venerdì 21 settembre 2018

MICHAEL CLAYTON

(di Tony Gilroy, 2007)

Esordio alla regia per lo sceneggiatore Tony Gilroy, già noto nell'ambiente di Hollywood per aver firmato gli script della saga di Jason Bourne e di altri film celebri come Armageddon e L'avvocato del diavolo; Gilroy sceglie per la sua opera prima dietro la macchina da presa uno stile classicissimo per un film dallo sviluppo altrettanto classico. Siamo dalle parti del Cinema di denuncia, un filone molto preciso e tanto caro ai filmmakers provenienti dagli U.S.A.

Michael Clayton (George Clooney) è un ex procuratore distrettuale affiliato allo studio di avvocati che ha tra i soci di maggioranza alcuni uomini che Michael conosce ormai da anni, tra di loro spiccano il socio Marty Bach (Sydney Pollack) e l'avvocato Arthur Edens (Tom Wilkinson). Clayton non esercita la professione di avvocato né quella di procuratore, è una figura ambigua, una specie di risolutore che interviene per togliere le castagne dal fuoco ai migliori clienti dello studio quando se ne presenta la necessità. Michael è un uomo intelligente, uno che si sa muovere, che pensa in fretta e che ha gli agganci giusti e le soluzioni per risolvere situazioni intricate, col tempo è diventato una figura poco istituzionale ma inequivocabilmente preziosa per il suo studio. Quando Arthur Edens inizia a muoversi per portare alla luce le malefatte della U-North, azienda in procinto di immettere sul mercato prodotti nocivi per gli uomini e importantissimo cliente dello studio, viene chiesto proprio a Michael Clayton di riportare alla ragione il suo amico Arthur che negli ultimi giorni ha iniziato a mostrare anche alcuni segni di squilibrio. Durante le ricerche condotte da Clayton si delinea uno scenario per il quale i comportamenti di Edens non sembrano più così stralunati e le colpe della U-North sempre più chiare, Clayton si troverà a dover prendere decisioni difficili e importanti e a dover affrontare l'avvocato Karen Crowder (Tilda Swinton), una donna arrivista fermamente intenzionata a coprire le malefatte della U-North e a mettere i bastoni tra le ruote a Clayton.


Di film dove grosse aziende mettono il loro profitto davanti alla salute dei cittadini ne abbiamo visti già molti, titoli come Erin Brockovich o Insider - Dietro la verità giusto per citarne un paio, Michael Clayton ne segue la scia sorretto da una sceneggiatura e da una narrazione molto solide, forse non si rivela uno dei migliori esiti del filone ma sottolinea in maniera convincente il dilemma morale, la scelta difficile, davanti alla quale il protagonista si viene a trovare. È un film etico più che realmente appassionante Michael Clayton, soddisfa ma non entusiasma fino in fondo pur essendo costruito in maniera diligente e senza sbavature, assesta i suoi colpi e concede interpretazioni di rilievo da parte di un cast di attori di livello molto alto. Clooney offre una prova impeccabile, a dimostrarlo rimane il pianosequenza finale con il protagonista seduto per minuti sul sedile posteriore di un taxi, non parla mai ma la sua mimica facciale dice molto dei dilemmi, del dramma che il protagonista ha dovuto affrontare nei giorni precedenti. Wilkinson è un caratterista d'eccezione, non si ricordano moltissime parti da protagonista ma nei film in cui è presente il suo apporto è sempre prezioso. La Swinton, opportunista ma non esente da paure e tensioni (come testimoniano le sue ascelle) è un ottimo villain; compare anche il compianto Sydney Pollack, grandissimo regista prima che attore. Gilroy dirige senza eccedere, con la giusta classe, compito, tutto è funzionale alla narrazione, come dicevamo tutto molto, molto classico. Forse un pizzico di pancia in più non avrebbe guastato.

giovedì 20 settembre 2018

GOODBYE, COLUMBUS

(Goodbye, Columbus. And five short stories di Philip Roth, 1959)

Sulla quarta di copertina dell'edizione Einaudi di Goodbye, Columbus sono stampate poche parole dello scrittore statunitense Saul Bellow che sintetizzano in maniera egregia la forza del talento dirompente di Philip Roth. Sono queste: "A differenza di quelli fra noi che vengono al mondo ululando, ciechi e nudi, Philip Roth è comparso con unghie, denti e capelli, sapendo già parlare". Se Goodbye, Columbus è l'esordio, l'opera prima dello scrittore di Newark, e lo è, allora è impossibile trovare parole migliori di quelle usate da Bellow per tracciare un contorno alla vena creativa di Roth, indubbiamente un uomo che è nato per scrivere. Se da un romanzo d'esordio ci si aspetta uno stile ancora in via di definizione, immaturo, tutto da affinare, qui invece c'è già di che rimanere a bocca aperta per la padronanza della prosa da parte di uno scrittore che all'epoca contava ventisei primavere. Goodbye, Columbus in realtà è una raccolta di racconti più che un vero romanzo, come precisa il titolo originale dell'opera: l'episodio che dà il titolo al libro è una novella che supera di poco il centinaio di pagine, la raccolta è poi completata da altri cinque racconti tutti abbastanza brevi: La conversione degli ebrei, Difensore della fede, Epstein, Non si può giudicare un uomo dalla canzone che canta e infine Eli, il fanatico. In tutti gli scritti si avverte la presenza di quello che è uno dei temi portanti dell'opera di Roth: il retaggio ebraico, le tradizioni, le abitudini che da questo derivano e il rapporto che c'è tra tutti questi elementi e la necessità d'integrazione di un ebreo di seconda (o terza) generazione nella società statunitense, in questo caso quella florida degli anni 50/60. Il maggior pregio attribuibile a Roth, lasciando per un attimo da parte lo stile di scrittura e i meriti innegabili del traduttore, è la lucida distanza, l'ironia con la quale lo scrittore dipinge gli ebrei americani mettendone sotto i riflettori sia gli aspetti più inclini all'essere divertenti, sia alcune delle ipocrisie e delle idiosincrasie verso il proprio stesso retaggio. Proprio per questi motivi alcuni degli scritti contenuti in questa raccolta provocarono presso la comunità ebraica scontento e disappunto, non furono poche le critiche che arrivarono all'opera di Roth dagli stessi ebrei che tacciarono lo scrittore addirittura di antisemitismo.

