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domenica 1 ottobre 2023

L'ULTIMO DEI MOHICANI

(The last of the Mohicans di Michael Mann, 1992)

L'ultimo dei Mohicani è uno dei grandi film d'avventura della Storia del cinema ed è anche uno dei massimi esempi dell'utilizzo della dimensione epica da parte di un regista come Michael Mann che sull'epica delle storie ci ha costruito una carriera (non solo su quello ovviamente). Il film di Mann, oltre che al romanzo di James Fenimore Cooper, guarda molto a Il re dei pellirosse diretto da George B. Seitz nel 1936, andandone a riprendere il finale che qui come allora differisce da quello descritto tra le pagine del libro di Cooper (il debito verso il film di Seitz è palesato in maniera limpida da Mann stesso). Valutando le fasi finali del film, sequenze di grande emozione e perizia immaginifica, la scelta di Mann, e quella di Seitz prima di lui, che spinge i due registi a tradire il testo originale, è un importantissimo contributo proprio alla causa dell'epica nel racconto, un risvolto che negli occhi e nella pancia dello spettatore lascia un senso di giustezza, una compiutezza inevitabile seppur raggiunta attraverso la vendetta, la violenza e il sangue. Nei momenti di sacrificio, nei passaggi di epoche al crepuscolo (qui c'è quello di un'intera tribù, il titolo parla chiaro), è qui che il ricordo deve costruirsi, la memoria viene a incidersi per poi perpetrarsi, il gesto diventa epica che diverrà narrazione da tramandare e in questo caso immagine (in movimento) da rinnovare decennio dopo decennio e conservare. In questo, a volte anche a discapito della costruzione della storia, qui molto lineare, Michael Mann è maestro, in equilibrio tra emozioni e fine estetica, studiatissima e sempre indovinata, arriva quasi infallibile a colpire nel segno, aiutato da collaboratori e attori di altissimo livello.

Territori del Nord America, lungo le rive del fiume Hudson; la guerra tra inglesi e francesi di metà 1700 trova le sue propaggini nel nuovo continente. In questo scenario una famiglia di mohicani cerca di condurre la propria esistenza rimanendo al di fuori delle dinamiche venutesi a creare tra i due eserciti, entrambi invasori. Nathan (Daniel Day-Lewis) è di origine inglese ma adottato in tenera età da Chingachgook (Russell Means) e cresciuto insieme al fratello mohicano Uncas (Eric Schweig). Bisognoso di combattenti da opporre all'esercito francese l'esercito britannico, nella persona del tenente Duncan Heyward (Steven Waddington), cerca di reclutare alla causa coloni e nativi della zona, offerta che viene rifiutata da Nathan e dai suoi. Durante uno spostamento verso il forte presieduto dal colonnello Munro (Maurice Roeves) la compagnia di Heyward viene tradita e attaccata da un gruppo di indiani uroni comandati da Magua (Wes Studi) il quale nutre un odio personale nei confronti di Munro. Tra gli assaliti figurano anche le figlie di Munro, Cora (Madeline Stowe) e Alice (Jodhi May), salvatesi solo grazie all'intervento tempestivo della famiglia di Chingachgook. Magua non rinuncerà alle sue prede, Heyward innamorato di Cora inizierà a vedere Nathan come un avversario, gli ultimi rappresentanti del popolo dei mohicani si troveranno così invischiati in una guerra che avrebbero voluto evitare a tutti i costi.

Oltre alla costruzione di momenti e situazioni tesi a esaltare l'epica del racconto, Mann lavora molto bene sul paesaggio e sui movimenti dei protagonisti. La prima e l'ultima sequenza si parlano da vicino: la prima è ingannevole, ci sembra di entrare nel film già in piena battaglia con un Daniel-Day Lewis impegnato insieme ai suoi compagni in un inseguimento, forse in una fuga, lanciati a rotta di collo nei boschi di una natura fotografata in modo sapiente dal friulano Dante Spinotti; in realtà quello a cui assistiamo è una caccia al cervo, le battaglie saranno di là da venire. L'ultima sequenza invece, girata su un costone di montagna, porterà al confronto finale, al culmine di quella sensibilità "manniana" che pervade l'intera sua filmografia, anche qui si palesa un piccolo inganno, uno di cui lo spettatore facilmente si è autoconvinto, l'ultimo dei mohicani non è il nostro protagonista, seppur di diritto appartenente alla tribù, bensì il suo padre adottivo. L'ultima sequenza è magistrale, tesa, emozionante, e se si ricorda il confronto finale tra gli esponenti delle due tribù rivali, mohicani e uroni, non è da meno quello breve tra la giovane Alice e Magua, un confronto dal quale il capo indiano esce inevitabilmente deprivato del suo valore, sminuito nella sua persona. Nel mezzo una storia d'amore abbastanza canonica ma impreziosita dall'ottimo affiatamento di tutti gli interpreti. Piccola curiosità: nessuno degli interpreti indiati ha discendenza dal popolo dei mohicani; Russell Means è un lakotah ed è stato anche un importante attivista per i diritti della sua gente, Wes Studi è di origini cherokee mentre Eric Schweig conta discendenze chippewa. A chiudere il tutto una bella colonna sonora con uno di quei temi che si ricordano per un film che resterà a futura memoria.

