martedì 14 luglio 2020

PHILIP K. DICK'S ELECTRIC DREAMS

Negli ultimi anni l'immaginario fantascientifico (non solo quello tratto da Philip K. Dick) è stato saccheggiato a mani basse dalla serialità televisiva che ci ha offerto decine di prodotti a tema declinati in diverse salse con risultati che hanno toccato vette di eccellenza che non saranno dimenticate (si, sto pensando alle prime stagioni di Black Mirror). In particolare dagli scritti di Dick sono nate la serie The man in the high castle (da La svastica sul Sole) e le meno fortunate Minority Report, prodotta dopo il successo dell'omonimo film diretto da Steven Spielberg e Total Recall 2070, serie canadese poco nota e arrivata addirittura prima della rinascita della nuova serialità degli anni 2000. Electric dreams è uno dei più recenti prodotti a ispirarsi alle opere dello scrittore di Chicago, attinge per questa prima stagione alla vastissima produzione dei racconti brevi che Dick scrisse per varie riviste di genere nel corso della sua carriera, la serie è antologica, presenta quindi una decina di adattamenti da altrettanti racconti tutti slegati tra loro e uniti semplicemente dalle idee di uno dei pilastri della fantascienza mondiale, idee qui riviste e riadattate alla nostra società e a quello che potrebbe essere il nostro futuro. La serie pesca da racconti scritti tra il '53 e il '55 all'interno di una produzione che copre un arco temporale dai primi anni Cinquanta fino ai primi anni Ottanta del secolo scorso.


Pur rimanendo una serie tutto sommato piacevole da guardare a Electric dreams mancano i guizzi che le permetterebbero di emergere e lasciare il segno, schiacciata tra tanta concorrenza la serie si perde per mancanza di originalità e brillantezza. Non c'è un singolo episodio tra i dieci presentati che proponga un'idea realmente nuova o che riesca ad assestare un colpo basso allo spettatore, i futuri proposti dal serial, seppur modernizzati rispetto alla versione anni 50 dei concetti espressi da Dick, non inquietano, non sono il pugno allo stomaco che lo spettatore si aspetta dopo aver visto opere come Black Mirror, nel rendere più moderne le idee dello scrittore gli autori della serie non hanno avuto la stessa genialità di Dick che era un vero visionario, un precursore, un inventore di concetti; qui tutto è già visto ed è narrato in maniera emotivamente troppo poco coinvolgente. Probabilmente l'errore è stato proprio il portare tutto a quello che può essere un futuro possibile per la società odierna perdendo così la meraviglia del retrofuturismo, della sensazione che si prova oggi leggendo le opere di Dick, proiettate nel domani a partire da una società statunitense nel pieno della sua epoca d'oro, quella degli anni 50, e che creano quel cortocircuito tra passato e futuro così affascinante per chi oggi legge l'opera di Dick, questo aspetto nella serie si perde quasi completamente, un vero peccato.


Dai racconti di Dick qui si prende spunto, in alcuni episodi si ricama e si aggiunge per arrivare a riempire la durata di un'ora circa (tanto durano gli episodi), vedi The impossible planet ad esempio, arricchito di risvolti sentimentali assenti nel racconto originale, in altri casi si stravolge completamente il racconto mantenendone giusto uno spunto di partenza, nell'episodio Safe and sound si fatica addirittura a riconoscere il racconto da cui l'episodio è tratto, tanto che pur avendolo letto il collegamento tra questo e la controparte televisiva risulta difficile a farsi. Cambiano le tematiche e l'approccio alla materia. Detto questo la serie rimane comunque godibile, presenta spesso attori di alto livello che offrono ottime interpretazioni, tra i più celebri citiamo Steve Buscemi, Greg Kinnear, Juno Temple, Richard Madden, Brian Cranston, Jack Reynor, Timothy Spall, Anna Paquin, Maura Lynn Tierney e altri ancora; quando la serie accantona il futurismo a tutti i costi escono fuori episodi decisamente piacevoli seppur risaputi, come La cosa padre o The commuter. Philip K. Dick's electric dreams va guardata senza aspettarsi di essere da essa sconvolti, non mancano spunti di riflessione, con Dick non sarebbe possibile, ma non è questa la serie a cui rivolgersi se si vuole rimanere spiazzati. Si è sfruttato un nome di sicuro richiamo per un prodotto che si rivela molto più convenzionale del caos geniale che stava dentro la testa di Dick.

lunedì 13 luglio 2020

TOKYO FAMILY

(Tōkyō kazоku di  Yoji Yamada, 2013)

Di Yoji Yamada e del suo rapporto con il Cinema di Yasujirō Ozu abbiamo parlato brevemente qualche giorno fa in occasione della visione di Kyoto Story, progetto del 2010 portato a termine da Yamada con la collaborazione Tsutomu Abe e di alcuni studenti universitari. Se con Kyoto Story l'omaggio era legato a un periodo felice della cinematografia nipponica, con Tokyo family in maniera più diretta si celebra il Cinema del maestro Ozu di cui Yamada in gioventù fu assistente, il film è infatti il remake di Viaggio a Tokyo di Ozu, considerato non solo uno dei migliori esiti della Settima Arte giapponese ma in assoluto uno dei film "da vedere" del Cinema tutto. Il taglio è intimista, se nell'originale i protagonisti uscivano dagli orrori della guerra mondiale e della bomba atomica qui la vicenda è ambientata dopo l'incidente nucleare di Fukushima; la tragedia non è al centro del film, la narrazione si concentra sui rapporti dei vari membri della famiglia Hirayama, tratteggiandone alcuni passaggi di crescita, di maturazione, riflettendo parallelamente sulla società moderna giapponese, sui suoi ritmi, sul contrasto tra questa e uno stile di vita sorpassato, ormai appannaggio di pochi anziani, più lento e rispettoso dell'essere umano. Dallo spaccato di una famiglia si arriva a temi universali propri non solo del Paese del Sol Levante.