Goodbye, Columbus narra un breve arco di tempo nella vita di Neil Klugman, ebreo americano di Newark che lavora nella biblioteca comunale, appartenente a una classe sociale popolare, vive con la zia Gladys, donna all'antica legata alle tradizioni ebraiche. Il giovane si innamora di Brenda Patimkin, d'origine ebree anche lei ma appartenente a una famiglia più facoltosa, arricchitasi grazie all'azienda di famiglia (la Acquai e lavandini Patimkin) e residente nel sobborgo ricco borghese di Short Hills. Sotto i riflettori il desiderio delle famiglie ebree di trovare una loro collocazione e un loro riconoscimento, passando anche per la via economica, all'interno della società statunitense, con conseguente omologazione e perdita d'identità; il conflitto di classe, se non aperto almeno sotteso, e ovviamente la breve storia d'amore tra i due giovani, gli egoismi, le dispute, la passione. Non poco per una novella breve.

La conversione degli ebrei, meno di una ventina di pagine, parte in maniera molto dissacrante e vede come protagonista Ozzie Freedman, un ragazzo che partecipa alle lezioni del Rabbino Binder alla scuola ebraica ponendosi delle domande, dando voce ai suoi dubbi e facendo questo crea tutta una serie di problemi e grattacapi che si risolveranno con esiti non prevedibili sul tetto della sinagoga. In Difensore della fede Roth mette in luce l'opportunismo di un ebreo sotto servizio di leva, il soldato Grossbart, che proprio sulla fede ebraica fa leva nei confronti del suo superiore, anche lui di origine ebrea, per avere dei favori e scansare le fatiche e i pericoli della vita nell'esercito. Il personaggio viene dipinto come un bieco manipolatore, egoista e profittatore, uno degli aspetti che forse non piacquero alla comunità ebraica all'epoca dell'uscita del libro. Epstein è invece una breve ma centratissima riflessione sul passare del tempo, sulla vecchiaia, su ciò che si è perduto ma che ancora si vorrebbe avere, sulla vitalità, sul desiderio ma anche sui sentimenti, sull'amore, sulla rabbia, sul tradimento, sulle occasioni mancate, sulla futilità di ciò che si è ottenuto. Un piccolo gioiello. Non si può giudicare un uomo dalla canzone che canta è probabilmente l'episodio più trascurabile del libro, il ricordo di una vecchia amicizia del protagonista con un compagno turbolento negli anni della scuola, come al solito ben scritto ma meno interessante nei contenuti. Decisamente critico e pungente è Eli, il fanatico che denuncia la totale assimilazione degli ebrei alla cultura moderna americana a discapito della fede e delle tradizioni dell'ebraismo, altro racconto riuscito che coglie nel segno con spietata efficacia.

Che altro aggiungere? Un'opera prima davanti alla quale non si può far altro che togliersi il cappello, non per nulla Philip Roth è considerato pressoché all'unanimità uno degli scrittori fondamentali a cavallo degli ultimi due secoli. Per quel che vale non posso che avallare questa tesi.

giovedì 13 settembre 2018

STRAIGHT OUTTA COMPTON

(di F. Gary Gray, 2015)

Negri con attitudine. Non male come presentazione per il gruppo di ragazzi di Compton, contea di L.A., che di lì a poco grazie alla militanza nel combo musicale N.W.A. (Niggaz with attitudes) contribuì in maniera decisa alla nascita e alla diffusione del gangsta rap nella seconda metà degli anni 80. Straight outta Compton, oltre a essere il titolo del loro primo album e di uno dei singoli più celebri del gruppo, nel 2015 è divenuto anche il titolo di un riuscito biopic musicale a opera del regista F. Gary Gray, artista già legato all'ambiente della musica rap e hip hop, direttore di diversi video per artisti come Ice Cube e Dr. Dre (entrambi fondatori degli N.W.A.), e poi Outkast, Cypress Hill e Jay-ZStraight outta Compton è stato realizzato a stretto contatto con i veri protagonisti della vicenda, oltre al regista decisamente addentro all'ambiente, tra i produttori compaiono proprio Ice Cube e Dr. Dre, Tomica Wright che è stata la moglie di Eazy-E, altro membro fondatore degli N.W.A., e ad interpretare Ice Cube troviamo proprio suo figlio O'Shea Jackson Jr. Alla luce di questi fortissimi legami della produzione con i componenti degli N.W.A. tutto lascia presupporre che i fatti narrati nel film siano adesi alla realtà, le informazioni sono di primissima mano, viene però anche il sospetto che alcuni di quelli che a tutti gli effetti sono anche i protagonisti della storia possano aver voluto addolcire alcuni degli aspetti negativi legati all'ambiente del gangsta rap. Non sono poche infatti le grane e le accuse che nel corso degli anni i membri degli N.W.A. hanno dovuto affrontare: ad esempio la nascita dell'etichetta discografica Ruthless, fondata da Eazy-E (Jason Mitchell) e portata avanti insieme al manager Jerry Heller (Paul Giamatti) sembra sia stata foraggiata da soldi sporchi derivanti dallo spaccio di droga; nel corso delle vicende legate ai membri della band alcuni di loro, Dr. Dre (Corey Hawkins) in particolare, si legheranno ad esponenti della criminalità come Suge Knight (R. Marcus Taylor), cofondatore della Death Row Records; tutti i membri del gruppo arrivano da Compton, luogo che ha dato i natali alle più celebri gang di strada (Crips e Bloods) e dove gli spunti per comporre liriche al vetriolo non mancavano di certo: violenza, soprusi da parte della polizia, ingiustizia sociale, tutte cose che finirono poi nei testi dei brani del gruppo, alcuni dei quali crearono ulteriori problemi, uno su tutti il pezzo Fuck tha Police che mise il gruppo in cattiva luce agli occhi delle forze dell'ordine. Forse alcuni di questi aspetti, che comunque in Straight outta Compton sono tutti presenti, potrebbero essere stati alleggeriti per fare uscire meglio alcuni dei protagonisti agli occhi del pubblico. Ad ogni modo questo è un aspetto di poca importanza nell'economia di un film che appassiona dalla prima all'ultima sequenza, e ve lo dice uno a cui del gangsta rap non è mai importato nulla e che ha sempre frequentato ascolti decisamente di tutt'altro genere.


