sabato 16 marzo 2019

GREEN ZONE

(di Paul Greengrass, 2010)

Armi di distruzione di massa. Quante volte leggendo articoli sulla guerra in Iraq, ascoltandone le cronache ai telegiornali, abbiamo sentito nominare questo spauracchio che in seguito si è rivelato solo opportunistico fumo negli occhi? Paul Greengrass parte da questo spunto, tutt'altro che secondario, per darci la sua visione della guerra praticamente in tempo reale, il film esce nelle sale addirittura prima della chiusura ufficiale del conflitto che terminò con la deposizione di Saddam Hussein a favore di un nuovo governo iracheno fortemente voluto dagli Stati Uniti d'America. Quella di Paul Greengrass è una visione morale del conflitto, critica nei confronti del Governo U.S.A. e dei poteri forti, rispettosa del singolo individuo (perché è vero che non è tutto oro ciò che luccica ma è anche vero che nelle situazioni difficili non sempre tutto è marcio o corrotto), è solidale con le vittime, la popolazione irachena che della Guerra avrebbe volentieri fatto a meno, giusto per usare un eufemismo. Questa visione della Seconda Guerra del Golfo, analizzata (ma neanche troppo) dalla giusta distanza, è soprattutto l'occasione per realizzare in maniera impeccabile un film di guerra energico ed adrenalinico che, al di là di riflessioni e prese di posizione, trova nella formula action il suo nodo centrale e meglio riuscito. La trama è lineare, prevedibile, ricorda per alcuni versi lo sviluppo del Cinema d'inchiesta giornalistico, quello in cui il marcio affiora poco a poco fino a venire allo scoperto e a travolgere i suoi stessi artefici divenendo il caso del momento. Un caso molto grave nella fattispecie, dato il numero di morti che si contano da ambo le parti dovuti al solito tornaconto politico ed economico degli americani. Quello che impressiona maggiormente è invece lo stile registico dinamico e quasi ansiogeno con il quale il regista ammanta l'intera pellicola. Tantissime riprese a terra con camera a mano ad inseguire i protagonisti, immagine sempre mobile, stacchi continui e rapidi, sensazioni di caos e confusione nelle sequenze d'azione ma tenute sempre sotto controllo, un comparto audio di altissimo livello che dona realismo a riprese già di per sé molto credibili, il tutto senza mai togliere chiarezza di lettura agli eventi, un risultato di tutto rispetto, vero pregio di questo Green Zone.


L'esercito americano ha preso Baghdad, Roy Miller (Matt Damon) è a capo di un'unità dell'esercito incaricata di esplorare diversi siti indicati come possibili nascondigli delle armi di distruzione di massa delle quali il regime iracheno sembra essere in possesso. Dopo diverse missioni il gruppo è ancora fermo al palo, i siti indicati dall'intelligence si rivelano sempre vuoti e le informazioni un buco nell'acqua dopo l'altro. Miller inizia a sospettare che qualcosa di anomalo sia da ricercarsi nelle fonti delle informazioni, esterna i suoi dubbi durante una riunione con i vertici suscitando fastidio in Clark Poundstone (Greg Kinnear), rappresentante del Governo U.S.A. in Iraq, e interesse in Martin Brown (Brendan Gleeson), agente C.I.A. che ha lo stesso punto di vista del militare. Miller così inizia a lavorare e ad indagare sul campo, si avvale della collaborazione di un informatore del posto, Freddy (Khalid Abdalla), grazie al quale riuscirà ad arrivare al Generale Al-Rawi (Ygal Naor), uno dei principali ricercati del famoso mazzo di carte usato dai soldati americani, e a dipanare la matassa che si è creata dietro ai motivi dell'intervento in Iraq.


Il protagonista del film è un uomo che ancora crede nella giusta causa, che ad ogni reazione debba corrispondere una motivazione valida, indiscutibile e moralmente accettabile. Miller, interpretato al meglio da Matt Damon, attore versatile che con la sua faccia comune sembra adattarsi ad ogni ruolo, non è in Iraq per accettare ciecamente le bieche manovre del suo Governo, è un soldato pietoso rispettoso della popolazione locale dalla quale, tramite la figura di Freddy, attraverso pochissime frasi che colpiscono come dei diretti al volto fortissimi, capirà quanto la posizione del suo Paese sia sbagliata e prepotente, lezioni di morale e umanità che purtroppo nell'economia di una guerra internazionale non contano niente. In questi episodi, forse gli unici di contenuto vero, Damon è bravissimo a incassare i colpi, le parole sembra colpiscano davvero più delle pallottole, il resto è costruzione e messa in scena di Storia nota nella cornice di un film di genere molto ben realizzato.

mercoledì 13 marzo 2019

CAPTAIN MARVEL

(di Anna Boden e Ryan Flack, 2019)

Guardando i film della Casa delle Idee (come storicamente viene definita la Marvel) e soprattutto mettendoli a confronto con quelli della Distinta Concorrenza (la D.C. Comics), sembra quasi che ai Marvel Studios ogni cosa riesca al meglio con enorme facilità. Sicuramente questa è una mera semplificazione, dietro al Marvel Cinematic Universe c'è una pianificazione in corso ormai da più di un decennio che ha portato a risultati di ottimo livello (pur non esenti da difetti) nel campo dell'intrattenimento e addirittura alla vittoria di ben tre Oscar per il recente Black Panther. Il franchise Marvel non ha nemmeno bisogno di nomi di richiamo alla regia per andare a segno, i film come si dice in gergo ormai "si vendono da soli", portano carrettate di denaro sonante e fanno la felicità allo stesso tempo di produttori e consumatori. Sul finire della terza fase del progetto denominato Marvel Cinematic Universe, che si concluderà con l'imminente Avengers: Endgame, arriva finalmente il primo film dedicato in toto a una supereroina: Carol Danvers, alias Capitan Marvel (Brie Larson), personaggio storico e di un certo peso all'interno dell'universo a fumetti della Marvel Comics. Anche quando si ha l'impressione che la saturazione da cinecomics sia ormai alle porte (mi era capitato guardando Ant-Man and the Wasp ad esempio), bastano pochi mesi di digiuno e un film come Captain Marvel per far tornare la voglia di andare al Cinema e seguire le avventure di questi eroi in pigiama; il fatto che le avventure di tutti questi eroi siano collegate fra loro non fa che rendere la cosa più avvincente e intrigante (ah, la cara vecchia continuity...).


