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mercoledì 22 gennaio 2025

MISHIMA - UNA VITA IN QUATTRO CAPITOLI

(Mishima: A life in four chapters di Paul Schrader, 1985)

Con Mishima - Una vita in quattro capitoli il regista Paul Schrader compie un'operazione di ricostruzione biografica di grande valore e allo stesso tempo parecchio complessa la cui fruizione richiede una non trascurabile dose di impegno e attenzione. Nel mettere in scena episodi della vita e dell'arte di Yukio Mishima (vero nome Kimitake Hiraoka), probabilmente il più importante scrittore giapponese dello scorso secolo, Schrader esula dalla struttura di quello che potrebbe oggi essere considerato un classico e convenzionale biopic; il regista del Michigan sceglie invece di attingere a materiale contenuto in tre delle opere più significative di Mishima per mettere in scena i primi tre dei quattro capitoli totali ai quali il titolo del film fa riferimento, realizzando poi un segmento più puramente biografico, quello intitolato Armonia tra penna e spada (sottotitolo rivelatore) che narra l'episodio culmine della vita di Yukio Mishima; anche alcuni dei passaggi legati al privato del protagonista, come quelli che ci mostrano l'infanzia dello scrittore, poggiano su basi letterarie in quanto vicini al romanzo autobiografico scritto dallo stesso Mishima e intitolato Confessioni di una maschera. Gli altri tre segmenti del film, dai titoli Bellezza, Arte e Azione, si rifanno invece a romanzi scritti da Mishima nel corso degli anni, rispettivamente Il padiglione d'oro (1956), La casa di Kyōko (1959) e infine Cavalli in fuga (1969). C'è dietro l'opera di Schrader uno studio mirato e importante dell'opera e della figura, non facile e parecchio controversa, di un artista (non solo scrittore) ancora oggi divisivo e dibattuto.

Un ancora piccolo Yukio Mishima (Yuki Nagahara) è costretto a crescere con la nonna lontano da sua madre in uno stato di isolamento quasi completo; nel crescere Mishima sarà privato del rapporto con gli altri ma verrà egualmente spinto alla conoscenza, alla cultura e all'apprezzamento del bello. Alla narrazione dei ricordi d'infanzia dello scrittore e a quella delle ultime giornate di vita di Mishima (Ken Ogata), narrate soprattutto nel segmento Armonia tra penna e spada, si alternano le narrazioni che si rifanno ai romanzi sopra citati. In Bellezza il giovane e poco piacente novizio Mizoguchi (Yasosuke Bando), afflitto da un forte difetto di balbuzie, cresce nel mito della bellezza perfetta del Padiglione d'oro; il contrasto tra questa perfezione e la sua condizione disagiata blocca il giovane Mizoguchi nei sentimenti e soprattutto nei rapporti con le donne. Per ovviare a questa situazione, nella mente del ragazzo sembra prendere forma l'idea che solo la distruzione di una bellezza perfetta possa liberarlo dalla sua condizione. Nel segmento che va sotto il nome di Arte il protagonista è un giovane attore, Osamu (Kenji Sawada), anch'egli ossessionato dalla bellezza e dal culto del corpo, un'ideale che non ritrova in sé stesso quando si guarda allo specchio; accetterà una relazione con Kyomi (Reisen Lee), una donna più anziana che lo instraderà a pratiche sadomasochistiche che deturperanno il suo corpo fino alle estreme conseguenze. In Azione il giovane Isao (Toshiyuki Nagashima) è pronto a sacrificare sé stesso, fino ad arrivare a mettere in pratica il seppuku, il suicidio rituale del samurai, pur di difendere l'idea di un Giappone tradizionale e contrastarne le invadenti derive capitaliste.

