martedì 12 novembre 2019

LA LA LAND

(di Damien Chazelle, 2016)

Ci sono film che sembrano avere come scopo principale la celebrazione della Hollywood che fu, un'industria cinematografica inevitabilmente cambiata nel corso degli anni e che per diverse ragioni può dar vita a moti nostalgici e professioni d'amore genuine e più che giustificate. C'è un tipo di Cinema che ormai non si fa (quasi) più, pensiamo alla commedia brillante o di genere slapstick, al musical o a tutte quelle produzioni enormi che ora sono appannaggio del digitale (le migliaia di comparse per il peplum ad esempio). A quella Hollywood guardano con amore e affetto alcune pellicole recenti, dall'ultimo Tarantino di C'era una volta a... Hollywood all'Ave Cesare! dei fratelli Coen a Tutto può accadere a Broadway di Bogdanovich ma anche in maniera più laterale il Café Society di Allen, il remake di A star is born di Cooper e anche (e più di altri) questo La La Land di Damien Chazelle. Quest'ultimo percorrendo la via del musical lo fa a maggior ragione, perché nonostante la nuova ondata dei 70 che partorì ottimi esiti (The Rocky horror picture show, Hair, Grease, Jesus Christ Superstar, Tommy, etc...) e i più recenti tentativi di revival del genere, in fin dei conti Gene Kelly, Fred Astaire, Stanley Donen, Vincente Minnelli sono morti, e la loro arte con loro.


È nell'ottica dell'omaggio che si muove La la land, inserendo in un contesto cantereccio e danzereccio la più classica delle storie d'amore, Chazelle sceglie due ottimi attori per interpretare i suoi personaggi, Ryan Gosling ed Emma Stone, che cantano, ballano, suonano (?) ma che lasciano trasparire in fondo di non essere cantanti, ballerini, musicisti ma solo appunto ottimi attori. Qualche passaggio un poco più impacciato e scolastico c'è, eppure il tono lieve e le indubbie capacità del regista e di chi ha curato scenografie e soprattutto coreografie rendono La la land un film molto piacevole dove più che i numeri musicali e danzanti, non tutti eccelsi e nemmeno troppo invasivi, a catturare l'attenzione è la storia romantica tra due personaggi molto indovinati in fase di scrittura, una stesura leggiadra che dona la giusta grazia e leggerezza necessaria per un film di questo genere.


Si apre con un ingorgo autostradale, uno di quelli quotidiani di una Los Angeles sempre indaffarata, Chazelle dirige una coreografia corale complessa e spettacolare sul primo brano di facile presa del film, spara colori accesi, gioca con le inquadrature e inscena un primo incontro come da copione problematico tra Mia Dolan (Emma Stone), aspirante attrice, e Sebastian Wilder (Ryan Gosling), musicista jazz col sogno di acquistare e rilanciare uno storico locale jazz ormai decaduto. Da lì in avanti è un attimo appassionarsi alla storia d'amore tra i due protagonisti, divisi tra questo rapporto e i loro rispettivi sogni, per realizzare i quali conteranno l'uno sull'altro, si daranno manforte, si scontreranno fino a un finale che riserva più d'una sorpresa.


La la land (ri)propone un genere quasi estinto e lo fa con una dose di leggerezza e brio davvero preziosa, forse manca il talento vero nel realizzare un certo tipo di coreografie e di passaggi (purtroppo ho sempre in mente Gene Kelly che amo profondamente) ma si compensa tutto con la recitazione, con un'ottima regia e proprio con quel pizzico di nostalgia che operazioni come questa sanno scatenare. La la land porta a casa ben cinque Oscar (regia, miglior attrice, canzone, colonna sonora, fotografia e scenografia, e contandoli bene sono sei) tutto sommato tutti giustificati e ancora una volta, caso isolato in mezzo al deserto, apre la porta su un genere che in fondo è possibile rivitalizzare, in attesa che qualcun'altro colga la palla al balzo.

domenica 10 novembre 2019

THE CORRUPTOR - INDAGINE A CHINATOWN

(The corruptor di James Foley, 1999)

The corruptor esce sul finire dei 90 del secolo scorso ma invece di essere proiettato nel millennio successivo sembra guardare agli action polizieschi dei decenni precedenti. James Foley, in passato distintosi con il bel film Americani che godeva di un cast di prim'ordine, torna a far parlare di sé con un buon film di genere, a volte non limpidissimo nella sceneggiatura ma apprezzabile dal punto di vista del ritmo e della ricostruzione d'ambiente messa in scena. Siamo nella Chinatown di New York, un quartiere violento e difficilmente gestibile dai poliziotti wasp della grande mela. In forze al distretto di zona c'è l'agente esperto Nick Chen (Chow Yun-Fat) di origini cinesi, un uomo duro che sa come muoversi tra la vecchia malavita di Chinatown e la giovane criminalità in ascesa, tenendo in equilibrio precario boss della mala, prostitute e trafficoni di vario tipo. Per garantire questo equilibrio Nick non lesina nel prendere mazzette, frequentare prostitute (in tutti i sensi) e cospargere il quartiere con una buona dose di proiettili e di morti. Ma Chinatown rimane calda e ingestibile, nell'ottica di rinforzare la squadra di Chen arriva il novellino Danny Wallace (Mark Whalberg), ragazzone all'apparenza ingenuo e alimentato da buoni propositi, convinto di poter cambiare le cose nel quartiere, di poter aiutare donne e bambini sfruttati in una manovalanza opprimente e da condizioni di lavoro equiparabili a vera e propria schiavitù. Nel far questo dovrà confrontarsi proprio con quegli equilibri mantenuti in piedi con fatica dal collega esperto Chen cercando di rimanere "pulito" e di non farsi trascinare nella spirale di violenza e corruzione che attraversa il quartiere.


The corruptor - Indagine a Chinatown ha il sentore del noir, per metterlo in scena Foley si avvale dell'esperienza maturata nel Cinema di genere di Hong Kong da Chow Yun-Fat, protagonista della trilogia di John Woo e Tsui Hark A better tomorrow, ripulisce le scene d'azione dalle coreografie estetizzanti d'oriente e catapulta tutto nei vicoli fatiscenti di Chinatown, nei suoi corridoi stretti, nei sottoscala, donando al film un tono fetido e misero ben bilanciato dalle riprese aeree sulla città e dall'illuminazione al neon dei notturni e degli interni. La regia è vivace, il ritmo forsennato, non ci sono momenti di stanca in questo noir che tutto sommato rispetta le coordinate del genere senza riservare sorprese o grossi stravolgimenti al canovaccio che lo spettatore potrebbe aspettarsi. Di fianco all'attore di Hong Kong un giovane Mark Whalberg tutto sommato ancora a inizio carriera, la sicurezza e la piena consapevolezza sono ancora di là da arrivare però il ragazzo già si muove bene pur non riuscendo a cucire al suo personaggio lo stesso fascino emanato dal collega più anziano ed esperto. Da segnalare una bella sequenza di inseguimento che indubbiamente richiede una certa sospensione d'incredulità ma alza il livello spettacolare del film.

