miei dubbi, mia figlia Laura (ancora pre-adolescente) l'ha trovato effettivamente un po' inquietante, soprattutto nella parte iniziale dove alcune vittime patiscono di strane allucinazioni e in alcuni passaggi dove si mettono in scena le colluttazioni che porteranno poi al finale della vicenda. Di contro non l'ha trovato affatto entusiasmante e ha liquidato il film più o meno con l'equivalente di un'alzata di spalle. Eppure nei miei ricordi Piramide di paura rientrava nel novero dei film per ragazzi da non perdere. Saranno cambiati i tempi, sarà che all'epoca per me guardare un film del genere con il videoregistratore del vicino di casa durante una sorta di serata cinema, era un piccolo evento (a casa nostra l'aggeggio sarebbe arrivato solo più tardi). Oggi vuoi vedere una cosa, due click e la guardi, non c'è più l'attesa, non si dà più il giusto valore a un'opera, alta o bassa che sia.

Ad ogni modo credo sia fondamentale vedere alcuni film al momento giusto, ammetto che rivisto oggi Piramide di paura mi ha lasciato un po' freddino nonostante sia carina l'idea dell'incontro giovanile tra Holmes (Nicholas Rowe) e Watson (Alan Cox) e soprattutto quella di fornire allo spettatore una sorta di spiegazione sul perché l'Holmes letterario sia diventato poi un perfetto misantropo nei confronti del gentil sesso. Non mancano diverse strizzate d'occhio alla tradizione del personaggio legate soprattutto ad alcune sue abilità (la scherma e il violino) e all'aspetto iconografico del futuro investigatore (pipa, lente, abbigliamento, etc...)


Per chi non l'avesse mai visto il succo è più o meno questo: Sherlock e Watson si incontrano da ragazzi al college e diventano subito amici. Nel frattempo alcuni inquietanti avvenimenti scuotono la tranquillità londinese: diverse persone dalla comprovata stabilità emotiva e sociale improvvisamente si suicidano. Tra questi anche il Professor Waxflatter (Nigel Stock), zio della giovane Elizabeth (Sophie Ward) di cui Holmes è innamorato. In realtà tutte le vittime sono collegate da una vecchia vicenda nel quale rientra anche una pericolosa setta d'ispirazione egizia (da qui la piramide) con la quale Holmes e Watson, con l'aiuto di Elizabeth, dovranno fare i conti.

C'è una bella ricostruzione dell'epoca vittoriana, Levinson ci mette del suo con alcune dinamiche sghembe che rendono giustizia al lato più vivace del film, lo sviluppo invece non risulta così avvincente come lo ricordavo, qualche momento di stanca lo si percepisce, impressiona invece notare come una volta non si cercasse a tutti i costi il finale consolatorio nei prodotti rivolti ai giovani, anzi, spesso si assestava ai piccoli spettatori qualche dispiacere e qualche bella mazzata. In epoca non sospetta si esibisce un'interessante scena finale dopo i titoli di cosa con tanto di sorpresa, purtroppo o per fortuna questa poi non ha avuto seguito. Da segnalare anche la presenza agli effetti speciali di un giovane John Lasseter che realizza il primo personaggio digitale in un film live action (qui sotto).


PS: non so perché ma ricordavo una colonna sonora con passaggi molto più epici, pezzi noti di musica sinfonica, vai a capire, forse in un trailer...

martedì 14 febbraio 2017

GIORNO MALEDETTO

(di Tiziano Sclavi, Marcello Toninelli e Montanari & Grassani)

Un giorno maledetto inizia più o meno come tutti gli altri, con il cantar del gallo. Certo, se il giorno principiasse con una donna come Hazel Dove che viene a bussare alla tua porta innamorandosi di te all'istante, ricambiata ovviamente, il suddetto giorno non potrebbe dirsi di certo maledetto. E infatti non è per il nostro Dylan Dog che questa giornata si rivelerà tale. Sarà l'Ispettore Bloch a doversi confrontare con le rogne di una giornata storta fin dal primo mattino, una giornata prodiga di omicidi a catena. Certo, anche per il Nostro non proprio tutto filerà liscio, la giornata lo scombussolerà a tal punto da fargli addirittura pensare di affrontare un viaggio in aereo, cosa inconcepibile per l'indagatore dell'incubo. Ma un giorno maledetto non può che rimandare a un altro giorno, per qualcuno decisamente peggiore di quello odierno, un giorno avvolto dalle nebbie del passato. Sono proprio queste nebbie che Bloch e Dylan dovranno dissipare per venire a capo di un'intricata vicenda e per salvare la vita alla bella Hazel.