Pur essendo lontano dall'idea di spettacolo che potremmo avere del cinema in occidente, Mishima - Una vita in quattro capitoli è prodotto da George Lucas e Francis Ford Coppola, all'apparenza poco accomunabili all'idea di cinema di Schrader. Sotto il punto di vista formale il regista confeziona un film di impeccabile eleganza, alternando il bianco e nero pulito e rigoroso nella narrazione dell'infanzia del protagonista a set teatrali essenziali, ricavati dall'uso di quinte e paraventi, ripresi con inquadrature studiate e minuziose, ricorrendo anche a simboli di intensa bellezza come la ripresa al sole nascente sul finale del film, segno forse di speranza per un'eventuale rinascita di ideali spezzati, una rinascita che Mishima auspicava fino al punto di compiere su sé stesso l'estremo gesto nella speranza che questo potesse aprire a riflessioni un popolo che evidentemente lo scrittore giapponese iniziava a considerare irrimediabilmente decadente e compromesso. Lungo la durata del film, come nel corso della vita di Mishima, ricorrono diversi temi spesso volti all'idealizzazione della morte, vista come veicolo per raggiungere un fine, lanciare e lasciare un messaggio fatto di parole inascoltate. Quella di Mishima è stata una figura controversa, quella di un uomo rivolto al passato di un Giappone forte e glorioso e ostile al Paese come lo vedeva nella sua contemporaneità, fu accostato in vita anche a ideologie fasciste, più probabilmente Mishima fu un passatista un poco fuori dal suo tempo, legato più all'onore del codice del samurai che ad altro, ossessionato dall'arte, dalla vita come forma d'arte ma anche dalla morte come atto d'arte finale e supremo. Una vita in quattro capitoli si propone come biografia anomala, originale, pregna di contenuti affatto superficiali e scontati, non immediata ma indubbiamente molto riuscita.

domenica 17 maggio 2015

AFFLICTION

(di Paul Schrader, 1998)

Afflizione: stato di tristezza e di angustia cagionato da dolori soprattutto dell'animo (diz. Treccani).

E' l'animo di Wade Whitehouse (Nick Nolte) ad essere afflitto, un'afflizione palesata sullo schermo non solo dalla prova d'attore di un Nolte ispirato ma anche dal paesaggio costantemente innevato e freddo del New Hampshire e dallo score musicale che amplifica i sentimenti cercati da Paul Schrader nella realizzazione della pellicola.

L'inadeguatezza nell'assolvere i compiti necessari per diventare una figura paterna di riferimento è uno dei grossi problemi interiorizzati, con tutte le problematiche che ne conseguono, da Wade. La figlia Jill non desidera passare del tempo con lui, rifugiandosi nella nuova vita della madre Lillian (Mary Beth Hurt), ex moglie di Wade. Allo stesso tempo anche nel ruolo di figlio Wade non si sente sereno, i suoi ricordi spesso tornano al padre violento (James Coburn) e alle prepotenze subite da lui e dal fratello Rolfe (Willem Dafoe) dal gretto genitore in preda ai fumi dell'alcol.

A tenere in carreggiata Wade ci sono il lavoro da poliziotto nella piccola cittadina in cui abita e la relazione con la cameriera Margie (Sissy Spacek). Poi la morte sospetta del sindacalista Twombley (Sean McCann), personaggio scomodo deceduto incidentalmente durante una battuta di caccia, insinua un tarlo nella mente di Wade alimentato anche dal parere del fratello Rolfe.

Più che la vicenda dell'incidente a Schrader interessano le tensioni, gli uomini e le loro sofferenze, le inadeguatezze, i sentimenti, il malessere di vite imperfette, forse troppo. E proprio questo è l'aspetto più interessante del film, un aspetto sottolineato bene da attori in gran forma (Coburn vinse anche l'oscar al miglior attore non protagonista) e da una narrazione densa e molto trattenuta, ovattata come l'atmosfera invernale del New Hampshire.

Nonostante il nome di Paul Schrader torni spesso dove si parla di cinema, finora lo conoscevo più come sceneggiatore (Taxi driver, Toro scatenato, Al di là della vita limitandoci ai titoli scorsesiani) che non come regista. Affliction è un film di quelli che sembrano presentare storie vere (in fondo di deviazioni dalla routine consolidata per abbracciare derive tragiche sono pieni i telegiornali ogni giorno), un film di quelli passati sotto silenzio che chissà in tv quando è possibile vedere, un film d'attori, di dialoghi, un film se possibile da recuperare.


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