venerdì 11 giugno 2021

NESSUN DOVE

(Neverwhere di Neil Gaiman, 1996)

Non so quanti siano i romanzi di discreto successo derivati da una serie tv, Nessun dove è uno di questi: lanciata nel 1996 la serie Neverwhere della BBC vede tra i suoi ideatori proprio Neil Gaiman che all'epoca aveva un libro all'attivo (Buona apocalisse a tutti!) ma soprattutto era divenuto nel campo del fumetto uno dei nomi influenti grazie a opere come lo splendido Sandman per l'etichetta Vertigo della DC Comics (quanto la si rimpiange), The Books of Magik, La tragica commedia o la comica tragedia di Mr Punch e altre cose ancora. Mentre va in onda il serial viene dato alle stampe anche questo libro sul quale Gaiman tornerà poi a metter sopra le mani per arrivare più avanti a un'edizione definitiva. Con Nessun dove siamo a metà strada tra il romanzo per adulti e quello per ragazzi, troppo poco semplice per essere rivolto ai bambini, parecchio truce in alcune descrizioni per questo tipo di pubblico, presenta inoltre personaggi sfaccettati non semplici da comprendere per i più piccini, un'ottimo romanzo per gli adolescenti in quanto pur descrivendo anche alcune situazioni piuttosto cupe non è mai eccessivo e i toni più dark sono stemperati da parecchia ironia che rimette la narrazione nella giusta prospettiva per far apprezzare il romanzo a diverse fasce d'età e a diversi tipi di lettore. Come spesso accade nei racconti di Gaiman l'impianto è fantastico pur facendo riferimento alla nostra realtà, nei personaggi sono infusi grandi dosi di estro e umanità, l'ambiente è quello di Londra, ma non proprio la Londra che tutti noi conosciamo.

In realtà Richard Mayhew è scozzese, da qualche anno si è trasferito a Londra, ha un buon lavoro, una casa, una bizzarra passione per le riproduzioni di troll, una bellissima fidanzata un pizzico arrivista, Jessica, qualche buon amico. Proprio nel momento in cui Richard dovrebbe presiedere a una cena di lavoro insieme a Jessica durante la quale un importante uomo d'affari potrebbe aprire alla coppia le porte per un futuro radioso, la coppia incappa in una ragazza ferita, vittima di un'aggressione. Mentre Jessica con fare egoistico vorrebbe lasciare la giovane al suo destino, Richard si rifiuta di ignorarla e farà saltare l'importante appuntamento per soccorrere Porta (questo il nome della ragazza) causando la rottura con Jessica, ma questo sarà solo l'inizio dei guai che aspettano Richard. Porta infatti proviene da un'importante famiglia di Londra Sotto, una città che si sviluppa al di sotto di quella nota, popolata da esseri bizzarri: assassini prezzolati, angeli, vagabondi, vecchi regnanti, guardie del corpo, saltimbanchi, mercanti ed esseri magici. Quello che Richard non sa è che avendo preso contatto con la giovane, in qualche modo ora anche lui appartiene al suo mondo, cosa al quale Richard non è affatto preparato, il primo problema concreto sarà quello di affrontare, magari con l'aiuto di qualche topo, Mister Croup e Mister Vandemar, due sadici assassini sui generis.

La struttura del romanzo è abbastanza semplice, il protagonista viene inserito in un contesto che non conosce e non capisce, minaccioso, diverso, inspiegabile, e qui dovrà aiutare un gruppo di personaggi a portare a termine un percorso per salvare Porta e scoprire chi si è accanito sulla sua famiglia e perché. Ovviamente, ed è evidente dalla scelta di Richard nelle prime pagine di non ignorare chi ha bisogno di lui, al nostro toccherà il ruolo dell'eroe, un po' dimesso, parecchio spaesato e inconsapevole, ma pur sempre un'eroe. Gaiman arricchisce la storia e il mondo che va creando pagina dopo pagina con una serie di personaggi e trovate che caratterizzano la ricchezza della fantasia di questo autore; pensiamo al Mercato Fluttuante, al parallelo tra i nomi delle stazioni della metro che nel mondo di sotto danno vita alle loro trasposizioni letterali (King's Court diventa una corte di un Re, Blackfriars un monastero di Frati Neri e così via), all'irresistibile coppia di pazzi maniaci composta da Croup e Vandemar, al ponte delle ombre e a tutta una serie di invenzioni che colorano di toni cupi l'intera vicenda. Tra le righe si legge un parallelo tra questa Londra ignorata dai suoi cittadini e la vera città degli ultimi, quelli che nella nostra realtà sono gli abbandonati, gli emarginati, i senza tetto, i dimenticati, una situazione che in alcuni frangenti lo stesso Richard si trova a dover vivere. Molto malinconiche le riflessioni sulla vita perfetta che Richard va a perdere imbattendosi in Porta: un buon lavoro, soldi, una casa, una fidanzata bellissima ma pedante e materiale. E in una vena triste lo stesso Gaiman si chiede: "ma è possibile che oltre a questo non ci sia dell'altro?". Sicuramente semplice, molto spinto sul versante fantastico ma non esente da amare riflessioni, Gaiman è sempre un po' più ricco e complesso di quel che può apparire a prima vista.

martedì 8 giugno 2021

AUTOMATA

(Autómata di Gabe Ibáñez, 2014)

Qualche giorno fa, parlando de Il mondo dei replicanti con Bruce Willis si diceva come il film fosse buono giusto per un bel ciclo fantascienza in seconda serata su Italia 1, collocazione ormai considerata non troppo lusinghiera. Diciamo che un'altra di queste ipotetiche serate potrebbe essere occupata da Automata, altro prodotto che non riesce a elevarsi al di sopra di un'onesta sufficienza pur godendo di spunti più interessanti di quello sopra menzionato. Siamo qui di fronte a una fantascienza più riflessiva e che segue una tendenza molto diffusa nel nuovo millennio, il regista Gabe Ibáñez fa di necessità virtù adoperando un budget risicato per costruire visivamente un mondo post-apocalittico con risultati anche degni di nota se rapportati al capitale investito, le scelte del regista e del suo comparto tecnico hanno la capacità di far entrare Automata nel novero di quei b-movie che riescono per lo meno a ritagliarsi una loro dignità e il loro posto in un immaginario di seconda fascia mostrando una coerenza tra intenti e risultato che rende questo film più riuscito del probabilmente più ricco Il mondo dei replicanti. Ciò nonostante siamo di fronte a un film imperfetto che non riesce ad andare a fondo e a colpire lo spettatore più di tanto, mancano gli approfondimenti sui temi ma anche svolte narrative capaci di intrigare, anche qui purtroppo tutto appare molto prevedibile.

