lunedì 16 luglio 2018

DEADWOOD DICK

(di Joe R. Lansdale, Michele Masiero e Corrado Mastantuono)

Audace è un marchio prestigioso, un marchio che agli albori della Storia del fumetto nostrano contribuì a diffondere tra gli italiani la passione per la nona arte, un marchio al quale sono legati i prodromi della nascita della Bonelli, quella che ancor oggi è la più importante e popolare casa editrice di fumetti in Italia. L'Audace nasce nel 1934 come rivista della casa editrice SAEV, già dall'anno successivo inizierà a pubblicare fumetti presentando le avventure del Brick Bradford di William Ritt e Clarence Gray, il Broncho Bill di Harry O'Neill e Radio Patrol di Ed Sullivan e Charlie Schmidt; il pezzo forte era il Tarzan di Hal Foster. Con il passare del tempo altri grossi nomi si aggiungeranno alle pubblicazioni della rivista, primo fra tutti il celebre mago Mandrake. Negli anni successivi ai personaggi internazionali si uniscono sulle pagine della rivista lavori creati da autori italiani tra i quali spiccano Carlo Cossio e proprio Gianluigi Bonelli, il futuro papà di Tex Willer. Con l'imporsi dell'ideologia fascista il materiale italiano continuerà ad aumentare a discapito dei personaggi americani, sempre più opportunità si apriranno per gli artisti italiani, la rivista diventerà pressoché autarchica con la sola eccezione di qualche episodio di Popeye, qui ribattezzato Braccio di Ferro. In seguito, per una trentina di numeri, la rivista passerà sotto l'ègida della Mondadori, altri autori si uniranno al gruppo di creativi: Federico Pedrocchi, Rino Albertarelli, Angelo Bioletto e altri ancora. Purtroppo le restrizioni fasciste e i dettami del MinCulPop (Ministero della Cultura Popolare) scombinano le carte in tavola, le vendite scemano, la rivista torna alla SAEV che senza clamore reintroduce fumetti esteri, iniziando proprio dal Tarzan questa volta di Hogarth. Sotto mentite spoglie e attribuito ad autori italiani fa il suo esordio anche il Superman di Siegel e Schuster, ribattezzato Ciclone (solo in seguito sarà Nembo Kid). Negli anni 40, tra varie vicissitudini, L'Audace (ormai solo Audace) finirà nelle mani di Gianluigi Bonelli che trasformerà la rivista in albo aumentando le pagine per numero dedicate a ogni singolo personaggio. Sono questi i primi passi che porteranno alla nascita della Bonelli che oggi tutti noi conosciamo.


Tutta questa introduzione per dire cosa? Solo per dire che Audace è tornata, non come rivista ma come sottoetichetta della Sergio Bonelli Editore, una divisione matura che dovrebbe (se le dichiarazioni d'intenti verranno confermate) presentare fumetti nuovi, freschi, meno legati a quel concetto di avventura popolare che seppur ancora attiri molti lettori, ne tiene lontani altrettanti, lettori magari interessati a un approccio più moderno e stratificato al fumetto. Allora si aprono le danze con Deadwood Dick, personaggio ideato dallo scrittore texano Joe R. Lansdale ispirato a un cowboy realmente esistito, il primo protagonista western di colore della Bonelli che nei tratti ricorda moltissimo il Jamie Foxx del Django Unchained di Tarantino. Lansdale è uno scrittore dai toni pulp, qui tradotto in sceneggiatura da Michele Masiero, l'indole ruspante e genuina dell'autore è confermata anche nell'esordio di questo fumetto che sulla notevole copertina esibisce l'inusuale bollino (almeno in Bonelli) Contenuti espliciti. L'albo si apre con il protagonista inchiodato in "una cazzo di situazione", Dick parla direttamente al lettore e con un flashback provvidenziale inizia a raccontarci la sua storia che prima o poi, lo sappiamo, lo riporterà in quella cazzo di situazione. Il linguaggio è molto diretto, le situazioni anche: Dick è in procinto di arruolarsi nei Buffalo Soldiers, le truppe composte da negri dell'esercito dell'Unione, non per amor di Patria ma per sfuggire a un linciaggio potenziale per il solo motivo d'aver guardato troppo a lungo il culo d'una bella e invitante donna bianca. In un paio di vignette si assiste a un'immaginaria scena di sesso con posizioni e impeto che difficilmente potremmo vedere in un albo di Tex, anche dialoghi, scene e descrizioni sono sopra le righe: "D'altronde negro ci sono nato: nero come un buco di culo in una notte senza Luna, secondo la definizione di mio padre, non un grande poeta, lo ammetto". Lungo le sessantasei pagine di questo primo numero impariamo a conoscere un poco il suo protagonista, un buon diavolo sicuramente non avvantaggiato nella vita dal colore della sua pelle, un uomo capace di un'ironia a volte acuta, più spesso sbracata, che da subito non potrà che risultare accattivante. Conosceremo anche il suo compagno di viaggio, incontrato nel bel mezzo d'una profumata cagata all'aria aperta (anche questa scena abbastanza inedita per il fumetto popolare), altro nero di nome Cullen al quale il Nostro si guarderà bene dallo stringergli la mano, vista l'operazione appena terminata. A controbilanciare le sequenze più divertenti ci sono comunque tematiche serie: lo schiavismo, le conseguenze non sempre facili della liberazione (la fame, la perdita di ruoli), la violenza e la guerra.


