domenica 19 settembre 2021

IL SESSO NELLE CAMERE D'ALBERGO

(Otherwise known as the human condition. Selected essays and rewiews di Geoff Dyer, 2011)

Dev'essere davvero un bel tipo Geoff Dyer, un vero imbucato della letteratura come lui stesso si definisce. Questa raccolta di suoi scritti, proprio com'era nelle intenzioni, nei gusti e nelle inclinazioni dell'autore, non ha un vero e proprio filo conduttore nonostante l'antologia sia divisa per sezioni tematiche, salta invece con stile dalla corposa sezione iniziale dedicata alla fotografia alle riflessioni sulle altre arti figurative, dall'amore per la letteratura e per alcuni scrittori in particolare alla passione sconfinata per la musica, dalla cronaca di brevi viaggi si passa poi a pezzi sulla moda fino ad arrivare a quella che è la sezione più sfiziosa del libro dedicata ai racconti personali che spaziano dai resoconti sull'amore per la vita a base di sussidi di Stato al primo incontro con la moglie, dall'ossessione maniacale per cappuccino e brioche all'influenza dei fumetti Marvel nella vita di un uomo, insomma c'è di che sbizzarrirsi in questa raccolta che ingloba un paio di pubblicazioni inglesi che in origine uscirono con i nomi di Anglo-English attitude e Working the room comprendenti rispettivamente pezzi scritti tra il 1984 e il 1999 la prima e da lì fino al 2009 la seconda. Il titolo pruriginoso è quello di uno degli articoli pubblicati nel libro, meglio in realtà l'originale Otherwise known as the human condition, il titolo che accorpava le due precedenti raccolte scelto per l'edizione inglese.

Geoff Dyer riempie molti dei suoi scritti di trasporto e reale ammirazione se non passione vera per gli argomenti di cui scrive, riuscendo a interessare il lettore a materie magari dallo stesso prese finora poco in considerazione. Prendiamo me per esempio, completamente ignorante di quel che concerne la fotografia se non per la conoscenza superficiale di un paio di nomi arcinoti, mi trovo a leggere con interesse vivo e crescente curiosità brani costruiti attorno a fotografie più o meno celebri che ci dicono del loro posto nella Storia e nell'attimo in cui sono state scattate, di ciò che potrebbe esserci nella testa e nei cuori dei soggetti ritratti, di ciò che suggerisce l'immagine rispetto a ciò che probabilmente è rimasto fuori dall'inquadratura, e ancora stili, tematiche, visioni e strumenti di fotografi come Jacques Henri Lartigue, Robert Capa, Ruth Orkin, Richard Avedon e tantissimi altri ancora. Non parliamo poi dell'estasi quando ci si ritrova a camminare con Dyer su sentieri di per sé già amati quali per me possono essere la letteratura o la musica, gli spunti qui sono infiniti. Dyer, laureato in letteratura inglese a Oxford, apre al lettore tantissime possibilità di approfondimento, sia critico che di mero catalogo, libri e autori magari da noi mai affrontati che tramite le parole di Dyer invocano a gran voce di essere inseriti nell'interminabile lista delle cose da leggere che molti lettori tengono sempre a portata di mano, in questo senso Il sesso nelle camere d'albergo diventa una fonte preziosa di consigli da tenere sul comodino anche a lettura terminata, per ammirare le foto di un artista a noi sconosciuto oggi, acquistare un libro domani (magari partendo da Figli e amanti di D. H. Lawrence), quando si ha il giusto tempo ascoltare un disco pubblicato dall'etichetta Ecm (Edition of contemporary Music), Dyer ci suggerirebbe Keith Jarrett probabilmente, e via discorrendo. Nella sezione dei personali si ritrova in larga parte il piglio divertente e attraente che Dyer ha già mostrato in altre sue opere di fiction come Paris trance o Brixton pop, andando a chiudere in maniera lieve una raccolta di scritti piacevole dal primo all'ultimo pezzo. Il mix tra narrazione brillante e critica intelligente che Dyer dimostra di saper padroneggiare alla perfezione ha permesso all'autore inglese di realizzare il suo sogno più grande: quello di non dover mai lavorare! 

venerdì 17 settembre 2021

11 MINUTI

(11 minut di Jerzy Skolimowski, 2015)

Jerzy Skolimowski nel 2015, anno di uscita del film, aveva 77 anni, intatta la voglia di fare cinema e sperimentare, con il digitale, con concetti un pochino criptici, con la struttura e con la dilatazione del tempo, in un film di 81 minuti Skolimowski ce ne mostra 11, protagoniste più persone, brevissimi momenti di vita ripresi in un gioco a incastri che nel giro di questi undici minuti porteranno al loro climax diversi destini, al cambiamento o forse, in maniera più semplice, a un vuoto, una mancanza, un difetto, proprio come una piccola macchia nera a disturbare lo sfondo e l'insieme. Ciò che conta è il momento, la coincidenza, il caos, in un film dove non esiste una trama portante ma brevi passaggi di trame minori, quotidiane, alcune banali come quella di un gruppo di suore che acquistano degli hot dog, quella di un uomo anziano che dipinge un panorama, altre più peculiari, una giovane e bella attrice molestata, un ragazzo impegnato in un'effrazione, un marito geloso pronto al colpo di testa e via così. Il piglio del regista non è certo ottimista, nelle nostre vite il caso, il fato, chiamatelo come volete, può improvvisamente giocare la sua carta, impossibile da prevedere, subitaneo come una macchia apparsa nel cielo, quasi come fosse un ufo manifestatosi all'improvviso, senza indizio alcuno, ingestibile.

