giovedì 18 luglio 2024

I VITELLONI

(di Federico Fellini, 1953)

Siamo nel 1953 e I vitelloni, tra le opere del primo periodo di Federico Fellini, può ancora essere accostato alla corrente del neorealismo italiano, movimento dell'immediato secondo dopoguerra dentro il quale Fellini non verrà mai inserito a pieno titolo se non appunto, in maniera marginale, per un paio di opere tra le quali compare proprio questo I vitelloni, uno dei suoi film più apprezzati e riconosciuti anche all'estero. In effetti, mettendo in parallelo le principali caratteristiche della corrente neorealista e i contenuti de I vitelloni è facile notare come solo alcune di queste siano sovrapponibili tra film e filone. Fellini mette un poco da parte la Storia e si concentra sul privato dei suoi protagonisti; anche l'attenzione che molte opere neorealiste pongono sulla miseria e sulle difficilissime condizioni del dopoguerra sono qui messe in secondo piano, seppure il regista le lasci intuire, sempre comunque in maniera fievole. Sono diversi ormai gli anni trascorsi dalla fine del conflitto, i nostri sfaccendati protagonisti, seppur in stato di carenza di lavoro, non danno mai l'impressione dei veri miserabili, si concedono qualche piccolo vizio, hanno tutti un tetto familiare ad accoglierli, vestono tutto sommato bene, non sentono quel morso della fame che spesso la faceva da padrone al cinema solo fino a qualche anno prima. Al centro del racconto più che ragazzi stritolati dalle difficoltà si iniziano a vedere giovani senza direzione, allergici al lavoro in taluni casi (quasi tutti in effetti), preda di qualche vizio di troppo per l'epoca. Certo, il contesto sociale non è ancora florido ed è sfondo su cui costruire, I vitelloni non presenta nemmeno tutti quegli accenni autobiografici di cui spesso si dice in merito a questa pellicola che, tra l'altro, non è neanche stata girata a Rimini, città natale di Fellini, anche se in qualche modo l'ambientazione potrebbe essere quella della riviera romagnola.

Il film si apre nel momento dell'incoronazione della reginetta di un concorso di bellezza tenutosi sulla spiaggia durante la quale viene eletta vincitrice la giovane Sandra (Leonora Ruffo). Nel seguente parapiglia dovuto a un'improvvisa tempesta la ragazza si sente male; uno dei protagonisti, Fausto (Franco Fabrizi), intuita l'origine del malore di Sandra (è incinta), sapendosi colpevole tenta di levare le tende, il padre (Jean Brochard) che è uomo vecchio stampo e tutto d'un pezzo lo costringerà a restare e a sposare la ragazza. Così Fausto resta, come resteranno nel paese che sembra offrire sempre così poco i suoi amici: l'immaturo e fannullone Alberto (Alberto Sordi) che ancora si mantiene scroccando qualcosa alla sorella lavoratrice Olga (Claude Farell), Riccardo, il meno definito e afflitto dal vizio del gioco (interpretato da Riccardo Fellini, fratello del regista), Leopoldo (Leopoldo Vannucci) che sogna di poter vivere scrivendo commedie, quantomeno ci si impegna, è infine c'è Moraldo (Franco Interlenghi), grande amico di Fausto e fratello di Sandra, miscela che porterà a qualche difficoltà, l'unico all'apparenza più serio e senza grilli per la testa, riflessivo, malinconico, sarà l'unico che (forse) riuscirà a muoversi per costruire qualcosa lontano dai luoghi natii.

Quello de I vitelloni non è ancora il Fellini "magico" che più avanti sarà definito dalla critica proprio in virtù della sua propensione a sconfinare nel "visionario" e nel "fantastico", termini che virgolettiamo per dare definizioni "con le molle". È un regista che lavora sulla commedia mettendo a nudo e in risalto i vizi e i malcostumi di questi giovani protagonisti, mischiando il lato più umoristico con il melodramma dato qui dalla condizione di Sandra, neo mamma, costretta all'affronto del dover vivere con un giovane marito, che ama, il quale non riesce a trattenersi dall'andar dietro ogni gonnella che vede passar per strada. Tra i vari sfaccendati, tutti a loro modo buoni più che altro a parole, sempre a proporre di andarsene ma inchiodati a quel dolce far nulla di provincia in un'epoca ancora non raggiunta dal boom economico prossimo futuro, l'unico più quadrato (ma altrettanto perso a parer di chi scrive) è Moraldo che tiene gioco all'amico di sempre per non inquietare la sorella per poi dargli una lezione da ricordare sul finale, poche parole ma ficcanti. Sarà l'unico ad andarsene davvero, verso cosa, verso dove nemmen si sa. Forse, ipotesi non confermata, l'interessamento alla vita di quel ragazzino che lavora in ferrovia gli ha smosso un qualcosa dentro. Sotto il profilo meramente costruttivo e tecnico ci sono già sequenze gestite da grande regista a partire dalla festa iniziale finita sotto l'acqua per concludere con la sequenza magistrale con Moraldo che parte in treno e con il carosello dei suoi amici che gli corrono sotto gli occhi, addormentati nelle loro camere da letto, come se queste scorressero al di là del finestrino, un passaggio davvero formidabile. Non sono da meno alcune scelte narrative come il contrasto tra generazioni ben esemplificato dal papà di Fausto, uomo integro e ben disposto, nonostante il figlio sia più che trentenne, a prenderlo a cinghiate dopo che questo ha fatto soffrire per l'ennesima volta la sua povera moglie. Tra neorealismo (meno) e commedia all'italiana (un po' di più) I vitelloni rimane un pezzo di storia del nostro cinema da rispolverare senza remore.

domenica 14 luglio 2024

INSIDE OUT 2

(di Kelsey Mann, 2024)

È possibile che quella che andrete a leggere sarà un'impressione sull'ultimo film di casa Pixar un poco di parte. Non credo che in questo ci sia nulla di male, soprattutto se la cosa viene esplicitata in maniera chiara e limpida. Diciamo subito che rispetto al suo predecessore Inside out 2 compie un passo in avanti. Dal primo episodio che vedeva protagonista per la prima volta la giovane Riley sono passati quasi dieci anni (Inside out uscì nel 2015); in che cosa dunque la casa di produzione "della lampada" compie questo passo in avanti? Per rispondere a questa domanda non servono grandi analisi né particolari elucubrazioni perché la risposta è la più immediata tra quelle possibili. Semplicemente Inside out 2 si sposta un poco in avanti nel tempo e vede la sua protagonista, Riley appunto, passare dalla pre-adolescenza del film d'esordio a un'adolescenza piena con tutti gli sconquassi che questa particolare età può portare nella vita di una giovane fanciulla. Lo schema messo in campo già dieci anni fa trova terreno fertilissimo nella nuova situazione psicologica ed emotiva in cui Riley si viene a trovare, in Pixar si muovono quindi sul sicuro, sia dal punto di vista meramente formale (lo stile di animazione per intenderci), sia sul piano della struttura narrativa. Il film infatti non presenta grosse novità, l'esordio del regista Kelsey Mann non stupisce quanto fece il primo episodio, opera che reputai all'epoca (e reputo tutt'ora) un piccolo grande gioiello d'animazione, però, nonostante lo schema vada a ripetersi senza grandi innovazioni, Inside out 2 è un film, soprattutto se messo in relazione ai nostri tempi, forse ancor più prezioso del suo predecessore.

