mercoledì 3 agosto 2022

ESTATE ROMANA

(di Matteo Garrone, 2000)

Garrone prima di Garrone. Oggi uno dei maggiori registi italiani, il successo di Matteo Garrone esplode con l'uscita di Gomorra, siamo nel 2008, annata trionfale per il cinema dello stivale che vede nelle sale anche Il divo di Paolo Sorrentino, momento memorabile per la produzione nostrana. Garrone in realtà aveva suscitato gli interessi della critica già in precedenza con L'imbalsamatore, il regista all'epoca aveva già alle spalle ben tre lungometraggi meno noti al grande pubblico dei quali questo Estate romana è proprio il terzo. Se pensiamo ai lavori più recenti del regista romano, cose come appunto Gomorra, Dogman, Il racconto dei racconti o Reality, il più datato Estate romana sembra distante anni luce per stile e costruzione da questi esiti più moderni. Più libero, immediato, meno studiato, fuori fuoco, il film si presenta come un lavoro meno calibrato ma allo stesso tempo vivace e vitale, capace di inquadrare per bene, anche se in maniera (volutamente) disordinata, esistenze disorganizzate, spontanee, genuine e imperfette in una Roma altrettanto caotica e priva dei soliti riferimenti riconoscibili dal pubblico, i luoghi, come le vite dei protagonisti, prive di appigli certi e universalmente noti.

Siamo nella Roma impalcata pre giubileo, quello del 2000: lavori, caos (più di quello sempre presente nella città eterna), edifici coperti dai teli, cantieri, ponteggi, il solito traffico per una città dal volto diverso. In questo scenario più che movimentato torna a Roma dopo una lunga assenza l'ex attrice teatrale Rossella (Rossella Or), legata alla scena dei palchi d'avanguardia in voga nella capitale negli ormai lontani anni 70. Una volta a Roma Rossella cerca di riprendere i vecchi contatti, torna nell'appartamento di sua proprietà dove ora abita l'amico Salvatore (Salvatore Sansone), un ex avvocato napoletano convertitosi alla vita artistica. Aspirante scenografo per produzioni teatrali indipendenti, in realtà Salvatore è un creativo pigro e molto spesso inconcludente, un po' indolente e indeciso anche sulle svolte sentimentali da dare alla propria vita: invaghito della sua amica e collaboratrice Monica (Monica Nappo) non riesce a dichiararlesi soffrendo anche di qualche malcelato attacco di gelosia infantile. Monica dal canto suo cerca di guadagnarsi la giornata in una situazione difficile, una bambina piccola da mantenere da sola, lavori precari, di giorno a realizzare il mappamondo gigante che Salvatore dovrebbe vendere a un regista di spettacoli teatrali, la sera barista con figlia al seguito, osteggiata anche dalla suocera (Ester Astrologo) che vorrebbe farle togliere la bambina. Altri personaggi minori girano intorno ai protagonisti tutti inseriti nella scenografia di una Roma in rifacimento.

Film molto spontaneo, tanta camera a mano per Garrone che non si preoccupa di infilare inquadrature parziali, strette, con movimenti all'apparenza poco studiati, piani ravvicinati sui volti o su parti di essi, disordine, sonoro in presa diretta, a tratti anche difficile da comprendere su alcuni passaggi dei dialoghi; è tutto girato come se il regista fosse lì con i protagonisti, noi non lo vediamo ma in qualche modo lo percepiamo. Sia questo tipo di approccio nella realizzazione, sia la storia in sé, che non ha uno sviluppo di trama così forte, lasciano passare l'idea di un film molto libero, con una sua certa energia vitale ma anche incompiuto, aperto, fotografia di un momento e di protagonisti in movimento come la città, anch'essi incompiuti, ingabbiati in progetti che anche loro non sanno bene se andranno a frutto e compimento, in bilico tra totale spaesamento e inadeguatezza (Rossella), indolenza e mancanza di direzione (Salvatore) e difficoltà oggettive (Monica). Bravi gli attori, interessante il personaggio di Salvatore che non si scompone mai, nemmeno davanti a un lavoro non pagato, ma che patisce il fatto di non saper gestire il rapporto con Monica e il fastidio di vederla potenzialmente con qualcun altro. Estate romana sembra un laboratorio, un lavoro di elaborazione di un regista ancora immaturo che, come i suoi personaggi, sta ancora cercando il suo posto nel mondo. A posteriori ora sappiamo che quel posto l'ha trovato, chissà però che fine hanno fatto Salvatore, Monica e Rossella.

lunedì 1 agosto 2022

DUNE

(di David Lynch, 1984)

Uno dei film meno lynchiani dell'intera carriera di quel geniaccio di David Lynch, un progetto che si rivelò parecchio complicato sia da imbastire che da portare a termine, venne all'epoca visto per lo più come un insuccesso (sia di pubblico che di critica) e ancora oggi il film non gode di quella riabilitazione che è toccata a quelli che in origine furono flop totali o parziali realizzati da grandi nomi della settima arte, tuttora il Dune di David Lynch è considerato un progetto fallimentare e una delle opere più deludenti dell'intera filmografia del regista e, mi duole dirlo, non proprio a torto. L'adattamento del romanzo omonimo di Frank Herbert, tra i più noti della letteratura fantascientifica, solletica la mente dei produttori cinematografici già in epoca precedente l'anno 1984 nel quale Dune vedrà infine il buio delle sale; negli anni 70, prima ancora dell'uscita di Guerre Stellari, sembrava che il progetto dovesse essere portato avanti da Jodorowsky il quale aveva in mente di ingaggiare un supercast per la sua realizzazione: i Pink Floyd per la colonna sonora, Moebius, Giger e Chris Foss per concepirne la parte visiva, Orson Welles e addirittura Salvador Dalì nel cast, un progetto enorme poi naufragato di cui è possibile rinvenire le tracce nel documentario del 2013 Jodorowsky's Dune di Frank Pavich. Lynch arrivò al progetto dopo l'enorme successo di The Elephant man e dopo aver rifiutato la regia de Il ritorno dello jedi, accettò così di dirigere questo Dune, un film che si rivelò non essere nelle sue corde, una lavorazione che imbrigliò l'estro visionario di Lynch e che riuscì a segnare delle note positive solo su alcuni aspetti tecnici dovuti anche alla collaborazione del regista con grandi professionisti.

