domenica 15 settembre 2019

EX_MACHINA

(di Alex Garland, 2015)

Ex_Machina potrebbe essere un episodio lungo della serie Black Mirror, il tema del film ben si sposerebbe alle riflessioni che il serial di Charlie Brooker suscita ormai da anni, pur non raggiungendo mai i vertici di angoscia e disturbo che Black Mirror ha saputo regalarci nel corso delle sue stagioni. Il risultato finale ottenuto da Garland è comunque parecchio interessante. Il punto focale del film è lo sviluppo di un'intelligenza artificiale, una macchina capace di comportarsi, ragionare ed evolvere nei suoi modelli comportamentali e cognitivi proprio come potrebbe fare un essere umano, e allo stesso tempo avere coscienza di sé stessa, consapevolezza quindi di essere una macchina, simile all'umano ma anche molto diversa. Il tema è intrigante, la scelta di Garland di ambientare l'intera vicenda in uno spazio delimitato, per quanto questo sia ampio, rende l'atmosfera claustrofobica il giusto, scelta che unita al minimalismo e alla freddezza del design dei luoghi aiuta a creare quel filo di tensione che emerge in alcuni passaggi del film, un  prodotto molto cerebrale, fatto di dialoghi e ragionamenti e che accelera fino a sfociare nell'azione solo al culmine dell'intera vicenda.

Caleb Smith (Domhnall Gleeson) è un programmatore di talento che lavora per il più importante motore di ricerca al mondo, Bluebook, sviluppato da una compagnia al capo della quale c'è l'enigmatico Nathan Bateman (un poco riconoscibile Oscar Isaac). Il ragazzo ha la fortuna di vincere un concorso aziendale il cui premio è una settimana di soggiorno nell'esclusiva tenuta dispersa in mezzo alle montagne di Bateman (nome scelto non a caso?) durante la quale il giovane potrà fare la conoscenza del suo capo, una sorta di guru delle moderne tecnologie. L'interesse per il premio cresce non appena Caleb scopre in realtà di essere stato scelto per testare un'intelligenza artificiale creata da Nathan, un costrutto meccanico di nome Ava (Alicia Vikander) con una "mente" realizzata grazie all'immenso accumulo di dati e conoscenze che il suo creatore ha acquisito, anche in maniera poco lecita, attraverso Bluebook (altro nome poco casuale). Così, seduta dopo seduta, Caleb inizia a conoscere e a inquadrare Ava e poco alla volta anche il suo capo, un tipo tutt'altro che banale, di contro Ava, A.I. avanzatissima inizia a conoscere e a inquadrare Caleb. Dopo i primi giorni, accadimenti particolari e momenti rivelatori iniziano a far crescere in Caleb un sentimento di preoccupazione che troverà riscontro nel futuro sviluppo degli eventi.


Ex_Machina, film dai ritmi pacati e ben bilanciati, è un miscuglio di tensione, aspettative ed elucubrazioni sulle dinamiche alle quali stiamo assistendo, data per buona la posizione di Caleb che seguiamo fin dall'inizio del film, cosa vuole realmente Nathan Bateman?, cosa "prova" Ava?, sempre che sia già capace di provare qualcosa, e cosa "sente" Kyoko (Sonoya Mizuno), A.I. di altro tipo, modello precedente ad Ava? Garland è bravo a gestire i tempi, instillare dubbi, far serpeggiare un filo di tensione che accompagna l'evolversi della vicenda tenendo in sospeso lo spettatore, nel fare questo propone temi e riflessioni che toccano tutti, dal dilemma ormai assodato della perdita della privacy e dei nostri dati a favore di enormi social che li utilizzano in maniera poco chiara, fino alla creazione di nuove forme di vita e conseguente sostituzione del ruolo dell'uomo a quello di Dio (o più banalmente di Madre Natura). È giusto sperimentare determinate vie nel nome del progresso? È eticamente accettabile? E soprattutto, sapremmo gestirne i risultati? A quest'ultima domanda la risposta è retorica ed è ovviamente no.

Come si diceva in apertura un film alla Black Mirror, serie alla quale Domhnall Gleeson ha effettivamente partecipato tra l'altro, che sviluppa un tipo di argomento affascinante e di sicuro interesse, confezionato in maniera impeccabile ed elegante (nomination all'Oscar per gli effetti speciali), supportato da un cast in tono con l'ambiente con un Oscar Isaac in deroga che si prende il ruolo di scheggia impazzita. Non male, un buon tassello da inserire nel filone della fantascienza cerebrale così in voga in epoca moderna.

sabato 14 settembre 2019

DELIRIOUS - TUTTO È POSSIBILE

(Delirious di Tom DiCillo, 2006)

Il bello del Cinema è anche scoprire il film che non ti aspetti... quel titolo minore, magari frutto di un progetto indipendente lontano dalle grandi majors, un film che ti eri appuntato con lo scopo di andarlo a recuperare più avanti e che una volta arrivato il momento della visione nemmeno ti ricordi più di cosa parla, chi ci recita, chi l'ha diretto e perché l'avevi annotato. E poi lui ti sorprende; magari non è un capolavoro, però è uno di quei film che ti fanno spegnere il televisore con il sorriso sulle labbra e con quella sensazione di appagamento capace di farti andare a dormire più leggero e un po' più pieno. Ecco, con Delirious - Tutto è possibile è proprio quel che mi è capitato. Ammetto con aria colpevole di non essermi mai avvicinato prima d'ora al lavoro di Tom DiCillo, regista non troppo prolifico (almeno al Cinema, sette film in quasi vent'anni) e che ha siglato opere non troppo note, eccezion fatta forse per  l'esordio Johnny Suede, una delle prime interpretazioni del futuro divo Brad Pitt.

