martedì 18 gennaio 2022

VIAGGIO A TOKYO

(Tōkyō monogatari di Yasujirō Ozu, 1953)

Yasujirō Ozu è una sorta di monumento nazionale per ciò che concerne la storia del cinema nipponico, il regista di Tokyo ha contribuito all'evoluzione del cinema giapponese passando per varie fasi, esplorando il cinema del reale, la condizione della famiglia e dell'uomo nell'immediato dopoguerra, in un Paese che usciva non soltanto dalla brutalità della Seconda Guerra Mondiale ma anche dalle tragedie senza pari di Hiroshima e Nagasaki, per concentrarsi poi sui cambiamenti di un Paese che poco a poco andava incontro alla modernità e a un'occidentalizzazione sempre più ingombrante. All'interno della nutrita filmografia del regista Viaggio a Tokyo viene considerato il capolavoro di Ozu, un film che appare un classico moderno anche rivisto oggi, il più celebre lascito di un regista cresciuto a suon di film hollywoodiani e alcool. Se il cambiamento dei paesi asiatici sarà un tema ricorrente in diverse filmografie di registi orientali di nazionalità diverse (si pensi al lavoro di Jia Zhang-ke per quel che concerne la Cina degli ultimi decenni), un fenomeno di transizione visto spesso attraverso la sofferenza dei protagonisti, la visione di Ozu illustra questa fase di passaggio in maniera meno conflittuale, esplorandola attraverso un semplice viaggio di due anziani in occasione di un ricongiungimento familiare; tutto è molto naturale, realista appunto, lo sguardo di Ozu mostra cambiamenti epocali, che stravolgeranno anche le antiche tradizioni, senza strappi, mostrando gli eventi della vita più comuni, come farà in maniera superba anche Yoji Yamada nel 2013 proprio con il remake di Viaggio a Tokyo che nella sua versione diventerà Tokyo family.

La storia l'abbiamo più o meno già raccontata proprio quando parlammo di Tokyo family, tra il film di Yamada e quello di Ozu ci sono alcune differenze, anche nella composizione familiare, rimangono però inalterati il significato e il messaggio che i due film vogliono trasmettere. I signori Hirayama, l'anziano Shūkichi (Chishū Ryū) e sua moglie Tomi (Chieko Higashiyama), lasciano Onomichi per intraprendere il lungo viaggio che li porterà a Tokyo dove vivono due dei loro figli e una nuora, Noriko (Setsuko Hara), vedova del secondogenito Shōji deceduto durante la guerra; a casa gli Hirayama lasciano Kyōko (Kyōko Kagawa), la più giovane delle loro figlie, l'unica dei loro cinque discendenti ad abitare ancora a Onomichi. Una volta a Tokyo i due anziani saranno ospitati dal primogenito Kōichi (Sō Yamamura), un pediatra di quartiere che vive con la moglie e i due figli piccoli in un quartiere periferico, ad accogliere i genitori ci sarà anche l'altra figlia Shige (Haruko Sugimura), proprietaria di un salone da parrucchiera. I due anziani genitori si figurano giornate in compagnia di figli e nipoti passate a visitare Tokyo, atmosfera familiare, tempo piacevole passato con i propri cari, purtroppo sia il lavoro di pediatra di Kōichi sia il salone di Shige non lasciano tempo libero da dedicare ai genitori, i due figli non sembrano così intenzionati a fare degli sforzi per prendersi cura di Shūkichi  e Tomi, li manderanno anche in una località termale per non averli sempre intorno, ma il posto non è proprio adatto a una coppia della loro età. L'altro figlio, Keizō, vive in un'altra città, sarà così Noriko, l'unica a non avere legami di sangue con i due anziani, a occuparsi dei suoi genitori acquisiti e a far breccia nel loro cuore, per la sua gentilezza e anche per il lutto pluriennale che la giovane continua a portare nei confronti del loro figlio, saranno proprio i due anziani a spronarla a rifarsi una vita.

La narrazione per immagini di Ozu trasmette pacatezza e serenità, la camera si muove poco, le sequenze sono ammantate di un classicismo tenue, la vita scorre anche nel cambiamento in tutta la sua quotidianità. I nuovi ritmi imposti dalla vita moderna, che non sempre mantiene ciò che promette, sottraggono importanza ai legami familiari, a quel senso di onore e rispetto tanto importante nel paese del Sol Levante, gli affetti sono messi in secondo piano finché, una volta troppo tardi, non si avrà di che pentirsene. La sceneggiatura curata dallo stesso Ozu sottolinea come non siano i legami di sangue e carne necessariamente quelli in cui risiedono i sentimenti profondi, la vecchia generazione non può far altro che prendere atto del cambiamento, accettare qualche piccola delusione e, tirando le somme, riconoscere anche quanto di buono hanno avuto dalla vita durante la quale altri sicuramente sono stati più sfortunati di loro. Le generazioni cambiano, Ozu lo mostra bene già con il comportamento dei due piccoli nipoti non troppo rispettosi nei confronti della visita dei nonni, i due anziani sapranno mostrare la loro gratitudine a chi ha donato loro sincerità e devozione. Con uno sguardo lucido e sereno Ozu riflette su due mondi che sembrano essere sempre più distanti tra loro, in maniera inevitabile, il flusso del tempo scorre e alle sue spalle lascia immancabilmente alcune rovine. Film da recuperare, per chi avesse timore di cimentarsi con un'opera del '53, in giapponese con sottotitoli e in bianco e nero, una validissima alternativa rimane il più moderno Tokyo Family di Yamada altrettanto bello e significativo.

domenica 16 gennaio 2022

DON'T LOOK UP

(di Adam McKay, 2021)