Quattro suore si fermano a un chiosco per hot dog, il venditore è alla vigilia del matrimonio di suo figlio. Un corriere che consegna droga intrattiene una relazione con la moglie di un cliente, un'equipe medica tenta di portare in ospedale una partoriente intralciata da un uomo violento. Un ragazzo intento a scassinare un negozio trova una sorpresa, un anziano dipinge un quadro. Un'attrice fa un provino per un film erotico, suo marito è geloso, una coppia di amanti non vuole frequentare un conoscente che lavora nel porno. Una ragazza ha combinato un gaio e rivuole il suo cane. Frammenti di esistenze destinati quantomeno a lambirsi nelle strade di una Varsavia dal sapore internazionale, sullo sfondo una macchia nera, un qualcosa di non chiarificato che troverà parziale spiegazione solo sul finale di questo breve film.

Scene inquadrate da dispositivi mobili, telecamere di sicurezza e poi un saggio di regia e sceneggiatura che allarga e comprime costantemente gli eventi, dal personale al collettivo, dagli 81 agli 11 minuti come se il tempo fosse visto attraverso una lente di scomposizione cubista, Skolimowski ci lascia intravedere la falla, il buco nero del caos per tornare a rifugiarsi nella superficialità di eventi banali, tutto corre, tutto va di fretta, tutto si riduce a una lettura veloce come si conviene all'epoca dei social dove l'approfondimento è bandito, il contenuto dev'essere veloce per poter così poi passare ad altro, a un'altra tranche, a un altro pezzo di vita, tutto deve correre come di corsa vanno alcuni dei protagonisti del film, alcuni eventi irrompono stranianti, altri sono enigmatici, la fine non si può che ipotizzarla con occhio pessimista. Opera assolutamente moderna di un regista oggi già ottantatreenne.

martedì 14 settembre 2021

LA CASA DI CARTA - PARTI 1 - 5

La casa di carta è un prodotto perfetto per il binge watching, insuperabile nell'incollare lo spettatore alla poltrona e, alla luce di ciò che abbiamo visto fino alla fine di questa quinta stagione, capace di mantenere questo aspetto vivo in quasi tutti gli episodi girati. L'ideatore Álex Pina e il suo team di sceneggiatori hanno studiato quali sono le corde che il pubblico vuole che vengano toccate, stimolate, mettendo insieme tutta una serie di caratteristiche che probabilmente nemmeno il famoso algoritmo sarebbe riuscito ad amalgamare così bene (da notare che la serie non nasce come produzione Netflix). Eppure sul principio il successo in patria non è stato così eclatante, anche lo stesso Pina, come dichiarato in più interviste, non si aspettava il successo poi ottenuto con l'approdo sulla piattaforma o il prosieguo oltre la prima stagione (motivo per cui sono state prese alcune decisioni soprattutto per uno dei personaggi chiave della serie). Parliamo ora per "rapine" invece che di serie o stagioni. Alla prima rapina, seppure imperfetta in alcuni particolari, si può davvero perdonare tutto, l'esperienza è appagante nella maniera più assoluta e totale, si fa davvero fatica a staccarsi dalla visione in quanto il meccanismo a orologeria messo in piedi dagli sceneggiatori, o dal Professore (Álvaro Morte) se preferite, sicuramente passibile di qualche obiezione qua e là, lascia sempre lo spettatore con il fiato sospeso e con quella sensazione che no, non è ancora il momento di andare a dormire, diventa vitale vedere almeno ancora una puntata, peccato poi che il momento di andare a dormire non arrivi mai se non con la conclusione della rapina alla zecca di Stato, il viaggio dura però ventidue episodi, diventa difficile fare una tirata unica, maledetto Pina! La rapina alla zecca di Stato è un saliscendi emotivo continuo, dall'introduzione dei personaggi al momento in cui ci si affeziona profondamente a loro passa davvero poco, anche i più problematici hanno un fascino e un carisma magnetici (penso a Berlino in maniera particolare, interpretato dal magnifico Pedro Alonso), i rapporti interpersonali, seppur malvisti dal Professore, hanno un'importanza fondamentale nell'economia della storia eclissando (soprattutto durante la seconda rapina) anche i piani studiati fin nel minimo dettaglio dagli ideatori, il Professore ma poi anche Berlino e Palermo (Rodrigo de la Serna) per il colpo alla Banca di Spagna. La tensione è costante, i cliffangher calibratissimi, i personaggi sono tratteggiati in maniera splendida, anche gli avversari, l'ispettore Raquel Murillo (Itziar Ituño) ma anche il direttivo dei Servizi con Prieto (Juan Fernandez) e Tamajo (Fernando Cayo), tutto funziona molto bene e alla fine ci si ritrova a voler sapere cosa ha ideato il Professore per quel tipo di situazione, come si uscirà da una crisi spinosa, cosa accadrà a questo o a quel personaggio e ci si ritrova a non volersi mai alzare da quella maledetta poltrona. Tutto ciò è condito da una simbologia iconica che ha catturato l'immaginario dei fan de La casa di carta fin da subito: la tuta rossa con la maschera di Dalì è divenuta un simbolo, un po' come accadde al Guy Fawkes di V for Vendetta per il movimento Occupy Wall Street, li accomuna un sentimento contrario al potere costituito che può essere tacciato di populismo quanto si vuole ma che parla alla pancia di una base stufa marcia di politicanti da quattro soldi che proprio in questi giorni tornano a mostrare la loro prepotenza e le loro inclinazioni dispotiche ma sempre protettrici di una casta odiosa e delle loro stesse persone, non per nulla gli avversari della banda, sia all'interno che all'esterno sono rappresentati come infidi vermi pronti a tutto (chi è che non avrebbe sparato volentieri un colpo a quel fascistone di Gandía?). Il gioco mostra un poco la corda con la seconda rapina, lo schema si ripete con nuovi innesti che però non hanno il carisma del cast originale, il meccanismo a orologeria che caratterizzava la prima parte si perde con l'avanzare delle puntate per far spazio a un'inclinazione maggiormente action che sposta il focus dall'heist movie alla war zone, alcuni colpi di scena (importantissimi) sono telefonati a causa della struttura delle puntate e si avverte qua e là anche qualche momento di bonaccia, mettiamoci anche qualche sequenza davvero poco plausibile e potremmo dire che la chiusura alla fine della rapina alla zecca di Stato sarebbe stata perfetta; il successo impone però di proseguire, il prodotto rimane pur sempre piacevolissimo ma la magia di quelle due prime stagioni rimane ineguagliata. A dicembre ci aspetta una conclusione definitiva, almeno così sembra, vada come vada Tokio (Úrsula Corberó), Rio (Miguel Herrán), Mosca (Paco Tous), Nairobi (Alba Flores), Denver (Jaime Lorente), Stoccolma (Esther Acebo), Helsinki (Darko Perić) e tutti gli altri ci mancheranno molto.