Delirious è una commedia amarognola girata con pochi mezzi ma con un bel cast, DiCillo offre una visione laterale di New York, in bilico tra la mondanità dello star system e lo squallore colorato e vivo di chi a quella mondanità gira intorno, come uno dei protagonisti della storia, il paparazzo Les Galantine (bellissimo nome) interpretato al solito in maniera sublime da Steve Buscemi. Indubbiamente quello del regista è un bello sguardo sulla città ma anche sul mondo dorato (per alcuni versi) dello spettacolo, capace di attrarre così come di creare incomprensioni e invidie.


Durante uno degli appostamenti di Les (Steve Buscemi), in attesa di fotografare la cantante pop K'harma (Alison Lohman) con l'attuale fidanzato, il paparazzo squattrinato incontra Toby (Michael Pitt), un giovane senzatetto dai modi dimessi e gentili. Nasce un'amicizia particolare, Toby si installerà nella piccola casa di Les lavorando gratuitamente per lui come assistente. Ai due capiterà subito un colpo fortunato che permetterà a Les di guadagnare un po' di soldi e aprirà loro qualche porta per frequentare più da vicino il mondo dello spettacolo. Toby così conoscerà casualmente proprio K'harma della quale si innamorerà corrisposto e, grazie alla direttrice di casting Dana (Gina Gershon), riuscirà ad avere la sua possibilità per lasciarsi alle spalle la sua vita misera. Questo purtroppo creerà tensioni e dissapori tra i due amici che nel frattempo, a modo loro, avevano costruito un legame profondo.


Sono parecchi gli spunti interessanti del film, a partire dal gusto delle riprese sulle location di DiCillo, fino ad arrivare alla costruzione calibrata dei personaggi e dei rapporti tra loro. Se il mondo delle celebrità è sempre presente (bel cameo di Elvis Costello), questo più che altro si fa sfondo per la storia di amicizia tra il riottoso Les e il tenero Toby. Il primo cerca approvazione per il suo lavoro, prima di tutto da sé stesso, un impiego disprezzato dalle star ma anche dai suoi stessi genitori che gli offre una vita ai margini e puzza di fallimento (e hai voglia a dire che le star non sono meglio di noi), il secondo cerca un po' di purezza, amicizia, magari la possibilità di fare l'attore, un sogno quasi infantile, e anche un posto dove dormire. Gli alti e bassi di questo rapporto d'amicizia (non è che sei gay?) danno tono a una pellicola resa viva da due attori opposti e ugualmente in parte, ci sono sentimenti forti ma anche tradimenti e amarezza, passaggi divertenti e almeno una sequenza con la giusta carica di tensione. Delirious - Tutto può succedere è un film indipendente che con la sua genuinità può arrivare a sorprendere, con garbo e misura passando da un incontro che, almeno per un po', lenirà le solitudini di due uomini parecchio diversi tra loro regalandogli momenti e ricordi che resteranno vivi per sempre.

mercoledì 11 settembre 2019

L'UOMO D'ACCIAIO

(Man of steel di Zack Snyder, 2013)

Nel 2013, con un ritardo di circa un lustro sui concorrenti della Marvel, anche in casa DC Comics si sente il bisogno di dare ordine alle uscite cinematografiche aventi per protagonisti i personaggi della prestigiosa casa editrice di fumetti; nasce così, in maniera un poco frettolosa, il DC Extended Universe, e chi altri se non il primo supereroe della storia poteva essere il candidato perfetto per sobbarcarsi oneri e onori di questo importante esordio? Con questa operazione in casa DC si inizia così a inseguire, per ora in maniera affannosa e poco lucida, la strada tracciata dal colosso Marvel/Disney, un universo condiviso per Superman, Batman e soci con potenzialità infinite e tutto da costruire. Si parte con la narrazione delle origini di Superman, una scelta forse obbligata che si presenta però con un grosso carico di "già noto", storia e nemici (Zod e soci) visti e rivisti, fattore novità ridotto di parecchio. Comunque diamo atto che pubblico nuovo potrebbe sempre essercene, qualche alieno (di Krypton magari) che non conosce la storia dell'uomo d'acciaio anche, accettiamo che un punto di partenza bisognava pure trovarlo e diciamo quindi che va bene così, l'importante in fondo è sempre partire con il piede giusto.

Peccato che, concesso l'impianto visivo notevole, L'uomo d'acciaio offra più di due ore di noia con solo qualche sprazzo d'interesse qua e là. A Russell Crowe è affidato il compito di far dimenticare il Jor-El di Marlon Brando, compito non facile ma che l'attore australiano adempie di gran mestiere, complice uno spazio più ampio e una presentazione della distruzione di Krypton più corposa e resa possibile grazie agli effetti digitali che, come già sappiamo, Zack Snyder è in grado di maneggiare con sapienza, soluzioni che non stonerebbero nei migliori film di fantascienza. Interessante anche Henry Cavill nel ruolo di Superman, il physique du role non manca e anche il volto sembra proprio quello giusto, peccato che Supes alla fine dei conti sia sempre il solito bamboccione puro e duro capace di far calare il latte alle ginocchia un poco a tutti, tranne che a Lois Lane (Amy Adams, una garanzia). Menzione per Michael Shannon, uno Zod bastardissimo e un'interpretazione di livello, cosa al quale l'attore negli anni ci ha ormai abituati. Il cast è inappuntabile, ci sono anche Laurence Fishburne nei panni di Perry White, un'ottimo Kevin Costner (papà Kent) e Diane Lane (mamma Kent), le premesse sono ottime. Purtroppo cala la palpebra, c'è poco da fare, in questo caso repetita non juvant, lo sviluppo è telefonatissimo e la vicenda di questo Superman non appassiona.