Dopo una catastrofe ambientale dovuta in parte all'uomo e in parte alle radiazioni solari il pianeta Terra è divenuto pressoché inabitabile, la popolazione mondiale è stata decimata e i sopravvissuti sono tornati a un passato tecnologico che sa di modernariato, stipati in grossi agglomerati urbani. L'aria è carica di radiazioni, la pioggia acida, gli uomini si avvalgono di robot operai, il cui modello più diffuso è il Pilgrim 7000, per servizi di assistenza e di manutenzione. In questo scenario si muove Jacq Vaucan (Antonio Banderas), un investigatore assicurativo della Roc Robotics che verifica le lamentele dei clienti sugli androidi della compagnia, automi impossibilitati a nuocere agli uomini e a modificare loro stessi o altri robot. Durante un'indagine Vaucan si imbatte in un automa in grado di autoripararsi, a partire da questo episodio le cose iniziano a farsi strane e l'investigatore si troverà di fronte ad automi suicidi, robot del sesso e altro ancora in uno scenario che sembra configurare un salto evolutivo mai considerato finora, le sue fioche speranze in un futuro migliore, per lui, per la sua compagna e la bimba in arrivo, sembrano diventare sempre più fioche.

Si parte da Asimov adattando le leggi della robotica a questa narrazione, i principi fondanti sono quelli, ciò che si apprezza di Automata è la realizzazione in economia molto riuscita, l'ambiente è sporco il giusto dove serve, il deserto abbacinante e bianco, esteticamente richiamato anche nel design di alcuni robot, è molto efficace, anche l'aspetto retrò degli automi e in generale della tecnologia di questa nuova società crea il giusto ambiente all'interno del quale si muove un protagonista dolente, abbattuto ma ancora in grado di sognare un posto migliore (molto didascalico il regista nelle metafore), si riflette sul limite che dovrebbe avere un'intelligenza artificiale prima di poter essere considerata qualcosa di diverso, e ancora, come si è già detto più volte, ai nostri disastri non sarà il pianeta a non sopravvivere ma saremo noi a lasciar posto ad altro, e chi potrebbe prenderlo il nostro posto? I temi di base sono molto interessanti, la realizzazione artigianale anche, compare nel cast l'ex moglie di Banderas, Melanie Griffith, che a forza di ritocchini sembra un automa anche lei, insieme a Robert Forster e Dylan McDermott, i presupposti giusti c'erano tutti, purtroppo è sulla sceneggiatura che mancano le idee che possano dare una spinta in più a un film che non è da buttare ma che probabilmente cadrà nel dimenticatoio poco tempo dopo la visione.

lunedì 7 giugno 2021

RAYA E L'ULTIMO DRAGO

(Raya and the last dragon di Don Hall e Carlos Lopez Estrada, 2021)

Cinquantanovesimo classico della Disney, Raya e l'ultimo drago conferma la tendenza della compagnia di Burbank nel dedicarsi quasi esclusivamente a eroine femminili (sono poche ormai le eccezioni, nell'ultima dozzina di anni si ricordano solo Ralph, comunque coprotagonista con Vannellope e alcuni dei characters di Big hero 6), figure forti e combattenti e che in questo film sono più d'una e, spunto interessante, antagoniste invece che alleate. Al cuore di questa nuova favola Disney si può trovare una bella riflessione sulla fiducia nel prossimo, sulla cooperazione e sull'abbattimento delle barriere, tutti temi di stretta attualità che insieme al piglio femminista confermano la Disney ben piantata nel proprio tempo; abbandonate le Cenerentole e le Biancaneve abbiamo ora guerriere come Raya, avventuriere come Vaiana, supereroine come Elsa e via discorrendo. Basta tutto questo per creare un ottimo film? Ovviamente no; se i cugini della Pixar non perdono un colpo (o ne perdono veramente pochi) sul versante Disney Animation Studios ogni tanto ci si trova a corto di fiato, pur essendo questo un bel film di animazione, ottimamente realizzato e alla portata dei bambini, non riesce a stupire fino in fondo e presenta qualche passaggio dove l'interesse (per gli adulti soprattutto) tende a calare, il mio giudizio non completamente positivo si potrebbe imputare un po' all'abitudine all'eccellenza che molti prodotti d'animazione hanno ormai indotto, un po' allo schema che in casa Disney tende a ripetersi e che pare sarà riproposto anche in Encanto con la prossima eroina Disney, Mirabel, pronta a salvare la situazione, in parte nel rinnovato piacere provato di fronte a cartoni animati che propongono dinamiche diverse. Quindi? Bello ma non bellissimo!