Università del Michigan, dipartimento di astrofisica. La dottoranda Kate Dibiaski (Jennifer Lawrence) scopre durante le sue osservazioni una nuova cometa; dopo l'iniziale entusiasmo, sottoposta la scoperta al professor Randall Mindy (Leonardo Di Caprio), i due scienziati calcolano la rotta della cometa, una, due, tre volte, la Dibiaski la calcolerà per tutta la notte e niente... la cometa, del diametro approssimativo di una decina di km, impatterà contro la Terra nel giro di sei mesi, la futura catastrofe è di livello estinzione. Contattato il dottor Clayton Oglethorpe (Rob Morgan), referente alla NASA per minacce di questo genere, i due scienziati vengono accompagnati alla Casa Bianca per informare il Presidente Orlean (Maryl Streep) e il suo capo di gabinetto, suo figlio Jason (Jonah Hill), della minaccia incombente, spiegare la gravità della situazione e studiare un protocollo di contromisure da adottare. Peccato che i due siano un perfetto paio di imbecilli autoriferiti e che non riescano a guardare più in là del consenso dell'elettorato, viste anche le elezioni in arrivo il Presidente degli Stati Uniti decide che è meglio temporeggiare per non turbare l'opinione pubblica, Jason Orlean addirittura dileggia i due scienziati ai quali verrà intimato l'assoluto riserbo sulla faccenda. Inviperiti e sconcertati per non essere stati presi sul serio e soprattutto preoccupati dal fatto che la coppia di idioti al potere non si preoccupi minimamente della prossima estinzione del genere umano, Mindy e Dibiaski decidono di disobbedire e dare pubblica evidenza della minaccia attraverso i media, lo faranno ospiti del programma di grande popolarità condotto dall'avvenente Brie Evantee (Cate Blanchett) e da Jack Bremmer (Tyler Perry). Infilati in programmazione dopo il dramma della separazione della pop star Riley Bina (Ariana Grande) dal fidanzato DJ Chello (Scott Mescudi), i due scienziati sganciano la bomba che in mano ai due conduttori si sgonfia e diventa poco più di una barzelletta, Kate si lascia così andare a una crisi isterica in diretta che da subito diventa un meme virale sul web, Randall suo malgrado acquista lo status di scienziato sexy. Tra il disinteresse generale e l'idiozia dilagante intanto la cometa continua minacciosa il suo avvicinamento, ma ecco spuntare la multinazionale della tecnologia smart pronta a salvare la situazione e, ovviamente, a trarre profitto dall'evento.

Concentrato delle idiozie umane dalle quali non si salva proprio nessuno, dalla politica all'informazione (infotainment ormai...), dall'industria al pubblico dei social, ce n'è per tutti, anche per quelli che dovrebbero essere i protagonisti in positivo dell'intera vicenda e che non si rivelano esenti da difetti e slanci di vanità. Adam McKay non approfondisce troppo nessuno di questi temi, lancia bombe su tutti, nessuno escluso, andando a creare una sequela di situazioni tanto dementi quanto purtroppo riconducibili alla realtà, lo fa accumulando una serie di episodi molto, molto spesso divertenti, che arrivano dritti allo spettatore ma che nel cumulo creano anche un effetto stordimento, proprio come accade con il cumulo di stronzate alle quali siamo sottoposti tutti i giorni, il film sembra a causa di ciò perdere un po' di fuoco ed equilibrio, resta da vedere se l'intenzione di McKay non fosse proprio quella (oggi come oggi è sempre più necessario dubitare di tutto) al fine di rendere tutto più credibile nonostante la sua apparente incredibilità. Pur rimanendo leggero il film mio avviso centra bene il punto, la politica è diventata solo facciata, comunicazione vuota con obiettivi rivolti solo a sé stessa, in questo è aiutata da un'informazione becera, senza contenuto alcuno, fatta da bei volti (quello della Blanchett, inchino) e superficialità, chi cerca di far capire la realtà dei fatti diventa un meme sul web, viene deriso come fosse un povero cretino nonostante le sue competenze, ben presente l'asservimento della politica al capitale, alle multinazionali del profitto capeggiate da idioti sapienti che noi, nella realtà e non solo nel film, veneriamo come grandi uomini invece come la vera piaga che novantanove su cento delle volte si rivelano essere. Don't look up, slogan della classe politica che ha a cuore il fatto che ci si continui a guardare l'ombelico, è parecchio divertente, ci fa ridere dove da ridere non ci sarebbe proprio un bel niente, ridiamo mentre aspettiamo la cometa a braccia aperte, metafora più dell'indifferenza dei grandi poteri ai disastri annunciati e dovuti al cambiamento climatico che non come detto da molti alla situazione Covid di cui comunque, riguardo ai media, i paralleli sono vivissimi. Ridiamo grazie anche a un gran bel cast, Jonah Hill vince la palma d'oro del più imbecille e lo fa con grande stile, McKay schiera oltre ai nomi già citati sopra anche Mark Rylance, l'ormai onnipresente Timothée Chalamet (che a onor del vero a me piace parecchio), il roccioso Ron Perlman, Melanie Lynskey (la Rose di Due uomini e mezzo), Michael Chiklis (The Shield) e Himesh Patel (Yesterday). Applausi per la Streep che con coraggio mostra in tutto il suo splendore un lato b che, in maniera coerente con l'età, di splendido ha ormai davvero poco, in barba alla continua ricerca della perfezione estetica ostentata da altre star di caratura anche inferiore.

Non è perfetto Don't look up, non è un grande film ma potremmo vederlo proprio come un ottimo monito, perché nel caso che la cometa dovesse arrivare, noi purtroppo non siamo così dissimili da quelli là, occhi aperti quindi...

sabato 15 gennaio 2022

MI CHIAMO LUCY BARTON

(My name is Lucy Barton di Elizabeth Strout, 2016)

È un bel libro questo Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, una lettura veloce che volendo si termina in un paio di giorni, una narrazione strutturata su diversi piani temporali e in differenti luoghi, suddivisa in capitoli molto molto brevi che riescono l'uno a tirare l'altro, come gli acini d'uva, in un'atmosfera tanto profonda quanto delicata e sincera. È un romanzo in parte autobiografico, alcune delle esperienze narrate nel libro richiamano in maniera diretta quelle vissute dalla Strout, prima tra tutte il fatto di essere una scrittrice che la accomuna alla protagonista del racconto Lucy Barton. Sono pochi i personaggi centrali del romanzo: Lucy, sua madre, tanti altri però sono quelli richiamati dai ricordi, dalla narrazione orale tra le due donne, tutti diventano vividi coprotagonisti per brevi momenti, squarci di altre esistenze sepolti nel passato o nel lontano Illinois, nel paesotto di Amgash, a più di mille chilometri da New York dove  Lucy ora si trova, costretta in un letto d'ospedale.