Dal punto di vista della realizzazione onore al merito a Zack Snyder che se non riesce a tenere lontana la noia costruisce almeno delle sequenze belle da vedere, una su tutte la distruzione di Metropolis caricata del giusto pathos. Il film patisce a mio avviso l'assenza dell'alter ego Clark Kent che vediamo solo da bambino in diversi flashback, ma il giornalista, il ridicolo espediente dell'uso degli occhiali per celare un'identità, mancano e azzoppano il personaggio, fortunatamente la scena finale sorride ai personaggi e a noi spettatori, regalando un momento d'intesa tra la Adams e Cavill e una strizzata d'occhio ai fan che aspettavano l'arrivo dell'alter ego sfigato. Titoli di coda e quel che resta è poca cosa.

Non si riesce a capire come, Batman a parte (e intendo Nolan a parte), i personaggi DC non riescano a trovare una giusta interpretazione nel Cinema moderno, eppure c'è in ballo un potenziale iconico di molto superiore a quello in possesso in casa Marvel, un potenziale fino ad ora inespresso (mi riservo un dubbio su Aquaman e Shazam che non ho ancora avuto modo di vedere). Purtroppo L'uomo d'acciaio, visto a posteriori, conferma il detto "il buon giorno si vede dal mattino" e purtroppo sappiamo che finora per il Dc Extended Universe non è stata proprio una bella giornata.

martedì 10 settembre 2019

IL SEME DELLA DISCORDIA

(di Pappi Corsicato, 2006)

Pappi Corsicato per mettere in scena Il seme della discordia sceglie Napoli, la sua città natale, rendendola per una volta internazionale, svincolata dai luoghi comuni associati al territorio, adoperando come set le architetture moderne del Centro Direzionale il regista dona alla vicenda un tocco universale grazie al quale la storia narrata potrebbe essere trasportata e rivissuta ovunque. Anche la recitazione degli attori segue questa direttiva, nulla nelle azioni e soprattutto nella vulgata dei protagonisti riconduce a Napoli gli avvenimenti che si susseguono in video. Il tutto è tratto molto, molto liberamente dal romanzo La marchesa di O... scritto nel 1808 da Heinrich Von Kleist.

Fin dalle prime sequenze il film di Corsicato assume i toni dell'ode alla donna, alla bellezza femminile, in particolare ogni inquadratura magnifica la deliziosa presenza di Caterina Murino, una musa discreta e generosa allo stesso tempo, interprete capace, questo è fuor di dubbio, ma di una bellezza talmente accecante e sottolineata da mettere un poco in ombra tutto il resto. In maniera diversa, a quest'ode piena d'amore contribuiscono anche Martina Stella, Isabella Ferrari ed Eleonora Pedron (e non solo loro), le spettatrici si consoleranno con la presenza di Alessandro Gassmann. Ciò che più funziona nel film di Corsicato è proprio l'impianto visivo, un misto di immagini che spostano l'attenzione dello spettatore dalla realtà della vicenda, anche gretta in alcuni passaggi, a una dimensione più onirica, quasi fiabesca. La scelta dei costumi richiama molto lo stile in voga negli anni 60 (ma la vicenda è ambientata ai giorni nostri), le prime scene con un fiorire di gambe femminili, tacchi e gonne svolazzanti portano alla memoria un Cinema d'altri tempi (qualcuno dice Truffaut), la costruzione degli ambienti è studiata per colpire l'occhio, i passaggi più surreali mettono in moto la fantasia, ma sopra a tutto ci sono queste donne bellissime, una Murino magnifica che calamita ogni attenzione.


Vera (Caterina Murino) gestisce una boutique d'abbigliamento insieme alla madre (Valeria Fabrizi), ne sta per aprire un'altra, il marito (Alessandro Gassmann) è un venditore di fertilizzanti sempre fuori per lavoro, il loro rapporto si trascina stanco tra le pressioni della madre/suocera che non vede l'ora di avere un nipotino che sembra non arrivare mai. Vera è bellissima e fedele al marito, ammirata da tutti, soprattutto da Gabriele (Michele Venitucci), una sorta di poliziotto di quartiere del Centro Direzionale. Cedendo alle insistenze della madre di Vera la coppia acconsente a sottoporsi ai test di fertilità; mentre Mario (il marito) si scopre sterile, Vera si ritrova incinta senza aver avuto rapporti estranei al matrimonio.