La piccola Riley è cresciuta e si è finalmente ambientata nella sua nuova città; qui ha trovato Bree e Grace, le sue due amiche del cuore, continua a praticare con amore il gioco dell'hockey e si prepara per il passaggio alla scuola di grado superiore. Nel mezzo di tutti questi aspetti positivi, mentre Gioia nella sua testa è salda al comando della ormai affiatata squadra di emozioni formata anche da Disgusto, Rabbia, Tristezza e Paura, irrompe nella vita di Riley quella forza sconosciuta e difficilmente gestibile che va sotto il nome di adolescenza. Così nella testa di Riley partono i lavori di rinnovamento, una nuova consolle viene installata per far posto alle nuove emozioni che andranno ad affiancare il team di Gioia per i prossimi anni, tutte emozioni con le quali finora Riley non aveva avuto a che fare: queste sono Invidia, Ennui (noia), Imbarazzo e soprattutto la più nociva e pericolosa (se non controllata) Ansia. Prima dell'inizio del liceo le tre amiche hanno la possibilità di frequentare un campo estivo di alcuni giorni durante il quale verranno selezionate alcune giovani ragazze per entrare nella prestigiosa squadra femminile di hockey delle Firehawks. Mentre Bree, Grace e Riley si recano al campo quest'ultima scopre che le prime due non frequenteranno il suo stesso liceo; a Riley crolla il mondo addosso, si vede già proiettata nella nuova scuola in completa solitudine, Ansia inizia a prendere il controllo nella mente della ragazza facendole compiere scelte a volte discutibili e mettendo in pericolo quella  costruzione dell'io che finora per Riley aveva prodotto una personalità attiva e positiva. Starà al gruppo di Gioia tentare di mettere a posto le cose.

Chi vi scrive (e qui torniamo alla poca imparzialità nel giudizio) è, prima che un appassionato di cinema, un papà di una ragazza adolescente che da diversi anni combatte un rapporto difficile e per alcuni aspetti (quello della socialità) quasi invalidante con stati d'ansia incontrollabili e conseguenti crisi di panico. È questa una condizione che quando si presenta a certi livelli di importanza, come è capitato per nostra figlia, va affrontata con l'ausilio e il supporto di personale preparato. Per chi vive da anni una situazione di questo tipo un film come Inside out 2 non può essere visto (per fortuna) con l'occhio clinico e distaccato che potrebbe avere uno spettatore meno coinvolto. Nel mettere in scena il passaggio all'adolescenza la sceneggiatura di Meg LeFauve coglie perfettamente quello che può essere considerato uno dei mali delle generazioni giovani di questo particolare periodo storico, un male meno diffuso fino ad alcuni decenni orsono; gli stati d'ansia fuori controllo sono in aumento continuo nei ragazzi e la struttura narrativa del film ne evidenzia benissimo la pericolosità quando questi fenomeni non si riescono a tenere a bada. C'è una scena in particolare nel film, un momento di una partita decisiva al campo estivo, minuti in cui nella testa di Riley si affastellano dubbi, preoccupazioni e rimorsi gestiti da un'Ansia sempre più dominante alla consolle nella sua testa, che sfocia in una vera e propria crisi di panico, una scena coraggiosa che al cinema ha fatto scoppiare in lacrime nostra figlia e noi genitori (e tantissime altre persone suppongo), un momento che ha piazzato lì sullo schermo, ben evidente, il dolore, il trauma, la fatica con le quali la nostra bambina (che ormai bambina più non è) si trova a combattere tutti i giorni. È una scena che ti strazia il cuore, probabilmente è un effetto che farebbe a qualsiasi spettatore dotato di un minimo di sensibilità, figuratevi a noi che combattiamo con situazioni come queste ormai da molto tempo. La gestione di questo nuovo personaggio, Ansia, deve aver richiesto uno studio accurato in casa Pixar, un lavoro che rischia di venire un po' sottovalutato (come mi è capitato di leggere) da chi ovviamente è meno coinvolto da questo aspetto in particolare che in effetti si mangia (proprio come fa la vera ansia) tutto il resto. Uno dei difetti che si potrebbero attribuire al film è infatti quello di sfruttare meno di quel che sarebbe stato possibile emozioni come Imbarazzo ed Ennui, personaggi che si sarebbero potuti prestare a un sacco di situazioni, sia di alleggerimento (che in una certa misura ci sono) che più seriose, e che avrebbero potuto arricchire ancor di più questo Inside out 2, ma in fondo in poco più di un'ora e mezzo va da sé che non si può infilare proprio tutto. Di tanto in tanto fa capolino Nostalgia, rappresentata come una vecchina che viene a più riprese invitata a togliersi di torno perché ancora non è arrivato il suo momento di mettersi alla consolle, altro tocco intelligente usato con levità in casa Pixar ma che fa breccia nella testa degli spettatori più adulti. Poche novità quindi se valutiamo il film dal punto di vista dell'innovazione ma grande attenzione nei contenuti e una grande importanza nel veicolare messaggi e consapevolezza. Troppo spesso i nostri ragazzi non stanno bene, ma noi, come società, come collettivo, non tanto come singole famiglie (che ovviamente si concentrano sui propri figli), che cosa stiamo davvero facendo per loro?

domenica 7 luglio 2024

IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO

(The killing of a sacred deer di Yorgos Lanthimos, 2017)

Tanto sarà immerso nel fango e nel lerciume (e anche nella merda) il successivo lavoro di Yorgos Lanthimos La Favorita (prima sua collaborazione con Emma Stone e incetta di riconoscimenti), tanto è limpido, glaciale e pulito questo precedente Il sacrificio del cervo sacro, entrambi film molto riusciti, anche in maniera parecchio differente tra loro, a dimostrare l'intelligenza e l'ecletticità stilistica del regista greco, uno tra i contemporanei capace di dar vita a dibattiti e schieramenti sia tra la critica che tra il pubblico, cosa questa che già di per sé sottolinea il raggiunto status quantomeno di artista molto interessante da parte di Lanthimos, ormai uno dei registi a cui guardare nell'ambito della cinematografia mondiale di oggi. È curioso notare come nell'arco di un solo anno Lanthimos passi da un film all'apparenza freddissimo, preciso e asettico in ogni suo passaggio a uno vitale, grottesco per alcuni tratti, sporco e costellato da personaggi pieni di desideri e aspettative; c'è da dire che per La Favorita il regista non si è occupato della fase di scrittura, affidata questa a Tony McNamara che sarà poi di nuovo sceneggiatore per il greco con il più recente Povere creature!, a ogni modo allo spettatore scegliere l'esito a lui più congeniale, ciò che importa è che la scelta, quale che sia, passi comunque da opere decisamente meritorie e significative.