La narrazione inizia in flashback, Lucy racconta quando anni prima si trovò costretta a passare numerose settimane in un'ospedale di New York a causa di un batterio ostile scaturito in seguito a una semplice operazione di appendicite. La donna, costretta a letto, sente forte la mancanza delle sue due bambine, Chrissie e Becka, il marito William detesta gli ospedali e dovendosi prendere cura delle due piccine non passa a trovarla molto spesso, a farle compagnia un dottore gentile e le luci del maestoso Chrysler Building che scintillano fuori dalla finestra. Dopo diverse settimane di ricovero, in visita a Lucy arriva sua madre, una madre lontana che lei non vede da anni, il suo trasferimento a New York e il matrimonio con suo marito avevano allontanato Lucy dalla famiglia, una distanza apparentemente incolmabile, invece ecco lì sua madre, una donna ormai anziana che nonostante l'agitazione e la paura, per chissà quale motivo, è salita da sola su un aereo nell'Illinois per atterrare nel caos di New York e passare qualche giorno al capezzale della sua "bestiolina". Così Lucy ritrova il calore di quella madre, una calore che a dire il vero non è mai stato bruciante, e con la madre accanto si sente meglio, vuole sentire la sua voce, ancora e ancora, si affastellano così aneddoti, ricordi, resoconti e aggiornamenti, sul fratello e sulla sorella di Lucy, sulla gente del paese, su vecchi conoscenti. Alla memoria di Lucy tornano a essere vivide le esperienze della miseria, dell'esclusione, patite a causa di una vita di estrema povertà ad Amgash, episodi sepolti nel passato, una giornata con il padre, alcune vecchie frequentazioni, tutti ricordi che si mescolano ad altri più recenti e alla nuova vita da scrittrice intrapresa da Lucy. L'esperienza ripercorre il lungo percorso di affermazione della sua persona che, nonostante i vari errori e le recriminazioni, ha ora portato la donna a poter davvero affermare di essere Lucy Barton.

La storia di questa famiglia infelice, discriminata e poi separatasi con qualche rimasuglio di acredine e accumulata indifferenza, riportata da pensieri e parole della protagonista e di sua madre, non manca di coinvolgere e commuovere e acquista colore nei racconti riportati di tante altre persone che sono o sono state inquilini temporanei della vita di Lucy; ci sono l'infanzia difficile nella provincia americana, il presente con l'affermazione e il successo ma anche qualche rimpianto, per i grandi dolori inflitti suo malgrado alle due figlie da parte della protagonista, la vita a New York simboleggiata spesso dalla magnificenza del Chrysler Building ma soprattutto quell'amore perso ma mai sopito per una madre per troppo tempo lontana, fredda, che nonostante tutto ha lasciato un vuoto non facilmente colmabile. La protagonista affronta un percorso in cerca della certezza di sé stessa come donna e scrittrice, tale percorso è pennellato con piccoli tratti dalla scrittura della Strout che con un linguaggio semplice ci trasporta in un racconto particolare, quello dei Barton, dai risvolti universali, con onestà, senza timori e lasciando nel lettore un subitaneo affetto per i suoi personaggi.

venerdì 14 gennaio 2022

MA PAPÀ TI MANDA SOLA?

(What's up, doc? di Peter Bogdanovich, 1972)

Un classico che guarda al classico. Il regista Peter Bogdanovich, purtroppo da poco scomparso, è stato un'entusiasta della Hollywood che fu, un appassionato del cinema in bianco e nero; con questo Ma papà ti manda sola? il regista rinverdisce negli anni 70, epoca del movimento della New Hollywood di cui proprio Bogdanovich fu tra i protagonisti, la classica slapstick comedy e in particolare quella dai risvolti rosa nella quale la storia romantica (o più o meno romantica) tra i protagonisti è costellata da guai a profusione e situazioni rocambolesche che si scioglieranno nell'agognato lieto fine soltanto dopo aver inanellato una mole di pasticci e danni dalle proporzioni colossali, non siamo proprio dalle parti di Hollywood party ma la strada è quella, d'altronde chi sarebbe capace di provocare una serie di disastri come quelli messi in moto dal Hrundi V. Bakshi interpretato da Peter Sellers? Il risultato è davvero divertente e poggia sulla coppia d'assi, almeno per quell'epoca, composta dalla brava Barbra Streisand e da Ryan O'Neal reduce dal successo di Love story di un paio di anni prima, tra l'altro Bogdanovich trova anche una maniera esilarante per citare e omaggiare proprio il Love story di Arthur Hiller.

A San Francisco si tiene la fase finale di una specie di concorso indetto dal magnate Frederick Larrabee (Austin Pendleton) volta a premiare il più interessante studio a tema musicale. Uno dei finalisti è l'impacciato e trattenuto Howard Bannister (Ryan O'Neil) che presenta un progetto sulle reazioni delle vibrazioni musicali sulle rocce ignee (o qualcosa di simile); il musicologo è accompagnato dalla fidanzata Eunice (Madeline Kahn), una rompiscatole pedante e possessiva. Nell'albergo dove i due soggiornano c'è anche una sorta di spia (Michael Murphy) con una valigia dai motivi rossi nella quale sono nascosti dei documenti top secret, la valigia è accidentalmente uguale a quella in cui Howard conserva le sue rocce. Sulle tracce della spia c'è un altro funzionario (lo scrittore Philip Roth nientemeno) in caccia dei documenti; la ricca signora Van Hoskins (Mabel Albertson) invece, in una valigia del tutto identica (e che qualcuno cercherà di rubare) tiene dei gioielli di inestimabile valore, un'altro residente dell'albergo ha con sé soltanto biancheria, la valigia, va da sé, è sempre dello stesso modello. In mezzo al bailamme che consegue dall'inevitabile gioco degli equivoci Howard si imbatte in Judy Maxwell (Barbra Streisand) una ragazza spiantata ma coltissima che si invaghisce immediatamente di lui, tanto è imbambolato Howard quanto sveglia, vivace e portatrice sana di guai è Judy, gli opposti prima si respingono, poi si attraggono, nel mezzo c'è un divertentissimo su e giù per San Francisco con una sequela di casini che porterà tutti quanti davanti al giudice.