Il signor Shukichi Hirayama (Isao Hashizume) e sua moglie Tomiko (Kazuko Yoshiyuki) lasciano la loro isola alla volta di Tokyo per andare a trovare i tre figli che nella capitale hanno costruito la loro strada. Il primogenito, Koichi (Masahiko Nishimura), è uno stimato medico che gestisce il suo ambulatorio, è sposato e ha dato due nipotini maschi ai suoi genitori, Shigeko (Tomoko Nakajima) è la figlia di mezzo, per ammissione della stessa madre è cresciuta un po' viziata dalla benevolenza del padre, gestisce un salone di parrucchiere insieme al marito Kozo (Shôzô Hayashiya), uomo dal temperamento frivolo. Il figlio minore è Shoji (Satoshi Tsumabuki) all'apparenza più superficiale e ancora incerto su che strada prendere per il futuro, proprio per la sua indole indecisa è malvisto dal padre con il quale non ha mai avuto un grande rapporto mentre invece adora incondizionatamente la madre. La scusa per intraprendere questo viaggio è quella di portare le condoglianze alla moglie vedova di un vecchio amico del signor Hirayama, i due anziani ne approfitteranno per passare qualche giorno ospiti dei due figli più grandi, i quali però non dimostreranno di avere troppo tempo da passare insieme ai genitori. Quando gli accadimenti della vita metteranno di fronte la famiglia a una dura prova sarà proprio Shoji a dimostrare maggiore sensibilità e a riservare ai suoi genitori qualche piccola sorpresa, cosa che riuscirà a far breccia anche nel cuore del burbero e anziano signor Hirayama.


Lo sguardo di Yamada è sereno, rispettoso dei personaggi, persone comuni con i loro pregi e i loro difetti, la coppia di anziani protagonisti, con i loro piccoli acciacchi e le loro idee precostituite (soprattutto nel caso del padre) avranno modo di rivedere le loro posizioni, sorprendersi inaspettatamente alla loro età, constatare, anche in maniera un poco amara, che i figli sono presi ormai da altro e che in questo Giappone moderno la vita deve correre, i clienti non aspettano, i ritmi non sono prevedibili, il guadagno influenza le scelte e spesso prevale sui sentimenti. La regia è diligente, si prende i suoi tempi (146 min.), li gestisce al meglio senza mai far affiorare un attimo di noia. Ci si appassiona alle vicende semplici di questa famiglia, per noi occidentali c'è in più l'occasione di immergersi in un mondo e in una cultura lontane dalla nostra. Nell'arco dei pochi giorni in cui si svolge la vicenda c'è un bel lavoro di mutazione su almeno tre o quattro personaggi fondamentali tra i quali la ragazza di Shoji, Noriko (Yu Aoi), della quale i genitori del ragazzo non sono a conoscenza, che regalano momenti di forte presa e commozione. Ottimo anche il ritorno al mondo rurale, per arrivare al quale si deve superare il mare, quasi una metafora della lontananza di due stili di vita ormai quasi inconciliabili.

Un altro ottimo film di Yamada la cui produzione si può esplorare su Raiplay gratuitamente a patto di sforzarsi nell'approccio ai film in lingua originale con sottotitoli in quanto la gran parte dell'opera del regista non gode di una distribuzione nel nostro paese. Lo sforzo comunque verrà ricompensato.

lunedì 6 luglio 2020

SORRY WE MISSED YOU

(di Ken Loach, 2019)

Altro grande film che si aggiunge alla lista dei lavori militanti portati a termine da Ken Loach, voce coerente e troppo isolata che continua a gridare contro le ingiustizie perpetrate ai danni di un proletariato sfruttato da una classe imprenditoriale cinica e sfrontata. Sembra quasi un anacronismo parlare ancora di proletariato, in realtà Sorry we missed you (il riferimento è al messaggio che lascia il corriere quando non trova in casa il destinatario) è di un'attualità brutale, si sono solo modificati i luoghi rispetto al recente passato, non più le miniere dell'epoca tatcheriana, le fabbriche dove si lavora a cottimo e scenari simili, qui siamo nell'epoca moderna degli acquisti online, un'epoca dove tutti noi alimentiamo lo sfruttamento di lavori sottopagati e usuranti, qui ci si concentra sul mondo delle consegne, ma pensiamo anche a chi lavora nei magazzini del colosso Amazon, nelle grandi catene di distribuzione e via discorrendo. Loach continua a parlarci della schiavitù moderna, quella di chi non è riuscito a ritagliarsi un posto al sole ed è costretto ad accettare lavori che non vorrebbe fare o che farebbe anche volentieri, come nel caso del protagonista del film, ma a condizioni economiche, salutari e di stress che rientrino in una gestione dignitosa delle ore lavorative e che possano riflettere la stessa dignità nella vita di tutti i giorni. Il messaggio che tutti dovrebbero tenere a mente è che queste persone sono vittime, a volte dei loro errori, molto più spesso di semplici scelte, quasi sempre di una società cieca eretta su fondamenta completamente sbagliate. Il lavoro non nobilita l'uomo, salvo in determinati casi, molto spesso semplicemente lo schiavizza.