All'interno del segmento blockbuster supereroico Captain Marvel può considerarsi un ottimo film grazie alla costruzione di una trama molto solida seppur non sempre lineare, caratteristica che spiazza nei primi minuti (quelli ambientati nella galassia dei Kree e che si rivelano anche i più deboli) ma che raccoglie tutti i suoi frutti nella lunghissima sequenza sulla Terra che vede protagonisti oltre a Carol Danvers anche Nick Fury (Samuel L. Jackson) e l'agente Coulson (Clark Gregg). Ci vuole un attimo per arrivare al cuore del personaggio e nel vivo del film, la classica origin story da prima comparsa cinematografica ci viene offerta a piccole dosi, tassello dopo tassello per tutta la durata del film, andando a costruire un bel personaggio che non tradisce troppo le sue origini cartacee legate al Mar-Vell originale, qui completamente ignorato (o almeno molto, molto reinterpretato). Vers (Brie Larson) è un guerriero della razza dei Kree, un membro della Starforce comandata da Yon-Rogg (Jude Law), condottiero nella guerra contro la razza dei mutaforma Skrull. Priva di memoria, Vers ha dei lampi che la rimandano a un vita diversa alla quale non sa dare spiegazione, nemmeno la Suprema Intelligenza dei Kree sembra essere d'aiuto. I tasselli inizieranno pian piano a riemergere e a ricostruire il retaggio terrestre della donna solo in seguito a un rapimento da parte degli Skrull e al precipitare degli eventi che porteranno Vers sulla Terra, luogo dove la sua storia prenderà forma e la trasformazione in Capitan Marvel diverrà definitiva.


L'idea vincente del film è stata probabilmente quella di ambientare il tutto molto prima degli eventi narrati negli altri film del MCU; quando Vers atterra sulla Terra (scusate il gioco di parole) si schianta su un negozio della catena Blockbusters, alcuni film a noleggio, le auto per strada, l'estetica delle scenografie ma soprattutto la musica scelta come colonna sonora, ci riportano a metà degli anni 90 andando ad aggiornare quella vena retrò nostalgica imperante nella cultura pop moderna che per lo più finora si era concentrata sulla riscoperta del decennio precedente, i cosiddetti favolosi eighties. Da qui in avanti il film convince appieno rivelandosi uno dei migliori prodotti Marvel finora concepiti, Vers pian piano diverrà Carol Danvers e colmerà le lacune della sua vita precedente causate da un evento risalente ad ormai sei anni prima, scoprirà l'importanza che avevano per lei la sua amica Maria Rambeau (Eva Padoan) e sua figlia Monica, l'aviazione degli Stati Uniti e la dottoressa Lawson (Annette Bening), riconsidererà il ruolo di Yon-Rogg e della Starforce tutta e metterà in prospettiva persino la guerra Kree/Skrull. Ad aiutarla un Fury e un agente Coulson sui quali è stato fatto un lavoro di ringiovanimento digitale stratosferico, soprattutto per Samuel L. Jackson il risultato è pazzesco e naturale, quasi sulla soglia tra l'irreale e l'immorale (almeno l'attore in questione è ancora vivo). C'è un equilibrio perfetto tra costruzione della storia, omaggi al mondo Marvel (da lacrime quello per Stan Lee in apertura), sequenze ironiche e spiritose, uso della musica, incastri con gli altri film, scene action e letture morali positive sempre educative per i più piccoli. Capitan Marvel è un eroe positivo al 100%, dice no a razzismo, maschilismo e arrendevolezza, cosa si può chiedere di più a un modello femminile che anche dal punto di vista della bellezza risulta più vicino all'umano che non al divino? (vedi ad esempio Margot Robbie o Gal Gadot, vere dee scese in Terra). In più, in ottica futura, Capitan Marvel è uno dei pochi personaggi in grado di poter fare il culo anche a Thanos, e quindi...


Per i Marvel fan: interessante vedere da dove nasca l'idea del nome che Nick Fury sceglierà per il Progetto Avengers, come lo stesso si ritrovi senza un occhio e soprattutto muove un po' di aspettativa quel cognome, Rambeau, ancor più se a portarlo è una bambina di nome Monica.

Nel complesso anche nel portare sui grandi schermi la prima supereroina la Marvel batte la D.C. che con Wonder Woman aveva centrato il bersaglio solo in minima parte. Captain Marvel invece fa centro pieno e si candida come protagonista di primo piano per la chiusura della terza fase del MCU in Avengers: Endgame. Possiamo farcela, l'attesa sarà di un solo mese!

lunedì 11 marzo 2019

AI CONFINI DELLA REALTÀ

(Twilight zone: The movie di John Landis, Steven Spielberg, Joe Dante, George Miller, 1983)

Anche rivisto ora, a distanza di più di trentacinque anni dalla sua uscita, Ai confini della realtà si conferma un film che ha mantenuto molto meno di quello che era lecito aspettarsi dal progetto, almeno visti i nomi coinvolti nella realizzazione di questo film. Ai confini della realtà nasce come sentito omaggio alla serie tv omonima degli anni 60, The twilight zone, che in un bianco e nero d'epoca presentava episodi slegati l'uno dall'altro e accomunati solo dal tema del fantastico declinato nelle sue diverse accezioni, horror e fantascienza su tutte, con un occhio di riguardo alla creazione della suspense: un vero caposaldo di quegli anni.