Nell'antico regno di Kumandra vige una totale armonia tra uomini e draghi, protettori dell'equilibrio della natura. Quando la minaccia dell'entità malvagia dei Druun arriva ad abbattersi sul regno, i draghi si sacrificano per gli umani ai quali rimarrà solo una piccola parte del potere dell'ultimo drago, Sisu, concentrato in una gemma; l'avidità umana provocherà così divisioni in Kumandra che verrà scissa in cinque regioni, ognuna portante il nome di una parte del drago, regioni in lotta fra loro per il possesso della gemma custodita da Cuore, il regno a cui appartiene anche la piccola Raya. Il padre della giovane guerriera, Benja, ha il desiderio di riunire il regno e pacificare i rapporti, condividere e non dividere, a questo fine organizza un incontro con esponenti delle altre quattro casate: Artiglio, Coda, Dorso e Zanna. Durante l'incontro Raya fa amicizia con la giovane Namaari di Zanna che purtroppo tradirà la sua fiducia e provocherà la distruzione della gemma che, guarda caso, si spezzerà in cinque parti, ognuna delle quali sottratta da uno dei cinque domini. Una volta cresciuta Raya si mette alla ricerca del drago Sisu seguendo una leggenda che la indica nascosta alla foce di uno dei tanti fiumi del regno, lo scopo è quello di ridare potere ai draghi e porre rimedio ai danni provocati dai Druun che a causa della rottura della gemma avvenuta anni prima hanno pietrificato quasi l'intera popolazione dei cinque regni.

Mettendo un attimo da parte gli abiti dell'appassionato di cinema e vestendo per una volta anche su queste pagine virtuali quelli del papà, devo ammettere che tutti i film con le varie principesse o guerriere Disney che siano li guardo con (e per) mia figlia, anche lei sempre un po' più critica con l'avanzare dell'età (Raya non ha entusiasmato nemmeno lei), non li amo particolarmente (mentre invece apprezzo molto di più le eroine Ghibli ad esempio, ma è questione di narrazione) e quindi il mio giudizio si porta dietro uno scarso interesse personale che però non mi impedisce di apprezzarne la realizzazione tecnica che anche in Raya e l'ultimo drago, pur non presentando scelte grafiche innovative, si conferma di altissimo livello. Non dispiacerebbe da parte di Disney una proposta un poco più variegata, anche nell'immaginario del world building qui si guarda a Mad Max, Star Wars e a una serie di scenari noti, molto bella invece la realizzazione degli stessi così come lo studio dei personaggi di estrazione chiaramente asiatica davvero ben delineati (graficamente). Interessante il discorso sulla fiducia di Raya spezzata in maniera profonda durante l'infanzia dal tradimento di Namaari, altra giovane guerriera che è un antagonista speciale, anche lei infatti ha nel cuore buone intenzioni anche se i suoi metodi risultano discutibili, non c'è però la ricerca del potere per avidità o per fini personali, anche le sue azioni sono volte a garantire il bene del suo popolo. Gli spunti validi ci sono eppure ancora una volta resta quella sensazione di insoddisfazione e di un mancato appagamento, come se al film mancasse il guizzo, quella marcia in più per rimanere nella memoria e nel cuore come è invece accaduto per opere come Soul, Coco o Inside out per citarne alcune vicine a casa Disney. Ci riproveremo con Encanto ma le aspettative calano, anche qui si rischia che diventi tutta una questione di fiducia tradita.

domenica 6 giugno 2021

THE GIFT

(di Sam Raimi, 2000)

Sam Raimi è un regista che gode di un seguito fedele da parte di nutrite schiere di fan in virtù dell'aura di culto che i suoi primi film si sono guadagnati, parliamo di quelli dedicati alla trilogia de La casa (il film omonimo, La casa 2 e L'armata delle tenebre) e di film come quello dedicato al supereroe sui generis Darkman. In tempi non sospetti inoltre, prima dell'avvento del Marvel Cinematic Universe, Raimi sigla un'altra trilogia che oltre all'apprezzamento di fan e critica, con un lieve declino per il terzo episodio, raccoglie fior di dollari ai botteghini contribuendo a lanciare il clamoroso successo dei supereroi al cinema: stiamo ovviamente parlando dei tre film dedicati allo Spider-Man interpretato da Tobey Maguire. Dopo il grande successo la carriera di Raimi al cinema rallenta un poco per poi subire uno stop lungo, esce ancora l'horror Drag me to hell nel 2009 e il trascurabile e tedioso Il grande e potente Oz nel 2013. Poi l'assenza dalle sale, un po' di televisione (la serie Ash Vs. Evil Dead) e finalmente l'annuncio del ritorno dopo nove anni di assenza con Doctor Strange in the multiverse of madness annunciato per il 2022. Questo The gift si colloca subito prima del successo di Spider-Man, per questo film Raimi non rinuncia alla sua passione per gli elementi fantastici o sovrannaturali ma li cala in un contesto molto reale, quello della provincia americana dei paesi rurali, costruendo un discreto thriller di stampo molto classico, soprattutto nello sviluppo e nella scelta delle svolte di trama che, complice anche la sceneggiatura di Billy Bob Thornton, risultano purtroppo parecchio prevedibili.

Annie Wilson (Cate Blanchett) vive sola con i suoi tre figli piccoli in seguito alla morte del marito avvenuta a causa di un incidente sul lavoro. La donna si guadagna da vivere leggendo le carte Zener (quelle che usa anche Bill Murray in una delle prime sequenze di Ghostbusters) agli abitanti del suo paese, Annie infatti è una sensitiva che ha delle premonizioni sul futuro, è generalmente ben voluta dai suoi vicini ma inizia ad avere più di un problema con il violento Donnie (Keanu Reeves) che la minaccia e la accusa di voler allontanare da lui la sua ragazza Valerie (Hilary Swank) che l'uomo picchia e maltratta. Annie si è anche presa a cuore le sorti del povero Buddy (Giovanni Ribisi), il meccanico della cittadina, un ragazzo molto problematico con dei gravi traumi sepolti nel suo passato e che vede in Annie l'unica persona amica e di fiducia nell'intera Brixton. Quando la giovane e viziosa Jessica King (Katie Holmes) scompare, il riluttante sceriffo di Brixton (J. K. Simmons), su pressione del padre della ragazza, si vede costretto a chiedere l'aiuto di Annie che si troverà così a dover affrontare una situazione che per lei diverrà parecchio pericolosa.