Commedia divertentissima dove l'aspetto legato agli equivoci nati dagli scambi di valige e quello puramente slapstick e fracassone prevalgono sulle linee rosa, tutti i protagonisti contribuiscono alla resa finale calibrata ad orologeria garantendo numerosi passaggi molto spassosi, la Streisand e O'Neil nella loro diversità sono una coppia comica molto indovinata, Madeline Kahn è perfetta nel ruolo della fidanzata da cui fuggire, ne darà prova anche in Frankenstein Jr. di Mel Brooks (taffetà caro...), in generale si ride parecchio e di gusto. Bogdanovich, in collaborazione con Robert Benton alla sceneggiatura, lavora in maniera magnifica sui tempi, basti vedere la sequenza con l'inseguimento per le strade di San Francisco (forse un po' poco affollate in qualche caso) o i movimenti dei vari personaggi all'interno dell'albergo, tutto studiato per garantire la riuscita perfetta delle varie gag. La Streisand si concede in apertura una canzone sulle note di Cole Porter ma si fa apprezzare anche per la messa in scena del suo irresistibile personaggio, uno dei principali motori dell'esilarante confusione alla quale, come ben dimostra la scena finale, non resta che arrendersi e alzare le mani.

mercoledì 12 gennaio 2022

FIRST COW

(di Kelly Reichardt, 2019)

Con First Cow la regista Kelly Reichardt ci mostra quella che in nuce avrebbe potuto essere una versione migliore degli Stati Uniti d'America (e di conseguenza una versione migliore delle civiltà moderne occidentali) se solo lo sviluppo del Paese più grande del mondo (metaforicamente) avesse trovato fondamento nell'amicizia, nella gentilezza e nella solidarietà invece che nella violenza. First cow è un western atipico ambientato in un Paese ancora tutto da farsi dove non si spara, non si cavalca a rotta di collo e i ritmi della vita sono lenti, ciclici, senza quelle emozioni forti derivanti da duelli al sole, pistolettate, saloon sfasciati, risse continue e grossi allevatori, anche perché in questo pezzo di ovest, quello ritratto nel film, di mucche ancora non se ne sono viste ed è proprio ora, nel momento in cui si svolge la storia dei nostri protagonisti, che arriva in zona la prima mucca, la first cow del titolo, un bell'esemplare di razza bretone. Ciò nonostante l'impressione che si ha di questa terra rigogliosa, ancora incontaminata, e della gente che si muove lì intorno in cerca di fortuna, non è quella del paradiso terrestre scevro di violenza e incorruttibile, tutt'altro, sono i due protagonisti, tre se contiamo la mucca, a rendere possibile una visione più gentile, educata, seppur non esente dal peccato e impossibilitata a non incrociare la strada del crimine, di ciò che avrebbe potuto essere l'America.

Oregon, metà del 1800. Siamo in un territorio ancora totalmente selvaggio, pochi gli insediamenti, la colonizzazione dell'ovest americano in questa zona è ancora agli albori. Otis "cookie" Figowitz (John Magaro) è un pasticciere che ha imparato il mestiere nell'est ora aggregato in qualità di cuoco a una rude spedizione di cacciatori di pelli; alla ricerca di cibo Otis si imbatte in King-Lu (Orion Lee), un cinese infreddolito e impaurito che si sta nascondendo dai suoi inseguitori. Otis aiuta lo sconosciuto e tra i due nasce una forte amicizia che li porterà a cercare di far fortuna insieme e di sfruttare le possibilità offerte da questo nuovo mondo. King-Lu, che ha girato mezzo mondo prima di arrivare in America, ha una spiccata mentalità imprenditoriale, ottimista, sposa il sogno ingenuo e non coltivato del più mite Otis di aprire un albergo, magari a San Francisco; per racimolare soldi sfrutteranno la bravura di Otis come pasticciere e inizieranno a vendere biscotti e dolcetti al mercato del vicino insediamento. Per cucinarli però a Otis serve il latte, non resta che rubarlo mungendo di nascosto l'unica mucca della zona di proprietà di un fattore benestante (Toby Jones) che, ironia della sorte, diverrà uno dei maggiori estimatori dei dolcetti di Otis. Ma si sa, prima o poi tutti i nodi vengono al pettine.

Le immagini di Kelly Reichardt ci riportano a un mondo antico, a partire dal formato di ripresa in 4:3 che ci fa tornare a uno stile di visione del passato, il west di First cow è molto verde, rigoglioso, dai ritmi lenti, non si vedono deserti e lande assolate, la fotografia di Blauvelt ci restituisce la sensazione di luoghi vividi e reali, all'apparenza più vicini di quelli che possono sembrarci i classici luoghi del western: i boschi, il fiume che corre, il paesaggio, hanno qualcosa di molto familiare seppur lontano. Anche l'incedere del racconto asseconda i luoghi, First cow scorre piano, come il fiume, le accelerate sono poche, ciò che ci mostra è un'alternativa a ciò che è stato e che non ha preso piede, seppellito sotto diversi metri di terra da una realtà più competitiva e violenta. C'è in embrione il discorso sul capitale; già allora, quando la civiltà occidentale era ancora tutta da fare, anche nel paese delle opportunità e del sogno di plastica, senza soldi non si andava da nessuna parte a meno di non rubare o peggio. Ma nella lentezza sconosciuta al sistema denaro rimangono altri valori: l'amicizia tra diversi, il rispetto della natura, una vita semplice, tutte cose che rendono possibile un'esistenza di valore in un mondo che va in tutt'altra direzione.

martedì 11 gennaio 2022

VOGLIO MANGIARE IL TUO PANCREAS

(Kimi no Suizō o Tabetai di Shinichirō Ushijima, 2018)

Tratto dal romanzo di Yoru Somino, Voglio mangiare il tuo pancreas è una di quelle narrazioni simili a tante altre per temi e che hanno imperversato nel segmento young adult negli ultimi anni, un racconto di formazione e di sentimenti dove incombe come un macigno la malattia di uno dei protagonisti, elementi che così elencati, in modo un po' freddo, potrebbero anche respingere e creare una sensazione di melenso o di pietismo. Invece l'anime di Shinichirō Ushijima, grazie alla vivacità della protagonista femminile, trova la misura per risultare brillante e allo stesso tempo toccante senza dar mai adito a sensazioni stereotipate o troppo trite e già viste. In questo il film è aiutato dalla scelta di non dettagliare troppo l'avanzare della malattia e non mostrarne la degenerazione fatta di dolore e deterioramento: la protagonista è malata, sappiamo che è destinata a una morte prematura ma la si segue in un momento in cui ancora c'è tanta forza vitale e la voglia di conoscere l'altro e magari innamorarsi ancora.