La storia un poco l'abbiamo già riassunta: alcuni ragazzi provenienti da Compton, quartiere a prevalenza nera, fondano la Ruthless Records insieme al manager Jerry Heller. Ai due principali fondatori, Eazy-E in primis supportato da Dr. Dre, si uniscono Ice Cube, MC Ren (Aldis Hodge) e DJ Yella (Neil Brown Jr) dando vita a un fenomeno che diverrà di grandissima importanza per la storia della musica moderna. Dal ghetto all'enorme successo di pubblico toccando la pancia e gli istinti della gente, le rime di Ice Cube, di Mc Ren, le basi di Dr Dre e Yella, la voce di Eazy porteranno in giro per l'America la violenza, i soprusi e la rabbia che arrivano dritti da Compton, L.A. Straight outta compton è una classica storia di ascesa e caduta, il regista e gli sceneggiatori mixano al meglio gli aspetti sociali marcando l'importanza della provenienza da Compton dei vari protagonisti a tutto il comparto musicale, il progressivo avvicinarsi al successo, l'arrivo dei soldi, gli eccessi, le liti, i tradimenti, possono sembrare tappe forzate di un percorso risaputo ma non per questo queste risultano meno appassionanti e coinvolgenti. Il cast riesce a far entrare lo spettatore all'interno della storia senza più mollarlo nemmeno per un attimo, personalmente ho concluso la visione del film pienamente appagato e con la voglia feroce di andarmi ad ascoltare l'intero album Straight outta Compton, cosa che poi ho realmente fatto e che non avrei mai pensato di fare prima di guardare questo film. Le vicende umane mescolate alle leggi spietate dello show business, il tutto amalgamato da un discreto numero di teste calde, creano un mix al quale è impossibile rimanere indifferenti; per il suo incedere Straight outta Compton mi ha ricordato molto Lords of Dogtown, film che narra la nascita del fenomeno dello skate, altra pellicola che mi aveva entusiasmato non poco.

Come ciliegina sulla torta, anche se non si può certo definirlo un fatto positivo, il film mostra risvolti sociali purtroppo attualissimi, con la popolazione nera che ancora oggi, a trent'anni di distanza, continua a subire in America angherie da parte delle forze dell'ordine con il pericolo continuo che si debba assistere da un momento all'altro a nuovi episodi come quello che coinvolse Rodney King, tassista brutalmente pestato dalla polizia, episodio che viene riportato anche all'interno del film. Ad ogni modo, Straight outta Compton, che siate o meno appassionati di musica rap, si rivela un biopic di grande fattura che riuscirà a catturare l'attenzione di tutti i tipi di pubblico.

domenica 9 settembre 2018

PIETÀ

(Pieta di Kim Ki-Duk, 2012)

Il Cinema di Kim Ki-Duk con Pietà diventa maggiorenne; come sottolinea in apertura di film lo stesso regista, questo è il diciottesimo lungo dell'artista proveniente dalla Corea del Sud. Vincitore al Festival di Venezia nel 2012, per Pietà si sono spesi molti accostamenti al simbolismo di matrice cristiana: indubbiamente la locandina del film che vede i due protagonisti ritratti in una posa che richiama molto la Pietà di Michelangelo e il fatto che amore e sofferenza siano i due elementi chiave all'interno di una vicenda che vede sotto i riflettori una madre e un figlio, che poco hanno però del Cristo e della Vergine, possono aver dato origine ad argomentazioni ovvie da sostenere. A mio avviso poco c'è di tutto questo nel film di Kim Ki-Duk se non a un livello superficiale o addirittura promozionale (ritornando alla locandina del film). Più centrate invece le discussioni portate avanti sul tema del capitalismo spinto e della disumanizzazione alla quale questo fenomeno porta, così come in maniera molto più ovvia è facile accogliere per Pietà la definizione di revenge movie, cosa che il film di Kim Ki-Duk è a tutti gli effetti. Il regista ci trascina in quello che sembra essere un vero inferno di povertà all'interno dei quartieri popolari di Seul, un'ambientazione che se non arriva agli estremi dell'ibridazione tra uomo (carne) e progresso (macchina) già esplorata in maniera estrema da altri, Shynia Tsukamoto con Tetsuo ad esempio, tratteggia un'umanità quantomeno prigioniera di quella che sembra essere una piccola industrializzazione ormai sorpassata e incapace di produrre sostentamento, perché di fisico non è rimasto nulla, è rimasto invece l'astratto, il concetto, la finanza, i soldi... "ma che cosa sono i soldi?".  Così l'uomo, schiacciato e anche grottesco nella rappresentazione di Ki-Duk, ricorre al prestito, all'usura, andando incontro a condizioni troppo stringenti e a una rovina fatalmente certa.


Kang-Do (Lee Jung-jin) è un trentenne violento che lavora come riscossore di crediti per conto di un usuraio che applica tassi del 1000%, durante le sue giornate nei poverissimi quartieri di Seul Kang-Do fa visita ai vari debitori dell'usuraio storpiando quelli incapaci di pagare quanto dovuto in modo da poter recuperare i soldi direttamente dall'assicurazione che interverrà a coprire i vari "infortuni". Un giorno Kang-Do incontra una donna che inizia a seguirlo, dopo un primo brusco confronto questa confessa al giovane di essere sua madre (Cho-Min Su); la donna si prostra al ragazzo confessando di averlo abbandonato da piccolo e prendendo su di sé tutte le responsabilità per quel che Kang-Do è divenuto in età adulta: un uomo solo e violento, formatosi in malo modo a causa dell'assenza delle figure genitoriali. Dapprima riluttante, Kang-Do si convince pian piano di come quella donna da poco incontrata sia davvero sua madre, questo incontro cambierà la visione della propria vita al ragazzo che inizierà a interrogarsi sulle conseguenze dei propri gesti, colpito anche dall'incontro con un giovane padre (Gwon Se-in), pronto a farsi tagliare entrambe le mani pur di avere più soldi dall'assicurazione in modo da ripagare il suo debito e avere ancora denaro per mantenere il suo primogenito in arrivo. L'amore di questo futuro padre per il figlio sarà un ulteriore colpo che farà vacillare tutte le convinzioni di Kang-Do che metterà in discussione l'intera sua esistenza.