Nulla di nuovo sotto il sole (né oggi, nel in quel finire di anni Novanta), un film solido che mantiene quel che promette e che non mancherà di soddisfare i fan del genere e i nostalgici del Cinema action di quel decennio e di quelli precedenti.

mercoledì 6 novembre 2019

SERENITY

(di Joss Whedon, 2005)

Nel corso degli anni Serenity si è creato la fama di film di culto, un culto nemmeno tanto piccolo se teniamo conto che non stiamo parlando di un film che sta proprio sulla bocca di tutti. Joss Whedon, il suo regista che oggi tutti noi conosciamo, si è fatto le ossa con le sceneggiature per Hollywood (X-Men, Speed, Toy Story, Alien - La clonazione) per arrivare al successo con la serie Buffy l'ammazzavampiri, target adolescenziale e un'esplosione di pubblico probabilmente inaspettata che ha portato la serie ad andare avanti per anni e a generare merchandise, una serie a fumetti e lo spin-off Angel dalle tematiche più adulte. Ormai affermato, Whedon può permettersi di lanciare la serie fantascientifica Firefly che viene spesso definita un incrocio tra il western e la space opera; il progetto si arena però dopo la messa in onda della prima stagione: poco pubblico e taglio della produzione. I fan però vorrebbero vedere un seguito alle avventure dell'astronave Serenity e del suo equipaggio, e anche Whedon non è soddisfatto di come si sono concluse le cose. Nasce così Serenity, il film ha il compito di accontentare gli orfani di Firefly e di traghettare verso la conclusione una serie chiusa prima del tempo. All'epoca della sua uscita Serenity ripaga a malapena i costi di produzione, ancora una volta intervengono i fan adoranti che incrementano gli incassi grazie alle vendite dei dvd, le richieste di ulteriori sequel però non hanno avuto finora alcun seguito. Eppure con gli anni il film cresce in considerazione, l'anno di uscita vince il prestigioso premio Nebula per la sceneggiatura, viene eletto miglior film di fantascienza dell'anno da Rotten Tomatoes, si porta a casa il premio Hugo e in alcune classifiche di riviste di settore si piazza al primo posto dei migliori film di fantascienza surclassando Star Wars e compagnia bella.


Molto probabilmente per capire il culto bisogna far parte del culto. Guardando il film da profano, non avendo mai seguito la serie Firefly, devo dire che Serenity non mi ha di certo sconvolto. Il film ha il pregio di essere comprensibile pur non conoscendo i trascorsi dell'equipaggio della Serenity, un gruppo di uomini e donne che sfoggiano caratteri e caratteristiche diversi, probabilmente già esplorate e ben definite lungo il corso della serie precedente. Il film è abbastanza lineare, non presenta grosse sorprese nella sua costruzione ma si avvale di un impianto visivo artigianale di buona fattura considerato il budget non troppo elevato investito nella produzione, si risparmia sulle location e sugli effetti digitali sempre dignitosi ma in alcuni passaggi un po' artificiosi e poco convincenti. Whedon si destreggia molto bene a bordo della Serenity, i movimenti di macchina sono fluidi e spesso interessanti, nonostante il lavoro sui personaggi venga considerato il punto di forza del film la crew non è esente da stereotipi. Il comandante Reynolds (Nathan Fillion) è una sorta di Han Solo in chiave minore, guascone e a tratti più determinato, non manca di dimostrare il suo buon cuore, Cobb (Adam Baldwin) è l'elemento aggressivo monodimensionale pronto a sparare a tutto ciò che si muove, River Tam (Summer Glau) è la ragazza fragile e vittima pronta a trasformarsi in un'arma mortale, e via di questo passo. Non ci sono passaggi memorabili o scene troppo spettacolari, il film vive su un incedere concreto e costante spesso imbevuto di una simpatica ironia, scenograficamente strizza l'occhio in un paio di sequenze a Blade Runner, in altre all'immaginario di Star Wars (ma non ci sono blaster, solo armi tradizionali). In fin dei conti di questa operazione non se ne può parlar male, Serenity è un film riuscito ma da quell'aura di culto che si porta dietro mi aspettavo sinceramente qualcosa di più.


Per chi fosse completamente a digiuno di serie e film. L'alleanza è una forza interplanetaria di unione ma anche di invasione e oppressione. Tra le varie malefatte che gli esponenti dell'Alleanza compiono, c'è quella di sperimentare sul cervello di alcuni soggetti con doti precognitive. Una di queste, River Tam, riuscita a fuggire alle grinfie dell'Alleanza grazie al fratello Simon (Sean Maher), trova rifugio a bordo della Serenity, una nave il cui Capitano non ha in simpatia le forze dell'Alleanza. Presto River Tam si rivelerà ben più importante per l'Alleanza di quel che fosse lecito supporre, questo scatenerà sulle tracce dell'equipaggio della Serenity lo spietato Operativo (Chiwetel Ejiofor) che tenterà con ogni mezzo di riprendersela. A complicare le cose la razza spietata dei Reavers, uomini brutali tornati allo stato selvaggio e violento.

Nell'arco del film impariamo a conoscere questi personaggi e la loro nave che per il Capitano sono un po' come una famiglia e una casa, non necessita conoscere i pregressi, indubbiamente Serenity si lascia apprezzare da chiunque abbia un minimo di feeling con la fantascienza, è solo che... questa maledetta aspettativa!

domenica 3 novembre 2019

MALEFICENT - SIGNORA DEL MALE

(Maleficent: Mistress of evil di Joachim Rønning, 2019)

Il nuovo corso intrapreso dalla Walt Disney Pictures volto a trasporre in live action i personaggi dei suoi più celebri successi d'animazione mi interessa veramente poco. Il fenomeno non è nuovo, i primi esperimenti significativi si registrano già a cavallo del passaggio di millennio con i due film dedicati ai piccoli dalmata de La carica dei 101 che vedevano tra i protagonisti diversi nomi di richiamo tra i quali spiccava la Crudelia De Mon interpretata da Glenn Close. Dopodiché un decennio di pausa e la ripresa nel 2010 con il terribile Alice in Wonderland di Tim Burton che si rivela però una manna al botteghino (come prima di questo già fece La carica dei 101 live action), ancora qualche anno di pausa e proprio con il primo episodio di Maleficent, qualitativamente superiore ai precedenti esperimenti, la produzione di questi adattamenti diventa massiva e continuativa con ben dieci film negli ultimi cinque anni e un programma fitto per il prossimo futuro. In casa Disney si è presto capito come non fosse necessaria una qualità eccelsa nella scrittura di questi film, ne tanto meno imbastire un discorso d'autore nelle trasposizioni che, a parte qualche caso (Tim Burton, Guy Ritchie e Kenneth Branagh), vengono affidate a onesti mestieranti. Alla fine bisogna ammettere che hanno avuto ragione loro, Burton e Branagh hanno offerto prove a dir poco opache (e voglio essere magnanimo), Ritchie me lo sono risparmiato perché vorrei ricordarlo da vivo, quando firmava cose come Lock & Stock o The Snatch. Oltre alle prove sottotono dei nomi più blasonati, a confermare l'esito scontato di queste operazioni ci sono gli incassi che continuano a far fregare le mani dei capoccia di casa Disney, allora perché non perseverare sulla strada già battuta? Alla luce delle precedenti opinioni, snobbate la gran parte di queste trasposizioni ma avendo una figlia in età perfetta per i film per famiglie e ovviamente affascinata dalla figura di Malefica (come potrebbe essere altrimenti nella sua versione Jolie?), abbiamo affrontato in sala la visione di Maleficent - Signora del male.


Come nel primo episodio, anche in questo sequel l'esito si rivela più che discreto, perde il fattore novità e lascia campo libero a qualche perplessità nello sviluppo (si ha l'impressione di una continuità non lineare con l'episodio precedente), nel contenuto il film è un po' in controtendenza rispetto al precedente, meno femminista, qui la cattiveria vera è tutta donna, personificata in una ancora splendida Michelle Pfeiffer, la regina Ingrid, madre dell'imbelle Filippo (Harris Dickinson) e moglie di un pacifico Re Giovanni (Robert Lindsay)che auspica un'unione tra il suo regno e quello degli esseri fatati della Brughiera dei quali Malefica (Angelina Jolie) è indubbiamente l'esponente di maggior potere. Il grosso della riuscita del film, pur non essendo questa grande attrice, è da imputare proprio alla Jolie, la scelta di Angelina per la parte di Malefica è tanto indovinata quanto quella di Robert Downey Jr. in quella di Tony Stark, una di quelle scelte di casting che lasciano pensare che nessun'altra attrice avrebbe potuto ricoprire meglio quel ruolo. La Jolie, oltre ad essere stupenda nonostante le modifiche spigolose ai tratti del viso, è semplicemente Malefica, non hanno importanza la caratura dell'attore, la prestazione o l'intensità della parte quando si può avere la vera Malefica. Il resto è accessorio. Il film funziona nell'ottica del prodotto familiare, storia lineare che non crea grandi scossoni ne particolari emozioni, godibile e caratterizzata da una tecnica digitale avanzata che offre alcune soluzioni interessanti, legate alla razza di Malefica, al loro covo, e alla loro presentazione di per sé già multietnica e globalizzata, e altre ormai abusate con secchiate di verde e costruzioni medievaleggianti di gran lusso a fare da cornice. Il plot presenta un conflitto tra consuocere che metterà al centro cattiveria, tradimenti e una bella dose di buoni sentimenti, viene confermato il resto del cast del film precedente con l'aggiunta di Chiwetel Ejiofor nei panni di Conall, punto di riferimento della razza alata che auspica un riavvicinamento con gli umani. Non c'è molto altro da aggiungere.