Sono diversi i punti a favore di un film che nel complesso non si rivela poi così eccezionale, uno su tutti le belle scelte di cast, nutrito e indovinato, che donano un maggiore appeal a The gift: Cate Blanchett, qui giovane e capace di trasudare eleganza nonostante l'estrazione sociale povera del suo personaggio, tiene benissimo in piedi la baracca supportata da ottimi coprotagonisti come Ribisi, Kinnear la Swank e tutti gli altri; tenuto conto dello sviluppo solido ma tutto sommato ordinario della trama la scelta degli attori, ben diretti da Raimi, qui si rivela fondamentale. Bel lavoro sulle atmosfere e sui luoghi, la casa di Annie, la palude vicino la proprietà di Donnie, sono location che donano fascino al girato di Raimi che piazza anche un paio di buoni colpi nelle sequenze oniriche, anche l'ambiente quindi contribuisce a innalzare un poco il livello dell'opera che comunque non difetta di alcuni momenti di tensione e di atmosfere apprezzabili. Peccato solo che non ci siano sorprese nello sviluppo e che The gift rimanga all'interno di un livello medio dal quale avrebbe potuto sicuramente innalzarsi se si fosse osato un po' di più sullo script; non disprezzabile, anzi, ma sicuramente nemmeno memorabile.

martedì 1 giugno 2021

IL MONDO DEI REPLICANTI

(Surrogates di Jonathan Mostow, 2009)

Replicanti? Si, ma scordatevi Blade runner; Il mondo dei replicanti è un filmaccio buono per la seconda serata di Italia 1, magari una di quelle estive con tanto di ciclo a tema. Intendiamoci, il film lo si può pure guardare, è un B-movie con un suo perché avvolto in una confezione curata anche per benino, grossolano nei contenuti ma comunque con un suo messaggio da veicolare, risaputo, poco approfondito, che porta alle estreme conseguenze alcuni malcostumi non troppo distanti dalla società odierna che però opere di ben altro valore hanno già scandagliato al meglio e in maniera ben più convincente e approfondita, quindi le parole da tenere a mente se volete affrontare questa visione sono essenzialmente due (tre a voler fare i pignoli): intrattenimento e Bruce Willis, perché a Bruce Willis in fondo non si dice mai di no. Non ci sono altri motivi per guardare il film, quindi non cercatene e non incorrerete in delusioni, la filosofia da seguire in questo caso è quella del "non chiedete e non avrete spiacevoli risposte". Il titolo originale è traducibile con surrogati e questa scelta sarebbe stata più indovinata per la versione italiana del film di Jonathan Mostow, intanto si sarebbero evitati scomodi rimandi che alla luce della visione risultano quasi sacrileghi, in più si sarebbe centrato meglio quello che è il succo de Il mondo dei replicanti.

In un prossimo futuro prende piede in maniera massiccia la tecnologia dei surrogati, sorta di alter ego sintetici degli umani i quali possono controllare da remoto queste loro versioni artificiali e utilizzarli in situazioni delicate. Pensata inizialmente dal dottor Cantwell (James Cromwell) per ovviare ai problemi dati da alcune disabilità, questa nuova tecnologia sfugge presto di mano alla razza umana che si riduce a vivere per interposta persona e a interfacciarsi con la vita reale solo tramite i surrogati; è un'umanità ormai in preda alla paura quella ritratta, ansiosa, un'umanità che per evitare ogni tipo di rischio e pericolo, nonostante la criminalità sia ai minimi storici, si limita a vivere tramite le proprie versioni sintetiche, androidi ai quali è possibile dare l'aspetto che si vuole, simili a sé stessi ma magari con un look più giovanile, più prestanti, piacenti, curati. Sicurezza e vanità garantiscono l'esplosione di questo nuovo modo di vivere, apertamente osteggiato da una sorta di lega per l'umanità capeggiata dal Profeta (Ving Rhames) che caldeggia a viva voce un ritorno alla vita, al contatto diretto tra le persone. Quando il figlio del dottor Cantwell viene ucciso, gli agenti dell'F.B.I. Tom Greer (Bruce Willis) e Jennifer Peters (Radha Mitchell), tramite i loro surrogati, indagano sul killer e su un'arma capace di friggere gli androidi e di eliminare al contempo l'umano a loro collegato da remoto, un bel problema per l'attuale società e per la VSI, l'industria che produce i surrogati.

Nel complesso quello di Mostow è un film trascurabile, tutto già visto, temi poco approfonditi seppur in nuce interessanti, un paio di sequenze action girate in maniera degna ma ne Il mondo dei replicanti non c'è davvero nulla che tenga desta l'attenzione, un po' di curiosità la suscita il doppio look di tutti i protagonisti, compresa la moglie di Greer (Rosamunde Pike) con la quale il nostro vorrebbe riallacciare un rapporto anche carnale, aspetto ormai relegato al contatto sintetico, la metafora con la sempre crescente connessione alla rete delle nostre vite è palese e lo spunto di riflessione chiaro, si rimane in superficie e si punta al mero intrattenimento, anche su questo versante però abbiamo visto di meglio. L'approccio da tenere per accostarsi alla visione è quello relativo al B-movie, peccato l'abito pulitino, da questo punto di vista un approccio decisamente più rozzo avrebbe sicuramente giovato al film inserendolo in un contesto più vicino al suo reale valore.

lunedì 31 maggio 2021

I RAGAZZI DI FENG KUEI

(Fēngguì lái de rén di Hou Hsiao-hsien, 1983)