Pietà mescola uno scenario e alcune situazioni durissime al comportamento grottesco di uomini ormai privi di dignità, una delle scene più riuscite ci mostra come la Seul del capitale, fatta di grattacieli ed edifici moderni, stia schiacciando anche fisicamente i vecchi quartieri operai nei quali ormai la vita non ha più nessun valore e spesso neanche significato. Oltre al tema sullo sfruttamento e quello dell'abiezione delle derive del sistema del capitale, esce in maniera forte all'interno di Pietà anche il filo narrativo del revenge movie che qui non voglio approfondire troppo per evitare anticipazioni a chi ancora non avesse visto il film. Se la messa in scena da parte di Kim Ki-Duk non sempre è equilibrata, Pietà si rivela un film dai contenuti molto interessanti su più di un livello, da non sottovalutare l'evoluzione studiata per il personaggio di Kang-Do che subisce una crescita forzata nel giro di pochissimo tempo, il film assesta diversi colpi bassi, alcuni sviluppi si possono intuire, soprattutto se si è prestata la giusta attenzione alle sequenze iniziali del film, ma quando il cerchio si chiude tutto sembra aver funzionato al meglio. Da sottolineare l'interpretazione intensa, sempre ottima, di Cho-Min Su protagonista di alcune sequenze psicologicamente molto forti e disturbanti. I contenuti sono di quelli che colpiscono, il Cinema di Kim Ki-Duk è molto lontano da quello occidentale al quale siamo più abituati ma come spesso accade, andando a pescare in filmografie a noi lontane, abbiamo la possibilità di recuperare ottimo materiale e di fermarci a pensare, o almeno valutare, realtà diverse dalla nostra ma in fondo afflitte da problematiche comuni.

giovedì 6 settembre 2018

AVE, CESARE!

(Hail, Caesar!, di Joel ed Ethan Coen, 2016)

Il Cinema prima di tutto è passione, non solo per chi lo guarda ma anche e soprattutto per chi il Cinema lo fa. Lo è per i fratelli Coen che al Cinema ritornano con questo Ave, Cesare! dopo averlo già esplorato in maniera metalinguistica con Barton Fink - È successo a Hollywood. Lo è per il protagonista di questo film, Eddie Mannix (Josh Brolin) che nella finzione sguazza gioioso; non importa quanto la realizzazione di ciò che l'industria cinematografica impone sia faticosa, non importano gli orari duri, non importa il dover avere a che fare con star ingestibili, professionisti al limite del demente, complotti comunisti, rapimenti, giornalisti invadenti e tutta la pletora di problematiche che un set può produrre giornalmente. Quello che importa è starci dentro, dentro l'industria più bella del mondo, quella che regala sogni alla gente, sogni di cartone portati sullo schermo da perfetti e credibilissimi imbecilli, ma in fondo a chi importa? Il sogno rimane, e Mannix vuole continuare a lavorare per quel sogno, a costo di rifiutare anche offerte più comode e remunerative, perché... vuoi mettere la soddisfazione? Ti capisco Mannix, in fondo hai fatto la scelta giusta.

Eddie Mannix lavora per la Capitol Pictures, il suo lavoro è quello di accertarsi che le cose sui vari set della casa cinematografica filino lisce, fa da badante alle star, risolve problemi, gestisce la stampa, unge i poliziotti quando serve. Nello specifico: la bella star DeeAnna Moran (Scarlett Johansson) è incinta e non sa per certo chi possa essere il padre del futuro pargolo, un discreto scandalo per l'epoca, siamo nei primi anni 50; Baird Whitlock (George Clooney), il protagonista di Ave, Cesare!, un kolossal su cui la Capitol punta molto, viene rapito da un gruppo di intellettuali filocomunisti che farebbe la gioia del Senatore McCarthy; Hobie Doyle (Alden Ehrenreich), divo del Cinema western, viene prestato al Cinema d'autore, nelle mani del regista Laurence Laurentz (Ralph Fiennes) si rivela un perfetto idiota; il divo del musical Burt Gurney (Channing Tatum) potrebbe avere contatti sospetti con la Grande Madre Russia; le sorelle giornaliste Thora Thacker (Tilda Swinton) e Thessaly Thacker (Tilda Swinton) sono alla continua ricerca del pezzo scandalistico che potrebbe affossare questa o quell'altra star. Tutte preoccupazioni per il nostro Eddie Mannix, tutte rogne che gli impediranno di smettere di fumare, facendogli infrangere la promessa fatta alla dolce signora Mannix (Alison Pill).


Ave, Cesare! è l'occasione per i fratelli Coen di rendere omaggio al Cinema, magari ridicolizzando anche un poco diversi aspetti di questa industria, è un giocattolone a tratti idiota che però ricrea con toni moderni generi e stilemi del passato della gloriosa Hollywood. Come non rimanere incantati davanti a un bravissimo Channing Tatum che ricostruisce le atmosfere dei musical di Gene Kelly (Un giorno a New York) con invidiabile leggerezza? E come non apprezzare gli strafalcioni del peplum e l'intensità posticcia ma convincente del divo Clooney? Vogliamo parlare dei film acquatici e delle acrobazie aeree della Johansson? Tutti elementi dei tanti film nel film che servono a dare corpo a questa narrazione che non rivendica grandi pretese, che si pone come un divertissement sul Cinema, un film riuscito nella misura in cui non si pretenda dai Coen un film dagli esiti pari ad altri dei loro precedenti capolavori. Ave, Cesare! non è Il grande Lebowski, non è Fargo, non è L'uomo che non c'era e non è probabilmente all'altezza almeno della metà dei film girati dai Coen, è un film divertente, moderno che si giova di un cast in grado di innalzarne il valore intrinseco.