Steven Murphy (Colin Farrell) è un cardiochirurgo tenuto in grande considerazione nell'ospedale in cui opera; l'uomo vive nella sua bellissima casa con la moglie Anna (Nicole Kidman), una donna di classe e oftalmologa di successo, e con i due figli, il piccolo Bob (Sunny Suljic) e l'adolescente Kim (Raffey Cassidy). Senza che la sua famiglia ne sia a conoscenza Steven incontra spesso un giovane, Martin (Barry Keoghan), i due più che altro parlano, il giovane sembra essere affezionato al medico e tiene in considerazione le sue opinioni e il suo apprezzamento. Da principio la loro relazione non è chiara: non sono parenti, non sono amanti ma c'è un qualcosa, probabilmente nel loro passato, a legarli. Dopo qualche tempo Martin viene finalmente presentato in famiglia, il ragazzo ci mette davvero poco a fare breccia nel cuore di Kim, Anna invece lo trova semplicemente un ragazzo a modo, ben educato seppur proveniente da una realtà non così agiata ed elegante come quella dei Murphy. Poi sarà la volta per Steven di dover conoscere la mamma di Martin (Alicia Silverstone), una donna sola che mostrerà un certo interesse per il dottore. Pian piano si scoprirà il legame che c'è tra Steven e Martin e la storia prenderà pieghe sempre più difficoltose e inspiegabili che porteranno Steven a dover prendere decisioni estreme.

Il titolo del film di Lanthimos, che di primo acchito potrebbe risultare enigmatico ai più e intelligibile solo per chi conserva rudimenti di conoscenza in materia di miti greci, si rifà all'Ifigenia in Aulide, narrazione nella quale i protagonisti si troveranno a confrontarsi con il volere di dei ben più benigni di quello con il quale avranno a che fare i personaggi dell'opera del regista greco. In realtà ne Il sacrificio del cervo sacro non ci sono dei, la malasorte che affligge i componenti della famiglia Murphy è ben identificabile ma Lanthimos non ce ne esplicita mai la natura mantenendo così per tutta la durata del film un'ambiguità che pian piano diventa più comprensibile, o quantomeno indirizzabile, ma che non si scioglierà mai fino in fondo se non risalendo appunto al mito. Il contesto, sequenza iniziale a parte che presenta un'operazione a cuore aperto, è di una glacialità impeccabile. Nella messa in scena tutto è ordinato, simmetrico, pulito, rilucente; la famiglia dell'alta borghesia qui narrata è algida, di una freddezza che si esplicita anche nel sesso tra marito e moglie dove la fantasia frequente della coppia consiste in una moglie che finge di essere completamente anestetizzata, come nelle operazioni del marito, e così si concede senza passione alcuna. Allo stesso modo il dottore reagisce di fronte a un pericolo che mette a rischio la stessa vita dei suoi cari, senza grandi scatti emotivi, in preda a una razionalità impotente che solo in pochissimi casi mostrerà quel minimo di umanità necessaria che la situazione richiederebbe, radicata forse in una convinzione di superiorità di lui verso tutto e tutti, anche nei confronti della moglie che in fondo vede "solo come un'oftalmologa". Lanthimos lavora sulla colpa, sull'assunzione di responsabilità e su un terribile contrappasso, una colpa che il protagonista, mentendo a sé stesso e agli altri, tende a giustificare autoassolvendosi ("un chirurgo non sbaglia") tentando comunque in qualche modo di mitigarne il rimorso che ne deriva. È quando i nodi vengono al pettine, quando in qualche modo da quella situazione surreale, pericolosa e inspiegabile si dovrà infine uscire che Lanthimos diventa cattivissimo, mettendo in pessima luce tutti i suoi protagonisti principali. Nel far questo il regista sporca (giusto un po') la sua pulizia formale e apre le porte al caos, un caos che non si può combattere ma solo accettare, un'operazione da compiere caricandosi sulle spalle tutte le conseguenze del caso che sublimano in una sequenza finale davvero agghiacciante. Così giustizia è fatta, non ci sono scappatoie, non ci sono appigli che denaro, posizione, prestigio possano offrire. Ottima la prestazione del cast che vede emergere un Barry Keoghan sottilmente inquietante che rivaleggia senza timori con star più blasonate di lui e che trovano casa in maniera comoda nella compostezza messa in scena dal regista greco.

mercoledì 3 luglio 2024

SOLDI SPORCHI

(A simple plan di Sam Raimi, 1998)

L'occasione non solo fa l'uomo ladro, lo fa pure assassino. 

Nel 1998 Sam Raimi si era già costruito un nome e contava su un bel numero di appassionati raccolti, soprattutto ma non solo, grazie alla trilogia de "La casa" (La casa del 1981, La casa 2 del 1987 e L'armata delle tenebre del 1992). Oltre al trittico sopra citato il regista del Michigan aveva riscosso consensi da parte dei fan anche per il western Pronti a morire e ancor più per il supereroico "ante litteram" Darkman. Nel corso dei suoi primi anni di carriera Raimi costruisce uno stile che in più occasioni si avvale di un'amalgama di avventura e generi (l'horror nel caso della trilogia) misto a un approccio ironico, a volte decisamente comico, a stemperare gli eccessi, un approccio al cinema che nel tempo si rivelerà essere uno dei tratti distintivi che il pubblico imparerà ad amare nei lavori del Nostro. Con Soldi sporchi tutto ciò che di ironico, frivolo e leggero c'è stato fino a quel momento nel cinema di Raimi viene dal regista momentaneamente accantonato per virare su un racconto duro che mette a nudo il peggio dell'animo umano condizionato in maniera negativa da egoismi, avidità, opportunismo e dalla ricerca di quel salto facile che da un corrotto "sogno americano", citato apertamente da uno dei protagonisti del film, non può che portare a un più realistico incubo, non solo americano ma proprio di una specie intera che in fondo, ingannandoci, vogliamo credere di base ancora buona e altruista.

