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venerdì 4 aprile 2025

HERE

(di Robert Zemeckis, 2024)

Due coordinate, una fissa, almeno fino alla sequenza finale, e una variabile. Sono lo spazio e il tempo che in Here, ultimo lavoro del mai domo Robert Zemeckis, scandiscono insieme alle vicissitudini della famiglia Young (cognome casualmente legato a un'età della vita?) l'andamento di un'opera che, come già fatto in precedenza da Zemeckis, esplora non soltanto le potenzialità del racconto ma anche nuove tecnologie che permettono di sperimentare e spostare in avanti (non necessariamente più in alto), almeno concettualmente, l'asticella di quella macchina meravigliosa che è il cinema, l'arte di fare film. Nulla di sorprendente, Zemeckis ci ha abituati nel corso dei decenni alla sua propensione a mettersi in gioco, a tentare nuove vie e nuovi modi per fare cinema in una ricerca mai sterile in quanto mai avulsa dall'arte del raccontare, del coinvolgere il suo pubblico e soprattutto del pigiare forte sul tasto dei (buoni) sentimenti, in un'ibridazione tra modernità e classico che in più occasioni ha contraddistinto la filmografia del regista di Chicago. Pensiamo al clamore suscitato sul finire degli anni Ottanta, quando Zemeckis aveva già alle spalle il successo di Ritorno al futuro, da un film come Chi ha incastrato Roger Rabbit nel quale il mondo degli umani collideva in maniera completa con quello dei cartoni animati con un livello di interazione tra i vari elementi impressionante, o all'utilizzo della CGI già ai tempi de La morte ti fa bella, alla motion capture (con sempre protagonista Tom Hanks) di Polar Express, al 3D di A Christmas carol, alla stop-motion di Benvenuti a Marwen o al digitale di Beowulf per approdare infine all'utilizzo del deep fake per ringiovanire e alterare i volti degli attori protagonisti di questo Here. L'ultimo film di Zemeckis si rivela quindi solo l'ennesimo tassello di un percorso coerente capace di unire sperimentazione e narrazione popolare rivolta al grande pubblico, un'impresa tutto sommato non scontata, soprattutto se si tiene conto di quanto altri percorsi sperimentali siano riusciti ad allontanare da loro la maggior parte dei potenziali fruitori.

Here presenta la storia di un luogo in diverse epoche e di alcune vite, su tutte quelle dei componenti della famiglia Young. Si parte dall'epoca dei dinosauri per poi passare alla loro estinzione e all'arrivo dei nativi in un territorio che è quello dell'est degli Stati Uniti, probabilmente in Pennsylvania vista la presenza più avanti di un noto Benjamin Franklin. Here non segue un pedissequo ordine cronologico presentandoci eventi e vite appartenenti a famiglie e contesti diversi. Assistiamo così al mutamento del luogo che passa da un panorama fatto di vegetazione selvaggia a essere terreno edificabile dove crescerà una cittadina (vi abiterà appunto anche Franklin) e dove verrà edificata la casa che sarà il set unico e principe del film di Zemeckis. A occupare la casa nel corso dei decenni si alterneranno la famiglia di un aviatore appassionato di aerei, John Harter (Gwylim Lee) e la di lui moglie Pauline (Michelle Dockery), quella vivace dell'inventore Lee e di sua moglie Stella, gli afroamericani Harris e i veri protagonisti di questo Here, la famiglia Young che seguiamo fin dal secondo dopo guerra quando il reduce Al Young (Paul Bettany) e sua moglie Rose (Kelly Reilly) compreranno la casa nella quale nasceranno poi i loro tre figli tra i quali il primogenito Richard (Tom Hanks) che, una volta adulto (ma nemmeno troppo) sposerà la sua Margaret (Robin Wright). Da qui la vita, che ci porterà avanti e indietro negli anni tra gioie e dolori, cambiamenti e frustrazioni con un denominatore comune sempre presente: la casa, il luogo, quel terreno, quella prospettiva.