Deadwood Dick sembra un miscuglio di temi molto ben bilanciati, resi su carta con maestria innegabile da un Corrado Mastantuono in splendida forma. Le tavole, graziate da un formato leggermente più grande del classico bonelliano, si fanno ammirare per la loro qualità media davvero alta superata inoltre da alcune vignette non ingabbiate dalla griglia rigida della pagina che si aprono su panoramiche di grandissimo fascino. Anche sulla confezione di questo numero d'esordio non c'è proprio nulla di cui potersi lamentare. Salutiamo allora con favore il ritorno del marchio Audace - tra l'altro Deadwood Dick è inserito nella collana (anche questa all'esordio) che richiama un altro nome illustre del fumetto italiano: Collana Orient Express - sperando che anche le prossime proposte Audace si avvaloreranno della stessa qualità di questo avvincente esordio.

sabato 7 luglio 2018

PIANO... PIANO, DOLCE CARLOTTA

(Hush... hush, sweet Charlotte di Robert Aldrich, 1964)

Con Piano... piano, dolce Carlotta il regista Robert Aldrich tenta di pianificare a tavolino un film che possa bissare il successo commerciale di Che fine ha fatto Baby Jane? uscito nelle sale un paio di anni prima, andando a girarne quasi un ideale sequel originariamente pensato, ancora una volta, per le due attrici rivali (non si esagera dicendo che le due provassero vero odio l'una nei confronti dell'altra): Bette Davis e Joan Crawford. Per varie vicissitudini, dovute proprio alla rivalità tra le due dive, la produzione incontrò diversi problemi e per un certo periodo, a causa delle assenze della Crawford, furono sospese le riprese; questi rallentamenti portarono all'esclusione della stessa Crawford dal film, quest'ultima venne sostituita da Olivia de Havilland, grande amica della Davis. Nella prima sequenza della versione finale del film rimane ancora una scena dove compare Joan Crawford inquadrata di spalle. Archiviate le turbolenze che si trascinano ormai da anni tra le due donne, il nuovo film di Aldrich può finalmente prendere corpo.

Forse il limite più evidente di un film comunque ottimo si può riscontrare proprio nell'intenzione palese di ricalcare gli schemi del film precedente dal quale l'unico scarto veramente importante è il ribaltamento di ruolo affidato alla Davis che qui, ancora una volta, interpreta una donna ormai priva di lucidità e che corteggia da vicino la follia, ma allo stesso tempo ricopre anche il ruolo di vittima e non più quello di folle carceriera. Ma le similitudini tra le due pellicole non si limitano alla sola presenza dell'iconica Bette Davis. Aldrich ricorre ancora una volta all'espediente del salto temporale: la vicenda si apre nel 1927, con una Carlotta (Bette Davis) ancora giovane, innamorata di un uomo sposato, John Mayhew (Bruce Dern), il quale è destinato di lì a poco a morire di un'orrenda morte. Qui si intravede la volontà di Aldrich, regista capacissimo, di spingere un poco sul versante più spaventoso, regalando allo spettatore momenti da brivido e amputazioni assortite che per l'epoca un po' d'effetto l'avranno anche fatto. Comunque, tornando sul tema temporale, il trauma giovanile provoca ripercussioni sulla mente della giovine, si passa quindi al 1964 dove ritroviamo una Carlotta più anziana in procinto di perdere la casa di famiglia espropriatagli dallo Stato. Anche qui, come accadeva in Che fine ha fatto Baby Jane? la donna vive nella grande casa con la sola compagnia della domestica Velma (Agnes Moorehead), anche lei all'apparenza poco centrata, e ancora una volta il fulcro della vicenda sarà il rapporto con una parente, non la sorella ma la cugina Miriam Deering (Olivia de Havilland), tornata al paese d'origine proprio per star vicina a Carlotta nel momento di maggiore difficoltà.


L'interpretazione della Davis è nuovamente magistrale, i suoi occhi spiritati sono portatori di pura follia e terrore, se non si raggiunge il livello di angoscia provocato dal precedente film si apprezzano comunque lo sviluppo e la tensione crescente della storia; Aldrich conferma un uso sapiente della macchina da presa offrendo una serie di inquadrature suggestive, ancora una volta magnifiche prospettive sulle scale, particolari di oggetti d'uso domestico, un bianco e nero dai tagli netti sempre avvincente e un maggior tocco macabro. Le macchinazioni di alcuni personaggi, i segreti relativi al vecchio omicidio, la salute mentale della protagonista e alcune rivelazioni finali rendono il film ancor oggi se non proprio inquietante almeno teso e carico d'interesse nell'attesa del dipanarsi dei vari nodi del mistero.

Se si volesse mettere a confronto le due pellicole, sul piano qualitativo questo Piano... piano, dolce Carlotta forse non raggiunge il livello del suo predecessore, è però sicuramente stata un'ottima occasione per Aldrich d'aggiungere alla sua filmografia un altro pezzo da novanta, un vero classico da consegnare alla storia del Cinema dei Sessanta. Poi, come sempre, tanto lo fa il gusto personale degli spettatori, non è affatto escluso che molti di questi possano preferire questo film a Che fine ha fatto Baby Jane?, in fondo non ci sarebbe proprio nulla da poter obiettare.

venerdì 6 luglio 2018

SID E NANCY

(Sid and Nancy: love kills di Alex Cox, 1986)

Avvicinandosi al film Sid e Nancy si potrebbe pensare di stare per assistere a un biopic sui Sex Pistols o quantomeno a quello su uno dei loro più carismatici componenti, l'ingestibile Sid Vicious qui interpretato da un Gary Oldman molto giovane: in realtà sembra che il fulcro dell'intera pellicola non sia proprio uno dei due sopra citati. Il film di Alex Cox, pur narrando un periodo circoscritto della vita di Sid Vicious e Nancy Spungen (Chloe Webb), la sua "compagna" del momento, sembra essere piuttosto uno di quei ritratti generazionali che mettono sotto i riflettori più uno stile di vita o la dipendenza dalle droghe, che non ad esempio l'importanza della musica o del pensiero punk; siamo sicuramente più vicini a film come Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, senza raggiungerne la drammaticità né tantomeno le vette qualitative, che non al classico biopic musicale.
A dimostrazione di questa affermazione il fatto che nel film non venga usata nessuna esibizione dei Pistols né alcun brano cantato dal gruppo, le musiche sono invece affidate ad altri musicisti come Joe Strummer o i The Pogues per arrivare finanche a un paio di pezzi eseguiti dallo stesso Gary Oldman. Il tutto, quasi ovviamente, per lo sconforto molto sentito del signor John Lydon, in arte Johnny Rotten, storica voce dei Pistols qui interpretato da un acerbo e poco interessante Andrew Schofield.

