martedì 13 novembre 2018

GLI INCREDIBILI 2

(Incredibles 2 di Brad Bird, 2018)

Qualcuno ha già definito Gli Incredibili 2 il più bel film di supereroi dell'ultimo decennio; se prendiamo il genere nella sua accezione più classica e pura questa affermazione può facilmente considerarsi veritiera. Siamo lontani dall'action costruito solo su scontri tra super esseri, sfoggio di poteri e minacce più o meno planetarie; nel sequel diretto da Brad Bird c'è principalmente quella che è la dimensione familiare dei Parr con tutte le difficoltà e i problemi che ne conseguono, sia per gli adulti che per i bambini. Infatti, se proprio un parallelo si vuole fare con qualche controparte cartacea a fumetti, il gruppo dei Parr può essere paragonato ai bistrattati (dal Cinema) Fantastici Quattro, spesso definiti la "prima famiglia" di casa Marvel. Non a caso uno degli avversari che si intravedono nel primo Incredibles e che torna anche nell'incipit di questo secondo capitolo è il Minatore, villain chiaramente ispirato all'Uomo Talpa, tra i primissimi nemici storici dei Fantastici Quattro.

Si riprende da dove ci eravamo lasciati ben quattordici anni fa, con la famiglia di supereroi che ha appena salvato la città, la figlia adolescente Violetta in attesa del suo primo appuntamento con il compagno di scuola Tony, il piccolo Jack Jack che all'insaputa dei genitori manifesta i suoi primi, sconfinati e terrificanti poteri. Purtroppo per i Parr la legge dice che i supereroi sono ancora al bando, l'utilizzo dei loro poteri ancora illegale. Tutto questo, unito ai danni provocati in città dall'ultimo scontro tra i super eroi e il Minatore, porta a un nuovo attacco verso quelli che dovrebbero essere considerati i difensori dei cittadini; i Parr sono costretti così a rendersi latitanti e trasferirsi in uno squallido motel. A peggiorare la situazione la scelta di Bob Parr, il famoso Mr. Incredible, di far cancellare dalla mente del giovane Tony il ricordo di Violetta per preservarne l'identità segreta scoperta casualmente dal ragazzo. Le speranze dei super e della famiglia Parr sono riposte nei facoltosi Deavor: Winston e sua sorella Evelyn, eredi dell'impero DevTech, autori di un piano mediatico per rilanciare l'immagine dei super eroi e cambiare la legge che impedisce loro di agire. Per farlo puntano tutto su Elastigirl, figura caparbia ma anche rassicurante, scatenando un poco le invidie del marito Mr. Incredible.


Il primo livello di lettura del film, immediato e divertente, è la trama supereroica, piena di trovate visive di classe come l'inseguimento al treno da parte di Elastigirl con un uso della motocicletta a dir poco originale, tradizionale e nel pieno rispetto dei topoi del genere. A corredo c'è il comparto comico ad opera del piccolo e irresistibile (in tutti i sensi) Jack Jack, che si esibisce anche in un memorabile scontro con un procione, e della stilista Edna. Si conferma quello che personalmente già mi aveva colpito favorevolmente nel primo capitolo, cioè la splendida ambientazione retrò che richiama gli anni 60 e l'epoca dell'esplosione dei più famosi fumetti Marvel, il regista Brad Bird seleziona inquadrature e virtuali movimenti di macchina che permettono allo spettatore di calarsi nell'ambiente con grande soddisfazione, ottima la resa di tutto il lavoro tecnico effettuato per la creazione del film. E questa è soltanto la superficie.

Su un secondo livello, più percepibile a un occhio adulto, abbiamo diversi temi di grande interesse. Come sempre più spesso accade, nella vita come al Cinema, c'è la donna che soverchia l'uomo anche professionalmente andando a scatenare le piccole (meschine?) invidie del maschio alfa, e facendone emergere le insicurezze, questioni delicate che vanno a scombussolare assetti familiari e status quo; sicuramente un tema attuale sul quale anche un cartone animato può farci riflettere. Più leggera, e comunque veritiera, la fotografia di un padre in estrema difficoltà nella gestione di un bebè, di un figlio in età scolare e di una bambina adolescente, situazione di per sé già esplosiva, se ci mettiamo anche i poteri dei pargoli più l'incazzatura della figlia che è stata rimossa dalla vita del suo potenziale fidanzatino a causa del padre... beh, la frittata è bella che pronta. Anche su questo versante le situazioni divertenti si accumulano una sull'altra. Per finire, da non sottovalutare il messaggio che lancia il villain di turno, l'Ipnotizzaschermi, che ci mette di fronte a una realtà dalla quale non siamo certo immuni. Accusa infatti i suoi concittadini di aver bisogno di eroi per vivere una vita tranquilla, protetta, di riflesso, una vita dove le emozioni risiedono nella finzione, nei rapporti virtuali, dove i rischi sono preclusi insieme però anche a quello di emozionante e di veramente bello la vita potrebbe offrirci: esperienze, viaggi, nuovi rapporti interpersonali, avventure, amori; tutte cose per le quali si potrebbero dare delle musate su superfici molto dure ma che arricchirebbero di molto le nostre vite. Anche il punto di vista del cattivo qui non è condannabile.