Haruki è uno studente molto schivo e riservato, innamorato della letteratura vive immerso nei suoi libri e nei suoi gesti quotidiani senza avere contatti umani con nessuno, ignora i compagni di classe, non ha amici, non è interessato alle donne. Haruki non ha nulla che non vada: è sveglio, intelligente, è anche un bel ragazzo, semplicemente non sente il bisogno di socialità o di amicizia e teme un po' il giudizio degli altri (anche se ammette che ogni tanto avere un amico potrebbe essere divertente). Sakura è l'esatto contrario, vivace, molto apprezzata e incline alla socialità, purtroppo la ragazza è affetta da un problema degenerativo al pancreas che prima o poi la porterà a una morte prematura; invece di abbattersi la giovane decide di godersi il più possibile il momento, cerca di andare a mangiare nei posti che la incuriosiscono, di muoversi un po' dalla città e soprattutto ha il desiderio di trovare un nuovo amico in Haruki, forse per il suo essere un solitario, forse per l'indifferenza dimostrata dal ragazzo verso la malattia di Sakura una volta venutone casualmente a conoscenza, oltre ai genitori della ragazza Haruki infatti sarà l'unico a conoscere le condizioni di Sakura la quale vuole mantenere segreta la sua malattia. Haruki comunque acconsente a passare un po' del suo tempo con Sakura, provando insieme qualche ristorante, facendo qualche passeggiata, chiacchierando, andandola in seguito a trovare in ospedale, la relazione tra i due nuovi amici crescerà così d'intensità in maniera molto naturale.

Pur presentando qualche difetto nelle scelte dei passaggi da approfondire (la malattia non è per nulla descritta o spiegata) Voglio mangiare il tuo pancreas si rivela una visione molto piacevole e capace di toccare le giuste corde emotive. Il nucleo centrale si può condensare nel processo con cui la giovane Sakura, conscia di avere un tempo limitato a disposizione, scuote la vita di Haruki che, pur sano, non sta per nulla godendo di ciò che offrono le relazioni con le altre persone e le meraviglie della quotidianità, e se nel processo il transfert diventa a poco a poco reciproco è sicuramente quest'ultimo a imparare ad affrontare un percorso di crescita emotiva e trarre giovamento dall'indole spumeggiante e trascinante di Sakura. È ben dosata la progressione del rapporto tra i due protagonisti, forzato in principio, caratterizzato poi da successivi avvicinamenti intervallati da un paio di sequenze più forti. L'animazione è semplice, fluida, ben realizzata e tratteggia i momenti della narrazione con la giusta efficacia. Il titolo del film nulla ha di orrorifico ma fa riferimento a una leggenda citata da Sakura a proposito della sua malattia. Se ci si vuole lasciare andare al flusso dei sentimenti Voglio mangiare il tuo pancreas assolve al bisogno regalando più d'una emozione e una visione delicata e coinvolgente.

domenica 9 gennaio 2022

SPIDER-MAN: NO WAY HOME

(di Jon Watts, 2021)

Jon Watts per questo nuovo capitolo delle avventure di Spider-Man fa le cose in grande, abbandona l'approccio da teen movie molto presente (e molto riuscito) nei primi due capitoli per tornare a quell'elemento fondante che poneva le basi della vera nascita di Spider-Man pensata da Stan Lee e Steve Ditko per i fumetti, nulla a che vedere con il morso di ragno, un mero accidente che dona a Peter i suoi poteri, Spider-Man, l'Uomo Ragno al quale tutti noi vogliamo bene, nasce con una forte presa di coscienza, una lezione impartitagli dallo zio Ben in seguito a un tragico evento che condizionerà la vita di Peter per sempre e che gli farà capire che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità". Anche lo Spider-Man di Tom Holland giunge quindi al passaggio all'età adulta, perde un po' della sua innocenza, acquista consapevolezza e il racconto, almeno in parte, inevitabilmente si incupisce inanellando diversi momenti emozionanti. Maturità, senso di colpa, dolore, visione delle conseguenze... come cambierà quindi in futuro il Peter Parker di Tom Holland (sempre che l'attore decida di continuare a vestire il costume rosso e blu)? Gli scenari si ampliano enormemente, per questa e per altre ragioni ancora, non solo per Spider-Man, tutto verrà approfondito nel prossimo Doctor Strange nel multiverso della follia di cui questo No way home in qualche senso funge da apripista.

Ci eravamo lasciati con l'identità di Spider-Man svelata agli occhi del mondo, c'è quindi chi crede alle parole di Mysterio e bolla Peter Parker come un delinquente, J. Jonah Jameson (J. K. Simmons) lo dipinge come una minaccia, la polizia lo cerca, i giornalisti non danno tregua né a lui né ai suoi cari, le vite di zia May (Marisa Tomei), di M. J. (Zendaya) e di Ned (Jacob Batalon) sono rovinate, tutta l'esistenza di Peter e di chi gli sta intorno si è complicata parecchio. Senza riflettere molto sulle conseguenze delle sue azioni Peter, dopo aver cercato di sistemare le cose, ricorre all'aiuto del Dottor Strange (Benedict Cumberbatch) chiedendogli se non fosse possibile resettare l'accaduto o quantomeno far dimenticare alle persone la sua vera identità. Al contrario di ogni previsione anche Strange, dopo qualche iniziale ritrosia, adotta un comportamento poco maturo (ravvisato anche da Wong) e acconsente ad adoperare un incantesimo per far dimenticare alle persone la vera identità di Spider-Man; interrotto e distratto da Peter l'incantesimo non riesce completamente e il velo tra le dimensioni si squarcia portando nel Marvel Cinematic Universe (l'universo in cui vive Peter) personaggi provenienti da altre dimensioni in qualche modo legati a Spider-Man mettendo così in moto una serie di eventi ai quali sarà necessario "riparare" nel vero senso della parola. L'impresa non sarà né facile né priva di conseguenze.

