sabato 19 gennaio 2019

CODICE 999

(Triple 9 di John Hillcoat, 2016)

John Hillcoat con Codice 999 ci mostra come si mette in scena un film di genere, solido e senza fronzoli, con un'attitudine che potrebbe rientrare di diritto nei canoni del Cinema artigianale di serie B, avvalorandosi però di un cast di prim'ordine che riporta tutta l'operazione nei territori della serie A. Tutto è molto diretto nel film di Hillcoat, basico, anche tagliato con l'accetta se vogliamo, ma è anche tutto funzionale a una narrazione che non subisce cali di ritmo, un action poliziesco (qualcuno azzarda noir) che coinvolge nonostante lo scavo sui personaggi rimanga sempre in superficie senza mai andare in profondità, esibendo motivazioni stereotipate o addirittura non fornendone affatto (che rimane la soluzione migliore). In alcuni casi Hillcoat fornisce qualche vago indizio sul passato dei protagonisti, come nel caso del personaggio interpretato da Affleck, quasi per giustificare alcuni comportamenti, un indole, qualche predisposizione, per poi disinteressarsene e concentrare tutte le energie sull'azione e sullo sviluppo della trama. È questo un male? No, in questo caso no; il fulcro di Codice 999 è l'azione, magari l'ambiente, lo spietato cinismo, qualche personalità ingombrante e sopra le righe (Woody Harrelson); per un film di questo stampo le sedute dallo psicanalista non sono richieste, e va bene così.


Lo scenario è quello di Atlanta, città meno battuta di altre nel Cinema americano: Michael Atwood (Chiwetel Ejiofor) è a capo di un gruppo di rapinatori composto da ex militari e poliziotti che agisce per conto (e sotto ricatto) di uno zar della mafia russa che ha come luogotenente Irina Vlaslov, interpretata da una bastardissima Kate Winslet. Nel team anche i due fratelli Gabe (Aaron Paul) e Russel Welch (Norman Reedus) e i poliziotti Marcus Belmont (Anthony Mackie) e Franco Rodriguez (Clifton Collins Jr.). Irina tiene letteralmente il gruppo per le palle, il loro leader Michael è infatti il marito della splendida sorella di Irina, Helena (Gal Gadot), madre del figlio di Michael e donna molto più fedele alla famiglia che non al marito. I russi costringono il gruppo a compiere dei colpi molto pericolosi durante i quali i rischi aumentano sempre di più. Messi di fonte all'ennesima richiesta al rialzo, il gruppo si troverà a dover escogitare un piano molto pericoloso che necessita di un diversivo per potersi scrollare di dosso la polizia per una buona decina di minuti, cosa tutt'altro che semplice quando i tempi di intervento degli sbirri si aggirano intorno ai due/tre minuti al massimo. L'unica soluzione sembra quella di provocare un codice 999, quello che indica un agente di polizia colpito a morte e l'unico capace di concentrare su di sé tutte le forze di polizia, lasciando libero il terreno al gruppo di corrotti per agire (quasi) indisturbati. La vittima sacrificale potrebbe essere il nuovo compagno di Marcus Belmont, trasferito da un quartiere ricco e considerato poco più che un novellino. L'agente in questione, Chris Allen (Casey Affleck), si rivela però essere tutt'altro che uno sprovveduto, la sua esperienza e i legami dello stesso con il sergente Jeffrey Allen (Woody Harrelson), personaggio sopra le righe ma lontano dall'essere un ingenuo, scombineranno le carte in tavola.


La regia di Hillcoat asseconda il rimo, la camera stacca veloce nei passaggi dinamici, inquadra particolari, dà la cadenza a una trama che segue i binari del genere. A colpire è il cast impiegato in questo Codice 999: c'è una Kate Winslet tanto cattiva da risultare quasi irriconoscibile, si sfoggia il lusso di schierare una Gal Gadot accessoria, abbiamo il piacere di vedere in un lungometraggio uno dei personaggi più amati del serial The Walking Dead (Reedus), anche qui si conferma volto interessante e attore capace il più giovane dei fratelli Affleck, ci godiamo l'ennesima prova stralunata di un Harrelson sotto gli effetti di chissà quali sostanze (forse il migliore di tutti) e non si contano i volti indovinati tra protagonisti e caratteristi, soprattutto se andiamo a pescare tra i portoricani che abitano la suburbia di Atlanta. Codice 999 è un film realizzato con tanto mestiere, non si ritaglierà un posto nell'immaginario collettivo come hanno fatto altri film dello stesso genere (Heat - La sfida ad esempio) ma in qualche modo sorprende per le qualità messe in campo. La visione potrebbe rivelarsi una piacevole sorpresa per chi non disdegna il genere.

martedì 15 gennaio 2019

I PADRONI DELLA NOTTE

(We own the night di James Gray, 2007)

I padroni della notte ha tutte le caratteristiche del poliziesco, è un film moderno, dei giorni nostri, con protagonisti volti noti del Cinema attuale, ma è anche un film che ha nell'animo un sentore di anni 70 (pur essendo ambientato nel 1988) e che guarda a modelli grandi, sicuramente più grandi di lui, tra i quali non può non venire in mente il gusto per il crime di Martin Scorsese, ma non mancano ispirazioni provenienti dal Cinema settantiano realizzato da altri maestri del periodo. James Gray raccoglie l'eredità di questi maestri mettendo in scena una narrazione solida, lineare, con qualche perdita di fuoco nella fase finale del film ma con la capacità di portarsi a casa un ottimo risultato. Da apprezzare, almeno per chi scrive, la scelta di non cedere alla faciloneria visiva: una delle sequenze più drammatiche del film nella quale è presente un'inseguimento in auto, un punto cruciale della narrazione, è quanto di meno spettacolare si possa vedere in video nel Cinema moderno, scene cariche di tensione immerse in una pioggia battente in mezzo alla quale è persino difficile seguire gli accadimenti, ciò nonostante Gray costruisce la scena con un crescendo emotivo di gran caratura evitando le solite esplosioni alle quali ci siamo ormai assuefatti. Un film di uomini, di valori (anche traditi), di attori, un film che per qualcuno potrebbe puzzare di vecchio ma che oggi forse è ancor più necessario di quanto potesse esserlo decenni addietro. Il legame con il passato è evidente fin dall'apertura del film che ci presenta una serie di foto in bianco e nero del lavoro svolto dalla polizia a New York negli anni d'oro delle droghe pesanti, una sequenza d'immagini che sfuma sul reale inizio della vicenda: musica disco, una sensualissima Eva Mendes si concede al suo Joaquin Phoenix, meravigliosa coppia protagonista del film.