Alla fine abbiamo aspettato i Parr per quasi cinque lustri, al contrario di ciò che accadeva per altri sequel ben più spompi, questa volta ne è valsa davvero la pena.

sabato 10 novembre 2018

MAD MAX: FURY ROAD

(di George Miller, 2015)

Lo sappiamo tutti, non sempre l'Academy nell'assegnazione dei suoi Oscar ci vede lungo; eppure ben sei statuette nelle categorie tecniche sono più di un segnale, così come sei indizi fanno ben più di una prova. Mad Max: Fury Road è un film impressionante per l'udito e per la vista, una delle cose migliori a livello di impatto sensoriale passate in sala negli ultimi anni. Guardando il film risulta chiaro come la volontà del regista non fosse tanto quella di proporre un sequel della celebre saga nata in Australia nell'ormai lontano 1979, né tanto meno quella di affidarsi a un pedissequo remake per riportare in scena le imprese di Max Rockatansky (qui interpretato da Tom Hardy). Fury Road è una riproposizione di un concetto già noto aggiornato all'epoca moderna e che va a sfruttare le nuove possibilità tecniche che il mezzo Cinema offre, amalgamandole in maniera fluida e competente ad un impianto di stampo artigianale da far venire i brividi per la perizia d'utilizzo e per la qualità dei risultati ottenuti. Quindici minuti di applausi ininterrotti per tutte le maestranze che sono state in grado di realizzare uno spettacolo di questa portata. Mi preme soffermarmi su questo aspetto del film anche perché sulla trama poi non ci sarà tantissimo da dire. Tralasciando la voce esageratamente cavernosa del protagonista, che comunque userà ben poco nell'arco di tutto il film, già la prima inquadratura offre un'istantanea sulla quale vale la pena soffermarsi: panoramica su un deserto arancio/rosso che da subito dà l'idea dello scenario arido e post-apocalittico che la saga di Miller rievoca alla mente, la resa cromatica superba rimarca i toni dell'arancione digradando dalla sezione bassa del cielo per fondersi a un deserto di forte impatto per poi finire tra le striature della ruggine di un veicolo che ci sembra di conoscere da sempre. Max (Tom Hardy), di spalle, ricorda un astronauta su un pianeta alieno. Le visioni di Max, traumi da un passato indefinito, sono incredibilmente più vivide delle immagini già accese della storia principale. Il montaggio nelle sequenze dinamiche è frenetico, i passaggi da un fotogramma all'altro accelerati, il tutto crea un effetto volutamente schizofrenico nella fase d'avvio del film. Il trucco dei Figli della guerra e del loro leader, Immortal Joe (Hugh Keays-Byrne), così come quello delle varie "tribù" che Max incontrerà nel corso del suo viaggio, sono il motivo che ha valso al film una delle sei statuette; i costumi di quegli sciroccati che aspettano solo di finire nel Valhalla dei matti, tutti i loro veicoli ricreati artigianalmente e perfettamente funzionanti, sono una meraviglia per gli occhi (così come lo sono le mogli di Immortal Joe). E se l'occhio vuole la sua parte, qui anche l'orecchio non si lamenta, tra un sonoro nitido ed efficace, un accompagnamento musicale indovinato, a spiccare è la chitarra del Doof Warrior (iOTA), un folle cieco dalla veste rosso sgargiante che produce riff metal alla bisogna e che ciondola per il film imbrigliato sul davanti di un veicolo mastodontico composto da un muro di amplificatori, giusto per dare un valore alla definizione "wall of sound". Limitato l'uso del digitale, chapeaux per la scelta, e onore anche per le sequenze di stunt, alcune impressionanti realizzate da artisti circensi dall'impatto coreografico davvero notevole. Insomma, un lavorone di enorme portata.


Concettualmente il film è semplice, rimanda per alcuni versi ai vecchi episodi della saga. In un mondo devastato si combatte per l'acqua e per la benzina. Nei pressi della Cittadella, uno dei pochi agglomerati abitati, Immortal Joe controlla l'acqua e la produzione del latte a opera di abnormi donne dalle mammelle abbondanti; intrattiene rapporti commerciali con altre comunità come Gas Town e Bullet Farm che affida a Furiosa (Charlize Theron), uno dei suoi luogotenenti più fidati. A bordo di una corazzata blindocisterna Furiosa parte lungo la Fury Road per una delle sue spedizioni, ma all'interno del veicolo sono nascoste le splendide mogli di Immortal Joe che Furiosa libera e protegge in un'impeto di solidarietà femminile. La spedizione diverrà una fuga a rotta di collo nella quale verranno coinvolti anche Max e Nux (Nicholas Hoult), uno dei Figli della Guerra.


La trama è lineare, dritta, proprio come la Fury Road che attraversa il deserto: si può andare avanti, tornare indietro, ma non sono concesse troppe deviazioni. Sopravvivere, cercare un fine, una destinazione, un cambiamento, un miglioramento. Nel mezzo un Tom Hardy granitico, essenziale, di poche parole; gli occhi di una Theron magnifica anche se amputata, sanguinante, sporca, sconfitta e un film che corre veloce lungo la Fury Road e arriva alla fine della strada e tu, spettatore, nemmeno te ne sei accorto. George Miller ci regala un'esperienza sensoriale, dirige con classe sopraffina e ci lascia qui a domandarci perché dalla metà degli anni 90 a oggi il regista abbia perso tempo con le avventure del maialino Babe e con i cartoni animati di Happy feet invece di dedicarsi a cose come questa. Misteri.

mercoledì 7 novembre 2018

CARS 3

(di Brian Fee, 2017)

Sembra ormai evidente come quello di Cars sia il brand più debole di casa Pixar, e per debole intendiamo per innovazione e spessore narrativo; probabilmente risulta essere invece uno dei più ragguardevoli per ritorno finanziario, spinta sul merchandising e via discorrendo (ma quante macchinine venderanno in tutto il mondo?). Fortunatamente il terzo capitolo torna ad avere una dimensione accessibile ai bambini più piccoli, dopo il pastrocchio intricato di Cars 2, poco adatto sia per i bimbi che per gli adulti (per motivi ovviamente diversi), con questo ultimo episodio si è ritrovata la consapevolezza che il target ottimale per Saetta McQueen e compagnia bella sia quello dei bambini; si è quindi giustamente imbastita una trama semplice, lineare, non priva di qualche spunto apprezzabile anche dagli adulti ma di facilissima e immediata comprensione per tutti: visto che la saga di Saetta non ci regala tantissimo, che almeno sia godibile per i nostri figli. A confermare quanto appena detto, la scelta anomala della stessa Pixar di uscire nel 2017 con ben due film: Cars 3 nei mesi estivi, mentre il ruolo principe di film del periodo natalizio è stato riservato al ben più riuscito Coco.

