mercoledì 24 giugno 2026

SHARKNADO

(di Anthony Ferrante, 2013)

Se andate su Google e cercate le parole “so bad it’s good”, definizione citata su Wikipedia a proposito di Sharknado, il risultato che otterrete sarà più o meno il seguente: Il termine "so bad it's good" descrive un'opera (un film, un libro o una serie TV) di scarsa qualità tecnica o narrativa che, tuttavia, risulta estremamente divertente o affascinante proprio per via dei suoi difetti, dei suoi cliché o della sua assurdità. È più o meno quello che nel linguaggio comune affermiamo quando diciamo cose come: “è talmente brutto da fare il giro”, intendendo che si arriva a livelli tali di trash, idiozia o cattivo gusto che la porcheria che stiamo guardando fa talmente schifo da sembrarci in qualche modo apprezzabile, ridanciana o almeno divertente. Tutto ciò giusto per creare un minimo di introduzione, sappiamo che queste cose le sapete benissimo anche voi. La questione qui potrebbe essere… ma davvero Sharknado è così brutto da fare il giro? Intendiamoci, il film di Ferrante per essere brutto è brutto, non ci sono dubbi, è pure brutto forte, lo possiamo affermare senza tanti giri di parole. Ma davvero fa il giro? A parere di chi scrive no, Sharknado è brutto e brutto rimane, non fa nessun giro, non è che dobbiamo per forza rivalutare qualsiasi cagata l’industria del cinema (della televisione in realtà, Sharknado nasce come film tv) decida di proporci, non siamo obbligati a farlo, nemmeno quando il prodotto arriva dall’Asylum di Burbank. C’è però da dire che di fronte ad alcuni passaggi del film è quasi impossibile non farsi una bella risata, non perché Sharknado “faccia il giro”, lo ribadisco; se non l’avete ancora visto e deciderete di dargli una possibilità andrete a vedere un film brutto, non c’è santo che tenga, però qualche risata indubbiamente ve la farete.



Piovono squali (invece che polpette), assioma idiota sul quale si fonda il successo della saga di cui Sharknado è il capostipite e che darà alla luce ben cinque sequel. Los Angeles, una sorta di “tempesta del secolo” spinge a riva frotte di squali che semineranno il terrore come nemmeno Spielberg. A opporsi all’invasione delle fameliche creature non ci sono lo sceriffo e le forze dell’ordine ma un surfista belloccio gestore di un bar (Finley, interpretato dall’ex Beverly Hills Ian Ziering), la sua dipendente Nova (Cassie Scerbo) e il loro amico Baz (Jaason Simmons). La peculiarità della situazione è data dal fatto che gli squali non solo arrivano dal mare, ma piovono anche dal cielo, trasportati dai vortici creati da questa “super tempesta mai vista prima”, giungendo a terra, ovviamente vivi e vegeti, e pronti a staccare arti e teste a morsi ai malcapitati abitanti di L.A. Capita però che a L.A. ci siano anche l’ex moglie di Fin, l’inacidita April (Tara Reid), sua figlia Claudia (Aubrey Peeples) e suo figlio Matt (Chuck Hittinger). Urge ovviamente un bel salvataggio in stile “arriva la cavalleria”, come ci ha insegnato John Ford che, per fortuna, aveva in testa cose ben diverse da questo Sharknado.