Con questo terzo capitolo dedicato al Ragno si scombinano un po' le carte in tavola ma il risultato continua a essere davvero molto buono, sarà impossibile per i Marvel fan di lunga data non apprezzare tutti gli elementi noti che convergono in questo film, sempre più si fa strada l'ipotesi di un universo narrativo cinematografico che possa mettere ordine e unità a tutto ciò che finora si e fatto al cinema e, badate bene, anche in televisione, con tutti i personaggi Marvel, in attesa che siano della partita finalmente anche Fantastici 4 e X-Men, gli unici due brand di cui al momento non abbiamo ancora intravisto sullo schermo collisioni con il MCU (però, in effetti, c'è stato quell'Evan Peters in WandaVision...). Avvisiamo ora che seguirà qualche piccolo spoiler per chi ancora non avesse visto il film, letto mezza parola a riguardo ed evitato inoltre ogni trailer di sorta. Oltre a diversi nemici, dalla falla nel multiverso vengono attirati nella realtà del MCU anche le versioni di Spider-Man interpretate da Andrew Garfield e Tobey Maguire, ogni fan del personaggio può ritrovarne così la sua versione favorita: l'incontro tra i tre offre alcuni dei momenti migliori del film, i tre si confrontano in una sorta di dinamica sessione di sostegno reciproco che per Peter (quello di Holland) sarà il viatico finale per giungere a un'etica da eroe (in realtà da uomo) definitiva che dovrebbe permettergli di non prendere più decisioni importanti alla leggera e, come indica l'interessantissimo finale, a sacrificarsi in maniera enorme per gli altri, rinunciando più o meno a tutto, la curiosità per il futuro del personaggio quindi non manca. Sotto il punto di vista puramente visivo, fermo restando che finora troppa tecnologia nel costume ha un po' tradito l'immagine del personaggio, gli effetti speciali permettono di vedere delle versioni migliori di alcuni protagonisti (Electro per esempio) e di assistere a una sequenza con protagonisti Strange e Peter nella dimensione specchio di grande impatto, effetti già visti da Inception in avanti ma sempre di forte presa e qui realizzati in maniera ottima. Se poi ci fossero ancora dubbi sul fatto che valga la pena andare a vedere No way home aggiungiamo solo Willem Dafoe, Alfred Molina, Jamie Foxx, e più o meno abbiamo detto tutto.

sabato 8 gennaio 2022

LO SPECCHIO DELLA VITA

(Imitation of life di Douglas Sirk, 1959)

Bellissimo drammone della Hollywood classica che segna la fine dell'esperienza statunitense del regista tedesco Douglas Sirk (Hans Detlef Sierck il vero nome) che proprio dopo il successo de Lo specchio della vita tornerà nella sua patria natia dove si dedicherà al teatro, suo amore di gioventù, e alla televisione. Nel filone dei film sentimentali, quelli che si definiscono mélo, Lo specchio della vita occupa un posto d'onore grazie alla capacità di Sirk nel dosare il lato sentimentale della vicenda con quello sociale, di impatto emotivo decisamente maggiore per il pubblico, affrontando con serietà temi ancora spinosi senza mai travalicare i confini della buona scrittura, aiutato in questo dalla sceneggiatura di Griffin e Scott; il film è un remake di un'altra pellicola omonima del 1934 che incorse in diversi problemi visti gli argomenti trattati in relazione all'anno di uscita, opera che arrivava in un'America che era ancora profondamente razzista (lo è anche oggi, certo) in maniera aperta e consuetudinaria. Al successo della pellicola contribuiscono anche le solide scelte di cast: Lana Turner è una diva già più che affermata, John Gavin ha ancora pochi film alle spalle ma è a un passo dal suo ruolo in Psycho di Alfred Hitchcock, Sandra Dee seppur giovanissima vantava già un Golden Globe e arrivava dal chiacchierato successo di Scandalo al sole di Delmer Daves, anche le altre due protagoniste femminili si difenderanno molto bene, tanto che sia Susan Kohner sia Juanita Moore arriveranno alla candidatura all'Oscar come non protagoniste.

Durante una giornata al mare Lora Meredith (Lana Turner) e sua figlia Susie fanno la conoscenza di Annie Johnson (Juanita Moore) e della figlia Sarah Jane, più o meno coetanea di Susie. Dopo una piccola disavventura le due madri fanno conoscenza: Annie è una donna di colore, il suo ex marito era di carnagione chiara e così è la sua bambina che nessuno indicherebbe mai come una bambina "di colore" o meglio "negra" come si usava a quei tempi. Il paese è ancora molto razzista e la bambina, quando è insieme alla madre, ancora subisce discriminazioni a causa dei pregiudizi di razza, tanto che fin da piccola è portata a nascondere quando può le sue vere origini. Visto il momento di difficoltà economica che sta attraversando Annie, Lora accetta di ospitare lei e Sarah Jane a casa sua, Annie si occuperà delle due bambine e della casa mentre Lora tenterà di far decollare la sua carriera da attrice, motivo per cui si è trasferita con la figlia a New York. Durante quella giornata in spiaggia Lora e le bambine conoscono anche un simpatico e affascinante fotografo, Steve Archer (John Gavid), che rimarrà da subito folgorato dalla grazia di Lora. L'interesse tra i due scocca e si protrarrà inespresso per anni a causa delle difficoltà di Lora di conciliare la vita sentimentale a quella professionale, il successo arriverà, il mondo dello spettacolo non sempre si rivelerà corretto, nel frattempo le due bambine crescono e diventano delle ragazze, Susie (Sandra Dee) patirà le assenze della madre mentre Sarah Jane diventerà una ribelle e non riuscirà mai ad accettare le sue origini e il colore della pelle di quella madre di cui si vergogna e che le ha sempre offerto un'amore sconfinato e sacrifici continui.