Certo, nel corso della pellicola non mancano riferimenti a episodi noti della breve storia del gruppo come ad esempio quello del concerto tenutosi su un battello in navigazione sul Tamigi trasformatosi poi in un coacervo di atti osceni, ma il focus è tutto sul rapporto tra Sid e Nancy che porterà i due ad un'escalation di comportamenti autodistruttivi con conseguente morte di lei per ferita da arma bianca e a quella di lui per overdose (e non è spoiler e non è mistero, il film si apre proprio con la morte della Spungen). Oltre alle figure dei due protagonisti c'è poco altro, i restanti membri della band, il batterista Paul Cook (Perry Benson) e il chitarrista Steve Jones (Tony London), sono mera carta da parati piazzata sullo sfondo della vicenda, Johnny Rotten è fuori fuoco e per nulla approfondito, di tanto in tanto appare un Malcolm McLaren (David Hayman) che non ha mai lo spazio che il manager dei Pistols avrebbe meritato.


Decisamente più interessanti sono il contesto urbano londinese, il degrado delle periferie di metà 70, lo squallore dell'abbruttimento causato dalle droghe, temi sempre interessanti e qui ben sviluppati ma, come accennato prima, sicuramente trattati meglio e più approfonditamente altrove. E allora rimangono loro, Sid e Nancy, due personalità malate e sfiancate dall'abuso, rimane il loro rapporto a fasi alterne, idilliaco e conflittuale, conflittuale ed idilliaco, un viaggio mano nella mano verso l'ultima tragica fermata. La dinamica della morte della ragazza non è mai stata accertata al 100%, difficile ottenere ricostruzioni credibili pescando dall'ambiente della tossicodipendenza, fatto sta che l'ipotesi più plausibile sembra essere proprio l'omicidio per mano dell'amato Sid, restano testimonianze e dubbi che potrebbero perorare l'innocenza del bassista dei Pistols. Ma questo poco importa, l'ormai sfinito Sid sopravvivrà alla sua amata Nancy solo una manciata di mesi prima di trovare la morte nel suo ultimo buco nel febbraio del '79.

Gary Oldman è un ottimo attore e anche qui dimostra di essere interprete di razza pur non essendo (parole sue) particolarmente interessato dal personaggio di Vicious o dalla scena punk, la regia offre un paio di belle riprese e la giusta attenzione all'ambiente offrendo allo spettatore la possibilità di ammirare gli interni dell'ormai mitico Chelsea Hotel di New York nelle cui stanze hanno soggiornato nomi del calibro di Bob Dylan, Arthur Clarke (si dice che scrisse qui 2001: Odissea nello spazio), Janis Joplin, Dylan Thomas, Leonard Cohen e moltissimi altri, un elenco quasi enciclopedico. I motivi di interesse per guardare il film quindi non mancano, la pellicola non sarà un capolavoro ma è riuscita comunque a ritagliarsi il ruolo di piccolo cult che a conti fatti qualcosa vorrà pur dire.

mercoledì 27 giugno 2018

IL MIRACOLO - STAGIONE 1

Ormai la serialità televisiva attira davvero tutti, compresi nomi illustri che sono stati capaci di ritagliarsi un proprio spazio di notorietà, ottenuto tra l'altro con grande merito, in altri ambiti dediti alla narrazione. È il caso di Niccolò Ammaniti, ideatore de Il miracolo, uno degli scrittori italiani che personalmente ho più apprezzato nel corso dell'ultimo decennio, ottimo narratore dotato di inventiva e di un fine gusto per le immagini grottesche, surreali e originali (e parlo di quelle capaci di scaturire dalla parola stampata). Sembra che l'impulso per effettuare il passaggio dalla carta alle immagini in movimento, non proprio estranee allo scrittore dai cui libri sono stati tratti diversi film (almeno uno di buon successo), sia nato dalla voglia di Ammaniti di lavorare con un team, di confrontarsi con altri sceneggiatori, abbandonare la solitudine di un lavoro come quello dello scrittore e dedicarsi a un progetto indubbiamente più corale. L'esperimento ha prodotto risultati ottimi, probabilmente migliori di quelli ottenuti da qualsiasi precedente trasposizione di uno dei suoi libri, vuoi perché nato proprio per la televisione, vuoi per l'entusiasmo della novità, fatto sta che Il miracolo si rivela una produzione di ottimo livello per l'italico panorama seriale.

L'idea di base è semplice e vincente e rientra pienamente in quello "stile" Ammaniti che i fan dello scrittore laziale hanno ormai imparato a conoscere. Durante un'operazione militare, nel covo di un boss da tempo latitante viene rinvenuta una statua della Madonna che lacrima sangue; il covo del malavitoso ne è ormai pregno, il fenomeno inspiegabile ha fatto uscire di senno perfino il feroce boss Molocco (Sergio Valastro). La squadra di militari, comandata dal Generale Votta (Sergio Albelli), col supporto del reparto scientifico, effettua tutti i possibili test e le verifiche del caso sulla statua, risposte plausibili non ce ne sono: è miracolo. Le possibili conseguenze di una scoperta del genere, tra l'altro in mano ai vertici dello Stato e non della Chiesa, crea nei diretti interessati alla gestione dell'evento non poca preoccupazione. Come gestire un fatto di tale portata? Il Generale Votta chiama in causa il Presidente del Consiglio Fabrizio Pietromarchi (Guido Caprino), un politico all'apparenza onesto, forse ormai un po' distaccato dalla vita "vera", una brava persona (?) che si troverà a doversi confrontare con qualcosa di più grande di lui. Intorno al nucleo centrale della vicenda sono diversi i personaggi che vanno ad arricchirla, la maggior parte dei quali ben scritti e delineati, alcuni con il proseguire della serie capaci anche di "mangiarsi" il tema portante de Il miracolo, probabilmente l'unico piccolo difetto di queste prime otto puntate. Padre Marcello (Tommaso Ragno) è un sacerdote che ha perso la fede (o che forse non l'ha mai avuta), dedito al gioco d'azzardo, amante del sesso e truffatore, che verrà coinvolto nella faccenda della statuetta proprio dal Premier Pietromarchi; intorno a quest'ultimo girano le figure della moglie Sole (Elena Lietti), dei due figli e della loro tata Olga (Irena Goloubeva). Interessante anche il lavoro fatto su alcuni dei componenti della squadra militare, su tutti emerge la figura della biologa Sandra Roversi (Alba Rohrwacher) che cerca in tutti i modi di venire a capo del mistero usando ogni mezzo scientifico a sua disposizione.