Tutto nasce dal fumetto omonimo di Richard McGuire pubblicato in origine nel 1989 sulla rivista antologica Raw come storia breve di sei pagine, ampliata poi nel 2014 fino a divenire un volume decisamente più corposo che supera le trecento pagine. Nasceva già su carta l'idea, ripresa poi da Zemeckis, di sovrapporre nella stessa tavola (inquadratura) più vignette (finestre) che mostravano eventi avvenuti nello stesso luogo ma in epoche diverse. Il lato interessante dell'operazione messa in campo da Zemeckis consta nel parallelo che si può fare tra la forma di linguaggio adoperata in Here con la molteplicità di stimoli sovrapposti (per pluralità contemporanea ma soprattutto per velocità di passaggio da uno all'altro) che richiama i metodi di fruizione moderna delle immagini e dei contenuti, in Here mitigati almeno dalla costruzione sì di più storie, ma con una principale che ci avvince più delle altre e catalizza l'attenzione dello spettatore per l'intera durata del film; in verità le altre appaiono accessorie, necessarie a giustificare più una struttura che un vero contenuto, cosa che peraltro va benissimo ma che non aiuta a creare un interesse profondo per tutto ciò che è contorno rispetto alle vicissitudini della famiglia Young. L'operazione tecnologica appare riuscita, sembra in effetti di tornare a un giovane Tom Hanks, impresso già al tempo nell'immaginario collettivo grazie a film come Big o Turner e il casinaro, rimane da capire quanto queste nuove frontiere rivoluzioneranno il cinema prossimo futuro (c'era una volta il 3D, tanto per dirne una) che, almeno in Here, sembra continuare a vivere (per fortuna) più di emozioni che di tecnologia. Zemeckis riporta su schermo la coppia di Forrest Gump, altro ritorno al passato, li costringe a recitare nello spazio ristretto di un'inquadratura unica e fissa, a dialogare nella performance con un loro io più giovane che prenderà poi corpo sullo schermo, tutto riuscito più che bene. Eppure Here è stato un flop commerciale non esente nemmeno dai biasimi di una critica forse in alcuni casi troppo severa. In questo caso non crederei troppo a chi grida al miracolo ma nemmeno a chi liquida tutta l'operazione con superficialità, in fondo nella storia degli Young ci sono quei temi universali magari buoni per tutte le stagioni ma che ancora sono in grado di toccare nel modo giusto i cuori di una buona parte di spettatori.

mercoledì 2 agosto 2023

THE WALK

(di Robert Zemeckis, 2015)

Per decenni le Torri gemelle hanno segnato l'immaginario di milioni di persone, a poca distanza dal fiume Hudson hanno modellato e reso unico e riconoscibile lo skyline più celebre del mondo, quello della New York pre 11 settembre, la New York che faceva sognare gli amanti del cinema americano, quella che ancora non aveva conosciuto l'orrore supremo. Purtroppo è proprio a quell'orrore che le menti di tutti noi tornano quando si parla di World Trade Center, Twin towers, Ground zero; nel corso degli anni però le Twin towers ci hanno regalato molto in termini di cultura e immaginario. Nel 1974, poco tempo dopo la loro inaugurazione, le due torri sono state il palcoscenico di uno spettacolo incredibile, uno di quegli eventi graziati da genio e follia, nemmeno in parti uguali, probabilmente la follia prevalse di molto sul genio nel momento in cui il funambolo francese Philippe Petit, classe '49 e (spoiler) oggi ancora in buona salute, tirò un cavo d'acciaio di circa 3 cm di spessore tra la Torre Nord e la Torre Sud e ci camminò sopra, all'alba del 7 agosto, senza nessun sistema di ancoraggio di sicurezza, facendo bellamente avanti e indietro tra le due imponenti costruzioni per ben otto volte, salutando il pubblico sottostante che ormai si era assiepato per assistere a una delle performance più incredibili che il mondo avesse visto fino a quel momento, e tenendo i suoi collaboratori e New York tutta con il fiato sospeso. Arte, follia, tutto all'ennesima potenza. The walk è il racconto di questa impresa, del suo protagonista, della sua preparazione; per narrarcela Zemeckis si ispira al libro scritto dallo stesso Petit, Toccare le nuvole fra le Twin Towers. I miei ricordi di funambolo.