L'orrore è normalizzato in questa ventunesima avventura di Dylan Dog, la costruzione della storia è più da giallo/thriller che non da horror, fermo restando alcune strampalate esecuzioni nella realizzazione dei diversi omicidi da parte del killer di turno, un uomo colpito dalla tragedia, il dolore conseguente alla quale ha minato la sua stabilità mentale. Revenge story potremmo anche definirla, nella quale, a parte la fantasia di alcuni omicidi, non regnano nemmeno atmosfere troppo malate e opprimenti, c'è la follia di un uomo, caricata al grottesco in alcuni gesti, ma che ricorda le follie quotidiane alle quali spesso assistiamo semplicemente guardando un telegiornale in tv.

Mancando le atmosfere tetre, come spesso ho avuto modo di dire, rimangono le matite del duo Montanari & Grassani che continuo a non apprezzare, se la storia non spicca tra le migliori della serie, le matite non aiutano di certo, soprattutto quando arrivano dopo un dittico di albi firmati da Casertano e Roi. Non tradisce però il finale che, quello sì, con il colpo di coda a sorpresa, rientra in una tradizione molto vicina al racconto più orrorifico. Qui non ci sarà il ritorno del mostro, però...

lunedì 13 febbraio 2017

UNA SEPARAZIONE

(Jodái-e Náder az Simin di Asghar Farhadi, 2011)

Capita ancora a molti di stupirsi quando tra i vincitori di Festival internazionali di grande prestigio emergono opere appartenenti a quelle che ancora consideriamo, con uno spiccato velo di arroganza, cinematografie minori, magari proprio a discapito di film provenienti dal nostro paese. Il prendersi la briga di andare poi a recuperare quelle opere, spesso ci dimostra come queste siano dei veri gioielli, delle gemme preziose capaci di far scomparire in preda alla vergogna larga parte della nostrana industria cinematografica.

Una separazione, film di produzione iraniana girato nel 2011 dal regista Asghar Farhadi, iraniano anche lui, ha raccolto consensi ovunque: presso l'Academy (Oscar come miglior film straniero), a Berlino (Orso d'oro, miglior attore e miglior attrice), ai Golden Globe, ai César e anche da noi ai David di Donatello (miglior film straniero in tutti e tre i festival). Una separazione nasce da una sceneggiatura solida, costruita alla perfezione e che, anche raccontandoci piccoli eventi del quotidiano, cresce minuto dopo minuto, evento dopo evento, decisione dopo decisione, dialogo dopo dialogo, caricando d'importanza ogni singola parola, ogni singolo gesto e donando a una vicenda comune profumo di genere (un vago sentore di giallo, una lieve deriva procedurale) pur rimanendo sempre nell'ambito del classico film drammatico.

La storia prende il via da una separazione. Nader (Peymar Moaadi) e Simin (Leila Hatami), coppia benestante residente a Teheran, si trovano di fronte a un giudice per ottenere la separazione. Simin vorrebbe espatriare per far crescere la figlia Termeh (Sarina Farhadi, figlia del regista) in un altro paese, Nader vuole rimanere per accudire il padre anziano e malato. In Iran, perché una separazione sia valida, è necessario il consenso dei coniugi, Nader lo concede ma si oppone alla partenza della figlia che comunque esprime il desiderio di rimanere in Iran con il padre, probabilmente intuendo che senza di lei la madre non sarebbe andata da nessuna parte. In ogni caso una sorta di separazione avviene; Simin lascia il tetto coniugale e torna a stare da sua madre. Nasce per Nader l'esigenza di trovare qualcuno che si occupi del padre durante il suo orario di lavoro; la soluzione arriverà grazie all'assunzione di Razieh (Sareh Bayat), una donna incinta bisognosa di denaro che presta servizio all'insaputa del marito disoccupato Houjat (Shahab Hosseini). Purtroppo nasceranno presto problemi e incomprensioni che in un crescendo lieve e misurato porteranno a spiacevoli conseguenze e a un finale amaro.