I punti d'interesse imbastiti nella vicenda sono plurimi, per primo la differenza di approccio a un fenomeno così inspiegabile da parte dei vari protagonisti, un tema che tocca argomenti come la fede, lo scetticismo, la fiducia, la speranza, la scienza, senza contare lo spettro di possibilità che si aprono in conseguenza a una potenziale massificazione del fenomeno, la portata che potrebbe avere sulla gente una madonna che versa sangue senza soluzione di continuità, senza trucchi e senza inganni, l'impatto sui fedeli, sugli increduli, sulla sicurezza nazionale. Molto interessante anche il focus approfondito sulla vita della figura politica del Premier Pietromarchi, sul suo entourage, sulla famiglia ingabbiata sotto i riflettori spesso opprimenti della vita pubblica, inevitabile anche il discorso politico che qui verte sull'opportunismo della classe dirigente (per ora ancora solo accennato) e su questioni di chiara attualità come il conflitto Europa Si/Europa No che scandisce l'incedere delle puntate dell'intera serie. Il rapporto dei vari personaggi con la religione e con la fede è centrale, il Generale Votta per esempio è un uomo razionale che mostra moltissimo rispetto per il fenomeno con il quale si trova a confrontarsi, il rapporto di Pietromarchi con la statua è più cangiante con l'evolversi degli eventi, per Padre Marcello la Madonna sarà una nuova illuminazione (forse la prima), per la biologa Roversi invece il sangue rappresenterà speranza e continua ricerca ma soprattutto sarà fonte di cambiamento.


L'idea di base è davvero riuscita e avvincente, la serie presenta una gran bella dose di mistero, tiene incollato lo spettatore grazie a un'ottima scrittura, dispone della recitazione di alto livello di tutti i protagonisti principali (magari un po' meno di quella di alcuni dei secondari) e invoglia al binge watching (il fenomeno per cui vorresti fare nottata e guardare tutte le puntate della serie di seguito). Forse nelle ultime puntate il focus dal mistero o dal miracolo se vogliamo, si sposta più sulle vicende private e sulla costruzione di alcuni dei personaggi, per alcuni sviluppi forse si divaga anche un pochino con soluzioni meno convincenti, ma la qualità delle singole puntate rimane comunque alta. Lo stile di Ammaniti emerge prepotente in alcune riuscite sequenze oniriche alle quali è magari difficile attribuire un significato ben preciso ma che donano ulteriore fascino alla storia.

Il finale di stagione, che lascia presupporre un ritorno con nuove puntate, assesta almeno due o tre cliffhanger molto indovinati che potrebbero rivelarsi ottimi punti di partenza per nuovi sviluppi. Non ci resta che pregare per una seconda stagione.

lunedì 18 giugno 2018

NERO WOLFE APRE LA PORTA AL DELITTO

(A family affair di Rex Stout, 1975)

Ogni tot di tempo, soprattutto con l'avvicinarsi dell'estate, torna a farsi sentire il richiamo del giallo classico, della lettura da ombrellone (nonostante siano secoli che io non veda nemmeno l'ombra di un ombrellone) al quale si cede sempre con una certa facilità. A causa (o per merito) della foga compulsiva che avevo fino a qualche anno fa per quel che riguardava l'acquisto di libri, la nostra libreria è ancora ben fornita di questo tipo di letteratura che in verità ho un po' accantonato nel corso degli anni ma alla quale torno sempre volentieri per qualche excursus più leggero e defatigante. Questa volta la scelta è caduta su uno dei romanzi brevi di Rex Stout, il papà del celebre investigatore Nero Wolfe.

Per chi no lo conoscesse. Nero Wolfe è il più celebre investigatore d'America (almeno nei libri a lui dedicati), uomo dal carattere non facile e dalla stazza spropositata che lo porta ad uscire molto poco dalla sua elegante casa newyorkese, si affida al suo cervello oltremodo fino per risolvere i casi senza muoversi dalla sua poltrona. Amante ed esperto della buona cucina, passione seconda (forse) solo alla sua fissazione per le orchidee di ogni genere, Nero Wolfe si avvale dell'aiuto del segretario/investigatore Archie Goodwin che si occupa di tutto il lavoro di gambe senza mai dimenticare di metterci anche la testa. Il duo forma una coppia ben amalgamata e funzionale che si avvale di quando in quando di altri collaboratori come i fidi Saul Panzer, Fred Durkin e Orrie Cather, una sorta di famiglia allargata di occhi privati. Proprio il titolo originale del romanzo, Un affare di famiglia, tradotto qui da noi come Nero Wolfe apre la porta al delitto, identifica al meglio il tono della vicenda donandole un doppio significato che in traduzione purtroppo si perde.