Diciamocelo subito e fuori dai denti, il film non offre grandi motivi per farsi ricordare nonostante un velo di mistero cresca pian piano mentre ci si avvicina al finale della storia, un mistero che con un pelo d'attenzione qualsiasi spettatore può dipanare in pochi secondi. Resta una storia piacevole messa in scena da un bel cast, i pregi sono tutti estetici, Il seme della discordia riempie gli occhi ma lascerà poco segno in testa, cuore e pancia. Poco male, ogni film può trovare un suo scopo, quale che esso sia, evitando il becero e la banalità (e qui fortunatamente non troviamo né l'uno né l'altro) basta saper scegliere e cogliere il momento giusto per apprezzare ciò che ogni opera ci offre.

lunedì 9 settembre 2019

INDIVISIBILI

(di Edoardo De Angelis, 2016)

Storia di un amore tra sorelle in un territorio abbandonato e ferito. Siamo a Castelvolturno, litorale campano poco lontano dal Golfo di Gaeta: Viola (Angela Fontana) e Daisy (Marianna Fontana) sono due gemelle siamesi adolescenti, unite all'altezza del bacino. Nella loro zona le due sorelle sono delle piccole celebrità, l'ignoranza e la superstizione del popolino locale, composto da disperati e immigrati, fa sì che le due ragazze siano viste come una specie di segno divino, una mistura tra il freak beneaugurante e il vero e proprio fenomeno religioso, aspetto questo alimentato dall'interessato parroco della zona (Gianfranco Gallo), un uomo dalla fede scarsa ma dalla testa fina, capace di sfruttare miserie e credenze degli ultimi del luogo. Ma non è solo Don Salvatore a giovare della fama delle due ragazze, Viola e Daisy sono anche due brave cantanti ben inserite nel fenomeno neomelodico tutto campano, un entourage familiare le segue, garantisce loro una vita migliore di quella di molte persone che stanno loro attorno, ma le sfrutta anche inesorabilmente. Il padre Peppe (Massimiliano Rossi) è un uomo triste che vede nell'handicap delle figlie la possibilità di fare soldi, scrive per loro i testi delle canzoni e si ritiene un poeta, la madre Titti (Antonia Truppo) è una debole mezza sfatta che tira avanti quasi per abitudine, più sveglio lo zio giovane Nando (Marco Mario de Notaris), una sorta di manager per le Indivisibili. Durante il loro tour tra battesimi, matrimoni ed eventi religiosi, Viola e Daisy hanno modo di incontrare diverse persone interessate a loro per motivi disparati, uno di questi, il Dottor Fasano (Peppe Servillo), svela alle due ingenue ragazze che la loro condizione è del tutto reversibile e che una semplice operazione potrebbe garantire loro la possibilità di una vita normale. Le ragazze, Daisy in primis che tra le due è la più intraprendente e desiderosa di vita, capiscono che la famiglia pur di sfruttarle le ha condannate a un'esistenza limitante negandogli le comuni esperienze alle quali vanno incontro le coetanee della loro età.


Edoardo De Angelis ci racconta attraverso la vicenda delle due sorelle una Campania povera, ferita e abbruttita, una terra di immigrazione, fatiscenza e squallore edilizio per una volta lontana dalle mani avvolgenti della malavita che in questo film non trova posto. La situazione, umana e contingente, comunque non è delle più allegre. La vita, quella vera e positiva, sta proprio nel cuore di Daisy e Viola, nell'amore infinito che hanno una per l'altra, soprattutto Viola, che più timorosa si aggrappa alla forza della sorella, una ragazza che non si fermerà davanti a nulla pur di ottenere quella vita piena che tanto desidera. Ma per poterlo fare le decisioni devono essere comuni, i gesti devono essere comuni e ogni azione deve compiersi contro il volere di una famiglia che sulla disgrazia delle due giovani ha campato per troppi anni.


Con Indivisibili il Cinema italiano trova due bellissime interpreti, le sorelle Fontana sono una piccola grande rivelazione, alcune sequenze del film grazie alla loro bravura toccano il cuore e fanno sperare in una carriera interessante per entrambe le giovani attrici. Il regista ha un bellissimo sguardo sulle sue protagoniste, le carezza senza mai mettere da parte gli altri personaggi tratteggiati sempre in maniera interessante, tramite Viola e Daisy però De Angelis ci mostra soprattutto un contesto, un territorio martoriato al quale servirebbero più e più interventi, luoghi abbandonati a loro stessi inevitabilmente motori di vite tragiche e ai margini. Molteplici gli spunti di interesse: i legami familiari, la disabilità, i moti adolescenziali, l'attrazione (anche sessuale) verso il diverso e soprattutto il bellissimo rapporto tra due sorelle inseparabili.

Indivisibili è l'ennesima dimostrazione che a volerlo cercare un Cinema diverso (dalla commedia sbracata) c'è anche qui da noi.

venerdì 6 settembre 2019

HUNGRY HEARTS

(di Saverio Costanzo, 2014)

Negli ultimi quindici anni Saverio Costanzo si è affermato come uno dei registi di maggiore interesse nel panorama nostrano, stupisce fin dai tempi dell'esordio con l'inaspettato Private, una storia privata di nome e di fatto, un privato al quale Costanzo ritorna con il più recente Hungry hearts. Se Private fu l'esordio che proprio non ti aspetti da un autore italiano, realizzato con pochi mezzi e tanto, tanto coraggio, dieci anni più tardi il regista continua a raccontarci storie per nulla scontate, pur rimanendo tra le mura del domestico, dimensione dalla quale è possibile tirar fuori grandi film (Carnage di Polanski è lì a ricordarcelo) ma con la quale è anche facile prendersi dei rischi.

