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domenica 25 agosto 2024

CRIME AND PUNISHMENT - DELITTO E CASTIGO

(Rikos ja rangaistus di Aki Kaurismaki, 1983)

È con un certo coraggio che un giovane Aki Kaurismaki debutta alla regia nel lungometraggio di finzione; il regista all'epoca ventiseienne sceglie di realizzare come sua opera prima niente meno che l'adattamento di uno dei più importanti romanzi dell'autore russo Fëdor Dostoevskij: Delitto e castigo. Il regista finlandese decide di abbandonare l'ambientazione storica e le terre di Russia per trasportare il racconto all'era contemporanea (si era nel 1983 al momento delle riprese) in una Helsinki moderna nella quale si muove il nostro protagonista che perde il nome di Rodion Romanovič Raskol'nikov per un più consono alla nuova nazionalità Antti Rahikainen. Kaurismaki si lancia in un'impresa affatto semplice da realizzare, ovvero portare sullo schermo i moti interiori, i rovelli di coscienza, il dolore e le febbri, i sensi di colpa e i mutamenti d'umore di un protagonista in agitazione continua, compito non banale, soprattutto per un autore ancora novello che nell'anno del Signore 1983 aveva alle spalle solo la codirezione (con il fratello Mika) del documentario La sindrome del lago Saimaa, un focus su tre gruppi rock finlandesi (Eppu Normaali, Hassisen Kone e Juice Leskinen Slam) in tour nella zona del lago che dà il titolo al documentario, tema musicale che sta molto a cuore al regista e che sarà poi presente molto spesso nelle sue opere successive.

Antti Rahikainen (Markku Toikka) è un giovane che lavora al macello di Helsinki; nel suo passato c'è un episodio doloroso che ha fatto crescere in Antti un senso di ingiustizia mai pacificato (un po' come il comportamento della vecchia usuraia per il Raskol'nikov dostoevskiano). Qualche tempo prima il signor Honkanen, un ricco imprenditore, guidando ubriaco uccise la ragazza di Antti uscendo dall'episodio impunito e pulito, senza dover fare i conti con legge e giustizia; sarà proprio Antti a prendere sulle sue spalle il compito di giudice, giuria e boia condannando Honkanen a morte e freddandolo senza dargli troppe spiegazioni. Nel momento del delitto Antti viene però sorpreso da una collaboratrice domestica, la giovane Eeva (Aino Seppo) che per qualche motivo decide di non denunciarlo subito consentendogli di scappare. Da qui inizia un gioco a rimpiattino tra Antti e l'ispettore Pennanen (Esko Nikkari) con l'omicida diviso tra gli impulsi a farsi catturare mossi dalla sua coscienza colpevole e l'istinto a sfuggire alla cattura e continuare a essere libero, un gioco in cui verranno coinvolti a più riprese diversi personaggi: Eeva, un senzatetto sconosciuto, un pretendente di Eeva (Hannu Lauri), il detective Snellman e lo strambo collega di Antti, il baffuto Nikander (Matti Pellonpää).

Quello di Crime and punishment - Delitto e castigo è un Aki Kaurismaki non ancora del tutto maturo nella ricerca del suo stile e dei suoi temi poi divenuti segni distintivi del suo cinema, non di meno in questo esordio Kaurismaki riesce a calibrare e costruire una trasposizione azzardata ottenendo un buon risultato, un film che ancora non si può annoverare tra le opere imperdibili del maestro finnico ma che già si ammanta di una sua dignità e di una compiutezza non trascurabile data l'ambiziosa idea di partenza che coinvolge un testo non così immediato da trasporre in immagini. Ciò che ancora manca in questo esordio è quella comicità stralunata e quasi impassibile che caratterizzerà molti dei personaggi di Kaurismaki nelle opere a venire, una comicità della quale si intravedono pallidi lacerti nella figura del collega Niklander, ad ogni modo intuizioni ancora tutte da sviluppare. Pur rimanendo nel suo usuale minimalismo, quello sì già presente, e senza quindi calcare troppo la mano sul tormento emotivo di Antti che nel corrispettivo letterario non trovava confini e misura, Kaurismaki visualizza in maniera efficace il contrasto interiore tra desiderio di fuga (altro elemento kaurismakiano) e necessità di punizione, elementi che danno vita al balletto messo in atto da Antti e forze dell'ordine. Quello di Kaurismaki è un Delitto e castigo asciugato dagli eccessi emotivi, una questione che diviene finanche cerebrale nel finale amarissimo con le parole ficcanti di un Antti disilluso e nichilista (quelle sul pidocchio, ma non anticipiamo troppo), un uomo che si prepara a un lungo periodo di (ulteriore) solitudine e poi... chissà.