La forza di Malefica - Signora del male sta nel personaggio in sé già funzionale nella sua versione animata e perfetto con volto e corpo della Jolie. Un fascino che probabilmente gli altri personaggi "trasposti" non hanno, infatti questo film è l'unico che mia figlia mi ha chiesto di andare a vedere al Cinema (per fortuna), ma questo ha poca importanza, io questi film continuerò a non guardarli (almeno in sala) e la Disney continuerà a riempire le casse. Più o meno tutti contenti.

sabato 2 novembre 2019

SPLIT

(di M. Night Shyamalan, 2016)

Da sempre il regista M. Night Shyamalan è interessato al fantastico declinato nelle forme più disparate: dal gotico alla fiaba, dall'incontro ravvicinato al sovrannaturale/supereroico e a tutte le altre derive del caso. Fin dal suo primo successo, Il sesto senso, l'autore viene da molti criticato per la tendenza a ingannare lo spettatore concludendo le sue narrazioni con colpi di scena a effetto che in realtà, a detta degli stessi detrattori, stupirebbero solo lo spettatore più distratto e credulone, quello spettatore che non si sforza troppo di mettere insieme i pezzi per anticipare il colpo di coda che effettivamente spesso Shyamalan si concede in chiusura di film. Ammetto di essere tra quegli spettatori, forse un po' superficiali o stupidotti, che amano farsi affabulare dal regista di origine indiane, un narratore che personalmente ammiro fin da quel lontano 1999 e che finora, pur non conoscendone l'intera produzione, mi ha deluso in un'unica occasione con l'uscita di Signs, film che a onor del vero mi piacerebbe riguardare ancora una volta al fine di concedergli la classica seconda occasione. Anche con Split, almeno con questo spettatore, Shyamalan ha di nuovo fatto centro.


In principio era Billy Milligan, un americano nato negli anni 50 affetto da disturbo dissociativo dell'identità (meglio noto come personalità multiple) sulla cui storia Daniel Keyes ha scritto un bellissimo libro dal titolo Una stanza piena di gente e che ha ispirato anche M. Night Shyamalan nella realizzazione di questo film. Milligan è noto come uno dei casi più eclatanti di personalità multipla, arrivando a contare ben ventiquattro diverse personalità coesistenti all'interno dello stesso corpo (ne parliamo al passato, Milligan è deceduto nel 2014). Oltre alle azioni violente che una mente così disturbata e nata dall'abuso può aver commesso, a destare interesse sono le caratteristiche diverse che ognuna delle personalità presentava, in base alla personalità dominante del momento Milligan esibiva doti e conoscenze che mai avrebbe potuto apprendere per quel che era stata la sua esperienza di vita: conoscenze tecniche particolari, confidenza con lingue straniere mai studiate, forza spropositata rispetto al suo fisico, atteggiamenti tipici dell'infanzia e cosa più sorprendente tracciati di esami come quello dell'elettroencefalogramma completamente diversi a seconda della personalità dominante al momento dell'esame. Una roba da far venire la pelle d'oca. Il regista prende spunto da questo personaggio reale per imbastire una storia che poco ha a che fare con quella di Milligan ma che sfrutta al meglio la questione delle diverse personalità.


Kevin Wendell Crumb (James McAvoy) è il corpo ospite di ben 23 personalità diverse, alcune di queste violente e disturbate, scatenatesi in seguito a un'infanzia di abusi subiti da parte della sua stessa madre. Una di queste personalità rapisce tre giovani ragazze, Marcia (Jessica Sula) e Claire (Haley Lu Richardson) e la loro compagna di classe Casey (Anya Taylor-Joy), una ragazzina esclusa dal giro delle sue coetanee. L'uomo tiene segregate le ragazze in attesa di qualcosa in arrivo, qualcosa di spaventoso... le giovani fanciulle ovviamente tenteranno di fuggire. A turno, in maniera poco prevedibile, il controllo del corpo di Kevin viene preso da Barry, uno stilista di moda gay che è l'unico apparentemente a interfacciarsi con la psicologa Karen Fletcher (Betty Buckley) che ha l'uomo in cura, da Dennis che soffre di disturbo ossessivo compulsivo, da Patricia che è l'unica insieme a Dennis a credere nell'arrivo della bestia, e da Hedwig, un bambino timoroso ma attratto dall'idea di non essere più solo e di avere la compagnia delle ragazze, in particolar modo quella di Casey.


Split ondeggia tra il thriller e qualche punta d'horror trattenuta, crea la giusta angoscia grazie alla costruzione di un personaggio che permette a McAvoy di esprimersi su una serie di registri differenti che testimoniano il talento dell'attore scozzese forse ancora non espresso finora a questi livelli. Tenendo in mente la storia di Billy Milligan il film, che calca la mano sulle parti più disturbanti della psiche del personaggio, inquieta non poco, creando una bella tensione ben assecondata dall'interpretazione delle tre ragazze, in particolar modo quella di Anya Taylor-Joy davvero bravissima, già rivelazione in The VVitch, film molto vicino per alcune caratteristiche al The Village di Shyamalan. Interessante la visione che dà del fenomeno la psicologa, che vede questa particolare forma di disturbo come il viatico per un raggiungimento più pieno delle potenzialità dell'individuo, quasi una sorta di superpotere che si sconta con un equilibrio mentale devastato. Ed è proprio su questo assunto che Shyamalan imbastisce la sua risoluzione finale, oltremodo efficace e non prevedibile questa volta, che permette al regista di plasmare il suo nuovo giocattolo, un piccolo universo condiviso dove far muovere i suoi personaggi che non sarà quello Marvel, non sarà quello DC, ma che potrebbe rivelarsi anche più interessante. Il tutto viene confermato un paio d'anni più tardi dall'uscita di Glass e ancora una volta questo piccolo regista presenzialista (i suoi cameo come quelli di Hitchcock) non ha deluso le aspettative.

mercoledì 30 ottobre 2019

LE TENTAZIONI DEL SIGNOR SMITH

(This happy feeling di Blake Edwards, 1958)

Anche all'interno delle filmografie più interessanti e luminose è quasi scontato che prima o poi appaia l'esito meno riuscito, l'inesperienza di gioventù, il momento di fatica, il calo d'ispirazione. A questa regola non scritta non fa eccezione nemmeno il re della commedia Blake Edwards, un autore che ha marchiato a fuoco diverse pagine della storia del Cinema. Questo Le tentazioni del signor Smith (si trova anche come La tentazione del Signor Smith) è una delle prime commedie dirette da Edwards, la sua vena comica esploderà veramente solo l'anno successivo con Operazione sottoveste, film emblema di un certo tipo di umorismo garbato che grazie anche all'accoppiata formata da Cary Grant e Tony Curtis porta Edwards su un altro livello di notorietà. Il regista non ha bisogno di presentazioni, lascerà il segno anche nel ramo più malinconico della commedia con il capolavoro Colazione da Tiffany, nel demenziale con la saga della Pantera Rosa che vede come mattatore l'Ispettore Clouseau dal volto di Peter Sellers, ancor meglio riuscito Hollywood party con lo stesso attore, si distingue nel dramma con I giorni del vino e delle rose e firma un altro capolavoro nell'ultima parte di carriera con quel Victor Victoria interpretato dalla moglie Julie Andrews.