PS: No Arturito, tu non mi mancherai per niente!

venerdì 10 settembre 2021

THE BLUES BROTHERS

(di John Landis, 1980)

Quando sei in missione per conto di Dio non puoi fallire, non ci sono cazzi. 

The Blues Brothers è un inno all'esagerazione, l'espressione steroidea del divertimento smisurato, senza limiti, slegato dai concetti di credibilità e dai principi basilari della fisica, è un concentrato di icone pop mischiato alla presenza dei veri miti del blues e del soul, La Principessa Leila e John Lee Hooker insieme, di che cazzo stiamo parlando?, mica si può pretendere poi che uno su una sgangherata Dodge Monaco acquistata a una svendita della polizia rispetti i limiti di velocità o si fermi a ogni semaforo giallo si ponga sul suo cammino quando in ballo c'è la sopravvivenza di un'orfanotrofio per giovani anime e una sorta di redenzione divina da agguantare. Nel rivedere oggi The Blues Brothers, a distanza di tanti anni, la cosa più fantastica che salta all'occhio sta nel realizzare, ancora una volta, cosa era possibile creare in passato senza l'ausilio del digitale, cose che oggi appaiono ai limiti dell'incredibile, nemmeno fossero navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. Lasciamo pure perdere il numero impressionante di auto adoperate e distrutte per dar vita alla fantastica sequenza finale in cui Jake ed Elwood si precipitano a Chicago per pagare in tempo le tasse dell'orfanotrofio (a Steven Spielberg tra l'altro) prima che questo venga fatto chiudere; ma riguardiamocela quella sequenza, è un trattato sul blockbuster ai tempi dell'analogico, una costruzione che sfida ogni regola e assicura a Landis, insieme ad altre cose, lo status di grande regista senza se e senza ma. Jake e Elwood sono cartoni animati in qualche strano modo trasferiti nel mondo degli umani, a loro non può succedere nulla e il pubblico lo accetta, mica per niente, no, è perché sono in missione per conto di Dio, protetti da tutto, dal crollo di palazzi, da inseguimenti in auto distruttivi, da sventagliate di mitragliatrice, da esplosioni di gas propano, giusto le bacchettate della vecchia Pinguina possono arrecare qualche disturbo ai nostri eroi che, impassibili a tutto, non fanno altro che rialzarsi, scrollare la polvere dalle loro giacche nere e ripartire per la loro missione.

Pensare che all'inizio il film non è nemmeno stato questo grande successo al botteghino, budget sforato e anche di parecchio, incassi negli U.S.A. non così lusinghieri, The Blues Brothers diventa il primo film ad aver accumulato più soldi all'estero che in patria. Siamo nei primi anni 80 e le grandi star della black music erano forse viste come fuori moda, tra disco, new wave, post punk il caro vecchio blues attirava meno, soprattutto il pubblico bianco, ma il film cresce con gli anni e diventa un vero e proprio cult capace di ritagliarsi un posto al sole nella storia del cinema. La trama è tanto semplice quanto ammantata di un'implausibilità crescente che monta scena dopo scena. Jake (John Belushi) esce di galera dopo tre anni scontati per rapina, ad aspettarlo c'è suo fratello Elwood (Dan Aykroyd) che si presenta con un'auto della polizia acquistata a una svendita, questi informa il suo pingue fratello che l'orfanotrofio dove sono cresciuti e dove hanno imparato ad amare il blues grazie al custode Curtis (Cab Calloway) sta per essere chiuso per mancanza di fondi, Jake e Elwood avranno undici giorni per racimolare cinquemila bigliettoni per sistemare la posizione dell'orfanotrofio con il fisco, nel farlo dovranno rimettere insieme la banda e scontrarsi con gruppi country, Polizia di Stato, gestori di locali defraudati di parecchie birre, ex assassine e addirittura con i nazisti dell'Illinois!

È tutta una corsa al rialzo che, grazie all'idiozia delle istituzioni (sempre attuale quella), da un'infrazione minima scatena la devastazione più totale (vedi la sequenza del centro commerciale) e che garantisce un divertimento sregolato infrangendo qualsiasi appiglio al buon senso, a tutto ciò vengono inframezzati numeri musicali ed esibizioni di veri mostri sacri, oltre ai rispettabilissimi John Belushi e Dan Aykroyd (fatti e strafatti all'epoca) ci sono niente meno che il già citato Cab Calloway, John Lee Hooker, Ray Charles, Aretha Franklin, Steve "The Colonel" Cropper della  Booker T. & the MG's e tanti altri ancora, con questi calibri come poteva il film non entrare nel mito? Colonna sonora da urlo e una regia strepitosa rendono il merito a un'idea sviluppata dalla scintilla nata al Saturday Night Live e consacratasi definitivamente anno dopo anno in uno dei film più fuori di testa e amati di sempre, i due fratelli Blues, con i loro personalissimi stili di ballo, rimarranno per sempre nella memoria di tutti, immortali, vere icone pop (o forse vere icone blues?). E comunque io li odio i nazisti dell'Illinois.

lunedì 6 settembre 2021

GET DUKED!