Francia anni 70. Philippe Petit (Joseph Gordon Levitt) è un ragazzo con la passione per la giocoleria e il funambolismo, passioni che non lo abbandoneranno nel corso degli anni. Ciò che invece Philippe dovrà abbandonare sarà la casa paterna; il genitore infatti non accetta questo figlio che non sembra intenzionato a trovarsi un lavoro serio e un suo posto nel mondo. Trasferitosi a Parigi Philippe inizia a fare l'artista di strada; qui due incontri cambieranno in modo deciso questa fase della sua esistenza: il primo è quello con la bella Annie (Charlotte Le Bon) conosciuta mentre la ragazza si esibisce in una cover di Leonard Cohen, il secondo è quello con il maestro del circo Papa Rudy (Ben Kingsley) che col tempo si affezionerà a Philippe, riconoscendone il talento e passandogli i suoi segreti in materia di nodi, cavi, equilibrio, rispetto del pericolo e quant'altro. Un giorno, durante una visita dal dentista, Philippe legge su una rivista della costruzione delle Torri gemelle a New York; il ragazzo rimane folgorato dalla bellezza (e dall'altezza) dell'opera, da quel momento in avanti il suo sogno diverrà quello di coprire quello spazio tra i due grattacieli e camminarci nel mezzo, sospeso a più di 400 metri d'altezza. Per farlo avrà bisogno del sostegno di Annie e di una squadra di collaboratori folli messa insieme apposta per compiere l'impresa, tra questi ci sarà anche l'amico e fotografo Jean-Louis (Clément Sibony). Fatti tutti i preparativi il gruppo partirà alla volta di New York per mettere in atto il gesto artistico del secolo.

Il film di Zemeckis vive di due anime distinte, entrambe profondamente americane, compresa la prima ambientata nella provincia francese prima e a Parigi poi. Il giovane Philippe è il classico ragazzo deciso a seguire i suoi sogni, a dispetto della famiglia e delle probabilità avverse, uno di quei personaggi che tirano dritto verso l'impresa bigger than life. La struttura di tutta la prima parte del racconto è molto hollywoodiana con il protagonista che parla in macchina ripreso in cima alla Statua della Libertà, con il crescendo di esperienza nel campo del funambolismo con scarti poco lineari, in una sequenza per esempio Philippe cade dalla fune a pochi metri di altezza dentro un lago, l'impresa successiva è subito l'attraversamento tra le due torri di Notre Dame. Il racconto prende poi i toni dell'heist movie nel momento dell'assemblaggio della squadra che dovrà preparare il colpo e ne segue gli schemi per tutta la preparazione all'evento. Fino al momento in cui il gruppo arriva a New York e Philippe sale sulla Torre Nord per iniziare la traversata il film non ha davvero nulla di così eccezionale; le cose cambiano quando inizia il racconto dell'impresa. Le panoramiche in soggettiva su una New York a 400 metri più in basso dal nostro punto di osservazione sono di forte impatto (immagino cosa dev'essere stata la visione in sala in 3D) e anche il coinvolgimento emotivo, così come la tensione, si impennano in poco tempo. La narrazione di Zemeckis, pur se qui più spettacolare che nella prima parte, sembra asciugarsi dal superfluo, lassù nel cielo della Grande Mela sembra prendere un tono più genuino, ammirato da un'impresa impossibile da credere per chi, come me, non ne ha ricordo diretto. Visto oggi, a molti anni di distanza da quel gesto senza eguali, e a parecchi dalla ben nota tragedia, The walk ha la capacità di affiancare se non proprio un ricordo, almeno la conoscenza di un evento entusiasmante a quello che è stato, ed è tuttora, il nostro legame immaginifico e sentimentale con le torri.

sabato 10 ottobre 2020

BENVENUTI A MARWEN

(Welcome to Marwen di Robert Zemeckis, 2018)