Rod Serling e Richard Matheson per soggetto e sceneggiatura, alla regia quattro dei direttori più importanti del decennio (siamo negli anni 80), quattro uomini che con il fantastico sono andati a nozze più volte. Si alternano per i quattro episodi (più prologo) che compongono questo film antologico Steven Spielberg che non ha bisogno di alcuna presentazione, Joe Dante (Gremlins, Explorers) altro nome che ha lasciato il segno sulla cultura pop di quegli anni, il George Miller creatore della saga di Mad Max (e scusate se è poco) e John Landis (Un lupo mannaro americano a Londra tra le altre cose). A parte il prologo e il primo episodio, Time out, entrambi diretti da Landis, gli altri tre segmenti sono dei rifacimenti tratti dalla serie classica, per un prodotto destinato alle sale sarebbe stato lecito aspettarsi uno sforzo creativo maggiore, ad ogni modo l'occasione rimaneva comunque ghiotta. Proprio il prologo si rivela una delle cose migliori del film, l'introduzione è realizzata in puro stile Landis, un miscuglio di tensione horror stemperata da tantissima commedia: due viaggiatori (Dan Aykroyd e Albert Brooks) in auto, esterno notte, una strada solitaria... i due cantano sulle note di Midnight Special dei Creedence, cazzeggiano con i fari, con le storie che fanno paura, giocano a indovinare i motivi delle trasmissioni famose... una sequenza molto divertente che finirà con la classica sorpresa, nel frattempo c'è modo di citare e di discutere della vecchia The Twilight Zone, se ne citano gli episodi più celebri, sarà il modo per dare il via alla prima storia, sempre targata Landis, dove un americano razzista (Vic Morrow) che ce l'ha con i negri, gli ebrei e i musi gialli si troverà catapultato nelle Germania nazista proprio nei panni di un ebreo, poi in quelli di un nero braccato dal Ku Klux Klan e infine visto dai suoi stessi compatrioti come un muso giallo nella giungla vietnamita. Proverà in prima persona gli effetti del razzismo di cui lui stesso era promotore. Episodio molto classico, rientra bene nel mood dell'opera pur non garantendo particolari brividi né sussulti di sorta, richiama i classici degli anni 60 senza tener troppo conto che più di vent'anni sono comunque passati. Si poteva fare di meglio.


Spiace constatare come l'episodio più fiacco sia quello di Spielberg che come in molte altre occasioni (ma non in tutte) si delinea come regista buonista e lontano da quel pizzico di cattiveria necessaria in un progetto come questo. È ancora una volta una fiaba magica che il regista sceglie di rappresentare: in un'ospizio per anziani il signor Bloom (Scatman Crothers), uno degli ospiti, ha la strana capacità di donare una seconda occasione ai suoi amici vecchietti di tornare a giocare, amare, divertirsi come accadeva da bambini. Per una notte soltanto, o per tutta la vita... non rimane che scegliere. Ma non per tutti gli ospiti la scelta sarà così scontata, non tutti vorranno rivivere la propria vita. Nostalgia, ritorno alla giovinezza, magia, sentori di quel Peter Pan che a Spielberg deve piacere davvero molto... il tutto in una costruzione prevedibile che non lascia spazio allo stupore, un po' un paradosso per il Cinema di Spielberg, il tratto meno interessante dell'intero progetto.


Poi arriva Dante con Prigionieri di Anthony, l'episodio non esalta, c'è un finale consolatorio di troppo ma almeno ha quel pizzico di cattiveria in più che serviva e offre soluzioni più interessanti sul piano visivo e della recitazione. In un piccolo paesotto la maestra di passaggio Helen Foley (Kathleen Quinlan) investe accidentalmente un bimbo in bicicletta. Anthony (Jeremy Licht), che fortunatamente non si è fatto nulla, invita la nuova conoscente a casa sua, serve qualcuno che lo riaccompagni, la bicicletta è rotta e così... Una volta a casa Helen troverà una famiglia ben strana, oltremodo ossequiosa nei confronti del ragazzo, quasi intimorita. La scenografia di questo terzo atto porta un po' di brio al film, colori più accesi, un tocco surreale e artigianato da serie B per quel che riguarda il comparto effetti speciali che riesce a donare una certa forza kitsch all'intero episodio nel quale Dante tratteggia un protagonista poco affabile, seppur involontariamente, e con un tocco sadico che non guasta.


Si chiude fortunatamente con l'episodio migliore, l'unico veramente degno di qualche interesse dell'intero lotto, arriva da Miller, il regista che tra tutti avrei detto più lontano per inclinazione a un'operazione del genere. John Valentine (John Litghow) dà l'impressione di essere un uomo a cui non piace volare, pur volando spesso per lavoro. Già in ansia, crede di aver visto qualcosa sull'ala dell'aereo che sta attualmente attraversando una tempesta di discreta violenza. Il personale di bordo ha il suo bel da fare per tenerlo tranquillo, ma Valentine continua a fissarsi su quella maledetta ala, questa volta vede chiaramente un piccolo mostro intento a sabotare i motori dell'aereo. È panico, ma sarà tutta follia quella di John o è realtà? Intanto uno dei motori dell'aereo si inceppa... L'episodio di Miller è l'unico a creare un po' di tensione, l'atmosfera è quella giusta, le immagini anche, forse per sensibilità più vicino ad alcuni episodi del revival della serie originale andato in onda a metà anni 80 anche se la sceneggiatura arriva da un soggetto dei 60. In chiusura ci si riallaccia in qualche modo al prologo e il cerchio si chiude.


Salvando a pieni voto un solo episodio e l'introduzione si può affermare che nel complesso il film non sia poi così riuscito, con l'aggravante di aver tirato in causa nomi non solo illustri ma delle vere colonne del genere (e non dimentichiamo il contributo di Richard Matheson). Ai confini della realtà, il film intendo, nulla aggiunge a quel che aveva da dire la serie originale, rimane giusto un omaggio, realizzato sicuramente con amore ma dagli esiti non troppo felici.

sabato 9 marzo 2019

PAUL

(di Greg Mottola, 2011)

