venerdì 31 marzo 2017

PARIS, JE T'AIME

(di AA.VV., 2006)

Una volta, fino al 2006 anno di uscita di questo film, andava in onda sulle reti Mediaset, Corto 5. Altro non era se non un contenitore di cortometraggi, andava in programmazione negli orari più disparati, solitamente il sabato, ma non sempre. Presentava tre o quattro corti per volta, brevissimi film che spesso si rivelavano opere molto stuzzicanti e interessanti. Ogni tanto la rete raccoglieva questo materiale e proponeva maratone notturne di cortometraggi in un fuoco di fila che durava ore e ore. In quelle occasioni si prendeva la cara vecchia VHS, si impostava il videoregistratore tenendosi molto larghi sugli orari che in notturna non venivano rispettati nemmeno per sbaglio, si sceglieva l'opzione LP che, a fronte di una qualità di registrazione un pelo inferiore, permetteva di raddoppiare la quantità di ore che si potevano far entrare sul nastro, e si registrava. Poi, in orari più umani, si riguardavano tutti quei corti, tutti quegli stili, tutti quei temi, tutti quei volti, e ne veniva fuori quasi sempre un'esperienza appagante.

Guardando Paris Je t'aime, film collettivo del 2006, ho ritrovato un poco quel piacere e quelle emozioni, nonostante i presupposti tra le due operazioni siano molto differenti. In questo film, che raccoglie diciotto episodi tutti girati da registi diversi, ci sono due temi che ricorrono in tutti i segmenti che compongono l'opera: il primo è ovviamente la città di Parigi nella quale sono ambientati tutti i corti, il secondo è il tema dell'amore declinato in tutte le sue possibili accezioni. L'idea accattivante è stata quella di girare un corto per ognuno dei venti arrondissement (quartieri) che compongono la città di Parigi, andando così a fornire allo spettatore una cartolina esaustiva della capitale francese. Purtroppo poi, per motivi di equilibrio del film stesso, un paio di questi corti sono stati epurati dal montaggio finale, una decisione che lascia un poco d'amaro in bocca, una sensazione d'incompiuto che però, a conti fatti, è più una fisima di questo spettatore che non un reale problema nell'economia di un film comunque piacevole.


Come accade di fronte a ogni antologia, lo spettatore avrà modo di trovare episodi meglio riusciti di altri, un andamento qualitativamente discontinuo, temi e stilemi più o meno confacenti al suo gusto e l'impossibilità di annoiarsi di fronte alla varietà e all'esigua durata di ogni frammento. Ciò che intriga più del resto è il piacere della curiosità, il gioco dell'uno tira l'altro, l'attesa nel vedere come questo o quell'altro regista immortaleranno Parigi e l'amore, quale volto noto comparirà nell'episodio dedicato al nostro arrondissement preferito. Insomma, c'è il piacere del Cinema che qui diventa in parte anche ludico.

Il rooster degli autori coinvolti è di tutto rispetto, a nomi noti come quelli di Gus Van Sant, Wes Craven, Olivier Assayas, Alfonso Cuaron e quelli dei fratelli Coen si alternano registi meno osannati ma che qui lasciano preziosi contributi, citiamo almeno Isabel Coixet, Sylvain Chomet (grande regista d'animazione), Tom Tykwer e Alexander Payne. Non è da meno la squadra di attori di primo piano messi in campo dai vari registi, elenco qui troppo lungo da compilare, scegliendo tre nomi a caso, giusto per capirne la portata, nominiamo Steve Buscemi, Natalie Portman e Nick Nolte.

Un'esperienza di visione diversa, quasi rara, che ci permette di valutare l'operato di alcuni registi costretti in un luogo, in un tema, in una durata. Chi se la caverà meglio tra le strette mura di questa piccola ma piacevolissima prigione?

martedì 28 marzo 2017

ZERONAUTA - CONTROLUCE

Il segmento indipendente del panorama musicale italiano continua a muoversi e a produrre nuove suggestioni, a breve toccherà agli Zeronauta tentare l'emersione e provare a farsi conoscere con il loro album d'esordio, Controluce, in uscita nel mese di Aprile. Toscani di Firenze, dopo la precedente esperienza con i Clever, Giacomo Aiolli (chitarra e tastiere), Gregorio Serni (voce e chitarra) e Simone Fallone (basso) si uniscono al più giovane Dario Valoti (batteria e percussioni) per divenire, già dal 2015, Zeronauta. I quattro ragazzi propongono un rock corposo che rimanda a sonorità prese di peso dai 90, con sapori che spaziano dal rock italiano in stile Verdena a vaghi echi grunge.

Fin dall'opener Vienimi a salvare la voce un poco strascicata di Serni, insieme al lavoro svolto in produzione sui suoni, sembra farci entrare in una sorta di nuvola che avvolge coerente tutto il lavoro dei quattro fiorentini, una dimensione sospesa dalla quale si uscirà solo al termine di Particella oscura, ultima traccia dell'album. Vienimi a salvare ci introduce bene nel mondo di Zeronauta, fatto di dilemmi, inquietudini, richieste d'aiuto e in qualche modo dalla ricerca di un qualcosa, forse di un senso ultimo, sensazioni che con Sono rimasto io si ammantano di un appeal capace di coinvolgere l'ascoltatore dopo poche note. Plastica è un brano teso e compatto dal quale emerge quel senso di spaesamento che più volte si evince dai testi dei brani presenti in scaletta, mentre con Killer Queen gli Zeronauta si macchiano forse del peccato di lesa maestà nella scelta del titolo (crediamo con tutto il rispetto per i loro predecessori) ma irrorano con un po' di sole la loro proposta. La title track è ben costruita, gli strumenti e il testo assecondano al meglio il canto dolente di Gregorio Serni, gli stacchi ripetuti della batteria di Dario Valoti donano al pezzo un incedere ritmico avvolgente, ottima introduzione al prosieguo del viaggio che con Mi trascino e Fotofobia si carica di energia e dei temi della contrapposizione, ricorrenti con frequenza nell'intero lavoro del gruppo. Si chiude con la breve Particella oscura, quasi una coda incorporea che ci permette di uscire dalla nuvola Zeronauta.

Controluce non avrà difficoltà nel far superare alla band con soddisfazione lo scoglio della prima uscita discografica, l'impegno profuso e la voglia di suonare dei ragazzi appaiono evidenti, così come dimostrano un lotto di canzoni azzeccate.