Uno dei punti deboli del film è proprio la struttura della trama. Molti anni nel futuro l'impero galattico è gestito con un sistema che ricorda il vecchio feudalesimo terrestre, i vari pianeti sono retti da rispettive casate sulle quali governa l'Imperatore Padishah Shaddam IV (José Ferrer) il quale non manca di ordire intrighi per i suoi fini personali a scapito delle varie casate e con la pericolosa alleanza della Gilda spaziale. L'impero è si regge grazie alla produzione della spezia, una sorta di droga capace di allungare la vita degli esseri umani ma anche di sbloccare il dono della preveggenza in individui predisposti, in particolare i membri della Sorellanza e delle Reverende Madri. Gli uomini della Gilda spaziale invece usano la spezia per condurre le navi a velocità superluminale. Questo elemento, il più prezioso dell'intero universo, viene prodotto solo sul pianeta desertico Arakkis (o Dune) grazie al lavorio di enormi e pericolosi vermi giganti, la raccolta è affidata a un complicato sistema di macchine che separano la sabbia dalla spezia e che devono anche guardarsi costantemente dai vermi, sensibili alle vibrazioni delle macchine e sempre pronti a distruggerle. Per garantirsi un futuro nel ruolo di imperatore, Shaddam tenta di mettere una contro l'altra le casate Atreides e Harkonnen, la prima rappresentata da Leto Atreides (Jürgen Prochnow) e da suo figlio Paul (Kyle MacLachlan), la seconda dal viscido Barone Vladimir Harkonnen (Kenneth McMillan). Proprio Paul sembra essere l'eletto di un'antica profezia tramandata sia dalla Sorellanza che dai Fremen, gli abitanti autoctoni di Arakkis, gli unici a poter raccogliere la spezia senza ausilio di macchine e senza mettere in allarme i giganteschi vermi.

Si accennava prima a come il problema principale del film fosse proprio la trama, nonostante Lynch si sia fatto carico di curare in prima persona anche la sceneggiatura. Intanto c'è da dire che, nonostante le due ore di durata siano oggi la norma, e quindi come pubblico siamo abituati a questi minutaggi, Dune si rivela un film noiosissimo, privo di sussulti, farraginoso e arrancante nel procedere della vicenda (e mi fa male scrivere questo di un film di Lynch), assolutamente sconsigliato se vi portate addosso un minimo di stanchezza della giornata, il rischio di cedimenti è molto elevato. Inoltre sembra che a Lynch sia stato imposto dalla produzione di contenere la durata del film, cosa che lo costrinse a voli pindarici per rendere in due ore la complessità dell'universo narrativo creato da Herbert, decisione che ha influito in maniera negativa anche sulla facilità di comprensione della vicenda, altro aspetto poco riuscito del film. A parere di chi scrive Dune rimane nella filmografia del regista un'opera poco significativa e consigliata solo ai completisti che di Lynch vogliono vedere tutto, o al limite ai fan del Dune letterario, con questo non si vuol dire che il film non abbia nessun pregio: le scenografie sono sontuose e, come spesso sono state definite, barocche, c'è un che di grandioso in alcune trovate visive realizzate in un'epoca dove l'effetto artigianale la faceva da padrone, alcuni elementi come i vermi giganti sono stati ideati da Carlo Rambaldi con ottimi risultati, alla colonna sonora ci sono i Toto e Brian Eno, nel cast oltre ai già citati si annoverano attori come Max von Sydow, Silvana Mangano, Sting, Sean Young, Freddie Jones, Patrick Stewart e i lynchiani Everett McGill e Jack Nance. Insomma, gli aspetti positivi non mancano, non bastano però a sollevare le sorti di un progetto nato forse sotto una cattiva stella.

domenica 31 luglio 2022

OLTRE LE COLLINE

(După dealuri di Cristian Mungiu, 2012)

Con Oltre le colline il regista rumeno Cristian Mungiu si conferma narratore del reale, in particolare di quell'aspetto del reale che trova spazio nell'orrore del quotidiano e in quei risvolti della vita ancora tanto difficili da gestire in un paese come la Romania che in un passato non troppo remoto ha subito i danni di una pesante dittatura. Tra gli esponenti più in vista di quella che è stata definita la Nuova Onda (Nou Val) del cinema rumeno Mungiu, dopo aver raccontato con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni il dramma dell'interruzione di gravidanza in un Paese in cui l'aborto è ancora illegale e quindi per forza di cose pericoloso, per la realizzazione di Oltre le colline attinge da una storia vera, mutuata direttamente dalle inchieste della scrittrice Tatiana Niculescu Bran, per mettere a fuoco le insidie che si celano nelle comunità chiuse caratterizzate da una fede cieca e da un'ortodossia incline alla rigidità più che all'accoglienza e alla comprensione. Per fare questo Mungiu abbandona un poco l'approccio minimale e diretto che aveva il suo lungo precedente e opta per uno stile più studiato seppure semplice, con pochi movimenti di macchina e privo di particolari virtuosismi, ma con una certa riflessione sulla composizione che lascia trasparire un'idea di cinema più canonica rispetto a quanto fatto con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, parliamo comunque di un approccio al cinema lontano dai ritmi e dai contenuti proposti dal mainstream.

Voichita (Cosmina Stratan) e Alina (Cristina Flutur) sono cresciute insieme in un orfanotrofio fino al raggiungimento dell'età adulta. Nel loro passato c'è una sottesa storia d'amore, poi Alina è emigrata in Germania nella speranza di potersi costruire una vita indipendente dall'orfanotrofio e con il progetto di ricongiungersi con Voichita, quest'ultima invece ha abbracciato la fede ortodossa e si è trasferita in un convento dove vive insieme a diverse suore, alla madre superiora (Dana Tapalaga) e al padre spirituale che le suore chiamano papà (Valeriu Andriuta). Quando Alina torna in Romania, dopo un'esperienza in Germania che non le ha lasciato grandi soddisfazioni, torna dalla sua Voichita, la trova però molto inserita in un contesto che Alina fatica a ricollegare alla sua compagna, al suo vecchio amore. Con l'intercessione dell'amica, Alina trova modo di alloggiare in convento, lassù, sulle colline oltre la città, qui le azioni si ripetono giorno dopo giorno, gli sforzi per mandare avanti in autonomia la struttura si susseguono, il convento conta su un piccolo circuito di relazioni, sui contatti con l'orfanotrofio, sugli aiuti esterni e il lavoro interno. Ma Alina non riesce a integrarsi in questo ambiente, i religiosi mal tollerano la sua mancanza di fede, la ragazza vuole portare via Voichita per riprendere una vita insieme e non riesce ad accettare né tantomeno a capacitarsi del fatto che Voichita non voglia più lasciare il convento. I suoi susseguenti scatti d'ira e di frustrazione vengono letti dal prete e dalle suore come un chiaro segno di possessione da parte del maligno.