Una sera alla porta di casa di Nero Wolfe si presenta Pierre Ducos, il miglior cameriere del Rusterman's Restaurant, ristorante amato da Wolfe e del quale in passato lo stesso investigatore fu uno degli amministratori. Vista l'ora tarda il signor Ducos viene accolto da Archie Goodwin al quale il cameriere racconterà alcuni suoi timori, l'uomo teme infatti di essere sotto minaccia e in pericolo di morte per questioni che solo a Wolfe vorrebbe raccontare. Goodwin offre così a Pierre riparo per la notte con la promessa di fissargli un appuntamento per il mattino seguente con Nero Wolfe. Dopo avere accomodato l'ospite per la notte, Goodwin lo lascia solo e, sorpresa sorpresa, l'uomo viene ucciso tramite una piccola bomba proprio in casa del celebre investigatore (che smacco!). Wolfe ovviamente prenderà la cosa molto sul personale, in un colpo solo perde un conoscente e il suo cameriere preferito e, essendo il delitto avvenuto in casa sua, colleziona anche una bella figura da niente. Il vero protagonista della storia è poi Archie Goodwin che si incaricherà del grosso delle indagini, i meccanismi sono conosciuti e ben oliati, Stout scrive di mestiere una vicenda che si lascia apprezzare senza grossi scossoni, una buona lettura di puro intrattenimento per il piacere dell'intrattenimento; in fondo di chi ha ucciso Pierre Ducos non frega nulla a nessuno (almeno non fregava nulla a me), però per passare un po' di tempo senza pensieri libri come questo vanno bene e sono una buona alternativa a Tex Willer. Anche se io continuo a preferire Tex Willer.

Rex Stout

lunedì 11 giugno 2018

TUTTO PER UNA RAGAZZA

(Slam di Nick Hornby, 2007)

Probabilmente Nick Hornby si è sparato tutte le cartucce migliori all'inizio della sua carriera infilando un paio di grandi libri, Febbre a 90 ma soprattutto il bellissimo Alta fedeltà, e almeno un altro molto divertente (Un ragazzo), poi un lento declino con esiti comunque per lo meno dignitosi. In questa seconda fase meno illuminata della carriera dello scrittore inglese si colloca anche questo Tutto per una ragazza, una lettura leggera e veloce che senza troppe pretese offre anche qualche spunto di riflessione su temi e situazioni delicati e importanti.

Sam è un quindicenne londinese, figlio di genitori separati che vive con la madre trentunenne, una giovane donna che ancora ricorda come l'arrivo di un figlio a sedici anni le abbia completamente sconvolto la vita. Ciò nonostante la donna ha un bel rapporto con il figlio, un bravo ragazzo che va bene a scuola e ama in maniera particolare lo skateboard. L'idolo di Sam è Tony Hawk, uno dei più grandi skater del mondo; l'attaccamento del ragazzo al campione è così profondo che Sam chiacchiera regolarmente con il poster di Tony che è appeso in camera sua. La cosa fantastica è che il poster di Tony risponde, dispensando consigli di vita presi di peso dalle pagine della sua autobiografia. In occasione di una festa alla quale Sam viene trascinato proprio da sua madre, il ragazzo incontra Alicia, una ragazza fantastica con la quale da subito instaura una relazione che porterà a conseguenze non proprio facili da gestire.

Certo, i migliori esiti di Nick Hornby sono molto lontani, tutto sommato Tutto per una ragazza si lascia leggere con piacere, lo scrittore sfrutta molto la sua abilità di raccontare storie universali con uno stile fresco e leggero, il tono divertente adottato da Hornby sdrammatizza qualsiasi evento che si voglia considerare pesante o negativo (in realtà grandi drammi nel libro non ci sono), sfrutta un paio di espedienti meno vicini al registro del reale come l'ipotetico viaggio nel tempo o il fatto che il protagonista parli e si confidi con il poster di un campione di skate, andando così a movimentare una vicenda altrimenti molto lineare. Tratteggia le dinamiche dell'adolescenza, dai primi amori, il sesso e soprattutto la gravidanza inaspettata, il problema di diventare madri, padri in un'età in cui ancora non si è donne, non si è uomini. Le responsabilità, i rapporti con le rispettive famiglie ma più di ogni altra cosa la difficoltà nel mantenere vivo un rapporto di coppia che si è creato quasi incidentalmente, sicuramente in anticipo sui tempi e destinato con ogni probabilità a chiudersi, consumarsi e bruciarsi nel giro di breve tempo.

Diverse riflessioni su alcuni aspetti della vita che sono reali e potrebbero capitare a chiunque sono anche interessanti, validi per tutti se messi in prospettiva, il libro comunque rimane parecchio leggerino e fa un poco rimpiangere il Nick Hornby degli esordi di cui quello di Tutto per una ragazza sembra esserne a tutti gli effetti una versione più stanca e sbiadita.

sabato 9 giugno 2018

DARK - STAGIONE 1

La via tedesca alla serialità moderna in fin dei conti non si è rivelata affatto male. Memori degli illustri predecessori che al loro tempo erano quasi appuntamenti immancabili come L'Ispettore Derrick o, per i cinofili, Il commissario Rex e, in giorni più moderni, il ben più tamarro Squadra Speciale Cobra 11, un pochino c'era da aver paura. Non parliamo poi di cose come Il mio amico Charlie o La nostra amica Robbie che nel panorama nostrano (senza scomodare quello internazionale o le eccellenze anglosassoni) potrebbero stare al pari giusto di un Don Matteo. Scopro inoltre anche l'esistenza di una serie con un titolo da applausi, Kebab a colazione, complimenti agli ideatori, che dovrebbe essere una sorta di Cesaroni in salsa kraut. Insomma un panorama non proprio incoraggiante. Ora, scherzi a parte, probabilmente la Germania avrà prodotto anche delle ottime serie, il Berlin Alexanderplatz di Rainer Werner Fassbinder potrebbe esserne un esempio così come l'Heimat di Edgar Reitz (che è più una serie di film), ciò non toglie che i prodotti televisivi tedeschi nell'immaginario italiano non destino proprio gli stessi entusiasmi di un Black Mirror, di un The Walking Dead o di uno Stranger Things qualsiasi. Si sa, i tempi cambiano.