Controluce, 2017 - La Clinica Dischi

Giacomo Aiolli: chitarra, tastiere
Gregorio Serni: voce, chitarra
Simone Fallone: basso
Dario Valoti: batteria, percussioni

Tracklist:
01  Vienimi a salvare
02  Giorno immobile
03  Sono rimasto io
04  Plastica
05  Killer Queen
06  Tu chi sei
07  Controluce
08  Mi trascino
09  Fotofobia
10  Particella oscura

lunedì 27 marzo 2017

LA CAVALCATA DEL MORTO

(di Mauro Boselli e Fabio Civitelli, 2012)

Nulla di particolarmente esotico nel Texone datato Giugno 2012, Mauro Boselli e Fabio Civitelli sono nomi noti per i fan del ranger e in generale per chi segue la produzione di Sergio Bonelli Editore. La novità sta, come al solito, nella possibilità di ammirare il lavoro di un ottimo disegnatore come Civitelli sulla tavola ampia e ariosa dell'albo speciale dedicato a Tex Willer, e sia chiaro, questo non è un vantaggio da poco. Come al solito viene da pensare che sul Texone ci si aspetta di vedere il tratto inedito, l'artista internazionale o la matita poco usa a frequentare il West e dintorni, quando questo non è possibile c'è da dire che le scelte interne alla casa editrice, che non danno mai l'impressione di essere meri ripieghi, sono sempre azzeccate e garantiscono comunque la tenuta di uno standard qualitativo medio alto.

Nella fattispecie l'impegno certosino di Civitelli ci permette di poter godere di tavole realizzate con una pazienza e una precisione maniacale, paesaggi notturni costruiti con la tecnica del puntinato che rendono splendidamente le atmosfere delle ore notturne, con la Luna a rischiarare un poco il cielo, nascosta dietro a nuvole pronte a creare giochi di luci e ombre che sono chiaro segnale della maestria del disegnatore aretino. Poi, con il sorgere del sole, esplode la linea pulita e sicura di un artista dallo stampo classico che sembra fatto apposta per il western. Qualche campo medio, i cavalli in movimento e sei praticamente al cinema.

A livello di sceneggiatura Boselli torna a esplorare il lato più fantastico (o presunto tale) dell'epopea Texiana, ricorrendo all'utilizzo del personaggio del Morisco, el brujo, e del suo servo Eusebio, sempre fedele e allegro come un camposanto a mezzanotte. Per mio gusto personale, questo è il filone che apprezzo meno nelle avventure di Tex, non amo particolarmente il Morisco così come non gradisco Mefisto, Yama e tutte quelle avventure dove sono presenti strane sette, sentori sovrannaturali e via dicendo. Poi magari la storia è anche ben scritta e allora è possibile godersela ugualmente, in linea di massima però preferisco quando i nostri pards si trovano a dover affrontare pistoleri, farabutti, indiani inviperiti o semplici figli di buona donna.


Qui Boselli si ispira alla leggenda di Sleepy Hollow per costruire il personaggio di El Hombre Muerto, cavaliere senza testa che si aggira ai confini con il Messico in cerca di vendetta. Ed è stato proprio il corpo dei ranger del Texas a dar vita alla spettrale leggenda tempo addietro e oggi i loro creatori ne stanno subendo le conseguenze in prima persona. Con l'aiuto del Morisco saranno Tex, Carson, Kit e Tiger Jack a dover dipanare la matassa e a mettere fine a una leggenda che sta iniziando a diventare scomoda.

Sicuramente La cavalcata del morto non si fa notare per essere uno dei Texoni più innovativi e interessanti finora pubblicati, ancora una volta si rivela però una piacevole lettura e un modo per ammirare delle tavole con una confezione di qualità superiore alla media.


venerdì 24 marzo 2017

SUPERNATURAL - OTTAVA STAGIONE

Nel post dedicato alla stagione precedente di Supernatural, nonostante la delusione che traspariva al seguito della visione della settima annata del serial, profetizzavo di come in un modo o nell'altro ci saremmo trovati di nuovo qui a parlare, una volta ancora, dei fratelli Winchester. A essere sincero pensavo che la cosa sarebbe successa un po' più in là nel tempo e che i toni sarebbero stati più o meno gli stessi usati nell'ultimo post. Invece siamo già qui e posso affermare di essermi anche divertito abbastanza con questa ottava stagione. L'idea vincente questa volta è stata quella di proporre più sottotrame durante l'intera annata (continuo comunque a sostenere come ormai serie da venti e più episodi l'anno non abbiano senso), riportare con garbo nella continuity qualche volto noto, riavvicinare i due fratelli nonostante non manchino asti e battibecchi nelle prime puntate, e inserire alcuni nuovi personaggi interessanti. In poche parole il succo è che si è raggiunto questa volta un buon equilibrio tra tutti gli elementi.

L'incipit lasciava presagire il peggio con l'ennesimo colpo di spugna sul cliffhanger finale della scorsa stagione, poi pian piano, con l'uso di numerosi flashback, tutto rientra in carreggiata, ci viene spiegato come Dean (Jensen Ackles) sia riuscito a lasciare il Purgatorio e viene introdotto il personaggio di Benny (Ty Olsson), vampiro buono e amico fraterno del più grande dei fratelli Winchester. Nell'anno passato da Dean in Purgatorio, Sam (Jared Padalecki) ha cambiato finalmente vita, si è legato a una ragazza e ha smesso di combattere mostri e cercare il fratello. Proprio questo sarà uno dei motivi d'attrito tra i due nella prima parte dell'ottava serie.


La trama più importante dell'annata sarà invece legata alla traduzione della tavoletta demoni da parte del profeta Kevin (Osric Chau), tavoletta che, una volta compresa, dovrebbe permettere la chiusura definitiva delle porte dell'inferno; il ragazzo sarà ostacolato dal nuovo re degli inferi, il demone Crowley interpretato dall'attore migliore del lotto: Mark Sheppard. Anche il legame tra Sam e Amelia (Liane Balaban) è ben sviluppato, la serie poi vive, come al solito, di one shot più slegati dalle trame principali, spesso più strani e divertenti rispetto agli episodi più canonici, tornano volti apprezzati come quello di Garth (DJ Qualls), Charlie (Felicia Day) e ovviamente quello di Castiel (Misha Collins), mentre i nostri eroi trovano addirittura un retaggio e un rifugio, una sorta di bat caverna del cacciatore perfetto. In qualche modo le vicende si riallacciano ai legami familiari del passato con l'introduzione della figura del nonno paterno (Gil McKinney), insomma, tutti gli elementi sono dosati, tutti assaggi gustosi che non appesantiscono la proposta degli sceneggiatori.