Mungiu si prende i suoi tempi, in accordo alla disciplina monastica, e impiega ben due ore e trentacinque minuti per portarci dentro la vita del convento, facendoci aderire ai suoi ritmi e alle sue abitudini, con Oltre le colline il regista rumeno ci mostra quanto l'accettazione assoluta di una fede possa essere dannosa, quanto l'ortodossia possa rendere ciechi e bruciare ogni empatia, sentimento che insieme alla carità dovrebbe essere alla base di ogni religione votata all'altro. Film di contenuti e significati non proprio immediato, Oltre le colline richiede allo spettatore una giusta dose di coinvolgimento e pazienza, nel complesso le due ore e mezza di visione non pesano troppo (affermazione relativa, in base alle abitudini di visione di ognuno), qualche momento di stanca si può avvertire ma il film si impregna presto di grande fascino, non solo per il discorso sulla fede ma anche per come il contesto viene narrato, mostrato dalle mani abili di Mungiu che sembra quasi trasportarci in un'altra epoca nonostante l'ambientazione moderna. Le due attrici, premiate a Cannes, non sono a parere di chi scrive l'elemento migliore del film che si apprezza nel suo insieme, nella ricostruzione di un episodio, e in maniera universale di situazioni diffuse, sulle quali è necessario riflettere e che forse andrebbero meglio monitorate, perché, come ci mostra il film, a volte non serve la cattiveria per fare del male, basta una buona dose d'ignoranza e una fede cieca che non ammette contestualizzazione e ragionamento. Quelli di Mungiu sono squarci su un mondo a noi vicino e che eppure sembra così lontano, una cinematografia da approfondire e di certo molto interessante.

giovedì 28 luglio 2022

THOR: LOVE AND THUNDER

(di Taika Waititi, 2022)

Allora, da dove cominciamo? Diciamo che per fortuna c'è Christian Bale, ed è già un bel punto fermo. Non saprei bene se dire che per me questo Thor: Love and Thunder sia stata una delusione renda bene l'idea delle sensazioni suscitate dal film. È difficile, anche perché avendo preso l'impegno di parlare di cinema il più seriamente possibile, sempre senza essere troppo serioso, nel rispetto che la settima arte merita, cerco di non scrivere cose come "il film è un immenso cacatone" e simili, occorre quindi trovare altre parole per dare dignità a un prodotto che in realtà non è che ne mostri poi tantissima. Che poi anche su questo aspetto bisognerebbe indagare un po' più a fondo. Il target. Si voleva creare un film per bambini dai cinque ai dieci anni circa? In questo caso, a parte qualche parolaccia qua e là, direi che ci siamo, e questa sarebbe anche una scelta più che legittima da parte di Disney (lasciamo perdere la Marvel per ora, ho proprio in questi giorni riletto alcuni episodi del Thor di Stan Lee, Gerry Conway e John Buscema), in fondo sia il fumetto di supereroi come anche molti suoi adattamenti per altri media dovrebbero avere come target principale ragazzini e adolescenti, non di certo orde di adulti adoranti, e ve lo dice uno che ama la Marvel da sempre. Se invece, come è successo con la maggior parte dei film del Marvel Cinematic Universe prodotti finora, si è cercato di accontentare un pubblico variegato, beh, diciamo che in sala molto di quel pubblico non sembrava proprio entusiasta della riuscita del film. Diamo però prima un'occhiata alla trama, che in realtà spunti interessanti poteva offrirne diversi, e poi torniamo al discorso generale.

Antefatto: Gorr (Christian Bale) vede morire di fronte ai suoi occhi la figlioletta Love (India Hemsworth). A nulla sono valse le preghiere di Gorr al suo dio Rapu, l'uomo sviluppa così un odio viscerale per questi dei indifferenti e, venuto in possesso della necrospada, un potente artefatto, diviene il macellatore di dei intraprendendo una missione che tiene fede al suo stesso nome. Nel frattempo sulla Terra Jane Foster (Natalie Portman) è malata, ha un cancro in fase terminale che la sta consumando, ma a Nuova Asgard, venuta in possesso del potente ma ferito Mjolnir, Jane si trasforma nella potente Thor, condizione che sembra almeno parzialmente tenere a bada la sua malattia nei momenti in cui è in veste asgardiana. Il mitico Thor (Chris Hemsworth) invece è ancora in giro con i Guardiani della Galassia, nel momento in cui la bella Sif (Jaimie Alexander) viene attaccata da Gorr e chiede l'aiuto di Thor questi verrà coinvolto nelle vicende del macellatore di dei che pare stia puntando proprio verso Nuova Asgard, una cittadina ora difesa non solo dai due Thor ma anche dal roccioso Korg e dalla Valchiria (Tessa Thompson). Il gruppo di eroi dovrà trovare una soluzione per fermare la collera assassina di Gorr, affidandosi anche all'aiuto di un pantheon di divinità in pericolo presieduto nientepopodimenoche dal grandissimo (in ogni senso) Zeus (Russell Crowe).

Taika Waititi, visti probabilmente gli apprezzamenti ricevuti da Ragnarok, il capitolo precedente delle avventure di Thor, continua sulla linea della comicità perdendo però completamente la misura. È chiaro da tempo come il Thor cinematografico sia stato trasformato, anche con buoni risultati nel film precedente, in uno dei personaggi più sciocchi e faceti dell'intero MCU, scelta che cade tra l'altro sul personaggio meno adatto se andiamo a guardare l'impostazione originaria del Thor della Marvel. In Love and Thunder questo aspetto diviene però finanche fastidioso, il film è un susseguirsi di battutine, trovate ridicole (il dio di che? dei ravioli al vapore?), passaggi demenziali come il rapporto di gelosia tra l'ascia Stormbreaker e le (o i) potenziali rivali, dialoghi tremendi (voglio stare di merda per te), risorse sprecate (Matt Damon, Melissa McCarthy) e una trama che diventa interessante solo negli ultimi minuti del film grazie al personaggio di Christian Bale, molto caricato nell'interpretazione ma anche l'unico davvero sensato, l'unico che regala qualche momento drammatico coinvolgente e un pizzico di quell'epica che dovrebbe appartenere al Dio del tuono trasformato invece in un povero cretino. Si poteva lavorare di più su Jane, sulla malattia, sull'interessantissimo spunto che vede gli dei come entità indifferenti alle sofferenze umane, ne esce un film che invece si preoccupa più di accontentare tutti (la Valchiria nera, i due papà di Korg, etc..) che non di costruire una buona storia. Velo pietoso sullo Zeus di Russell Crowe. Poi c'è qualche trovata visiva indovinata (l'albero Yggdrasill, il bianco e nero finale), una bella colonna sonora, Chris Hemsworth che è sempre un figo, troppo poco però per accontentarsi. Due le scene sui titoli di coda ma la voglia di tornare a casa è tanta.