A confronto di cotanto curriculum la commedia Le tentazioni del Signor Smith scompare, rivelandosi acerba, immatura e priva di quegli spunti interessanti e quella visione d'insieme alla quale Edwards ci abituerà qualche anno più avanti. Le battute argute e divertenti (contestualizzate ai tempi) non mancano, più d'una volta i personaggi ci strappano un sorriso, quello che però proprio non funziona è la scrittura che qui si rivela piatta nell'intreccio e nelle dinamiche tra i personaggi, dinamiche che concedono più sbadigli che picchi d'interesse. Anche la sceneggiatura è siglata dallo stesso Edwards che probabilmente era ancora in fase di messa a punto, un calibrarsi continuo che porterà più avanti a quei film indimenticabili ancora oggi considerati "da manuale" della commedia.


Preston Mitchell (Curd Jurgens) è un attore teatrale di grande fama ormai ritiratosi dalle scene per cercare una vita più tranquilla e forse anche perché vede intorno a lui nascere una nuova generazione d'attori, meno attempati, bellocci e che impersonano l'indole ribelle amata dal pubblico più giovane. L'attrice sbarazzina Nita Hollaway (Alexis Smith), infatuata di lui, tenta di convincerlo a tornare sulle scene, ma l'attore ormai è interessato solo alla sua tenuta in campagna e ai suoi cavalli. Qui Preston ha instaurato un buon rapporto con il figlio della vicina di casa, Bill Tremaine (un giovanissimo John Saxon) che in comune con l'uomo ha la passione per i cavalli. Per una serie di eventi fortuiti Bill conosce a una festa la bella Janet Blake (Debbie Reynolds) e a causa di alcuni equivoci, tutti si ritrovano in casa di Preston dove avrà luogo il più classico dei triangoli sentimentali con Bill interessato a Janet, Janet al maturo Preston (scatenando un po' di gelosia in Nita) e Preston combattuto tra l'avvenenza innocente di Janet e la sua età ormai avanzata.

La commedia è sempre garbata, fin troppo, manca un poco di brio e di sano contrasto tra i personaggi, la Reynolds è molto caruccia ma si dimentica facilmente, la parte più divertente è riservata alla domestica di Preston, gran bevitrice, e a un gabbiano ospite indesiderato, ma anche qui siamo lontani dalla verve di Susanna e del giaguaro, tanto per dirne una. Si sente l'assenza dell'attore di carisma, quello capace di riempire le scene, uno di quelli col senso dei tempi e della battuta, un Cary Grant, uno Spencer Tracy, una Hepburn (Katharine) o qualcuno di quel calibro lì. Poi qualche buon passaggio indubbiamente c'è, i semi sono stati piantati, è solo che ancora non hanno germinato.

martedì 29 ottobre 2019

LA NOTTE DEL GIUDIZIO

(The purge di James DeMonaco, 2013)

Bastano poco più di un'ora e venti minuti a James DeMonaco per mettere in scena gli istinti più bassi e primordiali del popolo americano, una stirpe bastarda (nel senso di melting pot) che ha costruito una nazione e un impero economico/politico soverchiante sulla violenza e sul sopruso (inutile nascondersi dietro un dito) e che ancor oggi su quegli assunti scatena miserie sia all'interno che all'esterno del proprio territorio. DeMonaco, anche sceneggiatore, offre agli spettatori la soluzione a tanta barbarie sul classico piatto d'argento.

Futuro prossimo. La società americana, governata da dei fantomatici "Nuovi Padri Fondatori", ha trovato la soluzione per arginare povertà, violenza e crisi economica. Una volta l'anno si celebra la notte dello sfogo, un periodo in cui dalla tarda serata fino all'alba successiva tutto è concesso: omicidi, torture, pestaggi con solo un paio di limitazioni; ovviamente rimangono intoccabili gli alti funzionari del Governo (quei fottuti bastardi la fanno sempre franca) e sono vietate le armi non convenzionali, insomma una regola tipo niente bazooka, carri armati, e cose che potrebbero fare danni troppo esagerati. Uccidere sì, ma con moderazione, siamo pur sempre un popolo nobile! Tutto ciò allo scopo di far sfogare gli istinti violenti dei cittadini in un sol giorno così da avere davanti un anno intero idilliaco e produttivo, scevro da violenza e brutture. In realtà la nottata in questione ha più lo scopo di eliminare i poveri, i rami secchi della società che non hanno i soldi per armarsi o procurarsi adeguati sistemi di difesa e quindi condannati in maniera quasi certa a perire. In questo scenario seguiamo la notte dello sfogo della famiglia Sandin, un nucleo alto borghese che vive in un quartiere di lusso e il cui capofamiglia James (Ethan Hawke) è il maggior piazzista di impianti domestici di sicurezza che rendono le case inespugnabili proprio in vista dell'annuale ricorrenza. La famiglia è di indole mite, crede nell'utilità dello sfogo ma non vi partecipa, considerando l'omicidio (almeno per ora) lontano dal loro modo di essere. Il più turbato dagli eventi in procinto di ripetersi ancora una volta è il giovane Charlie (Max Burkholder), mentre la madre Mary (Lena Headey) accetta con riserva la barbarie e l'adolescente Zoey (Adelaide Kane) è più interessata al suo ragazzo Henry (Tony Holler) che agli avvenimenti in arrivo. Quando arriva il momento dello sfogo i Sandlin si barricano in casa, accendo i televisori e si preparano a una nottata tranquilla in attesa di riprendere la loro vita normale il giorno successivo Ma le cose non andranno esattamente come previsto.


L'introduzione a questo "nuovo ordine" DeMonaco ce lo mostra in poche sequenze iniziali con una rapida carrellata di video che arrivano dalla televisione, dalle videocamere di sorveglianza e da device vari che ci fanno vedere le passate edizioni dello sfogo e le sue più brutali manifestazioni (riprese da una certa distanza, nulla di realmente disturbante se non nei concetti). Viene alla mente in maniera naturale il parallelo sociologico se non proprio antropologico con l'odierna società americana (e non solo) ancora ingabbiata da fenomeni di razzismo, disparità di classe sociale, sacche di povertà e violenza incontrollata. Come purtroppo sempre e da sempre accade, il povero paga a discapito dei ricchi, vero strato negativo, piaga inestirpabile che appesta e ammorba la società basata sul capitale. La riflessione sulla lotta di classe si accompagna a quella sulla brutalità insita nell'animo umano non mancando di sottolineare come, ancora una volta tra la borghesia convinta anche di ben pensare, sia un'ipocrisia inarginata a farla da padrone (ah, quanto ho parteggiato per quel povero nero...).


Film politico quindi? In realtà no, o almeno non proprio. Quelli sopra elencati sono tutti validissimi spunti inseriti in un film che è fatto al 90% di tensione, un thriller claustrofobico ambientato nella casa dei Sandin, massacro in interno che impedisce la visione ampia del racconto in quanto non ci è dato sapere cosa accade realmente nel mondo durante la notte dello sfogo, e i Sandlin non necessariamente sono la parte per il tutto. La notte del giudizio è sostanzialmente un thriller che gioca con l'azione e con la suspense, così come DeMonaco gioca con le inquadrature, a partire da quelle del piccolo robottino con visore notturno costruito dal piccolo Charlie. Il succo è poi questo: chi rimarrà in piedi a fine nottata? La tensione è dosata ottimamente anche in virtù di una durata veramente esigua del film, nel cast spicca quella che era uno dei volti migliori de Il trono di spade, la bastardissima Cercei Lannister interpretata da Lena Headey, qui personaggio decisamente più positivo.

La notte del giudizio è un film divertente che sottolinea l'ipocrisia di una società che non ha nessuna intenzione di rinunciare a nulla per risolvere i propri problemi, in un ripetersi ciclico di abusi e soprusi.

domenica 27 ottobre 2019

NINA: IO NON SONO TE - INTERVISTA A ROBIN KARTWRITE

(di Robin Kartwrite, 2019)

Intervista realizzata per Loudd.

