sabato 25 maggio 2019

VA' E UCCIDI

(The manchurian candidate di John Frankenheimer, 1962)

Agli amanti del Cinema recente il titolo Va' e uccidi non dirà molto, ma per tutto il pubblico che non disdegna il thriller contemporaneo, magari con qualche venatura politica di contorno, farà drizzare le antenne in misura maggiore il titolo originale di questo film, The manchurian candidate, del quale il remake del 2004 con Denzel Washington e Meryl Streep mantiene il nome. Siamo nei primi anni 60, John Frankenheimer mette in scena un film per l'epoca interessante e dal piglio moderno, in questo lo aiuta un genere non troppo definito, quello della fantapolitica, che permette di mischiare le costruzioni colme di suspense del thriller e i complotti politici tanto in auge all'epoca (siamo in piena Guerra Fredda) con le ipotesi più fantasiose, sempre nel rispetto di una presunta aderenza alla realtà di quegli anni. Oltre alle ottime riprese di un regista che in curriculum aveva già diverse buone prove, la sensazione che Va' e uccidi fosse un film in qualche modo proiettato nel futuro la danno alcune sequenze cariche di tensione e che in qualche modo riescono a risultare forti nonostante all'epoca non era uso mostrare scene truci, ettolitri di sangue e abusare del grand guignol al quale oggi siamo abituati (e assuefatti).

Il sergente Raymond Shaw (Laurence Harvey) comanda una piccola truppa durante la guerra di Corea; caduti in un'imboscata a causa del tradimento dell'interprete Chunjin (Henry Silva) gli uomini del Sergente vengono catturati dal nemico. Una volta tornati in America i soldati, almeno quelli ancora in vita, vengono accolti con tutti gli onori del caso e al sergente Shaw viene concessa addirittura una medaglia al valore per aver riportato a casa la sua squadra. Ma qualcosa non torna. Poco alla volta alcuni dei superstiti della squadra iniziano ad avere incubi molto simili tra loro, in particolare il maggiore Bennet Marco (Frank Sinatra) sogna di stare insieme alla sua squadra in una sala riunioni dove alcune signore per bene discutono sulla coltivazione delle ortensie, una sorta di innocente convention controllata però da autorità asiatiche che presto si rivelano forze manipolatrici che, tramite la tecnica dell'ipnosi, faranno compiere al sergente Shaw atti crudeli e drammatici. Le conseguenze di questo condizionamento, da tutti dimenticato, si ripercuoteranno sulle vite dei militari un volta tornati in America, in particolare Shaw sarà l'arma dormiente predestinata a eliminare uno dei candidati alle presidenziali, un complesso intrigo politico nel quale è coinvolta la stessa madre di Shaw (Angela Lansbury) nell'interesse del suo nuovo compagno, il senatore Iselin (James Gregory) che lo stesso Shaw disprezza profondamente.


Il film non è perfetto, gode però di un fascino innegabile dovuto ad alcune scelte del regista e alle interpretazioni, molto diverse tra loro, dei due protagonisti maschili. Laurence Harvey tratteggia un uomo che sembra navigare con il pilota automatico inserito, un relitto fuori dal tempo, probabile conseguenza delle pressioni psicologiche dovute al condizionamento subito, Sinatra è invece un combattente, uno che vuol venire a capo di una situazione che non riesce a comprendere ma che è costretto a farlo in maniera poco lucida, confusa, passando attraverso diversi crolli nervosi. Insieme alla Lansbury i due formano un tris d'assi (anche se dovremmo citare più la regina di quadri) che tiene in piedi il film in maniera egregia, si perde un po' il fuoco sulla gestione di altri personaggi, a partire dal senatore Iselin, eccessivamente idiota, così come si allunga il brodo con dei risvolti sentimentali nella parte centrale del film francamente non necessari. Ottimo il finale, poco consolatorio e parecchio duro.


Il film fu un insuccesso al momento della sua uscita, inviso sia alle forze comuniste ritratte qui in maniera macchiettistica - il Dr. Yen Lo (Khigh Dhiegh), capo del progetto di condizionamento, sembra un Fu-Manchu dei poveri - così come alle destre tacciate di oscure macchinazioni, subì tra l'altro un ritiro dai mercati negli anni successivi alla sua realizzazione a causa dell'assassinio Kennedy, il film in qualche modo, seppur precedente agli avvenimenti di Dallas, ne era funesta e involontaria predizione e urtava la sensibilità di molti, in un Paese che aveva perso uno dei suoi Presidenti più amati. Al netto dei difetti, che come abbiamo detto ci sono, Va' e uccidi rimane un ottimo esempio di quello che in quegli anni poteva essere visto come un fantathriller muscolare, Frankenheimer invece un regista da riscoprire, almeno per le sue opere più riuscite.

giovedì 23 maggio 2019

BLACKkKLANSMAN

(di Spike Lee, 2018)

Spike Lee torna sotto i riflettori dopo diversi anni che lo hanno visto impegnato in lavori che almeno qui da noi non hanno attirato l'attenzione del grande pubblico: un pugno di progetti passati sotto silenzio, lo scarso entusiasmo per Miracolo a Sant'anna e per il remake di Old boy, se poi consideriamo che il valido Inside man è stato per Lee un film poco personale seppur riuscito, per rintracciare il graffio dell'alfiere del Popolo Nero ci tocca tornare al 2002, anno di uscita de La 25a Ora; certo Lee è stato impegnato in un sacco di altre cose nel frattempo (documentari, televisione), ciò non toglie che il salto nel passato alla ricerca di qualcosa di realmente importante non sia proprio un salto da poco. Nonostante Blackkklansman non si possa considerare tutta farina del sacco di Lee e la sceneggiatura (vincitrice del premio Oscar) non sia originale ma tratta dal libro scritto dallo stesso protagonista della vicenda, i temi sono quelli da sempre cari al regista di Atlanta e la costruzione del film è studiata per appagare palati di diverso tipo. Il film non è perfetto e risulta incline a qualche calo di ritmo, ma la percezione che si ha lungo le due ore di visione è quella di un regista tornato finalmente ad alti livelli con un progetto di primissimo piano.