Scena iniziale (da applausi). Un ristorante cinese, Jude (Adam Driver) e Mina (Alba Rohrwacher, compagna di vita dello stesso Costanzo) rimangono bloccati nel bagno per diverso tempo, situazione imbarazzante, soprattutto per lui, che contro ogni aspettativa si trasformerà in una bella storia d'amore. Con questa prima inquadratura, senza stacchi, Costanzo ancora una volta dimostra una grande sensibilità per gli spazi circoscritti, chiusi, all'interno dei quali si muove con un'eleganza naturale, poco importa che si sia in una casa in territorio di guerra o in un cesso puzzolente di un ristorante di una grande metropoli. La storia si evolve, un rapporto duraturo, un matrimonio, la famiglia, un figlio in arrivo, forse nel momento non proprio giusto, almeno per Mina. La novella madre in qualche modo perde il baricentro, il suo equilibrio vacilla, dopo aver consultato per gioco una specie di veggente la donna si convince che il suo sarà un bambino indaco, un bimbo in qualche modo "speciale". Ma di speciale, e non in senso positivo, ci sarà solo l'amore di una madre che in maniera morbosa e incosciente riversa sul bambino tutta una serie di sue convinzioni e fissazioni che finiranno per rivelarsi deleterie per il figlio: niente medici, niente carne, oli, semi, nessuna esposizione all'esterno e via dicendo. In tutto questo sembra che Jude, marito e padre innamorato, non possa avere voce in capitolo, ma nonostante l'amore per la moglie il dovere genitoriale dell'uomo finirà per prendere il sopravvento.


Quello che ci racconta Costanzo, a prescindere dai discorsi su devianze alimentari e simili, è la costruzione di un nucleo familiare che sbanda con l'arrivo del figlio, un bambino che viene vissuto senza la lucidità e l'amore sano che su un essere così indifeso dovrebbero essere riversate senza artifici e riserve, il rapporto di Mina con il bambino presto diventa esclusivo, totalizzante, così da escludere non solo il marito da una sana vita di coppia ma anche lo stesso e il resto della famiglia dalle scelte riguardanti la crescita del bambino. È un discorso molto delicato e interessante quello del rapporto genitoriale, in questo caso autoriferito, vissuto per appagare bisogni propri più che quelli dei figli che, come recita un ritornello noto, non ci appartengono ma dei quali abbiamo il compito di prenderci cura. Da spazio d'amore la casa si trasforma poco a poco in un luogo insicuro, minaccioso, terra di tensione, sotterfugio e contrasto, il focolare domestico si raffredda, lo sguardo di Costanzo deforma con una serie di inquadrature sghembe le figure di un padre e di una madre che paiono creature mostruose, aliene, prive delle caratteristiche rassicuranti che per un bambino dovrebbero essere punto fermo e riferimento. In questo la costruzione dei personaggi da parte di Driver, più a suo agio in film come questo che non nelle saghe spaziali, e della Rohrwacher, sono un valore aggiunto imprescindibile per annegare situazioni anomale in un mare di normalità.

Un racconto teso, pieno, denso e ancora una volta privato, una riflessione sul deragliamento del quotidiano. Le paure della porta accanto.

lunedì 2 settembre 2019

LEBANON

(di Samuel Maoz, 2009)

Negli ultimi decenni sono stati prodotti numerosi film che ci hanno mostrato la guerra e gli orrori a questa legati sotto gli aspetti più diversi: dagli abusi dei soldati narrati in Redacted di De Palma allo stress post traumatico dei reduci di American Sniper di Eastwood, dalla resistenza del privato ne Il giardino di limoni di Riklis fino alle tragedie della popolazione civile in Sotto le bombe di Aractingi, passando per The hurt locker della Bigelow, Green Zone di Greengrass e da una pletora di altri titoli ancora. In ognuno di questi film, sviluppato in maniera diversa, si assorbe, anche inconsciamente volendo, un messaggio che della guerra e della sua disumanità ci fa avere orrore, un messaggio che dunque è sempre utile ripetere, a fini educativi (universalmente validi) e con scopi conoscitivi, questi sì differenziati a seconda del film che si va a vedere. Nel calderone affollato dei film di guerra Lebanon si ritaglia un posto d'onore, il film Leone d'Oro a Venezia è uno degli esiti più interessanti del filone, sia per le scelte di regia inusuali e molto riuscite, sia per i contenuti morali legati alla sfera delle emozioni dei protagonisti del film.

Lo scenario è quello della prima guerra del Libano, 1982. Agli ordini dell'ufficiale Jamil (Zohar Shtrauss) ci sono quattro ragazzi di leva, tutti componenti dell'equipaggio di un carro armato dell'esercito israeliano. Schmulik (Yoav Donat) è l'ultimo arrivato, il novellino incaricato di far fuoco e di attivare le armi del carro, compito delicato in quanto il ragazzo dovrà coprire l'avanzata del drappello di fanteria che procede allo scoperto. Assi (Itay Tiran) è il capocarro, quello che dà gli ordini, un giovane con poco carattere, Hertzel (Oshri Cohen) è l'uomo di fatica, carica le armi, carattere ribelle ma anche il più lucido del gruppo, Ygal (Michael Moshonov) è il pilota del carro. In poco tempo quella che doveva essere una serie di piccole missioni volte a far attraversare alla pattuglia diversi centri abitati si trasforma in un vero e proprio scenario d'orrore, sempre più incerto e pericoloso e psicologicamente insostenibile.


