(di Yuval Abraham e Rachel Szor, 2026)
In un clima di imminente oscurantismo, dove minacce di futuri embarghi alla libera parola sulla questione israelo-palestinese (per mezzo di ben poco chiari ddl antisemitismo) permeano un’aria già resa fetida da una classe politica non proprio all’altezza di un Paese civile (in uno slancio di ottimismo ci metto anche la maiuscola), cogliamo questi ancor possibili spazi di libera opinione per parlare un poco di Naza e delle politiche genocide del governo israeliano. Naza, come ormai in molti sapranno, è il nuovo documentario della coppia di registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già tra gli autori del Premio Oscar No other land del 2024. Parlare di Naza in termini cinematografici sarebbe finanche riduttivo, probabilmente inutile: certo, lo si può fare, dietro ogni opera ci sono le scelte degli autori, segnali di stile (anche qui presenti), decisioni pensate, tagli al montaggio e il lavoro dietro a tutte quelle scelte che rendono una serie di immagini un film o, come in questo caso, un documentario dalla forma compiuta. Basti pensare in questo caso all’alternanza tra la fredda esposizione degli orrori da parte dei militari israeliani intervistati da Yuval Abraham e le riprese sulla vita notturna di una modernissima Tel Aviv. Una città che dista circa una settantina di chilometri da Gaza. Più o meno la stessa distanza che può esserci tra Torino e Alessandria. Quello che sta succedendo è una cosa inaudita, se riflettiamo, anche solo sotto questo punto di vista.Naza è un documentario che ha colpito in maniera forte l’opinione pubblica mondiale e i vertici di governo in Israele, i quali sono arrivati addirittura a chiedere il ritiro della cittadinanza israeliana per i registi Yuval Abraham e Rachel Szor, i quali sono peraltro già stati minacciati di morte. Il film sta riscuotendo un enorme successo in Italia, ben oltre le aspettative, e questo è indubbiamente un buon segnale per un Paese che, se avesse a disposizione valide proposte elettorali, magari sarebbe anche propenso a togliersi dai piedi una classe politica che continua ad avallare l’immondo operato di gente come Netanyahu. Naza non è finora arrivato nelle sale israeliane; prodotta dal Guardian l’opera sarà a breve visibile gratuitamente sul sito del giornale londinese. Il lavoro di Abraham e Szor si fonda su una serie di interviste rilasciate da ventiquattro tra militari e appartenenti all’intelligence israeliana, testimoni ovviamente resi irriconoscibili e ai quali sono state modificate le voci e oscurati elementi di possibile riconoscimento, come la grafia nei casi in cui gli intervistati affiancano schizzi e scritti per meglio far capire l’operato dell’intelligence israeliana.
Tutto è avvolto da un senso di disumanizzazione dirompente. I testimoni parlano delle migliaia di vittime civili semplicemente come Naza, un acronimo freddo, sterile, traducibile all’incirca come “danni collaterali”. I militari e i membri dell’intelligence israeliana non parlano mai di vittime, di bambini uccisi, di famiglie sterminate, parlano sempre e solo di Naza, danni collaterali, un processo di spersonalizzazione delle vittime tanto atroce quanto irricevibile per ogni mente pensante e per ogni cuore ancora dotato di un barlume di umanità. A rendere ancor più fredde le operazioni perpetrate da Israele arriva la meraviglia dell’A.I. che, tramite un sistema algoritmico chiamato Lavender, individua e segnala i bersagli da bombardare e quindi le persone da uccidere, Naza compresi, sollevando le menti bacate dall’odio degli esecutori da ogni responsabilità, eccetto quelle morali e umane che però sembrano ormai essere state cancellate da quell’odio che oggi si barrica dietro agli eventi del 7 ottobre 2023. Alcune delle rivelazioni fatte dagli intervistati sono atroci, non per nulla, a fine film, gli spettatori escono dalla sala ammutoliti, in un silenzio raggelato da un’esperienza al limite del credibile. Uno degli aspetti più terribili è la decisione da parte dell’intelligence israeliana, che ha i mezzi per controllare tutta la rete telefonica di Gaza, infrastrutture e telefonia mobile comprese, di uccidere gli obiettivi individuati da Lavender quando sono in casa, “perché è più facile”, accettando tranquillamente così di sterminare famiglie, uccidere mogli, annientare la vita di bambini innocenti. A decine. A centinaia. A migliaia. Invece di minimizzare le vittime le si massimizza, ma attenzione a parlare di genocidio, guai…
Alcuni testimoni riferiscono di essersi “sentiti come Dio” con un sistema simile in mano, “come giocare a un videogioco” con in ballo la vita di persone reali però. Quello che lascia sgomenti è la percezione di non totale pentimento e presa di coscienza del male che si sta compiendo, dell’orrore che si sta perpetrando. Naza è la testimonianza di cos’è il male, di cos’è l’odio senza possibilità di redenzione. La sequenza finale riporta tutto alla dimensione del reale, in quella terra dove i quartieri non ci sono più, i padri piangono cercando i figli sotto le macerie, figli dei quali ormai si vedono spuntare solo i piedi senza vita.
Non supportiamo chi avalla tutto questo.





