Hank Mitchell (Bill Paxton) è un uomo onesto, è sposato con Sarah (Bridget Fonda), una bibliotecaria dalla quale sta aspettando la loro primogenita; l'uomo ha un impiego modesto al quale si applica con dedizione in una ditta di sementi. Quella dei Mitchell è una vita tranquilla, rispettabile, senza troppe soddisfazioni ma meglio di quella di altre famiglie che abitano la stessa provincia innevata del Minnesota in cui i Mitchell risiedono. Di certo una vita migliore di quella del fratello di Hank, Jacob (Billy Bob Thornton), uno sfaccendato dal carattere stralunato che difficilmente potrebbe inserirsi in un qualche contesto sociale a modo, o di quella dell'amico di Jacob, il disoccupato Lou (Brent Briscoe) sempre alla ricerca di soldi e di quella pace che sua moglie Nancy (Becky Ann Baker) giustamente non gli concede. In occasione di una visita sulle tombe di famiglia i tre si trovano insieme; lungo il tragitto verso casa, in mezzo alla neve, Hank, Jacob e Lou si imbattono nel relitto di un piccolo aeroplano ormai nascosto dalla coltre bianca; al suo interno il pilota è morto da tempo, al suo fianco un borsone contenente un'ingente somma di denaro, una cifra superiore ai quattro milioni di dollari. Dopo lo smarrimento iniziale e la convinzione da parte di Hank che l'unica cosa possibile da fare sia avvisare la polizia, Jacob e Lou riescono a convincere il più assennato di loro a non consegnare subito il malloppo e aspettare almeno che l'aereo venga ritrovato, così da capire se qualcuno sia davvero alla ricerca di quel mucchio di soldi. Dopo diverse discussioni Hank accetta la proposta a patto di conservare lui stesso i soldi non fidandosi degli altri due, tipi non proprio in quadro. La situazione ovviamente peggiorerà in fretta in un crescendo di errori e disgrazie senza fine.

Soldi sporchi è un noir nerissimo, senza speranza, di una cupezza assoluta che contrasta con il bianco candore della neve che avvolge la provincia del Minnesota. In questi scenari aperti e innevati (è facile pensare subito a Fargo ma qui non c'è niente da ridere) Raimi mette in scena il disfacimento dell'uomo causa avidità radicata; sono tutti diversi tra loro i protagonisti descritti da Raimi, quel poco di buono, quel pizzico di bontà d'animo che ancora alberga tra le nevi della provincia americana (che ingenuamente forse ancora crede al sogno o a una versione deviata di esso) arriva da dove non te lo aspetti, da quell'umanità a volte bollata come "white trash" o "minorata" che ancora non si è fatta corrompere del tutto dalla società del possesso e del benessere. Anche l'uomo potenzialmente più onesto è corruttibile se se ne presenta la giusta occasione. La figura di Hank è quella di un uomo la cui pretesa d'onestà crolla presto, con conseguenze nefaste, di fronte all'imprevisto e alla possibilità di un salto sociale ed economico verso l'alto; ancor peggio quella di Sarah che sogna l'esplosione improvvisa di quella vita borghese o addirittura privilegiata che in segreto ha sempre desiderato, a costo di influenzare e spingere il marito contro la sua natura di base e a costo di passare su tutto e tutti. Lou è un disperato incolto, schiacciato da sé stesso e dal sistema, Jacob è l'unico che nel suo disagio coltiva sogni puri e semplici, magari essere accettato da una donna (e sì, fosse anche solo per i suoi soldi, e chi se ne frega), ricomprare la fattoria di famiglia, trovare finalmente un posto in quella terra dove è cresciuto e dove il sogno americano è morto da tempo (il padre suicida, la fattoria in decadenza), quel sogno che da sempre, e ancora oggi, è per lo più bagnato dal sangue di gente innocente. Raimi costruisce un crescendo di situazioni e tensioni che vanno a scardinare la patina superficiale, già sporca e impoverita, di una rettitudine di maniera pronta a crollare al primo colpo. L'impatto sarà terrificante. Neo noir crudele e ancora modernissimo, più moderno oggi che in quel già lontano 1998, sarebbe bello se Raimi tornasse ancora una volta a queste atmosfere.

sabato 29 giugno 2024

GREAT FREEDOM

(Große Freiheit di Sebastian Meise, 2021)

L'Austria non è tra i maggiori produttori al mondo per quel che riguarda film di un certo peso, con questo Great freedom (titolo internazionale) i mitteleuropei mettono a segno un ottimo colpo, il film di Sebastian Meise viene infatti scelto per rappresentare il Paese e concorrere alla categoria "miglior film internazionale" all'edizione 2022 degli Oscar dove non vincerà, raccoglierà comunque premi in giro per l'Europa tra i quali "miglior attore" per il bravissimo Franz Rogowski al Torino Film Festival, il premio della giuria al Festival di Cannes (Un certain regard) e un altro paio di riconoscimenti agli European Film Awards, un'ottima presentazione per tutti quegli spettatori che volessero affrontare ora la visione del film su piattaforma (Mubi, lingua originale con sottotitoli). È un "prison movie" un po' atipico questo Great freedom, un dramma (e che dramma!) dove a farla da padrone è l'amore; l'amore per l'altro, l'amore per le proprie scelte e per la propria natura, l'amore per il sesso (e il sesso per l'amore e non solo), l'amore per la propria dignità e su tutto l'amore per l'amore, forza dirompente che sostiene la resistenza e permette il compimento di scelte difficili e la vita stessa in situazioni di ingiustizia estrema e reiterata (in ambiti dove non tutti ce la fanno).

La storia di Hans Hoffmann (Franz Rogowski) segue in qualche modo quella del Paragrafo 175, una sezione del codice penale tedesco in vigore fin dalla fine dell'800 e rimasta in piedi, con alcune revisioni, fino al 1994, praticamente l'altro ieri. Il suddetto "paragrafo" condannava i rapporti omosessuali tra uomini, nel corso del tempo questa legge è stata inasprita o alleggerita in base all'aria che tirava nel paese. Ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, in generale in tutta l'epoca nazista, il Paragrafo 175 fu l'appiglio del governo per perseguire in maniera sistematica gli omosessuali per poi internarli nei campi di concentramento, una situazione ignobile che purtroppo migliorò davvero di poco con la sconfitta dei nazisti; infatti la legge rimase in piedi anche dopo la guerra e gli internati nei campi con il "triangolo rosa" si videro trasferire direttamente dai campi di concentramento alle carceri tedesche. È più o meno in questo momento che iniziamo a seguire la storia di Hans, una storia che non procede in maniera lineare nel tempo, nel passaggio al carcere Hoffmann viene per la prima volta in contatto con il compagno di cella Viktor (Georg Friedrich), un uomo prima restio ad avere contatti con un omosessuale, poi via via sempre più comprensivo fino a sviluppare una vicinanza al compagno di reclusione sempre più forte. Nel frattempo Hans, schiena dritta e dignità sempre altissima e intatta, porta avanti con coerenza la sua esistenza in armonia con il suo essere, troverà in carcere amore e dolore fino a quando quel maledetto Paragrafo 175 verrà abolito; finalmente Hans tornerà alla vita, il suo amore però è rimasto dentro quelle mura ormai così familiari.