Brooklyn, New York, 1988. Sono gli anni delle grandi discoteche, locali lussuosi dove circolano fiumi di denaro, sesso e soprattutto droghe, in un periodo in cui queste ultime stanno diventando una vera piaga per la città. Bobby Green (Joaquin Phoenix) gestisce uno dei locali più in voga di Brooklyn, El Caribe, per conto del proprietario Buzhayev (Moni Moshonov), un vecchio russo con un nipote che sembra essere uno dei pezzi grossi della criminalità per ciò che concerne lo spaccio di droga. Purtroppo Vadim (Alex Veadov) ha scelto proprio il locale dello zio per portare avanti i suoi affari. Su questo Bobby chiude un occhio, il ragazzo è una testa calda, un ribelle in contrasto aperto con la famiglia, soprattutto con il padre Albert (Robert Duvall) e il fratello Joe (Mark Whalberg), entrambi pezzi grossi della polizia di New York. L'unica persona al quale Bobby sembra sinceramente legato è la fidanzata Amanda (Eva Mendes). Quando il padre e il fratello scoprono che Vadim è a capo di una grossa organizzazione criminale chiedono l'aiuto di Bobby per cercare elementi utili al fine di incastrare e togliere di mezzo il criminale russo. Bobby si troverà in una situazione spinosa e a dover prendere decisioni tutt'altro che facili, perché alla fine i legami inscindibili sono sempre quelli dettati dal sangue.


Fondamentali sono proprio i legami ne I padroni della notte, quelli familiari, quelli di corpo (la polizia), quelli di riconoscenza; se nella costruzione della vicenda siamo dalle parti di The departed, la fotografia e l'ambientazione guardano invece al passato, ottime le scelte cromatiche vintage, bellissimo lavoro sui costumi, sotto i riflettori lo scontro tra due generazioni d'attori vinto ancora una volta dal leone Robert Duvall, un uomo senza fine, sostenuto splendidamente da un Phoenix impeccabile nell'interpretazione, forse un po' troppo ondivago il suo personaggio, ma si sa, eventi fuori dal comune producono esiti imprevedibili. Un poco defilato l'impettito Mark Whalberg ma, diciamocela tutta, non è attore dello stesso calibro degli altri due. È un ottimo film questo di James Gray che è capace di suscitarci un po' di nostalgia per ciò che non è più, donandoci però la speranza che nelle mani giuste quel mood così particolare è sempre pronto a tornare in vita. E noi siamo qui ad accoglierlo a braccia aperte.

sabato 12 gennaio 2019

SUICIDE SQUAD

(di David Ayer, 2016)

Molto rumore per nulla. Alla fine i motivi per guardare Suicide Squad si potrebbero condensare in due sole parole. Se volessimo analizzare il film in un'ottica prettamente maschile queste due parole sarebbero Margot e Robbie. Adottando uno sguardo più affine a quello dell'altra metà del (nostro) cielo le due parole potrebbero diventare Will e Smith. Questa è ovviamente una piccola ma fondata provocazione, potremmo espandere il vocabolario del film anche alle parole Viola e Davis (interpretazione molto convincente) oppure a Jared e Leto. Ma il succo non cambia. La fonte principale di delusione è che Suicide Squad non mantiene quello che promette, questa squadra di antieroi che avrebbe dovuto essere composta dai peggiori bastardi in circolazione si rivela invece poco più di un club di taglio e cucito composto da educande a modo e per benino, certo magari un po' più rozze e sporche della media ma nemmeno lontanamente cattive, pericolose e spietate come il battage pubblicitario e le campagne di marketing avevano voluto farci intendere. Alla fine l'unico vero "figlio di puttana" presente nel film è proprio l'Amanda Waller interpretata dalla Davis, un'agente governativo cinico e spietato che riesce a tenere per le palle quella che dovrebbe essere la squadra meno gestibile sulla faccia della Terra. Un vero peccato perché potenzialmente le caratteristiche per tirare fuori qualcosa di diverso dal blockbuster con supereroi tanto caro all'industria hollywoodyana c'erano tutte, purtroppo come spesso accade in casa DC il risultato finale perde colpi e delude le aspettative, anche se comunque qualcosa di buono in Suicide Squad abbiamo potuto vederlo (no, state calmi, non è la storia quel che c'è di buono, ottimisti sì ma con moderazione).


Partiamo dagli aspetti positivi: le idee di base sono buone, questo perché vanno ricercate nei fumetti della DC Comics e non certo grazie al rispettivo comparto cinematografico che finora, Batman a parte, ha fatto perlopiù dei grossi buchi nell'acqua. Di positivo c'è che i personaggi della Suicide Squad sono ancora lì da qualche parte, messi nelle mani di sceneggiatori e registi capaci potrebbero dare buoni frutti in qualsiasi momento. Una speranza è meglio che niente. Alcune interpretazioni sono da apprezzare, così come anche la costruzione di un paio di personaggi. Il punto più alto del film risulta essere lei, Harley Quinn: divertente, irriverente, pericolosa e fuori di testa quanto basta per essere la degna compagna di un folle come il Joker, accidentalmente interpretata dalla bellezza mozzafiato che risponde al nome di Margot Robbie, un essere meraviglioso anche sotto tutto il trucco sbavato della dottoressa matta. Harley è l'unica vera scheggia anarchica e impazzita in un film molto più addomesticato di quel che avrebbe dovuto essere (e purtroppo anche lei rimane comunque nei limiti dell'hollywoodianamente ragionevole). Buona la prova di Will Smith nei panni di Deadshot, un killer infallibile, un mercenario prezzolato che però si scioglie di fronte alla sua bimba e che dimostra di essere un tenerone poco credibile; buon personaggio ma con diversi difetti in fase di scrittura. Leto non sembra affatto un Joker malvagio, anzi, l'attore esprime al meglio il lato folle del personaggio, compare troppo poco per poter giudicare con certezza la sua prova che comunque sembra più che positiva. Sopra a tutti l'Amanda Waller della Davis, l'unico personaggio azzeccato al 100%. Gli altri characters fanno da riempitivo, esteticamente molto ben presentati Killer Croc (Adewale Akinnuoye-Agbaje) che gode di un gran lavoro sul trucco, Katana (Karen Fukuhara) ed El Diablo (Jay Hernandez), poco più che inutili gli altri. Niente male la colonna sonora, un po' slegata ma con qualche tocco di genio.


