(di Davide Ferrario, 2009)
Almeno ogni tanto sarebbe doveroso (o quantomeno interessante) proporre a chi legge questi scritti virtuali qualche bel recupero d’annata. Con questo non s’intende per forza il “grande classico” che, almeno per fama, conoscono tutti, il film che ha segnato la storia del cinema o anche il piccolo cult divenuto oggetto del passaparola di migliaia di appassionati. Ciò che mi sembra prezioso, onde evitare che alcune opere, magari piccole, vadano dimenticate e perdute nella memoria (sì, proprio come lacrime nella pioggia, ancora una volta), è l’atto del rispolvero, quell’intenzione di contribuire nelle nostre possibilità a ridare un minimo di visibilità a film che hanno destato qualche attenzione nel momento della loro uscita, più facilmente da parte della critica che non presso il grande pubblico, e che poi sono state dimenticate e messe da parte, pur rimanendo prodotti vivaci e capaci di dirci qualcosa anche a distanza di una manciata di anni. È una cosa che da queste parti cerchiamo di fare da tempo: lo abbiamo fatto parlando di film come Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate di Pippo Mezzapesa, o con il Beket di Davide Manuli, con gli indipendenti The color wheel e Ape, con il tedesco My sister’s good fortune e in tante altre occasioni. Ed è proprio in quest’ottica che vale la pena spendere qualche parola per questo Tutta colpa di Giuda, ottavo lungometraggio del regista Davide Ferrario, lombardo di origine ma molto legato a Torino, città nella quale ha girato più volte.Dopo il successo di Dopo mezzanotte del 2004, a oggi forse il film del regista che più viene ricordato, Ferrario torna a Torino per questo progetto molto particolare, girato e ambientato nel carcere Le Vallette, realizzato grazie al contributo di diversi reclusi e di quello del personale del braccio VI dell’istituto penitenziario piemontese. Alcuni attori professionisti, anche parecchio noti come Fabio Troiano, Luciana Littizzetto e la vera protagonista Kasia Smutniak, dividono le scene con un gruppo nutrito e ben assortito di condannati, i quali interpretano loro stessi, andando a dar vita a quello che è un ibrido tra finzione e mockumentary che riesce a trovare il giusto passo per risultare un’opera coerente, divertente e capace di veicolare riflessioni non scontate, alcune delle quali affidate alle lapidarie sentenze, piuttosto azzeccate nella forma, del direttore del carcere, Libero Tasitano (Fabio Troiano). Irena Mirkovic (Kasia Smutniak) è una regista di teatro sperimentale che viene invitata dal prete del carcere, Don Iridio (Gianluca Gobbi), ad allestire una Passione di Cristo con il contributo dei detenuti del blocco VI, uomini che hanno da scontare pene per reati “minori”. Nel periodo che passerà in carcere, Irena vedrà cambiare il suo rapporto con il suo fidanzato Cristiano (Cristiano Godano dei Marlene Kuntz), si scontrerà con i dubbi sulla messa in scena troppo moderna sollevati da Don Iridio, entrerà gradualmente nelle vite e nei cuori dei detenuti e si avvicinerà a quel direttore all’apparenza freddo con il quale finirà per legare.
Con Tutta colpa di Giuda Ferrario costruisce un film atipico che non lambisce nemmeno da vicino i canoni del prison movie classico, ci si muove tra uno spaccato di realtà, toni da commedia lieve e inserti da musical, concentrati nella messa in scena della rappresentazione che la Smutniak tenta di allestire con la collaborazione dei detenuti, volti questi molto interessanti. Una Passione quindi, con un problema non da poco: siamo in carcere e, per motivi che potrebbero sembrare ovvi, in carcere nessuno vuole fare la parte di Giuda. È questa una delle micce d’innesco che porta la protagonista Irena a ripensare l’iconografia e i significati dei vangeli e a scontrarsi con l’intransigente suor Bonaria, interpretata da Luciana Littizzetto che sembra piacere al regista (e non si capisce perché), e con la visione più tradizionalista del pur “aperto” Don Iridio. Nella rappresentazione di un carcere lontano dai soliti temi della repressione e della violenza, Ferrario inserisce riflessioni profonde che hanno qui uno sviluppo lieve e non troppo approfondito ma che contribuiscono a dare valore a un’opera che prende una strada tutto sommato originale e che batte più sull’umanità di chi è costretto a una pena reclusiva che non sulla condizione del carcere stesso. Fresca la presenza della Smutniak e divertente il personaggio di Troiano, un bel contrasto con quello di Godano, meglio come musicista che come attore. Operazione riuscita, finale che guarda al reale con i detenuti alle prese con il girato e l’arrivo di un indulto che libererà quasi tutti, non solo nel film.







