Dopo anni di lavori manuali in ambienti difficili da sopportare Ricky Turner (Kris Hitchen) decide di mettersi in proprio, diventare un padroncino, comprarsi un furgone per le consegne e affiliarsi a un grosso magazzino che lavora per i grandi marchi di distribuzione. Il titolare del magazzino mette subito le cose in chiaro: "tu non lavori per noi, lavori con noi", come a dire niente diritti e tanti saluti. Le prime difficoltà iniziano da subito, bisogna investire per il furgone e i soldi non ci sono, i Turner pagano l'affitto, hanno due figli da mantenere, la piccola Liza (Katie Proctor) e l'adolescente turbolento Sebastian (Rhys Stone) e al momento possono contare solo sulle ore che Abbie (Debbie Honeywood), la moglie di Ricky, fa come infermiera domiciliare, lavoro che la tiene lontana da casa tutto il giorno. Abbie sarà così costretta a vendere la sua auto e iniziare ad andare a lavoro con i mezzi pubblici, cosa che tra orari spezzati, turni serali e distanze lunghe carica di stress la madre di famiglia che non avrà più tempo per seguire i figli. Il nuovo lavoro di Ricky per essere minimamente remunerativo lo costringe a giornate lavorative di quattordici ore, sempre in giro nel traffico, tra imprevisti, indirizzi errati, clienti scortesi e multe, sanzioni, e comprensione zero da parte dei datori di lavoro. I soldi non aumentano e la famiglia si sfascia.


Quella che Loach ci racconta è una storia di sofferenza come tante ce ne sono al mondo, anche nei paesi occidentali che si considerano liberali e democratici. Se nel precedente Io, Daniel Blake a negare la dignità al protagonista era uno Stato sordo e cieco, qui è il mondo del lavoro a essere profittatore e disonesto, e i due contesti purtroppo vanno spesso a braccetto. Il tema centrale è quello della tensione familiare che si crea in seguito a situazioni lavorative disagevoli. Ancora una volta Loach tira fuori dal mazzo degli sconosciuti quattro splendidi interpreti, Hitchen mette in scena un padre amorevole che perde completamente il polso della situazione familiare per assenza, stanchezza cronica, nervosismo, stress; insieme a Rhys Stone tratteggia un rapporto padre/figlio difficile e conflittuale inasprito dalla situazione contingente, la madre che come spesso accade nella realtà è il collante che tiene unita la famiglia con la sua forza, anch'essa interpretata magnificamente dalla Honeywood, sarà quella che avrà la reazione più estrema e genuina, quella per la quale tutti noi spettatori (almeno quelli con il cuore al posto giusto) abbiamo parteggiato. Menzione particolare per la vispa Katie Proctor, una splendida bambina che mostra molta più maturità del fratello più grande.

Loach riesce sempre a farci versare qualche lacrima, il suo è un Cinema schierato e di parte su un argomento del quale sembra non fregare più un cazzo a nessuno, in testa queste ridicole sinistre che scaldano i banchi in parlamento e che sono quelle che storicamente e per tradizione ideologica dovrebbero avere a cuore le persone che lavorano. Allora ben venga il Cinema di parte e schierato di Loach, vedi mai che qualche coscienza si smuova. Purtroppo l'impressione è che si predichi solamente ai già convertiti.

venerdì 3 luglio 2020

GRAVITY

(di Alfonso Cuarón, 2014)

Che Alfonso Cuarón abbia un feeling particolare con la costruzione delle immagini e delle inquadrature lo sappiamo da tempo, il lavoro magnifico sulle stesse effettuato con questo Gravity, in gran parte digitale, è stato bissato dal bianco e nero del successivo Roma per il quale il regista messicano si è superato andando a conquistarsi il suo secondo Oscar per la regia (al momento ne ha 4 a suo nome, i suoi film parecchi di più). Per elogiare l'impianto visuale di Gravity potremmo partire dal titolo del film, la ricostruzione dei movimenti dei due protagonisti, Sandra Bullock e George Clooney, in assenza di gravità sono fluidissimi, contribuiscono in maniera decisiva a scatenare nello spettatore i diversi stati d'animo nelle varie sequenze del film, spesso legati all'angoscia ma che restituiscono anche un'idea di libertà, di scoperta, di infinito e di perdita di direzione. Il discorso è chiaramente metafisico, in alcuni passaggi Cuarón ci presenta una metafisica for dummies, vedi l'ultima scena con riferimento talmente palese che anche i bambini delle elementari dopo aver studiato l'origine della vita possono comprendere. Questo nulla toglie alla forza delle immagini, la sequenza finale si lascia apprezzare molto nonostante l'ovvietà di fondo. Ciò che emerge maggiormente in Gravity, oltre al percorso di "rinascita" della protagonista, è la tensione che accompagna la narrazione per l'intera durata del film (fortunatamente contenuta), in questo c'è un perfetto equilibrio tra immagine e narrazione che vanno a costruire un film avvincente seppur dallo sviluppo canonico, cosa che ad esempio non è riuscita al regista con il successivo Roma che indubbiamente aveva motivazioni più personali e di valore ma che mancava completamente di mordente.