I ragazzi di Feng Kuei è il film del cambiamento per Hou Hsiao-hsien, con questo lungometraggio infatti il regista entra con pieno diritto nella New Wave taiwanese e aderisce a quelli che sono i nuovi stilemi per il cinema dell'isola fino ad allora dettati dal Partito Nazionalista Cinese. Si abbandonano i toni scanzonati e leggeri delle prime commedie, l'impianto sentimentale condito da lievi passaggi musicali viene sostituito da una narrazione più vicina al reale che ritrae la condizione della gente comune e che proprio per questo, come accadrà ad altri film della New Wave, viene accostata al neorealismo italiano. In effetti il parallelo è pertinente e proprio con i temi de I ragazzi di Feng Kuei se ne ha una chiara conferma, alla vena nostalgica già espressa nei film precedenti, certamente più ingenui, qui si unisce la realtà di una condizione giovanile affatto spensierata e che va incontro alle difficoltà dovute dal passaggio all'età adulta e all'inserimento produttivo nella società che si fa moderna, siamo infatti nella prima metà degli anni Ottanta. Come molti lavori successivi anche I ragazzi di Feng Kuei presenta qualche ispirazione autobiografica da parte di Hou Hsiao-hsien che proprio con questo film comincia a raccogliere anche qualche riconoscimento internazionale (Grand Prix al Festival dei 3 continenti).

Nel piccolo villaggio costiero di Fengkuei un gruppo di amici tra i quali ci sono Ah-ching (Doze Niu), Ah-rong (Chang Shih) e Kuo-tzu (Chao Peng-chue) passa il tempo scatenando risse con altri gruppi di giovani, bighellonando e bevendo per poi dar vita a qualche nuova faida con la quale dare grattacapi alle loro umili famiglie. In particolare Ah-ching vive una condizione difficile, la sua famiglia deve accudire il padre che vive in una sorta di stato catatonico a causa di una palla da baseball che gli ha sfondato il cranio. Finita la scuola giunge il momento per questi sfaccendati di trovarsi un lavoro, tramite la sorella di uno di loro troveranno un appartamento in cui stare nella grande città portuale di Kaohsiung, qui Ah-ching si innamorerà di Hsiao-hsing (Hsiu-ling Lin), la ragazza di Huang Chin-ho (Tou Chung-hua), il loro vicino di casa, per lei tenterà di mettere la testa a posto e diventare una persona migliore, si dovrà scontrare però con le delusioni dell'età adulta: un amore non corrisposto, i rapporti difficili con gli altri, le difficoltà d'inserimento nella nuova società produttiva che molto chiede e decisamente meno dona in cambio.

C'è una scena molto bella ne I ragazzi di Feng Kuei, una tra le più celebri e citate del film e che racchiude in sé sia il confronto di questi giovani ragazzi con la dura realtà del mondo e con il suo cinismo, sia il passaggio metaforico a un cinema più adulto (per il regista, per Taiwan) ma anche un interscambio tra cinema e reale. Con un po' di soldi in tasca i tre giovani decidono di godersi un po' di relax andando a vedere un film, vengono indirizzati all'interno di una palazzina in costruzione, la promessa, previo pagamento anticipato, è quella di un film a colori, grande schermo, formato panoramico, installazione abusiva all'undicesimo piano. Giunti sul posto i tre giovani buggerati si trovano di fronte a un enorme finestrone privo di vetro con vista panoramica sulla città. L'inquadratura di Hou Hsiao-hsien, come accadrà altre volte fino a divenire cifra di stile, ci mostra dall'interno i contorni di questa che è un'ulteriore inquadratura sull'esterno, il cinema del regista riprende finalmente la realtà, senza filtri e senza costrizioni e questa realtà non è quella candida dei primi film, i protagonisti sono appena stati truffati, quello che si vede "nel film" è la città, con tutte le sue sfide e le sue insidie, con le difficoltà e le responsabilità alle quali i protagonisti andranno incontro. Come si accennava prima non mancano inserti nostalgici, in alcune occasioni Ah-ching torna con la memoria a un tempo più felice, quello dell'infanzia, dove il padre era ancora in salute e la vita più semplice; non mancano nemmeno dichiarazioni d'amore verso il cinema qui con un omaggio al capolavoro nostrano Rocco e i suoi fratelli. Con I ragazzi di Feng Kuei si apre un nuovo capitolo nella carriera del regista e in generale per tutto il cinema di Taiwan.

venerdì 28 maggio 2021

SHUTTER ISLAND

(di Martin Scorsese, 2010)

Quando nel 2010 Shutter Island esce nelle sale il film viene aspramente denigrato da parte della critica che lo definisce "il peggior film di Scorsese insieme a The departed", un film "normalizzato" e privo dello sguardo autoriale proprio del regista di New York, una narrazione che guarda a quanto già fatto nei generi noir e thriller, priva di originalità, dalla costruzione risaputa e dalle rivelazioni telefonate. Bene, iniziamo con il dire che a mio avviso (opinione personale, certo) non credo sia possibile, scorrendo la filmografia di un regista che ha contribuito a fare la storia del cinema, apporre accanto ad alcuno dei suoi titoli la parola "peggiore" che sottintende non solo un ultimo posto in un'ideale classifica ma anche un esito molto molto scadente. Al limite, come sicuramente succederà a ciascuno di noi, si potranno avere delle preferenze, citare opere meno riuscite o a seconda dei gusti meno accattivanti, meno interessanti, io potrei citare Hugo Cabret per esempio, uno dei film che mi hanno appassionato meno all'interno della filmografia del regista, pur riconoscendone alcuni innegabili meriti. Questo per dire quanto a mio avviso Shutter Island sia stato ingiustamente vilipeso, parliamo di un'opera di un regista che all'epoca ha già firmato più di venti lungometraggi di finzione, molti riconosciuti come capolavori assoluti, un numero più o meno simile di documentari, incursioni nella serialità televisiva, numerosi cortometraggi, un uomo che conta quasi settanta primavere e che realizza un bellissimo film, magari sì, poco originale. E quindi? Credo che a Scorsese lo si possa concedere, anche in virtù dell'età, un bel film che segue binari già tracciati, e che senza troppi traumi si possa godere di questo Shutter Island che in quanto a tensione, ricostruzione d'ambiente e descrizione del protagonista non lascia il fianco scoperto a critiche di sorta, senza contare il lavoro di altissimo livello portato avanti su un sonoro avvolgente e a tratti inquieto e sulle splendide scenografie di Dante Ferretti.