martedì 11 giugno 2024

JUHA

(di Aki Kaurismaki, 1999)

Nonostante Juha mostri elementi comuni ad altro cinema del peculiare regista finlandese Aki Kaurismaki, uno che si lascia amare quasi a prescindere, quest'opera datata 1999 all'interno della sua filmografia sembra quasi un mero divertissement, un esercizio di stile con il quale Kaurismaki gira qualcosa di diverso rispetto a tanto cinema che si produce in epoca moderna ma anche un qualcosa di cui si apprezza l'idea di base ma che a conti fatti finisce per essere meno significativo e coinvolgente di altri esiti dello stesso regista decisamente più memorabili. Juha è l'adattamento del romanzo omonimo dell'importante scrittore finlandese Juhani Aho pubblicato nel 1911; per questa trasposizione Kaurismaki decide di girare un film muto in bianco e nero, corredato da didascalie esplicative dei principali dialoghi e accompagnato da un'indovinata partitura musicale a scandire l'avvicendarsi della varie sequenze che vanno a comporre la storia dei due protagonisti, la coppia di contadini formata proprio da Juha e da sua moglie Marja. A dar volto e corpo a questi personaggi ci sono due nomi noti per chi ama il cinema di Kaurismaki: Sakari Kuosmanen che interpreta Juha compare infatti in alcune delle pellicole più interessanti del regista tra le quali L'uomo senza passato, L'altro volto della speranza, Nuvole in viaggio e il recente Foglie al vento, Kati Outinen ha invece partecipato a una decina di titoli diretti dal finlandese che per brevità non staremo qui a elencare. A chiudere il millennio Kaurismaki ci propone, con una scelta parecchio originale, un moderno film muto.

Juha (Sakari Kuosmanen) e Marja (Kati Outinen) sono una coppia sposata di contadini che vivono una vita semplice e all'apparenza felice fatta di piccoli gesti quotidiani, della fatica dei campi, della vendita delle loro verdure (cavolo verza probabilmente) e di vicinanza e condivisione. Juha è un uomo concreto di poche parole e non troppo ricco di effusioni d'amore verso la consorte che comunque ama d'amore sincero; da principio sembra che tutto questo alla più giovane e ingenua Marja possa bastare. Un giorno dalle loro parti, una fattoria isolata nella campagna, capita un signore maturo (più di Juha) e ben agghindato, il suo nome è Shemeikka (André Wilms); a causa di un guasto alla sua auto sportiva l'uomo chiede aiuto proprio a Juha, nell'attesa che la sua auto venga riparata Shemeikka non manca di posare gli occhi sulla giovane e piacente Marja. Questa, dopo alcune avances, si sente lusingata e ammaliata da promesse di mille meraviglie cittadine e decide di abbandonare il marito per intraprendere una fuga e una nuova vita a fianco del più stimolante Shemeikka. Giunti in città questo si rivelerà essere un farabutto della peggior specie, un aspirante pappone e uno sfruttatore, ma (s)fortunatamente Juha non ha ancora rinunciato alla sua amata Marja.

Con la scelta di un bianco e nero netto, pulitissimo e moderno, fotografato dal sodale Timo Salminen (quasi una ventina di volte insieme al regista finlandese), Kaurismaki torna al muto sul volgere del nuovo millennio, lo fa in maniera spiritosa e con i piedi ben piantati nel suo presente. I temi richiamano quelli spesso esplorati dal regista: Juha in fondo è un marginale, un semplice, un buono, un solitario anche quando contornato da altre persone (il finale poi, che non sveliamo, è limpido cinema kaurismakiano. Si può dire kaurismakiano?), i personaggi sono un poco strambi, surreali. Le didascalie dei dialoghi sono asciugate all'osso, poche, solo quelle essenziali, la vicenda lineare è in qualche modo leggibile con un certo anticipo nella struttura da parte dello spettatore non completamente svagato o distratto. Diretto e semplice Juha si lascia apprezzare proprio per le idee di Kaurismaki e per il coraggio che il regista dimostra nel proporre qualcosa di diverso (non che Kaurismaki sia mai stato uno allineato) ma allo stesso tempo non riesce a entusiasmare proprio per la semplicità della narrazione, nonostante la recitazione tirata ad hoc per inscenare questo muto contemporaneo, con gesti e oggetti di scena enfatizzati, espressioni parlanti e quant'altro. Bene ma non benissimo si sarebbe detto qualche anno fa (magari anche oggi ma ormai saprete che lo stare sul pezzo non è proprio la qualità preponderante di chi scrive), non male ma del buon Aki si può di certo recuperare di meglio.