La scelta del regista è forte, Maoz ci narra l'intera vicenda dall'interno dell'abitacolo del carro, un luogo poco illuminato, sporco, spesso in movimento e poco stabile, uno spazio claustrofobico nel quale dovranno convivere quattro paure, tutto quello che accade all'esterno lo vediamo attraverso il puntatore del carro, anche questo con una visibilità molto ridotta, uniche concessioni al mondo fuori sono la prima e l'ultima inquadratura del film su un campo di girasoli. Anche i contatti con il comandante della truppa e con un altro paio di personaggi avvengono sempre grazie all'ingresso di questi nel carro, nulla di ciò che accade fuori viene ripreso se non passando dal puntatore di Schmulik. Ottima la regia di Maoz che costretto in spazi angusti riesce a inventare anche qualche bella trovata, qualche bel movimento di macchina, vedi ad esempio una delle primissime sequenze, l'ingresso nel carro di Schmulik, ripreso dal basso in quello che sembra un carro allagato d'acqua, si scopre subito una visuale ingannevole, un solo centimetro d'acqua sul fondo del carro e la macchina piazzata a dovere dona alla scena un effetto spiazzante, così tra piccoli accorgimenti e piani ravvicinatissimi sui protagonisti Maoz porta a casa una sfida non così facile da vincere con ottimi risultati. Ottimo lavoro psicologico sui personaggi, ragazzi giovani e inesperti che si trovano a rischiare la vita senza sapere per cosa e nella situazione di dover decidere in pochi secondi se uccidere o meno quello che sembra il loro nemico, a volte ragazzi, donne, vecchi, civili innocenti. Poi ci sono la coscienza, il rimorso, l'orrore, la paura, il legittimo desiderio di tornarsene semplicemente a casa. Dietro l'angolo la follia che aspetta.


Ottima direzione di un cast indovinato, tensione palpabile, dilemmi morali a profusione e quello che è il sentimento più comune che si evince da molti film di questo tipo: un'ingiusta e ingiustificata, folle e irricevibile passione della razza umana per la guerra che continua a rovinare vite in maniera impietosa e indiscriminata. Concetto noto che in Lebanon viene presentato in maniera molto forte (non mancano diversi pugni allo stomaco) attraverso le esperienze di quattro ragazzi, tramite i loro dialoghi, il terrore, la paura, il rimorso. Un film non solo necessario ma anche pregevole dal punto di vista artistico.

sabato 31 agosto 2019

ELVIS & NIXON

(di Liza Johnson, 2016)

Tratto da una storia vera. Almeno in parte, in fondo l'incontro tra il Presidente Nixon e il Re del rock 'n roll Elvis Presley è documentato da una celebre fotografia, il resto è divertentissimo ricamo, cucito con garbo seguendo un'imbastitura che potrebbe avere dei risvolti tutto sommato credibili, ma questo difficilmente verremo mai a saperlo. Il succo di Elvis & Nixon è l'incontro surreale tra due personaggi lontanissimi all'apparenza e che in modo assolutamente imprevedibile trovano un contatto, basi comuni sulle quali poter accantonare tutte le iniziali e comprensibili diffidenze. La regista Liza Johnson sceglie un registro narrativo molto pacato, una regia discreta affidando le sorti del film alle prove di due protagonisti superbi; sia Kevin Spacey nei panni di Richard Nixon che Michael Shannon in quelli di Elvis tralasciano la mimesi limitandosi a indossare letteralmente gli abiti dei loro personaggi facendoli vivere con la sola abilità dell'interpretazione.

Siamo sul finire del '70, il mito di Elvis è ancora vivo nei giovani americani (soprattutto in quelli di sesso femminile) ma la parabola del Re è in fase discendente, i grandi successi sono ormai alle spalle rimpiazzati dall'ondata di musica nuova di Beatles e Rolling Stones, il fisico per ora regge, non siamo ancora di fronte all'Elvis irriconoscibile dell'ultimo periodo, quello grasso e abbruttito dalla vita. Quello che ci presenta la Johnson è un Elvis meditabondo, fuori fase, sicuro di sé stesso ma con convinzioni e pretese un po' fuori da quella che è la vita reale, cosa con la quale un personaggio che vive a Graceland è facile abbia perso aderenza. Richard Nixon è in carica da un paio d'anni, Presidente di vedute ultraconservatrici non ha in simpatia tutto ciò che è controcultura, fenomeni di protesta e manifestazioni giovanili, l'elettorato giovane infatti non lo ama mentre ancora apprezza Elvis. Ecco, Elvis, perché il vero protagonista è lui, senza nulla togliere al Richard Nixon di Spacey. Elvis sembra un uomo che non si ritrova nella società che vede cambiargli intorno, un mondo pieno di droghe, di capelloni, di proteste anti-americane, di nuovi corsi. Così Elvis decide semplicemente di aiutare il suo Paese, mosso anche dalla sua passione per le armi, per i distintivi e dalla sua superba conoscenza del karate, il Re pensa che potrebbe rendersi utile all'America con un lavoro sotto copertura da Agente Speciale Aggiunto, preferibilmente in forza alla narcotici. E allora Elvis cosa fa? Semplice, va a bussare alla porta della Casa Bianca per esporre il suo piano al Presidente degli Stati Uniti d'America il quale di primo acchito ritiene l'idea di incontrare Elvis una grandissima stronzata.


La trama è questa, flebile, lineare, basata sull'idea strampalata di Elvis e sull'opportunità colta dallo staff presidenziale (Evan Peters e Colin Hanks) di attirare le simpatie dell'elettorato più giovane proprio grazie all'incontro tra il Presidente e la star. Le dinamiche del viaggio verso Washington, organizzato da Jerry (Alex Pettyfer), amico d'infanzia di Elvis, l'attesa per l'eventuale incontro con il Presidente, la rigidità del protocollo della Casa Bianca e di Nixon a confronto con i comportamenti imprevedibili della star garantiscono una sequela di situazioni ridicole e divertenti che segnano il ritmo di un film che non disdegna di concedersi qualche passaggio più riflessivo. Lavoro pulito sulla messa in scena e sulle ricostruzioni, regia diligente, umorismo di una certa finezza, mai di grana grossa, garantiscono a questo film passato abbastanza inosservato di meritarsi almeno la possibilità di una visione. Il corpo centrale dell'opera è una grossa ipotesi, ma che bello sarebbe se davvero fosse andata così, sarebbe una roba tutta da ridere.

giovedì 29 agosto 2019

IRIS: A SPACE OPERA BY JUSTICE

(di André Chemetoff e Armand Beraud, 2019)

L'idea di Gaspard Augé e Xavier de Rosnay, il duo francese che sta dietro la sigla Justice, potrebbe all'apparenza non sembrare così rivoluzionaria, però...