mercoledì 27 luglio 2022

I WANDERERS

(The Wanderers di Richard Price, 1974)

Personaggio eclettico Richard Price, attivo come scrittore dalla prima metà degli anni 70, questo I Wanderers sigla il suo esordio nel mondo della narrativa; collabora con grandi registi americani in qualità di sceneggiatore, è con Scorsese per New York stories e per Il colore dei soldi per il quale viene candidato all'Oscar per la migliore sceneggiatura, proprio The Wanderers viene adattato dallo stesso Price per il cinema così come Clockers, altro suo romanzo, arriva sugli schermi grazie alle sapienti mani di Spike Lee. Si concede durante queste sue collaborazioni anche in veste d'attore, sigla poi alcuni episodi dell'osannata serie televisiva The wire nella quale compare anche in una puntata, infine, sempre con Scorsese, firma lo script del video Bad di Michael Jackson. Nato nel Bronx nel 1949, con questo suo primo romanzo ne racconta gli abitanti, quelli più giovani, in età adolescenziale, che nei primi anni 60 andavano a comporre una bella schiera di bande e gang sempre in lotta tra di loro, in un'epoca in cui gli scontri non erano ancora tragicamente influenzati dalle armi da fuoco e nemmeno troppo dalle sfide all'arma bianca. I ragazzi se le suonavano, si facevano scherzi anche molto pesanti che oscillavano dallo sfottò umiliante alla vera e propria crudeltà, a volte con conseguenze anche tragiche. In questo contesto Price ci racconta alcuni episodi della vita dei Wanderers, una delle bande del Bronx.

Eccolo lì nel Big Playground. Richie Gennaro. Diciassette anni. Gran Capo dei Wanderers. Circondato dai capi dei Rays, dei Pharaohs e degli Executioners. Alleati delicati. Riunione tesa. Argomento:
"Dobbiamo fermare quei negri".

La convivenza nel Bronx dei 60 tra bianchi, in prevalenza italoamericani, neri e cinesi non è così facile, è un attimo e la situazione può scappare di mano. Richie cerca di mantenere il giusto equilibrio, in fondo è un ragazzo che come tanti altri di fronte al pericolo prova paura e invece che fare a botte col suo prossimo preferirebbe infilarsi finalmente nelle mutandine della sua Denise, detta semplicemente C. A dar manforte al capo ci sono gli amici Joey Capra, un ragazzo che coltiva un rapporto di amore/odio con il padre, un vigile del fuoco vanesio e brutale, Mario "Buddy" Borsalino, un tipo propenso all'innamoramento, Eugene Caputo, fama da gran sciupafemmine è invece afflitto da mille incertezze e combina con l'altro sesso molto meno di quanto i suoi amici possano credere, e infine Perry LaGuardia, senza figura paterna vive con la madre succube delle attenzioni dell'altro figlio e della nuora che più che altro la maltrattano. Sono ragazzi che arrivano chi più chi meno da situazioni di disagio familiare o di povertà o di mancanze di diverso genere, brevi passaggi delle loro vite, delle loro avventure andranno a costruire i fondamenti utili a descrivere la loro amicizia ma anche una cronaca d'ambiente e d'epoca schietta e molto realistica, ben descritta attraverso un linguaggio diretto che inquadra molto bene temi, problemi e mentalità dei giovani dell'epoca che avevano come uniche prospettive lavori umili, arruolamento nell'esercito o la fuga verso altri lidi.

Richard Price usa una tecnica a mosaico per raccontarci il suo Bronx, ne I Wanderers non c'è una vera e propria storia lineare che accompagna il lettore dall'inizio alla fine del libro, ci sono invece tanti frammenti quanti sono i capitoli del romanzo che vanno ad approfondire di volta in volta l'uno o l'altro personaggio donando una visione riuscita delle debolezze, dei traumi, delle mancate speranze (o di quelle infrante) e soprattutto delle incertezze e delle insicurezze di un gruppo di ragazzi che crescono in un luogo e in un momento difficile, soprattutto viste le condizioni di partenza delle loro famiglie. Se da principio i vari episodi danno l'impressione di un legame molto lasco a rischio di un coinvolgimento parziale del lettore, capitolo dopo capitolo la narrazione frammentaria di Price prende corpo e ben delinea i rapporti tra i personaggi e i loro caratteri andando pian piano a descrivere non solo un quadro d'insieme ma anche quella microrete di rapporti nella quale si annida la vera amicizia, quella che si consolida quando si è ragazzi e si passano insieme intere giornate, allora la narrazione si intinge sempre più di una vena malinconica non risparmiando su alcuni passaggi colpi più duri, a sottolineare come la crudeltà non necessariamente arrivi dalle strade, dall'ambiente, ma che può essere connaturata anche in quegli elementi dove meno ci aspetteremmo di trovarla. Quindi le gang, i rapporti con l'altro sesso, le paure che ne derivano, il sesso, l'amore, gli scontri, la famiglia e l'amicizia, la crescita e il diventare adulti prima del tempo. I dialoghi di Price sono poco edulcorati, diretti, fulminanti, sono come ci immaginiamo potessero essere davvero quelli tra ragazzi di quell'età in quel contesto storico e sociale, scritti peraltro da un giovane esordiente di ventiquattro anni, vicino per molti versi ai suoi protagonisti. Avvicinandosi alla fine ci si commuove.