Il film gode di una costruzione magnifica, dal momento in cui gli eventi iniziano ad inasprirsi tutto diventa un sottile crescendo di tensione: ogni omissione, ogni azione, ogni decisione, ogni piccola bugia e ogni piccolo tradimento alzano di un poco l'asticella del disagio e del pericolo, di fronte agli uomini e di fronte alla legge, nascono dilemmi della coscienza e della coerenza, di fronte agli altri e con sé stessi. È tutto l'essere uomo a venir messo in gioco, il rapporto tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, il confronto con le proprie paure, la fedeltà alle persone amate e alla propria fede, la difficoltà del dover fare i conti con la propria coscienza e con il giudizio delle altre persone, l'amore per gli altri e per sé stessi. Tantissimi temi, tutti grandi e tutti affrontati con maestria inappuntabile da regista e cast, indovinato in ogni suo personaggio senza esclusione alcuna. Il tutto è inserito in un dramma del quotidiano, in una vicenda nella quale chiunque potrebbe trovarsi protagonista.

Si fatica a prendere in toto le parti di un personaggio, perché in maniera del tutto sincera Una separazione ci mostra quanto siano complicate e sfaccettate le persone e i rapporti che queste hanno con il loro prossimo. Alla fine, come dovrebbe sempre essere, gli unici a cui si può accordare piena fiducia restano i bambini.

venerdì 10 febbraio 2017

ESSENTIAL KILLING

(di Jerzy Skolimowski, 2010)

L'uomo ridotto alle mere funzioni basiche e fatto bestia.

Siamo dalle parti dell'Afghanistan (ma non ne siamo certi). In un deserto di canyon e rocce, tre soldati americani sono alla ricerca di qualcosa, forse in semplice perlustrazione. Un autoctono (Vincent Gallo) si nasconde in una delle tante grotte della zona. L'elicottero di supporto segue i tre militari. Il contatto visivo è inevitabile, il talebano spara con un R.P.G., il colpo va a segno, i pezzi di quelli che un secondo prima erano i tre militari si sparpagliano in tutte le direzioni. Una breve fuga per tentare di sfuggire al guardiano nel cielo, una seconda esplosione, i timpani che saltano, la prigionia.

Un posto simile a Guantanamo. Gli interrogatori, le torture. Poi il trasferimento in un luogo che potrebbe stare tra la Polonia e la Russia in pieno inverno. Notte, neve, gelo. Il trasporto ha un incidente, i prigionieri sbalzati dal mezzo, l'uomo in fuga. Solo, scalzo, ammanettato, vestito poco e immediatamente riconoscibile nella sua tuta arancione. Immerso nella neve, esposto alle intemperie, perso tra le montagne di un paese sconosciuto senza cibo ne acqua. Braccato e in fuga. L'uomo diventa animale. Non c'è altro se non l'istinto di sopravvivenza.

Noi spettatori non percepiamo altro che l'istinto di sopravvivenza. Pochissime voci, assenza completa di dialoghi, commento musicale ridotto all'osso, un uomo, la telecamera e l'idea estrema di Cinema di Jerzy Skolimowski. Un grandissimo Vincent Gallo tiene il film da solo senza pronunciare una sola parola, c'è qualche fugace comparsa, brevi contatti umani, spesso terribili e violenti, l'unico altro personaggio degno di menzione è quello interpretato da Emmanuelle Seigner che rimane in video per non più di quattro o cinque minuti. Per il resto è un soliloquio della sopravvivenza, una ricerca di calore, cibo e sicurezza quasi ancestrale.


È un film ostico Essential killing, può non piacere, è però uno di quei film che osano, che spostano l'asticella per saggiare anche la risposta di un pubblico abituato alla proposta di immagini più addomesticate e dome, è la realizzazione con tanto di cifra estetica di un'idea audace, ben calibrata dal regista nella sua durata non eccessiva. Non ci sono particolari riflessioni da fare sul conflitto, sui buoni e sui cattivi, si può abbozzare un'idea personale da un paio di flashback di pochi secondi, ma non sta lì il punto nodale dell'opera. C'è l'Uomo, c'è la Natura, ci sono le condizioni avverse. Tutto diventa una sfida primitiva con la morte, con la fame, come quella di un cucciolo alla ricerca della mammella materna.

Presentato a Venezia 2010, il film raccoglie il Gran Premio della Giuria e la Coppa Volpi al miglior attore per Vincent Gallo.

mercoledì 8 febbraio 2017

THE BRONZE BANANAS

Altra segnalazione dritta dritta dai Magazzini, questa volta tocca ai The Bronze Bananas!