Paul avrebbe potuto essere la chiusura perfetta della trilogia del cornetto diretta da Edgar Wright (serie di film anch'essi interpretati dalla coppia Nick Frost e Simon Pegg), un'opera composta da L'alba dei morti dementi, Hot Fuzz e La fine del mondo. La trilogia aveva alla base una bella idea, semplice ma divertente: in tre film andare a parodiare i maggiori generi cinematografici (horror, action e fantascientifico) e abbinare ognuno di questi a un colore che richiamasse oltre al genere di turno anche un classico gusto usato per i cornetti confezionati (rosso/fragola, blu/cornetto classico, verde e nero/menta e cioccolato). The Three Flavours Cornetto Trilogy è un progetto nel complesso molto riuscito e divertente che ha proprio nell'ultimo capitolo, quello dedicato alla fantascienza, il suo punto più debole, una lieve caduta di tono forse dovuta anche al fatto che la coppia Frost/Pegg non è più l'indiscussa protagonista all'interno di un film che presenta un cast allargato e più corale che rende La fine del mondo meno centrato e ficcante degli episodi precedenti. Ecco, pur non essendo all'altezza de L'alba dei morti dementi, non mi sarebbe dispiaciuto vedere questo Paul come punto di chiusura ideale della trilogia, Greg Mottola ha una mano diversa da quella di Edgar Wright ma le passioni comuni non mancano e il regista si difende bene girando un film leggero, divertente e sicuramente impregnato dell'amore per quel genere di fantascienza capace di creare prima di tutto tanta meraviglia. Poi con l'apporto di Wright le cose avrebbero potuto andare addirittura meglio.

Graeme (Simon Pegg) e Clive (Nick Frost) sono una coppia di nerd inglesi in trasferta americana, dopo una visita al San Diego Comic Con i due hanno pianificato un tour negli States che avrà come tappe le principali località di avvistamenti U.F.O. e quelle legate in qualche modo agli alieni: l'Extraterrestrial Route, Roswell, l'Area 51, la blackmail box e cose del genere. Così, dopo aver incontrato uno dei loro idoli al Comic con, lo scorbutico Adam Shadowchild (Jeffrey Tambor) i due amici noleggiano un camper e partono per la loro Grande Avventura durante la quale si imbattono niente meno che nel classico alieno dalla testa grossa e grigia, proprio quello che sta sopra agli adesivi e a tutta quell'altra roba aliena. Paul, questo il nome dell'alieno, è sulla Terra da qualche decennio, durante gli anni è stato ostaggio e consulente del governo USA ed ora è in fuga, braccato dall'agente Zoil (Jason Bateman) e da un paio di improbabili detective dell'F.B.I., gli agenti Haggard (Bill Hader) e O'Reilly (Joe Lo Truglio). La sua destinazione è un luogo dove, va da sé, dovrà ricongiungersi con la sua famiglia, tipico cliché da fantascienza per tutti.


Ed è proprio a quel tipo di fantascienza, quella ammantata di ignoto e meraviglia, buoni sentimenti ed animo familista che guarda il film di Mottola, è un omaggio spudorato e dichiarato ai film dell'infanzia, sporcato da un filo lieve di scorrettezze garantite da un protagonista un poco vizioso e sboccato e imbevuto di forti dosi di amicizia virile e buddy movie con un tocco sentimentale a corredo. Il debito nei confronti di Spielberg è non solo evidente ma in maniera onesta anche palesato, l'accoppiata Frost/Pegg è ormai più che rodata e anche questa volta non delude, tra amicizia di lungo corso e qualche scintilla di gelosia sembra di tornare su percorsi già battuti e largamente apprezzati in precedenti occasioni. Sospendo il giudizio sulla scelta di far doppiare il protagonista a Elio delle Storie Tese, voce a mio avviso troppo riconoscibile, un doppiatore di professione l'avrei forse preferito. Se non si leggono i credits in anticipo, Mottola si ritaglia per il finale anche una sorpresa piacevole per tutti i fan della fantascienza al Cinema, ennesimo atto d'amore verso un genere che con tutta probabilità deve aver allietato parecchie serate del regista newyorkese.

Paul è un gioco divertente, una commedia d'amore (per la fantascienza) che ha il merito di trovare nella parte finale del film anche un buon ritmo che permette di terminare la visione con un bel senso d'appagamento che non si avverte proprio dalle prime battute. Il risultato finale è di peso lievissimo ma sicuramente ben calibrato, questo strano incontro con Paul alla fine ha portato buoni frutti.

mercoledì 6 marzo 2019

SHUT UP AND SING

(Dixie Chicks: Shut up and sing di Barbara Kopple e Cecilia Peck, 2006)

Le Dixie Chicks sono un trio country di origini texane composto dalle sorelle Martie Maguire ed Emily Robinson (i cognomi sono quelli dei rispettivi mariti) e dalla cantante solista Natalie Maines, un combo affiatato che calca insieme i palchi d'America (e non solo) fin dalla metà degli anni 90. Il gruppo in realtà nasce già nel 1989 come proposta bluegrass, insieme alle sorelle Martie ed Emily militavano nella band altre due componenti, ma ai fini della presentazione di questo Shut up and sing quella parte della storia al momento non ci interessa (ma voi approfonditela, potrebbe valerne la pena). Barbara Kopple, premio Oscar per Harlan County, e Cecilia Peck seguono il gruppo nel corso del triennio che va dal 2003 al 2006, anni in cui la vita della band diventa difficile: al successo di proporzioni vastissime incontrato fino a quel momento subentra un periodo molto difficile scaturito da una dichiarazione esternata con leggerezza (tra l'altro più che condivisibile) che porterà a conseguenze difficili da prevedere.

Siamo nel Marzo del 2003 allo Sheperd's Bush Theatre di Londra, una delle date del Top of the world tour delle Dixie Chicks; gli U.S.A. sono in procinto di dichiarare guerra all'Iraq di Saddam Hussein sulla base del ritrovamento di armi di distruzioni di massa, informazione che ormai sappiamo tutti di lì a poco si rivelerà essere una bufala colossale. Tra un brano e l'altro, in maniera molto diretta la cantante del gruppo Natalie Maines afferma di essere contraria alla politica del suo Paese e di provare vergogna per il fatto che il Presidente degli Stati uniti sia un texano come loro. Il documentario Shut up and sing si apre proprio sulle conseguenze più immediate scatenate da quella dichiarazione: l'odio di un pubblico livido e rancoroso nascosto dietro l'anonimato del web al quale le Dixie Chicks fanno fronte grazie al legame che le unisce, molto simile a quello di una vera e propria famiglia allargata. Stacco all'indietro, si torna a qualche tempo prima di quella serata a Londra, le Dixie sono un fenomeno da record per il settore country, uno dei gruppi femminili ad aver venduto più dischi nella storia della musica, si esibiscono al Super Bowl, cantano l'inno americano, firmano un contratto di sponsorizzazione molto remunerativo con la Lipton per il loro tour, è il ritratto di un gruppo al vertice. Si torna alla serata incriminata: il montaggio alterna scene del pubblico in attesa dello show, quelle della band nel backstage con le proprie famiglie, le manifestazioni a Londra contro la guerra e l'esecuzione del brano Travellin soldier delle Dixie ai filmati di repertorio con le dichiarazioni dei politici, da George W. Bush a Colin Powell, sull'imminente avvio della guerra. Poi la frase incriminata. Poi il diluvio.