Anche il finale, come al solito importante e cataclismatico, sembra per il futuro ben gestibile non coinvolgendo direttamente, per una volta, il destino di uno dei personaggi principali. Quindi, con tutta probabilità, prima o poi, con calma, torneremo ancora una volta a parlare di Supernatural, in fondo se la serie è una delle più longeve tra quelle moderne (police procedural a parte) ci sarà pure una ragione.

mercoledì 22 marzo 2017

SOTTO LE BOMBE

(Sous le bombes di Philippe Aractingi, 2007)

Una panoramica della distruzione che taglia il fiato. I primi novanta secondi di Sotto le bombe fanno tremare le ginocchia, letteralmente. L'intensa opera del regista franco-libanese Aractingi mette in scena una storia di finzione, puramente cinematografica, calata nella terribile realtà dei fatti della seconda guerra tra Libano e Israele, una vicenda finzionale narrata e girata su uno sfondo tragicamente reale. Le riprese del film, iniziate poco prima dello scoppio del conflitto (durato trentaquattro giorni), sono state portate a termine subito dopo la fine dello stesso, andando così a immortalare tutto l'orrendo e straziante portato di una calamità probabilmente tuttora incomprensibile a chi come noi ha ancora tetto, affetti, sangue e vita. Ciò nonostante arrivano in maniera forte il dolore e la rabbia e la mancanza di consolazione che una tragedia simile, innaturale e voluta da uomini per altri uomini, può arrecare a chi suo malgrado è costretto a viverla.

Al termine del conflitto tra Esercito Israeliano e le fazioni di Hezbollah, Zeiba (Nada Abou Farhat) torna nel Libano del Sud per cercare il figlio Karim che proprio nei giorni dei bombardamenti era ospite dalla zia. Ad accompagnarla in questa ricerca che ha la struttura del road movie e sfiora solo da lontano quella del war movie, c'è il tassista Tony (Georges Khabbaz), uomo solo in apparenza interessato ai soldi di Zeiba ma nel profondo segnato dalla guerra, dalle guerre, quanto chiunque altro. Il viaggio è stordente e mette lo spettatore in ginocchio, lo sguardo di Aractingi lascia trasparire e fa percepire a chi guarda quanto quelle immagini brutali siano reali, è capace di avvicinarci alla comprensione, ancora una volta per noi impossibile da raggiungere del tutto, senza mostrare le vittime del conflitto ma accompagnandoci lungo un itinerario della cancellazione, della totale rimozione di interi paesi, luoghi di vita tramutati in pietre sterili crollate una sull'altra, accumuli di macerie, residui isolati di costrutti ormai senza significato alcuno, una devastazione ingiusta e sporca, non voluta da uno squasso della terra ma da persone come noi, con intenzione.


Nel mezzo di quello che è un vero inferno in Terra due personaggi scritti magnificamente, che si avvicinano e si allontanano, in qualche modo si aiutano muovendosi tra i prodotti dell'odio, in una ricerca sempre più difficoltosa del bambino e della sorella di Zeiba, tra ponti crollati, strade interrotte, zone minate, ospedali, conventi e postazioni militari. Oltre allo scenario di guerra ripreso magistralmente da Aractingi, si ammira la crescita dei protagonisti che in poco più di qualche giorno di ricerca dovranno fare i conti con una vasta gamma di sensazioni e sentimenti troppo spesso affini al dolore anche se, come a volte accade nella vita, qualche strana forma di difesa non preclude totalmente il sorriso o un sano moto di speranza.

Un vero e proprio film sul campo, che più che la guerra ce ne mostra le conseguenze irrecuperabili. Un film grande, uno di quelli che si dovrebbero usare per educare, al momento giusto, prima che sia troppo tardi, prima che alcune menti, chissà in quale modo perverso e perché, arrivino poi alla marcescenza. Può sembrare retorica, probabilmente lo è, ma finora non ci siamo riusciti, a educare, a cambiare, a far ricordare, e ne abbiamo viste tante. Probabilmente abbiamo un gene con qualcosa di profondamente sbagliato dentro, forse non siamo quella macchina così perfetta di cui spesso ci piace tanto vantarci.

sabato 18 marzo 2017

SHERLOCK - STAGIONE 4

Dopo un intermezzo ambientato nel 1895 nel quale Benedict Cumberbatch e Martin Freeman impersonavano le controparti classiche dei loro personaggi abituali (ne L'abominevole sposa), intermezzo a mio modo di vedere non perfettamente riuscito, si torna ai canonici tre episodi per una quarta stagione che si è fatta attendere un po' più del dovuto causa i numerosi impegni dei due protagonisti ormai divenuti vere e proprie star lanciatissime anche al cinema.

Sherlock rimane un bellissimo balocco con cui trastullarsi, tanto più in questa stagione durante la quale Moffat e Gatiss premono a tavoletta sul pedale dell'acceleratore incorrendo però nel rischio di perdere in più occasioni il controllo del mezzo. Mi consola vedere come l'episodio migliore in termini di scrittura sia quello imbastito in solitaria proprio da Steven Moffat, cosa che mi lascia ben sperare anche per il prosieguo di Doctor Who, serial scritto dallo stesso sceneggiatore.

Nel primo episodio, in attesa del preannunciato ritorno di Jim Moriarty (Andrew Scott), Sherlock viene coinvolto quasi casualmente in un'indagine relativa alla distruzione di sei busti raffiguranti Margaret Thatcher, una strana vicenda che si ricollegherà al passato di Mary (Amanda Abbington), la dolce moglie di John, andando a fortificare il legame della stessa con lo strambo amico sociopatico, incrinando però, forse per sempre, il rapporto tra i due pards che sembrava ormai tanto peculiare quanto indissolubile. Non mancano di certo le emozioni, ma tutta la struttura dell'episodio sembra forzata, volutamente esagerata al fine di raggiungere climax sempre più avvincenti pur di garantire un ulteriore salto a una serie che per qualità aveva già dato moltissimo. Il salto c'è stato, forse l'atterraggio non risulta proprio perfetto e bilanciato.

L'episodio centrale funge da raccordo e passaggio verso l'esplosivo finale, si riserva la grande rivelazione della stagione ed è a tutti gli effetti quello che gode della costruzione migliore, risultando il più equilibrato pur affrontando temi e personaggi sopra le righe. I protagonisti sono ai ferri corti, uno roso dal senso di colpa, l'altro dal dolore, sulla crescita dei personaggi viene fatto un ottimo lavoro e il villain della puntata, interpretato da un ottimo Toby Jones, ha la giusta dose di carisma.


Le idee più spinte della quarta stagione esplodono invece con Il problema finale, episodio che vede l'arrivo di un nuovo inaspettato avversario, il riavvicinamento dei due protagonisti e finalmente il ritorno di Moriarty purtroppo utilizzato in maniera superficiale e poco incisiva. Probabilmente diventava problematico gestire al meglio due avversari di così grande caratura, il povero Jim però ne risulta svilito, proprio lui che potenzialmente avrebbe potuto innalzare la qualità della stagione in maniera decisa (anche grazie alle splendide interpretazioni di Scott). Il pregio più evidente risulta ancora una volta l'attenzione posta sui personaggi, in questo episodio viene messo sotto i riflettori al meglio anche Mycroft Holmes (Mark Gatiss), l'asticella della tensione e del coup de theatre viene alzata a dismisura dando a volte l'impressione di espediente farlocco. Ogni tanto, come si suol dire, il troppo stroppia.