Si ok, è inverno, lo sappiamo. Immaginate per un momento però che stia tornando il sole, che il gelo alle ossa sia un lontano ricordo e che un discreto tepore pervada ora la vostra pelle. Non deve per forza essere un caldo afoso, piuttosto il calore della tarda primavera, anche quello basterebbe. Pensate di abbandonare la città, i cumuli di cemento e le spianate d’asfalto. Chiudete gli occhi e immaginate di essere su un prato verde, con i piedi scalzi tra i fili d’erba, una lieve brezza vi solletica il viso. Riaprite gli occhi e siete in Romagna, a pochi chilometri dal mare, nell'aria aleggia un profumo di salsedine. Inforcate la bicicletta e giù a rotta di collo verso la spiaggia, i problemi alle spalle, davanti a voi ore liete fatte di costumi sgargianti, sabbia tra le dita dei piedi, palloni di plastica dai colori vivaci, bibite fresche, buon umore, magari giusto un pizzico di malinconia. Il vento si alza e vi stampa in faccia la pagina di un giornale volato via da chissà dove. Guardatelo, porta una data dei primi anni ’60. Se volete, in sottofondo potete piazzarci l’esordio dei The Bronze Bananas.

Rimanda al pop di quegli anni questo disco frizzante e divertente, leggero come una bibita fresca ma dalle molte sfumature, declinazioni coerenti all'interno di un sound ben definito che la band ha fatto proprio nell'arco delle undici canzoni in scaletta, a partire proprio da Dreaming, brano grazie al quale si può sognare di immergersi nelle atmosfere di cui sopra. Chitarre delicate, indole sentimentale, piglio d’altri tempi, falsetti e controcanti, tutto a ricreare un’atmosfera che non è più. Anche con la successiva Many Ways si guarda ai 60, al beat con alcuni incursioni anche nel pop del decennio precedente. Anche passando a sprazzi di surf e inclinazioni brit pop (One night stand) la cifra stilistica delle Banane di Bronzo rimane riconoscibile, si devia leggermente nella parte centrale dell’album con Nobody’s child e Controtempo, brani forse meno assimilabili nell'immediato e che passando dall'inglese all'italiano perdono un filo di fascino. Con The woman for me si vivacizza la proposta, grazie a un rock lieve e colorato, che cita i sessanta, attualizzandoli un poco (operazione già riuscita ad altri e che ha portato al successo band come Smash Mouth e simili), con le chitarre che graffiano, ma non troppo (in questo senso si potrebbe osare qualcosa di più). L’interesse, poi, cresce, quando i ragazzi lasciano la strada maestra per inoltrarsi in territori spruzzati di leggere vene psichedeliche, al lordo di una matrice pop predominante (Billy the psycho), un po’ come farebbero dei nostrani Kula Shaker (fermo restando i dovuti distinguo). Indovinata la scelta del singolo abbinato a un video che ben rappresenta l’indole del gruppo: Watching the rain mette in risalto l’aspetto più giocoso e volutamente scanzonato del gruppo, divertente ma soprattutto divertito, che gioca con soluzioni di presa immediata, scelta, questa, che ricorda soluzioni adottate anche da grandi nomi del brit pop, come gli Oasis di The importance of being idle, tanto per citarne una. La chiusura Goodbye song è, invece, quasi un divertissement dai toni hillybilly.

Rimanendo nel campo dell’intrattenimento leggero, divertente, i The Bronze Bananas cercano di non farsi mancare niente pur riuscendo a costruirsi uno stile unitario e personale. Le quattro banane arrivano da Forlì, sono Francesco Giunchedi (voce, chitarra e tastiere) anche autore di tutti i brani, Marco Fiorci (voce, chitarra e tastiere anche lui), Fabiano Nati (voce e basso) e JJ Grroveman (batteria e percussioni). Nel complesso la band è riuscita a costruire un disco ben equilibrato dalle inclinazioni ben definite, armonioso e senza cadute di tono. La strada è tracciata, ma se proprio volessimo azzardare qualche consiglio, propenderemmo per un suono un po’ più ruvido e devozione totale alla lingua inglese. In fin dei conti, però, può andar bene anche così.