"Richie, un giorno imparerai che le due gioie più grandi di essere uomo sono massacrare di botte qualcuno o farsi massacrare da qualcuno".
"Ma massacrami 'sto cazzo! È la cosa più stupida che abbia mai sentito!"

sabato 23 luglio 2022

TAVERNA PARADISO

(Paradise Alley di Sylvester Stallone, 1978)

Se ogni tanto vi piace dedicarvi a qualche recupero del cinema che fu, magari non per forza a quello di uno dei capi d'opera della storia della settima arte, ecco, allora in quel caso io questo Taverna Paradiso mi sento di consigliarvelo. Intanto sigla l'esordio dietro la macchina da presa di Sylvester Stallone un anno prima di Rocky II e a due anni di distanza da quel primo Rocky che venne però diretto da John G. Avildsen. Ora Stallone non rientrerà mai nel novero dei migliori registi di sempre, eppure è uno che ha una sua personale visione, fautore di un cinema diretto e senza troppi fronzoli, in quegli anni esponente di un approccio proletario, povero, che regala al suo cinema un taglio sincero e al quale ci si affeziona con molta facilità. Se andiamo a vedere il protagonista di questo Taverna Paradiso, interpretato dallo stesso Stallone, ci troviamo diversi tratti in comune col celebre e celebrato Rocky Balboa: i momenti del corteggiamento da parte di Cosmo in cui cerca di catturare l'attenzione e le simpatie di Annie ricordano molto da vicino gli insistenti approcci di Balboa nel tentativo di conquistare Adriana, le battute, l'insistenza, il fatto di giocare molto sulla simpatia, poi c'è lo sport, qui con un'origine ancora più stradaiola che non in Rocky (siamo nel primissimo dopoguerra dove gli incontri di lotta più o meno clandestina sono all'ordine del giorno), c'è il povero quartiere d'origine e ci sono i legami familiari, le similitudini tra i due film sono diverse, anche il materiale di partenza arriva dallo stesso Stallone che l'anno precedente l'uscita del film riuscì a pubblicare l'omonimo romanzo, in lingua originale Paradise Alley.

La prima guerra mondiale è finita da poco, nel quartiere di Hell's Kitchen i tre fratelli Carboni cercano in qualche modo di sbarcare il lunario con la speranza di trovare prima o poi una soluzione per venir fuori dalla miseria. Lenny (Armand Assante), il maggiore, lavora per un'impresa di pompe funebri, sempre a contatto con i cadaveri, è un reduce di guerra tornato a casa con una gamba offesa, è il più riflessivo e intelligente dei tre fratelli, Cosmo (Sylvester Stallone) è uno sfaccendato che oltre a fare la corte all'avvenente Annie (Anne Archer) cerca di sfruttare la possanza fisica del fratello minore, Victor, spingendolo continuamente verso una carriera fatta di scommesse e incontri di lotta. Dal canto suo Victor (Lee Canalito), un ragazzone tanto muscoloso quanto tonto, vorrebbe solo mettere da parte un po' di soldi per andare via dal quartiere con la sua amata Susan (Aimée Eccles), un'immigrata di origini cinesi, magari per andare a vivere su una barca nel Jersey. Purtroppo il suo lavoro, consegnare a mano blocchi di ghiaccio, non rende poi tanto, il suo datore di lavoro magari ci manga anche un po' su e così Victor rimane inchiodato anno dopo anno a Hell's kitchen. Mentre una sera Lenny e Cosmo sono nel locale Taverna Paradiso assistono a un incontro di una lotta molto simile al wrestling moderno, Cosmo è convinto che quella sia l'occasione per sfruttare i talenti naturali di Vincent e fare un mucchio di soldi ma Lenny non è d'accordo ed è molto preoccupato per la salute del fratello.

Cinema forse ancora ingenuo, rivolto al passato, ma indubbiamente genuino e viscerale, nato dall'amore e dalla voglia di fare di un regista/protagonista che riesce a trasmettere come stia mettendo tutto il cuore e l'entusiasmo possibile nei suoi progetti, come accennato sopra tra l'altro per approccio questo Taverna Paradiso non è poi così distante dai primi Rocky. Ambientato nel quartiere malfamato di New York noto come Hell's Kitchen, la "cucina del diavolo", il film ci mostra la voglia di riscatto, di rivalsa, di un protagonista povero che vorrebbe la sua occasione per trovare un posto al sole e che la cerca per interposta persona, sfruttando gli unici talenti riconosciuti nel quartiere, quelli dei muscoli e della forza. In parallelo Stallone costruisce la sua trama sentimentale che questa volta ha complicazioni in più oltre a quelle della miseria, ci sono rapporti familiari a mettersi di mezzo, legami di sangue a complicare il tutto. Emergono piaghe buone a rovinare i rapporti a ogni latitudine, un po' di gelosia, l'avidità, visioni differenti, tutti problemi ai quali a porre fine a volte non serve altro che il cuore puro dei più semplici. Stallone mostra già di sapersela cavare più che bene anche come regista, il suo cinema degli inizi è quanto di più coerente possa offrire la piazza, bella ricostruzione d'epoca e diverse comparse a impreziosire il film, dal pianista del localaccio interpretato da Tom Waits ai vari wrestler tra i quali compare la futura star della WWF Ted DiBiase. Esordio poco noto, surclassato dalle prove successive, ma da non sottovalutare, un recupero molto consigliato.

mercoledì 20 luglio 2022

PLEASURE

(di Ninja Thyberg, 2021)

È un film estremo quello della regista esordiente (nel lungo, per rimanere in tema) Ninja Thyberg, almeno per ciò che riguarda il mainstream; il suo Pleasure colpisce lo spettatore con forza nel tentativo di far aprire occhi e coscienze su alcuni aspetti legati all'industria del porno, viatico per parlare in generale di un sistema (lavoro) avallato da tutte le civiltà moderne e di altro ancora, della reiterata sopraffazione di genere che l'uomo perpetra sulla donna, sulle storture nelle dinamiche professionali e sulle conseguenze che queste generano nel privato creando problemi contingenti che toccano anche quelle pieghe dell'animo che compromettono la serena convivenza non solo con il prossimo ma soprattutto con sé stessi. In diverse delle sue interviste la Thyberg ha dichiarato di essere stata per diverso tempo un'attivista contro la pornografia, contraria all'immagine degradante che questa industria spesso restituisce della figura femminile, con il tempo e con indagini approfondite sul tema, con la conoscenza ottenuta dalla frequentazione di persone inserite nell'ambiente, l'opinione della regista è poi mutata dalla levata di scudi totale a una critica molto accesa alle bieche modalità di lavoro che dilagano nel porno e alla scarsa libertà di molte attrici nel far valere la propria dignità e la propria volontà nel porre dei limiti precisi in un lavoro dove le parti in causa, le donne soprattutto, mettono in gioco davvero molto rispetto a chi opera in settori completamente differenti. È questa la visione e l'aspetto che più sta a cuore alla Thyberg e che finisce nella realizzazione di questo Pleasure, film molto diretto che se ovviamente non rientra nei confini della pornografia (tutto è qui simulato) risparmia comunque molto poco allo spettatore e di sicuro non è una visione adatta ad animi troppo sensibili.

