(di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, 2016)
Sono passati ormai una decina d’anni dall’uscita di Mine, produzione internazionale finanziata con capitali provenienti da Stati Uniti, Italia e Spagna, eppure a oggi non sono molti i tentativi coraggiosi come questo di esplorare i generi da parte di autori italiani. I due registi, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro (in arte Fabio&Fabio), milanesi di nascita, hanno alle spalle diverse esperienze nella direzione di cortometraggi e videoclip musicali, così come nella produzione e nella cura delle sceneggiature dei loro lavori. Con Mine i due registi guardano più al cinema d’oltreoceano che non alla nostra tradizione, tentando di ibridare un thriller dai chiari aspetti tensivi con il war movie e con lo scavo psicologico sui personaggi — sul personaggio in realtà — e sul loro portato, destinato inevitabilmente a influenzarne i comportamenti presenti. In un panorama nel quale la proposta preponderante è quella della “commedia media”, al di là del risultato finale sicuramente perfettibile, Mine è da annoverare tra la ristretta schiera di quei film che almeno ci hanno provato e che, a conti fatti, non se la sono cavata poi così male. Il film ha ricevuto tendenzialmente critiche negative, soprattutto fuori dai nostri confini, sentenze tutto sommato ingenerose per un esordio nel lungometraggio che comunque non manca di proporre soluzioni interessanti, alcune delle quali anche parecchio riuscite.Deserto del Nord Africa. Due marines statunitensi, Mike (Armie Hammer) e Tommy (Tom Cullen), devono portare a termine una missione, un assassinio in realtà, che però fallisce a causa dei tentennamenti e degli scrupoli morali di Mike. Costretti a inoltrarsi nel deserto senza l’appoggio dei loro commilitoni, i due finiscono inavvertitamente in territorio minato. Mentre Tommy ha la peggio fin da subito, Mike rimane bloccato con un piede su una mina ormai innescata, impossibilitato a compiere anche un solo passo per il timore di saltare in aria. A causa di uno scontro a fuoco che tiene il resto della squadra impegnata altrove, e in vista dell’arrivo imminente di una tempesta di sabbia sulla zona, Mike potrà essere recuperato solo dopo un paio di giorni, due giorni e due notti da incubo durante i quali, immobilizzato, dovrà affrontare la tempesta, il sole implacabile, la disidratazione, le presenze animali che emergono nel deserto notturno, ma soprattutto i propri demoni interiori e l’ironia di un peculiare berbero, Muhammad (Clint Dyer), figura costantemente in bilico tra l’incoraggiamento alla resistenza e la canzonatura. È in questa condizione estrema, sospesa tra immobilità fisica e conflitto interiore, che il film concentra il proprio discorso sul dramma psicologico del protagonista, trasformando l’attesa in un vero e proprio campo di battaglia emotivo.
Il film Mine di Resinaro e Guaglione si regge su (almeno) due anime. La prima è quella del film calato in uno scenario pseudo bellico (di grandi battaglie non ne vediamo) capace di giocare molto bene con la costruzione della tensione che si acuisce nel momento in cui Mike poggia il suo piede su quella maledetta mina. La seconda è quella che scava nel passato del protagonista, nei suoi demoni interiori rendendo tutta la situazione relativa all’impossibilità dell’uomo di compiere ulteriori passi una chiara metafora della condizione di un uomo bloccato nella vita dai suoi traumi mai superati che affondano le radici nei tempi della sua infanzia. Alla fine, seppur lecito, (bisognava pur riempire i tempi di un lungometraggio), l’espediente della metafora è fin troppo didascalico e scoperto, diciamo che in sede di sceneggiatura i due registi non hanno proprio lavorato di fino, c’è però da dire che la tensione, all’interno di una struttura narrativa davvero rischiosa, tiene bene per l’intera durata del film donando a Mine un suo perché, a dispetto anche di ulteriori ingenuità. Tra queste quella abbastanza scontata del soldato umano che manda a monte una missione per non rovinare un matrimonio (elemento che in qualche modo ritorna nel finale), oppure la gestione del personaggio di Tommy, un soldato da cui ci si aspetterebbe un minimo di acume e attenzione in più rispetto a quelli mostrati dal personaggio. Interessante, anche se a tratti irritante, la figura del berbero, una sorta di coscienza, di moto interiore, una figura che potrebbe essere reale come no, una scintilla indisciplinata che spinge Mike, ancora una volta metaforicamente, a fare il classico “one step beyond” di madnessiana memoria. Nel mezzo ci sono poi i ricordi gestiti in flashback, le varie minacce che fanno tentennare Mike ma che allo stesso tempo lo rinforzano, la contrapposizione tra due tipi di pensiero diversi e l’insinuazione che, forse, i problemi che noi ci creiamo sono spesso fondati sul nulla. Tra simbolismi un poco “facili” e un comparto tecnico realmente ben curato (montaggio, fotografia), Mine riesce a tener desta l’attenzione su uno scenario che rischiava di diventar presto molto noioso. Pericolo scampato grazie alla perizia dei due registi, critiche al film tutto sommato parecchio ingenerose.




















