Bastano pochi minuti a un mostro come Ralph Fiennes, qui supportato da Ehrenreich, per dar vita a una delle scene più esilaranti del Cinema degli ultimi anni (... vorrei fosse così semplice), Brolin è un protagonista molto convincente, Clooney sembra veramente un cretino preso all'amo dall'intellighenzia marxista; tanto talento all'interno di un film che, ripetiamolo, non pretende d'essere il capo d'opera dei due fratelli Coen. Ma questo poco importa, quello che importa è che ci siano ancora sogni in cui perdersi, magari farlocchi, dementi, ma pur sempre sogni.

martedì 4 settembre 2018

ANT-MAN AND THE WASP

(di Peyton Reed, 2018)

Torna sui grandi schermi anche il piccolo Ant-Man (Paul Rudd) questa volta con una più massiccia compresenza della sodale Wasp (Evangeline Lilly) che qui si guadagna anche l'onore di presenziare nel titolo del film. Proprio questo è l'elemento di maggior interesse di un film che, seppur a tratti divertente, procede con il pilota automatico confermando comunque la capacità dei blockbuster Marvel di colpire bersaglio e portafogli; Ant-Man and the Wasp ha infatti già incassato ben più di quello che è costato ai Marvel Studios realizzarlo. Dicevamo... Wasp... Evangeline Lilly, il primo vero ruolo femminile in casa Marvel di una certa importanza, infatti la Vedova Nera di Scarlett Johansson si è dovuta dividere gli onori della ribalta con tutti gli altri Vendicatori, la dolce Wasp invece deve fare solo a metà con Ant-Man e in più il suo ruolo non sembra affatto quello della spalla bensì quello della coprotagonista a pieno titolo. L'alchimia tra i due insetti è decisamente buona, sempre in bilico tra la gag comica e la storia d'amore in divenire, l'aspetto super è forse quello meno interessante e più canonico della pellicola. Il tratto distintivo di Ant-Man è quello di non essere un vero supereroe, Scott Lang, l'uomo dietro la maschera, non è un eroe come Capitan America, non un miliardario alla Tony Stark, non un essere potente come Hulk o Thor, Lang è principalmente un povero cristo con la vita incasinata, è agli arresti domiciliari per aver aiutato Cap, è separato con una figlia ancora piccola alla quale badare in condizioni assai complicate e alla quale vuole un mondo di bene, un papà moderno, un super eroe agli occhi della piccola Cassie certo, ma in realtà un padre molto molto umano e incline all'errore, magari anche un po' immanicato con la sfiga... insomma, un uomo imperfetto con il quale è molto più facile identificarsi che non con un Thor o un Iron Man, chi diavolo potrebbe identificarsi con un Thor o con un Iron Man? E allora lunga vita ai perdenti, onore a Scott Lang e compagnia bella. Con queste premesse si ha un protagonista che naturalmente ispira simpatia, affiancato dalla bella, forte e allo stesso tempo dolce Hope Van Dyne, la donna dietro la maschera di Wasp, una coppia davvero accattivante, e tra i due la più tosta sembra essere proprio la piccola vespa.


Il film di per sé funziona, diverte ma poco ci lascia, diverse cose interessanti ci sono e tra poco ne parleremo, però l'impressione generale che ho avuto è che i cinecomics, per quanto mi piacciano e per quanto li guardi volentieri, stiano iniziando a essere davvero troppi e che la maggior parte di questi fatichi ad elevarsi sopra la media, creando un effetto di appiattimento che va a ridimensionare anche quelli che potrebbero essere gli aspetti positivi di ogni singola uscita. È indicativo di come la scena che più mi ha colpito dell'intero film sia la prima dopo i titoli di coda, una scena che ricollega Ant-Man and the Wasp agli eventi di Infinity War e lo colloca subito prima a livello temporale inserendolo nella famigerata continuity Marvel, una scena drammatica che altera il registro leggero mantenuto da Peyton Reed nel corso dell'intera vicenda. L'altro aspetto da sottolineare è il continuo avanzare degli effetti speciali che più che per le meraviglie dei cambi di dimensione dei due protagonisti, lasciano a bocca aperta per quell'impressionante lavoro di ringiovanimento effettuato su due icone del Cinema come Michael Douglas (qui Hank Pym) e Michelle Pfeiffer (Janet Van Dyne), rispettivamente padre e madre di Hope (Evangeline Lilly). I due appaiono in una sequenza in età giovanile, il lavoro fatto in computer graphic sul corpo di due altri attori (nemmeno su di loro) è incredibile, così come sono ben realizzate le scene ambientate nel microscopico regno quantico.


Altre curiosità da segnalare sono il solito cameo di Stan Lee, la presenza di Bill Foster (Laurence Fishburne) che ai Marvel fan di vecchia data riporterà alla mente il supereroe Golia Nero e che qui più che altro ci tedia con spiegozzi approfonditi sulle origini del villain di turno Ghost (Hannah John Kamen), villain peraltro molto poco interessante, di altro c'è davvero poco. Lasciando da parte la trama che non necessita di particolari spiegazioni, con Ant-Man and the Wasp ci si può godere una action comedy supereroica ben realizzata che difficilmente rimarrà impressa in modo particolare nella memoria degli spettatori, concentrati probabilmente nell'attesa della seconda parte del mega evento con protagonisti Thanos e gli Avengers. C'è da dire che questo tipo di film continua a incassare molto, è un tipo di film che richiede la visione in sala e quindi attira pubblico, è abbastanza trasversale anche per quel che riguarda il tipo di pubblico, prima o poi anche questa moda si ridimensionerà, probabilmente non troppo presto. Però, nonostante in questo film non ci sia nulla che non vada, i primi segni di ingolfamento si iniziano a percepire.

venerdì 31 agosto 2018

SONG 'E NAPULE

(dei Manetti Bros, 2013)

Ma che ce ne fotte di vedere film italiani come Perfetti sconosciuti quando possiamo avere roba come Song'e Napule? Il mio amore per L'Ispettore Coliandro, per Giampaolo Morelli e per l'approccio dal basso al Cinema da parte dei Manetti è ormai risaputo; potevo non adorare un film come Song'e Napule che riunisce tante delle caratteristiche già presenti nella serie di Coliandro trasportandole da Bologna a Napoli, città che per motivi di sangue mi sta a cuore in maniera particolare? Ovviamente non potevo e infatti il film l'ho adorato, una delle commedie italiane che più mi ha divertito negli ultimi anni (e sì, ho visto pure un paio di quelle di Zalone che in verità mi hanno detto davvero poco o niente).