Però, perché c'è sempre un però, se prendiamo la serie per quel che è, senza star troppo a guardare il pelo nell'uovo, Sherlock rimane indubbiamente un ottimo intrattenimento, vero è anche che se questa si rivelasse, come taluni affermano, l'ultima stagione del serial, l'amaro in bocca per una chiusura al di sotto delle aspettative di certo rimarrebbe ad aleggiare per diverso tempo.

mercoledì 15 marzo 2017

LOGAN - THE WOLVERINE

(Logan di James Mangold, 2017)

Dopo due film che se non vogliamo definire proprio brutti (e potremmo anche farlo) possiamo sicuramente bollare come trascurabili, il terzo episodio dedicato alle gesta di Wolverine si rivela il film migliore mai realizzato a marchio X, tiene testa a tutte le pellicole sfornate dai Marvel Studios (e con tutte intendo tutte, senza esclusione alcuna) e va a collocarsi, con le dovute differenze, all'altezza del Batman di Christopher Nolan per quel che riguarda il settore cinecomics. Volendo, rispetto ai Bats di casa DC, qui abbiamo anche una marcia in più in quanto Logan (e il titolo originale che omette ogni riferimento a Wolverine è molto rivelatore) può considerarsi un ottimo film anche esulando dal genere, un film maturo che presenta una vicenda umana e dolente inserita in un contesto un poco particolare, incidentalmente popolato da qualche mutante. E dire che la conferma di James Mangold alla regia non lasciava ben sperare; il regista vanta sì all'attivo qualche buona pellicola (Cop land e, mi dicono, Quando l'amore brucia l'anima che colpevolmente ancora non ho avuto modo di vedere) ma l'esito del precedente Wolverine - L'immortale accendeva più di un dubbio sulle potenzialità di riuscita di quest'ultimo capitolo della saga, capitolo che tra l'altro sancisce anche l'addio definitivo al personaggio da parte di Hugh Jackman. Invece Mangold, anche artefice della storia, ha l'intelligenza di ricondurre gli ultimi giorni di Logan a una dimensione molto terrena, lontana dalle sgargianti spettacolarizzazioni del supereroismo di casa Marvel, abbassando il livello necessario di sospensione d'incredulità, mostrandoci una realtà violenta, per alcuni versi fantastica ma molto, molto umana per quel che riguarda atteggiamenti e sentimenti dei protagonisti, brutale ma in fondo ferocemente reale. Nel farlo il regista inanella anche alcune sequenze tecnicamente molto interessanti, allontanandosi tantissimo dalla prova scialba offerta con il suo precedente contributo all'universo degli X-Men. Gli spunti di partenza sono quelli delle saghe Vecchio Logan di Millar e McNiven e quella che vede l'introduzione a opera di Craig Kyle e Chris Yost della giovane mutante Laura Kinney (in arte X-23) nell'universo Marvel. Ma sono appunto solo spunti, il film prende da subito una piega originale e molto interessante.


Siamo nel 2029 in un'America periferica che sembra essere divenuta selvaggia e desertificata, minacciosa e poco tollerante. Un Logan (Hugh Jackman) ormai invecchiato e ingrigito lavora come autista di Limousine al confine tra Messico e Stati Uniti. È un uomo sconfitto, rassegnato e in preda al dolore per i tanti rimorsi provenienti dal suo passato, schiacciato dal senso di colpa derivante da un'esistenza di violenza e che nella violenza continua a sfogare momenti di rabbia e frustrazione. È un uomo che nonostante tutto, in contraddizione alla sua controparte fumettistica (Old man Logan), non manca di estrarre gli artigli alla bisogna. Pur avendo in programma di comprare una barca per andare a vivere con il padre putativo Charles Xavier (Patrick Stuart) e con l'amico Calibano (Stephen Merchant) nel bel mezzo dell'oceano, il vecchio Logan è un uomo disperato, tanto addolorato da tenere una pallottola d'adamantio sempre a portata di mano, una pallottola che potremmo definire ad uso personale. Forse a tenerlo ancora in vita è l'amore per Xavier, un vecchio ormai novantenne e a tratti senile, affetto da crisi neurologiche che si materializzano in pericolose manifestazioni psichiche dovute al progressivo deterioramento di quella che è semplicemente la mente più potente del pianeta. Anche per lui la vita è tutt'altro che semplice, costretto a convivere con quello che sembra un forte senso di colpa per qualcosa accaduto nel passato ai suoi X-Men, figure che sono qui solo uno sbiadito ricordo, portatrici di ideali e valori per Xavier ma fonte di dolore e scoramento per un Logan ormai sempre più disilluso e piegato dalla vita. In mezzo a loro un Calibano fragile, fedele ma sempre più stanco e impaurito, capace comunque di slanci d'amore fraterno e atti di grande coraggio. A sconvolgere il già precario equilibrio dello sparuto gruppo arriva l'infermiera Gabriela (Elizabeth Rodriguez) che affida a Logan la giovanissima Laura (Dafne Keen), frutto di un'esperimento portato avanti dalla Transigen, a tutti gli effetti un clone generato dal DNA dello stesso Logan. Sulle sue tracce i cani da guardia della compagnia, i Reavers, umani potenziati guidati dallo spietato Pierce (Boyd Holbrook).


Logan (il film) sfoggia un approccio decisamente più violento e brutale della media dei cinecomics, visivamente forte soprattutto nelle sequenze in cui è la piccola Laura a dar sfoggio del suo lato più bestiale, una bambina creata per essere una perfetta macchina da guerra, con artigli che, al pari di quelli del protagonista, questa volta lacerano le carni, fanno schizzare il sangue e colpiscono sempre per uccidere. Fa una certa impressione pensare a una bambina di undici anni che interpreta un ruolo così forte e violento, le sue scene d'azione sono emotivamente molto coinvolgenti, supporre una forma di brutalità così forte (quella sul personaggio ovviamente) su un esserino così piccolo lascia sgomenti, è un pugno allo stomaco che porta a chiedersi come la troupe abbia potuto lavorare con un'attrice, bravissima tra l'altro, di così tenera età su un personaggio così spinoso. Il trittico Jackman, Stewart (anche lui all'addio al suo personaggio), Merchant offre tre interpretazioni struggenti, Hugh Jackman probabilmente alla sua migliore per intensità e coinvolgimento, Stewart più gigante che mai scrive il testamento definitivo di Charles Xavier, mentore al quale ormai di più non si può chiedere. Merchant è una spalla preziosa e commovente.