Il materiale offerto dalla vera e incredibile storia di Ron Stallworth (qui interpretato da John David Washington, figlio di Denzel) è di quello nel quale Spike Lee può sguazzare a suo piacimento per cercare di modellarlo al meglio e ottenere qualcosa che porti ben evidente il suo marchio di fabbrica. Si torna agli anni 70, al movimento delle Pantere Nere e a un'America schifosamente razzista che ricorda molto da vicino quella odierna, soprattutto quella dell'era Trump (non che con Obama le cose andassero tanto meglio per le minoranze), un parallelo che Lee con la sua caustica ironia non manca di sottolineare. Ron Stallworth è il primo agente di polizia afroamericano in forza al dipartimento di Colorado Spring. Primo incarico in archivio, vita con i colleghi non troppo facile, il razzismo viene fuori in maniera evidente e Stallworth incassa: "negro", "rospo" e via di questo passo. Lo step successivo è quello di agente in incognito con il compito di spiare proprio i fratelli neri, sotto copertura a un convegno del leader Kwame Ture (Corey Hawkins), Ron incontra l'attivista Patrice Dumas (Laura Harrier) con la quale inizierà una relazione sentimentale. Ancora avanti: l'intelligence. Ron si adopera per ottenere informazioni sulle cellule locali del Ku Klux Klan, stringe un legame con il presidente della sezione di zona fingendosi a telefono un suprematista bianco; segue una proposta di incontro al quale Ron non potrà presentarsi data la sua bella faccia nera, ragion per cui sarà il collega bianco e vagamente ebreo Flip Zimmermann (Adam Driver) a dover interpretare questa sorta di controfigura di Ron, prendendosi tutti i rischi del caso e lavorando sulla voce e sul linguaggio per risultare il più credibile possibile. Con questo espediente la squadra cercherà di arrivare a David Duke (Topher Grace), Gran Maestro del Klan.


Quello di Stallworth è un bel personaggio, combattuto tra il suo retaggio nero e il conseguente desiderio di un'esistenza egualitaria per la sua razza, e il ruolo di tutore dell'ordine (in un dipartimento molto bianco) contrario a ogni forma di protesta violenta. Il protagonista si muove all'interno di una ricostruzione dei 70 decisamente riuscita, Spike Lee fa ottimo uso della musica d'epoca andando a pescare suoni che molto ricordano le pellicole del filone blaxploitation, una corrente cinematografica verso la quale il regista avrà sicuramente uno sguardo critico (Cinema ai neri, sì, ma i soldi veri ai bianchi) e che invece è stata valorizzata da altri nomi, Tarantino ad esempio, che nel film di genere, blaxploitation inclusa, ha sempre trovato sollazzo. In maniera molto ironica anche Lee gioca con l'argomento, e quindi citazioni di Shaft, Coffy, Cleopatra Jones, Superfly e di vere e proprie icone nere d'epoca come Pam Grier, non a caso rilanciata in epoca più recente proprio da Quentin Tarantino (la Grier è niente meno che la Jackie Brown nell'omonimo film). Il tono, nonostante i temi siano più che seri, rimane sempre ironico e divertito, i membri del Klan sono dipinti come degli idioti totali e anche nei momenti più tesi che comunque non mancano, il livello di drammaticità non arriva mai alle stelle. È sul finale che Lee assesta il pugno allo stomaco dello spettatore, perché i suoi film sono volti ad aprire occhi e coscienze, e allora il passato si confonde con il presente, la narrazione con la storia recente e, ancora una volta, tutta la nostra pochezza è sotto gli occhi di tutti, in maniera semplice e incontestabile. È inutile nascondersi dietro un dito, Blackkklansman è un film divertente, pieno di quell'ironia bastarda che Spike Lee maneggia con grande maestria, il fatto, e Lee ce lo dice a gran voce, è che non c'è davvero più niente da ridere.

lunedì 20 maggio 2019

NEBRASKA

(di Alexander Payne, 2015)

Immerso nel bianco e nero strepitoso impresso dalla fotografia di Phedon Papamichael, il vecchio Woody Grant (Bruce Dern) si aggira stranito e confuso per la provincia americana, all'inseguimento di un milione di dollari e di un'ultima occasione per realizzare davvero qualcosa, forse un desiderio, o più semplicemente l'occasione per raggiungere un obiettivo, portarlo a conclusione, mettere un punto fermo, trovare uno scopo. Nebraska è scandito da un'incedere amaro e nostalgico accompagnato da una vena comica a tratti irresistibile, il regista Alexander Payne riesce a mantenere in equilibrio i due aspetti della narrazione amalgamandoli per l'intero film senza che questi subiscano mai fastidiosi sbilanciamenti, confezionando un'opera che a conti fatti non si può non amare. Bruce Dern, una carriera alle spalle pressoché infinita (dopo Nebraska già un'altra ventina di film), è un vero gigante, si trascina per le strade di un'America impoverita dalle nuove realtà dell'economia mondiale in preda a una demenza sempre più imminente e preoccupante, certo, non per lui, ma almeno per quella rompiscatole di sua moglie Kate (June Squibb) e dei due figli David (Will Forte) e Ross (Bob Odenkirk).

Il vecchio, abbindolato da una di quelle truffe che promettono mari e monti, si è convinto d'aver vinto un milione di dollari da andare a ritirare a Lincoln, Nebraska. Con questa idea fissa in testa diventa sempre più difficile per i suoi cari controllarlo; a intervalli regolari Woody si mette in cammino, a piedi perché non può più guidare, da Billings nel Montana verso Lincoln in Nebraska mettendo a rischio la sua incolumità. Tocca sempre al paziente figlio David andarlo a recuperare in giro. Esasperato da questa situazione, affrontando le lagnanze della madre e del fratello, alla fine David decide di portarcelo in Nebraska quel vecchio che in fondo non è mai stato un buon padre per lui, per metterlo davanti al fatto compiuto, per dargli un'ultima soddisfazione, un'ultimo scopo, e anche per passare un po' di tempo con lui, perché come recita il detto il sangue non è acqua. Il viaggio sarà l'occasione per fare tappa nel paese d'origine di Woody, cosa che permetterà alla famiglia Grant di riunirsi dopo lungo tempo, per scatenare l'avidità di qualcuno accesasi per un semplice malinteso, e soprattutto per David di conoscere un po' meglio quell'uomo vulnerabile che è suo padre. Vulnerabile per l'età, per lo stato di confusione in cui versa, ma ancora con un bel caratteraccio e con la lingua lunga, cosa che dona pepe a tutta una serie di dialoghi e situazioni divertentissime.