The Bronze Bananas, 2016 - La Fame Dischi

Francesco Giunchedi: voce, chitarra, tastiere
Marco Fiorci: voce, chitarra, tastiere
Fabiano Nati: voce, basso
JJ Grroveman: batteria, percussioni

Tracklist:
01  Dreaming
02  Many ways
03  One night stand
04  Nobody's child
05  Controtempo
06  The woman for me
07  Fool
08  Billy the psycho
09  Watching the rain
10  Sunshine
11  Goodbye song

martedì 7 febbraio 2017

LE IENE DI LAMONT

(di Claudio Nizzi e Ernesto Garcia Seijas, 2011)

Dopo un'assenza di quattro anni, Claudio Nizzi torna a dirigere le vicende del Texone, lo fa accompagnando tra le pagine del nuovo albo l'argentino Ernesto Garcia Seijas, autore dal tratto chiaro e pulito, già noto ai fan degli albi Bonelli per il lavoro svolto sulle pagine di Julia e su diversi albi dedicati al nostro ranger preferito.

Questa volta si abbandonano gli spazi ampi, i deserti e le vaste praterie, l'azione è tutta concentrata tra le vie della cittadina di Lamont con diverse capatine al ranch Circle T la cui legittima ereditiera, la giovane e gentile Katie Evans, sembra essere stata estromessa dal testamento paterno con un raggiro ben orchestrato dall'amico di famiglia Harry Strode, dalla sua giovane e avvenente matrigna, la bella Vera, e da alcuni notabili del paese. La giovane Katie potrà però contare non su uno ma su ben due eventi fortunati. Il primo sarà ovviamente la presenza a Lamont di un poker d'assi di nostra conoscenza, il secondo il fatto che il vecchio Martin, quasi uno zio per la giovane Katie, impiegato al ranch, sia anche una vecchia conoscenza di Tex e soci. Potranno mai Tex, Carson, Kit e Tiger Jack esimersi dal raddrizzare un torto ai danni di una bella e giovane fanciulla? Inutile chiederselo.

Probabilmente la sceneggiatura di Nizzi, seppur solida e senza sbavature, non risulta essere tra le più avvincenti costruite per le pagine di un Texone, detto questo devo ammettere che personalmente l'ambientazione molto urbana, giocata tra le strade della cittadina, all'interno di hotel e saloon, in uffici testimoni di loschi complotti e dentro case più o meno accoglienti, a me non spiace affatto. Le tavole di Garcia Seijas sono caratterizzate da linee chiare, pulite, tratti decisi e definiti, guardano molto all'aspetto reale delle cose, basti osservare il dettaglio profuso nel delineare capelli, baffi, sopracciglia che donano un look molto veritiero ai suoi personaggi, splendide le sue donne ancora una volta protagoniste della storia, sembra passare poi a un'indole decisamente più divertita e scanzonata nelle sequenze dove Tex e soci scatenano il loro solito parapiglia a suon di cazzotti. Indubbiamente un'ottima prova da parte dell'Argentino.

Anche se forse meno coinvolgente ed entusiasmante di altri Texoni, anche Le iene di Lamont si rivela a conti fatti un'altra ottima tacca sulla cintura della serie.


domenica 5 febbraio 2017

DAL PROFONDO

(di Tiziano Sclavi, Alfredo Castelli e Corrado Roi)

Arrivati al ventesimo episodio della serie è ormai chiaro a tutti l'amore che Sclavi nutre per il Cinema e per il gioco delle citazioni. Dal profondo è un continuo rimando allo Psycho di Alfred Hitchcock. Per la verità questa volta non ci si ferma al semplice omaggio, il Bates Motel, lo stesso Norman diventano parte del tessuto stesso della narrazione, ancor più stravolta nell'orrore e nell'incubo di quanto avrebbe mai potuto intendere Sir Alfred, maestro dello spavento ma decisamente più "a modo".

Si parte dalla famosa scena della doccia, questa volta l'esito dell'aggressione alla signorina Crane da parte di Norman Bates sarà differente, l'arma bianca che andrà a incidere la carne sarà l'artiglio posto all'estremità di un mostruoso tentacolo uscito dal foro di scolo della doccia, un artiglio che si accanirà sull'uomo vestito da donna e non sulla graziosa fanciulla. Scopriremo poco dopo, per bocca dell'ispettore Bloch, che la signorina Crane (qui Janet, non Marion), non è un'impiegata in un salone di auto usate bensì un'ex paziente di un ospedale psichiatrico sfuggita alla tutela della sorella.