(di Ninian Doff, 2019)

Potremmo dire che Get duked! è un film mediocre, giusto perché da queste parti ci fregiamo di una certa educazione; il sempre caro ragionier Ugo Fantozzi, uno senza peli sulla lingua in quanto a spirito critico, avrebbe con tutta probabilità e con un pizzico di severità paragonato il film a La corazzata Potemkin riservandogli lo stesso impietoso trattamento. Pur avendo raccolto diverse critiche non così terribili questo esordio al cinema del regista di videoclip Ninian Doff sembra non sappia bene che direzione prendere, Get duked! ha il sapore di un pranzo confezionato da uno chef con poche idee e al quale manca la portata principale; per carità, squarci di bellezza ci sono anche, veicolati però solo dagli splendidi paesaggi delle highlands scozzesi che, insieme a un paio di scene che strappano una risata, comunque non giustificano il tempo dedicato a questa storiella fortunatamente breve. Di suo Ninian Doff porta al film proprio una certa estetica ultrapop che parrebbe mutuata dai videoclip e che ben si adatta soprattutto al personaggio di D.J. Barbabietola, ma ormai le presentazioni cool sui protagonisti e gli inserti grafici piazzati su sottofondo musicale non sono cose nuove e non stupiscono più, il regista azzarda soluzioni più originali nei momenti che vorrebbero essere lisergici con risultati affatto lusinghieri. Tanta buona volontà ma nel complesso non si può di certo bollare Get duked! come un grande esordio, qualcosa di più interessante arriva sotto il punto di vista dei messaggi proposti ma anche qui la tesi finale viene esplicitata in maniera così diretta da risultare posticcia seppur condivisibile.

Il campo estivo Duca di Edimburgo è un progetto rivolto agli studenti che hanno bisogno di migliorare il loro curriculum scolastico, un'escursione di un paio di giorni durante la quale gruppi di giovani ragazzi dovranno collaborare, sfruttare le loro doti di orientamento e le risorse che la natura offre per raggiungere un obiettivo comune. Affidati al professor Carlyle (Jonathan Aris) ci sono tre lavativi che non hanno alcun interesse per la scuola: D.J. Barbabietola (Viraj Juneja) lanciato in una discutibile carriera nell'hip hop, Dean (Rian Gordon) di estrazione proletaria e già condannato a imbustare pesce in fabbrica insieme al padre e al fratello e lo stonatissimo Duncan (Lewis Gribben) che ha dato fuoco al cesso della scuola nel tentativo di far esplodere la sua stessa merda, a loro si unisce il secchione Ian (Samuel Bottomley) che vuole accumulare crediti su crediti per la sua carriera scolastica. Dopo alcune diffidenze iniziali (ma nemmeno molte) i ragazzi si compatteranno in un vero gruppo, in particolar modo quando, durante il loro percorso, incontreranno proprio il Duca (Eddie Izzard), un esponente della vecchia Gran Bretagna che ha in odio le nuove generazioni, soprattutto se provenienti dalle classi sociali ritenute più basse e che non esiterà a sparare contro i nostri eroi trasformando il loro progetto scolastico in un incubo a tratti allucinogeno e quasi sempre demente.

Un filmetto neanche tanto divertente consigliato a chi ama la comicità demenziale, qualche volgarità a ritmo di hip hop e qualche sequenza comica qua e là anche azzeccata. Si sarebbe potuto lavorare decisamente meglio sulla lotta di classe e sull'indifferenza delle vecchie generazioni molto benestanti per l'eredità che hanno lasciato a quella dei giovani d'oggi, tema che è sempre comodo archiviare gettando colpe addosso ai più giovani che in effetti si ritrovano in un sistema che, quello sì, andrebbe fatto esplodere come la merda di Duncan. Purtroppo il tutto si riduce a un'invettiva finale da parte di Dean e poco altro, tipo un'uscita delirante per chiudere tutta la faccenda ad esempio. Peccato, si poteva tirar fuori qualcosa di meglio dall'idea iniziale, a partire dal titolo che avrei preferito nella sua prima stesura, Boyz in the wood, che almeno aveva un bel richiamo sulla fissa di uno dei protagonisti.

venerdì 3 settembre 2021

CREEPSHOW

(di George A Romero, 1982)

Tra la fine degli anni 40 e l'inizio degli anni 50 del secolo scorso, nel mondo del fumetto andavano diffondendosi nuovi gusti e tendenze che andarono a eclissare un poco il successo del genere supereroico in voga negli anni della guerra per andare via via a sostituirlo quasi completamente. Furono molte le case editrici di quegli anni a provare nuove vie, prima tra tutte la Timely Comics (Atlas Comics da fine '50) già con un giovane Stan Lee come timoniere e che poi nei 60 diverrà la celebre Marvel Comics che tutt'ora amiamo, più avanti negli anni arrivò la Warren Publishing con serie molto note ancora oggi (Creepy, Eerie, Vampirella), c'era poi ovviamente la National Allied Publications (antesignana della D.C. Comics) e altre ancora, ma il vero cambio di marcia per l'enorme successo di fumetti a genere horror, weird, science fiction e crime lo diede in misura sostanziale la E.C. Comics di Bill Gaines (e Al Feldstein). Tra tutti i generi su cui puntare l'horror e in generale tutto ciò che era weird sembravano essere le migliori potenzialità da sfruttare, i primi tentativi arrivarono sulle serie crime con storielle a tema per poi esplodere, visti i risultati incoraggianti, su alcune delle serie più famose della casa editrice come The Crypt of Terror, The Vault of Horror, The Haunt of Fear, Tales from the Crypt per andare poi anche sulla sci-fi con Weird Science e tornare al crime con Crime SuspenStories. Fu una piccola rivoluzione per vari motivi: i racconti a tema zombi toccavano le corde dell'inconscio degli americani e la paura che questi provavano a causa della tensione da guerra fredda legata alla minaccia della bomba, nelle storie criminali veniva spesso demolita l'istituzione della famiglia felice e del matrimonio così preponderante nella società dell'epoca, soprattutto nei 50, presentando storie con mogli assassine e senza scrupoli, l'asticella delle situazioni orrorifiche si alzava senza remore creando soluzioni intriganti, inoltre funzionava bene la costruzione di molte delle storie che con un twist finale, molto spesso prevedibilissimo una volta capite le meccaniche, volgeva la situazione in favore di una certa giustizia anche se questa spesso premiava azioni criminose e non virtuose. Insomma, materiale che poteva sicuramente intrigare adolescenti e non solo, spesso i disegni erano tirati via, non tutte le storie erano confezionate a regola d'arte, ma dalla E.C. passarono anche dei veri talenti, oltre ai due creatori citati prima anche gente come Johnny Craig poi su Iron Man della Marvel, John e Marie Severin entrambi più avanti a lavorare su Hulk, il grande Wally Wood poi su Devil, Harvey Kurtzman al quale si deve il successo della storica rivista satirica Mad, una delle più celebri in assoluto, e altri ancora. Purtroppo in parallelo al crescente successo dei comics avanzava un'isteria di massa che vedeva nel fumetto i motivi di fenomeni legati alla delinquenza giovanile, istigazione alla violenza e altre scelleratezze simili, aggravate dalla posizione intransigente di alcune commissioni d'inchiesta statunitensi che andarono a nozze con la pubblicazione dello psichiatra Fredric Wertham che con La seduzione dell'innocente riuscì a tagliare le gambe a moltissime case editrici che furono costrette ad aderire a protocolli di autocensura prima e alla chiusura di numerose testate in un secondo momento, la E.C. Comics ad esempio sopravvisse praticamente solo grazie alla rivista Mad mentre il grosso delle pubblicazioni a tema horror e weird vennero cancellate. Furono molti a rimpiangere queste chiusure come molti i giovani ragazzi, futuri autori dell'horror degli anni a venire, a formarsi sui fumetti della E.C. Comics, tra questi un tal George Romero e un certo Stephen King.