Il regista Sebastian Meise ci introduce alla vicenda con un montaggio di una serie di filmati che inchiodano Hans nei suoi momenti di trasgressione e che lo porteranno a scontare una delle sue multiple condanne per omosessualità. Nel film non vediamo il lasso di tempo relativo alla detenzione di Hans nei campi di concentramento, la narrazione si concentra dal dopoguerra fino al momento in cui la legge verrà alleggerita permettendo al protagonista di venire scarcerato. La figura centrale del film, quella di Hans, supportata in maniera esemplare dalla presenza del Viktor interpretato altrettanto magnificamente da Georg Friedrich, mette al centro della narrazione l'importanza di non tradire mai sé stessi, a costo di altre detenzioni, della perdita della libertà, di reiterati periodi di isolamento. Narrato in maniera equilibrata e mai sensazionalistica o sopra le righe, Great freedom è un affresco fatto d'amore e d'emozioni (tra le quali c'è anche molto sesso) ma soprattutto di rispetto e affermazione; fondamentale in questo l'interpretazione di Franz Rogowski che anche nei momenti di lussuria trasmette sempre il giusto contegno, un personaggio colmo della sicurezza d'essere nel giusto, del vivere senza far del male ad alcuno (a differenza di altri uomini condannati per motivi diversi). Meise costruisce a poco a poco, detenzione dopo detenzione, un percorso interno al carcere che porta Hans a trovare il suo equilibrio nelle dinamiche che la sua vita da recluso gli offre: nel carcere l'uomo troverà l'amore, il lavoro, tanti uomini ovviamente, la solidarietà, tanto che nel momento della libertà, come accade in tanti drammi carcerari, non saprà come gestire la sua nuova condizione di cittadino libero. Great Freedom ha la capacità di esprimere profondità e potenza senza uscire dai bordi, una qualità non appannaggio proprio di tutti. 

lunedì 24 giugno 2024

PREGA IL MORTO E AMMAZZA IL VIVO

(di Giuseppe Vari/Joseph Warren, 1971)

All'udire le parole "spaghetti" e "western" pronunciate una dietro l'altra e senza nulla a separarle nel mezzo non può non affiorare alla mente la trilogia del dollaro di Sergio Leone, la più nobile e celebre espressione di quel sottogenere, lo spaghetti western appunto, che sta a identificare la produzione nostrana di pellicole a tema che imperversò nelle sale più o meno dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso fino all'incirca ai tardi Settanta dando vita a una serie numerosa di film, di alterna qualità e spessore, che vanta titoli di forte richiamo ma anche esiti poco conosciuti ai più. Al netto delle eccezioni che come accade all'interno di ogni corrente o filone non mancano, in genere lo spaghetti godeva di capacità finanziarie modeste compensate da molto ingegno: le location di solito si spostavano dalla Spagna (l'Almeria, quando andava bene) alle zone montane o periferiche italiane (come sembra sia il caso di Prega il morto e ammazza il vivo), gli attori non sempre erano nomi di grido o talenti della Settima Arte, i temi e i toni spesso molto lontani da quelli del western classico americano abituato a mitizzare un'epopea del west che probabilmente, come spesso mostrato dai film italiani, è stata decisamente più brutta, più sporca e più cattiva di quella presentataci da Hollywood per moltissimi anni. Maggiore violenza, protagonisti più cattivi e meno limpidi, situazioni estreme, meno cortesie verso donne, vecchi e bambini, pochi pellerossa, tanto fango e parecchia lordura. E poi, ovviamente, soldi e oro, un motore narrativo sempre funzionale, quasi imprescindibile. Prega il morto e ammazza il vivo rispetta diverse di queste caratteristiche, non vanta uno dei registi più quotati nel filone, non è uno dei titoli più noti del genere ma si dice abbia in parte ispirato Tarantino nella stesura di The hateful eight, in effetti qualche punto di contatto c'è...

Dopo un colpo ben riuscito che ha fruttato loro un bottino in oro di una certa consistenza, la banda di banditi capeggiata da Dan Hogan (Klaus Kinski) si dà appuntamento presso una stazione di ristoro con telegrafo che va sotto il nome di Jackal's Ranch; i primi ad arrivare sono i componenti del gruppo agli ordini di Reed (Dean Strafford) i quali trovano già nel locale l'intraprendente John Webb (Paul Sullivan alias di Paolo Casella), un pistolero che si offrirà di accompagnare il gruppo in maniera sicura ai confini con il Messico in cambio della metà del bottino, non un lingotto di meno. In seguito sul posto giungerà Hogan, l'oro invece dovrebbe arrivare con la donna di Hogan, Daisy (Anna Zinnemann), scelta come corriere per dar meno nell'occhio. A gestire la locanda il vecchio proprietario Jonathan (Dan May/Dante Maggio) e la figlia Santa (Patrizia Adiutori) che vorrebbe convincere Webb a portarla con lui in una grande città, così da vedere un po' di vita. Mentre si allunga l'attesa per Daisy nel locale cresce la tensione, Webb inizia a instillare in Hogan il tarlo del dubbio riguardo un possibile tradimento, Reed pensa che Daisy sia scappata con l'oro e non si fida più della guida di Hogan, nel frattempo arriva al Jackal's Ranch anche una diligenza con una coppia di ricconi, un vetturino e una sorta di ballerina. La situazione rischia di farsi sempre più esplosiva, la banda inoltre è ricercata dalle autorità.

Il regista laziale Giuseppe Vari, qui accreditato con nome d'arte anglosassone come usava all'epoca (Joseph Warren), non è tra i nomi più ricordati del filone spaghetti western, parliamo comunque di un direttore "artigiano" che iniziò come montatore la sua carriera nel cinema e che vanta una filmografia nutrita che conta circa una trentina di titoli all'attivo. Prega il morto ammazza il vivo, titolo che anch'esso rientra in una tradizione di titoli quantomeno singolari, vive di una dicotomia degli ambienti; la parte del leone la gioca la lunga sequenza ambientata all'interno della stazione di sosta Jackal's Ranch, luogo chiuso nel quale molti confronti si sviluppano e giungono a una catarsi, non solo quelli tra banditi o che vedono protagonista Webb, ma anche per esempio quello tra la coppia di coniugi benestanti con problemi "matrimoniali". È proprio questa la parte del film meglio riuscita e quella che probabilmente ha portato alcune firme della critica ad accostare il film di Vari all'opera più recente di Tarantino. Le sequenze in esterna sono quelle che invece mostrano un po' di fiato corto, il territorio scelto per girare non è quello del nord americano e qui la differenza si vede, come si percepisce la mancanza di budget nella scelta di non avere un set troppo variegato a disposizione per la costruzione della vicenda. A vantaggio del lavoro di Vari c'è la presenza di Kinski nel ruolo di fetente che è una garanzia e che anche qui è sempre piacevole vedere all'opera, si gioca su una buona tensione nello sviluppo dei rapporti tra i molteplici personaggi (alcuni più credibili di altri) all'interno dello spazio chiuso, non mancano un paio di colpi bassi a bollare questi banditi come dei veri figli di buona donna (le sequenze nel fienile e quella delle sabbie mobili), per il resto latitano un poco una trama davvero avvincente (il plot è semplice, alcune scelte paiono raffazzonate e poco convincenti) e manca un poco di ritmo sul versante dell'azione che è perlopiù assente. Un discreto episodio nell'ambito dello spaghetti buono per approfondire la conoscenza del genere, tanto più data la reperibilità su piattaforma a titolo gratuito (Pluto Tv nella fattispecie).