Chiusa all'apparenza la questione Crane, a Dartford si verificano altri delitti in stanze chiuse dove la presenza di tubature fa nascere qualche sospetto. E il vero protagonista della storia non sarà Dylan Dog, non sarà nemmeno Groucho impegnato con i casting per il Benny Hill Show (anche se sarà presenza ingombrante e fastidiosa dietro il bancone del Bates Motel), né sarà l'investigatore Thomas Gwayne-Pfelf, uso a concentrarsi suonando il violino, il vero protagonista, come spesso accade, sarà proprio il mostro, come tante altre volte, prima vittima che carnefice.

All'interno della storia, un sempre evocativo Corrado Roi, incornicia un'altra storia (proprio come ha fatto di recente nel suo Ut), la storia del mostro, una storia di fame atavica che occupa una buona parte dell'albo, Sclavi mostra ancora una volta il suo affetto e la sua attenzione per quelle vittime sfortunate che, loro malgrado, diventano qualcosa di più, un qualcosa di crudele e terribile partorito dall'altrui cattiveria ed egoismo.

venerdì 3 febbraio 2017

GARAGE

(di Lenny Abrahamson, 2007)

Nell'Irlanda messa in scena da Lenny Abrahamson non ci sono solo lo splendido verde delle campagne, di un'intensità che solo in Irlanda sembra poter raggiungere, e il blu del cielo attraversato da bianche nuvole in costante movimento, non ci sono solo scorci da cartolina; fa qui capolino anche il grigiore della periferia (letterale e metaforico), ci sono i toni plumbei e i colori del fango. È un'Irlanda vera questa, un po' distante dai puntini rossi in evidenza sulle carte turistiche e dalle principali vie di circolazione. Il paesino in cui è ambientata la storia è un po' una Radiator Spring europea, una cittadina che sembra tagliata fuori da tutto ciò che conta, un posto dove non accade nulla e nel quale sembra che nulla possa mai accadere.

In una piccola e squallida stazione di servizio, dove non si ferma quasi mai nessuno, lavora Josie (Pat Shortt), un uomo con dei lievi disagi di apprendimento, qualche acciacco fisico e una buona dose di difficoltà nel relazionarsi con gli altri. Josie passa le giornate alla stazione di servizio; il proprietario, un vecchio compagno di scuola, gli permette anche di viverci. Le uniche sue uscite sono quelle per andare a bere qualche birra al pub del paese in compagnia dei soliti volti, alcuni apertamente ostili, e qualche scappata al negozio di Carmel (Anne-Marie Duff) per far provviste. Un giorno il signor Gallagher (John Keog), il proprietario, affianca a Josie il quindicenne David (Conor Ryan), figlio della sua compagna, un adolescente dall'aria dello sfigatello, probabilmente seccato dal fatto di dover vivere in un posto dove non c'è mai nulla da fare. Nonostante le differenze tra i due, grazie al buon cuore di Josie, l'amicizia tra uomo e ragazzo inizia a consolidarsi.

Quella di Josie è una figura positiva tratteggiata con dolcezza da un ottimo Pat Shortt, interprete magistrale a me finora sconosciuto. Un emarginato, quello che la società considera un fallito, un disadattato, seppur bonaccione e innocuo. Ciò nonostante Josie ha la forza d'animo di prendere il buono da ogni cosa, di mettere in fila un giorno dietro l'altro con il sorriso sul viso, di inoltrarsi con rinnovato piacere in discussioni sempre uguali a loro stesse, chiacchierate che prevedono banali e laconiche affermazioni alle quali in risposta non si può che opporre un "già", un "vero" o un "proprio così". Josie starebbe anche bene in mezzo alla gente e in una vita a tasso di socialità molto più elevato, è solo che proprio la gente a volte non gliene dà l'occasione.


Garage, premiato ai Festival di Cannes e di Torino, è un film che, prendendosi i suoi tempi e tenendo i suoi (lenti) ritmi, ci racconta di come siamo sempre pronti a mettere da parte qualcuno, spesso in maniera crudele, giustificando a quel modo il nostro crederci migliori perché più integrati, più smart, magari più ricchi, con un lavoro (spesso di merda) più importante o, semplicemente, perché in fondo siamo insoddisfatti ed è bello vedere che c'è chi sta peggio di noi, poco importa se quella sia poi un'anima pura, magari ingenua e sempliciotta, ma sincera. Da un film piccolissimo, girato con un budget ridotto all'osso, si possono trarre tanti insegnamenti in positivo e tante riflessioni in negativo su cui provare a lavorare. Certo, rimane poi sempre valido il detto che un film non può cambiare il mondo, può magari aiutare a far entrare un po' di sale in zucca a qualcuno (ma quel qualcuno sarà probabilmente in sala a guardare l'ultimo cinepanettone dopo aver speso trenta euro tra biglietti, pop-corn e bibite).

giovedì 2 febbraio 2017

ANONIMA NOIRE - FINO ALL'ANIMA E RITORNO

Seconda segnalazione che arriva dalla collaborazione con Magazzini Inesistenti, questa volta parliamo di Anonima Noire.