Robin Kartwrite è una giovane scrittrice ligure che ha recentemente pubblicato il suo primo romanzo scegliendo la via dell'autoproduzione. Abbiamo avuto la possibilità di scambiare due chiacchiere con Robin riguardo il suo esordio, ed ecco l'esito della nostra chiacchierata a disposizione dei lettori di Loudd

L: Ciao Robin, potremmo iniziare questa intervista raccontando in poche parole ai nostri lettori di cosa parla il tuo libro, senza svelarne punti salienti, giusto per farci un'idea su cosa ci si può aspettare leggendo Nina - Io non sono te.
RK: Ciao Dario, innanzitutto vi ringrazio per questa opportunità e per avermi regalato questo spazio. Mai me lo sarei immaginato, essere tra queste pagine mi lusinga e inorgoglisce. Volendo risponderti, questa è la storia di due giovanissime donne che si ritroveranno, chi per volontà, chi per obbligo, in un luogo cupo e pericoloso: un campo di addestramento per giovani reclute. La prima per mettersi alla prova, per crescere e migliorarsi, la seconda per un sincero moto di solidarietà verso i più deboli. Nel frattempo, impareranno a valutarsi l'un l'altra, ma anche a difendersi da quegli individui che per i più disparati motivi vorranno far loro del male. Mi piacerebbe definire Nina - Io non sono te un piccolo puzzle, un'opera il cui contenuto viene condiviso tramite brevi episodi narrati non sempre in modo cronologicamente lineare: uno stratagemma per dare informazioni utili senza mai divenire pesanti. È di fatto un dark action con sfumature storico-drammatiche. Mi preme però che il lettore sappia che non sta per approcciarsi a un fantasy, nonostante l'uso di alcune nomenclature scelte ad hoc possa far supporre qualcosa di simile. In parole spicciole? Se si vuol leggere di disciplina, amicizia, rabbia, sadismo e anche un po' di sana empatia, questo libro ne è buono spunto.

L: A naso direi che sei parecchio giovane, puoi raccontarci se hai avuto altre esperienze legate alla scrittura (libri, racconti, blog, scarabocchi sul banco di scuola, liste della spesa e cose simili...)?
RK: Ma grazie! Non sono poi così giovane, suvvia! Vero è che Google dice che rientro tra i Millennials, anche se tra i primissimi, quelli nati negli anni '80... e comunque se lo dice Google, io prendo e porto a casa! La scrittura fa parte di me, semplicemente, perché è la più sincera colonna sonora dell'intera mia esistenza: uno strumento per esprimere me stessa, prima di tutto, ma anche il modo più funzionale di comunicare al mondo tutto quanto a voce non sono forse mai stata in grado di esprimere. Sono partita dagli scarabocchi a scuola, è vero, ma poi mi sono resa conto che non potevo continuare a portarmi dietro pezzi di banco, e così ho deciso di prendere un quadernetto e continuare lì. Mai scelta fu più azzeccata, direi! Ho avuto (e ho) diversi blog, oltre a un sito che porta il mio nome (http://www.robinkartwrite.it), ho scritto storie a puntate, favole per i nipoti e racconti one shot per intrattenere un pubblico di animalisti coccolosi, ma anche articoli più o meno scientifici e più o meno Search Engine Optimized. Di liste ne faccio fin troppe, e guai a chi s'avvicina anche solo da lontano al mio "Favoloso libro di ricette appuntate negli anni che viene rimpinguato ogni volta che ne invento una nuova". Ecco, forse dovrei rivedere il titolo di quest'ultimo, che credo potrebbe darmi problemi in futuro, volessi mai pubblicarlo! Storielle e favolette a parte, Nina - Io non sono te è il primissimo lavoro importante che porto a termine. Una cosa seria, tanto che dentro ci sono personaggi, ambientazioni, colori e perfino cose-che-accadono-ai-personaggi, cioè, insomma, 'na roba di quelle che fanno tremare le gambe, che se sei abbastanza fortunato riesce a farti chiamare (lo dico a bassa voce, perché fa strano pure a me) scrittore!

L: Ogni libro vive all'interno di un suo contesto, quello presente in Nina - Io non sono te è molto particolare, puoi spiegarci come sei arrivata a scegliere proprio questo tipo di ambientazione?
RK: Beh, questa è una curiosità... e oltretutto nasce per serendipity, nel senso che cercavo qualcosa e ho trovato tutt'altro. L'ambientazione, la fredda Russia, è stata scelta perché alla mia protagonista è stato dato un nome russo. Beh, tu mi dirai, allora già sapevi di volere ambientare la storia in Russia, dato che hai chiamato il tuo personaggio Sveta! No, non lo sapevo. Sapevo solo che volevo "legare indissolubilmente il testo a me" cercando un significato nel nome del personaggio che richiamava l'origine del mio nome di nascita. Sembrerà stupido, ma Sveta ha radici simili a quelle del mio nome, il fatto che fosse di origine slava non aveva avuto rilevanza fino a quando poi non ho dovuto costruirci una storia attorno. E così è stato. Ho studiato, ho fatto ricerche e mi sono appassionata a una cultura così tanto lontana dalla nostra, ma con la quale ha anche tanti punti in comune. Ho avuto perfino la fortuna di conoscere una giovane madrelingua che un po' sapesse di italiano e mi raccontasse segreti succulenti di prima mano. Tipo quali sono i dolci che vanno per la maggiore durante la colazione, se fa davvero così freddo (risposta che non è giunta con soddisfacente entusiasmo, direi) e se le notti durano un'eternità proprio come raccontano le leggende da queste parti. Beh, lei è una russa che praticamente vive sullo stesso parallelo di Milano, e 'sta roba delle notti lunghissime non l'ha vista mai nemmeno lei. Ecco, diciamo che ho scoperto che la Russia è assai vasta... di una vastità che difficilmente si riesce a immaginare tutta in una sola nuvoletta di pensiero.

L: Domanda secca a tradimento. Tre autori che ti piacciono e che ci consiglieresti di leggere (se vuoi puoi citare qualche titolo e motivare la scelta).
RK: Alessando Baricco. Mi strugge l'anima ogni volta che leggo le sue storie psichedeliche. Credo che questo autore abbia in tasca qualcosa di stupefacente, così come credo mantenga costantemente un conto in sospeso con la realtà, visto che da quest'ultima rifugge, ma alla quale torna sempre con pungente rammarico. La verità è che i suoi testi stimolano in modo spontaneo e prepotente il mio inconscio, che quatto quatto spinge per venir fuori e dire la sua, e questa sensazione è talmente vivida e autentica che non posso non dargliene merito e farne menzione. Qualcuno dei suoi che consiglio? Castelli di rabbia e Tre volte all'alba su tutti. Il primo per la capacità che l'autore ha avuto di mettere in parole suoni, colori, gusti, odori e sensazioni, oltre a mostrare il potere invitto della mente umana. Il secondo perché è un paradosso dolceamaro.
Daniel Pennac. Colui che sa scrivere di purezza e crudeltà insieme senza strafare e cadere nel grottesco. Mai. Un autore coerente e perspicace, che dalla sua ha una sottile ironia che riesco a gustare ogni volta con gran soddisfazione. Da grande mi piacerebbe imparare a scrivere altrettanto bene. Banalmente consiglio la di lui Saga Malaussène, alla quale va data una possibilità solo per l'arguta sagacia con cui viene portata a compimento.
J. K. Rowling. Sì, lei. Una tra le pochissime donne che ha saputo magicamente restituirmi il sapore dell'infanzia, in un momento in cui ne avevo perso completamente il ricordo. E che riesce a farlo ancora adesso, ogni volta che apro uno dei suoi libri. Non ho molto da aggiungere, accenno a questa autrice solo per l'ascendente che ha avuto su di me, quando ancora mi sentivo una piccola e cinica giovinetta senza speranze. La dote più grande della saga di Harry Potter si intreccia indissolubilmente ai buoni sentimenti che troppo spesso dimentichiamo di possedere in origine: da bambini siamo perfetti nell'animo, nella mente e nel cuore. Poi qualcosa ci impensierisce, stendendo un velo di realtà troppo pesante e fitto perché si riesca ancora a respirare con leggerezza. Ecco, per qualche ora mi prendo una pausa dalla realtà e torno bambina. Può esistere regalo più grande che un autore possa farci?