Tra le cose che ho apprezzato del film c'è la scelta di tenere un po' in disparte l'esuberante Cricchetto, personaggio a mio parere un poco irritante, per tornare a dare più spazio a Saetta  McQueen e a qualche nuovo personaggio, una su tutte la trainer motivazionale Cruz Ramirez. Come avrete intuito dal nome di quest'ultima c'è posto per il politicamente corretto, ormai d'obbligo ovunque tanto da assumere connotati spesso ridicoli, il principale avversario di Saetta in questo film è Jackson Storm che è una modernissima automobilina nera (o di colore?), non ho fatto caso se ci fosse anche qualche automobilina di fede ebraica, magari con una menorah dipinta sulla fiancata o con una kippah calata sul tettuccio... spunti buoni per un eventuale Cars 4. Invece noi italiani, facendoci del male da soli, continuiamo a doppiare con l'uso di accenti e dialetti vari, pratica che non si sa bene in quale mente bacata trovi terreno fertile e per quale ragione possa ancora sembrare divertente, tra i doppiatori da segnalare anche la presenza di Sebastian Vettel.


Come dicevamo, almeno la scelta della trama si può considerare un passo avanti rispetto al precedente Cars 2. Nel mondo delle corse iniziano a comparire auto di ultima generazione: software, tecnologie avanzate, velocità inarrivabili. Tra queste spicca Jackson Storm che al suo esordio riesce ad aggiudicarsi addirittura la Piston Cup facendo finire Saetta McQueen nelle retrovie. In seguito a un'incidente particolarmente spettacolare lo stesso Saetta cade in una sorta di depressione, scavalcato dalle nuove leve e privato della fiducia in sé stesso. Per ritrovarla dovrà affidarsi alle cure di Cruz Ramirez, trainer motivazionale alle dipendenze del Signor Sterling, nuovo proprietario della Rust-eze. Quest'ultimo si dichiara un fan di McQueen ma nelle sue mire in realtà c'è solo il lauto guadagno che l'ormai vecchia gloria può portare in termini di pubblicità e merchandising (un po' come accade con Cars per i tipi della Pixar, non male questo cortocircuito). Saetta invece, stimolato anche dall'amica Sally, vuole provare ancora una volta la scalata alla Piston Cup; superate le prime diffidenze, sarà proprio insieme alla giovane Cruz Ramirez che Saetta lancerà l'attacco al tronfio Jackson Storm, ma...


Si torna a guardare al primo capitolo, celebrando ancora una volta il compianto Doc Hudson (che aveva la voce di Paul Newman) e introducendo addirittura Smokey, l'allenatore del vecchio Doc. Interessante lo spunto sul passare del tempo e sul passaggio del testimone che ogni sportivo (ma non solo) dovrà prima o poi affrontare nei confronti delle nuove generazioni. Questo è probabilmente l'aspetto che più di ogni altro può accattivare il pubblico adulto con una tematica con la quale tutti prima o poi ci troviamo a dover fare i conti. Non male lo sviluppo sul finale del film che prende una piega interessante anche se non proprio totalmente inaspettata e che lascia qualche dubbio sul se, o almeno sul come, il brand possa proseguire in futuro. Ma vendere macchinine in fondo è una cosa seria, qualcosa mi lascia pensare che un Cars 4 prima o poi potrebbe anche vedere la luce.

venerdì 2 novembre 2018

WORLD TRADE CENTER

(di Oliver Stone, 2006)

World Trade Center è un film della Memoria. Quando parliamo di "Memoria" in ambito storico siamo soliti ricondurre il termine all'Olocausto e ai vari episodi legati alle disumane brutalità perpetrate dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale ai danni della popolazione ebraica. Ogni anno la Giornata della Memoria contribuisce a non far dimenticare, soprattutto alle nuove generazioni, di cosa noi come razza umana siamo stati capaci. Per chi invece è nato parecchi anni dopo la fine delle guerre mondiali, l'Undici Settembre 2001 è una di quelle date che si sono impresse nella memoria e che lì rimarrà per sempre, impossibile da dimenticare perché vissuta di riflesso anche sulla propria pelle. Sfido chiunque a non ricordare cosa stava facendo quando sono crollate le Torri. Quel momento è ancora molto chiaro nella mia testa: i luoghi, le situazioni, i pensieri, le sensazioni, tutto incancellabile. Per una strana coincidenza in quella giornata funesta comprai casa, la casa in cui tutt'ora vivo e nella quale sto scrivendo queste parole. Quanti uomini (le donne probabilmente ce la fanno) ricordano con precisione il giorno dell'acquisto della propria casa, avvenuto magari qualche decennio prima? Io non lo potrò mai dimenticare, perché quello è stato il giorno delle Torri, non di certo per quella firma apposta sull'atto notarile. Per questo, per tanti altri motivi ancora, magari diversi per ognuno di noi, World Trade Center si può considerare a tutti gli effetti un film della "Memoria", una memoria condivisa, recente, capace di fare male come una ferita ancora aperta. In qualche modo penso che questa sia già una cosa importante.


Della tragedia dell'11/09/2001, che in maniera anche ipocrita, partigiana e irrazionale per molti di noi ha una valenza più alta di altre sciagure dalla portata ancor più crudele e devastante, Oliver Stone decide di sottolineare, valorizzare e ricordare soprattutto il lato più umano, quello indissolubilmente legato alla perdita, al sacrificio, al coraggio di tutte le persone che si sono trovate nei pressi del World Trade Center quella terribile mattina: l'angoscia delle loro famiglie, l'attesa, la paura. Poco importa se il film, come è stato dimostrato, presenta qualche imprecisione, poco importa se qualche orario non coincide, se qualche prospettiva su una Manhattan devastata non ricalca esattamente quelle reali, se la sequenza di alcuni eventi è ribaltata o alterata; ciò che conta è la portata dell'evento per tutte le donne e per tutti gli uomini che si sono trovati coinvolti in prima persona in quei tragici istanti e che sono ancora oggi chiamati a convivere con quell'esperienza tutti i giorni che Dio manda in Terra. Stone non si occupa delle colpe, delle conseguenze politiche, della questione sul terrorismo internazionale, non parla di complotti e dinamiche, il regista si allontana dallo stile documentaristico che più volte ha frequentato in altre sue opere, parlando invece al cuore, alla coscienza del suo pubblico, mettendo l'uomo al centro di una vicenda inevitabilmente più grande dell'uomo stesso. Quello che ne esce è un film che in futuro si potrà usare per spiegare qualcosa ai nostri figli che a quella tragedia non hanno assistito, non tanto per inquadrarne le motivazioni geopolitiche, economiche ed opportunistiche, quanto proprio per "ricordare" ancora una volta, per non perdere di vista le conseguenze che il male (come concetto generale, cosa non così banale) procura alle persone, agli altri, a noi, a tutti.