È probabile che Sharknado non sia nemmeno il film più brutto prodotto dai tipi di Asylum. Ovviamente è un film che non nasce per essere valutato con gli stessi metri di giudizio che useremmo per parlare di film che vengono presentati nel circuito festivaliero o semplicemente che vengono costruiti con l’idea semplice di “fare un buon film”. Sharknado nasce per essere un “cazzatone” e tale rimane, in alcuni momenti è anche divertente per quanto è idiota. Prendiamo ad esempio la scena dove uno squalo piomba in terra, rimbalza e lascia un’impronta sull’asfalto talmente precisa da sembrare un tombino in ghisa a forma dell’animale, è una roba talmente cretina che non si può non ridere. Stessa cosa per gli atterraggi belli precisi sui passanti sfortunati, per lo squalo abbarbicato sul tettuccio dell’auto che ne mastica la lamiera, per l’ingresso del protagonista all’interno di una delle creature neanche fosse Geppetto, e per tutta una serie di fesserie simili. Purtroppo nella costruzione dei personaggi Ferrante, o chi per lui, ha anche la pretesa di creare la sottotrama drammatica: il divorzio, la lontananza dai figli, il nonno ucciso dagli squali, il tutto interpretato da gente come Ziering che, voglio dire… Gli effetti speciali sono al limite del guardabile (come fotografia, regia, ecc.), eppure il pubblico ha decretato per questa saga un discreto successo. Perché? Insomma, se le cose eccessivamente cretine, realizzate male (forse anche volontariamente) vi fanno ridere, Sharknado è quel che fa per voi, altrimenti il film di Ferrante rimane solo un film davvero molto, molto brutto.

sabato 20 giugno 2026

PER UNO SOLO DEI MIEI DUE OCCHI

(Nekam achat mishtey eynay, di Avi Mograbi, 2005)

Documentari come Per uno solo dei miei due occhi sembrano, purtroppo, essere sempre opere di grande attualità; nonostante il film del regista israeliano Avi Mograbi sia stato prodotto ormai più di vent’anni fa, se guardiamo la situazione internazionale, focalizzandoci sulla Striscia di Gaza, in fin dei conti sembra di essere ancora fermi lì, anzi, sembra che le cose siano oggi decisamente peggiorate. La razza umana non impara proprio mai, ci vuole davvero poco a rendersene conto. Era il 2005, si era alla fine della seconda intifada, in un periodo in cui tra i vertici dei popoli israeliano e palestinese figuravano rispettivamente Ariel Sharon e Yasser Arafat. Mograbi, israeliano, mostra come il suo stesso popolo, il suo esercito, i suoi governanti, adottino nei confronti del popolo palestinese, non soltanto come risposta alla serie di attacchi terroristici che in quegli anni costarono la vita a numerosi civili israeliani, un atteggiamento prepotente e punitivo. Attraverso le parole di un suo amico palestinese, il regista ci lascia intendere con buona dose di chiarezza come il comportamento sistematico di Israele stesse portando moltissimi giovani palestinesi a radicalizzarsi e a cercare una soluzione violenta al conflitto con gli israeliani. Perché quando rendono la tua vita impossibile, quando ti tolgono tutto ciò per cui vale la pena vivere, quale può essere la paura di morire in un attentato suicida? Quale può essere il motivo capace di impedire a un giovane di compiere l’insano gesto? È la conseguenza della stupida convinzione che solo la propria vita conti, che solo la propria gente conti, che solo la propria cultura conti, che solo la propria religione conti, che solo la propria terra conti, e che il resto sia tutto senza valore, comprese le vite degli altri.

Sono tre le linee del racconto che il documentarista Avi Mograbi decide di seguire per costruire il suo film. La prima è legata ai miti di Israele come quello di Sansone e quello di Masada. Gruppi di israeliani predicano ad ascoltatori diversi, spesso gruppi di giovani, facendo riferimento all’episodio in cui Sansone, accecato dai filistei, chiede a Dio di dargli la forza per abbattere il tempio in cui è imprigionato facendo così morire, insieme a lui, tutti i suoi nemici. È in questa occasione che Sansone pronuncia la frase “per uno solo dei miei due occhi”. Altro racconto ricorrente è quello degli occupanti la fortezza di Masada che resistettero a un lungo assedio da parte dell’esercito romano e, una volta vistisi sconfitti, decisero di togliersi la vita piuttosto che sottomettersi all’invasore. Sono miti che alimentano la spirale di violenza e vendetta, in particolar modo quello di Sansone, che impedisce  alla terra abitata da israeliani e palestinesi di trovare pace. Al torto, alla violenza, si risponde con atti estremi, con altra violenza, cosa che per un Paese meglio armato ed economicamente più avanzato come quello di Israele, diventa viatico di prepotenze e vessazioni sulla gente di Palestina, anche tutta quella estranea ad atti violenti. La seconda linea narrativa è proprio questa, le condizioni di vita impossibili a cui sono costretti i palestinesi da parte dell’esercito israeliano: confini chiusi, bambini impossibilitati a tornare a casa da scuola, ambulanze che non riescono a soccorrere donne in difficoltà, abusi e prepotenze perpetrate con pretesti vari e di poco conto. Tutta l’amarezza del palestinese medio traspare sia dalle immagini sia dalla terza linea narrativa, quella focalizzata sulle telefonate tra Mograbi e un suo caro amico palestinese, stanco della vita, pronto alla morte pur di liberarsi da questo strazio a cui Israele ha condannato il suo popolo.