L: Leggendo il libro è chiaro come nella tua testa ci siano già uno o più possibili sequel, puoi svelarci quali programmi hai per il futuro dei tuoi personaggi (a livello editoriale) e se hai idea dei tempi di realizzazione dei tuoi progetti?
RK: Eccoti un'altra curiosità: quest'opera è stata ideata come unica. La suddivisione in tre tomi (ho già accennato al fatto che la saga è composta da tre volumi?) è arrivata successivamente, quando ho potuto appurare che la mole dell'intera trama era troppo corposa perché il lettore potesse accettare un libro d'esordio di mille e più pagine. Così mi sono detta che suddividerla sarebbe stata la migliore strategia, sperando così di conquistare il lettore prima e proporgli a mano a mano il resto dopo. Sono attualmente in piena stesura, e mentirei se dicessi che mi sento sicura di poter proporre già il seguito (data la mia più che conclamata vena ossessiva di voler revisionare il resto più volte per evitare refusi), ma certamente per il nuovo anno andrà in pubblicazione, augurandomi che il terzo possa trovare completamento entro il 2020 e venire alla luce l'anno successivo. Romanticamente mi piacerebbe pubblicarne uno all'anno, sempre nella medesima data e farmi tre bei regali di compleanno di fila, ma vedremo poi in realtà come andranno le cose.

L: Sappiamo tutti che esordire nel mondo dell'editoria non è cosa facile, come mai hai optato per l'autoproduzione e quali sono secondo te le difficoltà maggiori che oggi si incontrano per chi vuole trovare una casa editrice seria disposta a credere davvero in un progetto?
RK: Mai come oggi posso dirti che è effettivamente dura. È dura anche quando si studia in modo approfondito, si opera d'impegno e perseveranza, e si sceglie umilmente di fare gavetta e prendersi critiche non sempre costruttive. È dura perché affinché si possa esser scelti è necessario lasciare che terze persone giudichino il tuo lavoro. E non parlo solo degli agenti letterari o degli individui preposti in vece delle case editrici alle quali con tanta speranza hai inviato il tuo manoscritto, ma anche del primo pubblico cui si concede di misurare la tua anima, il tuo "inside", al quale probabilmente assegneranno un'anonima stellina che lo definirà irrimediabilmente. E a te autore deve andare bene. In ogni caso ho scelto consapevolmente l'autopubblicazione perché le realtà "piccine" di case editrici appena avviate, e indubbiamente oneste, non avrebbero saputo offrirmi qualcosa che da sola non avrei potuto io stessa mettere in atto. E va bene la presentazione a Santa Margherita di Fossa Lupara, ma beh... ci siamo intesi, no? Così, se proprio voglio fare un tuffo nell'ignoto, che sia fatto con le mie forze, le mie energie, le mie "strategie", i miei errori e tante capocciate utili a permettermi una sana crescita. Poi, chissà, io sono ottimista, indiscusso giudice è solo il lettore, e sarà quest'ultimo a lasciare che il mio testo emerga se davvero lo merita. A volte fa più un passaparola che tante costosissime strategie di marketing.

LCome ci siamo già detti chiacchierando, la copertina scelta per il libro mi ricorda in maniera forte il "romanzo rosa", genere che posso affermare si trovi parecchio lontano dai tuoi contenuti, vuoi rassicurare i nostri lettori che penso siano anche loro su un'altra lunghezza d'onda rispetto al classico romanzo d'amore?
RK: Eccomi a rassicurarvi, cari lettori (e-spero-presto-fan-sfegatati-di-Nina)! Non c'è una, dico una, scena di puccettoso rosa in quest'opera... oddio, forse viene giusto accennato un bacetto, ma quello concedetemelo! Nella paura di diventare monotematica, ho tentato di spaziare per quanto possibile attraverso vari canali sensoriali ed emotivi, volendo che i miei personaggi sperimentassero situazioni autentiche. Sì, forse mi sono lasciata un po' andare in quanto a cupezza e termini duri (qualcuno una volta mi ha definito "virile", riferendosi al mio stile di scrittura), ma venendo al fulcro della domanda, la scelta di adoperare una copertina tanto luminosa è più che voluta. Ciò proprio a fronte non solo del nome dato alla protagonista (quello cui prima accennavo), ma anche della non così subliminale dicotomia "luce/buio" che permea l'intero testo. D'altro canto, volessimo badare solo alla quarta di copertina, sapremmo che i giovani impegnati in questo percorso vogliono diventare Ombre Oscure, quindi è sotteso partano da una certa "luminosità" d'animo. Non avrei potuto scegliere immagine migliore... e se è vero che non bisogna giudicare un libro dalla copertina, allora è giusto dare una possibilità anche al mio non convenzionale abbinamento.

LIl libro presenta una narrazione cronologica non lineare. La stesura del testo da parte tua ha seguito l'ordine cronologico degli avvenimenti o la versione finale che è andata in stampa rispecchia l'ordine in cui hai effettivamente scritto i capitoli? Quanto tempo fa è nato questo progetto?
RK: E veniamo al tasto dolente! Ho ricevuto critiche contrastanti a tale proposito. C'è chi ha apprezzato e chi ha detestato la scelta di andare "avanti e indietro" nel tempo senza motivazione apparente. Questi salti sono stati il mio più grande orgoglio e la mia dannazione. Chi non li ha capiti non ha voluto nemmeno fare il tentativo di mettere insieme i pezzi, chi invece ne è rimasto meravigliato in un caso mi ha addirittura dato la soddisfazione di leggere il testo per più di una volta ordinando gli episodi cronologicamente: un modo come un altro per carpire altri indizi. La stesura è tendenzialmente nata nell'ordine attuale, giusto il Prologo è venuto un po' dopo, assieme a un paio di capitoletti intermedi. Di fatto, però, in corso di scrittura mi sono resa conto che erano le idee a spuntare rigogliose e a trovare la corretta collocazione all'interno dell'arco temporale ogni volta che mi lasciavo andare all'ispirazione, tanto che al termine di un capitolo non dovevo fare altro che segnarmi qualche appunto e attendere il momento adatto per svilupparne successivamente il seguito. Nella mia mente però è nato quasi tutto nel modo proposto. Le primissime parole del libro appartengono al capitolo che ora è stato numerato come quarto della prima parte ("Libera la mente") e sono state messe su carta il primo settembre del 2017. Ricorderò per sempre questo giorno, perché è stato quello in cui ho conosciuto Sveta, la mia protagonista.

LMa tu ti senti più Nina o più Sveta? (questa i lettori la capiranno dopo aver letto il libro)
RK: Bella domanda, alla quale dare una risposta è poco meno che andare in crisi profonda. Io sono entrambe e nessuna. Vivo attraverso di loro e loro sanno di me, nel senso che possiedono il sapore della mia rabbia, conoscono il modo in cui mi relaziono con il mondo, hanno ben chiare le reazioni che potrei mettere in atto a fronte di determinati accadimenti. Come ho potuto in più di una circostanza appurare, riferendomi a Sveta, lei è tutto ciò che io sono e tutto quanto io mai sarò, in un senso di profonda soddisfazione e malinconia che mi rende consapevole di quanto io sia fallibile e semplice in quanto a essere umano, ma contemporaneamente di quanto sappia vivere appieno grazie alle parole che la mia protagonista mi ha suggerito. Perché sono loro che raccontano, io non sono che un mezzo. Con Nina sono in pieno conflitto, perché così tanta bontà mi fa spesso imbestialire ed è più lei che prenderei a schiaffi, che chiunque altro nel testo. Perciò se mi chiedi io chi mi senta di più, queste poche righe sono tutto quanto io sia stata in grado di condividere nel tentativo di mettere in piedi una risposta degna della domanda. Me la sono cavata male, vero? Eh, sì, me ne sono accorta!