Il Dark di Baran bo Odar e Jantje Friese tiene invece il passo della nuova serialità senza alcun timore riverenziale, rivelandosi assolutamente all'altezza di produzioni ben più blasonate e probabilmente anche molto più ricche. L'idea di base non è nuova e più d'una volta lungo il corso della visione di questi dieci episodi che compongono la prima stagione della serie (e ce ne sarà sicuramente una seconda, probabilmente 8 episodi), si avverte quel senso di déjà vu che può riportare alla mente decine di altri titoli, da Stranger Things a Twin Peaks e non solo, questi paragoni non sono del tutto centrati ma sicuramente comprensibili, per alcuni elementi gli accostamenti si possono accettare. A differenziare Dark dalle serie cugine, definiamole così, c'è sicuramente la provenienza europea, tedesca, che dona alla vicenda narrata e alle immagini una connotazione del tutto peculiare. I toni sono molto cupi, la narrazione è priva di ironia o di qualsivoglia accenno di spettacolarizzazione, anche le immagine restituiscono molto spesso un senso di inquietudine profonda capace di far scattare le molle giuste ed emozionare in maniera significativa. Plauso particolare alla scelta delle musiche, anche queste fondamentali per la buona riuscita della serie, un comparto sonoro che varia dal triste/malinconico al marziale tanto caro ai tedeschi; anche solo l'ascolto dei pezzi in colonna sonora, slegato dalle immagini, crea qualche moto d'apprensione.


L'impianto narrativo è un mix di thriller e fantascienza, una fantascienza molto adesa alla realtà, che non lascia grosse concessioni al fantastico se non per l'assunto che in qualche modo misterioso, nella Terra di Dark, i viaggi nel tempo sono possibili e per effettuarli, purtroppo, non serve nulla di così rassicurante come una vecchia De Lorean. La vicenda si sviluppa su più piani temporali e i personaggi coinvolti non sono pochi. L'unico difetto che si può riscontrare nella serie, a parte il non essere così originale, è la difficoltà che si incontra nel collocare i vari personaggi sia temporalmente (il problema minore) che all'interno delle relazioni tra di loro (già più complesso). Chi è chi? Chi è parente di chi? Quale personaggio è la versione passata/presente/futura di sé stesso? Insomma, raccapezzarsi non sempre è così semplice. Invece la serie funziona molto bene sul piano emotivo, che poi per me è quello che conta, inoltre il cast, nonostante non presenti volti noti, è ben assemblato e anche le scelte degli attori che interpretano uno stesso personaggio nelle varie epoche è curata in maniera lodevole.

Sicuramente derivativa, Dark magari non cambierà il rapporto che avete con le serie tv ma a conti fatta la serie è riuscita davvero bene, nuovi scenari sono pronti per la seconda stagione, molti i nodi da sciogliere sui vari personaggi, ben tratteggiati ma ancora da approfondire. Se i creatori riusciranno a superare l'ostacolo della potenziale ripetizione, Dark potrebbe riservare ancora dei bei momenti. E questo, solo il futuro ce lo potrà confermare.


Noi siamo convinti che il tempo sia qualcosa di lineare, qualcosa che procede in eterno e in maniera del tutto uniforme, qualcosa di infinito. In realtà, la distinzione tra passato, presente e futuro non è niente altro che un’illusione. Ieri oggi e domani non sono momenti che si susseguono e sono uniti in un circolo senza fine. Ogni cosa è collegata.

martedì 29 maggio 2018

SOLO: A STAR WARS STORY

(di Ron Howard, 2018)

L'origin story dedicata al contrabbandiere Han Solo (Alden Ehrenreich) è un classicissimo film studiato per accontentare i fan più tradizionalisti dell'universo di Star Wars e allo stesso tempo per poter intrattenere un po' tutti i tipi di pubblico. In fondo non poteva essere altrimenti data la scelta di Ron Howard dietro la macchina da presa, un regista dallo stampo classico, capace di portare a termine ottimi film in maniera impeccabile ma non proprio uno sperimentatore. Alla fine anche questa volta il caro Richie Cunningham ha fatto un buon lavoro, è anche vero che la prima scelta era caduta sull'accoppiata ben più anarchica formata da Lord & Miller, provenienti dall'animazione e autori dello splendido The Lego Movie, probabilmente avremmo visto una versione del Solo giovane ben più cazzara e imprevedibile, ma sai com'è?, ormai anche Star Wars è un brand di proprietà Disney e quindi la scelta finale non stupisce più di tanto. Ad ogni modo i motivi d'interesse nel film sono più d'uno, alcuni scontati ma ugualmente attesi dal pubblico, come ad esempio il primo incontro tra il protagonista e l'inseparabile Chewbecca (Joonas Suotamo). E poi volevamo perderci il piacere di assistere finalmente, dopo decenni d'attesa, al primo volo di Han sul Millennium Falcon? A quella famosissima partita a carte durante la quale Han vinse il Millennium dal precedente proprietario Lando Calrissian (Donald Glover) e soprattutto all'ormai storico viaggio in cui Han, alla guida del Falcon, percorse la rotta di Kessel in meno di dodici parsec? Si, lo so, è un po' una cosa da nerd, ma siamo a tutti gli effetti nel mito.

Per il resto il film ha una struttura molto lineare, assistiamo alla vita difficile che Han e la sua ragazza Qi'ra (Emilia Clarke, la Daenerys Targaryen del Trono di spade) conducono sul pianeta di Corellia, schiavi della viscida Lady Proxima. Durante un tentativo di fuga i due verranno separati, solo Han riuscirà a fuggire finendo negli anni seguenti a servire nella fanteria dell'Impero ma col fermo proposito di diventare quel pilota di prim'ordine che tutti conosciamo. Durante una delle battaglie della fanteria imperiale Han si imbatterà nel gruppo di contrabbandieri capitanati da Tobias Beckett (Woody Harrelson), l'incontro sarà l'occasione per affrancarsi dal fango della fanteria e volare finalmente verso lo spazio aperto.