La frase riportata dalla stampa britannica arriva in America con grande disappunto di tutta una parte di popolazione di stampo repubblicano, si susseguono le dichiarazioni di biasimo nei confronti delle Dixie Chicks che vanno dal semplice fastidio all'insulto fino ad arrivare alla minaccia; le radio di matrice country vengono invitate dal loro pubblico (a forte maggioranza repubblicana) a non trasmettere i brani della band, prendono il via delle vere e proprie campagne di boicottaggio nei confronti del gruppo con tanto di distruzione in pubblico dei loro Cd, si azzerano i passaggi in radio, sorgono problemi con lo sponsor, tutto in un battage mediatico di grandissime proporzioni. Sembra incredibile quanto la scarsa lucidità delle masse possa mettere in discussione una carriera costruita con anni di dedizione.


Shut up and sing segue le vicende del gruppo nei tre anni successivi a quella famosa serata, mettendo in luce la difficoltà di portare avanti un discorso musicale nel bel mezzo di una tempesta mediatica avversa, la determinazione di Natalie mista a qualche senso di colpa verso gli altri membri della band e del team di supporto, la paura determinata da minacce di morte in alcune occasioni molto serie e preoccupanti, il tutto intervallato dalla stesura delle nuove canzoni, ovviamente influenzate dai recenti accadimenti, dalla vita familiare, gravidanze comprese, e dalle mosse da attuare per continuare a navigare in un business che in parte sta voltando le spalle alla band. La presa diretta dona un gusto molto casalingo al documentario, quello che viene fuori maggiormente è il senso di famiglia e di unione che si respira nell'entourage delle Dixie Chicks, la resa visiva quasi spartana è però valorizzata da un contesto musicale di sicuro valore, le ragazze sanno come si scrive una canzone e come la si debba presentare al pubblico. Kopple e Peck (figlia di Gregory) ci presentano un pezzo di storia moderna della musica che vale la pena di essere conosciuto, alla fine la voglia di procurarsi qualche album delle Dixie non tarderà a farsi sentire.

domenica 3 marzo 2019

BARRY SEAL - UNA STORIA AMERICANA

(American made di Doug Liman, 2017)

Barry Seal aveva tutte le caratteristiche in regola per diventare uno di quei film capaci di trasformarsi in un piccolo cult personale per moltissimi spettatori; il film si rivela piacevole ma l'occasione purtroppo è andata sprecata, rimane un bel vedere per i fan di Tom Cruise che qui offre un'ottima prova d'attore e da guascone nonostante l'età che avanza e una faccia sempre meno mobile a causa (credo) di qualche ritocchino artificiale di troppo. Personalmente adoro le storie criminose, quelle con i gangster ma anche tutte quelle legate al narcotraffico, all'acquisizione di potere e ricchezza che allacciano in maniera torbida bel mondo e delinquenza, meglio ancora se a muovere la vicenda, come qui accade, ci sono alla base personaggi realmente esistenti e fatti storici più o meno riportati fedelmente. Come dicevo le premesse erano ottime, almeno per me.

La storia è ispirata, senza seguirla proprio passo per passo, a quella del vero Barry Seal (qui interpretato da Tom Cruise) uno dei più giovani e talentuosi piloti di linea in forza alla compagnia TWA negli anni 60. Grazie al suo talento il pilota viene contattato da una fantomatica agenzia dietro la quale si cela niente meno che la C.I.A. la quale, tramite il contatto Schafer (Domhnall Gleeson), offre a Seal un lavoro molto ben retribuito e un piccolo aereo davvero moderno per sorvolare i campi dei ribelli sandinisti in Nicaragua e fotografarli, così da documentarne attività e potenziale allo Zio Sam. Seal inizierà così ad alternare i voli ufficiali della TWA a quelli clandestini, trascurerà un poco la famiglia, la bella moglie Lucy soprattutto (Sarah Wright) ma inizierà ad accumulare una ricchezza molto consistente. La sua vita si incasinerà ancor di più quando in uno dei suoi viaggi verrà preso da parte da Carlos Lehder (Fredy Yate Escobar) che insieme a Jorge Ochoa (Alejandro Edda) e a Pablo Escobar (Mauricio Mejía) "costringeranno" Barry a diventare il miglior corriere del cartello di Medellin. Con il traffico di droga la ricchezza di Barry diviene esponenziale, i rischi aumentano, la famiglia Seal sarà costretta a trasferirsi in fretta e furia ma col tempo arriverà ad avere un tenore di vita altissimo, forse troppo, il giro d'affari di Barry diverrà un piccolo impero con una tenuta sua a disposizione, un hangar, cinque o sei aerei e dei collaboratori fidati... e poi arriverà anche il traffico d'armi per il governo. L'unico problema sembra quello di trovare un posto dove stipare i soldi... ma si sa, in certi ambienti la pacchia non dura mai troppo a lungo...