L: No, tranquilla, non te la sei cavata male. Per chi fosse interessato al tuo lavoro dove può trovare una copia di Nina - Io non sono te?
RK: Beh, prima di tutto sarei onoratissima se qualcuno che ha avuto il fegato di legger fino a qui si sia perfino riscoperto interessato all'opera! Quindi presto, prima che cambi idea! Nina - Io non sono te è disponibile on line su Amazon, sia in versione cartacea che digitale a questo indirizzo https://www.amazon.it/Nina-Io-non-sono-te/dp/1688492984/

L: Loudd è una webzine a impronta prevalentemente musicale, cosa ci suggeriresti come colonna sonora del tuo libro? Invece solitamente io mi occupo di Cinema, se dovessero fare un film dal tuo libro che attrici sceglieresti per i ruoli di Nina e Sveta e da chi faresti dirigere il film?
RK: Una premessa è d'uopo: quando sono in compagnia delle parole, vorrei non ce ne fossero altre a far da distrazione, quindi se di musica si parla sceglierei un assolo di piano, lento, melanconico e dalle tonalità basse che scavano l'anima. Non dico la Sonata al chiar di Luna di Beethoven, ma quasi. In fin dei conti però ognuno ha uno stato d'animo da nutrire, un carattere da delineare e una personalità cui dar conto... e la musica è talmente personale che definire i tratti di un abbinamento farebbe torto a chiunque volesse cercare la propria colonna sonora! In quanto al film... oddio, qui mi hai messo in crisi, perché non ho mai pensato a un'eventualità simile, e mi sono resa conto di non essere nemmeno così preparata sulla questione. Vabbè che parliamo di assurdi, ma dovesse mai accadere che lo spazio tempo di ripieghi su se stesso, o che semplicemente una botta di... fortuna conceda alle mie protagoniste un volto, beh, probabilmente la giovanissima, e dai tratti delicati, Elle Fanning impersonerebbe la mia Nina, Sveta avrebbe il viso furbo, spigoloso e sbarazzino di Saoirse Ronan che credo le darebbe giustizia come nessun'altra. Bah, sognar non costa nulla e se non è Chistopher Nolan, che me lo diriga almeno Bryan Singer! :)

L: Bene, in bocca al lupo per questo e per i prossimi episodi della saga e grazie per aver passato un po' di tempo con noi.

martedì 22 ottobre 2019

IL FILO NASCOSTO

(Phantom thread di Paul Thomas Anderson, 2017)

Per un certo tipo di Cinema, quello realizzato da una serie di autori che ormai sono vere e proprie griffe, sembra ormai che più che della storia narrata in sé, della regia, della messa in scena, si faccia a gara per occuparsi dei "sottotesti", del filo nascosto che può portare il film su un altro piano di lettura, così da vedere dietro una storia d'amore (o dietro a qualsiasi altra cosa) una metafora della vita (e questo spesso può accadere) o sempre più di frequente si va a cercare un parallelo sullo stato del Cinema stesso, come se tutto fosse sempre e sempre debba essere un discorso sull'immagine, sul ruolo della finzione, sul futuro del Cinema, sulla sua morte, neanche questo fosse il rock 'n roll. Ovviamente quest'ultima affermazione vuole essere un po' una provocazione. E così si tracciano percorsi, si cercano significati ovunque. E se l'ultimo film che abbiamo visto fosse solo un film? Il girato di un regista che voleva semplicemente narrare una storia? No, impossibile, mica siamo rimasti all'età della pietra della riflessione sul Cinema (non ho volutamente usato la parola critica perché non nutro tale presunzione). Paul Thomas Anderson rientra tra gli autori sui quali piace tracciare rotte e cercare "sottotesti". E se tirassimo un bel filo nascosto tra la coralità dei suoi primi film e il punto focale sul protagonista (quasi) unico di quest'ultimo? E se mettessimo a paragone il gesto concreto, come può essere quello di cucire e confezionare un abito, con un'improvvisa e scrosciante pioggia di rane? E se il fil rouge fosse posto tra l'istrionismo di un Tom Cruise incontenibile e l'esercizio compito di un Daniel  Day Lewis immenso? E la potenza de Il petroliere come la inseriamo nel contesto? E se questi "sottotesti", così come l'indubbiamente splendida ricerca formale, alla fine facessero un poco male al cuore, alla pancia e magari anche a qualcos'altro? (come a dire che forse, a volte, questi "sottotesti" e chi li cerca ci hanno anche un po' rotto le palle).


Il filo nascosto, uno dei film più apprezzati degli ultimi anni, è un bel film che regala qualche emozione ma che non manca di alzare un velo tra sé stesso e l'animo dello spettatore, chiuso su un'estetica formale di altissimo livello, una regia preziosa, interpretazioni sublimi (Daniel Day Lewis davvero splendido) e sì, magari anche su questi cazzo di "sottotesti", non riesce ad annullare una distanza che impedisce a fine visione di provare un pieno senso di appagamento, rimane una certa freddezza, che forse rispecchia il carattere del protagonista, ma che non si riesce a scrollarsi di dosso. Indubbiamente i meriti ci sono tutti, impeccabile la ricostruzione d'epoca (siamo nei 50 del '900), ovviamente non poteva essere da meno il lavoro fatto sui costumi, ma lo stupore anche caotico di Magnolia, la potenza violenta de Il petroliere dove sono? Non vorrei si fossero perse in qualche "sottotesto".


Londra. Reynolds Woodcock (Daniel Day Lewis) è uno stilista e sarto di grande successo, crea abiti per le famiglie reali d'Europa assistito dal prezioso aiuto della sorella Cyril (Lesley Manville) e da uno stuolo di artigiani. Reynolds è completamente immerso nel suo lavoro e in sé stesso, uomo autoriferito ed egoista poco si cura di sentimenti e bisogni degli altri, sostenuto nel suo comportamento da una sorella ormai divenuta una seconda madre. Durante un periodo di riposo nella casa in campagna, l'uomo incontra la cameriera Alma (Vicky Krieps) e se ne invaghisce, rendendola ben presto la sua modella e fonte d'ispirazione per nuovi lavori. Con il passare del tempo il rapporto tra i due cementifica ma Alma dovrà fare i conti con un uomo incapace di vedere oltre sé stesso, dovendo così trovare un modo per riequilibrare il rapporto e rendersi per Reynolds indispensabile.

Nella prima parte del film, lungo l'incontro tra i due protagonisti, il personaggio di Reynolds si cuce addosso un'aura di fascino raramente vista nel Cinema degli ultimi anni, Anderson asseconda al meglio questa caratteristica con riprese su oggetti, luoghi e persone con un'intensa propensione alla bellezza, quadri sublimi da rimirare, il tutto sostenuto da un décor e da una partitura per piano (Jonny Greenwood dei Radiohead) onnipresente e mai invasiva che donano ancor maggior armonia alle riprese del regista. Le prove di Lewis e della Krieps fanno il resto, in una storia d'amore, di rapporti e d'umanità che solo in pochi momenti riesce a toccare il cuore. Troppa distanza tra autore e spettatore, ottimo saggio per chi vuole imparare come guardare le cose, dove piazzare una camera, come costruire un'ambiente. Il calore, il cuore però stanno da un'altra parte.

mercoledì 16 ottobre 2019

ARRIVAL

(di Denis Villeneuve, 2016)

Se un giorno la nostra razza dovesse avere un contatto con qualcosa di altro, a noi completamente estraneo, alieno, cosa sarebbe più importante per poter interagire con l'altra forma di vita, la tecnologia, la scienza o il linguaggio? La domanda potrebbe sembrare retorica, pur non essendo così scontata se posta nel campo di qualcosa di completamente ignoto, senza dubbio il regista Denis Villeneuve propende per l'ultima ipotesi, centrando sulla (in)capacità di comunicazione l'intero Arrival, un film che ancora una volta dimostra come la fantascienza moderna abbia trovato casa in una traccia più intima e riflessiva, scevra da azioni roboanti e grossi conflitti.

