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venerdì 3 luglio 2020

GRAVITY

(di Alfonso Cuarón, 2014)

Che Alfonso Cuarón abbia un feeling particolare con la costruzione delle immagini e delle inquadrature lo sappiamo da tempo, il lavoro magnifico sulle stesse effettuato con questo Gravity, in gran parte digitale, è stato bissato dal bianco e nero del successivo Roma per il quale il regista messicano si è superato andando a conquistarsi il suo secondo Oscar per la regia (al momento ne ha 4 a suo nome, i suoi film parecchi di più). Per elogiare l'impianto visuale di Gravity potremmo partire dal titolo del film, la ricostruzione dei movimenti dei due protagonisti, Sandra Bullock e George Clooney, in assenza di gravità sono fluidissimi, contribuiscono in maniera decisiva a scatenare nello spettatore i diversi stati d'animo nelle varie sequenze del film, spesso legati all'angoscia ma che restituiscono anche un'idea di libertà, di scoperta, di infinito e di perdita di direzione. Il discorso è chiaramente metafisico, in alcuni passaggi Cuarón ci presenta una metafisica for dummies, vedi l'ultima scena con riferimento talmente palese che anche i bambini delle elementari dopo aver studiato l'origine della vita possono comprendere. Questo nulla toglie alla forza delle immagini, la sequenza finale si lascia apprezzare molto nonostante l'ovvietà di fondo. Ciò che emerge maggiormente in Gravity, oltre al percorso di "rinascita" della protagonista, è la tensione che accompagna la narrazione per l'intera durata del film (fortunatamente contenuta), in questo c'è un perfetto equilibrio tra immagine e narrazione che vanno a costruire un film avvincente seppur dallo sviluppo canonico, cosa che ad esempio non è riuscita al regista con il successivo Roma che indubbiamente aveva motivazioni più personali e di valore ma che mancava completamente di mordente.


Cuarón ha un approccio al tema, parlando sempre di immagini, abbastanza originale. La Terra è lì, immensa, sembra a portata di mano eppure è così lontana. Ci sono i silenzi dello spazio profondo, la leggiadria dei movimenti, gli astronauti liberi di muoversi nel vuoto legati a quello che dovrebbe essere un robusto cavo, esile come il filo che regge una vita. Le distanze sono espresse in km, sembra quasi un'ultima frontiera alla portata di tutti. La dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock) è alla sua prima missione spaziale sullo Space Shuttle Explorer, è accompagnata dall'astronauta esperto e prossimo alla pensione Matt Kowalsky (George Clooney). Agganciati al famoso telescopio Hubble per delle riparazioni, i due astronauti vengono investiti da una pioggia di detriti che danneggia l'Explorer uccidendone il resto dell'equipaggio; Stone e Kowalsky si troveranno così alla deriva nello spazio aperto con solo un jetpack come mezzo di propulsione per raggiungere la "vicina" Stazione Spaziale Internazionale per poter usare uno dei suoi Sojuz per tornare a casa.


La tensione è costante ed è data da tutti gli inconvenienti che capitano ai due protagonisti a partire dalla presenza dei detriti in orbita attorno alla Terra e che quindi tornano ciclicamente facendo danni, il tutto acuito dall'inesperienza della Stone che deve far ricorso alla teoria del corso di addestramento per cavarsela nelle situazioni più complesse. Proprio per lei questa prova di resistenza sarà simbolo di una rinascita come essere umano, irrimediabilmente ferito da un trauma del passato, la forza necessaria per affrontare lo spazio sarà la stessa che servirà per affrontare una nuova vita, il tutto porterà alla famosa scena for dummies di cui abbiamo parlato prima. Nonostante i pochi elementi il film regge benissimo proprio per il dosaggio perfetto della tensione, aiutato da immagini spettacolari e da un impianto sonoro all'altezza, la Bullock, vera protagonista, regge il peso del film sulle sue spalle metaforicamente larghe, si gode anche di un respiro internazionale pur essendo a chilometri dal suolo terrestre grazie ai vari costrutti americani, cinesi e internazionali che costellano l'orbita terrestre.