Mograbi chiude il suo documentario con una bellissima dedica che è anche, in qualche modo, un augurio per il futuro: “A mio figlio e ai suoi amici che rifiutano di imparare ad uccidere”. È un augurio che purtroppo molti, come abbiamo avuto modo di constatare, non hanno colto, la terra di Palestina continua a essere martoriata dall’odio e dalla violenza. Mograbi attraversa con calma il suo documentario, fino al finale quando una giusta collera lo assale e lo porta a inveire con toni più accesi contro rappresentanti ottusi dell’esercito del suo stesso Paese. Il primo piano su una bambina che piange esausta, forse scelta facile, colpisce più di tanto altro, ma in fondo dietro le scelte di spietata politica internazionale e di odio etnico, ci sono persone, bambini, a cui è impedito vivere, tutto ciò Per uno solo dei miei due occhi non ha paura di mostrarlo.

sabato 13 giugno 2026

IL MASSACRO DI FORT APACHE

(Fort Apache di John Ford, 1948)

Dell’importanza della figura di John Ford per quel che riguarda il western e il cinema classico americano, abbiamo già parlato in occasione del pezzo su Ombre rosse, film che precede cronologicamente Il massacro di Fort Apache di circa un decennio. Come per il film precedente, anche qui Ford è consapevole di star rovistando nella materia del mito più che in quella della Storia o della mera cronaca. Il massacro di Fort Apache è ispirato alle gesta del Generale Custer e alla disfatta terribile subita dalla cavalleria americana durante la battaglia di Little Bighorn per mano di un’alleanza di tribù di nativi americani. Se in Ombre rosse, al di là della trama avventurosa e sentimentale, si assisteva a un’interessante riflessione sulle classi sociali e sulla civilizzazione di un territorio ancora libero da troppi vincoli e regolamenti, ne Il massacro di Fort Apache Ford si concentra sui valori della collaborazione, della comunità, dello spirito di corpo, dell’amicizia e dell’appartenenza (anche quando questa deve coprire qualcosa di profondamente sbagliato). Nonostante la scelta, se vogliamo anche discutibile, che il personaggio interpretato da John Wayne prende sul finale del film, sembrano abbastanza campate per aria le rimostranze mosse al film di Ford, a detta di qualcuno propagandistico e finanche poco ricevibile. Al contrario si vede qui una delle prime significative aperture nei confronti del popolo nativo, corrotto e traviato dalle cattive abitudini e dall’opportunismo dei bianchi (nella fattispecie il responsabile degli affari indiani Silas Meacham), così come le colpe dello scontro che porteranno al massacro finale ricadono in larga misura sul colonnello Turner dell’esercito degli Stati Uniti e non sugli indiani di Cochise (Miguel Inclán).