Il viaggio, che comprende non solo lo spostamento on the road ma anche una continua crescita di consapevolezza da parte di David su chi suo padre sia stato, aiuterà soprattutto questo figlio a dare un senso a diverse cose, un senso che non per forza si atterrà ai dettami della logica ma che molto più spesso punterà dritto verso il cuore. Payne mette sotto i riflettori parecchi temi attinenti la vita di tutti: il decadimento e la vecchiaia, quello forse più spaventoso, ma anche il rapporto spesso assente tra padri e figli, tra fratelli e familiari, così come il vuoto che con il tempo può lasciare quella che agli occhi di tutti, ma soprattutto ai propri, può essere stata una vita di fallimenti, fatta di niente. Oscilla tra una delicatezza che strizza le viscere e una comicità innegabile questo Nebraska, un film di classe girato in una cornice che della povertà fa cifra stilistica, graziato dalle partecipazioni in molti ruoli secondari di volti estremamente giusti, uomini e donne che sembrano piazzati proprio nel posto in cui dovrebbero stare. Su tutti si erge Bruce Dern, scampato all'Oscar come miglior protagonista solo perché candidato nell'anno sbagliato (lottava con Di Caprio, Christian Bale, Chiwetel Ejiofor e il vincitore Matthew McConaughey), presenza ondivaga e vero perno del film. Inossidabile.

giovedì 16 maggio 2019

IL CAVALIERE ELETTRICO

(The electric horseman di Sydney Pollack, 1979)

Ha il sapore del western il quinto film realizzato dal regista Sydney Pollack con protagonista Robert Redford (ce ne saranno ancora altri due), un film che richiama immagini e sentimenti legati all'ovest americano nonostante l'epopea del far west si sia conclusa già da un pezzo; il film è infatti ambientato sul finire dei 70 del secolo scorso, quando al mondo di romantico è rimasto ormai ben poco, e si iscrive di diritto nel filone del western moderno insieme a pellicole come il Bronco Billy di Clint Eastwood. Pollack sceglie di mostrarci la parte migliore della vita del suo protagonista sui titoli di testa, seguiamo quindi la carriera del cinque volte campione del mondo di rodeo Sonny Steele (Robert Redford) e il suo lento ma inesorabile declino, quando da nome principale in tabellone quello di Steele si riduce via via a piccola apparizione in calce agli stessi, il tutto sulle note di Willy Nelson, ed è subito western.

All'inizio del film troviamo un Sonny Steele la cui carriera da cowboy è ormai tutta alle spalle, un uomo deluso in balia dell'alcool, ricco grazie a un ingaggio con la corporation AMPCO che lo ha reso il celebre testimonial dei cereali Ranch Breakfast, un impiego al quale Steele è legato da vincoli contrattuali ed economici ma che in fondo disprezza e che gli rende amara la vita. Steele si esibisce in un costume da cowboy viola illuminato da lampadine (il che lo rende un cavaliere elettrico e un buffone), col suo bel cartone di cornflakes ben saldo in mano, affastellando una sull'altra figuracce e serate imbarazzanti a causa della sempre più scarsa sobrietà. Per l'ennesima serata pubblicitaria la AMPCO impone all'ex cowboy di esibirsi sul palco di un teatro gremito insieme a Rising Star, un cavallo di razza vincitore di innumerevoli corse e dal valore inestimabile. Quando Steele si accorge delle pessime condizioni in cui viene tenuto il cavallo dall'azienda, drogato, mal curato e imbottito di steroidi, l'uomo improvvisa una grandiosa uscita di scena dal teatro, fuggendo da Las Vegas si dirige verso gli spazi aperti del deserto e da lì avanti fino ad attraversare i vasti territori dell'ovest americano, il suo unico scopo quello di ridare dignità e libertà alla splendida bestia. Ricercato dalla AMPCO e dalla polizia troverà come nemica/amica la giornalista televisiva Alice Martin (Jane Fonda), intenzionata a ricavare dalla storia di Steele una serie di servizi di successo.


Un film dall'impianto molto classico che al cuore ha un'idea di libertà e onestà tanto pura da sembrare ingenua. A rafforzare questi sentimenti contribuisce in maniera decisa la camera da presa di Pollack che offre uno sguardo pieno d'amore soprattutto sugli spazi, su quell'America lontana dalle baracconate di Las Vegas, ampia, infinita, selvaggia, l'unica nella quale un uomo, e in questo caso anche una donna, può ritrovare la sua vera essenza, pacificarsi e tornare alla civiltà con la forza di fronteggiare le conseguenze delle proprie azioni. Redford e Jane Fonda sono una bella coppia, già rodata tra l'altro (La caccia, A piedi nudi nel parco) e interpretano un breve arco amoroso sentito e dallo splendido finale, quello che anche la realtà dei fatti probabilmente avrebbe decretato. Il romanticismo del film elude la storia d'amore, nasce e cresce invece nella presa di posizione di un uomo che vuole tornare a combattere per libertà e giustizia, concetti che sembrano ormai sorpassati, e si alimenta grazie al viaggio, al territorio, allo spazio aperto dove tutto sembra ancora possibile. Nonostante Il cavaliere elettrico non sia il film migliore dell'accoppiata Pollack/Redford (ricordo che i due hanno girato insieme Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Come eravamo, I tre giorni del Condor e Havana) restano alcune ottime sequenze, momenti toccanti e ottimi dialoghi in una cornice in cui si cerca di combattere la disillusione del periodo storico, anni in cui il sogno sembrava definitivamente infranto. Cinema d'altri tempi per il quale oggi sono in molti a non essere ancora pronti.

martedì 14 maggio 2019

VALERIAN E LA CITTÀ DEI MILLE PIANETI

(Valérian et la cité des mille planètes di Luc Besson, 2017)

Ovvero, quando l'occhio vuole la sua parte. Se partiamo da questo assunto, con Valerian e la città dai mille pianeti l'occhio ha di che bearsi. È noto da diverso tempo ormai come la factory che fa capo a Luc Besson sia una delle pochissime realtà (l'unica europea?) economicamente in grado di competere con l'industria cinematografica statunitense. A suo modo Besson è un visionario capace di pensare in grande, a volte anche in maniera arrogante, magari dando l'impressione di scarsa lucidità, eppure si deve ammettere che l'omaccione francese è stato negli anni una voce fuori dal coro capace quantomeno di mettere in tavola sempre portate degne di un certo interesse, ben più abbondanti di quel che il tipico piatto da nouvelle cuisine imporrebbe. Oltre ad aver firmato piccoli cult come Nikita e Léon (le sue cose migliori), Besson è riuscito a ottenere dei buoni risultati nel campo dell'animazione (il primo capitolo della saga di Arthur e il popolo dei Minimei) senza sfigurare di fronte a prodotti di ben altro calibro, ha esplorato la fantascienza (Il quinto elemento), il kolossal storico (Giovanna d'Arco), il documentario e il racconto per ragazzi, con esiti alterni ma sempre con inalterato coraggio. Non stupisce che, forte di una certa sicumera, il regista per il suo ritorno alla fantascienza abbia puntato in alto, guardando, così si dice, proprio all'Avatar campione di incassi diretto da James Cameron (ma gli Avengers stanno arrivando).


