(di Francesco Sossai, 2025)
Le città di pianura, secondo lungometraggio del feltrino Francesco Sossai, è un on the road alla ricerca del bicchiere della staffa, di quell’ultimo giro che non è mai veramente l’ultimo e che nel suo corpo liquido contiene un qualcosa di metafisico che, almeno da sobri, nemmeno i protagonisti del film e di questo girovagare alcolico riescono a dire con precisione che cosa sia. E sì che Doriano e Carlobianchi sono convinti di averlo afferrato quell’inespugnabile e misterioso “senso della vita”, solo che quando l’hanno fatto erano ubriachi, poi se lo sono dimenticati. Quello che Sossai ci propone è un viaggio nelle sue terre (più che nei territori), un movimento continuo, fisico e nostalgico, che esplora attitudini di vita e tempi, generazioni e luoghi, passati e futuri (im)probabili, in uno scorrere fluido, non solo d’alcol ma anche metaforico che, come nella migliore tradizione del racconto di viaggio, porterà ad una crescita per qualcuno e all’indefessa stagnazione, quasi di un romanticismo resistente, per altri. Quello tra le “città di pianura”, tra Venezia, il Trevigiano, paesi inventati, la tomba Brion ad Altivole e in potenza anche Verona, è un excursus caratterizzato da un’attenzione al paesaggio ammantata di una triste vena di rimpianto per quanto il Veneto industrioso e industriale in anni ormai lontani fu capace di mettere in campo. I riferimenti del regista affondano non solo nel suo passato “veneto” ma anche in quello della nostra commedia, quella più nobile, da più parti si è fatto riferimento a Il sorpasso di Dino Risi per quel suo vagabondare intergenerazionale che qui Doriano e Carlobianchi (semplicemente meravigliosi) mettono in campo insieme al giovane, e altrettanto meraviglioso, Giulio (il Filippo Scotti di È stata la mano di Dio). Come dichiarato dallo stesso regista, la scelta degli attori è stata un “sentimento”, uno slancio verso volti che avevano qualcosa di comunicativo in maniera istintuale, pare che nessuno sia stato provinato ma semplicemente tutti sono stati “chiamati a fare la parte”: Doriano è Pierpaolo Capovilla, un tempo voce e basso de Il Teatro degli Orrori, volto segnato e azzeccatissimo, Carlobianchi è Sergio Romano, esperienza teatrale preziosissima, Genio, che poi sarebbe Eugenio, è il drammaturgo Andrea Pennacchi, insieme a loro ad aprire le danze il padovano Roberto Citran, una garanzia. Il contrappunto, peraltro felicissimo, tra gli adulti e all’apparenza immaturi Carlobianchi e Doriano e il più giovane e introverso Giulio, è il veicolo di un confronto tra generazioni, una che ha visto il benessere creatosi con anni di lavoro (e di altro) svanire di colpo e l’altra cresciuta in un tempo incerto, con l’ipotesi di un futuro da costruire quasi impossibile da prefigurare. E il bello è che quello che abbiamo appena chiamato confronto, confronto in fondo non è, è invece, fortunatamente per Giulio, un incontro, rapido, effimero ma felice e proficuo, in un connubio che porterà a un finale capace in qualche misura di commuovere. È un certo senso di marginalità a unire i due uomini e il ragazzo: i primi sono due beoni che vivono sul passato, lontani dall’immagine dell’adulto autodefinito e consapevole, Giulio è un outsider, un trattenuto in un gruppo di coetanei pronti al divertimento, e infatti fatica con la ragazza di cui è innamorato che gli preferisce un altro, ma sotto sotto… e i simili, pur non essendolo, alla fine si trovano, si capiscono, si apprezzano, si vogliono bene, si aiutano, così, disinteressatamente. Lo stile di vita di Charles White e Doriano deriva dallo sperpero, dal dilapidarsi del gruzzoletto messo via nei Novanta tra lavoro e contrabbando di occhiali griffati (la veneta Luxottica?), il Genio fuggì in Argentina seppellendo un tesoro che potrebbe essere una speranza di futuro, un’ombra, come quella del vino, destinata forse a scomparire, persa tra la cementificazione di quelle città di pianura che già il Veronese aveva eliminato dai suoi quadri, unendo direttamente la meraviglia delle Dolomiti al mare, cancellando in maniera preveggente un territorio poi martoriato, abbruttito e dimenticato, dimenticandone il contenuto, quelle persone costrette tra localacci, ricordi e macchinette a gettoni che asciugano la vita, un territorio oggi buono giusto per le zingarate e per la crescita condensata in un paio di giorni di un giovane universitario della facoltà di architettura (svezzamento dalla puttana di turno compreso). L’immersione nel paesaggio è accompagnata dalla bella colonna sonora di Krano, funzionale come i flashback del Caliera Trophy o della bella industria che fu, quella che a pensionamento avvenuto ti regalava un bell’orologio, un calcio nel culo e una buona dose di educata ipocrisia. A riportare un poco d’ordine in questa due-giorni di gozzoviglie c’è un monumento funebre, la Tomba Brion, ammirata da Giulio per i suoi pieni, i suoi vuoti, la sua pace e il panorama, ignorata da Doriano e Carlobianchi, ignari dell’opera e del sito Brionvega nonostante sia una nota di territorio, anche per Giulio che è napoletano. E seppure in questo paesaggio la cosa più interessante sembri essere una tomba, la teoria dell’utilità marginale decrescente ci suggerisce che, applicata al cinema nostrano, forse conviene dedicarsi di più a film come questo, perché col rischio dell’abbondanza, e del conseguente senso di appagamento, opere di un certo valore possono perdersi, magari lungo un viaggio erratico, o dentro scritti come questo, un po’ vaneggianti, senza capo né coda.





