Cuarón ha un approccio al tema, parlando sempre di immagini, abbastanza originale. La Terra è lì, immensa, sembra a portata di mano eppure è così lontana. Ci sono i silenzi dello spazio profondo, la leggiadria dei movimenti, gli astronauti liberi di muoversi nel vuoto legati a quello che dovrebbe essere un robusto cavo, esile come il filo che regge una vita. Le distanze sono espresse in km, sembra quasi un'ultima frontiera alla portata di tutti. La dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock) è alla sua prima missione spaziale sullo Space Shuttle Explorer, è accompagnata dall'astronauta esperto e prossimo alla pensione Matt Kowalsky (George Clooney). Agganciati al famoso telescopio Hubble per delle riparazioni, i due astronauti vengono investiti da una pioggia di detriti che danneggia l'Explorer uccidendone il resto dell'equipaggio; Stone e Kowalsky si troveranno così alla deriva nello spazio aperto con solo un jetpack come mezzo di propulsione per raggiungere la "vicina" Stazione Spaziale Internazionale per poter usare uno dei suoi Sojuz per tornare a casa.


La tensione è costante ed è data da tutti gli inconvenienti che capitano ai due protagonisti a partire dalla presenza dei detriti in orbita attorno alla Terra e che quindi tornano ciclicamente facendo danni, il tutto acuito dall'inesperienza della Stone che deve far ricorso alla teoria del corso di addestramento per cavarsela nelle situazioni più complesse. Proprio per lei questa prova di resistenza sarà simbolo di una rinascita come essere umano, irrimediabilmente ferito da un trauma del passato, la forza necessaria per affrontare lo spazio sarà la stessa che servirà per affrontare una nuova vita, il tutto porterà alla famosa scena for dummies di cui abbiamo parlato prima. Nonostante i pochi elementi il film regge benissimo proprio per il dosaggio perfetto della tensione, aiutato da immagini spettacolari e da un impianto sonoro all'altezza, la Bullock, vera protagonista, regge il peso del film sulle sue spalle metaforicamente larghe, si gode anche di un respiro internazionale pur essendo a chilometri dal suolo terrestre grazie ai vari costrutti americani, cinesi e internazionali che costellano l'orbita terrestre.

Pur peccando di un pizzico di didascalismo, Gravity rimane un ottimo film, grande esperienza visiva e coinvolgente nella gestione della suspense, manca l'appuntamento con l'Oscar per il miglior film; mi tocca però dire che pur avendo visto solo altri due titoli tra quelli candidati nel 2014 insieme a Gravity in effetti entrambi (non vi rivelerò quali) mi sono sembrati migliori di questo. Probabilmente la produzione si sarà accontentata degli incassi stratosferici e delle altre sette statuette raccolte.

martedì 30 giugno 2020

OUTRAGE

(di Takeshi Kitano, 2010)

Rispetto ad altre sue opere più famose con Outrage Takeshi Kitano perde un (bel) po' della sua poesia malinconica (L'estate di Kikujiro), del suo essere fuori dagli schemi (Zatoichi) o ai limiti dell'assurdo (Takeshis'), lascia andare anche quel pizzico di epica malavitosa (Brother) che si distingueva in alcune sue opere precedenti. Beat Takeshi asciuga, con Outrage rimangono il gusto della narrazione e la propensione a non fare sconti sulla violenza, soprattutto in determinate scene che incorniciano questa storia Yakuza di opportunismo e tradimenti. Ne esce un film meno coinvolgente rispetto a quelli sopra citati, più convenzionale pur rimanendo un prodotto più che valido, soprattutto per chi ama il gangster movie.

A Tokyo diverse famiglie si contendono la gestione criminale di redditizie attività illegali; a capo di tutta l'organizzazione c'è il Presidente (Soichiro Kitamura), un uomo ormai non più giovane ma ancora in grado di ordire intrighi ed esercitare il suo potere. Tra le famiglie che devono obbedienza al Presidente c'è quella di Ikemoto (Jun kunimura), un leader che sta portando avanti un'alleanza con Murase (Renji Ishibashi) a causa di un patto d'onore stretto in carcere. Questa alleanza però al Presidente non piace, questi intima a Ikemoto di sbarazzarsi della banda di Murase, lo stesso Ikemoto si rivolgerà al suo sottoposto Otomo (Takeshi Kitano), a capo di uno dei gruppi criminali più feroci dell'area di Tokyo, per risolvere la questione. Le cose si complicheranno sempre più con il crescere degli interessi, con l'inasprirsi delle rappresaglie e con l'aumentare della sete di potere dei vari partecipanti a questo gioco al massacro.