Anche visivamente World Trade Center è un film ad altezza uomo, nella prima sequenza Stone ci mostra la famiglia del Sergente McLoughlin (Nicholas Cage), uno dei protagonisti del film; con una nitidezza quasi iperrealista il regista si sposta poi su New York, sulle sue strade, sugli abitanti, sul fiume, sulle case dei sobborghi, sulle sopraelevate, sui binari della metro, all'interno dei mezzi di trasporto, sulle Torri. Le inquadrature sono principalmente fissate dal basso, non è la New York da cartolina che spesso vediamo al Cinema quella di Stone, è la New York dei suoi abitanti che viene ritratta, pochissime vedute aeree, nessun focus sui momenti dell'impatto. Il punto di vista dell'incedere degli eventi è quello degli uomini del Dipartimento di Polizia Portuale inviati sul luogo della tragedia per aiutare i cittadini di New York. Per loro poche informazioni, eventi concitati, un grande caos, una tragedia immane da gestire nella più completa inconsapevolezza. Stone si concentra sulla storia di McLoughlin e dell'agente Will Jimeno (Michael Peña), entrati in una delle torri per prestare soccorso e intrappolati dalle macerie in seguito a uno dei crolli. Da qui Stone procede col cuore, World Trade Center diventa il racconto sentimentale ed emotivo che la tragedia dell'Undici Settembre ha rappresentato per l'America, per un'intero popolo che ha sofferto per il destino delle vittime, per quello delle loro famiglie.

Quasi incredibilmente il regista viene supportato da un'ottima prova di Nicholas Cage qui al suo meglio, sostenuto anche dall'interpretazione indovinata di Michael Peña; il destino dei due uomini passa dalla loro forza di volontà, dalla caparbietà del Marine Dave Karnes (Michael Shannon), dal dolore delle mogli Donna e Allison (Maria Bello e Maggie Gyllenhaal), dal lavoro dei soccorritori. Tra le macerie, una guerra di resistenza.

A prescindere dal valore artistico che ognuno di noi può attribuire a un film del genere, a seconda del proprio gusto personale, World Trade Center rimane in ogni caso un'opera preziosa, da conservare a futura memoria e che nonostante il passare degli anni avrà in futuro sempre qualcosa da dire.

martedì 30 ottobre 2018

THE DISASTER ARTIST

(di James Franco, 2017)

Metacinematografico a dir poco. The disaster artist non solo parla di Cinema ma ricalca in maniera puntuale una vicenda particolare - in tutti i sensi - legata al mondo della Settima Arte. Probabilmente qualcuno avrà già sentito parlare di The Room, alla sua uscita etichettato come il film più brutto della storia del Cinema e proprio per questo divenuto un piccolo culto che continua a raccogliere spettatori nonostante (o proprio per) la sua scarsa qualità. Chi meglio di James Franco poteva dirigere una pellicola come questa? Franco, che a differenza del protagonista del film di acume e talento ne ha da vendere, ha con lo stesso in comune una passione viscerale, quasi bulimica, per il mezzo Cinema. Sembra quindi naturale che proprio lui si sia voluto accaparrare la possibilità di portare in scena la storia della creazione di The Room, ricalcando in tutto e per tutto la figura del protagonista Tommy Wiseau: proprio come il suo predecessore anche Franco qui ricopre le vesti di regista, produttore e attore protagonista, lasciando però il compito di redigere la sceneggiatura a Greg Sestero, uno dei reali motori della vicenda, interpretato nella finzione da Dave Franco, fratello dello stesso James.

Tommy Wiseau (James Franco), durante una lezione di recitazione e improvvisazione, colpisce l'attenzione del giovane aspirante attore Greg Sestero (Dave Franco) grazie alla sua spontanea esuberanza. Sestero al contrario è un attore totalmente bloccato, di trascurabile talento se non proprio incapace nell'arte della recitazione. Dopo un primo contatto, tra i due nasce una sincera amicizia cementificata dalla comune aspirazione di sfondare nel mondo del Cinema; "il sogno" legherà i due indissolubilmente per un lungo periodo di tempo. Ma anche le migliori amicizie possono celare qualche segreto: di Tommy infatti non si conosce l'età precisa, il suo bizzarro accento riporta ai paesi dell'est Europa ma Tommy giura di essere originario di New Orleans, inoltre il suo patrimonio sembra infinito e nessuno conosce la provenienza di questa enorme disponibilità finanziaria, tutte informazioni di cui anche lo stesso Greg è completamente all'oscuro. La montagna di soldi in possesso di Wiseau permetterà ai due amici di trasferirsi a Los Angeles e, dopo diversi tentativi falliti di entrare nello show business, di produrre, girare e interpretare un film tutto loro: The Room.


Alla fine di The disaster artist a colpire è la mimesi tra il Wiseau interpretato da Franco e quello reale, un personaggio sul quale aleggiano ancora alcuni dubbi (vero nome, provenienza, etc...) e sul quale ci si interroga sulla facilità di spesa: il solo The Room sembra sia costato circa sei milioni di dollari, non proprio noccioline per quello che a tutti gli effetti dovrebbe essere un perfetto Signor Nessuno. A prescindere dai contenuti incoerenti di The Room, il film nel film, Franco mette sotto i riflettori la fragilità del suo protagonista, un tipo fuori fase che ha enormi difficoltà a farsi prendere sul serio, a farsi accettare e apprezzare dalle persone che gli stanno intorno. Fobico del tradimento, Wiseau non vede di buon occhio i piccoli successi ottenuti dal suo amico Greg, è geloso delle sue relazioni con le donne e anche la lavorazione del suo film sarà tutt'altro che una passeggiata di salute. Sì, perché nonostante quell'energica prova d'improvvisazione dalla quale tutto comincia, anche Wiseau non si può dire che sia un talentuoso, anzi, tutto si muove solo grazie ai suoi soldi, le giornate sul set di The Room risultano deliranti, i conflitti sono all'ordine del giorno e fino alla serata della prima Wiseau continuerà a sentirsi un escluso, un reietto che alla fine solo il suo amico Greg saprà consolare.