Tra gli aspetti negativi emerge in maniera vistosa un tasso di cattiveria davvero troppo basso in relazione ai personaggi coinvolti, una trama poco interessante e non sempre costruita al meglio e il difetto più grosso di quasi tutti i film DC visti finora (sempre non tenendo conto delle opere di Nolan): l'assenza di un avversario degno di questo nome. L'Incantatrice (Cara Delevigne) e il suo fratello distruttore sono semplicemente noiosissimi. Non mancano ingenuità di scrittura abusate e prevedibili: la Waller tiene tutti sotto scacco grazie alla classica bomba iniettata nel collo di questi super criminali mandati a compiere una missione suicida (un po' come fossero quella sporca dozzina), espediente noto fin dai tempi di 1997: Fuga da New York se non prima, ovviamente viene introdotto un personaggio in fretta e furia (Slipknot interpretato da Adam Beach) che anche lo spettatore meno sveglio individua come vittima sacrificale della bomba, utile per rendere narrativamente credibile la minaccia. Non si fa in tempo a finire di formulare il pensiero che questo scazza e la Waller lo fa saltare per aria con sommo gaudio di quello spettatore poco sveglio che ora crede di essere intelligente per aver intuito l'elementare dinamica. E ancora: chi avrebbe mai intuito che un bonaccione come El Diablo adeguatamente provocato avrebbe scatenato tutto quel casino? Insomma, passi l'essere prevedibili però senza esagerare, please!


Tirando le somme Suicide Squad si rivela l'ennesima occasione sprecata in casa DC, nei film della Distinta Concorrenza sembra sempre ci sia quel passetto in più che lascia ben sperare per il futuro e che puntualmente si rivela non essere nulla di più che appunto un semplice passetto. La Suicide Squad dovrebbe tornare in sala nei prossimi anni, auguriamoci perlomeno che finisca in mani più coraggiose e sapienti di quelle di David Ayer.

venerdì 11 gennaio 2019

IL CORVO - THE CROW

(The crow di Alex Proyas, 1994)

È una storia particolare quella che ruota intorno al film The crow, un'opera nata dal dolore, approdata nel dolore e finita per diventare un vero e proprio cult movie, sia per l'estetica innegabilmente vincente, sia per le vicende che hanno portato alla morte di Brandon Lee, ferito sul set da un colpo d'arma da fuoco. La storia è quella ideata da James O'Barr nei primi anni Ottanta sulle pagine dell'omonimo fumetto; l'ispirazione e la leva motivazionale che spinsero l'autore a creare il personaggio di Eric Draven, il protagonista de Il Corvo, arrivano dal dolore sofferto a causa della morte della giovane fidanzata avvenuta qualche anno prima a causa di un incidente stradale. Questo senso di perdita, unito ai dettagli di un fatto di cronaca avvenuto in quegli anni a Detroit dove una coppia di giovani fidanzati venne uccisa per un misero bottino di pochi dollari, diede vita a una storia ormai divenuta un piccolo culto per milioni di amanti sia della Settima che della Nona arte.

In una città malfamata e non ben precisata, nella Notte del Diavolo vengono appiccati incendi e perpetrati i crimini più efferati. Durante uno di questi il giovane Eric Draven (Brandon Lee) viene ucciso dalla banda di T-Bird (David Patrick Kelly), solo dopo aver assistito alla brutale aggressione con stupro della fidanzata Shelly (Sophia Shinas), al seguito della quale anche lei perderà la vita. Accade però che a volte il Corvo che porta le anime dei morti nell'aldilà conceda a qualcuna di queste, quelle più inquiete e desiderose di soddisfazione, di ritornare per raddrizzare alcuni dei torti subiti. È così che Eric si ritrova di nuovo nel mondo dei vivi con la capacità di poter sopravvivere a qualsiasi ferita e con la volontà di vendicare gli abusi subiti. Eric diventa una sorta di angelo vendicatore, dolce nei lineamenti, il volto imbiancato come fosse uno spettro dark, implacabile nelle azioni che non concedono pietà ai violenti. La sua giustizia si abbatterà non soltanto sulla banda di T-Bird ma si estenderà all'organizzazione capeggiata da Top Dollar (Michael Wincott), il vero ideatore dietro la Devil's night. Unici alleati del nostro eroe la piccola Sarah (Rochelle Davis), una bambina figlia di una prostituta che Eric e Shelly avevano idealmente adottato, e il poliziotto Darryl (Ernie Hudson), ex ufficiale degradato e mandato a pattugliare le squallide strade dove si annida la peggior feccia della città. Poco per volta Eric tenterà di riportare un poco di luce in una città marcia dove nonostante tutto"non può piovere per sempre".


Mettendo per un attimo da parte l'alone da film maledetto che Il Corvo porta con sé a causa della morte di Brandon Lee che per molto tempo ha sollevato le ipotesi più disparate (un po' come attorno alla morte del padre Bruce si sono raccontate per anni storie non veritiere), quello che nel film funziona è l'impatto visivo molto cupo e d'effetto, anche perché sul versante narrativo Il Corvo rientra nei canoni del classico revenge movie. Fin dalle prime sequenze la camera di Alex Proyas offre movimenti fluidi sulle panoramiche della città e ottimo brio sui dettagli, assecondata da una fotografia virata al rosso e ai toni bui che incorniciano una città degradata e pericolosa che diventa anch'essa protagonista, con i suoi vicoli putridi, i suoi tetti oscuri e le architetture iconiche. Tra le strade di questa città si muove un protagonista dal look impeccabile, una crasi perfetta tra indole dark e romanticismo che non poteva non rimanere impresso. Su queste caratteristiche, su alcune frasi indovinate, su diverse sequenze perfette per un fermo immagine da poster e su una colonna sonora di qualità si è decretato il successo di un film che sono ancora in molti a ricordare con grande affetto e piacere, al di là degli effettivi meriti intrinseci della pellicola.

Bisogna trovare le note giuste per costruire un cult, metterle bene insieme e farle suonare in maniera armoniosa, con Il Corvo, al di là di tutto, bisogna ammettere che Proyas è riuscito in questo intento davvero molto bene.