1954. L'agente federale Edward Daniels (Leonardo DiCaprio) viene inviato insieme al suo nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) su Shutter Island, un'isola che ospita un manicomio criminale dove si cerca una strada efficace per curare i criminali violenti affetti da patologie psichiatriche. I due agenti sono sul luogo per indagare sulla misteriosa scomparsa di una paziente, Rachel Solando (Emily Mortimer), che sembra essere svanita nel nulla dalla sua cella: porta chiusa dall'esterno, sbarre alle finestre, una scogliera e un'oceano come difese naturali contro ogni fuga. L'istituto di correzione è seguito dal luciferino Dottor Cawley (Ben Kingsley), medico all'apparenza illuminato alla ricerca di vie alternative alla lobotomizzazione dei pazienti difficili da recuperare. Fin da subito l'ambiente sembra molto ostile ai due agenti, lo stesso dottore, il capo delle guardie McPherson (John Carroll Lynch), il direttore dell'istituto, sembrano tutti voler mettere i bastoni tra le ruote ai due agenti per intralciarne le indagini. Il luogo diviene sempre più cupo e minaccioso, l'uragano che si abbatte sull'isola non aiuta di certo l'umore e dal passato di Daniels riemergono i fantasmi: i ricordi dei lager nazisti durante la Guerra Mondiale in Europa, i lutti familiari, anche l'equilibrio dell'agente inizia a vacillare.

Shutter Island potrà anche avere uno sviluppo intuibile da chi mastica storie con una buona frequenza, ciò nonostante Scorsese crea una tensione da manuale mettendo in campo tanto del suo talento, magari non tutto, ma alcune inquadrature claustrofobiche e articolate sono realmente impressionanti e tutto il gioco creato sui sospetti continui, supportato dal comparto sonoro e dal montaggio che dona un ottimo ritmo alla narrazione, tiene lo spettatore sempre con l'attenzione altissima; ci troviamo di fronte a un film di genere, tesissimo e girato mirabilmente, le sequenze dove anche gli agenti atmosferici sembrano mettersi contro gli agenti federali sono da manuale del thrilling, DiCaprio è una garanzia e qui sbaraglia la concorrenza di un Ruffalo un po' sottotono e di un Kingsley di maniera, ben adeso alle atmosfere anche lo score musicale assemblato da Robbie Robertson. Non sarà il film balzato in cima alle preferenze degli spettatori tra quelli girati da Scorsese ma a mio modo di vedere Shutter Island rimane un gran bel film, anche perché se critichiamo aspramente esiti come questo Dio salvi molto di ciò che circola nelle sale.

giovedì 27 maggio 2021

LO SQUALO

(Jaws di Steven Spielberg, 1975)