Messa da parte la curiosità per il prodotto finale nato degli sforzi di Sestero e Wiseau, curiosità che è possibile soddisfare in pieno recuperando proprio The Room, quello che resta è una commedia dai toni spesso amari che tratteggia un personaggio che a Franco deve stare molto a cuore (da qui la scelta di una mimesi esemplare), andandone a sottolineare sia le debolezze, sia la debordante spavalderia di facciata. The disaster artist risulta così essere un perfetto biopic hollywoodiano, un film calato completamente nell'industria mainstream che ci narra di come anche un prodotto che è outsider fin nel midollo possa ritagliarsi il suo posto al sole. Beh, magari non proprio al sole visto che The Room è diventato un cult principalmente grazie alle proiezioni di mezzanotte, ma insomma... il concetto è chiaro.

Chiudiamo citando la bellissima definizione che lo studioso di Cinema Ross Morin ha creato per The Room, bollandolo come "il Quarto potere dei film brutti", appellativo geniale che la dice lunga sull'oggetto principale di The disaster artist.

giovedì 25 ottobre 2018

52 GIOCA O MUORI

(52 pick-up di Elmore Leonard, 1974)

Elmore Leonard, come già in altre occasioni, fa un passo indietro e lascia campo libero ai suoi personaggi e alla costruzione della vicenda. La prosa di Leonard non è mai invasiva: lineare, non eccede, tanto da non far sentire una mano esterna e superiore a manovrare le azioni dei protagonisti. Tutto procede con naturalezza, lo scrittore si lascia dimenticare, richiamato a volte solo da una traduzione non proprio ineccepibile (ho in mano un'edizione un po' datata del libro in verità), negli altri casi tutto scorre, fluido.

Torniamo un momento all'edizione in mio possesso. Sperling Paperback, datata 1991. Tralasciando la cura non eccezionale di questa specifica collana di libri, è particolarmente strana la scelta fatta per la copertina di un libro che è a tutti gli effetti un romanzo giallo o al limite un thriller. La Sperling sceglie una cover in stile Harmony, da romanzo rosa o al massimo buona per un potenziale antesignano dei vari 50 sfumature di (inserire un colore a piacere); scelta voluta mi chiedo o semplice abbaglio? Difficile per chi non conoscesse lo scrittore e fosse in cerca di un bel giallo, soffermarsi su 52 gioca o muori con una cover di questo tipo. Riflessioni di poca importanza comunque, torniamo al punto.

52 gioca o muori ha una di quelle trame buone per tirarci fuori un bel filmetto da serie b senza troppe pretese, cosa che tra l'altro è stata fatta prontamente, affidando la regia anche a Frankenheimer, mica l'ultimo arrivato. Il film non l'ho visto ma credo rientri proprio nella serie b di cui sopra, indagherò in un prossimo futuro. Trama semplice, lineare, personaggi se non proprio tagliati con l'accetta poco ci manca, tutto risaputo ma anche tutto molto funzionale. L'intreccio funziona, i capitoli sono brevi, il ritmo serrato, non ci sono divagazioni o perdite di tempo, alla fine la successione degli eventi cattura il lettore, l'intrattenimento è assicurato e anche a piccole dosi quotidiane si arriva al finale in poco tempo. Nessuna novità ma formula rodata e vincente.

Harry Mitchell è un uomo benestante, proprietario di un'azienda che produce macchinari industriali, è sposato con Barbara, una donna quarantenne, di classe, ancora in forma e molto attraente. Preso dalla classica crisi di mezza età, Mitchell, marito finora fedele, intreccia una relazione con la giovane Cini, una ragazza semplice e alla mano conosciuta in un locale. La relazione si protrae per qualche tempo, finché un terzetto di loschi figuri inizierà a minacciare il protagonista con foto incriminanti e filmati che testimoniano la relazione adulterina. Filmati piccanti che lasciano presupporre la complicità della ragazza nell'intera faccenda. Il trio di ricattatori non scherza, le loro richieste si trasformeranno nella classica escalation alla quale Mitchell dovrà decidere come reagire. Purtroppo Mitchell non è il classico tipo remissivo; freddo e lucido deciderà di non seguire le vie più canoniche per risolvere la questione che invece affronterà di petto mettendo in moto una serie di eventi che avranno per tutti le dovute conseguenze.

52 gioca o muori (titolo un po' fuorviante) non cambierà la vita a nessuno, è uno di quei libri che leggi con piacere, riponi sullo scaffale e poi dimentichi. Non male, buono per gli amanti del genere, per gli spostamenti, prima di andare a dormire, seduti sul wc...

Elmore Leonard

martedì 23 ottobre 2018

BEKET

(di Davide Manuli, 2008)

Il Beket di Davide Manuli è una sorta di U.F.O. nel panorama cinematografico italiano dell'ultimo decennio. Indubbiamente la definizione di "oggetto non identificato" calza a pennello all'opera del regista milanese, qui in trasferta in terra sarda. Per il "volante" se ne può discutere: se nelle intenzioni del regista c'era quella di volare alto non è dato sapere, però i riferimenti poco canonici (fin dall'ortografia del titolo) all'opera di Samuel Beckett, "Aspettando Godot", già poco canonica di suo, qualche pretesa di spessore la lasciano intendere. Beket è un insieme di frammenti insensati ai quali, volendo, lo spettatore può tentare di dare un senso tutto suo, un'interpretazione che potrebbe riguardare il concetto di "attesa", come potrebbe riferirsi all'insensatezza delle nostre esistenze, alla ricerca di qualcosa di più alto di noi, o semplicemente all'attesa di quel Godot che alla fine nessuno sa chi o cosa cazzo sia, e che tutt'al più si può intuire non arriverà mai, e comunque non oggi, come conferma un ragazzino ai due protagonisti del film e a quelli dell'opera teatrale di Beckett.