Outrage è una serie di manipolazioni, tradimenti, esecuzioni e vendette che ci portano dove nulla ha più valore, nemmeno quell'onore tanto caro alla tradizione giapponese, solo Otomo e pochi altri ne mantengono una parvenza seppur distorta da un contesto avulso dalla realtà di tutti i giorni che vivono le persone normali. A contrastare con le esplosioni di violenza, decisamente creative anche se non tutte originali (l'uso delle bacchette come arma d'offesa l'avevamo già visto proprio in Kitano seppur declinato in maniera diversa) c'è l'espressione granitica, quasi assente dell'invece presentissimo Otomo, Kitano ritaglia per sé la parte di un capogruppo spietato e incline alla violenza, così come lo sono anche diversi esponenti degli altri clan. È proprio la violenza che esplode a più riprese la cifra distintiva di un film che non ha tante altre frecce al suo arco. Kitano dirige con professionalità ma senza proporre soluzioni memorabili, anche la sceneggiatura fila dritta senza mai arrotolarsi su sé stessa, per gli amanti del genere Outrage resta un bel film, la gran parte degli attori è perfetta per il ruolo che ricopre, mancano le sorprese, il coinvolgimento emotivo e quel pizzico di epica scorsesiana che in film a tema spesso non guasta. Outrage è asciutto, tosto, funzionale, anche avvincente per alcuni versi, da Kitano però ci si aspetta di più.

sabato 27 giugno 2020

KYOTO STORY

(Kyōto Uzumasa monogatari di Yoji Yamada e Tsutomu Abe, 2010)

Yoji Yamada (qui coadiuvato da Tsutomu Abe) è un nome storico del Cinema giapponese, indicato come uno dei maggiori discepoli del maestro Yasujirō Ozu, lungo la sua carriera di regista ha inanellato una serie infinita di pellicole, ben quarantasei delle quali facenti parte di una stessa serie, quella di Tora-San, una delle più longeve della Settima Arte. Legato storicamente alla casa di produzione cinematografica Shochiku, fondata a Tokyo nel 1895, con Kyoto Story Yamada pennella un ritratto affettuoso del quartiere Uzumasa di Kyoto, in particolar modo di un frammento di quel quartiere, la Daiei Shopping Street, strada commerciale che prende il nome dagli ormai dismessi studi cinematografici della Daiei, rivale storica delle produzioni Shochiku. È uno sguardo tenero quello che ha Yamada per il quartiere e per le sue storie, l'impianto di Kyoto Story è finzionale, il regista ci racconta le vicende sentimentali della giovane Kyoko le quali sono inframezzate da brevi interviste in forma documentaristica ai negozianti della Daiei shopping street, uomini e donne che sono anche i vicini e i parenti dei protagonisti della storia; non mancano gli accenni al passato glorioso degli studi di produzione che vivono ancora come attrazione del quartiere e dove si è fatta la storia del jidai-geki, il film di stampo storico della tradizione giapponese, lustro per la Daiei il Leone d'oro a Venezia e l'Oscar a miglior film straniero per Rashomon di Akira Kurosawa, film girato proprio negli studi della Daiei.


Sorge l'alba di un nuovo giorno sulla Daiei shopping street, il cielo è ancora rosa, il traffico inizia a muoversi, il tram scivola sui binari nel quartiere dei vecchi studi cinematografici, Kyoko (Hana Ebise) corre fino alla lavanderia dei suoi genitori, pronti per un'altra dura giornata di lavoro, la bottega e la casa coesistono in simbiosi, un po' come accade per i locali di tutti i piccoli commercianti della zona, i produttori di tofu genitori di Kota (Yoshihiro Usami), il ragazzo di Kyoko, o i proprietari del piccolo ristorante di zona che una volta serviva le star venute a girare negli studios. Si respira un'aria di serenità, le chiacchiere di quartiere, gente che lavora duro, la scuola, i sogni. Kyoko lavora part-time nella biblioteca dell'università, nel resto della giornata dà una mano in lavanderia, Kota si è ritagliato un po' di tempo per sfondare nel mondo dello spettacolo, per diventare un comico, non ha intenzione di seguire le orme dei genitori e rilevare l'attività di famiglia. A Kota però manca il talento per poter davvero arrivare da qualche parte, il suo rifiuto di prendere in considerazione un'attività dignitosa come quella dei suoi genitori indispettisce un poco Kyoko che comunque ha sempre incoraggiato il ragazzo che passa da un'audizione fallimentare a un'altra. Un giorno Kyoko incontra in biblioteca uno studioso di antichi ideogrammi, Enoki (Sôtarô Tanaka), un uomo maturo ma estremamente goffo ed esagerato nei modi, un carattere stridente in mezzo al contegno pudico ed educato degli abitanti di Kyoto. Passerà poco prima che Enoki perda la testa per la bella Kyoko. Così tra testimonianze veritiere (i negozianti della shopping street lo sono sul serio) e sguardi nostalgici a un passato glorioso si sviluppa la delicata storia di Kyoko che la porterà a dover prendere qualche importante decisione.


A colpire in Kyoto Story è il senso di pace che permea tutta la pellicola, nonostante la città conti circa un milione e mezzo di abitanti Kyoto sembra un paese a misura d'uomo, Yamada effettua alcune splendide riprese che ne accentuano la bellezza, puntando proprio su un sentore di serenità incorniciato dai bei colori della natura cittadina. Nonostante il film presenti un buon ritmo (di breve durata e non ha momenti di stanca pur essendo costruito principalmente su dialoghi) nulla sembra mai frenetico, nemmeno il treno ad alta velocità Shinkansen. Yamada mette in scena un percorso di crescita per i suoi personaggi che è anche l'occasione per omaggiare un passato importante per il Cinema del sol levante senza mai mettere in secondo piano i suoi personaggi, riempie il quartiere di grande dignità e poggia uno sguardo sicuramente romantico sulle sue strade come sui giovani protagonisti di questo Kyoto Story. Siamo di fronte a un film che mette di buon umore, ottimo viatico e porta d'ingresso per scoprire il Cinema di un autore da noi ancora poco noto di cui è reperibile altro materiale, parte di questo probabilmente più ostico di Kyoto Story, altro ancora quasi impossibile da recuperare.