sabato 22 giugno 2024

I DELINQUENTI

(Los delincuentes di Rodrigo Moreno, 2023)

Meglio farsi tre anni di galera per poi vivere in tranquillità il resto della propria esistenza oppure è preferibile passare venticinque anni dietro lo sportello di una banca in veste di umile impiegato? Con questo dilemma a far da scheletro al plot imbastito da Rodrigo Moreno, I delinquenti riflette sulla schiavitù del lavoro, sull'ingiustizia del dover dedicare la maggior parte del nostro tempo utile a questa occupazione; senza calcare troppo e unicamente la mano su questo aspetto Moreno, argentino in un'Argentina squassata da una crisi economica sempre più evidente e dolorosa per diverse fasce della popolazione, muove un'accusa a quel sistema del capitale che ormai imperversa dittatorialmente a (quasi) qualsiasi latitudine e longitudine e porta (quando va bene) sprazzi di benessere ma anche tantissime ingiustizie, infelicità e sacrificio a tantissimi uomini e donne costretti a vivere vite che nel profondo dei loro animi sanno di non voler vivere davvero. Può sembrare questa l'inevitabile quotidianità della gran parte degli uomini moderni, a tutti gli effetti lo è, ma con mano leggera e con i giusti tempi (più di tre ore di narrazione) Moreno affronta quello che a tutti gli effetti è un dramma collettivo di dimensioni planetarie. Questo il motore, di contorno e ad arricchire le vicende dei due protagonisti principali c'è però parecchio altro...

In una banca di Buenos Aires tra i suoi impiegati storici ci sono i dimessi e ligi al dovere Morán (Daniel Elías) e Román (Esteban Bigliardi), il primo è anche incaricato, insieme al direttore della filiale Del Toro (Germán de Silva), di depositare ogni tot di tempo il contante nel caveau della banca. Stufo del suo lavoro di routine e privo della benché minima soddisfazione, Morán studia un modo di alleggerire la banca di una somma pari al doppio di quello che guadagnerebbe in un'intera vita lavorativa fino al giorno del suo pensionamento. Dopo aver messo a segno il colpo Morán confessa tutto al collega Román coinvolgendolo (e in piccola parte ricattandolo) nell'impresa chiedendogli di conservare il maltolto in un luogo sicuro per un periodo di circa tre anni. Questo è il periodo di tempo che Morán ha previsto di passare in galera a causa di quel colpo che non ha richiesto la minima traccia di violenza, infatti l'uomo è deciso a costituirsi per chiudere il cerchio del suo piano, scontare poi la sua pena e uscire di galera da uomo libero e con la possibilità di riagguantare un malloppo che consentirà a lui e al collega Román (ovviamente il tutto verrà diviso in due parti) di vivere dignitosamente senza strafare ma con la possibilità di non doversi più sottoporre all'incessante schiavitù del lavoro e riappropriarsi invece del proprio tempo, della propria vita, della propria libertà.

Adónde está la libertad? si interrogano i Pappo's Blues riproposti da Moreno a più riprese come colonna sonora portante all'interno del film. Adónde está la libertad? È chiaro come per il regista argentino questa non stia nella reiterata afflizione del lavoro impiegatizio moderno. Nell'aprire una riflessione su questa tematica, affrontata senza violenza e senza mai voler puntare troppo sull'aspetto sociale della problematica, Moreno costruisce un film che apre all'aspetto più positivo della questione, quella riappropriazione di una dimensione personale più semplice e felice che esploriamo in misura maggiore non grazie al personaggio di Morán, l'artefice del colpo, ma per mano delle vicende di Román che si trova implicato quasi suo malgrado nell'intera vicenda ma che riuscirà a tenere il gioco e portare avanti l'opera del suo collega fino (quasi) alla fine del film. C'è una certa dualità che ricorre nelle scelte di Moreno a partire dai nomi molto simili di alcuni protagonisti: Morán e Román (anagrammabili tra loro), stessa cosa per il nome delle due sorelle che Román incontrerà nel momento in cui dovrà trovare un posto per nascondere i soldi, Norma (Margarita Molfino) e Morna (Cecilia Rainero, anagrammabili anche loro), c'è un personaggio che si chiama Ramón e l'attore Germán de Silva interpreta due ruoli, il direttore della banca e un detenuto, Garrincha, che tiranneggerà Morán una volta in galera, una dualità quest'ultima che dà lo stesso volto alle due figure alle quali Morán è costretto a sottostare, un superiore e un delinquente, due differenti "sfruttatori", parallelo che apre a possibili elucubrazioni. Ciò che più conta è però quel ritorno a una vita più semplice e vera soprattutto per Román che scombina tutte le carte della propria esistenza per trovare infine un nuovo amore, dal timore instaurato dalla situazione iniziale si passerà a un rinfrancante ritorno alla natura e alla semplicità, ma poco prima del finale Moreno sarà ancora una volta molto bravo (magari un filo prevedibile) nello scombinare ancora una volta le carte nella vita dei suoi personaggi. Narrazione pacata, ritmi studiati e ben dilatati, tre ore e più che passano in un attimo e che sicuramente vale la pena di dedicare a questo film, torniamo anche noi a ritmi più lenti, godiamoci il film, prendiamoci almeno questa piccola libertà.

mercoledì 19 giugno 2024

SIBERIA

(di Abel Ferrara, 2020)

Il cinema di Abel Ferrara si è sviluppato negli anni come una sorta di lunga seduta di autoanalisi. Sono molti gli aspetti che si potrebbero prendere in considerazione pensando alle varie tappe dell'ormai lunga carriera del regista newyorkese. Tra questi è fondamentale sottolineare quella sorta di transfert tra il privato tormentato dell'artista e quello dei suoi protagonisti su pellicola. Nel corso degli anni il focus di questa operazione, volontaria o involontaria che sia, si è gradualmente spostata dalla sofferenza dovuta ai vizi e alle dipendenze di un giovane e dolente Ferrara, sublimate poi nell'opera cinematografica, a una sorta di riflessione più posata e ragionata ma comunque squarciata da ampi sprazzi di inquietudine come ben dimostrato proprio da questo Siberia, opera ostica che sembra aprire un discorso su coscienza e incubo con un approccio visionario e astratto che conferma ancora una volta quanto il sentire e il riferire di Ferrara non si sia mai pacificato fino in fondo (e forse nemmeno un po'). A portare avanti questa operazione e a dare corpo all'io di Ferrara su schermo torna ancora una volta l'amico e sodale Willem Dafoe, ormai una sorta di doppelgänger di Ferrara stesso e qui alla sesta importante collaborazione con il regista di origini italiane, un'appartenenza e un amore per il nostro Paese che è l'ennesimo elemento che accomuna il direttore al suo interprete, anche lui (Dafoe) legato all'Italia e ormai in grado di padroneggiarne la lingua con sempre maggiore confidenza. E proprio con la voce over di Dafoe che si auto-doppia in italiano che si apre questo Siberia...