Lo scenario è straniante, arido, ampio, solingo, stonante. Il bianco e nero d'effetto, maturo, graziato dalla fotografia di Tarek Ben Abdallah, rende il paesaggio sardo quasi lunare, alieno tanto affascinante quanto spopolato. All'interno di esso si muovono figure inaccessibili, irrazionali, di poca azione e di qualche parola, sicuramente di poche connessioni coerenti, amanti della ripetizione e di quello che diventa a tutti gli effetti, sia come omaggio che come cifra stilistica propria, un teatro dell'assurdo.


Un pugile (Simone Maludrottu) tira di boxe su una base techno dance. In un deserto abbacinante un uomo cammina solo, una radiolina nella sua mano emette scariche, voci incomprensibili. L'uomo cammina, cammina, cammina, si siede su una pietra. È francese, è Jajà (Jérôme Duranteau), incontra un surreale mariachi (Freak Antoni degli Skiantos) che discetta d'amore e di belli e buoni, brutti e cattivi e avanzi di galera, puttane, mammasantissima e magnaccia, tossicomani e burloni, banditi e massoni, santi, navigatori e poeti, froci, lesbiche e lavoratori, brava gente, contadini e militari... e militari. Entra in scena Freak (Luciano Curreli), si cambia le scarpe. Sarà compagno di viaggio di Jajà, insieme corrono verso una fermata d'autobus, un bus che nulla ha da invidiare per stramberia al Nottetempo di Harry Potter o al Gattobus di Totoro, soprattutto se calato nel contesto spettrale di una terra disabitata. Da qui in avanti confronti e dialoghi nonsense tra i due, alcuni spassosi per quanto fuori fase, accompagnano un viaggio spezzato da ritmi elettro dance e incontri allucinati, come quelli con l'Agente 06, un tipo dalla parlata strana che gira con una vecchia Fiat Panda interpretato da Fabrizio Gifuni. Concede un cameo il comico Paolo Rossi, l'Agente 08, uno l'avvenente Letizia Filippi... insomma, gli incontri non mancano, l'unico che non si vede è proprio questo Godot.

Non c'è meta, c'è viaggio, i ruoli si invertono (ma ruoli di che cosa?), non c'è significato. C'è significato? "Tutto vecchio. Nient'altro mai. Sempre tentato. Sempre fallito. Non importa. Tentare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio".

Una scheggia impazzita quella di Manuli. Non catalogabile, insensata, bene interpretata, veloce, rispettosa, probabilmente inutile, comunque affascinante. Difficile da giudicare, giudicare non è importante. Guardare lo è, vivere lo è (forse). Dove va Beket? Chi lo sa, intanto Freak e Jajà mi han riportato alla mente Totò e Ninetto, contesti diversi, però così è, mica tutto deve avere un senso.

giovedì 18 ottobre 2018

RAMPAGE - FURIA ANIMALE

(Rampage di Brad Peyton, 2018)

Se cercate un modo per spendere due ore della vostra vita in maniera davvero poco proficua, Rampage - Furia animale potrebbe essere il film che fa per voi. Tenete conto che queste due ore le butterete più o meno nel cesso. Premettendo che non disdegno a prescindere il blockbuster hollywoodiano, anzi, che guardo più o meno tutti i cinecomics Marvel e Dc e che anche cose come i nuovi Jurassic World (per dirne una) riescono a divertirmi, qualche limite bisognerà pur darselo.

Le fonti di idee (e di soldi) dalle quali il Cinema americano attinge non hanno limiti: questa volta si va a pescare addirittura da un vecchio videogioco del 1986 che personalmente giocavo sul mitico Commodore 64. Lo scopo di Rampage era quello di impersonificare un grosso mostro a scelta tra un lupo mannaro, un enorme gorilla e un dinosauro, e con questi distruggere le varie città degli Stati Uniti facendone crollare i grattacieli mentre polizia ed esercito si industriavano per ammazzarti. Stop. Da questo concetto fino e stratificato la New Line Cinema è riuscita a tirar fuori questo film che ovviamente ha incassato una bella montagnola di soldini, complice probabilmente la presenza di Dwayne "The Rock" Johnson che pare piaccia parecchio. E per un film del genere The Rock non è malaccio, tutt'altro, ha la presenza fisica giusta, sa essere ironico dove serve, il livello attoriale rimane sopra i livelli di guardia. Ciò che qui è davvero carente è il plot, di una linearità e una banalità disarmante, neanche il tentativo di un colpo di scena... nulla. "Ma ti sei guardato Rampage" — direte voi —, "che cosa ti aspettavi?" Avete ragione, alla fine Rampage più o meno offre quel che ci si poteva aspettare, colpa mia.


Però un pochino ci hanno ricamato sopra, diamogliene atto. Una di quelle mega aziende che sono il male del mondo sperimenta una nuova sostanza capace di accrescere dimensioni e aggressività di chi viene a contatto con le sue esalazioni. La sostanza, per vicissitudini varie, si trova su una piattaforma spaziale: casino, esplosioni, quindi precipita sulla Terra. Qui contagia un gentile scimmione albino, George (Jason Liles in motion capture), uno dei gorilla seguiti dal primatologo Davis Okoye (Dwayne Johnson), un coccodrillo che diventa Godzilla e un lupo che si trasforma in... beh, in un superlupocattivissimo. La mega azienda malvagia ha tutto l'interesse a insabbiare la faccenda e a eliminare le creature, per far questo le attira in città (Chicago) dove queste si scateneranno e tireranno su davvero un bel casino. Ma una genetista ex dipendente dell'azienda (Naomie Harris), licenziata per aver superato il periodo di comporto della mutua, dice che c'è un antidoto; vuoi vedere che se lo diamo a George quello ci aiuta a fare il culo agli altri due? E cazzo sì, ottima idea, perché non ci ho pensato io? L'unico che potrà metterla in pratica questa idea sarà proprio Dwayne, e sì che a risolvere la situazione ci sta provando anche il re degli stronzi Jeffrey Dean Morgan.