giovedì 25 giugno 2020

NOI

(Us di Jordan Peele, 2019)

Il Cinema di Jordan Peele è politico in modo sfacciato, dietro i suoi due film da regista c'è un messaggio sulle storture della società statunitense per nulla sottile, metafora al servizio della quale anche la storia narrata si piega; eppure Peele ha la capacità di mantenere un buon equilibrio tra contenuto e contenitore, andando a costruire film horror edulcorati dalla violenza estrema, capaci così di essere fruiti anche da chi non ama le derive più sanguinose del genere, aprendo quindi alla platea più vasta possibile il suo messaggio (e ovviamente anche il ritorno economico). Ciò che più sta a cuore al regista è la condizione delle minoranze, quella dei neri d'America in primis ma non solo, in Noi si potrebbe leggere il tentativo di riappropriarsi di una vita degna di essere vissuta da parte di qualsiasi minoranza, che sia quella discriminata per il colore della pelle o quella vittima di una disparità sociale ed economica svilente. Il regista ha anche un certo gusto per la messa in scena simbolica, nella sequenza dei conigli perché questi sono al 99% bianchi? Non sfugge nemmeno il significato della scena all'interno della casa degli specchi che diviene lampante al cospetto dei doppi malvagi dei protagonisti. Anche Noi come il precedente Scappa - Get out è un film che istiga alla riflessione, meno ironico del suo predecessore ma non per questo fallisce nello scopo di divertire lo spettatore.


Prologo: la piccola Adelaide (Madison Curry) durante una serata al luna park in compagnia dei genitori si allontana finendo nella casa degli specchi, lì vivrà un'esperienza che la lascerà traumatizzata. Stacco. Adelaide (Lupita Nyong'o), ormai adulta, si è costruita una bella famiglia, è sposata con Gabe Wilson (Winston Duke), un'omaccione gentile e un po' distratto, e ha due bei bambini: l'adolescente Zora (Shahadi Wright Joseph) e il più piccolo Jason (Evan Alex). Durante una vacanza a Santa Cruz Adelaide mostra difficoltà nel tornare sui luoghi dove visse (all'insaputa del marito) quell'esperienza da bambina. Una sera, nella loro casa lussuosa, la famiglia Wilson riceve una visita inquietante, una famiglia di loro doppi, una sorta di controparte malvagia e distorta, fa irruzione in casa reclamando il posto che spetta loro di diritto: quello alla luce del sole. Sono delle ombre maligne, vestite di rosso e munite di forbicioni, dei doppelgänger disposti a tutto pur di emergere dagli scantinati della vita dove finora erano stati reclusi. Seguono scontri.


Come si diceva tra simbolismi e sviluppi di trama la denuncia è chiara, per non dare adito a dubbi Peele lascia alle parole di Red, il doppio di Adelaide, il compito di tradurre per i meno attenti: alla domanda "ma voi cosa siete?" la voce distorta di Red risponde semplicemente "Siamo americani". La minaccia è inclusiva, Peele mette al centro della narrazione una famiglia di colore (così come di colore sono anche i doppi malvagi), ma il discorso qui è ancor più universale, siamo noi che torneremo per tormentarci, noi, le stesse persone che formano insieme la nostra società, le persone che noi abbiamo escluso che prima o poi daranno il giro a tutta la baracca, noi sono i nostri sbagli, le nostre esclusioni e le nostre prevaricazioni e sì, vedi alla voce Minneapolis (per citare una delle più recenti), sono i nostri razzismi. Appurato il contesto il film regge bene anche come thriller teso del filone "il nemico in casa", i Wilson dovranno cercare di sopravvivere con tutte le loro forze ai loro aggressori, diventando qualcosa che (ancora) non sono, anche nello sviluppo il tema rimane politico, la soluzione al problema è ancora una volta la violenza. Peele ha una bella mano per le riprese, riesce a dirigere ottimamente almeno le due donne del cast, Lupita Nyong'o e Shahadi Wright Joseph sono molto convincenti nei loro doppi ruoli, il clima di minaccia si respira quasi costantemente, meno riusciti i tentativi d'ironia mentre soddisfa la scelta in chiusura del film. Certo, qualche ingenuità non manca, penso per lo più alla spiegazione sull'origine dei doppi che avrei lasciato nel mistero, a volte sembra che Peele tiri il freno a mano per non farci vedere troppo, ma a conti fatti Noi è una bella opera seconda, viste le critiche positive a Scappa - Get out non era facile non deludere le aspettative. Ora si aspetta qualche variazione anche al tema.

domenica 21 giugno 2020

LANTERNA VERDE

(Green Lantern di Martin Campbell, 2011)