Lungo il processo di apprendimento e interiorizzazione intrapreso per assorbire il primo lavoro degli Anonima Noire, la vera delusione è stata quella provata nel venire a conoscenza della mancata vittoria della band ad Area Sanremo, concorso dove i tre ragazzi umbri si sono inseriti con merito tra i settanta finalisti e dove hanno purtroppo solamente sfiorato la possibilità di esibirsi sul palco del Festival di Sanremo, manifestazione che può piacere o meno (da queste parti non ne andiamo matti) ma che indubbiamente rimane il principale e più efficace veicolo promozionale per i giovani musicisti italiani. In fondo, una maggiore presenza di gruppi come gli Anonima Noire sul palco dell’Ariston non potrebbe che far bene al caro vecchio Festival.

La proposta di Niccolò Neri (voce e chitarra), Andrea Brizzi (batteria) e Mirco Brozzi (chitarra) inizia a prendere forma nel 2013, anno in cui il gruppo nasce dalle passate esperienze dei tre musicisti, caparbiamente intenzionati a non affrontare una volta ancora l’iter che sembra dover passare inevitabilmente dallo step della cover band. I ragazzi si concentrano fin da subito sulla composizione di materiale nuovo grazie soprattutto al piglio più cantautorale di Niccolò Neri; nel calderone finisce un po’ di tradizione italiana, passaggi di cantautorato che emergono da diversi testi della band, inclinazioni pop miste a indomita energia rock e, soprattutto, un’ottima perizia tecnica che si evince principalmente nei fraseggi tra le due chitarre e nella voglia di lavorare sulla voce per proporre soluzioni non scontate e accattivanti. I pezzi di questo esordio funzionano e viene fuori chiaramente come i tre ragazzi, ognuno con il proprio strumento (voce compresa) ci sappiano fare. 

L'opening track, Incendio, non incendia ma offre, invece, un'intro acustica e delicata, ottimo preludio ad Inchiostro, brano in cui appare da subito evidente la tavolozza di colori a disposizione del gruppo: l’armonia tra le chitarre, la capacità di cambiare registro all'interno dello stesso contesto e l’ottimo controllo della voce da parte di Niccolò Neri. Un pezzo ben equilibrato che presenta già molte della carte vincenti a disposizione di Anonima Noire. Così come in Meravigliosa Maledizione si palesa l’abilità dei ragazzi di amalgamare al meglio strofe e ritornelli agli armonici ricami della chitarra di Mirco Brozzi e i passaggi dai toni più acustici a quelli elettrici. Ciò che più colpisce con favore in questo primo lavoro del gruppo è l’impegno profuso nel tentativo di non risultare mai banali e se alcune delle soluzioni all'interno dei pezzi possono riportare alla mente cose note, il risultato finale denota personalità. In alcuni passaggi dell’ultimo trittico dell’album, composto dalle più energiche Le mie rose, Brivido e L'acchiappasogni, sembra di cogliere echi di un certo rock di derivazione britannica, indizio che la Band sa interpretare anche sonorità lontane dalla tradizione italiana. Come primo singolo dell’album è stato scelto Giovanni Gambelunghe, brano dall'impianto più teatrale, in cui Niccolò Neri veste i panni di narratore, di crooner nostrano che affabula con una storia e ci intrattiene piacevolmente con un mood riuscitissimo che varrebbe la pena, in futuro, sviluppare maggiormente. Comunque sia, questi ragazzi ci sanno fare e, ne siamo certi, prossimamente le luci della ribalta saranno a disposizione degli Anonima Noire, anche senza dover passare da Sanremo.