PS: in seguito al decesso di Brandon Lee è stato possibile terminare il film ricorrendo all'uso di stunt-men e controfigure, facendo ricorso in parte alla grafica computerizzata e recuperando parti del girato precedente.

lunedì 7 gennaio 2019

RALPH SPACCA INTERNET

(Ralph breaks the internet di Phil Johnston e Rich Moore, 2018)

Anche quest'anno la Walt Disney Animation Studios ha prodotto un film vincente, ben calibrato, divertente e che ha tutte le carte in regola per piacere al pubblico più vasto possibile, catturando l'attenzione anche dei bambini più piccoli ai quali molti dei risvolti della trama rimarranno per forza di cose oscuri. Si spera infatti che i pargoli in età scolare che frequentano i primi anni delle scuole elementari non abbiano ancora tutta quella dimestichezza con Internet, Amazon, Facebook, Pinterest, Instagram, E-Bay, Google, Snapchat e compagnia danzante, tutti marchi ben presenti nel panorama di questo Ralph spacca internet che probabilmente hanno contribuito non poco, economicamente parlando, alla realizzazione di un film che in qualche modo è uno spottone continuo alle più grandi multinazionali che accumulano soldi grazie alla rete. La varietà dei personaggi, i colori sgargianti, l'aspetto rassicurante di Vanellope e del goffo Ralph garantiscono invece un sicuro appeal anche per gli spettatori più piccolini. Rispetto al capitolo precedente con questo film si perde il focus sulla nostalgia per i vecchi videogiochi molto presente in Ralph Spaccatutto e si proiettano i due protagonisti in quella che è la realtà attuale della rete, con tutte le sue infinite possibilità e qualche accenno ai suoi lati più idioti, oscuri e gretti, il tutto senza calcare troppo la mano che in fondo siamo sempre dentro a un film Disney per famiglie. Ma come siamo passati dai vecchi coin-up della sala giochi del Signor Litwak a internet?


Sono passati sei anni da quando Ralph conobbe Vannellope, i due ora sono amici inseparabili, di giorno lavorano nei rispettivi videogame, la sera si ritrovano nella sala comune insieme agli altri personaggi dei vari videogiochi o da Tapper per farsi una spuma. Un bel dì nella sala giochi arriva quello che sembra essere un nuovo videogioco, nuovi stimoli per l'avventurosa Vanellope che non vede l'ora di andare a sbirciare il nuovo mondo. In realtà la novità non consiste in un videogame bensì in un collegamento wifi alla rete, un mondo che viene precluso agli abitanti della sala giochi Litwak. L'accesso a internet diventerà però l'unico modo per salvare dalla rottamazione Sugar Rush, il gioco dove vive Vanellope, che ha subito la rottura del volante di comando, un accessorio vetusto e introvabile per il Sig. Litwak se non su E-Bay ma a un prezzo irragionevole. Sarà il dinamico duo a farsi carico dell'impresa, sgattaiolare su internet, accumulare soldi per comprare il volante e riportare tutto alla normalità. Purtroppo per Ralph, pacifico e abitudinario, su internet Vanellope scopre nuovi ed eccitanti mondi, maniere diverse per sfogare il suo talento da pilota e una nuova amica: la tostissima Shank. Forse la ragazzina non ha tutta questa voglia di riportare tutto alla normalità.


Il fulcro del film è la storia d'amicizia tra i due protagonisti che si evolve, subisce qualche scossone, accetta il cambiamento e si consolida, pur dovendo rinunciare a qualcosa, come spesso accade (anche a malincuore a volte) nella vita reale. Gli altri sottotesti sono solo piccoli accenni che vanno dalla difficoltà di trovarsi senza un'occupazione (lavoro) con conseguente perdita di identità, alle derive meno edificanti delle esperienze in rete come l'invasività del marketing, l'idiozia dei fenomeni ai quali si prestano immeritate attenzioni, l'inarrestabilità dei gattini (sigh!), il dark web, gli haters e cose di questo genere, senza mai sottolinearne a dovere le conseguenze negative (e questo è un piccolo limite del film). Se a livello tecnico non si segnalano particolari innovazioni, sul lato del divertimento non ci si può proprio lamentare: Ralph spacca internet ha un ottimo ritmo per tutta la sua durata, offre battute e personaggi gustosi e soprattutto ci mostra una versione inedita di tutte le classiche principesse Disney in libera uscita dai loro ruoli istituzionali e che vanno a costruire la parte più saporita e divertente del film. Nulla di nuovo sotto il sole, forse nemmeno all'altezza del primo episodio, a ogni modo Ralph spacca internet rimane un film più che godibile, ottimo per chiudere le feste natalizie in attesa della prossima uscita targata Disney/Pixar: Toy Story 4.

sabato 5 gennaio 2019

BLACK MIRROR - BANDERSNATCH

Anche quando guarda al passato Black Mirror rimane un passo avanti a tutto il resto. Nelle ultime stagioni del serial ideato da Charlie Brooker si era assistito a un principio di ripetizione di quelle che erano le tematiche e le dinamiche di fondo che fin dall'inizio hanno contrassegnato lo stile Black Mirror. L'invasività e l'uso poco oculato delle nuove tecnologie e delle loro potenzialità da parte della razza umana, esplorate in moltissime delle loro declinazioni, pur rimanendo interessanti, stimolanti e spesso preoccupanti, iniziavano a restituire una sensazione di déjà vu dovuta all'ambito molto mirato e circoscritto all'interno del quale la serie si è sempre mossa. Di conseguenza Black Mirror ha iniziato a mutare provocando la nascita delle prime critiche e di un pizzico di delusione da parte del suo pubblico (pur mantenendosi su livelli qualitativi sempre molto alti). Con Bandersnatch, l'episodio speciale (in tutti i sensi) del dicembre 2018, la serie si riconferma uno dei prodotti più brillanti e illumina(n)ti del panorama seriale e nello specifico della piattaforma streaming di Netflix. Arrivati al punto in cui inizia a diventare difficile proporre idee nuove, originali e non ripetitive senza snaturare il senso che da sempre caratterizza la serie, il team che sta dietro Black Mirror partorisce un nuovo colpo di genio: se non è più così semplice innovare nei contenuti, allora perché non innovare in maniera decisa nella forma? E non parliamo di un'innovazione da poco (anche se questa affonda le radici parecchi anni nel passato), con Bandersnatch si offre allo spettatore la possibilità di essere protagonista, su più livelli, dell'episodio in questione diventando parte attiva della storia, permettendogli di scegliere in prima persona la direzione che la trama dovrà seguire in determinati nodi focali che diventano punti di svolta della vicenda che si svilupperà in maniera differente a seconda della scelta effettuata dallo spettatore, andando a riprendere un poco il meccanismo molto in voga nei libri-gioco degli anni 80 e 90.