Un grande melodramma, elegante, recitato in maniera perfetta da tutto il cast, una storia che ha i suoi momenti migliori legati al mancato riconoscimento da parte di Sarah Jane di tutti i sacrifici fatti per lei dalla madre, una donna dal cuore gigante, solo troppo tardi la ragazza si accorgerà quanto male la mancata accettazione delle sue origini avrà fatto a sua madre. Centrale la questione razziale nel rapporto tra madre e figlia e in quello di quest'ultima con la società alla quale nasconderà sistematicamente di essere figlia di una nera, vergognandosene fino a scappare di casa e dalla sua famiglia. L'altro tema è quello del successo nel mondo dello spettacolo che Lora, pur amando molto la figlia, ha per anni come primo e unico obiettivo incrinando nel profondo il rapporto con Susie che esternerà il suo malessere solo in età quasi adulta; si trascina per anni l'amore platonico tra Lora e Steve, anche questo ostacolato dalla carriera di lei. Douglas Sirk costruisce con maestria un crescendo emotivo che conflagrerà nella scena finale, sul cantato di Mahalia Jackson a calare il sipario sul dolore e sugli errori di una vita con un'interpretazione sentita di Trouble of the world. Giustamente considerato uno dei capolavori del mélo hollywoodiano Lo specchio della vita colpisce ancora oggi offrendo una narrazione fluida e coinvolgente nonostante l'età della pellicola e i centoventicinque minuti di durata e lasciando ad aleggiare nello spettatore non solo il puro dramma ma anche tutti i danni che conseguono da un approccio alla vita fatto di intolleranza e razzismo, purtroppo un tema sempre attuale.

mercoledì 5 gennaio 2022

GEN DI HIROSHIMA

(Hadashi no Gen di Mori Masaki, 1983)

Racconto terribile sulle sofferenze patite dalla popolazione di Hiroshima a causa della guerra prima e dell'esplosione della bomba atomica poi, Gen di Hiroshima nasce come opera a fumetti di Keiji Nakazawa, manga autobiografico (caratteristica che aumenta l'angoscia nel recepirne i contenuti) di un Nakazawa allora bambino, l'autore all'epoca della tragedia di Hiroshima aveva appena sei anni, la stessa età del protagonista Gen. Dalla versione cartacea il regista Mori Masaki, mangaka anche lui per diverso tempo, realizza una trasposizione che prende in esame il periodo precedente al nefasto 6 agosto del 1945, gli attimi dell'immane tragedia e il periodo immediatamente successivo; nel 1986 poi, a tre anni da questo primo lungometraggio, il regista Toshio Hirata riprenderà in mano la vicenda del giovane Gen spostando la narrazione alcuni anni dopo la caduta della bomba, solo nel primo episodio è però coinvolto lo stesso Nakazawa alla stesura della sceneggiatura.

Il Giappone e i giapponesi continuano a fare i conti con la tragedia della bomba, lo hanno fatto in passato e ogni forma di espressione culturale ne mostra gli strascichi. Si è dovuto fare i conti con il dolore, con la perdita degli affetti, con la distruzione, con l'insensatezza, con la cieca e spietata cocciutaggine del proprio stesso governo, con la scienza che si fa morte anziché strumento di vita, con la malattia, con la paura e anche con il senso di sconfitta, di resa totale che si aggiungono ai danni incalcolabili in termini di perdite di vite umane, protrattesi per anni, per decenni a causa dei danni da radiazione, per non parlare della distruzione su larga scala di un intero Paese. Pensiamo al filone cinematografico dei Kaiju Eiga, i film di mostri giapponesi ai quali appartiene il celebre Godzilla (ma anche Gamera, Rodan, Mothra, etc...), nato nel dopoguerra vede protagonisti creature mostruose trasformate proprio dall'energia atomica così come molte sono le città completamente distrutte che abbiamo visto guardando gli anime del Sol Levante, il genere apocalittico la fa da padrone nei fumetti, insomma... le conseguenze dell'evento toccano tutti gli ambiti come è naturale che sia dopo un trauma di proporzioni probabilmente per noi inconcepibili e difficile da capire fino in fondo. Gen di Hiroshima è una trasposizione fedele, per quanto possa esserlo il ricordo di un uomo che all'epoca aveva sei anni, di quei giorni e, senza tanti giri di parole, anche nella trasposizione animata, è un'opera che strappa il cuore, capace di assestare il classico pugno allo stomaco, ma sul serio, con la potenza della consapevolezza dello spettatore di star guardando (e riflettendo su) una cronaca, non su un racconto di finzione. Gen di Hiroshima (titolo desunto dal manga in quanto una versione in italiano dell'anime non è disponibile) è semplicemente terribile, un film di certo da non proporre a bambini troppo piccoli che va ben oltre il dolore già vivido descritto in opere (splendide) come Una tomba per le lucciole di Isao Takahata giusto per citarne una.

Il momento dell'esplosione della bomba taglia il fiato, c'è un prima, c'è un dopo, ma quelle immagini, quei disegni, rimangono lì a tormentarti per giorni: i corpi che bruciano, gli occhi che colano dalle orbite, la resa di un calore immane che investe uomini e bestie, la città che esplode, i vetri in frantumi, i palazzi crollati, i corpi sciolti, gli animali impazziti, i cavalli in fiamme, è l'inferno che noi uomini siamo riusciti a portare sulla terra. È un monito a noi stessi. Hadashi no Gen è un film d'animazione del 1983, lo stile non è moderno ma sempre fluido e impreziosito dall'appartenenza a un tratto che a molti ricorderà i cartoni animati dell'infanzia; il protagonista è un ragazzo positivo che riesce ad affrontare col sorriso tutte le privazioni dovute allo stato di guerra, le corse nei rifugi antiatomici e la costante carenza di cibo, almeno finché la sua famiglia è ancora unita. Anche i momenti precedenti l'atomica sono ben descritti, Gen raccoglie i consigli e i dettami di un padre pacifista in aperta opposizione alle decisioni del governo, fa fronte alle sofferenze che esploderanno quel 6 agosto, giorno in cui Keiji Nakazawa perderà gran parte della sua famiglia. Nella struttura qualche imperfezione c'è, Gen mostra forse fin troppa forza di volontà (forse è la forza dei bambini come meccanismo di autodifesa), anche in alcuni momenti dove l'annichilimento sarebbe stato più che comprensibile, le esperienze alle quali andrà incontro anche dopo la bomba sono indicibili e tutte mostrate nel cartone animato (il parto della mamma, i soldati che defecano sangue, l'acqua avvelenata, i corpi martoriati), il minutaggio ridotto toglie forse un po' di respiro alla vicenda che avrebbe meritato un po' più di spazio. Sono questi piccoli difetti che non inficiano la riuscita di un'opera meritoria e che meriterebbe anche il recupero su carta, al momento disponibile più che altro sul mercato dell'usato in quanto non tutti i volumi del manga sono sempre facilmente reperibili.