Pur peccando di un pizzico di didascalismo, Gravity rimane un ottimo film, grande esperienza visiva e coinvolgente nella gestione della suspense, manca l'appuntamento con l'Oscar per il miglior film; mi tocca però dire che pur avendo visto solo altri due titoli tra quelli candidati nel 2014 insieme a Gravity in effetti entrambi (non vi rivelerò quali) mi sono sembrati migliori di questo. Probabilmente la produzione si sarà accontentata degli incassi stratosferici e delle altre sette statuette raccolte.

domenica 10 febbraio 2019

ROMA

(di Alfonso Cuarón, 2018)

Quello che per la maggior parte della critica sembra essere uno dei capolavori dell'annata cinematografica da poco conclusasi andrebbe a mio avviso guardato da una certa distanza e anche un minimo ridimensionato. Roma mi ha dato l'impressione di essere uno di quei progetti nei quali il suo autore ha messo tantissimo cuore, una sapienza tecnica innegabile ma che a conti fatti rimane un'opera che continua ad aver significato più per il suo autore che non per il pubblico a cui viene proposta, fatta eccezione probabilmente per quella fetta di popolazione messicana, più o meno coetanea di Cuarón, che quel periodo, quei luoghi, quella dimensione sociale li ha vissuti sulla propria pelle (ribadisco come l'accoglienza generale che il film sta ricevendo sembri però smentirmi). Sicuramente Roma è il film più personale del regista messicano, un ritratto di famiglia borghese a Città del Messico nei primissimi anni 70, all'epoca delle contestazioni per le politiche del presidente entrante Luis Echeverría, un contesto politico e sociale che avrebbe potuto essere un punto di grande interesse di questo film ma che lambisce solo occasionalmente, anche se in maniera forte, la vita dei protagonisti di Roma (dal nome di un quartiere di Città del Messico). Proprio l'immersione della storia della famiglia protagonista del film nella Storia del Paese viene indicata come uno dei nodi di maggior interesse dell'opera, in realtà la contestualizzazione della parte per il tutto rimane blanda per quasi tutta la durata del film, diventa ficcante in un paio di sequenze ma questo espediente narrativo, sicuramente non nuovo, l'abbiamo visto (o anche letto) realizzato decisamente meglio in numerose altre opere. Allora mi sembra proprio che non stia qui il punto, che l'accoglienza così positiva per quest'opera sia da ricercarsi altrove.

Si, ma dove? Guardiamo alle figure femminili, altro punto posto sotto i riflettori dai sostenitori di Roma. Per Cuarón, come per molte altre persone, all'epoca bambini, che hanno vissuto in un contesto sociale simile al suo, le figure femminili, nella fattispecie quella della madre di questa famiglia borghese e agiata, Sofia (Marina de Tavira), la nonna Teresa (Verónica García) e soprattutto la tata Cleo (Yalitza Aparicio), sono state le uniche figure di riferimento, formative, educative, affettive, proprio come le donne protagoniste di Roma lo sono per i quattro figli di Sofia e dell'assente (e fedifrago) Antonio (Fernando Grediaga). In tempi di movimenti come i vari Metoo, sicuramente condivisibili, anche il focus sulla figura femminile, qui operato con profondo amore e rispetto, non stupisce e più che altro qui rimarca la grandissima dignità di queste donne, soprattutto nella figura di Cleo, appartenente a una classe sociale comunque sfruttata (anche se integrata nella famiglia) e che porta sulla spalle la maggior parte del lavoro richiesto dalla gestione domestica e familiare: affetto, efficienza, versatilità, fatica fisica. Tutto vero, ma anche questo aspetto non basta a rendere Roma un film appassionante e purtroppo nemmeno troppo emozionante.


Roma è un film che si apprezza più di testa, ragionandoci sopra, che non con il cuore o con la pancia, aspetto questo che a mio modo di vedere diventa a conti fatti sempre un difetto, tanto più in casi come questo dove il coinvolgimento emotivo dell'autore avrebbe tutte le ragioni per venir fuori con forza, cosa che qui non avviene. Il lato veramente riuscito del film è quello estetico e formale sul quale non si può obiettare nulla, da questo punto di vista l'Oscar a Cuarón come miglior regista o per altre categorie tecniche sarebbe del tutto giustificato. In un bianco e nero vivido, vero, non patinato, il regista messicano ci offre alcune sequenze magistrali, a partire da quella iniziale impregnata di quotidianità: acqua che corre sul pavimento di un cortile interno, spesso cosparso di merda di cane, nell'acqua si specchia un lembo di cielo, un aereo che transita, la vita al di fuori della casa, la schiuma come la risacca del mare, l'acqua defluisce, la camera inquadra Cleo, poi la casa, vere protagoniste della storia. È in sequenze come questa che sta la vera bellezza del film, in quella dell'ingresso della Galaxy nello stretto cortile, stacchi continui su particolari e movimenti, una luce perfetta su un bianco e nero nitido, in quella con Fermín (Jorge Antonio Guerrero) completamente nudo che mostra a Cleo la sua abilità nelle arti marziali, nella sequenza al mare e in quella più dura e toccante delle manifestazioni in città. Ma sono momenti, molti dei quali apprezzabili per un puro fattore estetico, manca in gran parte un vero coinvolgimento emotivo, troppo spesso Roma risulta se non proprio freddo almeno distante e addirittura tedioso.