Lo squalo di Steven Spielberg è ormai divenuto un pezzo di storia del cinema, un tassello fondamentale per l'evoluzione della settima arte, sia per quello che riguarda il versante dei contenuti ma anche per un discorso prettamente industriale e produttivo. Ed è in quest'ottica che guardiamo al primo vero successo commerciale di Spielberg, Lo squalo è un film di aperture e di record che hanno cambiato il modo di vedere il cinema; siamo a metà degli anni 70 negli Stati Uniti in piena New Hollywood, una corrente cinematografica nella quale gli autori contano più delle case di produzione, dove gli attori cambiano approccio e tratteggiano personaggi più credibili, più umani, sono anni che ci hanno regalato capolavori di altissimo livello e volti come quelli di De Niro, Pacino, Streep, Hoffmann, Nicholson e Jane Fonda per citarne solo alcuni tra i più celebri. In questo contesto di grande fermento si muovono alcuni registi/autori ai quali tutti gli appassionati di cinema guardano tutt'ora con amore, rispetto, gratitudine, idolatria e passione, parliamo di gente del calibro di Coppola, Scorsese, Spielberg, De Palma, Allen, Cimino, Pollack e ci fermiamo qui solo per non sfociare in un elenco troppo lungo. Lo squalo arriva a spezzare un po' questa corrente autoriale, nonostante lo stesso Spielberg ci sia pienamente inserito nel mezzo, scombinando e sovvertendo diverse consuetudini consolidate; intanto si parla di un film costato nove milioni di dollari nel 1975, andando a sforare un budget previsto di quattro milioni, meno della metà, cifra all'epoca più che ragguardevole, sfora largamente anche i tempi di ripresa, cosa non facilmente consentita fino a quel momento, scombina le carte delle dinamiche distributive e di marketing usufruendo di promozione su scala nazionale e visibilità in un numero elevato di sale, tutte cose che in precedenza non esistevano o che al limite venivano realizzate in maniera graduale nel corso del tempo. L'incasso è stratosferico e, visto anche l'approccio spettacolare del film, con l'uscita de Lo squalo si va a datare per convenzione anche la nascita del blockbuster, spostando quindi l'attenzione delle case di produzione su questo nuovo filone che necessitava per forza di cose del loro intervento, i costi infatti erano alti, insostenibili per un modello di cinema indipendente, e gli effetti speciali non potevano contare ancora sull'economia del digitale. Il film di Spielberg in poche parole cambia il cinema. Sul piano squisitamente narrativo Lo squalo viene indicato come una pietra miliare di quello che sarà il mood tensivo per il thriller e l'horror a venire e anche qui di cose ce ne sarebbero da dire a iosa. Indubbiamente la tensione crescente creata ad arte dalla scelta di non mostrare troppo spesso lo squalo (scelta dovuta anche al fatto che i quattro squali meccanici usati per le riprese continuavano a rompersi impedendone un uso più massivo) risulta vincente in tutta la prima parte del film, sottolineata in maniera perfetta dal ripetersi di quelle due note ormai storiche di John Williams che con questo tema musicale estrae la matta dal mazzo. Spielberg scombina bene le carte allungando i tempi di attesa del confronto, costruisce la situazione, quando ci si aspetta la nuova vittima si viene smentiti, quando siamo pronti per lo squalo questo non si vede, espedienti che accrescono una tensione che, attenzione, era da manuale nel '75 e lo è ancor oggi se contestualizzata, per amor di verità c'è da dire che riguardando oggi il film non si trema di certo sulla sedia e l'unico episodio di jump scare si verifica in una situazione dove tra l'altro lo squalo non c'entra nulla. Anche sul versante horror e su quello degli effetti visivi tutto deve essere riportato alla data d'uscita, film encomiabile ma che oggi ovviamente difficilmente potrebbe impressionare qualcuno se non chi come il protagonista Martin Brody (Roy Scheider) soffra di un cattivo rapporto con l'acqua. Ciò di cui invece si parla meno ed è a mio avviso il vero punto di forza del film di Spielberg è come Lo squalo sia un grandissimo classico d'avventura, dimentichiamoci il thriller e l'horror, è la dimensione avventurosa che permette al film di travalicare i tempi, sono il confronto eterno tra uomo e forze della natura, la sfida con la bestia, il riferimento è più a Moby Dick che ad altro, anche dal punto di vista dello score musicale, lasciate da parte il mi e il fa che precedono l'arrivo dello squalo, la partitura di Williams è una presentazione perfetta per un classico dell'avventura che ricorda addirittura i film di genere del cinema classico targati Disney, tutta la seconda parte del film, quella a bordo dell'Orca, la nave del cacciatore di squali Quint (Robert Shaw) è da manuale dell'epopea in mare, qui c'è il confronto tra tre uomini molto diversi tra loro, il terzo è l'oceanografo Hooper (Richard Dreyfuss), e quello tra loro e la bestia, piccola perla il monologo di Quint sulla barca, personaggio che sembra dover scontare i peccati del suo passato (ha trasportato la bomba che finì sul Giappone), ottima prova d'attore che eclissa quelle dei pur centrati, e forse più ricordati, Dreyfuss e Scheider. È sotto quest'ultimo punto di vista che ancora oggi il film mantiene un valore che va oltre quello storico derivante da tutto ciò che abbiamo detto finora. Seguiranno ovviamente emuli ed epigoni, diversi sequel e improbabili varianti di cui si ricorda con affetto almeno Piraña di Joe Dante e L'orca assassina di Michael Anderson, rimangono però insuperate per diverso tempo le scelte di regia di Spielberg, le riprese subacquee, la bella location di Martha's Vineyard ma soprattutto la summa di elementi inseriti tutti al posto giusto, per diversi versi Lo squalo è ciò che ha permesso a Spielberg di diventare ciò che è diventato, anche per questo al film dobbiamo tutti qualcosina.

martedì 25 maggio 2021

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

(A rainy day in New York di Woody Allen, 2019)

Mi capita di guardare uno dei film recenti di Woody Allen ed è proprio allora che Woody Allen mi manca di più, nel momento in cui la sua mancanza dovrebbe invece risultarmi attenuata. I personaggi dei suoi ultimi film, pur se ringiovaniti, continuano a essere scritti su quel fantastico modello che tutti conosciamo ed è proprio quando questo modello viene seguito in maniera pedissequa che ce ne fa rimpiangere ancor di più l'assenza. Fortunatamente ciò non avviene nel caso di Un giorno di pioggia a New York, il giovane protagonista, Timothée Chalamet, è infatti molto bravo a trovare una sua personale cifra stilistica (e in questo credo ci sia forte lo zampino di Allen stesso nel ruolo di direttore d'attori) nonostante sia evidente come la penna del regista, qui anche nelle vesti di sceneggiatore, torni a ruoli con caratteristiche simili a quelli già raccontati in altri contesti, o addirittura nello stesso contesto, più e più volte in precedenza. Nonostante tutti i rimandi al cinema alleniano che fu, i ricordi e le nostalgie, Un giorno di pioggia a New York si conferma un'ottima commedia sentimentale capace di non farci rimpiangere il passato e di farci innamorare ancora una volta della Grande Mela come forse solo la telecamera di Allen sa fare. Uno dei punti di forza del film, data per scontata la cornice dal fascino intramontabile, è proprio l'interpretazione di Chalamet che porta sulle spalle la responsabilità di un nome ingombrante (il suo personaggio si chiama Gatsby Welles) e di un modello che lo è altrettanto, il giovane attore trova la via giusta per dare corpo e movenze a un personaggio in cerca del suo posto nel mondo, magari lontano da una famiglia che impone la realizzazione di grandi aspettative, che un po' soffoca e un po' riserva (grandi) sorprese, e quindi di conseguenza anche lontano dalla sua amatissima New York.

Gatsby Welles e Ashleigh Enright (Elle Fanning) studiano al college di Yardley, sono una bella e giovane coppia di estrazione alto borghese, figlia di banchieri lei, rampollo di una famiglia prestigiosa lui; quando per Ashleigh si presenta l'occasione di andare a New York a intervistare il famoso regista Roland Pollard (Liev Schreiber) per il giornale della scuola, Gatsby pianifica con entusiasmo un weekend nella Grande Mela per mostrare alla sua ragazza tutti i luoghi che lui più ama della città e che lei non conosce in quanto originaria dell'Arizona, e se tutto ciò avvenisse sotto un romantico scroscio di pioggia, beh... tanto di guadagnato. Una volta in città, separatisi per il tempo dell'intervista, i due ragazzi per una serie di eventi non riusciranno più a rispettare i loro programmi e affronteranno un weekend rivelatore per entrambi e foriero di parecchie novità, lui ritroverà tutta una serie di vecchie conoscenze e farà finalmente i conti con la sua famiglia, lei scoprirà il mondo del jet set e il lato vivace di una città che offre moltissimo. Quando finalmente i due si rincontreranno sarà con una nuova consapevolezza e un futuro in vista molto diverso da quello che sembrava possibile solo fino a un paio di giorni prima.