Il lato più comico, scanzonato e cazzaro dei Manetti, che non sempre adoperano questo registro, viene qui esaltato da una miscela di elementi che evidentemente sta molto a cuore ai due fratelli romani. Tanto per iniziare è presente anche qui l'intreccio criminale che passa però in secondo piano rispetto alla forza dirompente della commedia, vitalizzata in maniera impeccabile dal già noto Morelli e dall'altrettanto bravo Alessandro Roja, vero protagonista del film. La vicenda è ben calata nell'atmosfera partenopea grazie a un cast molto indovinato anche se non completamente proveniente da Napoli (Roja è infatti romano, Sassanelli pugliese) e si rifà in maniera evidente al poliziottesco italiano degli anni 70 come dimostra anche la bella sequenza con tanto di inseguimento con una vecchia Giulia, auto simbolo della Polizia di quel decennio. Poi la musica... il connubio tra il neomelodico napoletano qui rappresentato dal personaggio di Lollo Love (Giampaolo Morelli) e la passione dei Manetti per la musica da blaxploitation dei Seventies, influenze stridenti capaci di creare una mistura irresistibilmente accattivante e comica.


A Napoli è difficile trovare lavoro, lo sanno tutti, anche un ragazzo irreprensibile, onesto e ligio al dovere si vede prima o poi costretto ad accettare il grande male della raccomandazione. Paco Stillo (Alessandro Roja), talentuoso musicista laureato al Conservatorio, dopo un colloquio col questore Vitali (un grande Carlo Buccirosso) accetta di entrare in Polizia, lavoro di routine lontano dall'azione, Paco nemmeno sa tenere in mano una pistola. Quando al Commissario Cammarota (un bastardissimo Sassanelli) arriva la soffiata della presenza di un noto latitante della Camorra al matrimonio della figlia di un altro camorrista, scatta la trappola. L'idea è quella di infiltrare qualcuno al matrimonio, magari inserendo un elemento nella band di Lollo Love (Giampaolo Morelli), cantante neomelodico sulla cresta dell'onda adorato dalla futura sposa e già ingaggiato per il matrimonio. Si ma chi infiltrare? Servirebbe qualcuno in grado di suonare con la band, un giovane capace di entrare nelle grazie del cantante... Paco, chi altri? Solo un paio sono gli intoppi, il più evidente è che Paco non sia proprio sto gran poliziotto, di minor importanza il fatto che Paco sia un musicista vero e consideri tutto il fenomeno dei neomelodici roba da decerebrati mentali. Una vera tortura per il giovane se non fosse che Lollo Love ha una sorella (Serena Rossi) che non è niente male...


La regia dei Manetti è allo stesso tempo rodata ed esperta ma anche povera, i due fratelli non mancano di ricorrere all'effetto speciale artigianale, a quel ralenty artefatto che ci riporta alla serie b, a quel Cinema lontano dalle grandi produzioni che è ormai una loro cifra stilistica e che probabilmente avrebbero le capacità economiche per abbandonare. Ma questo è il loro campo da gioco nel quale si trovano a loro agio e all'interno del quale sono capaci di realizzare prodotti dagli ottimi esiti, perché abbandonarlo? È un Cinema popolare che mischia la commedia all'azione ma che non dimentica i sentimenti nobili: l'amore, l'amicizia, l'onestà, riabilitando l'uomo integro, coraggioso e anche un fenomeno locale di portata enorme, quello della musica neomelodica, affrancandolo dal binomio con la camorra al quale spesso viene associato.

Su Morelli non aggiungo nulla, ormai penso veramente che l'attore napoletano abbia dentro di sé un po' di quello che vediamo dei suoi personaggi sullo schermo, e non ci sarebbe niente di male, anzi, voi non paghereste per avere un amico così? Simpaticissimo, un po' coglione ma col cuore sempre al posto giusto? Anche Serena Rossi ormai la conosciamo, uno di quei volti che mette buonumore solo a vederlo, un sorriso irresistibile e poi un ottimo Roja che non conoscevo e diverse comparsate di attori scafati come Buccirosso, Peppe Servillo o Antonio Pennarella purtroppo da pochissimo scomparso.

Il mix di elementi ha portato il film a un buon successo e i Manetti a guadagnare una popolarità un po' più ampia, un successo che sicuramente meritano e che ha portato alla produzione del successivo Ammore e malavita, altro film apprezzato da pubblico e critica. È un Cinema fatto più col cuore, con la pancia quello dei Manetti e io spero vivamente che continuino sempre così, nel frattempo tanti saluti cuoricini...

giovedì 30 agosto 2018

BULLETPROOF MAN

(Kill the irishman di Jonathan Hensleigh, 2011)

Prodotto passato perlopiù inosservato questo Bulletproof man (che senso ha cambiare un titolo originale per lasciarlo in inglese?), un film che rientra con pieno diritto nel genere del gangster movie pur non avendone il tono epico al quale ci ha abituati il miglior Cinema di Scorsese, vero maestro del filone. Kill the irishman - userò il titolo originale che mi piace di più - si rivela un film sicuramente minore che può però contare su una sua dignità capace di renderlo un tassello piacevole e da non sottovalutare per gli amanti del genere. Per la trasposizione del racconto tratto dal libro biografico scritto da Rick Porrello ci si affida al regista statunitense Jonathan Hensleigh, poca esperienza dietro la macchina da presa ma parecchia nella scrittura; oltre che di questo film Heinsleigh è stato infatti in passato sceneggiatore di diversi successi commerciali, titoli come Jumanji, Die Hard, Fuori in 60 secondi, The Rock, Armageddon e altre cose ancora. Con Kill the irishman Heinsleigh passa a un tono un poco più serio rispetto ai suoi scritti precedenti, affrontando una storia vera che di faceto e divertente ha davvero ben poco.