A Fort Apache giunge il tenente colonnello Owen Turner (Henry Fonda), ufficiale inflessibile e ambizioso, destinato ad assumere il comando del presidio dopo una carriera compromessa da precedenti insuccessi. Questi è accompagnato dalla giovane figlia Philadelphia (Shirley Temple) che ben presto prenderà in simpatia il giovane tenente Michael O'Rourke (John Agar), rapporto fin da subito ostacolato da Turner. La vita del forte scorre secondo ritmi pacati fatti di abitudini quotidiane e rapporti di amicizia e collaborazione tra i soldati e relative famiglie: l'addestramento delle reclute, le esercitazioni, i momenti di svago, le cerimonie e i rapporti con gli ufficiali. Quando le tensioni con gli Apache guidati da Cochise si intensificano, Turner sceglie la via dello scontro, ignorando sia l'esperienza del capitano Kirby York (John Wayne) sia i suoi ragionevoli tentativi di mediazione. L'ostinazione dell'ufficiale finirà per trascinare i suoi uomini verso una tragedia annunciata, trasformando una sconfitta militare in una leggenda destinata a sopravvivere ben oltre la portata dei fatti reali.

Con Il massacro di Fort Apache John Ford inaugura quella che verrà definita la "trilogia della cavalleria", completata da I cavalieri del Nord Ovest e Rio Bravo. Pur senza rinunciare alla dimensione epica, Ford introduce uno sguardo più onesto nei confronti dei nativi americani, rappresentati con una dignità insolita per il western dell'epoca. Cochise e i suoi uomini non sono semplicemente una minaccia da eliminare, ma interlocutori con cui sarebbe possibile trovare un accordo, prospettiva caldeggiata dal personaggio equilibrato di John Wayne, resa vana dall'orgoglio votato al riscatto del Turner interpretato da Henry Fonda che offre forse l'interpretazione più memorabile del film, costruendo un personaggio rigido e tragico che finisce per oscurare persino la presenza rassicurante di John Wayne, qui investito soprattutto di una funzione morale. Ford sembra dividere il film in due parti, dove la prima è dedicata alla presentazione dei personaggi, al nascere delle simpatie tra Philadelphia e O’Rourke, all’addestramento dei soldati ritratto a più riprese in chiave comica e a tutto ciò che riguarda la vita del forte e i legami tra uomini onesti e di valore. La seconda è dedicata allo scontro, alle dinamiche sequenze d’azione e alle conseguenze di una scelta scellerata che, e qui sta il nocciolo da cui nascono le critiche, il capitano Kirby York decide di “coprire”. È quello spirito di corpo che, quando non gestito adeguatamente, crea mostri e disastri, lo vediamo accadere ancora oggi in seno alle forze dell’ordine. Sul piano visivo Ford trova nella Monument Valley uno scenario ancora una volta fondamentale, valorizzato dalla fotografia di Archie Stout, che conferisce agli esterni una qualità quasi pittorica. L'alternanza tra campi lunghi, totali e primi piani contribuisce inoltre a mettere in relazione il destino dei singoli con la vastità del paesaggio e con il movimento della Storia, in uno dei western più complessi e ambigui del regista, capace di celebrare il mito della cavalleria e al tempo stesso di interrogarsi criticamente sulle sue conseguenze.

giovedì 11 giugno 2026

GALANTUOMINI

(di Edoardo Winspeare, 2008)

Nel corso della sua carriera, Edoardo Winspeare è riuscito a costruire un rapporto talmente stretto con la sua terra d’origine da renderla qualcosa di più di una semplice ambientazione. Non è una questione meramente geografica: non è solo l’atto del piazzare una macchina da presa in un luogo specifico per poterne rivendicare l’appartenenza; è piuttosto la capacità manifesta di cogliere le trasformazioni di un territorio, di registrarne le ferite, le contraddizioni, i cambiamenti sociali e culturali. In questo senso il Salento di Edoardo Winspeare non è molto diverso dalla Roma di Pasolini o da certe periferie laziali raccontate dai fratelli D’Innocenzo (giusto per rimanere in Italia): territori che diventano progressivamente luoghi dell'anima. Galantuomini arriva nel 2008, dopo lavori come Pizzicata e Sangue vivo, e mostra un volto della Puglia molto distante dall’immagine da cartolina che in altre opere è stato venduta e poi consumata a beneficio del turismo di massa (anche grazie alla crescente esposizione cinematografica e televisiva della regione). Il Salento raccontato da Winspeare è un territorio attraversato da tensioni profonde, un luogo nel quale la criminalità organizzata ha ormai smesso di essere un problema distante e marginale per diventare parte integrante della realtà quotidiana. Meno nota delle più cinematografiche Mafia e Camorra, la Sacra Corona Unita assurge qui a protagonista di un racconto attraversato da violenza, ambiguità morali e da quella peculiare ingenuità provinciale che Winspeare coglie con notevole precisione. Ne nasce un film riuscito, personale e più complesso di quanto una prima visione possa lasciar intuire.