Nel periodo successivo alla sua uscita questo Lanterna Verde fu sbertucciato in tutte le maniere, il film fu aspramente criticato anche dai fan del personaggio, lo stesso Ryan Reynolds si disse insoddisfatto dell'esperienza negando un suo eventuale coinvolgimento in un ipotetico sequel, anche gli incassi al botteghino andarono maluccio. Alla luce delle successive esperienze di trasposizione in video degli eroi DC Comics e valutando a mente fredda l'esito di Green Lantern questo trattamento il film non lo meritava. Intendiamoci, Lanterna Verde non è un bel film, nemmeno lontanamente, arrivati più o meno al quarantacinquesimo minuto si inizia a invocare l'intervallo, nemmeno ci trovassimo su un campo da calcio distrutti dalla fatica di giocare una partita a corto di fiato. Il film a un certo punto inizia ad annoiare, a parte qualche tentativo d'ironia demente mal concepito il film non riesce a risultare divertente, seppur si sia investito sugli effetti speciali mancano anche le sequenze action appassionanti, cosa ancor più grave se pensiamo che dietro la macchina da presa c'è il Martin Campbell di Casino Royale, non che sia un grande autore ma almeno sul piano del dinamismo era lecito aspettarsi qualcosina in più. Contestualizzando però Lanterna Verde arriva addirittura prima della nascita del DC Extended Universe, precorre quindi un po' i tempi del grande rilancio dell'universo Dc che ha potuto giovare di più tempo ed esperienze pregresse per sfornare prodotti migliori di questo senza riuscirci troppo spesso, se pensiamo ad Aquaman, a Justice League o anche a Batman Vs Superman: Dawn of Justice alla fine Lanterna Verde non fa nemmeno una figura così meschina.


Hal Jordan (Ryan Reynolds) è un adulto irresponsabile che rifugge ogni tipo d'impegno, cosa che rende il rapporto con la bella Carol Ferris (Blake Lively) incostante. Hal è un collaudatore di aerei per le Industrie Ferris, segue in questo le orme del padre, pilota di aeronautica deceduto proprio a causa di un incidente aereo. Visto il suo sprezzo del pericolo Hal viene scelto dall'alieno morente Abin Sur (Temuera Morrison) come suo successore e possessore dell'anello, un costrutto magico che insieme alla lanterna del potere trasforma Hal in uno dei difensori galattici appartenenti al Corpo delle Lanterne Verdi, una sorta di polizia di difesa su scala galattica. Create dai Guardiani del pianeta Oa, le Lanterne stanno passando un periodo burrascoso a causa dell'entità maligna Parallax che attinge il suo potere dal sentimento della paura, così come le Lanterne incanalano il loro grazie alla forza di volontà. L'entità Parallax arriverà anche a minacciare la Terra, nel settore d'universo difeso proprio da Hal Jordan che per affrontare questo nemico non potrà contare sui suoi nuovi compagni di corpo: Kilowog, Tomar-Re e Sinestro (Mark Strong).


Costruzione molto classica, presentazione del personaggio e sviluppo con tutti i topoi del fumetto supereroico, a partire dalla doppia identità (qui nascosta da una mascherina efficace quanto gli occhiali di Clark Kent), dall'affermazione del protagonista fino al rapporto con la donna della vita che arriverà a scoprire il doppio ruolo del suo eroe. Green Lantern è un film che punta molto sugli effetti speciali, almeno nelle scene galattiche, purtroppo questo è anche l'aspetto che si dimentica più facilmente, nella realizzazione in cgi non c'è davvero nulla di memorabile, il protagonista sfoggia un bel look ma qui ci fermiamo, poco convincente il villain Parallax (è una nuvola malvagia, suvvia...) così come non esaltano i comprimari, sprecato totalmente un personaggio dal carisma potenziale altissimo come Sinestro, quello che avrebbe dovuto essere la vera nemesi di Hal, impettiti e inutili anche i Guardiani (se allo spettatore poi vengono in mente i Guardiani della Galassia è finita), nel complesso c'è davvero poco di interessante in questo Lanterna Verde. Con le sequenze aeree iniziali non si era partiti neanche male, qui Campbell offre una buona prova, poi tutto si appiattisce a causa di una cgi poco entusiasmante seppur fluida e funzionale, il film regge per trenta o quaranta minuti poi sfuma nella noia e nel già visto.

Peccato perché Geoff Johns qui produttore esecutivo aveva su carta fatto grandi cose con questo personaggio, le potenzialità delle Lanterne sono letteralmente infinite, proprio come per il loro potere l'unico limite qui è l'immaginazione che purtroppo è stata parecchio scarsa. C'è da dire che per chi ha apprezzato le opere successive sfornate in casa DC, quelle che abbiamo citato prima per esempio, un'occasione a questo film si potrebbe anche dare, nonostante molte critiche anche legittime non mi è sembrato peggio di alcune opere dedicate ai colleghi più blasonati.

giovedì 18 giugno 2020

UNA NOTTE DA LEONI 3

(The hangover part III di Todd Phillips, 2013)

Ultimo capitolo della saga demente diretta da Todd Phillips, questa volta il canovaccio non è spudoratamente ricalcato sul capostipite; non c'è un matrimonio da mettere a rischio né celebrazioni festose a cui partecipare, anzi, c'è il funerale dell'amato padre di Alan (Zach Galifianakis), non c'è nemmeno la telefonata introduttiva di Phil (Bradley Cooper) che preannuncia il disastro (e se ne sente un poco la mancanza). Viene meno anche la struttura corale, è pur vero che i protagonisti ci sono ancora tutti, alla cricca si aggiunge anche un John Goodman gigione, ma questo terzo capitolo poggia all'80% sulle spalle larghe di Galifianakis e per il restante 20% sulla mimica idiota di Ken Jeong, l'interprete dell'ormai mitico Leslie Chow. A sparire è ancora una volta il povero Doug (Justin Bartha), il più assennato dei ragazzi, rapito da Marshall (John Goodman), un delinquente al quale Chow, dopo una movimentata evasione dalle prigioni di Bangkok, ha rubato diversi milioni in lingotti d'oro e che ora intima a Phil, Stu e Alan di recuperare per lui l'oro e l'orientale fuori di testa pena la vita del caro Doug (quello bianco).