Probabilmente Cuarón, preso dal troppo amore per il suo progetto, non è riuscito a restituirne che una minima parte, sprazzi di empatia non sufficienti a garantire al film lo status di capolavoro ma nemmeno quello di grande film se non per meriti di forma. Con tutta probabilità Roma farà incetta di premi alla notte degli Oscar, certo è che per la categoria miglior film mi piacerebbe veder premiato qualcosa capace di suscitare maggiori emozioni (fermo restando che candidati con queste potenzialità ce ne siano), nel contenuto più che per la tecnica.

PS: per i fan di Cuarón sarà comunque simpatico apprendere da quanto lontano arrivino le ispirazioni per il film Gravity!

venerdì 31 marzo 2017

PARIS, JE T'AIME

(di AA.VV., 2006)

Una volta, fino al 2006 anno di uscita di questo film, andava in onda sulle reti Mediaset, Corto 5. Altro non era se non un contenitore di cortometraggi, andava in programmazione negli orari più disparati, solitamente il sabato, ma non sempre. Presentava tre o quattro corti per volta, brevissimi film che spesso si rivelavano opere molto stuzzicanti e interessanti. Ogni tanto la rete raccoglieva questo materiale e proponeva maratone notturne di cortometraggi in un fuoco di fila che durava ore e ore. In quelle occasioni si prendeva la cara vecchia VHS, si impostava il videoregistratore tenendosi molto larghi sugli orari che in notturna non venivano rispettati nemmeno per sbaglio, si sceglieva l'opzione LP che, a fronte di una qualità di registrazione un pelo inferiore, permetteva di raddoppiare la quantità di ore che si potevano far entrare sul nastro, e si registrava. Poi, in orari più umani, si riguardavano tutti quei corti, tutti quegli stili, tutti quei temi, tutti quei volti, e ne veniva fuori quasi sempre un'esperienza appagante.

Guardando Paris Je t'aime, film collettivo del 2006, ho ritrovato un poco quel piacere e quelle emozioni, nonostante i presupposti tra le due operazioni siano molto differenti. In questo film, che raccoglie diciotto episodi tutti girati da registi diversi, ci sono due temi che ricorrono in tutti i segmenti che compongono l'opera: il primo è ovviamente la città di Parigi nella quale sono ambientati tutti i corti, il secondo è il tema dell'amore declinato in tutte le sue possibili accezioni. L'idea accattivante è stata quella di girare un corto per ognuno dei venti arrondissement (quartieri) che compongono la città di Parigi, andando così a fornire allo spettatore una cartolina esaustiva della capitale francese. Purtroppo poi, per motivi di equilibrio del film stesso, un paio di questi corti sono stati epurati dal montaggio finale, una decisione che lascia un poco d'amaro in bocca, una sensazione d'incompiuto che però, a conti fatti, è più una fisima di questo spettatore che non un reale problema nell'economia di un film comunque piacevole.


Come accade di fronte a ogni antologia, lo spettatore avrà modo di trovare episodi meglio riusciti di altri, un andamento qualitativamente discontinuo, temi e stilemi più o meno confacenti al suo gusto e l'impossibilità di annoiarsi di fronte alla varietà e all'esigua durata di ogni frammento. Ciò che intriga più del resto è il piacere della curiosità, il gioco dell'uno tira l'altro, l'attesa nel vedere come questo o quell'altro regista immortaleranno Parigi e l'amore, quale volto noto comparirà nell'episodio dedicato al nostro arrondissement preferito. Insomma, c'è il piacere del Cinema che qui diventa in parte anche ludico.

Il rooster degli autori coinvolti è di tutto rispetto, a nomi noti come quelli di Gus Van Sant, Wes Craven, Olivier Assayas, Alfonso Cuaron e quelli dei fratelli Coen si alternano registi meno osannati ma che qui lasciano preziosi contributi, citiamo almeno Isabel Coixet, Sylvain Chomet (grande regista d'animazione), Tom Tykwer e Alexander Payne. Non è da meno la squadra di attori di primo piano messi in campo dai vari registi, elenco qui troppo lungo da compilare, scegliendo tre nomi a caso, giusto per capirne la portata, nominiamo Steve Buscemi, Natalie Portman e Nick Nolte.

Un'esperienza di visione diversa, quasi rara, che ci permette di valutare l'operato di alcuni registi costretti in un luogo, in un tema, in una durata. Chi se la caverà meglio tra le strette mura di questa piccola ma piacevolissima prigione?

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