Film nostalgico, per noi spettatori, per il regista, quasi un passaggio di testimone verso il futuro, perché se noi guardiamo indietro, se Allen guarda a un cinema di alcuni anni fa, al ricordo della sua New York, i protagonisti invece guardano avanti e nel giro di un weekend cambiano, crescono, fanno nuove esperienze e accumulano rivelazioni, su loro stessi, sul loro mondo, sul mondo, e finalmente lui, il personaggio che era Allen e che è stato di Allen non è più, non completamente almeno, è qualcosa che qui è di Chalamet quanto di Allen se non di più, e questo è un grande passo per il regista newyorkese e in generale per l'ottima riuscita del film. Bellissima la fotografia di Storaro di cui possiamo essere orgogliosi, ottimi gli interpreti, di Chalamet abbiamo detto ma anche Selena Gomez e soprattutto Elle Fanning, in alcuni momenti di scarsa sobrietà il giusto sopra le righe, contribuiscono a creare un cast giovane che tiene testa ai vari Schreiber, Jude Law e Diego Luna. Un episodio felice della nutritissima filmografia del regista che fa venir voglia di andare a riprendere tutti i titoli imperdibili di Allen, non male se pensiamo che ormai si è superata la soglia dei cinquanta film e che in occasioni come questa il regista, che ormai ha superato le ottantacinque primavere, non mostra segni di stanchezza.

domenica 23 maggio 2021

FORTAPÀSC

(di Marco Risi, 2009)

Il film di Risi si apre con un'abusatissima sequenza aerea in notturna con panoramica sulla città di Napoli e le note di Vasco Rossi in sottofondo; la spocchiosa vocina che ogni tanto fa capolino nel mio cervello interviene per suggerirmi che sì, in fondo potevamo anche chiuderla lì. Invece, per fortuna, la vocina è rimasta inascoltata e Fortapàsc si è rivelato un bel film con uno sguardo originale sulle vicende di camorra e sulla storia del giornalista Giancarlo Siani. Quello che arriva forte allo spettatore è la volontà di non concedere nulla allo spettacolo ad ogni costo, manca il ritratto della figura dell'eroe da ritrovare nel protagonista, Giancarlo Siani viene raccontato come un giovane coscienzioso, pulito e appassionato del suo lavoro, un ragazzo che quando viene a conoscenza di fatti interessanti, e a Torre Annunziata in quegli anni "interessante" vuol dire camorra, non si gira dall'altra parte ma continua a cercare di capire per raccontare le cose come stanno. Ovviamente uno così può facilmente diventare scomodo agli occhi di qualcuno. Manca anche il tono epico di molti romanzi criminali, qui nella costante anormalità di un territorio ostaggio dei banditi si cerca di ricondurre il tutto a una narrazione del reale, unica piccola concessione quella vena lievemente comica che alcuni delinquenti dimostrano e che stempera un poco alcuni momenti anche molto violenti nelle situazioni presentate, non nelle immagini dove anche qui non si eccede mai inutilmente, insomma... Risi sceglie di trattare la materia con un certo equilibrio senza mai uscire troppo dalle righe, con quell'onestà di fondo che era propria del giovane giornalista.


Si apre con la notte della morte di Siani per poi riavvolgere tutto in un lungo flashback. Prima metà degli anni 80, Giancarlo Siani (Libero De Rienzo) è un collaboratore precario del Mattino di Napoli che scrive di cronaca nera nella sede di Torre Annunziata. Siani è un ragazzo semplice in un territorio che semplice non lo è per niente, tra l'amore per la bella Daniela (Valentina Lodovini) e l'amicizia non sempre facile con Rico (Michele Riondino) il giornalista inizia a fiutare qualche notizia importante nell'ambito della criminalità organizzata che funesta Torre Annunziata. Intanto la rivalità tra il clan dei Bardellino e quello di Valentino Gionta (Massimiliano Gallo) lascia diversi morti per terra, sarà proprio Siani a fare i primi collegamenti tra queste figure e la classe politica di Torre Annunziata che a partire dal sindaco (Ennio Fantastichini) si dimostra fin troppo molle e tollerante nei confronti degli atti di camorra. Con il trasferimento alla sede di Napoli e i primi articoli di grande rilievo Siani firma pezzi importanti per il futuro cambiamento nelle istituzioni ma anche la sua futura condanna a morte.


Film molto calato nell'epoca dei fatti, la colonna sonora, la cronaca, l'avventura del Napoli di Maradona nell'anno dello scudetto al Verona, tutto riporta la memoria al contesto di quegli anni che molti di noi, tranne i più giovani, hanno vissuto in prima persona, la ricostruzione d'ambiente avvicina lo spettatore alla storia di Giancarlo Siani che viene narrata in maniera molto naturale, senza forzature e con il giusto ritmo e soprattutto la giusta misura. Perfetta l'interpretazione di De Rienzo che trova un feeling perfetto con la direzione scelta da Risi per portare sullo schermo quella che è una cronaca di un'esistenza esemplare nella sua onesta quotidianità. Ben pesato anche il cast dei coprotagonisti, non solo la Lodovini e Riondino ma anche tutti i caratteristi che vanno a comporre la fauna criminale di Torre Annunziata, molti volti già visti in numerose occasioni. Fortapàsc, film dimenticato forse troppo in fretta da molti, sarebbe un ottimo strumento per mostrare e spiegare ai giovani alcuni argomenti, magari nelle scuole dove cinema e altre forme di cultura hanno un posto ancora troppo marginale. 

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