Linnéa è una ragazza svedese non ancora ventenne che con il nome d'arte di Bella Cherry (Sofia Kappel) si trasferisce a Los Angeles con l'intento di trasformarsi da astro nascente a diva di primo piano nel mondo del porno. Dopo essersi affidata al manager Mike (Jason Toler), Bella inizia a ottenere i primi provini e a girare le prime scene; l'approccio di Bella è graduale, lei è una ragazza molto bella, all'apparenza dimessa e che ha più l'aria della ragazza della porta accanto che non quella della mangiatrice di uomini. A L.A. Bella prende casa insieme ad altre tre ragazze impegnate nella sua stessa carriera, viene avvisata di guardarsi dalle altre aspiranti dive, sempre in competizione tra loro, ma in realtà, dopo un approccio iniziale un poco diffidente, Bella si troverà a suo agio con le nuove compagne e stringerà un bel rapporto di amicizia con Joy (Revika Anne Reustle). Nel momento in cui Bella tenterà di fare il "salto di qualità" e di finire nel giro del manager Mark Spiegler (Mark Spiegler stesso) le viene chiaramente detto che per arrivare in alto dovrà mettere da parte alcuni di quei limiti che la ragazza si era inizialmente autoimposta e dedicarsi a qualcosa di più estremo e di come sul set, nonostante l'apparente gentilezza di tutti, avrebbe dovuto dimostrarsi sempre disponibile e non "rompere i coglioni" alle troupe. Bella accetterà di oltrepassare quei limiti ma alcuni momenti saranno per lei davvero duri, la scalata all'Olimpo del porno non sarà per niente costellata di rose e fiori.

Ottimo esordio quello di Ninja Thyberg che coglie nel segno e assolve per bene al compito che si è prefissata la regista, lo fa tra l'altro con un film coinvolgente, duro e ben girato, con una narrazione lungo la quale l'estetica segue le varie fasi della carriera di Bella, nel momento in cui tutto sembra andare per il meglio, nella fase di maggior successo, tutto viene mostrato adoperando scenografie e fotografia molto glamour, a sottolineare l'arrivo alle grosse produzioni, nei momenti invece di maggior difficoltà, solitudine e sconforto della protagonista, anche le scelte di regia sembrano assecondare lo stato d'animo della Nostra. Diverse le sequenze che portano lo spettatore dentro il conflitto morale e etico di fronte al quale tutti dovrebbero farsi delle domande prima di fruire di prodotti dietro i quali non conosciamo le realtà specifiche che si nascondono. Le umiliazioni e gli abusi ai quali la protagonista va incontro difficilmente possono essere liquidati con la tesi della scelta libera da parte delle ragazze di intraprendere la strada del porno, magari non per tutte quella scelta è così libera, ma soprattutto non per tutte lo sono i termini con cui un lavoro viene realizzato e portato a termine. Pleasure è un viaggio molto interessante nell'industria del porno che apre riflessioni traslabili su altri settori, molto riuscita e intelligente la disamina sulle reazioni della protagonista che, costretta a subire diverse umiliazioni, dagli uomini, dal suo manager, da altre dive più in luce di lei, quando ne ha l'occasione le riversa e restituisce con una foga e una cattiveria incontrollate. La Thyberg ci mostra bene come alcune dinamiche, non esclusive dell'industria del porno, possano corrompere, distruggere relazioni, portare a umiliazioni che difficilmente verranno dimenticate. Ottima la prova di Sofia Kappel che mostra un talento naturale e che si è prestata con coraggio a un ruolo che non dev'essere stato affatto semplice da accettare e portare in scena. Avvertenza: pur non mostrando atti sessuali completi come avviene nel porno il film è comunque molto esplicito e alcune sequenze sono un bel pugno allo stomaco. Sia per intento che realizzazione, Pleasure è un ottimo film che vale la pena di sostenere e guardare, lontano dal dare giudizi trancianti mette in luce in maniera chiara quali sono le problematiche sulle quali, in tutti i campi, è necessario ancora fare un lavoro enorme.

sabato 16 luglio 2022

RENAISSANCE

(di Christian Volckman, 2006)

Non si è parlato abbastanza di Renaissance all'epoca della sua uscita, il film di Christian Volckman avrebbe meritato una maggiore visibilità e un occhio più attento da parte della distribuzione nostrana che porta in Italia questo film d'animazione solo nel 2019, a tredici anni dalla sua uscita sul mercato francese e in altri paesi europei. Renaissance è un noir, un giallo se preferite, calato in un contesto fantascientifico e ambientato nella Parigi del 2054; se dal punto di vista narrativo il film non offre particolari novità pur rimanendo sempre gradevole nello sviluppo dell'intreccio fatto di passaggi scontati, diversi cliché,  ma anche di qualche buona rivelazione, è nella realizzazione tecnica che stupisce e si rivela tanto affascinante e a suo modo spettacolare nel suo bianco e nero nettissimo, quanto stupefacente nella varietà di effetti e soluzioni visive che il team di animatori digitali è riuscito a portare sullo schermo. Miscuglio tra motion capture e grafica computerizzata, Reinassance vede all'opera attori in carne e ossa poi ribaltati in animazione e doppiati da un cast di volti noti, almeno in prima battuta (quella inglese), composto da nomi quali Daniel Craig, Ian Holm, Jonathan Price e Sean Pertwee. Al loro lavoro si aggiunge quello degli animatori e del regista che lascia realmente a bocca aperta e che ha poco (o nulla) da invidiare a produzioni più blasonate e che hanno riscosso maggiori riscontri nello stesso periodo d'uscita di questo film.

Parigi 2054, una città dove convivono le vecchie vestigia della Ville Lumière e costruzioni moderne che torreggiano sui bassifondi della città. La giovane scienziata Ilona Tavuiev viene rapita; la donna è una ricercatrice della megacorporazione Avalon e nel tempo libero aiuta anche l'ex collega Muller a mandare avanti la sua clinica gratuita. Delle indagini sulla scomparsa viene incaricato il capitano Barthélémy Karas, un poliziotto di grande esperienza che non si fa scrupolo di aggirare gli stessi regolamenti del dipartimento per garantire giustizia e la buona riuscita delle sue indagini nelle quali verrà in qualche modo aiutato da Bislan Tavuiev, sorella di Ilona. Le indagini portano Karas a sondare prima gli ambienti della Avalon di cui conoscerà il viscido amministratore delegato Paul Dellenbach, poi a interrogare il dottor Muller dal quale scoprirà che Ilona ha in passato lavorato sulla ricerca di una cura per la progeria, una malattia che induce sintomi di precoce invecchiamento nei bambini. Il caso prenderà una piega più movimentata quando verrà avvistata l'auto della rapita, la notizia scatenerà il classico inseguimento, immancabile in ogni action movie che si rispetti, e porterà il poliziotto a confrontarsi con l'ambiente criminale di quella Parigi del futuro andando a bussare direttamente a casa di Farfella, boss criminale di origini arabe e vecchio amico di Karas.