È la fine di un epoca, un passaggio ad un'altra era, il crepuscolo degli eroi che tanto richiama i toni del western meno classico (non per niente si cita proprio il genere con Il cavaliere della valle solitaria), è la chiusura di un cerchio che probabilmente non ammette il ritorno al cinecomic di stampo più superficiale, Logan è una linea di demarcazione che renderà la vita dura a molti registi che con questa andranno inevitabilmente a confrontarsi. Avremo sicuramente altri film targati Marvel molto divertenti, ben fatti e riusciti, ma forse, nel buio della sala, la mente tornerà a quell'uomo ingrigito, a quel vecchio incapace di andare in bagno da solo, a quella bimba a cui è stata negata l'infanzia, allora la tutina bianca rossa e blu di Capitan America non potrà che sembrarci un pochino più ridicola.

giovedì 9 marzo 2017

IL TRIANGOLO DELLE BERMUDE

(di Alfredo Castelli, Franco Bignotti e Angelo Maria Ricci)

Dopo il finale della storia iniziata ne La fonte della giovinezza, da pagina 35 questo nono numero di Martin Mystère presenta una nuova avventura legata a uno dei misteri più noti, affascinanti e privi di spiegazione che il mondo possa offrire, enigma che ancor oggi non manca di suscitare la mia curiosità: quello relativo alle numerose sparizioni avvenute nella zona denominata triangolo delle Bermude (il lembo di mare compreso all'incirca tra le Bermude, Portorico e il sud della Florida).

Ne approfitto qui per sottolineare come la seconda e la terza di copertina degli albi della serie sfoggino sempre articoli molto interessanti, a volte quanto e più della storia stessa narrata da Castelli. Sono queste un'ottima fonte di approfondimento e allo stesso tempo spunto per ricerche ulteriori sugli argomenti trattati all'interno dell'albo in questione.

Qui la storia prende il via il 7 Maggio del 1915 con l'affondamento del Lusitania, tragedia (provocata) alla quale scampò l'allora giovane Peter Morton, che in tempi decisamente più recenti, una volta adulto, avrà modo di conoscere proprio Martin Mystère. L'arzillo signore racconta al detective dell'impossibile una storia dura da digerire, legata a un carico molto particolare scortato nel 1915 dal padre del signor Morton stesso, un agente segreto inglese, proprio a bordo del Lusitania nel corso di un'operazione top secret che portava proprio il nome di Martin Mystère. Ovviamente al nostro viene il prurito e non potrà far altro che indagare sulla vicenda, andando in cerca, insieme a Java, Diana e al signor Morton, del famoso relitto del Lusitania, vicenda che si svilupperà e terminerà nel corso del decimo albo della serie: Il segreto del Lusitania.

Offrendo le consuete nozioni storiche (l'affondamento del Lusitania), spiegazioni tecniche e divulgative su attrezzature e metodi di recupero dei relitti, ipotesi fantastiche e una teoria che va a collegarsi al mistero di turno e una buona dose di avventura, Castelli ancora una volta riesce a regalare al lettore più di un motivo per ritenersi appagato dalla lettura delle sue storie. Le matite di Ricci si adattano molto bene ai passaggi puramente informativi, creati più che altro da vignette simili a illustrazioni slegate una dall'altra, alle sequenze d'azione così come alle numerosissime scene di dialogo, riuscendo a imporre una progressione dinamica alla storia senza particolari momenti di stanca.

Nonostante un'impostazione da fumetto oggigiorno considerato un po' demodè, il dittico di episodi si legge bene ancora oggi e offre ottimi spunti per alimentare o soddisfare le proprie curiosità. Tralasciando per un attimo l'impianto stilistico, oggi non so quanti fumetti possano vantare tali qualità.

WOLVERINE - L'IMMORTALE

(The Wolverine di James Mangold, 2013)

Dovevo prepararmi all'uscita di Logan e quindi eccoci qui. Wolverine è, nella sua versione cartacea, un personaggio dalle mille sfumature, con un lunghissimo passato alle spalle e migliaia di avventure narrate a far bella mostra di sé nel suo curriculum da supereroe. Nato sulle pagine di The Incredible Hulk, diventa colonna portante degli X-Men, almeno dalla seconda genesi in poi (1975). È stato per molto tempo il personaggio più sfruttato della Marvel (titolo onorifico che in tempi recenti è passato a Deadpool), comparendo in diverse testate dedicate agli X-Men, nella sua serie personale, collezionando centinaia e centinaia di ospitate tra le pagine dei fumetti dedicati a Spidey, Capitan America e compagnia bella. Il suo nome è stato spesso sfruttato per lanciare serie mutanti secondarie, non si contano poi le apparizioni in mega eventi collettivi e le diverse serie nate appositamente per narrare le origini del personaggio (o addirittura per narrarne la fine futura). Insomma, davvero migliaia e migliaia di pagine dedicate all'artigliato canadese.

Tutta questa sovraesposizione ha creato nel corso degli anni una storiografia del personaggio molto complessa e intricata, a volte all'apparenza contraddittoria. Provate a pensare a innumerevoli storie scritte da decine di scrittori diversi, con un lavoro di supervisione complicatissimo volto a far combaciare a grandi linee i diversi fatti narrati, roba da far uscire fuori di testa chiunque, croce e delizia di tanti appassionati di fumetto americano (chi ha detto continuity? aaaarghhhh!). Con molto meno materiale a disposizione, anche le apparizioni cinematografiche del piccolo mutante (nei comics Wolverine è decisamente basso) iniziano a essere intricate e difficili da seguire, all'attivo l'intera trilogia iniziale dedicata agli X-Men (X-Men, X-Men 2 e X-Men: Conflitto Finale), ora tre film in solitaria (X-Men le origini - Wolverine, questo Wolverine - L'immortale e Logan, in questi giorni nelle sale), tre capitoli del reboot degli X-Men (X-Men: L'inizio, X-Men: Giorni di un futuro passato e X-Men: Apocalisse) e pare (ancora non l'ho visto), un breve cameo anche in Deadpool. Per dipanare la matassa anche il sito Fumettologica ha dedicato un articolo all'argomento (lo trovate qui).