martedì 12 luglio 2022

BLACKHAT

(di Michael Mann, 2015)

Per inquadrare Blackhat, a oggi ultimo film realizzato da Michael Mann, potremmo partire dalle reazioni suscitate nella critica al momento della sua uscita. All'epoca l'attesa per il nuovo film di Mann era alle stelle, il precedente Nemico pubblico, biografia di John Dillinger interpretato da Johnny Depp, risaliva infatti a sei anni prima, la voce insistente che proprio Blackhat potesse essere l'ultimo film di Mann aumentava le palpitazioni di molti, il flop commerciale che il film purtroppo si rivelò potrebbe aver portato in effetti il regista verso la conferma di questa decisione: Blackhat al botteghino non riuscì a recuperare nemmeno un terzo dei 70 milioni di dollari spesi per la sua realizzazione. Le critiche positive arrivano in larga parte dal nostro paese (o così dice wikipedia) e in effetti recuperando alcune recensioni nostrane si legge tra le righe (e non solo) parecchio entusiasmo per questo ritorno di Mann, a parere di chi scrive legato più al ritorno in sé di un regista di indubbio talento e molto apprezzato dalle penne nostrane, che non alla reale riuscita di questa sua ultima opera sui meriti della quale ci si potrebbe tranquillamente mettere a sedere e discuterne. Ciò che interessa di Blackhat è il lavoro di Mann, la sua idea di come un film debba essere realizzato, il suo insistere sull'afflato epico dei personaggi, il modo di calcare alcuni dialoghi in bilico tra il memorabile e l'inverosimile, la sua cifra stilistica; la storia viene poi dopo, a un livello sussidiario, in questo caso specifico anche parecchio dopo.

Un hacker misterioso riesce tramite un virus informatico dal codice intricato a creare un blocco di sistema con conseguente esplosione di un reattore nucleare a Hong Kong, danni tutto sommato limitati ma minaccia molto seria. Poche ore dopo lo stesso codice viene isolato dopo un attacco alla borsa di Chicago che fa schizzare alle stelle il prezzo della soia, operazione dalla quale qualche misterioso manipolatore trarrà vantaggio. Sia le autorità americane che quelle cinesi schierano le loro squadre a caccia dell'hacker, per l'F.B.I. indaga l'agente Carol Barrett (Viola Davis), per la sezione informatica cinese il capitano Chen Dawai (Leehom Wang) insieme alla sorella Lien (Tang Wei), un'esperta analista di rete. Chen intuisce che buona parte del codice è mutuato da un vecchio lavoro di un suo compagno d'università ai tempi in cui studiavano insieme al M.I.T., Nicholas Hathaway (Chris Hemsworth), al momento detenuto nelle carceri statunitensi per una truffa milionaria sulle carte di credito. Sarà proprio Hathaway l'unica speranza di F.B.I. e sezione informatica cinese di venire a capo della faccenda, un losco affare che sembra ben lungi dal suo termine. Così Hathaway, in cambio dell'amnistia totale per i suoi crimini in caso di riuscita, si mette sulle tracce di questo inafferrabile hacker che non si dimostrerà solo essere un criminale "da salotto" bensì la testa di un'organizzazione non sprovvista di un suo braccio armato e che non esiterà nel metterlo in campo alla bisogna.

L'impressione che si ha guardando Blackhat è che in fondo a Michael Mann di costruire un discorso sulle minacce moderne, sull'utilizzo improprio delle tecnologie e sui rischi che tutti stiamo correndo affidandoci sempre più a rete, app e compagnia bella, non gliene importi proprio nulla. È solo un altro scenario, sono altri anni, è un altro contesto, tutto accessorio e funzionale all'idea di cinema di un regista che in realtà non ha più nulla da dimostrare a nessuno. Ciò che importa è la messa in scena, il rapportarsi dei personaggi tra di loro, con l'inquadratura e anche con le aspettative degli spettatori più fedeli a Mann, uno che è in giro dai tempi di Miami Vice (il telefilm, ne era il produttore ma influì in maniera sostanziale sulla realizzazione). L'incedere elegante e cool di Hemsworth, il legame subitaneo del suo personaggio con Lien, le splendide riprese degli esterni, dei notturni delle città, l'epicità della scena madre, la maestria con cui è realizzata la sequenza dell'irruzione, la forza dei personaggi di contorno, l'ottima Viola Davis dura quanto la sua Amanda Waller altrove interpretata, sono tutti elementi ricercati e costruiti da un regista che permettono a una storia esile, seppur ben delineata, di scorrere da sola in maniera naturale. Prima di scrivere queste righe mi sono confrontato sulla trama del film con una persona che lo vide tempo fa e del quale oggi non serba memoria di nessun passaggio di trama, perché in fondo qui questa è accessoria, è quella di un action come tanti, virato al digitale (con sequenze ad hoc tra le meno interessanti del film) ma classico nell'animo. L'idea finale è che in ultima analisi, qualche tempo dopo la visione, di Blackhat non importerà più nulla a nessuno, della camera e dello stile di Michael Mann invece sì, anche se questo forse non basterà per farci avere altre opere del regista di Chicago. Speriamo di sbagliarci.