In una landa ghiacciata che sembra esistere ai confini estremi del mondo (in realtà si è girato in Trentino) il solitario Clint (Willem Dafoe) gestisce una locanda frequentata da pochissime persone le quali vi si recano principalmente per bere. Oltre ai pochi avventori, a far compagnia a Clint c'è il gruppo di cani da slitta che gli permette di avere una certa mobilità in quell'ambiente non troppo amichevole. Tra i clienti compare un nativo del luogo, un inuit forse, poi una donna incinta con sua madre, una donna che nel grembo porta forse il figlio di Clint? Il protagonista si inoltra poi nella neve con i suoi cani, la sua mente comincia a vagare tra incubi e ricordi, l'esperienza sarà tutt'altro che quieta.

La voce fuori campo di Clint ci introduce al film con un piccolo trauma, con un ricordo legato a un'infanzia non semplice, protagonisti proprio i cani da slitta della razza husky che ora, per un Clint adulto, sono la sua unica compagnia costante. L'approccio di Ferrara allo sviluppo di Siberia è da subito frammentato, segmentato, un montaggio di ricordi, situazioni reali (fotografia irreale) e incubi che formano un flusso di coscienza a scavare nella psiche di un uomo che si è ritirato dal mondo e che, forse per mancanza di coraggio, ora non ne fa più parte. Nel fondersi di realtà e immaginifico, il protagonista sembra confrontarsi in maniera critica con una seconda versione di sé stesso, una sorta di autocoscienza che mette in discussione l'operato dell'uomo, il suo isolarsi, il suo giustificarsi; l'incubo così prende piede, l'atto del decifrare le immagini diviene più difficile per lo spettatore e per il protagonista, si aprono crepacci e sguardi sanguinolenti, l'angoscia della caduta si sovrappone alla presenza di corpi sfatti. Anche il paesaggio è estremamente mutevole e inafferrabile: dalle lande ghiacciate si passa a un deserto desolato e caldissimo, dagli scenari di guerra alle sortite di pesca in compagnia del padre. Fondamentali le figure femminili: una madre? una moglie? ancora una madre, forse quella del suo futuro figlio? Per questa sorta di scavo nell'(in)conscio Ferrara sembra optare per l'isolamento anche nella scelta delle location, il cittadino che ha amato Roma e ancor prima New York si sposta nel nulla, a distanze significative dalla maggior parte degli altri esseri umani e si affronta, si esamina, quel che ne viene fuori è un caos la cui interpretazione rifugge la semplicità. È probabile (ma in fondo chi può dirlo?) che a seguito di un percorso di riscoperta Abel Ferrara abbia trovato in sé stesso ancora delle cose da rimettere in ordine, o magari da lasciare in disordine ma con consapevolezza, l'effetto può essere stato catartico per l'autore, più ostico di certo per lo spettatore che, a parere di chi scrive, per apprezzare davvero questo Siberia deve già partire da un amore pregresso per Ferrara, la visione occasionale è sconsigliata, diciamo che sarebbe meglio iniziare il viaggio da un altrove radicato decisamente nel passato e che sta proprio dalle parti della New York nella quale Ferrara mosse i primi passi. Detto questo Siberia gode di fascino e libertà anti narrativa, nel suo continuo sviscerarsi e donarsi il regista compie un altro passo e regala un nuovo tassello, uno di quelli difficili da piazzare al posto giusto se non si hanno in mano già altri pezzi del puzzle.

martedì 11 giugno 2024

JUHA

(di Aki Kaurismaki, 1999)

Nonostante Juha mostri elementi comuni ad altro cinema del peculiare regista finlandese Aki Kaurismaki, uno che si lascia amare quasi a prescindere, quest'opera datata 1999 all'interno della sua filmografia sembra quasi un mero divertissement, un esercizio di stile con il quale Kaurismaki gira qualcosa di diverso rispetto a tanto cinema che si produce in epoca moderna ma anche un qualcosa di cui si apprezza l'idea di base ma che a conti fatti finisce per essere meno significativo e coinvolgente di altri esiti dello stesso regista decisamente più memorabili. Juha è l'adattamento del romanzo omonimo dell'importante scrittore finlandese Juhani Aho pubblicato nel 1911; per questa trasposizione Kaurismaki decide di girare un film muto in bianco e nero, corredato da didascalie esplicative dei principali dialoghi e accompagnato da un'indovinata partitura musicale a scandire l'avvicendarsi della varie sequenze che vanno a comporre la storia dei due protagonisti, la coppia di contadini formata proprio da Juha e da sua moglie Marja. A dar volto e corpo a questi personaggi ci sono due nomi noti per chi ama il cinema di Kaurismaki: Sakari Kuosmanen che interpreta Juha compare infatti in alcune delle pellicole più interessanti del regista tra le quali L'uomo senza passato, L'altro volto della speranza, Nuvole in viaggio e il recente Foglie al vento, Kati Outinen ha invece partecipato a una decina di titoli diretti dal finlandese che per brevità non staremo qui a elencare. A chiudere il millennio Kaurismaki ci propone, con una scelta parecchio originale, un moderno film muto.

Juha (Sakari Kuosmanen) e Marja (Kati Outinen) sono una coppia sposata di contadini che vivono una vita semplice e all'apparenza felice fatta di piccoli gesti quotidiani, della fatica dei campi, della vendita delle loro verdure (cavolo verza probabilmente) e di vicinanza e condivisione. Juha è un uomo concreto di poche parole e non troppo ricco di effusioni d'amore verso la consorte che comunque ama d'amore sincero; da principio sembra che tutto questo alla più giovane e ingenua Marja possa bastare. Un giorno dalle loro parti, una fattoria isolata nella campagna, capita un signore maturo (più di Juha) e ben agghindato, il suo nome è Shemeikka (André Wilms); a causa di un guasto alla sua auto sportiva l'uomo chiede aiuto proprio a Juha, nell'attesa che la sua auto venga riparata Shemeikka non manca di posare gli occhi sulla giovane e piacente Marja. Questa, dopo alcune avances, si sente lusingata e ammaliata da promesse di mille meraviglie cittadine e decide di abbandonare il marito per intraprendere una fuga e una nuova vita a fianco del più stimolante Shemeikka. Giunti in città questo si rivelerà essere un farabutto della peggior specie, un aspirante pappone e uno sfruttatore, ma (s)fortunatamente Juha non ha ancora rinunciato alla sua amata Marja.