Chi ha avuto la fortuna (?) di vedere il film in sala afferma che il lavoro fatto sul 3D sia effettivamente uno dei pochi all'altezza di essere accostato a quello del più illustre predecessore, sembra proprio che almeno per ricchezza visiva questo Valerian tenga il passo di Avatar. Ma noi, che di vedere questo film in sala poco interessava, ci concentreremo su altro. Nonostante il piglio e il comparto tecnico avveniristico e all'avanguardia, i concetti  arrivano invece dal passato, in un cortocircuito di passioni che porta Besson a seguire i suoi amori personali. L'ispirazione nasce con il fumetto Valérian creato per le pagine della celebre rivista francese Pilote nel remoto 1967. La fantascienza d'antan è stata svecchiata per una produzione rutilante che mischia input provenienti da più parti, dal punto di vista della CGI siamo su livelli decisamente alti, il film è tecnicamente impressionante pur se in qualche passaggio, probabilmente anche in maniera voluta, l'estetica scelta ha un sapore d'artificioso e costruito che fa calare un poco quel senso immersivo importante per godere al meglio di opere di questo genere, e penso principalmente a tutte le sequenze con colori saturi e tinte pastello ambientate sul pianeta d'origine dei Mül, una delle migliaia di razze presenti nell'Universo narrato in Valerian. Di contro per altre scene si è optato per una resa delle creature che molto richiama gli effetti artigianali di tanto Cinema di fantascienza degli anni passati, opzione che personalmente preferisco, ce n'è quindi per tutti i gusti in un amalgama che in fin dei conti risulta armonioso. Il ritmo è molto alto, rallenta giusto sul finale per concedere spazio a qualche momento più sentito e per dare una chiusa al corteggiamento amoroso che va avanti per tutto il film tra il Maggiore Valerian (Dane DeHaan) e il Sergente Laureline (la modella Cara Delevigne).


Proprio i due interpreti sono il punto debole del film, una coppia che non avvince mai troppo, lui poco credibile con quelle borse sotto gli occhi e quel fisico un po' così, lei un po' troppo algida, dimentica di smettere i panni da super-modella di caratura mondiale (e Rhianna se la mangia in cinque minuti). Il film però si lascia guardare, non ha particolare profondità, ci dimostra ancora una volta come la razza umana sia una piaga di livello spropositato (ma questo già lo sappiamo), e alla fine intrattiene piazzando qua e là anche diversi passaggi parecchio interessanti. Rimane l'impressione che al Cinema di Besson, tranne in rare eccezioni, manchi sempre un qualcosa per decollare definitivamente, nonostante la tecnica, le scelte musicali indovinate e il ritmo giusto; forse proprio quel pizzico di profondità.


giovedì 9 maggio 2019

ANIMALI NOTTURNI

(Nocturnal animals di Tom Ford, 2016)

Il regista Tom Ford, qui alla sua seconda prova, prima che sceneggiatore e direttore è designer e stilista, un retaggio che passa attraverso esperienze per maison celebri come Gucci e che in Animali notturni si avverte in maniera profonda. L'estetica, il simbolismo, il lavoro sulla cromia (per non parlare delle scenografie) sono sempre al centro di un racconto che ha il merito di non rimanere in superficie o ancorato al solo piano esteriore, scava invece, e scava a fondo nella mente e nell'animo della protagonista, una intensa e davvero splendida Amy Adams. La sequenza iniziale è emblema dell'importanza del visuale per Ford così come della sua forte propensione all'ambiguità e al depistaggio. Corpi sfatti, grassi oltremisura, raggrinziti e passati, appartenenti a donne obese danzano, danzano nella più completa nudità ribaltando e annichilendo ogni canone di bellezza. Un'impatto iniziale non da poco, che sfoca pian piano nei contorni di una mostra. Arte. Corpi reali? Corpi finti? Performance artistica? Installazione? Fin da subito Ford, in maniera sibillina e magistrale, inizia a giocare col dubbio. Susan (Amy Adams) è una gallerista affermata, curatrice della mostra in questione e donna di gran successo. La conosciamo nel momento di una grossa crisi identitaria e matrimoniale, Susan inizia a vedere il vuoto dietro l'arte che promuove e che ormai le sembra poco più che spazzatura, la vacuità della sua vita, quella delle persone che frequenta, finanche quella del suo secondo marito, uomini e donne che si affannano per mantenere il loro status sociale, case da sogno e magari qualche relazione adulterina. Ma ormai tutto sembra finto, inutile, tutto è costruito e traslato dalla narrazione all'occhio dello spettatore da una messa in scena sublime e allo stesso tempo artefatta da parte di Ford che sceglie ogni particolare con cura, persino ogni stilla di trucco sul volto della Adams, semplicemente perfetta e in questa fase costruita come l'arte che vende. In questo brodo emozionale che affligge la protagonista arriva l'evento che Susan non si aspetta: dopo tantissimi anni di silenzio la donna riceve notizie da Edward (Jake Gyllenhaal), il suo primo marito, un grande amore dal passato. Da questo punto in avanti il Ford sceneggiatore (che si rifà al romanzo Tony & Susan di Austin Wright) diventa costruttore di dubbi, accompagna lo spettatore lungo una storia che non ha più punti fermi, non ha verità, non ha ancore temporali. E Animali notturni ti inchioda alla sedia. Edward manda a Susan un manoscritto di un suo libro, lo dedica a lei, le scrive che lei è stata l'ispirazione che gli ha donato la forza di terminare l'opera, un racconto dal titolo Animali notturni. Ma nel mondo di Susan Edward non c'è; c'era nel suo passato, è presente nelle parole del biglietto d'accompagnamento al libro, Susan se lo figura protagonista del racconto che inizia a leggere, ma Edward non c'è. Il racconto di Edward è brutale, per lo spettatore diventa una seconda linea narrativa da seguire, la possibilità per Ford di adoperare un cambio di registro totale, dall'eleganza patinata del lusso mondano di Los Angeles si passa ai deserti assolati del Texas occidentale e alle strade solitarie e minacciose delle sue notti, scenario del racconto scritto da Edward. Un uomo di nome Tony (nella mente di Susan è lo stesso Edward) guida nella notte lungo una strada che taglia il deserto, con lui ci sono la moglie Laura (Isla Fisher) e la figlia adolescente India (India Menuez). Lungo il viaggio, in una sequenza a tasso d'angoscia altissimo, incontrano una banda di balordi capeggiata dal sadico Ray Marcus (Aaron Taylor-Johnson); tra violenza, umiliazioni e impotenza le cose si metteranno molto, molto male. Le due donne, che in realtà non esistono (o forse si?), in quanto personaggi di un libro, assomigliano molto a Susan, stesso tipo fisico, stessi capelli rossi. Tutto è spiazzante, Susan in una sorta di transfert si immedesima nelle protagoniste del libro e se le figura simili a lei o quello a cui assistiamo è la trasposizione di un ricordo condiviso da Edward e Susan, un passato comune e quindi reale? Il gioco è sottile, mai banale, difficile da svelare. Poi, quando la lettura si fa troppo dolorosa, Susan chiude il libro e annega nei ricordi, torna a un tempo forse più difficile ma sincero, vivo e per un po' più felice. Terza linea narrativa, l'amore giovanile tra Susan e Edward, anche questo condito da ulteriori rimandi a un passato ancora precedente. Ford trova una terza chiave per la sua messa in scena, l'amore giovanile assume toni e simboli da fiaba: la neve, la gioventù, la città viva; poi il ciclo si chiude e nasce il germe per le altre due linee narrative. Le emozioni sono forti, il desiderio di capire anche, la sofferenza quasi insostenibile all'interno di una costruzione impeccabile da parte di Ford che con la giusta misura ci porta fino a un finale prezioso, duro, che sarà vittoria, che sarà sconfitta, che sarà rimpianto, che sarà vendetta, rabbia, affermazione. Cast meraviglioso e lavoro formidabile del regista per un film che avrebbe dovuto raccogliere qualcosa di più anche nel campo dei riconoscimenti e che comunque nel suo palmares vanta un David di Donatello (miglior film straniero), un Golden Globe (per Aaron Taylor-Johnson) e il Gran Premio della Giuria di Venezia.