Nel corso della sua carriera più e più volte Zemeckis ha giocato con il contrasto tra il live action e forme altre di rappresentazione, a partire già dal clamoroso successo del riuscitissimo Chi ha incastrato Roger Rabbit nel lontano 1988. Alcuni esperimenti possono dirsi riusciti come quello in performance capture per Polar Express, altri si attestano su livelli nel complesso meno convincenti, La leggenda di Beowulf ad esempio, si ammira comunque la volontà del regista di continuare a sperimentare con le forme; per Benvenuti a Marwen Zemeckis si affida a un misto di live action e stop motion, il cambio di registro tra una tecnica e l'altra porterà lo spettatore a contatto rispettivamente con la vita reale del protagonista e con le sue proiezioni fantastiche che cesellano una vita alternativa, illusoria e in qualche modo catartica. La vicenda è ispirata alla storia vera di Mark Hogancamp già raccontata in forma di documentario nel 2010 da Jeff Malmberg.

Il film si apre su un conflitto aereo durante la Seconda Guerra Mondiale, il Capitano Hogie precipita nei pressi del villaggio belga di Marwen, si imbatterà ben presto in un manipolo di nazisti più che pronti a farlo fuori, solo il provvidenziale intervento di alcune donne tanto belle quanto letali salverà Hogie da una morte certa e terribile. Questa prima sequenza, girata in stop motion e "fatta recitare" a un bel gruppo di bambole ottimamente realizzate, introduce lo spettatore nel mondo fittizio di Marwen, in realtà una bella riproduzione di un villaggio belga realizzata nel suo giardino di casa dal fotografo Mark Hogencamp di cui Hogie è una sorta di alter ego. Mark (Steve Carell) è un uomo che convive con diversi danni psicologici, lascito di un violentissimo pestaggio d'odio avvenuto all'uscita di un bar dopo che Mark, ubriaco, aveva confessato alle persone sbagliate di avere una certa passione per le scarpe da donna. L'uomo perde in seguito al trauma la memoria e tutta una serie di capacità acquisite tra le quali quella artistica del disegno, Mark da ottimo illustratore passa a essere un uomo quasi incapace di tenere una matita in mano. La sua nuova situazione lo porta ad avere problemi di socialità, crisi repentine, fobie legate all'aggressione e una dipendenza forte da antidolorifici; fortunatamente Mark è circondato da molte persone del suo paese che gli vogliono sinceramente bene, le donne soprattutto, che diventano protagoniste delle storie di Marwen, tutte ambientate durante la guerra contro i nazisti e dove Mark/Hoghie è l'eroe di turno adorato da tutte queste donne belle e forti. Ma nel mondo reale c'è un processo agli aggressori da affrontare, una cosa che terrorizza Mark in maniera quasi insostenibile, saranno l'aiuto di tutte queste amiche e una sorta di forza interiore ancora in lui presente a condurre Mark verso un percorso progressivo per migliorare la sua condizione.

Benvenuti a Marwen ha raccolto critiche per lo più negative ed è stato un flop al botteghino, in realtà il film ha diversi meriti e il giudizio generale sull'opera mi sembra quantomeno ingeneroso. Forse Steve Carell non è il miglior attore sulla piazza, sicuramente non il più accattivante, qui riesce però a cogliere un personaggio indifeso, irrimediabilmente ferito e spaventato, tanto da non riuscire più a condurre un'esistenza "normale". La messa in scena delle conseguenze del trauma subito dal protagonista, che rende il film molto triste e toccante, si amalgama molto bene alle sequenze in stop-motion che descrivono questa realtà ricreata che è anche una sorta di terapia per Mark, uno scopo, e forse anche una rassicurazione psicologica e fisica (Mark va sempre in giro per Kingston, la sua città, con al seguito il suo carretto di bambole), un po' come accade ai bambini che riescono a dormire solo con la loro bambola preferita. Tecnicamente il film è molto ben realizzato, le bambole nelle loro avventure non disdegnano scoppi di violenza e truce cattiveria nei confronti di quei nazi che hanno le sembianze degli aggressori di Mark, il dolore è vivo e si tocca con mano, in qualche modo Zemeckis dosa il dramma con l'avventura senza mai perdere di vista il cuore del suo protagonista e del film. A Zemeckis è stata rimproverata l'invenzione della storia romantica con la bella Nicol (Leslie Mann), che poi vera storia romantica non è, ma anche questa non distoglie mai il fuoco da quello che è il nodo centrale del film, la condizione di un uomo ferito a causa di una società ancora troppo ignorante e violenta per aprirsi alla piena accettazione del prossimo.