L'impatto visivo di Renaissance è stupefacente, i contrasti tra i bianchi e i neri sono nettissimi, l'uso del grigio è limitato a pochi dettagli di costruzione, nonostante la scala di grigi sia limitata (quasi inesistente in realtà), la ricerca del dettaglio è accuratissima e l'intero scenario ricreato non perde mai di definizione e cura dei particolari. Lungo l'intera durata del film sono molte le soluzioni e gli effetti che si possono ammirare messi in campo dal comparto tecnico, pensiamo solo alla resa degli ologrammi o dei cartelloni pubblicitari digitali (che fanno tanto Blade Runner) o alle tute invisibili degli scagnozzi della Avalon delineate in maniera superba. La parte del leone la fa questa Parigi futuribile, dominata dalla sagoma del Sacro Cuore, dove svetta ancora la Tour Eiffel e dove si sovrastano uno sull'altro i vari livelli di una città che mantiene un tocco oscuro sia all'altezza delle vecchie strade storiche, sia nelle abitazioni sopraelevate e fornite di mobilità grazie a un sistema di braccia idrauliche. Il contrasto tra la vecchia e la nuova Parigi è sublime, impreziosito da innumerevoli dettagli: le luci accese nei palazzi notturni, i lampi di luce, la pioggia battente che ricrea la perfetta atmosfera del noir, le disco decadenti, i giochi di ombre, l'architettura cittadina. Ottima la regia che nell'animazione a volte non viene tenuta nel giusto conto dallo spettatore, i movimenti qui sono molto fluidi, anche quelli di macchina, la direzione di Volckman garantisce il giusto dinamismo che serve a valorizzare al meglio l'animazione, prendiamo a esempio la riuscita sequenza dell'inseguimento tra le strade di Parigi davvero ben realizzata. Si potrebbe continuare a lungo a elogiare le trovate visive (la stanza bianca che fiorisce, il look delle uniformi, i riflessi e le trasparenze..) ma il concetto è ormai chiaro, dal punto di vista della sceneggiatura il plot è convenzionale, qualche buon momento ma nessuna grande sorpresa, sotto questo aspetto Renaissance potrebbe anche deludere qualche spettatore ma l'impianto scenico vale comunque tutto il prezzo del biglietto che, tra l'altro, è pure gratuito essendo il film presente sull'interessante piattaforma Vvvvid, basta l'accesso con Facebook, la visione di qualche spot prima del film e via che si va, con una qualità video davvero molto alta. Non avete scuse.

giovedì 14 luglio 2022

L'ULTIMO METRÒ

(Le derniere métro di Francois Truffaut, 1980)

L'ultimo metrò riprende a sette anni di distanza i temi che Truffaut aveva già affrontato in maniera differente con Effetto notte, film nel quale venivano portate sotto i riflettori le vite dei membri di una troupe cinematografica impegnata a girare il film Vi presento Pamela, andando a creare un cortocircuito tra le vicende degli attori e delle maestranze con quelle dei protagonisti del film; Truffaut allo stesso modo con L'ultimo metrò racconta storie di teatro dove le esistenze degli interpreti si intersecano con quelle dei personaggi da loro portati in scena, a differenza di quanto fatto col film precedente immerge la sua storia nella Storia, con precisione nel contesto della Parigi occupata dai nazisti, una città in cui vige il coprifuoco e dove tutti vivono in maniera circospetta e per lo più al coperto e dove il teatro, i cinema, sono una delle poche consolazioni alle brutture del periodo storico contingente e dove l'ultimo metrò indica l'ultima possibilità di ritorno a casa prima del coprifuoco. Riconosciuto unanimemente come uno dei massimi capolavori di Truffaut, a mio parere, pur rimanendo un ottimo film e vantando una ricostruzione storica e d'ambiente molto accurata nonostante il rinchiudersi "in interno" dell'opera, L'ultimo metrò manca di quel pizzico di brio visto in altre opere del maestro francese, lo stesso Effetto notte per esempio, della spontanea sincerità autobiografica di film come I 400 colpi o anche solo della leggiadria di esiti come Non drammatizziamo... è solo questione di corna. Parliamo sempre di un bel film, da vedere di certo, ma non della massima espressione del cinema di Truffaut.

Parigi, 1942. Lo sceneggiatore e direttore del teatro Montmartre Lucas Steiner (Heinz Bennent), di origini ebraiche, è costretto a simulare la sua fuga da Parigi per non essere fatto prigioniero dai nazisti, in realtà si nasconderà nei sotterranei del teatro accudito dalla moglie Marion (Catherine Deneuve) che diverrà la nuova direttrice del teatro; attrice molto stimata e donna dall'indubbia bellezza verrà ammirata anche dai tedeschi che ignorano le mosse messe in atto dalla donna per coprire il marito. Intanto al Montmartre si mette in scena un dramma di una scrittrice scandinava, per la parte maschile Marion sceglierà il giovane talento di Bernard Granger (Gérard Depardieu), attore molto apprezzato per i suoi precedenti lavori. In realtà, oltre a essere un ottimo attore, Granger odia fermamente i nazisti e in segreto si adopera attivamente per aiutare i giovani della resistenza francese. Dalle cantine del teatro, dalle quali si sente ciò che accade sul palco, Steiner continua a fare il suo mestiere dando delle dritte alla moglie al termine di ogni replica in modo da far sì che la rappresentazione sia sempre un maggior successo. Attorno ai protagonisti principali le vicende di altri personaggi: la costumista Arlette (Andréa Ferréol), il regista Jean-Loup Cottins (Jean Poiret), il critico d'arte filonazista Daxiat (Jean-Louis Richard), il custode e tuttofare Raymond Boursier (Maurice Risch), l'attrice Nadine Marsac (Sabine Haudepin).