Doug Liman sceglie uno stile parecchio glamour per narrare la vicenda di Seal che come personaggio attira da subito le simpatie delle spettatore e col suo fare molto leggero e divertito ricorda un po', seppur in altro contesto, il Jordan Belfort di Di Caprio in The wolf of wall street. L'accumulo di ricchezza fa un po' perdere il senso della misura al protagonista, spavaldo già di suo, e per delineare al meglio il personaggio Liman trova un Tom Cruise ancora in ottima forma e perfetto per la parte. L'estetica della fotografia ricorda molto il Cinema dei 70, un bel lavoro è stato fatto sulla scelta dei colori e sui costumi anche se il tutto ha un sapore di già visto, ma questo non sarebbe nemmeno un grosso problema. Barry Seal - Una storia americana è un film tutto sommato divertente, manca però di vero mordente e di quell'afflato epico che ha spesso caratterizzato le storie di questo tipo. L'andirivieni ripetuto di Seal a causa dei voli di linea, delle missioni per la C.I.A., delle consegne di droga si mangia una buona parte del film nel quale l'aspetto cronachistico prende un po' il sopravvento sui personaggi, mancano i momenti, quelli memorabili e quindi si perde il confronto con altre pellicole di genere simile ma di caratura ben superiore. A fine visione si rimane con l'amaro in bocca per un film piacevole ma che avrebbe potuto essere qualcosa di decisamente migliore. Rimane comunque apprezzabile lo spaccato storico che mette in luce le manovre poco pulite del governo U.S.A. (la vicenda dei Contras ad esempio) e una gestione degli affari di Stato quantomeno scriteriata all'interno della quale Seal è solo una delle tante pedine, anche questo aspetto è sempre trattato con leggerezza all'interno di un film che come unico scopo sembra si sia dato quello di intrattenere.

venerdì 1 marzo 2019

LA FISICA DEI SUPEREROI

(The physics of superheroes di James Kakalios, 2005)

James Kakalios è un docente di fisica dell'Università del Minnesota; appassionato di fumetti ebbe anni addietro la brillante idea di movimentare le sue lezioni unendo i principi della fisica, il cui insegnamento era parte del programma didattico, alle dinamiche che spesso si presentano tra le pagine dei comics di casa Marvel e Dc. Ma facciamo un passo indietro. Forte della sua esperienza in qualità di insegnante, Kakalios sviluppò la consapevolezza che gran parte degli esempi teorici presentati agli studenti durante i corsi di fisica, anche quelli più basilari, finivano per annoiare i ragazzi senza mai coinvolgerli sul serio. Cosa volete che possa importare a un post adolescente di carrucole, molle e pesi in scivolata su piani inclinati? Un bel niente! Non gliene importava nulla e in più la materia veniva presentata in maniera barbosa. Perché allora non rendere tutto più vivace usando un argomento che se proprio non appassionava tutti almeno era capace di catturare l'attenzione e divertire gran parte della platea? Come prevedibile il sistema portò buoni risultati, La fisica dei supereroi è un po' il coronamento di questa idea indovinata, un manuale di fisica alla portata più o meno di tutti (non servono grosse conoscenze pregresse per affrontarne la lettura), capace di trattare temi di fisica basilare fino ad arrivare a nozioni di fisica quantistica senza mai annoiare il lettore, nemmeno quello più lontano dai temi scientifici trattati.

La prosa è sempre scorrevole, discorsiva, solo in pochissimi casi si addentra in modo specifico nel linguaggio tecnico, il lettore a digiuno di nozioni in materia potrà seguire questo mini corso senza particolari problemi, facendosi anche due risate proprio grazie agli esempi riportati e al piglio molto divertito dell'autore. L'assunto di base è che, nonostante la fantasia delle situazioni proposte, molto spesso i comportamenti dei supereroi nei fumetti, anche quelli più incredibili, risultano coerenti con le leggi della fisica e si dimostrano ottimi spunti di partenza per iniziare a spiegare i diversi aspetti della materia che regola il funzionamento dell'Universo stesso. Accettato il fatto, ad esempio, che un ragazzo adolescente morso da un ragno altamente radioattivo, invece di crepare o agonizzare tra atroci dolori, acquisisca poteri e forza proporzionali di un ragno diventando Spider-Man, beh... il resto dei comportamenti e delle imprese dell'Uomo Ragno (magari non proprio tutte) si rivela più che plausibile agli occhi della fisica.

Il libro è diviso in quattro sezioni: la prima esplora la meccanica toccando argomenti come la gravità, le leggi della dinamica di Newton, l'accelerazione, l'attrito e cose meno note come la relatività speciale, il momento torcente o il moto armonico semplice; il secondo capitolo si occupa di energia con i principi della termodinamica, convezione e conduzione, elettricità, magnetismo e simili; si passa poi a concetti di fisica moderna: fisica atomica, meccanica quantistica, teoria dei molti mondi, teoria delle stringhe, etc... per chiudere poi con il classico che cosa abbiamo imparato? dove vengono sottolineati invece alcuni macroscopici errori che si trovano nei fumetti di supereroi. Alla fine della lettura, oltre ad aver goduto di pagine tutto sommato divertenti, il lettore avrà sicuramente acquisito qualche concetto di fisica, ne saprà più di prima sull'argomento e inoltre avrà imparato anche qualcosa sulla storia del fumetto di supereroi che magari non si conosceva. La fisica dei supereroi è la dimostrazione che per appassionarsi anche agli argomenti che possono sembrare più ostici basta trovare il professore giusto!

James Kakalios

martedì 26 febbraio 2019

LA SETTA DELLE TENEBRE

(Rise: blood hunter di Sebastian Gutierrez, 2007)

Dopo un paio di film impegnativi avevo voglia di qualcosa di più leggero, così mi rivolgo al genere e nella fattispecie vado sull'horror, un tipo di film che non frequento troppo spesso e che non riprendevo in mano da moltissimo tempo. De La setta delle tenebre ricordavo (forse erroneamente) che non se ne parlò così male ai tempi della sua uscita, e allora... perché no?