Non aspettatevi quindi particolari sorprese, il giovane Han è già il prototipo del suo io adulto: sbruffone, sempre pronto a ficcarsi in qualche casino, attratto dall'illegalità ma col cuore inequivocabilmente al posto giusto. Un eroe romantico disposto a rischiare tutto per salvare la sua bella (e in futuro la sua principessa, come nelle favole), un amico fedele, una figura al 100% positiva, anche quando tenta di mascherarlo. Il suo amore sarà tutto per Qi'ra, il rispetto e l'amicizia per il delinquente Beckett, il lato da buddy movie sottolineato nel rapporto con Chewbe, il suo destino probabilmente già in odore di ribellione. Gli sceneggiatori e Howard inseriscono nel film tutti gli elementi per renderlo cool, uno su tutti lo stilosissimo Lando, interpretato ottimamente da Donald Glover, vedrei bene un film dedicato interamente a questa coppia di nemici/amici. L'aspetto più ironico è ancora una volta affidato a un droide, la socia e copilota di Lando, L3-37, un robot femminista e parecchio deciso. Anche la parte action più spettacolare è ben sviluppata soprattutto grazie alla sequenza della rapina al treno (sembra un western ma non è) che vista in sala ha il suo perché, anche l'aspetto sentimentale è ben presente, peccato l'Emilia Clarke che come attrice non riesce a far gridare al miracolo, manca forse ancora una volta un vero avversario di peso, l'apparizione sul finale di Darth Maul (Ray Park) crea più che altro aspettative per un possibile sequel più che avere rilevanza, mentre il Dryden Vos di Paul Bettany, ottimo attore, non impressiona più di tanto.

Tirando le somme Solo: a Star Wars story è un buon film d'intrattenimento, piacerà ai fan che troveranno diverse cose con cui sollazzarsi, diverte ma sarà ricordato principalmente per tutte quegli episodi che ci si aspettava di vedere, insomma, se il film racconta la storia di uno dei piloti migliori del cosmo, per la sua realizzazione ci si è affidati al pilota automatico, sicuramente meno talentuoso ma comunque in grado di riportarti a casa.

venerdì 25 maggio 2018

ASSASSINIO SULL'ORIENT EXPRESS

(Murder on the Orient Express di Kenneth Branagh, 2017)

Diciamo pure che se dovessi scegliere in fretta e furia cosa guardare in una serata colma d'indecisione, da far passare magari lontano dall'ultima puntata della serie televisiva in heavy rotation negli ultimi giorni, così, solo per staccare un po' e diversificare, difficilmente la mia scelta ricadrebbe su un film diretto da Kenneth Branagh, ma mica per un'avversione particolare nei suoi confronti, più che altro per una sua concezione di Cinema e di temi un poco divergente da quella a me congeniale. È anche vero che ultimamente il regista di Belfast ha un po' abbandonato le sue origini shakespeariane per finire addirittura in casa Marvel (Branagh ha diretto Thor), mettici anche l'affinità che provo per i libri della Christie, un credito gratuito che avevo sulla piattaforma Chili, e alla fine la scelta, perché no?, è caduta proprio su questo Assassinio sull'Orient Express.

Alla fine mi sono pentito? Beh, un pochino sì, perché questa versione del bestseller della Christie è noiosa e i difetti che si percepiscono nel film sono diversi, alcuni dei quali anche discretamente fastidiosi. Intanto l'interpretazione di Hercule Poirot data dallo stesso Branagh risulta esageratamente sopra le righe, l'investigatore belga è sicuramente un personaggio poco simpatico ma qui le sue fissazioni e il suo protagonismo sfiorano la demenza, sottolineata in un prologo del tutto superfluo dai toni della farsa. Detto che proprio il protagonista principale risulta sbagliato e poco convincente, potremmo anche chiuderla qui. Andiamo invece oltre. Cast di lusso completamente sprecato (o quasi): a parte Branagh abbiamo Johnny Depp (che ormai è da anni che detesto con garbo per le sue scelte dei copioni e delle parti da interpretare), il grande Willem Dafoe enormemente sottoutilizzato (l'avranno pagato molto), Penelope Cruz, la colonna Judi Dench, l'ottima Michelle Pfeiffer (e complimenti perché sembra una che ha deciso di non abusare di chili e chili di plastica sul viso), Daisy Ridley da Star Wars e altri volti ancora. Tanti grandi nomi ma nessuna parte tagliata a misura sull'attore, nulla che faccia emergere le qualità recitative di cui quasi tutti loro sono dotati; per rimanere in un campo che Branagh ama molto mi verrebbe da dire: "molto rumore per nulla".


Patinate e molto posticce diverse inquadratura e sequenze, Branagh è anche abile con la macchina da presa, sa come posizionarla, ma l'effetto che viene fuori dall'insieme di scenografie, regia e fotografia risulta troppo artefatto e finto; si perde inoltre molto del fascino dell'ambientazione originaria, quella del delitto nello spazio chiuso del treno, qui invece l'attenzione si sposta spesso sull'esterno, sui bei paesaggi innevati andando a svilire quell'idea di prigione forzata data dal vagone sul quale viene commesso il delitto, elemento di un Orient Express bloccato nella neve a causa di un incidente.

L'incedere preciso degli eventi, la scoperta degli indizi, i sospetti, sono tutti topoi che hanno fatto grande il genere ma che qui non avvincono, questo sì un vero delitto per un film dal classico impianto giallo, tenendo conto poi che la storia narrata è già nota a gran parte del pubblico il problema si ingigantisce ancora. La chiusa del film lascia presagire un sequel ispirato al romanzo Assassinio sul Nilo, inutile dire che al momento non sto trattenendo il fiato nell'attesa.

domenica 20 maggio 2018

IL GATTOPARDO

(di Luchino Visconti, 1963)

