(di Scott Derrickson, 2012)
Quando mi trovo a scrivere di horror, sento spesso il bisogno di premettere come non sia un assiduo frequentatore del genere, né tantomeno un esperto di questo versante della cinematografia, moderna e non. Un frequentatore del genere è invece il regista Scott Derrickson, che a parte un paio di escursioni in altri territori – come il remake del fantascientifico Ultimatum alla Terra (2008) o il primo capitolo delle avventure del marvelliano Doctor Strange (2016) – si è addentrato sempre più che volentieri in narrazioni orrorifiche ad alto tasso di suspense. Una decina di titoli in venticinque anni di regie, tra i quali L’esorcismo di Emily Rose è forse il primo che viene in mente e, probabilmente, anche il primo nel quale si nota la predilezione del regista di Denver per la costruzione della suspense piuttosto che per l’esibizione esplicita dell’orrore o del “gore”, almeno a giudicare proprio da quel noto precedente e da questo Sinister. Ed è proprio sulla volontà di tenere lo spettatore in tensione e con il fiato sospeso che si muove Derrickson con Sinister; il regista lavora con il perturbante costruendo una miscela ben oliata di horror e thriller e affidandosi, come molti hanno già fatto prima di lui, a una riflessione sull’immagine e al suo sfruttamento, per creare quell’inquietudine mossa da un desiderio/tormento voyeuristico a cui il protagonista non riesce a resistere ma dal quale, allo stesso tempo, vorrebbe fuggire, andando così ad aggiungere questo Sinister al novero delle opere metacinematografiche che usano l’immagine per parlare di immagini (e quindi di cinema).Nella cittadina di provincia di Chatford, Pennsylvania, si trasferisce lo scrittore Ellison Oswalt (Ethan Hawke) con la sua famiglia: la moglie Tracy (Juliet Rylance) e i figli Ashley (Clare Foley) e Trevor (Michael Hall D’Addario). Oswalt è uno scrittore che ebbe un ottimo successo con il suo romanzo Kentucky Blood e che ora sta attraversando un momento di crisi: la sua conversione alle indagini su delitti reali e la sua tendenza a mettere in cattiva luce l’operato delle forze dell’ordine non gli hanno garantito un’ottima accoglienza nella cittadina da parte dello sceriffo locale (Fred Thompson). In più Oswalt, all’insaputa della moglie, ha affittato una casa nella quale anni prima fu compiuto un orrendo delitto sul quale lo scrittore vorrebbe incentrare il suo prossimo libro: una famiglia intera, gli Stevenson, venne trovata impiccata a un albero del giardino mentre la loro figlia più piccola, Stephanie, sparì e non venne più ritrovata. Una sera, durante un’ispezione nella soffitta della casa, Ellison trova un baule contenente alcuni filmini in Super 8. Questi contengono le riprese dell’omicidio degli Stevenson e non solo: tutta una serie di altri truci omicidi sono ripresi nelle bobine; lo scrittore, dopo una serie di indagini, aiutato anche da un vice sceriffo suo fan, scopre che questi sono tutti collegati e hanno come denominatore comune la leggenda occulta del Bughuul, il mangiatore di bambini. Infatti in ognuno degli omicidi ricorre la sparizione del bambino più piccolo del nucleo familiare.
Devo dire che, almeno per chi come me non vive di solo horror, un film come Sinister funziona maledettamente bene e arriva a inquietare non poco. L’impianto narrativo è un horror con tocchi di soprannaturale che abbraccia, come detto sopra, la struttura del thriller. A dirla tutta, la componente thriller è abbastanza scoperta, non ci vuole un genio o un super esperto per anticipare le dinamiche degli efferati delitti proposti da Derrickson, in più il tocco sovrannaturale, il Bughuul, ha un po’ il sapore del deus ex machina pronto a risolvere passaggi altrimenti più difficili da spiegare. Ma, a dispetto di tutto questo, la tensione regge e gli spaventi, anche aiutati da mezzi risaputi e non certo nuovi, sono assicurati; questo Sinister alla fine ce lo si gode parecchio. Certo, Derrickson ricorre al sonoro per farci saltare sulla sedia, annega tutto in un buio insensato (perché cazzo Ellison non accende mai una luce?), inserisce dei McGuffin che sviano l’attenzione dello spettatore, tutti trucchetti facili se vogliamo, ma comunque il film gira bene, funziona (ok, termine abusato, ma il succo è davvero quello: funziona!). In più c’è un’apertura alla riflessione sulla manipolazione dell’immagine: Ellison ci lavora, riavvolge i filmini, li riguarda, li riporta in digitale, usa il fermo immagine: nell’alterazione dell’immagine trova la verità (o una sua verità), che è sempre stata lì, nelle immagini, una tesi che vive anche di qualche forzatura (ancora il Super 8? Davvero?). La figura del Bughuul poi è inquietante il giusto, il protagonista ha i suoi punti oscuri (cerca la verità o solamente la fama? Anche a rischio di mettere in pericolo la sua famiglia e la sua salute mentale). C’è inoltre il discorso sulla morbosità verso l’immagine forte, eccessiva, che rispecchia la realtà dei nostri tempi. Cosa è morale riprendere? Cosa è morale guardare? Magari discorsi non nuovi ma tutto sommato ancora oggi interessanti.





