Con la scelta di un bianco e nero netto, pulitissimo e moderno, fotografato dal sodale Timo Salminen (quasi una ventina di volte insieme al regista finlandese), Kaurismaki torna al muto sul volgere del nuovo millennio, lo fa in maniera spiritosa e con i piedi ben piantati nel suo presente. I temi richiamano quelli spesso esplorati dal regista: Juha in fondo è un marginale, un semplice, un buono, un solitario anche quando contornato da altre persone (il finale poi, che non sveliamo, è limpido cinema kaurismakiano. Si può dire kaurismakiano?), i personaggi sono un poco strambi, surreali. Le didascalie dei dialoghi sono asciugate all'osso, poche, solo quelle essenziali, la vicenda lineare è in qualche modo leggibile con un certo anticipo nella struttura da parte dello spettatore non completamente svagato o distratto. Diretto e semplice Juha si lascia apprezzare proprio per le idee di Kaurismaki e per il coraggio che il regista dimostra nel proporre qualcosa di diverso (non che Kaurismaki sia mai stato uno allineato) ma allo stesso tempo non riesce a entusiasmare proprio per la semplicità della narrazione, nonostante la recitazione tirata ad hoc per inscenare questo muto contemporaneo, con gesti e oggetti di scena enfatizzati, espressioni parlanti e quant'altro. Bene ma non benissimo si sarebbe detto qualche anno fa (magari anche oggi ma ormai saprete che lo stare sul pezzo non è proprio la qualità preponderante di chi scrive), non male ma del buon Aki si può di certo recuperare di meglio.

domenica 9 giugno 2024

K-19

(K-19 - The widowmaker di Kathryn Bigelow, 2002)

A vederlo quasi non ci si crede, eppure K-19 di Kathryn Bigelow è un film indipendente che non vanta nella sua produzione il coinvolgimento di nessuna major cinematografica; forse di questa scelta il film paga un po' lo scotto (sul versante spese/incassi) in quanto la storia di questo sottomarino russo, ispirato alla vera vicenda del K-19 sovietico, si rivelò essere una delle più costose produzioni indipendenti della storia che chiuse al botteghino con un ammanco non proprio trascurabile pur essendo a tutti gli effetti un ottimo film realizzato con tutti i crismi del caso. Parlare di K-19 offre anche l'occasione di rimarcare, se ancora ce ne fosse bisogno, l'importanza di una regista come la Bigelow nel panorama del cinema moderno, una sorta di precorritrice (certo, non la sola e non la prima), esempio per tante professioniste donne nel cercare il proprio spazio in un settore oggi di sicuro più aperto alle pari opportunità e alle registe di talento ma che fino a un po' di anni addietro era innegabilmente a trazione in gran parte maschile. Inoltre la Bigelow si muove, facendosi peraltro molto apprezzare, all'interno di diversi generi che per convenzione (e con faciloneria) si legano spesso al genere maschile: pensiamo al thriller-action Point break con Reeves e Swayze divenuto un piccolo cult, o al fantascientifico Strange days e al war-movie The hurt locker (le vale l'Oscar a "miglior regia", prima donna a riceverlo in assoluto), film che insieme ad altre cose come questo K-19 o a Zero dark thirty hanno contribuito a formare tasselli di immaginario cinematografico tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo. Con K-19, a prescindere dall'insuccesso commerciale che non è imputabile a una cattiva riuscita del film, la Bigelow dimostra di saper gestire molto bene anche una produzione importante.

Lo scenario è quello della guerra fredda; l'Unione Sovietica sta affrettando le operazioni di costruzione del sottomarino K-19, un sommergibile dotato di razzi a testata nucleare da lanciare in fase di emersione. Il veicolo non nasce con la volontà di offendere, nelle intenzioni di Mosca c'è quella di usarlo come deterrente, un modo per far sapere agli americani, già in possesso di qualcosa di simile, che anche l'Unione Sovietica è pronta e attrezzata, in caso di pericolo e conflitto non si farebbe trovare impreparata neanche sul versante sottomarino nucleare. Per questioni di costi e materiali scadenti, uniti alla fretta di Mosca nel dover mettere in mare il K-19, il veicolo non è però esente da difetti, il comandante Mikhail Polenin (Liam Neeson) non manca di far sentire la sua voce in difesa della sicurezza dell'equipaggio e per questo viene declassato a secondo in comando e sostituito dal comandante Alexei Vostrikov (Harrison Ford). Il nuovo ufficiale è un uomo molto preparato e sul quale si può contare, è però decisamente più esigente con l'equipaggio e meno amato del precedente ufficiale in comando, questa situazione non mancherà di creare tensioni quando il K-19 prenderà il mare in condizioni già difficili di per sé. Durante le manovre volte a portare il mondo a conoscenza dell'esistenza del sottomarino qualcosa andrà maledettamente storta...

K-19 è fatto della materia di cui sono fatti i classici film d'avventura hollywoodiani; nella struttura narrativa la Bigelow in questo caso non porta nulla di innovativo al genere ma confeziona un film solido nel quale salta all'occhio il transfer del noto eroismo americano verso un cast di protagonisti tutti russi (anche se interpretati da attori perlopiù statunitensi o britannici). Gli elementi fondanti sono quindi l'onore, la fratellanza tra compagni, il senso del dovere verso Patria e colleghi, anche verso il mondo intero a tratti, e poi coraggio e riscatto, dedizione e fedeltà, tutte qualità appannaggio degli storici avversari degli Stati Uniti d'America. Come per il suo ex marito James Cameron, anche la Bigelow sembra amare le ambientazioni che hanno a che fare con l'acqua (Point break, La forma dell'acqua, K-19) anche se qui la fanno da padrone le riprese negli spazi strettissimi del sottomarino, in questo la Bigelow compie un lavoro di grande precisione e dinamicità, i movimenti collettivi degli attori sono una vera danza, non sono mancate le difficoltà in fase di realizzazione durante la quale la troupe dovette preoccuparsi di nascondere tecnici e telecamere dato il poco spazio di manovra a disposizione. Tanta camera a mano, riprese mobilissime, aperture negli spazi ghiacciati del Nord come defaticamento, tutto realizzato con la dovuta perizia. K-19 gode di una bella tenuta anche a livello emotivo grazie all'eroismo e al sacrificio di soldati, uomini, che a costo della loro vita hanno evitato un'incidente che avrebbe potuto rivelarsi portatore di conseguenze nefaste a causa di uno sconsiderato utilizzo del nucleare. Del vero equipaggio del K-19 almeno otto membri morirono nelle settimane successive all'incidente narrato nel film a causa delle radiazioni assorbite a bordo del sottomarino. A differenza di quanto detto da qualche critico il cast occidentale offre una buona prova nei panni di questi soldati russi, qualche spettatore potrà sentire il profumo di retorica qua e là ma nel complesso K-19 rimane un ottimo prodotto di intrattenimento ben girato e ben interpretato.

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