La trama è un pretesto per inanellare gag, situazioni, battute, momenti e sequenze che hanno come unico scopo portare alla risata lo spettatore. A fare da collegamento al primo film c'è il ritorno sul luogo del delitto, quella Los Angeles che già vide una volta le imprese deliranti dei nostri, non manca inoltre una tappa a Tijuana, città della perdizione sul confine tra U.S.A. e Messico, c'è anche un'apertura sentimentale per Alan che invece di trovare il posto che gli compete in qualche ospedale psichiatrico troverà quella che per lui potrebbe essere una sorta di anima gemella (Melissa Mccarthy). È proprio Alan il personaggio su cui la sceneggiatura costruisce qualcosa, una specie di percorso delirante, sue sono le scene migliori come quella con la giraffa o l'esibizione al funerale del padre, e ancora una volta il meglio arriva dopo i titoli di coda. Torna in una piccola parte anche Heather Graham, quarantatré anni e sempre più bella e anche qui sarà Alan a dare il meglio di sé.


Obiettivo centrato ancora una volta, Todd Phillips ha l'intelligenza di fermarsi in tempo prima di svilire il brand e di dedicarsi ad altro, si ride ancora parecchio, Bradley Cooper ed Ed Helms diventano comprimari "non protagonisti" di lusso, qui regna il vero confronto tra scemi, due tipi di scemo diversi Alan e Chow, entrambi irresistibili, tirate le somme quella di Una notte da leoni si conferma la migliore saga comica degli ultimi anni tanto da far ancora fatica a comprendere come il passaggio da tutto questo a un film (bellissimo) come Joker sia stato possibile per il regista Todd Phillips.

mercoledì 17 giugno 2020

SONO LA BELLA CREATURA CHE VIVE IN QUESTA CASA

(I am the pretty thing that lives in the house di Oz Perkins, 2016)

Il secondo film di Oz Perkins, figlio del ben più noto Anthony, è un'opera formale, costruita con cura e attenzione, ma di ben poca sostanza. Nonostante il film sia ambientato in epoca recente e non ci siano grandi castelli o enormi magioni a inquadrare la storia narrata, l'approccio potrebbe essere riconducibile al genere gotico sebbene per rientrare di diritto nel filone e ritagliarsi un po' di spazio il film avrebbe avuto bisogno di una maggior dose di inquietudine, palese o sotterranea poco importa, qui tutto sommato appena accennata e insufficiente per rendere il film degno di essere ricordato. La messa in scena è elegante, lo sviluppo controllato, non si abusa di jump scare, non ci sono scene madre, non si cerca mai l'effettaccio grossolano, Perkins si prende i suoi tempi, la camera si muove lenta, si gioca con i contrasti luce/buio o ancor meglio penombra/buio, i personaggi sono per lo più silenti, poche battute, molto è delegato alla voce over che presenta la situazione e mette le cose in chiaro fin da subito. Sappiamo dalla prima sequenza che in quella casa del Massachussets c'è uno spirito di una bella creatura (ormai defunta) che non è stata capace di lasciare i suoi luoghi, sappiamo che la protagonista del film di lì a poco, in quella casa, vedrà la fine della sua esistenza. Non c'è mistero, anche nello sviluppo tutto è facilmente intuibile, si lavora sulle atmosfere.

Una casa in cui è morto qualcuno non può essere più comprata o venduta dai vivi, può essere solamente prestata dai fantasmi che vi sono rimasti”.


Il fantasma lo intravediamo da subito in un'immagine sfocata, sapientemente costruita, si rivelerà essere lo spettro di una giovane molto bella in abiti ottocenteschi. La casa che è protagonista della vicenda è abitata dall'anziana scrittrice di libri horror Iris Blum (Paula Prentiss), una vecchia signora ormai malata e poco presente a sé stessa, quello che è il curatore dei suoi averi, il signor Waxcap (Bob Balaban), assumerà la giovane infermiera Lily Saylor (Ruth Wilson) affinché si prenda cura della donna. Nella solitudine della casa, soprattutto la sera, la pavida Lily inizierà a provare inquietudine, qualche strano episodio, un muro che inizia a presentare macchie sospette, un tappeto smosso, piccoli segni di una qualche presenza, all'apparenza neanche troppo minacciosa. Nella trama di un libro incompiuto della Blum, Lily leggerà la storia di Polly (Lucy Boynton), la giovane che continua a consumarsi in quella casa...

Sono la bella creatura che vive in questa casa è fatto di attese, di fotografie, è scolpito in un luogo, è un film che mostra rispetto per chi sta al di qua e per chi sta al di là della morte, è accompagnato da un lavoro discreto ma molto efficace su suoni e musiche (di Elvis Perkins, fratello del regista), è un'attesa che però lascia inappagati, il film scorre senza sussulti, non provoca spaventi (e forse non vuole nemmeno farlo), non avvince, si lascia ammirare per un buon gusto di forma, ma da subito inizia a sbiadire nella memoria, come uno spettro, prima che si arrivi all'epilogo già noto. In sostanza un lavoro poco incisivo da parte di un regista che dimostra di conoscere e saper usare i suoi mezzi, anche molto bene, per la prossima opera non resta che andare alla ricerca di una buona storia, magari facendola scrivere ad altri.

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