Creepshow, regia di Romero, soggetto e sceneggiatura di Stephen King (anche protagonista di uno degli episodi del film), altro non è che una dimostrazione d'affetto e un sentito omaggio a quel tipo di narrazione, ai fumetti horror della E.C. Comics e a quel gusto per l'orrore e per il weird dal sapore così marcatamente retrò. L'intento dei due autori è dichiarato ed è così che va letto il film se ci si vuole realmente trovare dei motivi di interesse, Creepshow va visto come un tuffo nel passato, come la trasposizione di quelle emozioni un po' estreme e allo stesso tempo un po' ingenue che i giornalini della E.C. sapevano suscitare, usciti da quest'ottica il rischio che Creepshow possa perdere gran parte del suo interesse è davvero molto alto. Proprio come accadeva negli albi a fumetti anche qui si avvicendano più episodi, cinque per la precisione, più un prologo e un epilogo. Molte sono le strizzate d'occhio e le scelte di stile e narrative che rimandano ai vecchi fumetti; intanto gli episodi sono introdotti da una figura simile allo Zio Creepy che qui da noi ebbe anche un suo show come Zio Tibia negli anni a cavallo tra gli 80 e i 90 e che in realtà guardava più a un personaggio della Warren, ma il succo rimane lo stesso, i vari fumetti della E.C. erano spesso introdotti proprio da queste figure orrorifiche che parlavano direttamente al lettore, in più Romero sceglie di ricorrere spesso a inquadrature contornate da bordi colorati simili a vignette, anche alcuni passaggi di sequenza ricordano il susseguirsi delle vignette grazie all'uso di cambi di scena bordati da una cornice bianca. L'estetica degli effetti speciali artigianali richiama quella dei vecchi comics, parallelo evidente nella creatura usata nell'episodio La cassa o nella resa visiva dello zio morto di ritorno alla vita in cerca della sua torta ne La festa del papà. Proprio in episodi come questo o come in Alta marea ricorre quel ritorno dalla morte in cerca non tanto di vendetta quanto di una giustizia postuma che si ritrovava in spirito in tanti comics della E.C., in questo l'operazione nostalgica è indubbiamente riuscita. Se valutiamo il film in sé stesso, ignorandone lo scopo, Creepshow non ha questo valore intrinseco così elevato, pur tenendo conto della regia di Romero, che ha sicuramente prodotto esiti più interessanti, e del contributo di King il progetto rimane un semplice divertissement, un b-movie senza picchi verso l'alto. Piccola curiosità, il bimbo del prologo e dell'epilogo è Joe, figlio di Stephen e futuro scrittore horror anch'egli, molto divertente la citazione sui vari oggetti che era possibile acquistare per posta dalle pagine dei comics E.C., tra tutti i famosi occhiali a raggi X ambiti da tutti i giovani adolescenti con gli ormoni in giostra.

domenica 29 agosto 2021

AN ELEPHANT SITTING STILL

(Dàxiàng xídì'érzuò di Hu Bo, 2018)

Di pochi film si può dire che siano dei veri monumenti, opere che lasciano il segno e un'eredità incancellabile, nel caso specifico di insanabile disperazione; An elephant sitting still è uno di questi, senza ombra di dubbio, l'opera prima e purtroppo ultima di un giovane regista, Hu Bo, che terminata la realizzazione di questo film fiume (sfiora le quattro ore di durata) si toglierà la vita apparentemente per dissapori con la produzione. Guardando il film si può solo ipotizzare un malessere esistenziale da parte dell'autore di cui peraltro non abbiamo prove certe ma che riecheggia in maniera dolorosa, lancinante, all'interno di una narrazione di cupo nichilismo senza speranza, uno strazio profondo senza via d'uscita emerge dalle quotidiane esperienze dei personaggi messi in scena da Hu Bo e da una disgregazione sociale insostenibile che all'apparenza una delle maggiori potenze mondiali come la Cina non si cura di prendere nemmeno in considerazione, lasciando i suoi cittadini in balìa di una quotidianità di vuoto disperato, sofferenza e rassegnazione. Non è semplice tradurre in parole le sensazioni che l'opera di Hu Bo suscita durante la visione, l'immersione in queste quattro ore di cinema è totalizzante, se ne uscirà con un dolore nuovo per esistenze di cui raramente abbiamo consapevolezza.