Per una volta Black Mirror ci porta indietro nel tempo e non verso il futuro: siamo nel 1984 in Inghilterra, Stefan Butler (Fionn Whitehead) è un ragazzo giovane che vive con suo padre, è un appassionato di videogiochi e si diletta nella programmazione degli stessi, il suo progetto è quello di trasformare il libro-game dello scrittore Jerome F. Davies dal titolo Bandersnatch in un videogioco a scelte multiple nel quale il giocatore, messo davanti a un bivio, dovrà decidere in pochi secondi quale strada far intraprendere al protagonista, senza bisogno di avvalersi di comandi testuali ma usando semplicemente il joystick per attuare la scelta che farà evolvere la storia su percorsi differenti, esattamente come sta facendo lo spettatore con l'episodio di Black Mirror che sta guardando. Il cortocircuito tra spettatore e protagonista non è da sottovalutare e aggiunge pepe a una puntata già di per sé molto interessante e ben studiata. Stefan ottiene un colloquio con la Tuckersoft, azienda sviluppatrice di videogiochi per la quale lavora anche il programmatore Colin Ritman (Will Poulter), una sorta di idolo per Stefan, il giovane protagonista illustrerà i suoi progetti al direttore della software house Mohan Takur (Asim Chaudry) che apprezzerà molto il progetto. Qui lo spettatore, che nel frattempo avrà già scelto cosa far mangiare a colazione a Stefan, quale musicassetta inserire nel walkman durante il tragitto in bus, si troverà ad affrontare la prima scelta seria: continuare a sviluppare Bandersnatch in team avvalendosi dei mezzi della Tuckersoft o lavorare in solitario, a casa, senza influenze esterne affidandosi ai propri mezzi? Dieci secondi per scegliere e poi si riparte. Nel corso della puntata saranno diverse le scelte da prendere, alcune anche drammatiche a causa dello scarso equilibrio del protagonista, che combatte ancora con il trauma subito per la perdita della madre avvenuta nel passato. Stefan è in cura dalla dottoressa Haynes (Alice Lowe), una terapeuta che sembra non riuscire a trovare troppi appigli per aiutare il ragazzo. In base alle direzioni prese dallo spettatore Bandersnatch offre esperienze differenti che possono portare a diversi finali, in ognuno di questi, come spesso accade con Black Mirror, sembra bandito il lieto fine. L'aspetto più geniale e indovinato dell'episodio è la presa di consapevolezza da parte di Stefan, in preda a una sorta di paranoia da stress, di essere controllato nelle sue azioni da qualcun'altro, e quel qualcun'altro siamo noi! Una soluzione fantastica che fa il paio con l'ingresso nell'episodio anche della piattaforma televisiva Netflix, che sicuramente si autocelebra in maniera poco discreta ma assolutamente intelligente. Da sottolineare come anche in Bandersnatch, tra l'altro disseminato di indizi sui possibili sviluppi della puntata, si omaggino in maniera più o meno celata alcuni altri episodi della serie confermando ancora una volta quella sorta di collegamento ideale che li porrebbe tutti all'interno di un universo condiviso. Oltre all'aspetto ludico ben amalgamato al dipanarsi della/e trama/e, anche se non sempre proprio libero ma pilotato dall'alto (in parte anche noi come Stefan?), l'episodio gioca con l'effetto nostalgia per gli Eighties tanto in voga negli ultimi anni, le musiche e soprattutto tutta l'iconografia a 8 bit tanto cara ai vecchi giocatori di Spectrum e Commodore non possono lasciare indifferenti quelle generazioni che hanno vissuto in prima persona quell'epoca.


Come si accennava in apertura, in Bandersnatch l'innovazione sta nel tipo di fruizione, nell'esperienza interattiva che Netflix pare voglia sviluppare in altri progetti (anche se la formula potrebbe venire presto a noia, un po' come è successo al 3D in sala); nei contenuti abbiamo una bella storia che è stata adattata con grandissima visione d'insieme alla partecipazione che si chiedeva allo spettatore. A mio avviso il risultato è stato ottimo, al netto di qualche problema tecnico che il tutto sembra aver creato a qualche utente a livello di fluidità al momento delle scelte e di fruizioni su smart tv non di ultimissima generazione. Cosa dire ancora? Eravamo in attesa che Black Mirror e Brooker ci stupissero ancora una volta... ci sono riusciti! E ora, cosa dobbiamo aspettarci?

mercoledì 2 gennaio 2019

FIRMA AWARDS 2018

Elogio alla lentezza (quasi al ritardo, perfino). Chi mi conosce lo sa, questi Awards non hanno nessun senso! Nei primi giorni dell'anno si fa un bilancio su quello che di bello ci ha fornito sotto tanti punti di vista l'anno appena trascorso, il 2018 in questo caso. Ma perché fermarci lì? Perché non celebrare quello che di meraviglioso ci ha dato il 1998 ad esempio? O semplicemente il 2017, o ancora il 1962? Vogliamo discriminare il 1984 oppure prendercela con il 2002 o ancora fare un torto al 1975 (che è pure il mio anno di nascita)? No di certo! qui non si vuol far torto a nessuno, nessuna discriminazione di nessuno tipo, gli anni son tutti belli, certo forse qualcuno più di altri ma tutti offrono qualcosa da ammirare e così...

Questo giusto per dirvi che come al solito non sono proprio sul pezzo, i Firma Awards segnalano ciò che a me è capitato di vedere o leggere di bello durante il 2018, l'anno d'uscita per me non conta, le visioni, le letture, quando arrivano arrivano, un po' come il Natale. L'importante è la qualità che come al solito non manca. Quest'anno abolirò il post dedicato al fumetto che finirà qui dentro insieme a tutto il resto. Gli anni passati almeno con questa categoria riuscivo a tenermi al passo, ora anche con le letture a fumetti sono sempre in forte ritardo, sfasato anche di un anno su alcune serie uscite nelle edicole e quindi non avrebbe più senso per me dedicare più spazio alle nuvole parlanti che non al resto, tutto verrà trattato nella stessa maniera.

Oltre al fumetto avremo quindi le solite categorie: libri, serie tv, Cinema, film d'animazioneclassici. Come l'anno scorso dividerò in tre la categoria dedicata ai film: la sottocategoria  film d'animazione non necessita spiegazioni, classici comprende qualsiasi film uscito nel secolo scorso (fino al 1999 quindi), Cinema si occuperà dei film dal 2000 in avanti. Senza ulteriori indugi andrei ad incominciare.

Partiamo proprio dai FILM D'ANIMAZIONE: quest'anno, complice la crescita fuori controllo di mia figlia che ha spostato i suoi interessi su film, libri e telefilm per ragazzi trascurando un pochino di più i film d'animazione (anche perché alcuni cataloghi li abbiamo quasi esauriti, quello dello Studio Ghibli ad esempio), la scelta è stata effettuata tra meno di una decina di titoli. Per la prima volta il podio è tutto Pixar.