I Justice sono uno dei più noti gruppi di musica elettronica francese (french house), sono in circolazione da ben più di un decennio, il loro primo album risale al 2007 e fino a oggi hanno all'attivo tre dischi in studio, un paio di live e una mole corposa di remix su brani di artisti i più disparati: da Britney Spears ai Metallica, dal compagno di etichetta Mr. Oizo agli U2 e via di questo passo. Come dicevamo l'idea che sta dietro a questo concerto/evento che è arrivato in contemporanea mondiale nelle sale cinematografiche il 28 Agosto 2019, potrebbe non sembrare poi così incisiva, ma a conti fatti possiamo dire che così non è, per realizzare questo Iris: A space opera by Justice le teste di Augé e Rosnay (e non solo le loro) hanno pensato molto. I Justice hanno riflettuto su quella che è la loro dimensione live, un'aspetto molto importante per il lavoro del duo, come dimostra il breve documentario che anticipa la proiezione del film, questo progetto nasce dall'insoddisfazione dei Justice per quella che è la resa in video delle loro performance, anche quelle più professionali, tanto da arrivare ad affermare di aver visto su youtube video girati dai loro fan ai concerti ben più interessanti del loro materiale ufficiale. Il succo del discorso è più o meno questo: un qualunque regista, filmando un'esibizione live dei Justice tenderà a perdersi dei particolari dello show, perché concentrato su qualcosa di specifico, distratto dalle manifestazioni del pubblico presente all'evento sul quale ogni video live indugia innumerevoli volte, insomma non avrà modo di concentrarsi sull'esibizione tout court. Con il progetto Iris: A space opera by Justice Augé e Rosnay hanno voluto controllare tutto, andando a registrare un loro show in assenza di pubblico, come fecero i Pink Floyd con il classico Live at Pompeii, preparando inoltre un set scenico adatto a valorizzare tutti i giochi di luce creati dal light designer Vincent Lérrison. In quest'ottica ogni distrazione è bandita, solo la musica dei Justice, lo spettacolo di luci, i pannelli riflettenti e il duo francese, in un'esperienza immersiva che in poco più di un'oretta ha lo scopo di catturare quella che è la vera essenza dello spettacolo della band.


Nonostante l'evento, almeno nella sala nella quale ero presente, sia andato praticamente deserto (sei persone in tutta la sala), lo show è avvicinabile anche da chi come me non mastica musica elettronica mattino mezzogiorno e sera, il ritmo dei Justice intrattiene a dovere, la produzione video è di alto livello, anche la regia ha dei movimenti di macchina interessanti e il tutto è aiutato da una durata contenuta che rende lo show alla portata di ogni spettatore con un minimo di apertura mentale nei confronti della musica. L'unico appunto che si potrebbe fare allo show, soprattutto dopo aver assistito al documentario introduttivo che ne racconta la genesi, è quello di una regia che indugia davvero poco sui due componenti della band, mi aspettavo qualche passaggio in più su di loro o sulla strumentazione, comunque poco male, ci si concentra su musica e light show, quello che in fondo era nelle intenzioni di Augé e Rosnay. Ottima la scelta di montare il piccolo palco per l'esibizione (una pedana più che altro) su uno specchio riflettente di pannelli neri capace di raddoppiare l'effetto scenico dei giochi di luce creati per l'esibizione ai quali le uniche concessioni sono il simbolo della croce che caratterizza da tempo la band e qualche immagine video (sporadiche a dir la verità) che dà un senso al titolo, quello della space opera, immagini che in realtà poco aggiungono a uno show che avrebbe potuto concentrasi anche integralmente sul duo.

Esperimento quindi molto interessante che più che nell'evento in sala troverà probabilmente un suo mercato nel circuito dell'home video, un pezzo originale e particolare che i fan dell'elettronica non si lasceranno scappare.

domenica 25 agosto 2019

I MITI DI LOVECRAFT

(Tales of the Lovecraft mythos a cura di Robert M. Price, 1992)