In diversi momenti si ride, spesso si soffre per Mark, si apprezzano tutti i paralleli tra il mondo reale e le bambole, tra le donne in carne e ossa e le loro riproduzioni a passo uno, ci si trova a sperare che Mark possa riacquistare un suo equilibrio e che la presenza della terribile Deja Thoris (Diane Kruger) a Marwen possa diventare uno spiacevole ricordo. In fondo mi sembra che nella stessa filmografia di Zemeckis ci siano opere meno interessanti di questa.

giovedì 22 ottobre 2015

RITORNO AL FUTURO I e II (in sala)

Ieri è stata una giornata da ricordare per i moltissimi fan della saga di Ritorno al futuro, il 21 ottobre 2015 è infatti la data alla quale Marty McFly (Michael J. Fox) e Doc Brown (Christopher Lloyd) approdarono dal lontano 1985 ben 26 anni fa (e non trenta in quanto l'episodio risale al Back to the future part II del 1989) per risollevare le sorti della famiglia McFly ed evitare una brutta esperienza al figlio di Marty, Junior (sempre Michael J. Fox).

Inoltre il primo episodio della saga risale al 1985, giusto trent'anni fa, quale migliore occasione allora per riportare Ritorno al futuro e Ritorno al futuro parte II nelle sale?  E allora perché non partecipare a quello che più che una visione dei due film in sequenza si è rivelato una sorta di allegro happening per affezionati?

Nonostante i ripetuti passaggi di questi due film di culto sui teleschermi delle nostre case, la visione collettiva in sala riesce ancora a donare nuova meraviglia alle pellicole, nonostante almeno il secondo episodio l'avessi già visto in sala al tempo che fu (avevo quattordici anni allora). Il pubblico, moltissimi coetanei, donne e uomini, è lì per partecipare all'evento più che per godere dei film in sè, è pronto a citarne le battute a memoria, ad aggiungerne magari di proprie facendo ridere di gusto i vicini, a godersi una serata al cinema indubbiamente diversa. E forse in tempo di crisi per le sale cinematografiche va bene anche questo, in fondo con una scusa abbastanza blanda ci si ritrova in sala, ci si sente parte di qualcosa, fosse anche solo di un grande flusso nostalgico (più che canalizzatore), ci si diverte e si riscoprono ancora tutte le qualità di due film capaci ancora oggi di entusiasmare nonostante le ripetute visioni.


Il primo episodio gode di una densità di battute e momenti comici davvero notevole, il mio giudizio positivo e il mio ricordo della saga di Ritorno al futuro, oltre che a una sequela di scene ormai mitiche, era legato alla magnifica costruzione della vicenda, al legame perfetto tra i primi due episodi, al meccanismo a orologeria e, ovviamente, al ricordo degli splendidi personaggi, un Michael J. Fox e un Christopher Lloyd semplicemente magnifici con spalle tutte da incorniciare. Tornare a ridere su battute ormai note è stata l'ennesima riscoperta della qualità di questi piccoli capolavori.

La serata inoltre è stata arricchita da un video di benvenuto ad opera di Doc Emmett Brown e, tra il primo e il secondo film, dal trailer riassuntivo di tutti i film della saga Lo squalo dal primo al diciannovesimo episodio (citato in Back to the future part II) e dalla pubblicità degli skate volanti Hoverboard, entrambi parecchio esilaranti.

Forse non proprio l'occasione giusta per vedere il film per la prima volta, o comunque una maniera di vederlo tutta particolare, però che sia questa una nuova modalità d'uso della sala cinematografica? Occasione di recupero, magari in alcuni casi valorizzazione di opere del passato e, perché no, in alcuni casi anche di festa e celebrazione. E, strano a dirlo, nonostante si parli di multiplex, l'organizzazione dell'evento è stata più rispettosa del medium Cinema che non in altre occasioni con film in prima visione preceduti da valanghe di pubblicità e spezzati a casaccio nel mezzo per vendere i pop corn agli spettatori.

Insomma, la serata di ieri è stata davvero divertente.

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