Terzo classificato:
Cars 3 di Brian Fee
Visto con un discreto ritardo il film di Brian Fee non si rivela nulla di eccezionale pur avendo almeno un paio di grossi meriti: dopo un secondo episodio pasticciato il terzo capitolo torna a guardare ai bambini, risulta godibile e piazza una sorpresa sul finale non da poco. Visti i pochi titoli visionati Cars 3 riesce comunque a strappare il gradino più basso del podio.

Secondo classificato:
Gli Incredibili 2 di Brad Bird
Il più bel film di supereroi del 2018. Torna la famiglia Parr dopo un attesa per il pubblico fin troppo lunga, all'aspetto eroico si mescolano temi familiari e di vita quotidiana in perfetto stile Pixar. Una gioia per gli occhi, ottimo per l'aspetto tecnico. Brad Bird una garanzia.

Primo classificato:
Coco di Lee Unkrich e Adrian Molina
Una fantasmagoria di colori, una fiaba per tutti capace di commuovere fino alle lacrime, uno dei migliori esiti Pixar degli ultimi anni. W el dia de los muertos.

        



Archiviati i "cartoni animati" passiamo alle SERIE TV delle quali nel complesso sono riuscito a visionare più di una quindicina di stagioni suddivise su poco meno di una decina di titoli. Sono state diverse le delusioni, purtroppo da attribuire ad alcune tra le mie serie preferite tra le quali Doctor Who e The Walking Dead. Non sono mancate comunque le cose interessanti nemmeno sul piccolo schermo.

Terzo classificato:
Il trono di spade (stagioni da 3 a 7) di George Martin, David Benioff e D. B. Weiss
Nonostante non sia la mia serie e nonostante continui a pensare che sia una delle serie più sopravvalutate di questi anni, avendone viste sette stagioni in pochissimo tempo è naturale che debba sottolinearne anche gli aspetti positivi. Tra i vari momenti di stanca, GoT offre delle sottotrame appassionanti, conta su alcuni personaggi ben sviluppati e ottimi momenti, anche se spesso cade in una scrittura approssimativa e sbrigativa. Nel complesso una buona soap opera.

Secondo classificato:
Black Mirror (stagione 4) di Charlie Brooker
Da anni la serie da seguire, Black Mirror sta cambiando, era inevitabile, con l'aumento del numero delle puntate la qualità non poteva rimanere ai livelli altissimi degli esordi ma siamo comunque ben al di sopra della media della serialità televisiva. Qualche intoppo, un po' di autoreferenzialità, ottimi spunti e uno sguardo sempre rivolto al futuro. Da poco anche interattiva. Un must.

Primo classificato:
Il miracolo di Niccolò Ammaniti
Con questa scelta ho voluto premiare le produzioni nostrane di valore e dare una spinta alla novità, nel nostro panorama serie come questa sono preziose. Ottimi spunti, indovinati i protagonisti principali e tematiche di grande fascino. Una bellissima sorpresa.

        



Passiamo ora alle letture partendo proprio dalla categoria FUMETTI, giusto qualche consiglio di lettura senza pretesa di segnalare capolavori o masterpieces. Un unico calderone: ristampe, cose nuove, serie regolari o volumi dai quali tirare fuori tre soli suggerimenti, un podio difficilissimo da compilare. Proviamoci. Tralascio alcune cose validissime già segnalate l'anno scorso come l'iniziativa Super Eroi Classic o le ristampe dei Grandi Maestri a opera dell'Editoriale Cosmo che continua a proporre ottimo materiale in economica. Concentriamoci su cose non segnalate l'anno scorso.

Terzo classificato:
Cybersix di Carlos Trillo e Carlos Meglia
La ristampa a opera della Cosmo del fumetto sudamericano Cybersix regale parecchie soddisfazioni a chi non ha avuto modo di leggere in precedenza le avventure di questo essere artificiale rinchiuso nel corpo di una splendida donna, cacciato dal suo stesso creatore e da versioni meno autonome di lei venute fuori da esperimenti simili a quello che l'hanno portata in vita.

Secondo classificato:
Sprayliz di Luca Enoch
Altra ristampa, ancora Cosmo. Partito con diffidenza nella lettura delle avventure della bella graffitara Elizabeth, mi ci sono ritrovato invischiato con molto piacere tra avventure sentimental/sessuali, sgarbi al potere costituito, apertura mentale e azione canonica. Niente male la piccola Liz.

Primo classificato:
Deadwood Dick di Joe R. Lansdale, Michele Masiero e Corrado Mastantuono
La Bonelli tenta una nuova strada verso il rinnovamento rilanciando il marchio Audace di cui Deadwood Dick è la prima uscita, seguita a ruota da Cani sciolti e Mister No Revolution. L'intento è lodevole i risultati ottenuti dall'adattamento delle storie di Lansdale al momento anche. Una bella ventata d'aria fresca che ci catapulta in un western un po' più moderno di quello di Aquila della notte.




Torniamo al Cinema con la categoria CLASSICI nella quale inseriamo qualsiasi cosa uscita prima del 2000, durante il secolo breve. Tre classici nelle posizioni del podio unicamente seguendo il mio gusto personale, qualcuno potrebbe non essere d'accordo con le mie scelte che già sono state difficili, fuori dal podio rimangono infatti altri grandi film che una menzione l'avrebbero pure meritata. Andiamo a vedere.

Terzo classificato:
Il gattopardo di Luchino Visconti
Spaccato di un'Italia che non c'è più portata sullo schermo con sfarzo e attenzione da Visconti nel 1963. La caduta della nobiltà per una sempre più diffusa borghesia, l'unità d'Italia, la Sicilia del Conte Fabrizio di Salina, un personaggio destinato a rimanere per sempre.

Secondo classificato:
L'anno scorso Aldrich era rimasto fuori dal podio per un pelo con il suo Che fine ha fatto Baby Jane? sempre con Bette Davis, anche qui protagonista. Era doveroso inserire questo film che ricalca un po' lo schema del suo predecessore, grande thrilling e interpreti in gran spolvero. Un tipo di Cinema tutto da riscoprire. Anno 1964.

Primo classificato:
Uno di quei film da vedere, più moderno degli altri due in tutti i sensi, siamo nel 1981, temi crudi ma dei quali è sempre necessario parlare, all'epoca forse ancor più di oggi in quanto la piaga dell'eroina mieteva vittime in quantità industriali. Generazionale e purtroppo anche trasversale.

        



Passiamo ora a qualche consiglio sui LIBRI, una buona lettura fa sempre piacere e bene al cuore e alla mente. Anche quest'anno mi sono attestato su una media di circa un libro letto al mese, media falsata dal mastodontico Perfidia di Ellroy che mi ha impegnato per almeno quattro mesi.