Ignazio (Fabrizio Gifuni), Lucia (Donatella Finocchiaro) e Fabio (Lamberto Probo) sono tre amici cresciuti insieme nelle estati assolate della Lecce degli anni Sessanta. Circa tre decenni dopo, Ignazio è diventato un magistrato ed è tornato nella sua terra dopo anni trascorsi al Nord. Lucia, per la quale Ignazio ha sempre avuto un debole, è diventata, all’insaputa dei suoi amici, una figura importante all'interno della Sacra Corona Unita. Fabio, caduto nel vizio della droga, morirà tragicamente a causa di una dose fatale. La morte dell’amico, unita al suo profondo senso di giustizia, porterà Ignazio a indagare sul traffico di droga nel leccese e su alcune morti legate all’eroina e alla criminalità organizzata, affiancato dalla sua collaboratrice Laura Muratori (Gioia Spaziani). Durante le indagini il magistrato si avvicinerà alla sua vecchia amica per la quale si riaccende la fiamma di un amore mai del tutto scomparso, ma le vite che hanno scelto di condurre e i principi che le guidano finiranno inevitabilmente per entrare in collisione una volta che le carte saranno finalmente scoperte.

Quella di Galantuomini è una struttura narrativa che potrebbe facilmente prestarsi ai meccanismi del poliziesco o del film giudiziario, ma Winspeare, per fortuna, sembra interessato ad altro. La criminalità, pur importante, non costituisce il vero centro emotivo dell'opera; ciò che interessa al regista è osservare il modo in cui il tempo modifica persone, rapporti e prospettive, lasciando dietro di sé un senso di occasione mancata che attraversa l'intero racconto. Da questo punto di vista Galantuomini è una storia sentimentale travestita da crime movie. Lo sguardo del regista torna continuamente ai suoi protagonisti, a quel legame nato nell'infanzia e mai realmente spezzato, nemmeno quando le scelte di vita li hanno collocati su fronti apparentemente inconciliabili, addirittura opposti. È proprio questa tensione tra sentimento e dovere, tra passato e presente, a fornire al film i suoi momenti migliori. Anche la scelta degli interpreti si rivela particolarmente felice. Fabrizio Gifuni e Donatella Finocchiaro riescono a dare corpo a personaggi la cui forza sta nell'essere uomini e donne prima ancora che rappresentanti della legge o del crimine, individui che portano addosso il peso delle proprie decisioni e delle proprie rinunce. Laddove molto cinema italiano sull'argomento ha spesso privilegiato la dimensione spettacolare della violenza o la ricostruzione giornalistica del fenomeno criminoso, Winspeare sembra cercare una strada diversa, più intima e malinconica. Galantuomini ci parla di criminalità organizzata, ma forse ancor di più della fine dell'innocenza, di una generazione che si ritrova adulta in un luogo che nel frattempo è cambiato, in peggio, rompendo sogni, aspettative, legami e in fin dei conti anche cuori. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un'opera sincera, profondamente legata alla propria terra e capace di raccontarne le trasformazioni senza indulgere né nel folklore né nella retorica. E forse è proprio questo l'aspetto più interessante del cinema di Winspeare: la consapevolezza che l'amore per un luogo non coincida necessariamente con la sua celebrazione. Talvolta significa anche avere il coraggio di guardarne le ferite, accettando che raccontarle sia l'unico modo possibile per continuare a sentire quel luogo come casa propria.

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