martedì 7 maggio 2019

RO.GO.PA.G

(di Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti, 1963)

Ro.Go.Pa.G., ovvero quando il totale è meno della somma delle parti.

Spesso, quando l'incontro di più menti scatena risultati eccelsi, si dice che l'esito finale superi la somma delle singole parti. Accade spesso parlando del lavoro dei musicisti all'interno di un gruppo musicale per esempio, collaborazioni che oltre ai risultati dovuti ai vari talenti personali, producono anche una sorta di chimica, una specie di magia se vogliamo, che rende l'opera in questione ancor più riuscita. Nonostante i nomi coinvolti in questo film facciano tremare le vene e i polsi ancora oggi, in Ro.Go.Pa.G. manca l'alchimia, i quattro registi impegnati a dirigere i vari segmenti che compongono l'opera marciano in maniera solitaria, ognuno per conto proprio, all'interno di un progetto che non lega e che presenta direzioni comuni solo a volerle trovare per forza. Questo potrebbe anche non essere un male, in fondo nel Cinema italiano degli anni Sessanta non era inusuale trovare film a episodi, anzi, alcuni di questi sono veri punti fermi della commedia all'italiana, filone pregevole della nostra Storia nella Settima Arte. Il problema maggiore di Ro.Go.Pa.G. è che almeno due episodi su quattro in fondo non convincono più di tanto, resta un po' d'amaro in bocca (che in parte si tramuta in piacevole sorpresa) se uno dei due episodi più riusciti è quello di Gregoretti, il regista meno conosciuto tra i quattro, magari il più canonico ma anche quello che riesce a intrattenere al meglio lo spettatore in maniera critica e intelligente.

Ma andiamo in ordine. Intanto il titolo... nulla di misterioso, leggiamolo così: Rossellini.Godard.Pasolini.Gregoretti, insomma... niente di particolarmente originale. Andiamo oltre. Non nascondo che le aspettative, approcciando una visione con questi nomi coinvolti, fossero alte. Il primo episodio dal titolo Illibatezza è quello di Rossellini, regista di capisaldi quali Roma città aperta, Europa '51, Paisà, Il Generale Della Rovere e via di questo passo. Rossellini ci offre una prova priva di grandi spunti, poco incisiva sia sotto il punto di vista stilistico, sia sul versante della narrazione, rimane giusto l'immagine della bella Rosanna Schiaffino che interpreta la protagonista dell'episodio. Anna Maria è una hostess di linea in trasferta per un periodo con base a Bangkok. Giovane e bella ha un fidanzato meridionale, distinto ma anche un po' geloso, che la aspetta a casa. Durante il suo soggiorno asiatico viene a più riprese molestata da un americano di nome Joe (Bruce Balaban), profondamente invaghito di lei e della sua condotta innocente e irreprensibile. Per toglierselo di torno Anna Maria sarà costretta ad adottare pose e look più aggressivi. Poco altro da segnalare, se la durata contenuta rende fluidi tutti e quattro gli episodi, questo di Rossellini sembra davvero aver poco da dire.


Archiviato Rossellini si passa al francese Godard (una roba paragonabile a un cambio tra Messi e Cristiano Ronaldo in una serata poco felice per entrambi). Dal punto di vista formale e dello stile Godard si rivela sicuramente più interessante, il montaggio vivace dei primi minuti, le riprese in notturna, l'alternarsi anche sghembo di rumori e silenzi sulle prime sequenze sono tutte caratteristiche che rivelano la cifra del regista parigino che, ancora una volta, si dimostra legato al tessuto cittadino. Sempre difficile da decifrare, Godard mette in scena una Parigi post-atomica, dopo un'esplosione nucleare nei cieli della capitale francese i parigini si trovano privi delle basilari emozioni, straniti, cambiati. In maniera inspiegabile il protagonista (Jean Marc Bory) sembra essere immune alla mutazione che si riscontra forte invece nella sua ragazza, la bella Alexandra (Alexandra Stewart). Narrato prevalentemente dalla voce fuoricampo del protagonista, anche questo episodio non avvince, si lascia apprezzare per qualche scelta formale comunque non rivoluzionaria per il Cinema di Godard; un poco stupiti si guarda oltre. (L'episodio si intitola Il nuovo mondo).