A cavallo tra il 2009 e il 2010 la Mondadori portò nelle edicole dello Stivale una collana dal titolo Epix che nasceva come supplemento a Urania e con ogni probabilità era nelle intenzioni destinata a diventare qualcosa più di questo. Purtroppo l'avventura di Epix, che si prefiggeva di portare al grande pubblico fantasy, sovrannaturale e horror proprio come Urania ancora oggi fa con la fantascienza, si concluse con all'attivo solamente una quindicina di titoli pubblicati. I nomi coinvolti garantivano tra l'altro la giusta dose di appeal rivolgendosi a un pubblico eterogeneo: diverse raccolte, testi di Valerio Evangelisti, Terry Brooks, Danilo Arona, Robert E. Howard e altri ancora. Nonostante il parterre di scrittori pubblicati fosse di un certo livello, con chiara evidenza l'esperimento non ha portato i risultati sperati; con la quindicesima uscita (Lupo nelle tenebre di Nicholas Pekearo) Epix chiude i battenti lasciando all'attivo una manciata di titoli interessanti. Tra questi compariva la raccolta I miti di Lovecraft di cui parliamo oggi, un libro che nell'edizione originale a cura di Robert M. Price vanta una mole più corposa rispetto all'edizione italiana, decurtata questa di una manciata di racconti, operazione da Mondadori giustificata con la mancanza di spazio disponibile per le pubblicazioni da edicola. Tralasciando le considerazioni sulla prassi di manomissione delle opere originali che in ogni caso non rende un buon servizio al lettore, la vicenda Epix porta alla mente un paio di riflessioni. La prima, quella più triste, è che operazioni come questa (fallimentari o di successo che siano) oggi non sarebbero più possibili dato un sistema di edicolanti al collasso e una scomparsa graduale sul territorio di tantissimi esercenti con conseguenti problemi di distribuzione e reperimento dei materiali (e quindi meno cultura a disposizione di tutti). Sono lontani i tempi in cui in edicola si potevano trovare grandi autori, certo in edizioni minimali, con poca spesa. La seconda riflessione verte sul fatto che tutto ciò che orbita intorno alla galassia Urania porta in sé un che di tradizionale che soprattutto nell'aspetto grafico, nel look, andrebbe svecchiato almeno per tentare di far presa su un pubblico più giovane. Epix in questo aveva osato l'esperimento con le prime uscite per poi ritrarsi ancora una volta nel campo del già noto, offrendo a volte, come nel caso di questa uscita in particolare, delle cover oggettivamente brutte. Ma veniamo al titolo in questione.

Howad Phillips Lovecraft è stato per l'horror uno degli scrittori più influenti del suo tempo, capace di appassionare e in qualche modo condizionare i gusti e gli scritti di molteplici colleghi di poco più giovani di lui che nei loro racconti omaggiarono a più riprese il loro predecessore, maestro e a volte amico, riprendendone i temi, le atmosfere ma spesso anche i luoghi, le mitologie e i personaggi che Lovecraft portò alla ribalta nei suoi numerosi racconti. Ne I miti di Lovecraft compaiono tredici testi i cui autori sono tutti di pochi anni più giovani di Lovecraft (1890 - 1937), nati in un arco temporale che va dall'ultimo decennio dell'Ottocento agli anni 10 del Novecento. I racconti, tutti di buona o discreta fattura (molto incide anche il gusto personale del lettore per atmosfere e ambientazioni), attingono ai miti di Chtulhu e alla cosmogonia degli Antichi creata dall'autore di Providence dove i temi principali sono la minaccia proveniente da divinità ultraterrene e indicibili ma soprattutto quel terrore cosmico che si instaura nell'uomo una volta che questi si trova a contatto con realtà a lui non solo sconosciute ma addirittura incomprensibili e non decifrabili con gli strumenti e i sensi che questo ha a disposizione (non di rado il contatto con queste nuove entità/realtà porta alla follia dei protagonisti). In quest'ottica ricorrono quindi entità (Nyarlathotep, Yog-Sothoth), oggetti (il Necronomicon) e luoghi (Arkham, la Miskatonic University) propri dei racconti di Howard Phillips Lovecraft.


Si parte con un dittico di racconti di Robert E. Howard, il papà letterario di Conan il barbaro, anche lui lanciato dalla rivista Weird Tales così come fu per altri autori presenti in questa compilazione. Nel primo racconto (La cosa sul tetto) troviamo un impianto molto classico e convincente tra testi maledetti, archeologi ossessionati, oggetti di potere e relativo rilascio di entità incontenibili, testo che emana la giusta tensione e le giuste atmosfere tanto care all'inventore di questo genere. Ambientazioni più esotiche nel secondo racconto a mio parere meno ficcante, così come accade per il successivo episodio scritto da Clark Ashton Smith (amico personale di Lovecraft) che ammanta la cosmogonia lovecraftiana di un fantasy personalmente fuori dalle mie corde. Perfetto per quella che è la costruzione e l'escalation del terrore il racconto Gli invasori di Henry Kuttner, qui presente anche con l'altrettanto riuscito Le campane dell'orrore. Si continua su questa falsariga con autori e racconti il cui elenco completo trovate a fine dello scritto. Segnalo ancora Per Arkham ad Astra di Fritz Leiber, sorta di crossover tra personaggi comparsi in vari racconti di Lovecraft ambientato nella città della fantomatica Miskatonic University.

Tirando le conclusioni per i fan dell'autore di Providence, che con tutta probabilità avranno già letto questa raccolta di racconti, c'è di che gioire, per tutti gli altri è un modo per conoscere l'universo lovecraftiano e magari, se affascinati dal genere, un input per indagare direttamente tra le pagine di Lovecraft alla scoperta dei tanti risvolti della cosmogonia conosciuta ormai da tutti come I miti di Chthulu.



La cosa sul tetto - Robert E. Howard
Il fuoco di Assurbanipal - Robert E. Howard
Le sette maledizioni - Clark Ashton Smith
Gli invasori - Henry Kuttner
Le campane dell'orrore - Henry Kuttner
Il signore dell'illusione - E. Hoffman Price
Il custode della conoscenza - Richard F. Searight
Il guardiano del libro - Henry Hasse
L'abisso - Robert W. Lowndes
La musica delle stelle - Duane W. Rimel
L'acquario - Carl Jacobi
L'orrore di Lovecraft - Donald A. Wollheim
Per Arkham ad astra - Fritz Leiber
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