An elephant sitting still ci mostra la quotidianità di quattro personaggi le cui vite sono destinate a incrociarsi, tutti i protagonisti arrivano da situazioni familiari insostenibili, Bu Wei (Peng Yuchang) vive in condizioni precarie, disprezzato dal padre, un ex poliziotto che ha perso il lavoro; per difendere l'amico Li Kai (Ling Zhenghui) dal pericoloso bullo Yu Shuai (Zhang Xiaolong) Bu Wei ferisce accidentalmente quest'ultimo. Il bulletto è però fratello di Yu Cheng (Zhang Yu), piccolo criminale che per questioni d'onore non può lasciar correre l'episodio. Lo stesso Yu Cheng è in una situazione di grande costernazione, pur tentando di giustificare a sé stesso e ad altri l'accaduto, è stato causa del suicidio del suo migliore amico che lo ha scoperto a letto con la moglie. Huang Ling (Wang Yuwen) vive sola con la madre che per lei non ha una stilla d'amore, la loro abitazione e in condizioni misere, la madre vive in un'apatia perenne, nell'abbandono e nello sfacelo del quale Ling non riesce più psicologicamente a farsi carico, distrutta dalla vita miserabile che conduce si appoggia al vice preside della sua scuola, un uomo molto più grande di lei, per poter passare almeno qualche ora in una casa decente e ordinata; tra le altre disgrazie la scuola che frequentano lei e Bu Wei è destinata alla chiusura, è una delle peggiori scuole della città, il destino di questi ragazzi è segnato, non c'è speranza, se va bene finiranno in strada a fare gli ambulanti per tutta la vita. Wang Jin (Liu Congxi) invece è un uomo anziano, vive con la figlia e il genero che sono decisi ad abbandonarlo in un'ospizio fatiscente togliendogli anche la compagnia della piccola nipotina.

Hu Bo si fa cantore del fallimento di un Paese abbacinato da nuove possibilità di ricchezza portate dall'asset globale ma indifferente al benessere e alla felicità dei propri cittadini, argomenti che in altre forme abbiamo visto anche nel cinema di Jia Zhang-ke. An elephant sitting still è un grido d'aiuto per quei milioni di persone che non hanno voce, condannate a esistenze che sono inferni privati senza possibilità d'uscita se non la morte. In una sequenza una Huang Ling preoccupata fa notare a Bu Wei come Yu Cheng potrebbe anche ammazzarlo per quel che è accaduto al fratello, alla preoccupazione della coetanea il giovane ragazzo risponde con un laconico e disperato "sarebbe fantastico". Questa è la misura delle esistenze dei protagonisti che non vedono prospettive e ai quali le giornate pesano ormai come macigni, accomunati da uno stralunato desiderio, quello di muovere verso Manzhouli, città dove sembra ci sia, presso un circo, un fantomatico elefante (che non vedremo mai) indifferente a tutto, capace di sopravvivere alla vita standosene seduto immobile tutto il giorno, lontano da sofferenze e preoccupazioni, una condizione alla quale sembrano ambire i nostri protagonisti altrimenti flagellati da dolore, mancanza d'amore, infelicità, disperazione sconfinata. Lo sguardo di Hu Bo segue caratteristiche ben precise, molta camera a mano (fermissima) a seguire costantemente i protagonisti, poche le panoramiche su un contesto intuibile come degradato e depress(iv)o, spesso gli attori sono pedinati, inquadrati di spalle, come i ragazzi di Elephant di Van Sant ma in una prossimità ancora maggiore; il circostante, i coprotagonisti, sono spesso fuori fuoco come a concentrare l'attenzione dello spettatore sulla desolazione di questi uomini, ragazze, ragazzi, vecchi. La consapevolezza dell'infelicità sconfinata di queste vite aumenta su brevi momenti di pausa che Hu Bo concede allo spettatore, come a far digerire le sensazioni suscitate dal film, qui interviene lo score musicale di Hua Lun, minimale, oscuro, perfetto per aumentare ancora il mood disperato della narrazione. Si chiude con un forte senso di perdita per un autore che avrebbe potuto dare molto al cinema e al quale, per qualche motivo, come accade ai suoi personaggi, almeno per un momento la vita deve essere sembrata insostenibile.

giovedì 26 agosto 2021

BECKETT

(di Ferdinando Cito Filomarino, 2021)

Carriera in forte ascesa quella del figlio d'arte John David Washington, ex giocatore di football americano e ora sulle orme di papà Denzel, negli ultimi anni titoli importanti e di grande visibilità, dal BlacKkKlansmen di Spike Lee al Tenet di Nolan, e poi ancora Malcolm & Marie con Zendaya e ora questo Beckett da protagonista assoluto in una produzione a forte respiro italiano a partire dal regista milanese Ferdinando Cito Filomarino. Con Beckett rialza la testa il thriller a sfondo politico/sociale che ha lasciato impronte indelebili nel cinema hollywoodiano del secolo scorso (leggi alla voce New Hollywood), lo fa con una buona dose di action e location decisamente poco battute che danno una bella ventata d'aria fresca al genere, sempre bisognoso di nuove derive e soprattutto da rivitalizzare per quel che concerne la produzione italiana che negli ultimi anni sembra stia facendo in questa direzione passi parecchio interessanti (o quantomeno indice di un ritrovato coraggio). È proprio il contesto geografico e politico a donare interesse alla vicenda di un uomo qualunque finito in maniera inconsapevole in un gioco più grande di lui del quale capisce poco o nulla.