Mi accomodo sul divano, sacchetto di tacos in mano, bibita, stanza buia, televisore grande, si parte... dopo una quindicina di minuti mi sono ritrovato quindicenne, quando il venerdì sera, in seconda serata, si guardavano cose come lo show dello Zio Tibia o i vari Notte Horror e simili, quando i film dell'orrore molto spesso più che far paura facevano ridere (anche se di lì son passate diverse perle) ma allo stesso tempo creavano attesa e anche un po' di tensione. La setta delle tenebre andrebbe bene proprio per un passaggio televisivo, magari su Italia 1, poco impegnativo, in totale relax e senza nessuna pretesa. Siamo di fronte a un film dell'orrore che non fa paura, mai, neanche un briciolo e nemmeno per sbaglio, che pretende di mostrarci qualche ettolitro di sangue ma che non riesce a smuovere nulla nemmeno con i classici trucchetti da bigino elementare legati ad aumento di volume ed entrate in scena improvvise. Non parliamo poi del canovaccio stantio della maledizione del succhiasangue (chiamateli vampiri o come volete), del protagonista lacerato tra il bisogno di sopravvivenza e i rimorsi di coscienza causati dal dover interrompere vite altrui per tirare a campare...

Beh... lei ha il suo perché!

Sebastian Gutierrez, regia totalmente anonima, si gioca la carta sexy, sceglie come protagonista la bella attrice di origine asiatica Lucy Liu, la sveste parecchio (ma meno di quello che le recensioni dell'epoca lasciassero supporre), le affianca la sensuale Carla Gugino e qualche altro bel volto (e non solo) e su questo più o meno costruisce un film che non ha davvero altri motivi di interesse. Sadie Blake (Lucy Liu e complimenti per la scelta del nome) è una giornalista investigativa che sta preparando un'inchiesta su feste e incontri underground che rischia di sfociare nel mondo losco e sommerso delle sette. Durante una delle sue uscite Sadie finisce nelle mani di Bishop (James D'Arcy), il capo di una setta di succhiasangue che, sorpresa, le succhierà il sangue, uccidendola e riportandola a nuova vita come, indovinate, succhiasangue. Bravi! Bene, detto questo parte la vendetta, gli esponenti della setta sono diversi, Sadie li vorrà ammazzare uno per uno, nel frattempo si dovrà nutrire, vorrà morire, incontrerà Michael Chicklis che interpreta un poliziotto padre di una delle vittime della setta, avrà un guru che la instraderà verso la nuova esistenza e arrivederci e grazie. Questo è tutto. Ah, no, il barista è Marylin Manson. Ora è davvero tutto.

Lui non tanto...

Forse il target di riferimento è ancora quello dei quindicenni (anche se credo che al giorno d'oggi non si filerebbero questo film nemmeno loro), per una serata tra amici adolescenti ci potrebbe anche stare... seni scoperti per far girare gli ormoni, il connubio maledetto sesso/morte, la coca cola, le patatine, due risate... mah! Meglio una puntata di Supernatural.

Lei insomma...

lunedì 25 febbraio 2019

YOUTH - LA GIOVINEZZA

(di Paolo Sorrentino, 2015)

"Tu hai detto che le emozioni sono sopravvalutate, ma è una vera stronzata. Le emozioni sono tutto quello che abbiamo".

Non sempre il Cinema di Paolo Sorrentino parla di noi, della gente comune, quella che tutte le mattine deve spegnere la sveglia, alzarsi e andare a lavorare senza ricevere particolari gratificazioni. Ne Il Divo al centro di tutto c'era la classe politica, un'entità che è qualcosa di molto lontano dalla realtà dei comuni mortali, addirittura scollata dall'esistenza del Paese, un dato di fatto alle cui conseguenze (non dell'amore purtroppo) assistiamo ogni giorno. Con La grande bellezza - vero capolavoro - si raccontava di un'élite privilegiata, con emozioni tangenti alle nostre, ma distantissima nello stile di vita. Anche in Youth i protagonisti non sono persone comuni: attori celebri, registi che hanno lasciato il segno nella storia della Settima Arte, compositori di fama internazionale, star del calcio, modelle dalla bellezza accecante, santoni orientali e via discorrendo. Eppure i temi, i sentimenti, i dolori, le riflessioni, le paure, la decadenza, sono gli stessi che attraversano la vita e il cuore di noi tutti; sotto questo aspetto Youth è un film che ci parla, forse più di altri del regista napoletano, o quantomeno lo fa in maniera più diretta.


In Youth, tra gli altri, Sorrentino mette in scena due protagonisti anziani, due attori meravigliosi che si fatica a definire sul viale del tramonto. Harvey Kietel è Mick Boyle, un regista che sta sceneggiando quello che sarà il suo film testamento, condivide una bella amicizia che si protrae da una vita con il compositore in pensione Fred Ballinger (interpretato da Michael Caine), entrambi in vacanza in un lussuosissimo albergo adagiato tra i monti della Svizzera tra i cui ospiti spiccano un Maradona ormai sfatto (o è il suo sosia?), Jimmy Tree (Paul Dano), un giovane attore di talento che viene ricordato dai più solo per il suo film più leggero e meno significativo, un santone in grado di levitare (forse) e Lena (Rachel Weisz), la bella figlia di Ballinger anche sua assistente. Si attende con moderata curiosità l'arrivo della nuova Miss Universo (Mădălina Diana Ghenea) che potrebbe portare un raggio di sole nelle giornate altrimenti monotone offerte dall'albergo svizzero che trascorrono tra massaggi, visite mediche, cure termali e intrattenimenti da "museo felliniano".


Il "sentire" che attraversa il film è quello legato all'inesorabile scorrere del tempo, all'ineluttabilità della vita e all'impossibilità di riavere quello che si è perso con gli anni, non solo la giovinezza del titolo, ma soprattutto gli affetti, i momenti, le occasioni andate, la vigoria ("alla mia età mettersi in forma è una perdita di tempo"). Sorrentino ci mostra la malinconia di questi sentimenti attraverso i suoi personaggi, attraverso la scelta decisa di Ballinger di non tornare a suonare, nemmeno per la Regina d'Inghilterra, tramite il confronto impietoso tra Boyle e la sua musa d'un tempo Brenda Morel, attrice ormai disfatta e in maniera significativa interpretata da Jane Fonda, li rafforza mostrandoci i corpi, quelli che si portano dietro il peso degli anni, cadenti, gonfi e incartapecoriti, accostati alle meraviglie di corpi ancora freschi, giovani, emblematica la sequenza in piscina dove i due amici rimirano estasiati la nudità di una Miss Universo più vicina al divino che all'umano. L'ammirazione, ma anche il desiderio ormai impossibile da appagare. Ciò nonostante il senso ultimo di Youth non guarda indietro ma è quello legato al futuro, che è lì da prendere fino all'ultimo giorno della nostra vita, guarda all'esperienza ancora da assaporare e che può dare senso a esistenze che hanno lasciato già molto alle spalle; c'è da dire che prevale però un senso di perdita più che quello della scoperta, un filo doloroso, malinconico e triste che attraversa il film nonostante questo sia scandito da momenti brillanti, frasi memorabili e soprattutto da molte scene ironiche e divertenti capaci di far ridere di gusto.