In questo capitolo delle avventure di Wolverine il regista James Mangold si focalizza sul lato giapponese del Nostro, un feeling con il paese del sol levante molto importante per il personaggio, esplorato in alcune famose sequenze a fumetti dedicate al mutante, a partire dalla miniserie Wolverine del 1982 a opera di Chris Claremont e Frank Miller. Se come spesso accade, eventi, vicende e personaggi non aderiscono in toto alle loro controparti a fumetti, a grandi linee lo spirito di fondo viene colto, ed è quello giusto. Il Wolverine originale è molto più vicino alla sensibilità nipponica di quanto lo sia la sua versione cinematografica che, in ogni caso, rimane comunque fedele all'indole del personaggio. Sottolineando ancora una volta come Hugh Jackman sia un Wolverine davvero perfetto (forse giusto un po' troppo alto, ma sarà dura rimpiazzarlo), la pecca arriva  dagli altri personaggi coinvolti nella vicenda, a partire da Mariko Yashida (Tao Okamoto) e Yukio (Rila Fukushima) per finire al Silver Samurai, che non hanno il carisma delle loro controparti cartacee, difettuccio non da poco per personaggi memorabili nell'economia di una saga molto ampia come quella di Logan.

Si rimane quindi in superficie per un film che si rivela discreto e molto virato al versante action, forse anche troppo, andando a perdere qualcosa sulla costruzione dei personaggi, dove l'unico ad essere davvero approfondito è proprio Wolverine, con i suoi sensi di colpa per la morte di Jean (Famke Janssen), il suo senso del giusto e dell'onore, la sua capacità d'amore e i fantasmi del suo passato. Un esito sicuramente migliore di quello prodotto con il precedente X-Men: Le origini - Wolverine, sembra che Mangold abbia fatto però il salto di qualità con l'ultimo Logan. Sarà verò? Magari ne riparliamo a breve.

lunedì 6 marzo 2017

TERRA LIGHTFOOT - LIVE IN CONCERT

La canadese Terra Lightfoot si è fatta le ossa calcando i palcoscenici di mezzo mondo, prima insieme ai Dinner Belles, poi per conto suo. Accompagnata da musicisti e amici, ha scaldato le serate dei suoi fan in tutto il Canada, nei vicini States e nella più lontana Europa, dando vita a un tour de force che le è valso la Road Gold Certification, un prestigioso riconoscimento che, nella sua terra natale, viene assegnato agli artisti che in meno di un anno riescono a far staccare almeno 25.000 biglietti per i loro concerti. Numeri importanti, quindi, per una cantante lontana dalla mentalità del grande carrozzone e dei big show messi in piedi dalle più famose rock band.

Dopo il grande successo del tour a supporto di Every time my mind ruins wild, album del 2015, Terra Lightfood decide di immortalare quella che è la sua vera anima, quella live, registrando su disco i due show tenutisi ai LiveLab della McMaster University di Hamilton, a due passi dal lago Ontario. La scaletta dei pezzi proposti ricalca più o meno la tracklist del precedente album da studio; tuttavia, per rendere questa incisione una vera celebrazione, Terra Lightfoot ha deciso di ri-arrangiare i brani e proporli al pubblico con l’ausilio della National Academy Orchestra of Canada, con risultati a dir poco entusiasmanti. 

Terra imbraccia la sua Gibson, si mette al centro del palco e subito la sua voce e la sua chitarra diventano protagoniste assolute in uno show dove i componenti dell’orchestra, i fiati, gli archi, svolgono una funzione complementare, mai invadente ma sempre avvolgente, capace di arricchire con la discrezione degli arrangiamenti, deliziosi pezzi già perfetti nella loro versione da studio. Sotto la direzione di Boris Brott, la National Academy Orchestra si mette a servizio di Terra Lightfoot divenendo grandissimo valore aggiunto, riuscendo a evitare qualsiasi accenno di pomposità e magniloquenza: così, le splendide canzoni di Terra, semplici, dirette e impregnate di un amore quotidiano, non vengono mai snaturate ma restituite al pubblico con qualche pennellata di colore in più, sfumature su una tela già equilibrata e calda. 

Si apre con l’atmosfera soffusa e acustica della ballata NFB, la voce calda di Terra ci accompagna in un cinema, in una giornata come tante, oziosa, libera da impegni e riempita d’amore, scaldata dalla realizzazione di un sogno semplice, così come il brano, magnifico nella sua semplicità, scalda il cuore del pubblico. Con All Alone si alza un poco il tasso energetico dello show, in un brano dolente ma vitalissimo emerge la vena più rock blues di Terra Lightfoot, capace di donare una grandissima interpretazione ai brani grazie alle capacità di modulazione di una voce di enorme bellezza, piena e attraente. Si prosegue sulla stessa linea con No Hurry, impreziosita da archi, fiati e ottimi controcanti. Anche ai brani con una spiccata predisposizione malinconica e triste, l’interpretazione di Terra infonde una generosa vitalità, le corde vocali trasmettono tanto amore da chiedersi chi mai abbia avuto la capacità e la fortuna d’ispirarlo e di vederselo dedicato in composizioni così dolci e struggenti. Lily’s fair è una vivace ballata popolare che ti fa pensare all'Irlanda, triste e allegra al tempo stesso, stemperata dalla successiva e acustica Emerald Eyes, altro arrangiamento d’una dolcezza infinita. I brani di Terra Lightfoot hanno una capacità immaginifica potentissima, riescono a farti vedere i luoghi e a farti provare le emozioni riversate in ogni singolo pezzo, semplicemente seguendo un testo e chiudendo gli occhi. Con l’arrivo di Angus MacDonald dei The Trews su See you in the morning ci viene offerto un bel duetto e prende il sopravvento l’aspetto più roots rock dell’artista in un brano vivace e sostenuto, mentre è il lato più soul di Terra a farla da padrone nella successiva Home to you. Si chiude con Never will, ennesima e benvenuta dichiarazione d’amore. 

Live in Concert è un bellissimo viaggio in compagnia di un’artista dalle grandissime doti compositive e canore, di cui si rimpiange solo la breve durata. Motivo in più per ributtarsi sui due precedenti lavori dell’artista: Terra Lightfoot del 2011 e Every time my mind ruins wild del 2015, cosa che sto andando a fare proprio ora.



Live in Concert, 2017 - Sonic Unyon Records

Tracklist:
01  N.F.B.
02  All alone
03  No hurry
04  Moonlight
05  Lily's fair
06  Emerald eyes
07  See you in the morning
08  Home to you
09  Never will

domenica 5 marzo 2017

UNA NOTTE

(di Toni D'Angelo, 2007)

Opera d'esordio di Toni D'Angelo, figlio del più celebre Nino, qui anche attore. Una prima prova interessante, girata con pochi denari, che mette al centro del racconto l'uomo (o la donna) in rapporto al trascorrere del tempo, al passare degli anni, raccontando di aspirazioni mancate, amori interrotti, esistenze trattenute, nostalgie, malinconie, piccoli e grandi fallimenti, delusioni. Anche qualche sprazzo di felicità, scintille di gioia che arrivano però come da una voce fuoricampo, da Raffaele (Nino D'Angelo), tassista di notte estraneo ai protagonisti della vicenda, quasi un Virgilio che conduce e accompagna i cinque amici nel viaggio di una notte, una notte durante la quale, e al termine della quale soprattutto, i cinque amici tireranno qualche somma e faranno il bilancio di esistenze non sempre felici.