Beckett (John David Washington) e April (Alicia Vikander) sono una giovane coppia che vive il pieno del loro amore durante una vacanza in Grecia. Siamo negli anni della crisi economica del Paese impoverito da un sistema spietato, Beckett e April vengono a sapere che nella piazza dove si trova il loro hotel ci sarà un'importante manifestazione e si prevedono scontri e disordini. I due decidono così di proseguire la vacanza nell'entroterra, in montagna, per evitare guai e non essere coinvolti nei tumulti, lungo la strada però, a causa di un colpo di sonno, Beckett perde il controllo dell'auto che ruzzola giù in un burrone andando a finire contro una casa di campagna sfondandone il muro. Beckett è frastornato, vede una donna e un bambino, chiede aiuto ma questi scappano, April perde la vita nell'incidente. Risvegliatosi in ospedale il ragazzo si trova ad avere a che fare con autorità che non parlano inglese e a dover fronteggiare la perdita del suo amore e il senso di colpa che ne deriva. Fatta la sua deposizione all'agente Xenakis (Panos Koronis) del commissariato locale, roso dal rimorso Beckett torna sul luogo dell'incidente, a quella casa sventrata dove rivede la donna del giorno prima che inspiegabilmente estrae una pistola e gli spara, subito dopo alla donna si unisce Xenakis, anche lui tenta di uccidere il Nostro, l'incubo di Beckett precipita in un incubo ancor peggiore senza che lui abbia la seppur minima idea di cosa gli stia accadendo intorno. Inizia la fuga con conseguente caccia all'uomo, l'unica speranza di Beckett è quella di raggiungere l'ambasciata statunitense ad Atene, città ormai a cinque ore di distanza, ferito, in una terra di cui non conosce la lingua e con alle spalle almeno due persone intenzionate a fargli la pelle.

Ottimo lavoro di messa in scena ben supportato dalle musiche di Ryuichi Sakamoto, la regia di Filomarino gode di un notevole equilibrio che non lascia concessioni a facili esagerazioni nonostante si sia nel campo dell'action thriller (fatta eccezione forse per la scena del parcheggio con una trovata finale con un pizzico d'azzardo). È proprio il contesto a dare un valore aggiunto al film, lo sfondo che ben presto si rivelerà politico apre squarci su un passato che è praticamente presente, la minaccia di partiti estremi come Alba Dorata, il dilagare della povertà e lo scavalcamento dei diritti dei cittadini interconnessi alla stessa figura di Beckett che nella Grecia dilaniata dalla crisi è l'altro, uno statunitense nato e cresciuto nella patria del capitale, nero, ferito, che attraversa il paese senza risorse, braccato e proveniente da una recentissima sua guerra personale ha in sé numerosi spunti per lanciare discorsi su diversi temi d'attualità. Emblematica la facilità con cui, in un Paese ridotto ai minimi termini, Beckett riesca a trovare la solidarietà e l'aiuto della povera gente che pagherà le conseguenze dell'onestà e del buon cuore in un sistema paese che è diventato un piccolo inferno. Non solo intrattenimento quindi, tra l'altro gestito in maniera esemplare grazie a una tensione di fondo costante e alcune sequenze ben coreografate e dirette, ma anche una buona dose di impegno, la giusta via da seguire per il rilancio dei nostri film di genere.

mercoledì 25 agosto 2021

YESTERDAY

(di Danny Boyle, 2019)

Danny Boyle parte da una sceneggiatura di Richard Curtis (già autore e regista di I love Radio Rock) e da un'idea molto sfiziosa per poi sfumare su toni da classica commedia romantica (genere che è il vero cavallo di battaglia per Curtis) vanificando un poco il potenziale che stava nella premessa di questo Yesterday ma riuscendo comunque a realizzare un film sempre piacevole e divertente. In fondo sbagliare il film con tutti quei pezzi dei Beatles a disposizione era quasi impossibile, Boyle il mestiere ce l'ha e così la commedia musicale è bella che servita. L'idea di fondo è questa: cosa succederebbe se per qualche strana ragione tutti al mondo dimenticassero l'esistenza dei Beatles? Che mondo sarebbe senza la loro musica? E se fossi tu l'unico a ricordare i loro pezzi allora che cosa faresti?

Jack Malik (Himesh Patel) vive in un paesino sulla costa del Suffolk in Inghilterra, ha un lavoro come magazziniere ma il suo sogno sarebbe quello di sfondare con la sua musica. Purtroppo la musica di Jack non incontra grande interesse, l'unica sua vera fan che lo sprona a continuare a credere nel suo sogno è Ellie (Lily James), amica dai tempi delle elementari e da sempre innamorata di Jack, amore corrisposto che nessuno dei due ragazzi ha il coraggio di confessare all'altro, entrambi persi in una friend zone radicata nelle loro teste che si autoalimenta ormai da sempre. Una sera, durante un black out di pochi minuti su scala globale, Jack viene investito da un autobus, al suo risveglio si ritrova in ospedale con qualche acciacco e due denti in meno. Nessuno sa spiegare il fenomeno del black out, Jake però, dopo alcuni indizi, realizza che per nessuna ragione apparente durante l'evento sono stati cancellati dall'esistenza i Beatles: nessuno ricorda le loro canzoni, Google restituisce solo scarafaggi ai tentativi di ricerca di Jack, i loro dischi sono spariti, nessun segno dell'esistenza dei quattro di Liverpool. Quando Jack intona Yesterday davanti ai suoi amici questi credono che il pezzo sia suo, allora perché non approfittarne avendo un catalogo magnifico a propria disposizione per sfondare finalmente nel mondo dell'industria musicale, aiutato magari da quel talento di Ed Sheeran?