mercoledì 4 novembre 2020

L'ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

 (Toivon tuolla puolen di Aki Kaurismäki, 2017)

Aki Kaurismaki torna ai suoi emarginati, alle periferie, alle esistenze lontane da quelle che tendiamo a figurarci pensando alla penisola Scandinava, terra che nell'immaginario collettivo richiama ordine e benessere. Qui di benessere ce n'è poco, l'ordine è freddo e crudele tanto quanto in altre parti del mondo, però, nonostante la latitudine, non manca il calore, quello sincero e sgarrupato garantito da una varia umanità costretta a sopravvivere ai margini della società, in questo caso quella finnica.

Nel porto di Helsinki attracca una nave carica di carbone. Sepolto in mezzo al carico, nero di fuliggine, c'è Khaled (Sherwan Haji), un clandestino in fuga da Aleppo e dalla Siria devastata dalla guerra. Durante la fuga tra i vari paesi d'Europa, Khaled è stato separato dalla sorella Miriam (Niroz Haji) dalle parti del confine ungherese, ora il giovane siriano vuole chiedere asilo politico in Finlandia e cercare aiuto presso le autorità per rintracciare quella sorella dispersa, unico affetto rimastogli dopo gli orrori della guerra. Waldemar Wikstrom (Sakari Kuosmanen) è un finlandese di mezza età, agente di commercio per una ditta di camicie da uomo; deciso a cambiare vita lascia la moglie alcolizzata e si butta nella ristorazione acquistando La pinta dorata, ristorante in declino e periferico, ereditandone anche lo stralunato personale, gente in bolletta e in attesa dei pagamenti dal vecchio proprietario. Le vite di tutti questi personaggi sono destinate a incrociarsi accendendo quello spirito di carità e di solidarietà che alberga nel cuore dei puri e spesso in quello degli sconfitti.

Aki Kaurismaki affronta il tema dei più sfortunati con il suo solito approccio, comico e surreale: le situazioni, così come i volti degli attori diretti con maestria dal regista, tirano fuori il lato più grottesco di ogni accadimento, l'impassibilità diventa veicolo per comunicare e mettere sotto i riflettori l'aspetto tragicomico dell'esistenza. A corredo del tutto, come a dare vigore e vitalità alla narrazione, c'è sempre la musica, qui veicolata da diverse interpretazioni "live" in un misto di lingua finnica e ritmi classici come quelli del blues, veri e propri momenti di puntello che innalzano il piacere nel guardare L'altro volto della speranza, film solo all'apparenza costruito su pochi elementi. Kaurismaki non manca infatti di sottolineare i limiti di una società civile come quella finlandese che va a sbattere sulle stesse chiusure che hanno molti altri Paesi, europei e non, affronta con garbo un tema di grande attualità legato allo spostamento dei clandestini in fuga dalla Siria, ma soprattutto cesella una serie di personaggi scalcagnati sui quali riversa tutto il suo amore, come l'inutile responsabile di sala Calamnius (Ilkka Koivula) o il cuoco Nyrhinen (Janne Hyytiäinen) che non sa cucinare. Bastano poche parole al regista per arrivare al nocciolo della questione: non saranno le organizzazioni di nessun tipo a salvare le nostre piccole vite, i poveri cristi con il cuore al posto giusto ci sono ancora, a volte arrivano da dove meno te li aspetteresti, ciò che conta è solo l'amore disinteressato tra le persone, un concetto al quale bastano pochi dialoghi, qualche slancio grottesco e una manciata di stramboidi per arrivare a colpire nel segno.

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