L'estetica è quella nota di Sorrentino, elegantissima, molto studiata, intrisa di stacchi visionari e simbolici; un parte importante la recita la musica, altro elemento sempre fondamentale per il regista che sa scegliere molto bene come far accompagnare le sue immagini dalle note, qui poi Sorrentino sfoga anche la sua passione calcistica, giusto per non farsi mancare nulla. Ma quel che di più importante c'è da dire su Youth è che tocca il cuore, semplicemente, in una maniera che colpirà più chi ha già qualche anno sulle spalle che non i giovanissimi che per apprezzare a pieno l'opera dovrebbero comunque far correre un poco l'immaginazione o fare un salto avanti nel tempo. Sebbene meno celebrato de La grande bellezza, a mio avviso anche Youth si rivela essere un piccolo grande capolavoro, almeno per chi riesce ad apprezzare il Cinema di Sorrentino che, ancora una volta, si conferma non proprio per tutti i palati.

giovedì 21 febbraio 2019

IL NASTRO BIANCO

(Das weiße Band - Eine deutsche Kindergeschichte di Michael Haneke, 2009)

Sebbene semplice nella costruzione, Il nastro bianco è un film sul quale è necessario riflettere, anche a posteriori, per cogliere appieno il lavoro intellettuale che il regista e sceneggiatore Haneke ha elaborato per la stesura dell'opera che a una prima visione, magari superficiale, potrebbe risultare meno stratificata di quel che in realtà è. Nello sviluppo del film non c'è nulla di incomprensibile, anzi, è tutto abbastanza semplice e lineare, magari finanche un po' noioso; è nelle metafore, nel significato che va ricercato il senso del lavoro del regista, un significato che pur se indubbiamente interessante, non basta a garantire al film lo status di "capolavoro" che da alcuni gli è stato tributato (Il nastro bianco ha vinto la Palma d'oro a Cannes, ciò nonostante mi ha lasciato qualche perplessità, un po' come mi è accaduto di recente con la visione di Roma di Cuarón). Il problema di film come questi, anche molto validi e interessanti se analizzati con la dovuta calma, è che rischiano di far cadere nel tedio lo spettatore, cosa che non accade durante la visione di opere anche molto più impegnative (e penso al primo Heimat di Edgar Reitz ad esempio) ma meglio riuscite.

Siamo alle porte della Prima Guerra Mondiale in un paesino della Germania del nord, le prime avvisaglie della Grande Guerra ancora non si avvertono nella piccola comunità di cui ci racconta la voce narrante, una voce che proviene dal futuro rispetto alla vicenda a cui stiamo per assistere; è la voce del maestro del villaggio (Christian Friedel), ormai vecchio, che ricorda alcuni accadimenti legati alla sua gioventù. Nel paese in questione, solitamente tranquillo, iniziano ad accadere dei fatti insoliti, primo tra questi la caduta da cavallo del medico del paese (Rainer Bock): la sua cavalcatura inciampa in una corda tesa tra due alberi provocandogli ferite che lo costringeranno a un periodo di lontananza, ospite dell'ospedale della città più vicina. In seguito gli episodi strani e violenti si succederanno con una certa frequenza: bambini picchiati e umiliati, infanti trovati quasi assiderati, suicidi, incendi... insomma il tranquillo borgo diventa un posto non troppo rassicurante. La violenza, perpetrata e subita, che poi è il cardine su cui ruota la riflessione di Haneke, coinvolge tutti, adulti e bambini, tutti vittime (in special modo le donne), tutti carnefici in qualche maniera; sono i prodromi di quello che sarà il cambiamento di un intero Paese che nel corso delle due Guerre Mondiali, appena di là da venire, trascinerà in un'ondata di caos e violenza l'intera Europa. Quegli abitanti, gretti e meschini, il loro esempio sulle generazioni in formazione, sono lo scheletro del futuro Paese, sono la metafora con cui il regista ci mostra cosa sono stati capaci di creare sopruso, odio e sopraffazione. L'unica scintilla di speranza sembra essere data proprio dal giovane maestro, un animo candido, insieme a quella che potrebbe diventare la sua futura moglie, la bambinaia Eva (Leonie Benesch).


Haneke non ci mostra mai la violenza, in fondo anche nella Storia non è ancora scoppiata in tutta la sua furia, ce la lascia solo intendere, l'atto prepotente rimane chiuso dietro una porta, in una stanza alla quale non abbiamo accesso, oppure è già accaduto e ne vediamo solo le conseguenze. La messa in scena è pudìca, la scelta di un bianco e nero dal sapore antico ci porta in maniera naturale ai primi decenni del Novecento, un'epoca in cui l'autorità era sopruso, la religione era sopruso, i legami paterni erano sopruso, l'uomo, il maschio era spesso sopruso. Certo, non sempre, ma Haneke sembra metterci in guardia e ricordarci che i semi della tragedia possono crescere dai piccoli atti storti, sempre pronti a ingrandirsi e crescere a dismisura. Tutto questo ci viene narrato con lentezza, forse troppa, con rispetto e con un uso della regia delicato e graziato da una fotografia sul bianco e nero incisiva ma mai artificiosa. A pensarci bene Il nastro bianco (che nel film rappresenta la purezza) è un'opera di valore che certamente ha il suo perché, sarebbe bello che opere di questo tipo un po' più spesso non ci costringessero a combattere con Morfeo e i suoi scagnozzi: i colpi di sonno!

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