La musica cambia con l'arrivo di Pier Paolo Pasolini. La ricotta si rivela l'episodio più riuscito del lotto e quello di maggior contenuto, tanto da aver fatto bloccare dalla censura l'uscita del film per vilipendio alla religione (o qualcosa di simile). Pasolini torna tra le borgate povere di Mamma Roma e di Accattone, punta il suo interesse verso gli ultimi, quella fetta d'umanità che magari considerava anche più bestiale ma sicuramente più onesta e sincera. Il protagonista è Stracci (Mario Cipriani), un povero cristo che fa una piccola comparsata in un film a tema religioso con lo scopo di accaparrarsi almeno il cestino del pranzo che viene offerto dalla produzione alla troupe. Regalato il cestino alla sua famiglia, Stracci rimane digiuno e tenterà per tutto il giorno diversi espedienti per mettere qualcosa sotto i denti. Il finale della sua giornata non sarà tra i più felici. L'episodio alterna momenti divertenti a episodi più apertamente comici, registri decisamente tragici a quelli metacinematografici. Sul versante dei contenuti il livello si alza moltissimo, si ride nel tragico, ci sono pensieri importanti e la poetica pasoliniana già nota per altre opere. Tocco di genio far interpretare il ruolo del regista del film in divenire ad Orson Welles, un punto fermo per la Settima Arte. Si notano in questo episodio alcune sequenze a colori, le uniche di tutto il film.


Si chiude con Ugo Gregoretti, la vera sorpresa, che gira un episodio (Il pollo ruspante) molto canonico e che rientra a pieno nel filone della commedia all'italiana ma che si rivela anche il più divertente e piacevole da seguire. Siamo nell'Italia post boom economico, mentre un esperto di economia espone a una platea di addetti ai lavori le tecniche persuasive con le quali indurre ignari cittadini al consumo fine a sé stesso, seguiamo le vicende della famiglia Togni, composta dal capofamiglia (Ugo Tognazzi), dalla moglie (Lisa Gastoni) e dai due figlioletti piccoli di cui uno è proprio Ricky, il vero figlio di Ugo Tognazzi. Mentre il professore spiega e spiega i Togni sono alle prese con le cambiali per l'acquisto del nuovo televisore, fantasticano sul possesso della nuova Fiat 1800 mentre viaggiano sulla loro 600, sono preda dei richiami sirenici dei prodotti dell'Autogrill, progettano di insediarsi in uno dei nuovi lotti del complesso "La Svizzera dei lombardi", il tutto, forse, a scapito della felicità o di qualcosa di più. L'episodio è una diretta presa in giro della mania per il consumo già all'epoca ben individuata (e anche pilotata) dalle teste pensanti e che ci ha portati all'oggi terribile che stiamo vivendo. Attuale.

Preso nel complesso, nonostante non manchino diversi punti di interesse, da questo film era lecito aspettarsi di più. I grossi nomi deludono parzialmente le aspettative, svetta Pasolini, Gregoretti ci mette una pezza. A ogni modo almeno una visione rimane consigliata.

venerdì 3 maggio 2019

DEADPOOL 2

(di David Leitch, 2018)

Dopo l'enorme successo che il primo capitolo riscosse tra fan e profani, era abbastanza scontato che il sequel di Deadpool si sarebbe andato a inserire nella scia del predecessore rivelandosi un prodotto derivativo, realizzato sulla falsariga del precedente e che ne mantiene le caratteristiche più accattivanti e irriverenti. Se questo secondo episodio dedicato al mutante chiacchierone risulta meno riuscito del primo, ciò è dovuto al fatto che qui viene a mancare il "fattore sorpresa", quella meraviglia che si provava trovandosi per la prima volta davanti a un personaggio oltremisura cazzaro, sboccato e scorretto, incurante del politically correct così come dell'esistenza della quarta parete. A ogni modo, ripetizione della formula a parte, Deadpool 2 rimane un film spassoso e divertente e il pubblico che ha amato la prima volta l'osceno Wade Wilson (Ryan Reynolds) l'amerà ancora senza riserva alcuna. Si stacca un poco il piede dall'acceleratore per quel che riguarda la sfera sessuale vera e propria (anche se la disgustosa parodia di Basic instinct va a riequilibrare il tutto) ma non si lesina in fantasia nel campo uccisioni, tentativi di suicidio, massacri e violenza applicata (ovviamente in maniera relativa, parametrata al genere supereroico). Il nuovo regista David Leitch si concentra sui risvolti più action (tra l'altro in maniera egregia) e sulla gestione di un cast decisamente più corale rispetto a quanto fece Tim Miller nel primo episodio. Le sequenze dinamiche si alternano ai siparietti comici, alle battutacce del protagonista che spaziano dalle frecciate verso i canadesi ai meme sulle canzoni di Frozen, dagli insulti autoironici a Ryan Reynolds (canadese tra l'altro) fino ad arrivare alle prese per il culo dei personaggi del mondo X, X-Force in primis, e del loro creatore, nello specifico Rob Liefeld, che, anche se mai nominato, è il vero ideatore di Deadpool per la Marvel. Il plot ricade in pieno negli stilemi del film di supereroi con una spruzzata di Terminator qui portata in eredità dal personaggio di Cable (Josh Brolin), un cronoviaggiatore proveniente dal futuro e deciso a mettere fine all'esistenza del giovane Russell Collins (Julian Dennison), un mutante destinato a diventare negli anni una vera iattura per la razza umana. Le novità stanno proprio nel cast: il personaggio di Cable, duro e il più lontano possibile da ciò che anche solo di striscio potrebbe ricordare l'ironia, è il contraltare perfetto per Deadpool, cretino fino al midollo, mentre la new entry Domino (Zazie Beetz) si mangia la scena non solo per la sua presenza fisica ma anche per una serie di sequenze dinamiche e divertenti che la incoronano personaggio meglio riuscito del film, a partire fin dalla scena del colloquio. Lo status di culto che Deadpool si è guadagnato è rafforzato anche dalla disponibilità di attori del calibro di Matt Damon e Brad Pitt a concedersi praticamente in maniera gratuita per realizzare brevissimi cameo, apparizioni quasi subliminali come nel caso demenziale dello Svanitore, personaggio invisibile che non vediamo praticamente mai se non in una manciata di fotogrammi.