martedì 4 gennaio 2022

E JONES CREÒ IL MONDO

(The world Jones made di Philip K. Dick, 1956)

E Jones creò il mondo è uno dei primissimi romanzi di Philip K. Dick, pubblicato nel 1956 il libro dà l'impressione di essere meno centrato del predecessore Lotteria dello spazio, esordio dello scrittore di Chicago nella forma romanzo. Sono davvero molti gli spunti e gli elementi narrativi che Dick infila in questo romanzo, lo sviluppo della trama risulta nel complesso un poco confuso, dispersivo e poco legato nonostante molte delle idee inserite dallo scrittore nella narrazione siano di per sé anche interessanti. L'impressione che ha il lettore, cosa che non accadeva leggendo il romanzo precedente, è quella di trovarsi di fronte a un libro in qualche modo sperimentale in maniera involontaria, un po' come se l'autore non avesse un'idea chiarissima di dove andare e in che direzione dirigersi sotto il punto di vista letterario. Questa impressione che si coglie in maniera forte e chiara durante la lettura viene in effetti avallata anche dagli esperti di Dick che giustificano la cosa essenzialmente con due motivazioni: la prima sta nell'inesperienza dell'autore con la narrazione lunga, osservazione condivisibile, in fondo parliamo di un Dick che muoveva i primi passi all'interno di una produzione che sarà poi molto ricca anche di romanzi e non solo di racconti, la seconda è ascrivibile al desiderio che Dick nutriva di affrancarsi dalla letteratura di genere per andare verso una forma romanzo lontana dalla fantascienza, dove altri sarebbero stati gli elementi fondanti della narrazione e ben altra la considerazione che all'epoca avrebbe lo scrittore ottenuto essendo allora la fantascienza considerata come materia per scribacchini e imbrattacarte o poco più, per ogni approfondimento si consiglia la bella biografia Io sono vivo voi siete morti a firma di Emmanuel Carrère. Con questo non si vuole dire che il romanzo rimanga in bilico tra più mondi, siamo saldamente all'interno del genere fantascientifico, ma il corpo del romanzo non sembra mai completamente a fuoco, come se l'autore non ne avesse la completa padronanza.

Nel 2002 gli Stati Uniti si sono lasciati alle spalle una devastante Terza Guerra Mondiale, l'attuale forma di governo è basata su un sistema denominato "Relativismo di Hoff", è un sistema tutto sommato permissivo, dove ognuno può credere in quel che gli pare senza subire pressione alcuna da parte del Govfed, l'istituzione di governo, a patto che nessuno si metta a far propaganda o predichi in pubblico su cose non oggettivamente dimostrabili. Tutto ciò crea individualismo e insoddisfazione in una parte di popolazione, altri sembrano invece vivere incuranti di tutto ciò e all'apparenza disinteressati a un sistema che tutto sommato, se si conduce una vita tranquilla, non sembra così oppressivo. Il protagonista, Doug Cussick, è un agente del Govfed incaricato di controllare che non si verifichino infrazioni pericolose per il sistema di governo. Proprio in una delle sue prime uscite di servizio Cussick si imbatte in Jones, una sorta di mutante con poteri predittivi che gli consentono di vedere nel futuro fino a un anno di distanza, sarà lui a preconizzare una futura invasione aliena della Terra. Passato del tempo Cussick si trova a dover gestire insieme al dottor Lafferty una piccola crisi scatenatasi in una bolla protetta dove vivono degli esseri creati geneticamente e allevati per vivere in un ambiente ostile con caratteristiche diverse da quelle terrestri, una specie di miniuomini, Cussick dovrà gestire proprio i seguaci di Jones il quale nel corso degli anni ha fondato un vero e proprio movimento con seguaci pronti a sovvertire l'ordine precostituito. Anche Nina, la giovane moglie di Cussick simpatizza con Jones, intanto gli alieni arrivano sulla Terra...

Tra i vari elementi creati da Dick per questo romanzo il più convincente è la figura di Jones, uomo imperfetto anche nelle sue doti particolari, incapace di vedere più in là di un anno, parte con un grosso vantaggio sul resto dell'umanità ma è incapace di prevedere il finale e le conseguenze a lungo termine delle sue previsioni/scelte, non c'è nemmeno da dirlo, farà danni. Inoltre Jones è imbrigliato in una vita fatta d'angoscia, costretto a riviverla sempre due volte, proiettato un anno avanti nella sua testa, rivissuta un anno dopo nei fatti, impossibilitato a cambiare alcunché, perché ciò che vede si realizzerà, che lui lo voglia o meno. Mentre Jones lancia una campagna d'odio contro l'alieno invasore di prossimo arrivo, che poi si rivelerà meno ostile e pericoloso di quanto si potesse pensare, ottima riflessione sulle campagne d'odio e discriminatorie, il protagonista Cussick si rivela anche lui impotente nel far svoltare gli eventi, ciò che più interessa del suo personaggio a conti fatti è la relazione con la moglie traditrice Nina nei passaggi più estranei alla fantascienza. I sistemi di governo non funzionano in Dick, le alternative sono a volte fin peggiori e allora si tollera una democrazia di facciata affatto accomodante (sempre attuale Dick) destinata, sembra, a cadere. Poi ci sono i mutanti, i geneticamente mutati, la corsa allo spazio, tante derive tra le quali lo scrittore un po' si perde lasciando che il romanzo manchi della giusta coesione. Lettura veloce, piacevole nonostante i diversi difetti presenti anche nello stile che in Dick tutto sommato proprio sopraffino non sarà mai.

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