Fino all'anima e ritorno, 2016 - Autoproduzione

Niccolò Neri: voce e chitarra acustica
Andrea Brizzi: batteria
Marco Brozzi: chitarre

Tracklist:
01  Incendio
02  Inchiostro
03  Meravigliosa maledizione
04  Carta o contanti
05  Scacco matto
06  Giovanni Gambelunghe
07  Libero commercio
08  Le mie rose
09  Brivido
10  L'acchiappasogni

mercoledì 1 febbraio 2017

LEMONY SNICKET - UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI

Lemony Snicket è lo pseudonimo dello scrittore Daniel Handler, nom de plume con il quale Handler firma la serie di libri per ragazzi Una serie di sfortunati eventi, nei quali Lemony Snicket risulta essere anche narratore delle vicende che vedono protagonisti i tre orfani Baudelaire: Violet, Klaus e Sunny. La serie è composta da tredici libri che Mark Hudis, ideatore dello show televisivo a essi ispirato, ha adattato per Netflix in un programma di ventisei episodi, due per ogni libro, che dovrebbe vedere la sua conclusione nell'arco di tre stagioni da otto puntate ognuna.

Come accade per i libri anche il serial televisivo ha un taglio adatto ai bambini, infatti in casa nostra è stata mia figlia ad averlo apprezzato in misura maggiore, ciò nonostante ogni puntata riserva sotto alcuni aspetti soluzioni geniali che si rivelano molto interessanti e divertenti anche per gli adulti. Il primo colpo di genio arriva già dalla sigla iniziale, dove il tema portante, adattato ogni due puntate al contenuto del libro che viene trasposto, ci invita a non guardare, non guardare, sottolineando come alle tristi vicende e alle sventure che capiteranno ai Baudelaire nel corso delle puntate che ci si appresta a seguire, sarebbe preferibile qualsiasi altra cosa. Qui è doveroso un appunto; per questo e per altre ragioni ancora, sarebbe indicato seguire la serie in lingua originale, cosa che per ovvi motivi noi non abbiamo potuto fare.

Seconda caratteristica apprezzabile: in video compare molto spesso lo stesso Lemony Snicket (Patrick Warburton), anche lui ci invita a cambiare canale e a guardare qualcosa di più allegro, rompe la quarta parete parlando con il pubblico e si adopera a spiegare con brevi incisi il significato di alcuni termini, quasi a scopo educativo, ripetizione di un gesto che sfocia spesso nel gag divertente, peraltro presentato sempre in maniera serissima se non lugubre. Altro personaggio indovinatissimo è quello del Signor Poe (K. Todd Freeman), banchiere impiegato alla Affari Truffaldini e portatore sano di imbecillità cronica a livelli tali da competere anche con Kevin Beckman, il segretario dei Ghostbusters interpretato da Chris Hemsworth nell'ultimo film della saga. Purtroppo per gli orfani Baudelaire il Signor Poe è anche affidatario delle sorti dei tre bambini alla morte dei loro genitori, suo sarà il compito di trovare a Violet (Malina Weissman), Klaus (Louis Hynes) e alla piccola Sunny (Presley Smith) un tutore amorevole che saprà prendersi cura di loro. Verrà costantemente turlupinato dal Conte Olaff (Neil Patrick Harris) che ambisce alla sopra citata tutela per mettere le mani sulla cospicua fortuna di cui i bambini verranno in possesso al raggiungimento della maggiore età da parte di Violet.


Neil Patrick Harris è l'altro motivo per cui guardare la serie, enorme nel caratterizzare questo personaggio grottesco in una serie di per sé già grottesca, cattivo, infido, sopra le righe, mimetico e all'occorrenza canterino (in inglese se potete, please), una bravura che conoscendo poco l'attore non mi aspettavo. Poi c'è l'impatto visivo che mischia esterni plumbei in cgi, tetri e allo stesso tempo estremamente finzionali, con interni altrettanto lugubri ma esteticamente ricchi e sontuosi, come se si fosse in un serial girato in una casa di bambola perfettamente ricostruita. E poi, per finire, c'è quel visino della piccola Sunny dai denti aguzzi...

Le dolenti note arrivano da una trama che agli adulti può venire a noia e creare effetti soporiferi se assimilata in momenti di stanchezza, magari adagiati su un comodo letto. Per solidarietà agli orfani Baudelaire, dovreste guardare la serie seduti su una vecchia sedia scomoda, così potreste avere qualche possibilità di arrivare svegli alla fine di ogni puntata. Oppure potreste non guardare, non guardare...

Dai un'occhiata anche a...

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...