(di Óliver Laxe, 2025)
Il lavoro del regista spagnolo Óliver Laxe era, per chi scrive, fino a oggi del tutto sconosciuto; è stata quindi ancor più marcata la sorpresa nel trovarsi di fronte a un’opera così potente come Sirât, realizzata da un autore a me ignoto, nonostante Laxe vanti una filmografia già solida, composta da tre lungometraggi e un corto, alcuni dei quali approdati anche alla distribuzione italiana. Presentato nel 2025 alla settantottesima edizione del Festival di Cannes, dove vince il Premio della Giuria, il film consolida il profilo internazionale di Laxe e si inserisce in un percorso autoriale maturato tra Spagna, Francia e Marocco, territori che hanno spesso attraversato — geograficamente e simbolicamente — il suo cinema. Regista non ancora pienamente affermato ma sicuramente da tenere d’occhio nel panorama europeo contemporaneo, Laxe pare aver costruito negli anni un’identità artistica lontana dalle logiche produttive più industriali, privilegiando un rapporto diretto con i luoghi, con le comunità e con una dimensione quasi ascetica dell’immagine. In questo quadro, Sirât arriva come tappa ulteriore di un cammino già riconoscibile nelle sue coordinate essenziali, ma capace di ampliare risonanza e ambizione produttiva, confermando l’attenzione crescente che la critica internazionale sta dedicando al suo autore, tendenza più che giustificata se dovessimo valutarne il percorso sulla base di quest’ultimo film.Nel deserto del Marocco si fanno i preparativi per un rave memorabile: impianti audio stagliati contro il rosso orizzonte roccioso, veicoli su veicoli di ravers che si assemblano per l’evento imminente e poi la folla festante composta dalla più varia umanità. Tra questi giovani alternativi si aggira una strana coppia composta da un padre di mezza età, un po’ bolso, Luis (Sergi López), e dal suo giovane figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona). I due non sono lì per la musica, stanno infatti cercando Mar, figlia di Luis e sorella di Esteban, una ragazza che non vedono ormai da mesi e che sanno poter essersi recata al rave. Purtroppo la ricerca dei due non porta i frutti sperati; l’esercito marocchino interviene per far sgombrare l’area. È proprio in quel momento che padre e figlio, seguendo l’esempio di un gruppo esiguo di ravers, disobbediscono agli ordini dei militari e si inoltrano nuovamente verso il deserto. Lo scopo del gruppo è quello di raggiungere un nuovo rave, questa volta l’appuntamento è in Mauritania. Per Luis ed Esteban sembra l’ultima possibilità per ritrovare Mar. Insieme a un gruppo eterogeneo di ravers, Bigui (Richard Bellamy), Stef (Stefania Gadda), Josh (Joshua Liam Henderson), Tonin (Tonin Janvier) e Jade (Jade Oukid), i due intraprendono un lungo e pericoloso viaggio attraverso il deserto.
Sirât è uno di quegli oggetti non identificati e poco catalogabili che fanno bene al cinema, una visione laterale e altra dalle vie consuete della settima arte che non possono che arricchire il percorso di ogni appassionato. Si fatica a dire cos’è davvero Sirât. Un road movie? Di base sì, certamente, eppure il percorso di maturazione è tutt’altro che semplice o scontato. Un thriller? La tensione c’è, tantissima, ma forse è altro ancora. Un film di genere? Quale? È un’esperienza, e come tale va presa. È necessario immergersi nel film di Laxe, entrare con lui in questo immenso deserto, vibrare all’unisono con le frequenze basse e con l’eccezionale lavoro sul suono e sulle musiche di Kangding Ray, farsi incantare dai laser proiettati sul fianco della montagna, dal riverbero degli amplificatori, viaggiare in questo territorio nel quale (forse) si preparano operazioni di guerra insieme a un gruppo di marginali, menomati, appartenenti a una cultura alternativa e vivissima. Attraversare il Sirât. Per la religione islamica Al-Sirāt è il ponte sopra l’Inferno che si deve attraversare dopo la morte nel Giorno del Giudizio. È un viaggio da compiere insieme alle proprie ferite quello di Sirât, quelle interiori di Luis, quelle del corpo di Bigui e Tonin, da affrontare insieme a un cast semplicemente perfetto nelle loro imperfezioni (composto da molti non professionisti), un movimento metafisico che assesta allo spettatore diversi colpi bassi inaspettati (almeno i primi). È un racconto di rara potenza, acuita dallo scenario desertico che facilmente veicola corpi estranei (pensiamo al Gerry di Van Sant) nel calderone ampio della settima arte. Inafferrabile, densissimo, duro, prezioso.







