Un gruppo di vecchi amici che non si vedono da anni si ritrova a Napoli in occasione della morte di uno di loro. Alla veglia si incontrano Riccardo (Riccardo Zinna) che dirige l'azienda di famiglia a Milano, il timido Alfonso (Alfonso Postiglione) perso nel suo lavoro, Salvatore (Salvatore Sansone) e Annamaria (Stefania Troise) che in passato ebbero una storia d'amore e che ora vivono entrambi a Roma per esigenze familiari. Tornano in una Napoli notturna, lontana dai soliti stereotipi sulla città, viva ma sicuramente più vivibile di come appare nel caos delle ore del giorno, ma più che un ritorno alle proprie radici, per il gruppo di amici questo sarà un ritorno al passato, ai legami di un tempo, ai sogni perduti. Accompagnati dal tassista Raffaele i quattro si mettono in cerca di Luigi (Luigi Iacuzio), ultimo membro del vecchio gruppo assente alla veglia, lo troveranno in un locale di periferia dove intrattiene il pubblico cantando.


Io son cresciuto tra questi palazzi, qui nessuno ti regala niente, devi imparare da solo e da solo devi capire quale è giusto tra tutti gli sbagli che fai. Qui si raccontano sogni, ma si raccontano perché non costa niente raccontarli, e i sogni diventano poi numeri da giocare. Pure mia madre, mia madre giocava i numeri, e quando non uscivano diceva sempre la solita frase scontata: "sfortunata al gioco, fortunata in amore". In effetti lei era sia sfortunata al gioco che in amore, a papà non l'ho conosciuto, l'aveva messa incinta a tredici anni e quando ha saputo che stava per arrivare un figlio non si è fatto più vedere. Ma la mia è una storia d'altri tempi dottò, almeno a me mi rimane mia madre. Ora si fanno i figli e si buttano nei bidoni dell'immondizia. Dottò in verità, io comunque mi sento un uomo fortunato.

In mezzo a tanta amarezza, annaspando tra i rimpianti, gli unici scampoli di positività, banale, scontata e stereotipata quanto si vuole, coerente e in linea con il personaggio, arrivano proprio da Raffaele, uomo semplice, povero, in contrapposizione al gruppo di amici borghesi che insieme a famiglie e carriere si portano dietro un carico di infelicità assortite. Di tanto in tanto si ride ma il racconto è amaro e universale, se non per qualche piccolo accenno dialettale è slegato dalla città di Napoli, quello di Toni D'Angelo è un racconto semplice e vero, buono a qualsiasi latitudine. Belli i volti messi in campo, adatti alla narrazione, credibili, forse non attori di primo piano o grandi eccellenze, ma tutti ben calati nella propria parte. Bene assortiti i caratteri, dallo scontroso Riccardo, sempre pronto a criticare i suoi ex concittadini, al più libero e libertino Luigi, dall'impacciato Alfonso, timido e trattenuto, al più solido e legato Salvatore, fino alla nostalgica e romantica Annamaria.

Un film piccolo, una storia semplice, temi veri, reali, vicini. A conti fatti un bell'esordio che non rivoluziona certamente il Cinema italiano ma che, vedi mai, potrebbe per molti spettatori rivelarsi più genuino e interessante di altri prodotti più spinti dai guru del marketing.

LA MUSICA DI LAURA 012


Continua l'esperimento La musica di Laura. Come reagisce una bambina di dieci anni (presto undici, sigh!), davanti a musiche solitamente poco battute dai bimbi, cosa può apprezzare e cosa meno pescando a caso tra i brani che bazzicano in famiglia o ancor meglio completamente a casaccio scegliendo a random album e canzoni da libri o da elenchi sterili?

Ecco i tre brani che son saltati fuori questa volta:


1)  Gorillaz - Rock the house




2)  Narlai Village Troubador - Memorial




3)  Radiohead - 2 + 2 = 5



Questa volta il sorteggio casuale ha lasciato Laura un poco delusa, l'impressione che ho avuto è che nessuno dei tre pezzi abbia destato la sua curiosità, però avessi dovuto scommettere avrei puntato sul brano dei Gorillaz. Invece Laura ha infine optato per la nenia indiana proveniente dalla colonna sonora di Il treno per il Darjeeling di Wes Anderson. Invece dall'album dei Radiohead ha scelto il brano 2 + 2 = 5 per far dispetto alla maestra di matematica!

E voi, che pezzo preferite?

venerdì 3 marzo 2017

REDACTED

(di Brian De Palma, 2007)

Non saprei da dove cominciare per scrivere qualcosa su Redacted, tanti sono gli spunti di riflessione che il film offre. Proviamoci. Iniziamo dal regista: Brian De Palma. Chiunque mastichi un po' di Cinema sa che quello di De Palma è un nome grosso, per tutti gli altri elenchiamo velocemente qualche titolo: Carrie - Lo sguardo di Satana (1976), Blow out (1981), Scarface (1983), Omicidio a luci rosse (1984), Gli intoccabili (1987), Vittime di guerra (1989), Carlito's way (1993), Mission: impossible (1996). Su un regista con un curriculum del genere chi è che non punterebbe? Chi non investirebbe in una sua opera?

Redacted in Italia non è uscito nei cinema, non ha trovato distribuzione qui come non ne ha trovata in altri paesi (parliamo del vincitore del Leone d'oro a Venezia), il film è stato un grandissimo flop commerciale pur essendo stato girato senza grossi investimenti e con budget ridotto, nel primo weekend di programmazione, negli Stati Uniti Redacted raccolse circa 25.000 dollari, una cifra ridicola se pensiamo alla vastità del pubblico americano e al rango del regista coinvolto. Allora qual è il problema? Redacted è un film così brutto? No, non è un film brutto, forse se guardiamo solo all'aspetto dell'intrattenimento (che sicuramente non è lo scopo principale di questo film) non è nemmeno un film esaltante, ma sicuramente non è stato questo a determinarne lo scarsissimo successo. Diciamo pure che si è cercato di far circolare Redacted il meno possibile, di boicottarlo, perché ciò che De Palma mette in scena è una grandissima spina sul culo di tutto un certo establishment guerrafondaio che con due parole potremmo definire avido e prevaricante (qualcun'altro usa invece le parole fottuti e imperialisti). Noi, si sa, si segue la corrente e quindi nelle sale del belpaese, di Redacted nessuna traccia. Qui voglio precisare che personalmente vivo di cultura americana (cinema, letteratura, fumetto, serie tv, musica), amo l'America, ciò nonostante non vorrei esimermi dal dare a Cesare quel che è di Cesare e ai fottuti imperialisti quel che è dei fottuti imperialisti (questo non implica che poi dall'altra parte siano meglio, sia chiaro, la merda puzza un po' in tutto il mondo). Oltre a chi tira i fantomatici fili del potere, penso che il film abbia fatto venire più di un mal di pancia a tanti cittadini americani (almeno a quelli che hanno potuto vedere il film) che faticano ad ammettere come i nostri ragazzi a volte si possano rivelare poco più che bestie senza controllo. È un film politico Redacted, quindi scomodo per molti, agghiacciante per tantissimi altri.