L'ambientazione è inusuale, siamo infatti nella poco battuta Cleveland degli anni 70, contea di Cuyahoga, Stato dell'Ohio. Kill the irishman racconta la storia di Danny Greene (Ray Stevenson), americano d'origini irlandesi, prima impiegato al porto di Cleveland, poi esponente del sindacato dei portuali fino a diventarne il membro più eminente. L'organizzazione del lavoro, i tentativi di cambiare le cose e ottenere migliori condizioni per i colleghi porteranno Greene ad avere i primi contatti con la mafia di Cleveland, da lì a entrare nel mondo del malaffare con conseguente ascesa nel panorama criminale della città il passo sarà davvero breve. Ma come è noto, in quegli ambienti i nemici che è molto facile accumulare, saranno inevitabilmente di quelli tosti, di quelli disposti a tutto pur di toglierti di mezzo, e occhio a non sottovalutare nemmeno gli amici. Irlandesi, mafia italiana, una spruzzata d'ungheresi ebrei e il piatto caldo, molto caldo, è servito. La vicenda di Danny Greene diventa presto una vera e propria faida di sangue, la Cleveland di quegli anni ne sarà stravolta, nel solo 1976 saranno poco meno di quaranta le bombe esplose in città a causa dei contrasti italoirlandesi, e parliamo di una città che ad oggi conta ancora meno di 400.000 abitanti, non certo una New York o una L.A.


Nonostante i diversi lati positivi del film, Kill the irishman buca al botteghino incassando decisamente meno di quel che è costato, tutto sommato un peccato perché il film, seppur privo d'originalità, è bello solido, presenta fotografia e scenografie che ricostruiscono in maniera convincente l'epoca dei 70, mette sulla scena un protagonista che può contare su una scelta di cast davvero indovinata, Ray Stevenson infatti è irlandese e presenta il giusto physique du rôle, una presenza massiccia che incute timore e rispetto e una buona somiglianza con il vero Danny Greene. Stevenson a parte, anche il resto del cast è di tutto rispetto, anzi, probabilmente il protagonista principale è interpretato dall'attore di minor caratura, insieme a lui a tratteggiare il ritratto di una Cleveland spietata ci sono nomi come Vincent D'Onofrio, Christopher Walken, Val Kilmer, Fionnula Flanagan, Vinnie Jones e Paul Sorvino, mica gli ultimi arrivati.

Se si vuole riscontrare un difetto al film è quello di proporre allo spettatore più o meno quello che ci si può aspettare da una storia di ascesa e caduta criminale senza presentare troppi scossoni o eventi imprevisti con la piccola aggravante di aver sempre l'impressione di aver già visto questa storia, e di averla vista narrata dai grandi maestri del Cinema. Nulla di male, non di soli capolavori si può vivere, è un po' come ascoltare un bel disco rock suonato da una band di assoluto valore ma allo stesso tempo derivativa, questo non vuol dire che ci si debba annoiare ascoltandola. Kill the irishman è così, bello, derivativo e poco originale con diverse frecce da scoccare al proprio arco. A voi la scelta.

martedì 28 agosto 2018

PERFETTI SCONOSCIUTI

(di Paolo Genovese, 2016)

Che dite, l'abbiamo un pochino sopravvalutato questo film? Vogliamo davvero gridare al miracolo per un film del genere? Sia chiaro, guardando Perfetti sconosciuti io mi sono divertito, il film tutto sommato mi è piaciuto; un concetto intrigante che affonda nella realtà di oggi seppur con diverse forzature (voglio sperare che quelli seduti attorno a quel tavolo non siano davvero un campione troppo significativo di noi italiani), attori in parte, una buona scrittura, niente da dire... quello che mi provoca sempre un po' di prurito sono le acclamazioni esagerate quando ho la percezione che queste non siano troppo ponderate. Insomma, forse sono io, non lo nego, magari sono davvero un rompicoglioni, mica dico di no, può pure essere. Perfetti sconosciuti mi è sembrato un buon film, tutto qua, a tratti divertente, con alcuni buoni spunti su cui poter riflettere ma costruito spesso su mascherine preconcette ormai abusate e, se posso permettermi, spero anche sorpassate. La piazzata di Leo che scopre che il suo (presunto) miglior amico è gay e allora sbrocca sparando quelle stronzate inaudibili come "abbiamo fatto la doccia insieme"... ma che, davvero? Ancora? O il tono magari voleva essere ironico? Perché non sembrava...

Forse sono di nuovo io, è che ho una vita noiosa e sono solo un po' invidioso: non ho un'amante da nascondere, non ho un'entourage di donne o di ex che mi gira intorno (potrei quasi usare questo commento al film come appello...), non ho scoperto di essere gay, non sto pianificando all'insaputa di mia moglie di rinchiudere mia suocera in un ospizio, non ho amiche/colleghe che mi inviano le loro foto in déshabillé (altro appello, fatevi sotto please), non sento le mie ex per dar loro consigli su come comportarsi con i loro attuali compagni, non esco di casa senza mutande (prima o poi so che mi capiterà, la mia memoria sta perdendo colpi, oggi per esempio sono uscito senza cellulare... appunto, inevitabilmente arriverò anche alle mutande), soprattutto sono convinto che nel mio stretto giro di amici non ci siano intrallazzi di sorta per cui scandalizzarsi più di tanto... per carità tutti hanno i loro segreti, chi più chi meno, magari anche importanti, però... insomma, bel gruppo di amici che ha scelto Genovese per mettere in scena questo film.