Diciamo che altre vie sarebbero state più interessanti da battere, una su tutte, solo in parte accennata nel film di Boyle, sarebbe stata questa: se si fosse presentato oggi un artista sconosciuto, nuovo, con il meglio del catalogo dei Fab Four in repertorio, queste meravigliose canzoni che impatto avrebbero avuto sul pubblico del 2019 (anno di uscita del film)? In piccola misura possiamo avere un assaggio sulla questione nelle divertenti esibizioni di un bravo Himesh Patel, la prima esecuzione della "sua" Let it be davanti ai genitori per nulla colpiti è spassosissima, così come i primi tentativi con i suoi amici come pubblico. Per il resto il film si sviluppa sul canonico canovaccio da rom com (con risvolti non sempre credibili) e sui rimorsi di coscienza di un artista che raggiunge vette stratosferiche di successo in modo poco onesto, molto sopra le righe la descrizione dello show business che assume cadenze grottesche grazie al personaggio della manager di Jack interpretata da Kate McKinnon, plauso invece per Joel Fry nei panni di Rocky, amico e roadie di Jack completamente fuso. Sul pre finale una scena tutta da decifrare che non anticipo, rimangono poi diverse trovate divertenti sulle ricerche in Google (perché senza i Beatles come avrebbero potuto esserci gli Oasis? e così tanti altri) e la potenza intramontabile dei brani dei Beatles. Ottima la presenza di un'autoironico Ed Sheeran nei panni di sé stesso, tra  i primi a dare una possibilità a Jack, c'è una scena bellissima dove Ed, appurato il talento del giovane collega, propone una sfida davanti a un pubblico ristretto, dieci minuti per comporre un nuovo pezzo e vinca il migliore. Dopo la bella e breve esibizione di Ed, Jack si siede al piano ed esegue una struggente interpretazione di The long and winding road, Ed lo guarda tra l'ammirato e lo stupefatto, Rocky guarda Ed di sghimbescio sorridendo, quasi a dirgli "mi dispiace bimbo, non ce la puoi fare", sul finale un Ed Sheeran annichilito e ammirato ammette la sconfitta, in fondo chi può vincere su Paul McCartney? Forse la sequenza migliore del film.

Nel succo una commedia romantica nemmeno troppo originale, sul versante musicale però c'è di che godere, Yesterday una visione la vale tutta.

lunedì 23 agosto 2021

ULTIMA SENTENZA

(The appeal di John Grisham, 2008)

Tempo di letture estive. Diciamocelo pure fuori dai denti, i libri di Grisham sono (quasi) tutti simili, se però vi piace l'intrattenimento offerto dall'ex avvocato e politico dell'Arkansas, se amate il legal thriller con tutti i risvolti procedurali del caso, anche con questo Ultima sentenza troverete pane per i vostri denti. Chi lo conosce e allo stesso tempo è in possesso di un minimo di spirito critico sa già che Grisham non è di certo uno scrittore dallo stile sopraffino, è un buon costruttore di storie, a volte più in forma, a volte meno, capace di intrattenere con grande maestria, troppo spesso ingabbiato all'interno di un genere che gli ha garantito soldi e successo ma al di fuori del quale ha mostrato sprazzi di inventiva purtroppo mai coltivati fino in fondo (La casa dipinta, Fuga dal Natale). Ultima sentenza rientra nel filone processuale caro all'autore, è un romanzo corposo, quasi cinquecento pagine, che nonostante riesca a offrire quasi sempre una piacevole lettura soffre di qualche momento di stanca durante il quale Grisham si sofferma con molta attenzione nello spiegare al lettore come funzioni negli States una campagna elettorale volta a eleggere i giudici della Corte Suprema di uno Stato, nella fattispecie il Mississippi, cosa che in realtà offre spunti di riflessione molto interessanti sulla (in)giustizia del sistema americano ma che inevitabilmente appesantisce qua e là un poco il testo.

Siamo al capitolo finale di un lungo processo contro la Krane Chemical, azienda colpevole di aver scaricato tonnellate di sostanze tossiche nelle falde acquifere di Bowmore nel Mississippi. Lo scontro assomiglia a quello tra Davide e Golia, un'azienda che fattura milioni su milioni assistita da stuoli dei migliori avvocati sulla piazza, portata in giudizio dal piccolo studio legale che fa capo a Wes e Mary Grace Payton per conto di Jeannette Baker che nel giro di pochi mesi ha perso marito e figlio a causa di un cancro provocato dalle scorie smaltite illegalmente della Krane e presenti come residuo nell'acqua di Bowmore. Al momento del giudizio finale la giuria giudica l'azienda colpevole e decide per un rimborso molto cospicuo a favore di Jeanette; ma non è finita qui, i giurati inoltre affibbiano alla Krane Chemical una sentenza punitiva che costringerà il piccolo impero di Carl Trudeau, maggiore azionista della Krane, a versare come risarcimento una somma che supera i quaranta milioni di dollari. È una sentenza storica e disastrosa per l'affarista privo di scrupoli al quale non resta che portare il caso in appello alla Corte Suprema del Mississippi, ma la corte di quello Stato si è spesso dimostrata propensa a favorire gli attori delle cause contro le imprese disoneste, per aggiustare il tiro interverrà l'azienda di Barry Rinehart specializzata nel manipolare in tutto segreto le campagne elettorali al fine di ottenere nella composizione della Corte giudici a loro favorevoli.

Grisham cattura da subito l'attenzione del pubblico con lo scontro tra il colosso della chimica e il piccolo studio di avvocati che si sta giocando anche le proverbiali mutande pur di arrivare in fondo a una causa giusta, Wes e Mary Grace Payton raccolgono la simpatia del lettore ma gli onesti in questo mondo faticano a combattere con gli squali. L'autore perde qualche battuta nella fase successiva dedicata alla manipolazione da parte dei potenti e delle lobby con cui hanno contatti per la composizione della Corte Suprema, se qui si diluisce un poco il ritmo del racconto c'è da riconoscere a Grisham una competenza consapevole delle storture del sistema giudiziario americano, in una nota in fondo al libro lo stesso autore sottolinea come "finché si consentirà l'afflusso di denaro privato nelle elezioni giudiziarie continueremo a vedere interessi contrastanti in lotta tra loro per ottenere seggi sul banco dei giudici", nodo centrale anche di questa vicenda che mette bene in evidenza il sistema di corruttela celata che appesta la politica americana (e non solo quella). Come già detto chi conosce Grisham sa cosa aspettarsi, prendere o lasciare, Ultima sentenza offre spunti interessanti e un discreto intrattenimento, per grandi romanzi rivolgersi altrove.

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