George in fin dei conti è uno scimmione simpatico, ha un suo senso dell'umorismo, fa il dito medio e gli scherzetti; gli effetti speciali usati per realizzarlo non sono niente male, così come a livello visivo il film è più che dignitoso, la sequenza meglio riuscita è infatti quella della distruzione in città, welcome to the jungle mi vien da dire, probabilmente su grande schermo anche divertente. Non mi vengono in mente altri motivi per cui potrei consigliarvi la visione di questo film se non per buttare un paio d'ore e vedere dei grossi animali che buttano giù dei palazzi. Però per quello potete cercarvi un emulatore del C64, caricare Rampage e via...

mercoledì 17 ottobre 2018

MANIAC

Inizi a guardare Maniac e da subito hai l'impressione di non capirci molto; così ti fai l'idea che la nuova miniserie Netflix sia uno di quei prodotti cervellotici che pian piano andranno a disvelare le fitte trame nascoste dietro il complicato intreccio. Guardi puntata dopo puntata cercando di capire, ma in realtà non capisci e solo sul finale arrivi a capire che in fondo non c'era proprio nulla da capire. Capito? Sembra tutto molto complicato nella nuova fatica di Cary Fukanaga, regista della prima stagione di True Detective, ma in realtà non lo è. Maniac di per sé è un prodotto dallo sviluppo singolare ma abbastanza lineare, la grande capacità di scrittura da parte degli sceneggiatori, lo stesso Fukanaga e Patrick Somerville, sta nell'essere riusciti a dare l'idea di una storia fatta di ramificazioni e scatole cinesi ma che in fin dei conti si rivela essere di una semplicità disarmante, e alla fine ti ritrovi a pensare che sì, a conti fatti, quei due ti hanno proprio fregato per benino. Tutto ciò nulla toglie al fatto che Maniac sia una serie capace di regalare diverse ore di piacevole intrattenimento (nel complesso la miniserie non è così lunga), ottime interpretazioni, alcune puntate deliziose nonché momenti sparsi di ottimo Cinema (sì, anche se è una serie Netflix). Si va a crescere, le prime puntate gettano le basi di quello che si vorrebbe far credere essere l'intricato intreccio di cui sopra: intrigano ma non colpiscono in pieno. Il divertimento vero inizia tra la terza e la quarta (meravigliosa) puntata e poi sarà un saliscendi incostante, ma qualitativamente proiettato verso l'alto, di emozioni, sorprese e soddisfazioni, fino ad arrivare alla scena finale che andrà a chiudere in modo coerente tutta la narrazione. Il grosso del corpo dell'opera, tutto quello che sta nel mezzo, è un divertissement di classe che omaggia i generi, il mezzo televisivo e cinematografico, l'amore per le storie.


Un quasi irriconoscibile e dimagritissimo Jonah Hill interpreta Owen Milgrim, un uomo timido proveniente da una famiglia facoltosa che nel suo passato annovera episodi di schizofrenia e che di tanto in tanto fatica a capire se determinati episodi o persone siano frutto di fantasie della sua mente o tasselli concreti appartenenti alla realtà. La sua famiglia, in primis il padre Porter (Gabriel Byrne), esercita su Owen pesanti pressioni affinché testimoni in tribunale a favore di suo fratello Jed (Billy Magnussen), colpevole di un qualche tipo di violenza sessuale. Annie Landsberg (Emma Stone) è invece una giovane donna in crisi, ossessionata dalla perdita della sorella con la quale non aveva il rapporto che avrebbe voluto avere, sola, dipendente dai farmaci, vive un'esistenza spezzata. Entrambi i personaggi decidono di partecipare a un trial medico sperimentale tenuto dai dottori Muramoto (Rome Kanda) e Mantleray (Justin Theroux) e coordinato dalla dottoressa Fujita (Sonoya Mizuno). Lo scopo della sperimentazione, suddivisa in tre fasi (pillole A, B e C), è quello di rimuovere i traumi del passato attraverso una sorta di catarsi virtuale, per affrontare e vivere al meglio la realtà presente. I due protagonisti, insieme ad altri soggetti, verranno calati nel corso della sperimentazione in diverse realtà fittizie create dalla loro stessa mente all'interno delle quali avranno modo di fare i conti con i disturbi che gli avvenimenti della vita reale hanno provocato alle loro menti.


Sono diversi gli elementi interessanti in Maniac che spingono alla visione rapida del progetto di Fukanaga e Somerville (binge watching, avete presente?). Intanto c'è un'ambientazione affascinante che potrebbe essere un passato riconducibile per diversi aspetti agli anni 80 del secolo scorso ma che presenta qualche elemento futuristico per l'epoca, una sorta di retrofuturismo aggiornato agli eighties se vogliamo, con trovate visive che richiamano molto l'estetica di quel decennio. L'effetto è un poco spiazzante ma in maniera decisamente riuscita. Da non trascurare l'affiatamento tra due attori capaci di offrire ottime prove di recitazione ma anche di trasformismo, sia Hill che la Stone ce li possiamo godere in diverse versioni di loro stessi, tutte riuscitissime e con look agli antipodi l'una dall'altra. Questo grazie un gioco basato sulla rielaborazione dei generi che è il vero punto forte di Maniac, il quarto episodio (il mio preferito) ci offre schegge di Cinema postmoderno dove i due protagonisti, inspiegabilmente connessi nella stessa visione, sono una coppia di "grezzi" invischiata in una faccenda che vede al centro un lemure di una razza rara, i dialoghi sono grotteschi e tutta la vicenda divertentissima, in un episodio che nulla ha da invidiare a film giunti nelle sale che cavalcano lo stesso filone. Con uno scarto decisamente ampio da quella che è la cifra stilistica principale della miniserie, la Stone viene immersa anche in una realtà fantasy derivata dall'immaginario tolkeniano de Il signore degli anelli dove avrà modo di ripercorrere il suo rapporto con la sorella; efficacissimo il truce risvolto crime con un Gabriel Byrne violento fino al parossismo e un Hill semplicemente magnifico. Altra nota di merito per la versione finnica di Jonah Hill, scombinata e di rara imbecillità: meraviglioso. Dopo Suxbad - Tre menti sopra il pelo si ricompone una coppia dalla chimica irresistibile.