Prendendo per buono l'assunto che per creare una storia intrigante su queste basi un po' la mano la si debba calcare, detto questo il film risulta godibile: certo, in una sola serata viene su uno di quei mucchi di merda che non ti dico, però ok, prendiamo pure tutto per buono. Perfetti sconosciuti ha un bel ritmo, i dialoghi e la sceneggiatura sono a prova di bomba, le situazioni intriganti. Gli attori, ognuno in rappresentanza di un tipo diverso, sono affiatati e girano tutti più che bene. Più che le riflessioni sui vari comportamenti umani, lo spunto più interessante è il concetto della perdita totale e volontaria della nostra privacy. La nostra vita sta davvero finendo troppo spesso in luoghi in cui non dovrebbe stare, ai famosi device stiamo dando troppa importanza, troppa confidenza e stiamo percorrendo una pericolosa china senza ritorno, sarebbe auspicabile un passo indietro verso il nostro privato. Tema dibattuto in più sedi che qui trova una sua riuscita collocazione; altro punto di interesse è ciò che non diciamo, il personale che ognuno dovrebbe aver diritto di poter coltivare, non sempre si ha voglia di parlare di tutto, siamo ancora capaci di tenerci qualcosa per noi stessi? O almeno di avere qualche compartimento stagno?

In fin dei conti se tralasciamo le critiche al film largamente esagerate in positivo e la tendenza del film stesso a calare un po' troppo la mano, Perfetti sconosciuti si conferma un buon film che tocca temi interessanti e che ha delle attinenze con la realtà magari un po forzate ma sicuramente nelle idee di base più che credibili. Almeno una visione è giusto concedergliela.

PS: non ho accennato alla trama, se non siete stati su Marte negli ultimi anni credo che non sia necessario, se così fosse guardatevi il film, ve lo godrete sicuramente di più.

venerdì 24 agosto 2018

CHE LA FESTA COMINCI

(di Niccolò Ammaniti, 2009)

Niccolò Ammaniti è stato più volte cantore di un genere che si potrebbe definire "apocalittico" pur non essendogli mai capitato di narrare l'apocalisse definitiva vera e propria. Nelle corde dello scrittore c'è quella meravigliosa tendenza, che di tanto in tanto affiora nei suoi racconti, a far peggiorare e precipitare le situazioni in maniera surreale, grottesca e progressiva tanto da riuscire a creare una sorta di effetto apocalisse; lo scrittore ha la capacità di portare le vicende dei vari protagonisti delle sue storie verso un'orizzonte degli eventi destinato a una grandissima esplosione (o implosione se preferite) per mezzo di successive piccole catastrofi incombenti. Nonostante possa affermare senza dubbi di aver apprezzato ogni cosa che mi sia capitato di leggere dello scrittore laziale, ovviamente con diversi gradi di soddisfazione, questo è senza dubbio il lato di Ammaniti che preferisco, il lato che fortunatamente emerge con maggior prepotenza tra le pagine di Che la festa cominci.

Questa attitudine di Ammaniti non è però la sola fonte di interesse di un libro arguto e divertente, la capacità dello scrittore di mettere alla berlina i vuoti vizi ma soprattutto una scala di valori completamente sballata di un'umanità ormai senza direzione alcuna, facendolo tra l'altro affondando la critica in una sana ironia e in una buona dose di risate, rende Che la festa cominci allo stesso tempo stimolante e rigenerante. La bella società, quella con i soldi che vive sulle spalle dei piccoli sogni delle persone "normali" viene ritratta in maniera impietosa in tutta la sua idiozia, ipocrisia e vacuità in un crescendo quasi musicale.

Fabrizio Ciba è lo scrittore italiano più in voga del momento, il tipo d'uomo che tenta di tenere viva quell'aria da scrittore di sinistra impegnato ma che alla fine è interessato a poco altro se non alla sua fama, alla sua carriera e alle donne, per dirla in maniera elegante. All'attivo ha un paio di libri, almeno uno di enorme successo e un contratto con una casa editrice che sta già pensando di scaricarlo a favore del nuovo fenomeno in ascesa nel panorama della narrativa italiana. Sasà Chiatti è un cafone che si è arricchito con l'industria del cemento, un palazzinaro che obnubilato dalle sue manie di grandezza e prestigio si è comprato tutta Villa Ada, uno dei parchi romani più antichi e noti della città eterna. Larita è l'ex leader di una band death metal in odore di satanismo che folgorata sulla via di Damasco si è convertita al cattolicesimo ripulendo la sua immagine e diventando l'idolo del grande pubblico. Mantos, all'anagrafe Saverio Moneta, è un frustrato dalla vita a capo di una setta satanica, le Belve di Abaddon, composta da altri tre sfigati come lui in cerca di riscatto, sposato con Serena, una bella donna dominante e castratrice a cui piace fare un po' la zoccola con gli estranei ma che al marito a malapena la fa annusare. Questi e altri personaggi incroceranno le loro esistenze in occasione della festa del secolo, quella che Sasà Chiatti ha organizzato per la crema di Roma a Villa Ada, un festone esagerato dove sono previste grandi abbuffate, droga e donne, la presenza di tutte le personalità che contano, una caccia alla tigre, una alla volpe, battute in groppa agli elefanti in uno scenario trasformato in uno zoo selvaggio all'aria aperta. Inutile dire come l'incontro tra una pletora immane di menti bacate e disturbate provocherà una serie di eventi destinati a trasformare il party del secolo in un vero e proprio inferno sulla Terra.

Ammaniti padroneggia i tempi e la scansione del racconto con la semplicità del grande maestro, calibra la narrazione in modo da non concedere momenti di stanca riuscendo a stimolare il lettore a procedere spedito nella lettura capitolo dopo capitolo. Il divertimento, anche amarognolo a volte, è assicurato. Lo scrittore sbava in alcune trovate che forse eccedono il limite consentito dall'inconcepibile, ma anche questo resta un difetto davvero da poco nell'economia di un romanzo che coglie nel centro, un ottimo esempio di racconto apocalittico, secondo solo al sempre suo L'ultimo capodanno dell'umanità che compare nella raccolta Fango del 1996.

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