L'ultimo metrò avrebbe dovuto essere il secondo episodio di un'ideale trilogia sull'arte, dopo Effetto notte e a precedere un terzo film mai realizzato. Truffaut confeziona un film dove la rappresentazione, l'arte del narrare, è vista come una possibile via di salvezza in una situazione tragica, sia a livello metaforico, come sollievo mentale per la gente afflitta dalla guerra, sia come salvezza vera e propria, il teatro come rifugio per Steiner, come passione ma anche copertura per Bernard, come dissimulazione per Marion, costretta a rifiutare attori ebrei per mantenere le apparenze e allo stesso tempo proteggere il marito anch'egli ebreo. Non mancano le divagazioni amorose sempre presenti nel cinema di Truffaut, qui meno ironiche e un pizzico più seriose dato il contesto; l'ultima scena, che non anticipiamo, rinforza quella connessione già esplorata dal regista tra finzione e realtà. Girato quasi tutto in interni, qualche escursione nei pressi del teatro, L'ultimo metrò offre un'ottima ricostruzione d'epoca, con le persone al chiuso, timorose, poco propense a mostrarsi in piena luce, belli gli abiti così come tutte quelle accortezze attribuite ai personaggi per stratificare il momento storico: la ragazza ebrea che va agli spettacoli nascondendo la sua origine, Bernard e la resistenza, Boursier che fa da tramite con il mercato nero, Marion che si arrangia per ciò che non si può più trovare facilmente (le calze), Nadine che anche lei dissimula e che è costretta ad accettare qualsiasi tipo di lavoro per tirare a campare. Una ricostruzione con tutti i particolari al posto giusto, Depardieu e Deneuve splendidi, è nel complesso però che manca quel pizzico di coinvolgimento in più, quel ritmo, quel brio che avrebbero potuto garantire a L'ultimo metrò il vero status di capolavoro, cosa che molta critica in effetti gli attribuisce ma che a mio modestissimo parere tende al generoso.

martedì 12 luglio 2022

BLACKHAT

(di Michael Mann, 2015)

Per inquadrare Blackhat, a oggi ultimo film realizzato da Michael Mann, potremmo partire dalle reazioni suscitate nella critica al momento della sua uscita. All'epoca l'attesa per il nuovo film di Mann era alle stelle, il precedente Nemico pubblico, biografia di John Dillinger interpretato da Johnny Depp, risaliva infatti a sei anni prima, la voce insistente che proprio Blackhat potesse essere l'ultimo film di Mann aumentava le palpitazioni di molti, il flop commerciale che il film purtroppo si rivelò potrebbe aver portato in effetti il regista verso la conferma di questa decisione: Blackhat al botteghino non riuscì a recuperare nemmeno un terzo dei 70 milioni di dollari spesi per la sua realizzazione. Le critiche positive arrivano in larga parte dal nostro paese (o così dice wikipedia) e in effetti recuperando alcune recensioni nostrane si legge tra le righe (e non solo) parecchio entusiasmo per questo ritorno di Mann, a parere di chi scrive legato più al ritorno in sé di un regista di indubbio talento e molto apprezzato dalle penne nostrane, che non alla reale riuscita di questa sua ultima opera sui meriti della quale ci si potrebbe tranquillamente mettere a sedere e discuterne. Ciò che interessa di Blackhat è il lavoro di Mann, la sua idea di come un film debba essere realizzato, il suo insistere sull'afflato epico dei personaggi, il modo di calcare alcuni dialoghi in bilico tra il memorabile e l'inverosimile, la sua cifra stilista; la storia viene poi dopo, a un livello sussidiario, in questo caso specifico anche parecchio dopo.

Un hacker misterioso riesce tramite un virus informatico dal codice intricato a creare un blocco di sistema con conseguente esplosione di un reattore nucleare a Hong Kong, danni tutto sommato limitati ma minaccia molto seria. Poche ore dopo lo stesso codice viene isolato dopo un attacco alla borsa di Chicago che fa schizzare alle stelle il prezzo della soia, operazione dalla quale qualche misterioso manipolatore trarrà vantaggio. Sia le autorità americane che quelle cinesi schierano le loro squadre a caccia dell'hacker, per l'F.B.I. indaga l'agente Carol Barrett (Viola Davis), per la sezione informatica cinese il capitano Chen Dawai (Leehom Wang) insieme alla sorella Lien (Tang Wei), un'esperta analista di rete. Chen intuisce che buona parte del codice è mutuato da un vecchio lavoro di un suo compagno d'università ai tempi in cui studiavano insieme al M.I.T., Nicholas Hathaway (Chris Hemsworth), al momento detenuto nelle carceri statunitensi per una truffa milionaria sulle carte di credito. Sarà proprio Hathaway l'unica speranza di F.B.I. e sezione informatica cinese di venire a capo della faccenda, un losco affare che sembra ben lungi dal suo termine. Così Hathaway, in cambio dell'amnistia totale per i suoi crimini in caso di riuscita, si mette sulle tracce di questo inafferrabile hacker che non si dimostrerà solo essere un criminale "da salotto" bensì la testa di un'organizzazione non sprovvista di un suo braccio armato e che non esiterà nel metterlo in campo alla bisogna.

L'impressione che si ha guardando Blackhat è che in fondo a Michael Mann di costruire un discorso sulle minacce moderne, sull'utilizzo improprio delle tecnologie e sui rischi che tutti stiamo correndo affidandoci sempre più a rete, app e compagnia bella, non gliene importi proprio nulla. È solo un altro scenario, sono altri anni, è un altro contesto, tutto accessorio e funzionale all'idea di cinema di un regista che in realtà non ha più nulla da dimostrare a nessuno. Ciò che importa è la messa in scena, il rapportarsi dei personaggi tra di loro, con l'inquadratura e anche con le aspettative degli spettatori più fedeli a Mann, uno che è in giro dai tempi di Miami Vice (il telefilm, ne era il produttore ma influì in maniera sostanziale sulla realizzazione). L'incedere elegante e cool di Hemsworth, il legame subitaneo del suo personaggio con Lien, le splendide riprese degli esterni, dei notturni delle città, l'epicità della scena madre, la maestria con cui è realizzata la sequenza dell'irruzione, la forza dei personaggi di contorno, l'ottima Viola Davis dura quanto la sua Amanda Waller altrove interpretata, sono tutti elementi ricercati e costruiti da un regista che permettono a una storia esile, seppur ben delineata, di scorrere da sola in maniera naturale. Prima di scrivere queste righe mi sono confrontato sulla trama del film con una persona che lo vide tempo fa e del quale oggi non serba memoria di nessun passaggio di trama, perché in fondo qui questa è accessoria, è quella di un action come tanti, virato al digitale (con sequenze ad hoc tra le meno interessanti del film) ma classico nell'animo. L'idea finale è che in ultima analisi, qualche tempo dopo la visione, di Blackhat non importerà più nulla a nessuno, della camera e dello stile di Michael Mann invece sì, anche se questo forse non basterà per farci avere altre opere del regista di Chicago. Speriamo di sbagliarci.

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