De Palma riprende un tema già trattato in uno dei suoi film precedenti, Vittime di guerra, raccontando ancora una volta, più o meno con le stesse dinamiche, uno stupro ai danni di una giovane indigena del paese occupato (allora era il Vietnam, oggi l'Iraq) perpetrato da un gruppo fuori controllo di soldati americani, giovani ragazzi imbarbariti dalla guerra e dalle sue brutture (ma probabilmente bestie immonde già da prima), incapaci di dare un seppur minimo valore a una vita umana, indifferenti alle sofferenze di quello che considerano ciecamente il nemico (poco importa che magari si tratti di bambini) e poco empatici anche con le disgrazie e le morti dei loro stessi compagni. La vicenda è liberamente ispirata allo stupro e all'omicidio della giovane Abeer Qassim Hamza e all'assassinio dei suoi familiari da parte di soldati dell'esercito statunitense. Da quello che si conosce della vicenda, avvenuta nel 2006, il resoconto di De Palma sembra essere abbastanza fedele, ciò nonostante il film è stato aspramente criticato dai sostenitori del buon nome dell'esercito americano, che accusarono De Palma per non aver sottolineato come i feroci assassini siano stati in seguito condannati con pene severissime dalla giustizia americana. Vero, ma forse non è proprio questo il punto, le riflessioni, tantissime, andrebbero fatte a monte per evitare che determinate situazioni si creino, una volta in atto è inevitabile che queste non portino a nulla di buono o di costruttivo. In ogni caso lo stesso De Palma è stato costretto a etichettare la vicenda come opera di fantasia.


Dal punto di vista estetico il regista ibrida l'immagine del reale a quella della finzione, mostrandoci come il confine tra vero e falso, autentico e finzionale si possa disciogliere in un calderone indistinto. Uno dei protagonisti filma e viene filmato, con la sua camera personale riprende il suo gruppo di commilitoni al fine di registrare materiale per la scuola di Cinema che lo aspetta al suo ritorno in America. Alla sua camera, che restituisce immagini di qualità fin troppo alta (è in fondo sempre diretta da De Palma), si mischiano le immagini di visori a infrarosso, telecamere di sicurezza, inquadrature a campo lungo e altro ancora. È l'immagine alla portata di tutti, la realtà offerta in un fermo immagine, apparentemente democratica, sempre più pericolosamente alterabile.

È un'opera alta nella sua bassezza Redacted, è prima di tutto una denuncia, è uno sguardo sul presente, è una riflessione sull'immagine e sulla verità, anche sul Cinema contemporaneo se si vuole. È un film importante Redacted, peccato che non l'abbia visto quasi nessuno.

mercoledì 1 marzo 2017

MISS PEREGRINE - LA CASA DEI RAGAZZI SPECIALI

(Miss Peregrine's home for peculiar children di Tim Burton, 2016)

Probabilmente il film meno burtoniano di Tim Burton che mi sia capitato di vedere da qualche anno a questa parte; in qualche modo anche quello meno tedioso, capace di offrire sprazzi di novità per il regista di Burbank insieme a diverse sequenze ben riuscite. Nel complesso il film si rivela un innocuo prodotto per ragazzi, con qualche risvolto un poco inquietante ma nemmeno poi troppo, un buon mix di avventura e suspance con un tocco leggermente orrorifico. C'è un bello scarto tra il solito immaginario gotico e molto caricato di Burton e la resa visiva di questo film, ci si trova dinnanzi a una normalizzazione estetica, così come si nota anche un piglio differente nel mood della narrazione, qui presa di peso dal libro omonimo di Ransom Riggs. Ognuno di noi potrà valutare in maniera più o meno positiva (o negativa) questo leggero cambiamento di rotta per un film probabilmente poco personale ma non completamente sbagliato.

Molto interessante è tutta la prima parte del film durante la quale si prospetta una vicenda molto più cupa di quella che sarà, capace di creare una certa attesa e aspettative intorno a personaggi e fatti che avrebbero forse trovato un migliore sviluppo nel genere horror. Proprio questa mi sembra la valutazione più interessante riguardo a Burton e al suo lavoro svolto con Miss Peregrine. Perché non un horror? Non questo, certo, ma magari con il prossimo film, psicologico, un po' più spinto ma neanche troppo, Burton ne avrebbe la capacità e i risultati potrebbero essere più interessanti di quelli qui ottenuti a causa di uno sviluppo che presto sfocia in un film fantastico d'azione per ragazzi (nulla di male in questo, per carità).

Gli aspetti positivi comunque ci sono. Una buona prima parte di film, un approccio diverso da parte del regista, finalmente un volto nuovo con Eva Green al posto della Bonham Carter (che avrebbe potuto tranquillamente ricoprire il ruolo di Miss Peregrine), una bella resa dei vacui, i mostri che minacciano i ragazzi speciali di Miss Peregrine, il volto interessante di Asa Butterfield nel ruolo del protagonista principale Jacob, un interessante Samuel L. Jackson e un film tutto sommato piacevole per i ragazzi.


Jake Portman (Asa Butterfield) è un ragazzo timido molto legato a suo nonno Abraham (Terrence Stamp), un uomo che ha sempre raccontato storie fantastiche al nipote, soprattutto alcune legate a un fantomatico rifugio per bambini speciali gestito da Miss Peregrine (Eva Green). Quando il nonno viene trovato morto e senza occhi, Jackob ha la conferma che le strane storie narrategli da Abraham avevano un fondo di verità. Accompagnato dal padre (Chris O'Dowd) il ragazzo si recherà in Galles sulle tracce della casa per bambini speciali di Miss Peregrine, dove avrà modo di incontrare tutta una serie di strani personaggi e affrontare la minaccia degli orribili vacui.

Non so, in fondo credo si possa prendere questo film come un'opera di passaggio, nella speranza che Burton metta a frutto i buoni spunti che qui ci ha fatto solo intravedere.

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