Dopo aver subito un trauma impossibile da superare (un altro), il vecchio Wade Wilson, in arte Deadpool, si prende a cuore il destino del giovane Russell, tanto da volerlo proteggere a tutti i costi dall'ira di Cable, tornato dal futuro proprio per neutralizzare la minaccia che il giovane rappresenterà negli anni a venire; insomma, se aveste la possibilità di tornare indietro nel tempo e uccidere Hitler bambino e bla, bla, bla, bla, bla, bla... Per far questo Deadpool mette su una squadra che con gran fantasia chiamerà X-Force (altra idea di Liefeld), reclutando i suoi componenti grazie a una serie di provini altamente esilaranti - una delle sequenze migliori del film - mettendo insieme una banda di sciroccati niente male. Il pezzo forte è Domino, una mutante con il potere di essere fortunata (applausi, please), poi ci sono Peter, uno che passava di lì per caso e ha pensato che la cosa potesse essere divertente, lo Svanitore di cui già abbiamo parlato, Bedlam (poteri elettrici?), l'inutile e inguardabile Shatterstar e poi ancora un tizio che vomita acido. In realtà i veri comprimari sono ancora una volta il buonista e bacchettone Colosso, l'adolescente Testata Mutante Negasonica e il nuovo arrivo Yukio, stereotipo della ragazzina giapponese un po' tonta.


Poco rimane da aggiungere, Deadpool 2 è un film ottimamente girato e diretto, non ha la carica esplosiva dell'esordio al Cinema del personaggio ma si lascia guardare più che volentieri, diverte, intrattiene, solamente non stupisce e proprio per questo sembra sia un poco addomesticato. La sfida sarà mantenere interessante nel tempo un personaggio di questo tipo, aspetto fondamentale per non cadere in cliché già abusati e che avremo comunque modo di vedere sviluppati in altri cinecomics. Se alla fine della visione del primo capitolo non si vedeva l'ora di averne ancora, ecco, ora il desiderio è semplicemente molto meno pressante.

domenica 28 aprile 2019

IN FONDO ALLA NOTTE

(Les eaux mortes di Hugues Pagan, 1986)

La Francia è la patria europea del noir, o del polar come chiamano i francesi alcune declinazioni del genere, del noir nel suo aspetto più crudo e antispettacolare possibile. I suoi protagonisti, come il Jacques Cavallier di In fondo alla notte, sono uomini di poche parole, concreti, allo stesso tempo duri e capaci di delicatezza, collocati in un ambiente dove spesso sono ancora in vigore codici d'onore che sanno d'antico, in contrapposizione alla brutalità delle nuove generazioni, differenze d'approccio riscontrabili da ambo i lati della barricata, nel milieu criminale come tra i flics. In mezzo a questo mare plumbeo galleggia, trascinato dalla corrente, l'uomo stropicciato e sbattuto che Hugues Pagan mette al centro della sua storia. Cavallier è un ex sbirro con una vicenda oscura alle spalle e un vissuto non troppo docile, riciclatosi come giornalista per una testata di quart'ordine che gli permette di pagare le bollette, le spese per mantenere casa e auto e tirare avanti in una tranquilla routine, che poi è tutto ciò che il non più giovanissimo Cavallier chiede. Poi, un giorno, la sua vecchia vita torna a trovarlo. Prima un versamento sul suo conto corrente, un importo di trentamila franchi di cui non si conosce l'origine, poi il ritorno di una vecchia fiamma, invecchiata e sbattuta dalla vita proprio come Cavallier, poi ancora il fantasma del vecchio compagno Chess e anche l'inevitabile e non voluto ritorno all'azione. In mezzo a diverse cose spiacevoli, come ogni noir che si rispetti richiede, c'è lei, la donna, Anita, all'apparenza semplice, timida ma capace di trasformarsi nella donna che ogni uomo vorrebbe, figuriamoci un vecchietto sgualcito come ormai Cavallier si reputa. Nel giro di pochissimo tempo Cavallier si trova coinvolto in una vicenda poco chiara, tra somme di denaro di dubbia provenienza, loschi figuri alle calcagna, la polizia che lo sospetta d'essere invischiato in una torbida storia di cui quasi nessuno, Cavallier in primis e lettore di seguito, capisce molto. Come in tanti classici del noir, dell'hard boiled americano, da Il grande sonno di Chandler in avanti, anche in questo In fondo alla notte non è difficile di tanto in tanto perdere il filo, smarrirsi tra le congetture, non perché la trama sia particolarmente intricata, non lo è, quanto per una sensazione di nebulosità, di un approccio fumoso alla narrazione tipico di molte storie appartenenti al genere; quasi un fumo metanarrativo, lo stesso in cui si muovono la polizia e finanche Cavallier, un fumo che rispecchia quello in cui viene in parte immerso il lettore. Il romanzo è abbastanza rapido da leggere, dedicandocisi con un certo impegno si può in pochi giorni vedere il termine delle disavventure del protagonista, riuscendo a navigare meglio tra gli avvenimenti affrontandoli con ritmo più serrato. Pagan è un erede degno dei maestri del genere, linguaggio diretto, secco, unito alla capacità di creare descrizioni evocative ed efficaci, mette in scena un parterre di personaggi vissuti, insieme al protagonista e alla sua donna anche lo stanco direttore del giornale, il vecchio Tellier, l'ispettore Fabre, più tutti gli esponenti della mala, vecchia e nuova, che per la maggior parte del tempo rimangono dietro le quinte ma fanno sentire la loro presenza. E alla fine del noir, magari proprio in fondo alla notte, un sogno. Indubbiamente un libro per gli amanti del genere, uno di quelli da non lasciarsi scappare.

giovedì 25 aprile 2019

AVENGERS: ENDGAME

(di Anthony e Joe Russo, 2019)