Terzo classificato:
Pesca alla trota in America di Richard Brautigan
Finito di leggere da poco, Pesca alla trota si rivela un libro di difficile catalogazione ma che vive di un'ironia surreale e indecifrabile, tutti brevi racconti che vanno dal poco comprensibile all'esilarante con un piglio divertente ma con una nota amarognola di fondo. Un autore da rivalutare Brautigan e sicuramente da approfondire.

Secondo classificato:
Goodbye, Columbus di Philip Roth
Esordio del grandissimo Philip Roth che già contiene le caratteristiche di una scrittura d'eccezione. Vari racconti dove è centrale l'origine ebraica dello scrittore capace di mescolare idee geniali, temi intimi con ironia e grande divertimento. Imperdibile.

Primo classificato:
Perfidia di James Ellroy
Non è stato facile ma ne è valsa la pena. Quando esce uno dei libri monstre di Ellroy, nell'anno in cui riesco a leggerlo ovviamente, quasi sempre un posto sul podio è già prenotato, l'autore torna ai suoi personaggi con quella che è la prima parte di una nuova quadrilogia ambientata a Los Angeles. Non tutti possono amare Ellroy, ma per chi lo ama questo libro sarà una vera goduria.

        



Chiudiamo con la categoria CINEMA, con i film usciti dopo il 2000, nel nostro secolo. Una scelta difficile effettuata tra più di una settantina di alternative, cose molto valide sono rimaste fuori dai classici tre posti, vediamo invece cosa ci è rientrato.

Terzo classificato:
Manchester by the sea di Kenneth Lonergan
Film intimo e doloroso recitato in sottrazione da un grande Casey Affleck. La vita va avanti oltre il dolore ma a volte lascia dei segni che sono indelebili, difficili da cancellare. Bellissimo, uno dei migliori film visti quest'anno (altrimenti non sarebbe qui ovviamente).

Secondo classificato:
La grande bellezza di Paolo Sorrentino
Capolavoro del Cinema italiano, spesso anche discusso, a volte non capito. Jep Gambardella rimane uno dei personaggi migliori e meglio scritti del Cinema recente, non solo nostrano. Un Toni Servillo immenso, da conservare con gelosia.

Primo classificato:
I love Radio Rock di Richard Curtis
Signori, la musica! Se la musica ha avuto un qualche significato per voi, se ancora ce l'ha ed è importante I love Radio Rock non si può non amare. Io l'ho amato in maniera incondizionata. Primo posto di cuore e di pancia.

        

lunedì 31 dicembre 2018

OCEAN'S 8

(di Gary Ross, 2018)

Tutto abbastanza prevedibile nello sviluppo di questo Ocean's 8, film che nonostante manchi totalmente di suspense e di reali sorprese riesce nell'impresa di intrattenere e divertire a dovere il suo pubblico. Lo schema è quello già visto in Ocean's eleven, l'esordio di quella che a questo punto possiamo considerare la saga degli Ocean imbastita da Steven Soderbergh (qui produttore) diversi anni fa, un primo episodio che già era un remake di Colpo grosso, film del 1960 interpretato dai membri del celebre Rat Pack (Frank Sinatra, Sammy Davis Jr., Dean Martin e Peter Lawford) e che contava due sequel: Ocean's Twelve e Ocean's Thirteen. Ora si aggiunge alla saga questo nuovo tassello grazie al quale scopriamo che il caro Danny Ocean (ormai defunto?) ha una sorella non meno abile di lui nell'arte del furto. Debbie Ocean (Sandra Bullock) ha appena finito di scontare cinque anni di galera dei quali incolpa il bel gallerista d'arte Claude Baker (Richard Armitage). Durante i cinque anni trascorsi come ospite delle patrie galere la signorina Ocean ha avuto tutto il tempo per pensare ed elaborare un piano per portare a termine il più ambizioso furto di gioielli del secolo, quello di una collana di diamanti di Cartier dal valore inestimabile che (se tutto filerà liscio) farà sfoggio di sé al galà annuale del Metropolitan Museum al collo della bellissima star Daphne Kluger (Anne Hathaway). Per portare a termine l'impresa Debbie vuole una squadra di sole donne che recluterà avvalendosi dell'aiuto della sodale Lou (Cate Blanchett), l'amica di sempre; a completare la squadra ci saranno la stilista di moda Rose Weil (Helena Bonham Carter), l'esperta di gioielli Amita (Mindy Kaling), la ricettatrice Tammy (Sarah Paulson), la borseggiatrice Constance (Awkwafina) e la hacker Palla 9 (Rihanna).


Ocean's 8 è il più classico degli heist movie: idea di base del crimine da compiere, una mente dietro il piano, la ricerca dei componenti che andranno a formare la banda, presentazione dei personaggi, allestimento del piano, esecuzione dello stesso, intoppi e risoluzione con qualche tentativo di sorpresa finale (qui poco riuscito). Sullo schermo non c'è davvero nulla di nuovo, il copione scorre risaputo, nemmeno la regia di Gary Ross regala spunti memorabili, è funzionale e guarda con qualche strizzata d'occhio al lavoro già svolto da Soderbergh anni fa, allo stesso tempo il film funziona, si guarda con piacere e poco impegno più che altro per ammirare al lavoro una manciata di nomi noti in vacanza premio che probabilmente si sono divertiti a girare il film ancor più degli spettatori nel guardarlo. I nomi coinvolti sono importanti, peccato l'assenza di Julia Roberts, volto femminile del primo episodio che non avrebbe stonato qui in mezzo e avrebbe dato quel tocco in più di continuità alla vicenda. Spiace un po' vedere come alcune delle bellezze più mature siano ricorse al classico ritocchino, queste splendide donne sarebbe bello vederle sempre al naturale o quasi, sul versante professionale il talento non manca, scopriamo anche una Hathaway che gioca bene con il lato più comico del suo personaggio e che mostra una marcia in più rispetto alle colleghe (personalmente per la Hathaway ho sempre avuto un debole), autoironica, viene anche presa in giro per i suoi occhioni da Bambi, sorta di tormentone per l'attrice già da diversi anni. La Bullock e la Blanchett sono una garanzia, ma anche tutto il resto del cast è in palla, compresa Palla 9 interpretata da Rihanna che al Cinema inizia a contare ben più di una presenza. Si notano un paio di cameo di componenti del vecchio cast, belle location e il giusto tocco glamour.