Intorno ai due protagonisti la vicenda si muove, anche qui portata avanti con merito da grandi interpreti, con il rapporto di amore/odio tra il Dottor Manterlay e sua madre (un'ottima Sally Field) e in generale tra i membri del progetto e il computer di kubrickiana memoria GRTA che nella sua A.I. contiene caratteristiche proprie della madre di Manterlay. Si esplorano allo stesso tempo i recessi del Cinema toccandone i vari generi e quelli della mente andando ad affrontare traumi e malattie con classe ed intelligenza. Alla fine può sembrare che Maniac non mantenga le promesse, che non ci dia quello che all'inizio ci eravamo prefigurati, ma non perché l'esperienza sia deludente, al contrario proprio perché la serie è capace di sorprendere e di lasciarsi passare agli occhi dello spettatore per quello che non è, risultato poi non proprio così banale da raggiungere. Forse a rientrare su binari più consueti e prevedibili è proprio il finale, e va bene così, in fondo cosa avremmo potuto sognare e sperare di meglio per i due protagonisti ai quali ormai ci siamo tanto affezionati?

giovedì 11 ottobre 2018

PIANETA STREGATO

(The flying sorcerers di David Gerrold e Larry Niven, 1971)

Ohibò. Qualche anno fa in uno slancio di entusiasmo, in un periodo in cui ero un po' più preso del solito per la fantascienza, decisi di iniziare ad acquistare qualche numero di Urania; spesa modica, in più la decisione arrivava con l'inizio di una serie di ristampe che avrebbero dovuto essere una sorta di "classici moderni" della fantascienza, cadenza bimestrale, sottoetichetta marchiata I capolavori. Presi una dozzina di numeri in tutto con la consapevolezza che, alternandoli con altre letture di diverso genere, me li sarei portati avanti per anni. Ad oggi ne ho letti più o meno la metà e voglio sperare vivamente che i veri capolavori della fantascienza non siano tutti di questo livello, oppure, più semplicemente, posso prendere atto che tranne per alcune eccezioni (vedi Philip Dick ad esempio) questo genere trasposto su carta non sia esattamente la mia tazza di tè. Intendiamoci, nessuna di queste letture si è rivelata spiacevole, semplicemente questo lotto di romanzi per ora non ha soddisfatto le mie aspettative.

Pianeta stregato non fa eccezione. Partiamo però dal pregio principale del libro introducendo allo stesso tempo la trama. Siamo su un pianeta alieno dominato da due soli (uno blu, Virn, e l'altro rosso, Ouells) e diverse lune. È un pianeta ancora primitivo per i nostri standard, tutti gli aspetti della vita comunitaria sono regolati dalla magia di cui lo stregone Shoogar è l'unico portavoce nel villaggio qui preso in esame. Gli uomini sono ancora dotati di folto pelo, credono in moltissime divinità da rabbonire con riti propiziatori, le donne sono sottomesse e considerate alla stregua di una mera proprietà da parte degli uomini, organismi da fatica e riproduzione. La storia è narrata dal punto di vista di Lant, un intagliatore di ossa e poi portavoce del villaggio. Un giorno sul pianeta giunge una nave spaziale a forma di uovo, a bordo un pacifico studioso proveniente dallo spazio che a causa della tecnologia in suo possesso e delle sue conoscenze avanzate verrà scambiato per un potentissimo stregone a cui verrà dato il nome di Porpora. Nonostante l'indole pacifica del nuovo arrivato, a causa dell'insicurezza di Shoogar, tra i due "maghi" ci sarà uno scontro che porterà a conseguenze devastanti e all'impossibilità per Porpora di poter tornare sul suo pianeta.

David Gerrold

Da quel momento tutti si adopereranno per trovare un modo per far tornare Porpora sul suo pianeta, gli indigeni per toglierselo dai piedi, Shoogar col fermo intento di farlo fuori, Porpora stesso per il desiderio legittimo di tornare alle sue terre.

Torniamo al pregio. È interessante vedere come i due autori, dietro la storia semplice di un ritorno a casa, mettono in scena l'evoluzione di una società che viene a conoscenza di nuove tecniche e come questa evoluzione si porti dietro quasi inevitabilmente quelli che spesso, tranne alcune eccezioni, sono diventati poi aspetti negativi delle nostre società moderne. Si potrebbe pensare ad esempio all'arrivo dello straniero, alla mancata accettazione dello stesso e al conflitto che ne consegue (armi e disastri compresi); possiamo pensare alle piccole e progressive conquiste da parte delle donne anche se dietro ad alcune di queste non mancano interessi opportunistici da parte degli uomini. Con l'avvento tecnologico si assiste a un passaggio da una vita più improntata "alla vita" verso una più dedita al lavoro, alla produzione con conseguente passaggio da un'impostazione più tesa alla spiritualità e all'inspiegabile a una molto più terrena e materiale (o materialista). Quindi lotte per il prestigio e per il potere, introduzione del denaro che da subito diventa oggetto vuoto, privo di sostanza, dietro al quale Gerrold e Niven descrivono già i primi movimenti dei mercati e della finanza. Con il denaro arriva il crimine, l'atto per il quale si dovranno trovare provvedimenti, cosa che fino a quel momento mai si era resa necessaria, così come sconosciuto era il concetto di punizione (se non per le donne che venivano battute, ma mai per dei crimini). Con la tecnologia arriva la distruzione dell'ambiente.

I sottotesti sono indubbiamente interessanti e anche molto, purtroppo nel racconto non ci sono sviluppi che facciano gridare al miracolo, manca un po' il ritmo, mancano coinvolgimento ed empatia, anche la curiosità non viene solleticata più di tanto, si finisce per apprezzare più che il libro in sé giusto le riflessioni antropologiche sulla società che, per carità, non sono poco, ma che non bastano a dare il giusto gusto alla lettura. Comunque io non demordo, ho ancora diversi Urania lì da parte, con tutta calma vi farò sapere.

Larry Niven
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