Il film di Luchino Visconti tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è un prezioso documento storico, testimonianza di uno dei periodi di passaggio che hanno segnato la Storia del nostro Paese, nella fattispecie quello che vede il declino dell'aristocrazia a favore di una più aggressiva borghesia arricchita in seguito ai moti Garibaldini e all'annessione della Sicilia al Regno Sabaudo: siamo a un passo dall'unità d'Italia. Il Gattopardo è stato unanimemente riconosciuto dalla critica come uno dei film più importanti del Cinema italiano, opera da conservare e film apprezzato anche nel panorama internazionale, fatto sottolineato dalla vittoria della Palma d'oro al Festival di Cannes edizione 1963. D'altronde le firme dietro all'opera sono prestigiose: Visconti aveva all'attivo già film importanti come Bellissima, Senso e soprattutto il capolavoro sulla questione meridionale Rocco e i suoi fratelli (a mio modesto parere anche superiore a Il gattopardo), alla sceneggiatura hanno lavorato nomi come Suso Cecchi d'Amico e Pasquale Festa Campanile e le musiche sono firmate da Nino Rota. Ma forse a colpire più di ogni altra cosa sono le scenografie curate dal meno noto Mario Garbuglia, di uno sfarzo e di una ricercatezza davvero pregevoli, ma su questo ci torniamo più avanti, quando sarà il momento di partecipare al ballo.


Siamo nel 1860. I mille sbarcano in Sicilia, la situazione politica è in rapido mutamento, crolla il mondo dell'aristocrazia a discapito della nuova borghesia, dei proprietari terrieri, spesso ricchi e incolti, il Principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster) assiste con rassegnazione alla fine di un'epoca, il suo amato nipote Tancredi (Alain Delon) si unirà ai nuovi movimenti rivoluzionari, è per lui necessario "cambiare tutto perché niente cambi", necessario per mantenere i privilegi ai quali la famiglia è abituata da sempre, è necessario unirsi al nuovo che avanza per rimanere sulla cresta dell'onda e avere parte al nuovo assetto che deciderà il futuro del Paese. Ma è evidente fin da subito come la futura classe dirigente, qui rappresentata dal Sindaco Don Calogero (Paolo Stoppa), futuro suocero di Tancredi, sia corrotta e materiale, l'onore, la nobiltà anche dei gesti, la forma, vengono messe da parte, screditate in nome dell'interesse. In tutto questo, nel passaggio da una vita da nobili alla rivoluzione garibaldina, e poi da questa alle fila dell'esercito dei Savoia e al futuro Regno italiano, è inevitabile che il sentimento principe sia per chi si vede ormai sul viale del tramonto, la nostalgia. È con grande malinconia che Fabrizio di Salina vede il dissolversi di un'era, uomo che si vede ormai sorpassato, dalla società ma anche dalla vita, diventa così emblematico lo scambio di battute con la bellissima e giovane futura sposa del nipote Tancredi, interpretata da una sensualissima Claudia Cardinale. Anche dal punto di vista dei sentimenti, delle emozioni, nonostante le attenzioni della giovane, il Principe acquista consapevolezza, sa di dover cedere le armi, il suo tempo è giunto, la fine è vicina, nonostante la maestria di Visconti permetta al regista di non mostrarci la morte del protagonista, tutto è chiaro, la morte che nel libro viene descritta e che nel film ci viene mostrata a livello metaforico, è indubbiamente ineluttabile.


Come spesso usava nel Cinema di una volta, una vicenda tutta siciliana viene messa in scena da un cast di stelle internazionali. Il protagonista è interpretato dall'americano Burt Lancaster doppiato dalla bella voce di Corrado Gaipa, il nipote prediletto è il francese Alain Delon, grandissima stella già con Visconti (vero nobile ma d'origine lombarda) nel capolavoro Rocco e i suoi fratelli, la stessa Cardinale, emblema della Sicilia, è tunisina di seconda generazione e solo d'origine italiana, il Conte Cavriaghi, amico di Tancredi, è interpretato da Mario Girotti (in arte poi Terence Hill), veneziano e unico interprete al quale è stato affibbiato un doppiaggio un poco discutibile, nel cast compaiono anche dei giovani Giuliano Gemma e Ottavia Piccolo. Una ciurma eterogenea che però agli ordini del capitano Visconti risulta affiatata e in grado di dare corpo coeso a una narrazione per molti oltremodo lunga e sfilacciata. Pensiamo che la sola scena del ballo finale occupa circa un terzo della durata dell'intero film che lambisce le tre ore, eppure, ciò nonostante, si rivela essere anche la più riuscita e coinvolgente dell'intera pellicola. È qui che viene fuori la sontuosità delle scenografie, quell'attenzione al dettaglio, alla messa in scena e al decorativismo che era stata imputata al regista in riferimento ad altre sue opere precedenti, è un'attenzione che riempie gli occhi: gli arredi di palazzo, i costumi, i vestiti delle dame, le alte uniformi, i drappeggi, l'illuminazione dei luoghi, gli ambienti, finanche i movimenti dettati dai vari balli restituiscono l'impianto di un altro mondo, un mondo che oggi visitiamo per lo più al Cinema o in qualche vecchio palazzo reale adibito a museo. All'interno della lunga sequenza del ballo si sviluppa la scena che personalmente ho più apprezzato: Fabrizio di Salina contempla un quadro a tema e riflette sulla morte che quasi sente inevitabile, spiazza un poco il nipote Tancredi e la bella Angelica; la giovane adula il Principe, gli chiede di ballare, la situazione ha un pizzico di sensualità in più di quel che ci si potrebbe aspettare dal contesto, il Principe rifiuta la mazurka ma accetta un valzer, il nipote mostra del disagio, la fronte imperlata di sudore. Dopo uno splendido giro di valzer, l'occhio del Principe si attarda qualche secondo di troppo sulla fanciulla che si allontana in compagnia di Tancredi. La gioventù è andata da tempo, un'epoca è finita, anche lo stomaco non è più quello di una volta, cosa resta al Principe per potersi ancora beare della vita?

Se Il gattopardo è riconosciuto unanimemente come capolavoro per la preziosa documentazione storica di un mondo ormai scomparso, ancora una volta è il lato più umano e intimo ad assurgere ai più alti livelli d'interesse, sul finale più che a una classe in via d'estinzione, in fondo, è solo al Principe che si guarda.

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