Ocean's 8 si va a inserire in quel filone di remake al femminile che sembra ormai un buon appoggio per Hollywood per tornare in maniera diversa su temi già noti, svolta al passo coi tempi o semplice carenza di idee nuove nascosta dietro la bandiera del femminismo? Nulla di male in entrambi i casi, ad ogni modo queste donne meriterebbero qualcosa di meglio di tutto ciò.

giovedì 27 dicembre 2018

PESCA ALLA TROTA IN AMERICA

(Trout fishing in America di Richard Brautigan, 1967)

Inquadrare un'opera come Pesca alla trota in America non è affatto facile, così come non lo è collocare il suo autore Richard Brautigan all'interno della storia della letteratura americana del secolo scorso. Brautigan viene comunemente accostato al fenomeno della controcultura hippy della California di fine anni 60 così come viene spesso citato nel novero di quegli autori che hanno dato energia alla corrente della beat generation; Pesca alla trota in America, che rimane il suo libro di maggior successo, difficilmente riesce a esprimere elementi certi che possano avvalorare e dar peso a classificazioni e accostamenti di questo tipo, se non per affinità parziali o comunque puramente accidentali o del tutto involontarie. Pesca alla trota in America è prima di tutto un corpo estraneo rispetto a qualsiasi altro scritto, libro, romanzo, raccolta di versi, racconti o poesie che sia; è un esito unico, originale, particolare, difficile da comprendere per il lettore medio ma in parte anche per quello più avvezzo a forme di narrazione fuori dagli schemi. Nonostante i due scritti siano per struttura e peso specifico agli antipodi, il primo accostamento che lentamente ha preso corpo all'interno della mia mente è stato quello tra il lavoro di Brautigan e l'immenso Suttree di Cormac McCarthy: i due libri hanno in comune una vicinanza al popolo degli ultimi, degli sconfitti, degli abbandonati e dei miserevoli che non solo si sono visti traditi dal Sogno Americano ma molto più banalmente anche da tutti gli elementi di una vita semplicemente decorosa. Il contrasto tra le due opere è nel piglio, in questo Brautigan si rivela molto più leggiadro, volatile, agile, sinceramente divertente e decisamente più incline alla speranza rispetto a McCarthy: al mondo in qualche modo si sopravvive, con un po' di follia, con un pizzico di incoscienza, con leggerezza; questo sembra dirci Brautigan dalle pagine di Pesca alla trota in America. Invece no, al mondo non si sopravvive, è un fatto, nemmeno l'allampanato Brautigan ci è riuscito, dopo un periodo in cui allo scrittore vengono diagnosticati uno stato depressivo e una schizofrenia paranoide (curata con l'elettroshock) Brautigan pone fine alla sua vita suicidandosi nel Settembre del 1984. Noi possiamo ancora vederlo Brautigan, lungo, in tutta la sua altezza, sulla copertina dell'edizione originale di Trout fishing in America (riprodotta anche all'interno di quella italiana edita da Einaudi), una sorta di cowboy sui generis con tanto di cappello, panciotto e jeans, ritto davanti alla statua di Benjamin Franklin in Washington Square a San Francisco, città in cui passò gli ultimi anni della sua vita. All'apparenza sembra un tipo pacifico Brautigan, magari un po' strambo come il suo libro.

Strambo, perché Pesca alla trota in America non è solo il titolo di un libro, è il libro stesso, a volte è un personaggio incarnato dal nome Pesca alla trota in America, qualche volta è semplicemente un'attività, quella che Brautigan come altri disperati suoi pari amano praticare nei torrenti d'America (i vari creek), poi è un ricettario e allo stesso tempo un commensale di Maria Callas, un cadavere o una frase capace di farti finire per direttissima nell'ufficio del preside. È una forza dirompente capace di farti pensare che non sia così strano che il Missouri possa assomigliare a Deanna Durbin, o che il cane di una vecchia signora pisci pezza o ancora che Pesca alla trota in America possa avere un amico di penna. E perché no, porco diavolo!

Pesca alla trota in America è composto da circa una cinquantina di brevi frammenti, i più lunghi dei quali contano al massimo sette o otto pagine, attraversati da una sottile linea rossa che dipinge tassello dopo tassello un'America ai margini che va comunque intuita, cercata. Nel dipingerla questa America Brautigan usa un registro che a volte lascia spiazzati e interdetti, a volte raggiunge vette di assurda e demenziale comicità capace di farti squassare dalle risate se solo si è capaci di cogliere e abbracciare senza riserve l'atipico e surreale mood dello scrittore di Tacoma. Forse Richard Brautigan avrebbe meritato maggior fama, forse no, e forse Pesca alla trota in America avrebbe potuto scrivere un libro intitolato Richard Brautigan. O forse no. Ai posteri l'ardua sentenza.

martedì 25 dicembre 2018

REGALI 2018

Ancora tanti auguri a tutti. Questo è il primo Natale in cui la mia bimba è diventata adulta, a mezzanotte ha voluto aprire i regali senza aspettare l'arrivo di Babbo Natale; questa cosa seppur naturale e giusta devo dire che un poco mi ha immalinconito, lei cresce, io invecchio, Babbo Natale si fa i cazzi suoi e la ruota gira. Ad ogni modo anche quest'anno i regali non sono mancati, allietiamoci e tiriamoci su con il vero motore del Natale: il consumismo!


Per contribuire in maniera decisa a questa tradizione io e mia moglie non abbiamo badato a spese, quest'anno abbiamo deciso di sostituire quella merda del nostro aspirapolvere Hoover (che ho odiato più o meno dal giorno dell'acquisto, con un nuovo (e in offertissima) Dyson V8 Absolute, l'abbiamo provato un pochino e devo dire che sembra una vera figata: maneggevolissimo, leggero, pratico, funzionale... addio scopa e addio Hoover di merda!

Si lo so, la foto fa cagare ma non avevo voglia di scattare...



Comunque sarebbe questo qua sotto

foto dal web



Mio cognato, addetto al reparto "cose frivole", ha portato dall'Inghilterra un thermos targato Marvel Studios con le locandine dei film del Marvel Cinematic Universe in color acciaio, un bell'oggettino davvero!

   




Settore vestiario: mia moglie Paola e mia figlia hanno pensato a un bel maglione e.... udite udite... un'elegantissima coppola siciliana. Spettacolo!

Anche qui la foto è quel che è





Chiudiamo con un paio di libri offerti da mio fratello che fanno sempre più che piacere, senza libri non mi sembra neanche Natale... un po' come la pizza senza sole e mandolino...




Per quest'anno è tutto, e voi cosa avete ricevuto di bello?
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