lunedì 6 gennaio 2020

NEMICO PUBBLICO

(Public enemies di Michael Mann, 2009)

Michael Mann con Nemico pubblico ricostruisce l'epica del gangster movie ambientato negli anni della Grande Depressione, lo fa scegliendo di raccontare le vicende di John Dillinger, figura più volte narrata al Cinema anche da registi di peso, vedi il Dillinger di John Milius del 1973 ad esempio. È proprio l'afflato epico a caratterizzare il film di Mann che ammanta di romanticismo la figura del bandito, a partire dalla scelta di Johnny Depp per interpretare il protagonista, attore notoriamente incline a suscitare il fascino del pubblico non solo femminile. Sotto i riflettori anche l'intensa storia d'amore di Dillinger con la bellissima (almeno nell'interpretazione della Cotillard) Billie Frechette, ragazza di umili origini disposta a correre più di un rischio per quello che diverrà fuor d'ogni ombra di dubbio il "suo" uomo. E ancora, la figura del rapinatore di banche viene resa mitica agli occhi dell'opinione pubblica anche dalla stampa, la gente dell'epoca vedeva in Dillinger una sorta di simpatico e affascinante Robin Hood che rapinava solo i ricchi (le banche) pur senza avere lo scopo di donare ai poveri, che perlomeno non erano l'obiettivo delle sue mire (il vero Dillinger pare bruciasse i registri dove erano conservati i debiti dei poveracci liberandoli dai loro obblighi). Il confronto tra la banda di rapinatori e la task force creata per metter loro il sale sulla coda, la nemesi avvincente personificata nell'agente speciale Melvin Purvis (Christian Bale), sono il tocco finale per la costruzione del perfetto film hollywoodiano, graziato anche da un lavoro su costumi, fotografia e scenografie da mozzare il fiato. Ciliegina sulla torta, dietro la camera c'è Michael Mann e non servirebbe aggiungere altro.


Esteticamente perfetto, anche dal punto di vista della narrazione il film di Mann inquadra John Dillinger come effettivamente era percepito all'epoca dei fatti messi in scena, la visione romantica ed epica della vicenda rispecchia l'indole non violenta del bandito, vanificata in parte dall'alleanza con il privo di scrupoli Baby Face Nelson (Stephen Graham), e quella motivata da esigenze opportunistiche di un giovane J. Edgar Hoover (Billy Crudrup) di farsi un nome e di ottenere fondi e credito per la sua organizzazione: il Federal Bureau of Investigation. A questo scopo sulla tracce di Dillinger, eletto nemico pubblico n. 1, metterà il suo agente migliore, Melvin Purvis, al quale affiancherà su precisa richiesta dello stesso agente un paio di mastini davvero tosti tra i quali il fondamentale Charles Winstead (Stephen Lang). Sono proprio questi personaggi di contorno a donare vivacità e profondità a una storia nota, trattata già da Milius con maggiore durezza e senza ricorrere all'epica criminale, resta da vedere quale delle due versioni sia la più adesa alla realtà, indubbiamente il film di Mann è capace di conciliarsi meglio con il grande pubblico, offrendo quella narrazione coinvolgente e spedita, capace di catturare l'attenzione di chiunque, che il film di Milius non aveva.

Interessante assistere all'ascesa dei G-men del Bureau, ai loro metodi violenti almeno quanto quelli dei banditi, vedere l'utilizzo della stampa al fine di montare il caso e procurare pubblicità all'operato dei federali, così come è interessante capire il ruolo che già allora era dominante della malavita organizzata che non voleva fastidi dalle operazioni di un singolo cane sciolto come poteva essere Dillinger, ancor più se capace di catalizzare le attenzioni di stampa e autorità. A conti fatti Nemico pubblico è quello che ci si aspetterebbe da un film di Hollywood di alto profilo che può contare su maestranze di livello e un cast di primo piano, più facile centrare il bersaglio che sbagliare con determinati nomi coinvolti in un progetto.

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