Con Avengers: Endgame si conclude quella che è stata definita la fase tre del progetto Marvel Cinematic Universe. In realtà ci sarà ancora una coda con l'imminente Spider-Man: far from home ma credo che il succo non cambierà di molto. La vera novità è che con Endgame, oltre al senso di continuità che i Marvel Studios hanno sapientemente creato ad arte ormai da tempo, si avverte forte una sensazione di chiusura, un sapore da "fine di un ciclo", un ciclo che si rigenera continuamente, film dopo film, da ormai ben undici anni. Il Marvel Cinematic Universe non morirà certo qui, anzi, sembra essere più vivo che mai e proprio Endgame probabilmente diventerà uno dei maggiori incassi della storia del Cinema in assoluto, per i fan non c'è quindi nulla da temere. Se non altro però qualcosa dovrà cambiare. Se tra corsi e ricorsi gli eroi Marvel che vivono tra le pagine dei fumetti hanno occasione di evolvere, mutare, anche morire, per poi ritornare forti di nuove idee e nuove incarnazioni grazie all'apporto di autori sempre diversi, così non sarà per le loro versioni cinematografiche. Perché a parte qualche cambio di rotta avvenuto nei primissimi film targati Marvel Studios (il primo Hulk ad esempio era interpretato da Edward Norton), i vari personaggi, soprattutto quelli di primo piano, sono legati ormai indissolubilmente agli attori che li interpretano, attori che invecchieranno o che semplicemente a un certo punto avranno voglia di dedicarsi ad altro. Non sarà così facile sostituirli. Ve lo immaginate un Iron Man interpretato da qualcuno che non sia Robert Downey Jr.? Un Cap senza il volto di Chris Evans, una Vedova Nera senza il broncio della Johansson? Sinceramente io no, e probabilmente questo cruccio gira da diverso tempo anche nelle teste pensanti di casa Disney. Senza entrare nei risvolti della trama di Endgame, cosa che non necessita fare per portare avanti due o tre riflessioni scatenate dal film, per diversi aspetti con la conclusione di questo lungo capitolo la sensazione che prevale è proprio quella di un futuro incerto, di un cambiamento che dovrà portare i Marvel Studios a guardare sempre più a progetti nuovi, a personaggi minori dalle potenzialità tutte da scoprire (in produzione Shang-Chi e The Eternals, alzi la mano -astenersi Marvel nerds - chi li conosce) e affidarsi meno ai grossi calibri che prima o poi non potranno più contare sui volti che finora li hanno caratterizzati. Constatazione che sarà triste per qualcuno, ma così è; a dimostrarlo il fatto che al momento per la fase quattro non ci siano in produzione nuovi capitoli per Iron Man, Thor, Capitan America o Hulk, quelli che sono i pilastri della famiglia dei Vendicatori, mentre sembra ancora lontana la possibilità di inserimento nel Marvel Cinematic Universe dei personaggi da poco ritornati all'ovile (causa acquisizione diritti cinematografici) come i Fantastici Quattro o tutto il parco characters legato agli X-Men, un potenziale pressoché sterminato ma non così semplice da gestire. L'assetto generale della Marvel al cinema potrebbe quindi cambiare nei prossimi anni con la possibilità di riservare moltissime sorprese ma anche con il rischio di perdere un poco il focus su ciò che finora ha attirato in sala milioni di fan.


Sul film in sé non c'è troppo da dire se non per fare alcune osservazioni: come era più che lecito supporre uno degli scopi di Endgame era quello di andare a riparare la situazione drammatica venutasi a creare sul finale di Infinity War, almeno in larga parte, e aprire nuovi scenari, alcuni realmente interessanti come dimostrano le battute finali del film. Compito assolto in maniera egregia dai fratelli Russo, tra i migliori direttori Marvel, che confezionano tre ore e passa di film che scivolano via senza pesantezza alcuna. Qualche difetto è presente, deludente la chiusura della gestione Thanos, tirata via in fretta per dedicarsi poi ad altro, non male la costruzione dei momenti più epici e di quelli ironici, ancora una volta plauso a Chris Hemsworth, un debosciato davvero con i fiocchi, sarebbe un perfetto Lebowski dei nostri tempi. Nel complesso il dittico funziona bene, infarcito forse da troppi scontri e da troppi minuti ma capace di non annoiare, vista la durata eterna non è cosa da poco. Agganciandoci a questo l'uscita di Endgame offre lo spunto per un'altra riflessione: l'esperienza del Cinema al cinema (e non solo) e come essa stia cambiando negli anni. Qui entriamo un poco nel personale, ma in fondo ogni passione, Cinema compreso, per ognuno di noi lo è.


Digressione. Sempre più spesso è possibile assistere al cinema non solo a un film ma a veri e propri eventi. Si moltiplicano le uscite che hanno una tenitura in sala di un solo giorno, legate magari ad anniversari importanti, così come è sempre più facile trovare eventi come quello messo in piedi per l'uscita di Endgame con una maratona degli ultimi due film degli Avengers destinata a concludersi alle 03.00 del mattino passate (per la cronaca... si, ce l'abbiamo fatta in scioltezza ); altri prodotti ancora fanno un passaggio veloce in sala per atterrare subito dopo su Netflix o simili, poi ci sono i concerti nei multiplex, tutta la nuova corrente dedicata ai musei e all'arte su grande schermo e così via, insomma il cinema (inteso come luogo fisico) non è più il cinema di una volta. È in atto un cambiamento forse inevitabile, che tende a contrastare l'uso sempre più massivo, soprattutto da parte delle nuove generazioni, delle piattaforme streaming che mettono a disposizione contenuti per migliaia di ore rendendo l'azione dell'uscire di casa per andare al cinema sempre meno sentita e necessaria. Allora ben vengano anche queste occasioni, che sicuramente non sono pane per i denti del vero cinefilo, ma si rivelano spesso momenti divertenti per tornare in sala, un modo per recuperare su grande schermo film cult magari mai visti al cinema per questioni anagrafiche, e la via per gli esercenti di far cassa in attesa che questa crisi della sala trovi il modo di venir superata. Personalmente ho assistito alla Maratona Avengers e posso dire che non mi capitava di vedere una sala così gremita da anni (e parliamo di una sala enorme), solitamente a questi eventi c'è una maggiore dose di euforia, c'è quel sapore di esperienza realmente condivisa, per carità, c'è anche più rumore di fondo ma ci sono anche occasioni di divertimento che esulano dalla mera visione dell'opera. È questo il modo di fruizione per cui il Cinema è stato concepito? Sicuramente no, però questo c'è ai giorni nostri ed è con ogni probabilità uno dei modi per tenere in piedi la baracca. Il rovescio della medaglia, ed è un rovescio pesantissimo, è che rischiamo di perderci nelle sale il Cinema d'autore, quello di contenuto, quello che magari presenta un'idea nuova, anche valida, e che esula da franchise, sequel, dalle grandi saghe e dai grossi imperi dell'intrattenimento (si, ho proprio detto Disney, avete capito bene). Probabilmente il Cinema, quello veramente interessante, capace in qualche modo di arricchirti, ce lo guarderemo a casa sul divano e ammetto di essere il primo a seguire questa nuova tendenza. Poi c'è ancora da dire che tutte queste riflessioni scaturiscono dalla visione di Endgame, e allora dove sta la ragione?

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