Protagonista una Amy Adams sempre più brava sulla quale il film si apre: scene domestiche, familiari, intime, un dolore, la solitudine. Qualche tempo dopo, comunque in un altro momento, Louise Banks (proprio la Adams) è impegnata nel suo lavoro, insegna lingue all'università, quando giunge la notizia che in diversi paesi del mondo, scelti in maniera apparentemente casuale, sono comparsi dodici enormi oggetti non identificati fluttuanti a pochi metri da terra. Di questi visitatori non si conoscono le intenzioni, la tensione sale, i dubbi aumentano, gli oggetti sono lì, nessun segnale ostile, nessuna minaccia. Poi la possibilità di un contatto, per gli americani ma allo stesso tempo anche per i cinesi, per i russi, i venezuelani, etc... Il Colonnello Weber (Forest Whitaker) prenderà in mano la gestione delle operazioni del sito in Montana per favorire il contatto con gli alieni, per far questo si avvarrà proprio dell'aiuto della Banks, linguista abilitata per lavorare su documenti top secret, e di quello del fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner). Dopo un infruttuoso tentativo di decifrare i versi gutturali emessi dalle creature, una sorta di poliponi eptopodi, si rivela necessario un vero e proprio incontro con gli alieni, evento che diverrà solo il primo dei molti durante i quali Louise e Ian tenteranno di decifrare il linguaggio (la scrittura) dei due interlocutori (?) spaziali. Ma in tutto il mondo altre potenze stanno facendo lo stesso tentativo con metodi e approcci diversi.


Quello che affascina in Arrival è la serie di riflessioni che nascono sul tema della comunicazione. Perché una razza aliena dovrebbe scegliere di manifestarsi in più punti della Terra? Forse proprio per avere più possibilità di farsi capire, non tanto per la varietà di lingue in sé presenti sul nostro pianeta (tutte ovviamente differenti da quella aliena), quanto per le forme mentali presenti dietro a ogni lingua. È un discorso complesso ma molto affascinante. Come ragiona un popolo abituato a comunicare con una lingua basata su ideogrammi, su idee, su associazioni? Come lo fa uno che usa un linguaggio più letterale? Cosa cambia nella testa di un popolo che parla e scrive nella stessa maniera rispetto a uno che non ha una scrittura speculare alla pronuncia? Questo è un tema, insieme a uno ancora più grande, e se esistesse un modo di comunicare più istintuale, completamente incomprensibile per noi, un linguaggio nel quale, ad esempio, non esiste il concetto di domanda? Tutti dubbi, quesiti che nel film vengono sollevati e ne diventano il cuore su cui ragionare e al quale appassionarsi, più che alla trama o alla rivelazione finale. Per ultimo, se il cambio di linguaggio potesse influenzare non solo i nostri schemi mentali ma anche il modo in cui percepiamo la realtà attorno a noi facendocela vedere in maniera più profonda?


Oltre al lato "filosofico" della vicenda, di Arrival si lascia apprezzare anche la regia di un Villeneuve che lavora benissimo sugli spazi, sulla maestosità degli oggetti, sulle luci e sulle prospettive, creando con soluzioni apparentemente semplici un contesto visivo che crea il giusto connubio con i contenuti proposti dalla storia. Si passa dagli spazi aperti del Montana all'inquietante cunicolo d'accesso alla "nave" aliena con perizia visiva e tensione notevoli, nulla è concesso all'eccesso, l'impianto visivo si accorda agli umori della narrazione. Villeneuve ci propone una fantascienza ferma, lontana da guerre stellari e scontri tra galassie, una visione più umana di ciò che va oltre l'uomo, un'alternativa che non fa rimpiangere i rami più dinamici del genere.

lunedì 14 ottobre 2019

SHAZAM!

(di David F. Sandberg, 2019)

Pochi giorni dopo aver visto il Joker di Todd Phillips recupero anche il recente Shazam!, film di tutt'altra pasta e con ambizioni decisamente differenti rispetto alla pellicola interpretata da Joaquin Phoenix, e mi viene in mente che l'idea di abbandonare definitivamente il progetto di un universo condiviso nel quale far agire i propri personaggi non sarebbe poi così malsana per DC Comics e Warner Bros. Shazam! è un prodotto molto slegato dalle vicende di Superman, Batman e compagnia bella, giusto qualche strizzata d'occhio ai più noti compari e poi si va per la propria strada, quel che ne esce è un film sicuramente non eccezionale né memorabile, anche troppo lungo, ma almeno ben confezionato e in diversi passaggi sinceramente divertente, cosa che per un film del DC Extended Universe è già un grandissimo traguardo. Forse lasciare da parte i legami e le zavorre per abbracciare uno sguardo laterale non è proprio una cattiva idea, la strada sembra quella giusta (magari ne avrò conferma non appena riuscirò a recuperare anche Aquaman), speriamo che in casa DC continuino con questo passo.

Un po' di storia: Shazam in origine si chiamava Capitan Marvel. Il personaggio venne ideato lo stesso anno in cui nacque Batman (1939) per la Fawcett Comics, una casa editrice che chiuse i battenti nel 1953. In quegli anni gloriosi Capitan Marvel era un personaggio notissimo, i suoi fumetti vendevano più di Batman e Superman, forse perché per i ragazzini era più facile immedesimarsi nel suo alter ego Billy Batson, un orfano quindicenne. Con la chiusura della casa editrice Capitan Marvel cadde in un limbo editoriale; gli anni successivi videro l'ascesa della Marvel Comics che nel frattempo creò un nuovo supereroe che portava il nome di Capitan Marvel (non la bionda Carol Danvers del film ma l'alieno Mar-Vell dell'impero Kree), un nome allora svincolato da diritti di proprietà. Quando la DC Comics acquistò il catalogo personaggi della Fawcett si vide costretta a cambiare il nome del supereroe onde evitare confusione e beghe legali nei confronti della concorrenza, da qui il nome Shazam che è anche un acronimo molto interessante, infatti quando Billy Batson, pronunciando la parola Shazam si trasforma nell'eroe, acquisisce la saggezza di Salomone, la forza di Hercules, la resistenza di Atlantide, il potere del fulmine da Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio, mica male. Ok, ora chiudiamo l'angolo del nerd e torniamo al film.


Il punto di forza di Shazam! sta nel suo protagonista e nel fatto che questo sia un ragazzino che, una volta ottenuti i poteri e dopo aver capito come usarli, li adopera proprio come farebbe un ragazzino, facendo quindi idiozie, casini vari, non rispettando le regole e prendendo la rara occasione come una festa goliardica priva di limiti. Ovviamente questa condizione genera una serie di situazioni spassose che rendono il film molto appetibile anche al pubblico adolescente: l'eroe è sboccato, irriverente ma con dei limiti che rendono Shazam! adatto a un pubblico di famiglie (non siamo dalle parti di Deadpool tanto per intenderci) e non mancherà di intrattenere anche noi adulti, riportandoci nella parte iniziale alla nostra giovinezza con palesi riferimenti al Big di Tom Hanks (o di Pozzetto se preferite). Carino anche l'ambiente familiare, Billy Batson (Asher Angel) è un orfano recalcitrante agli affidi che finisce in una strana famiglia con due genitori di larghe vedute e una serie di fratellastri tutti da studiare: la piccola Darla (Faithe Herman) che non sta zitta un attimo, il claudicante Freddy (Jack Dylan Glazer) suo coetaneo che diverrà il compagno di mattane, la sorella più grande Mary (Grace Fulton), l'introverso Pedro (Jovan Armand) e il secchione Eugene (Ian Chen). Ovviamente questa nuova avventura sarà il romanzo di formazione del giovane Billy, una vicenda che andrà nelle situazioni un po' fuori dai classici canoni supereroici (comunque rispettati) garantendo quel pizzico di novità che non guasta. Si potevano sforbiciare una ventina di minuti e il film sarebbe risultato decisamente più gradevole, accontentiamoci di questo film che presenta delle buone dinamiche e che indubbiamente diventa uno dei tasselli più riusciti del DCEU (proprio perché con questo ha veramente poco a che fare).

THE BEATLES: EIGHT DAYS A WEEK - THE TOURING YEARS

(di Ron Howard, 2016)

I Beatles visti come unica entità, un mostro a quattro teste come scherzosamente gli stessi Fab Four si definiscono, in quelli che forse furono gli anni più felici e faticosi della loro carriera, quelli che vanno dagli inizi fino al 1966, anno in cui i quattro di Liverpool misero fine alla loro estenuante vita on tour. In quegli anni il regista Ron Howard era ancora un bambino che avrà vissuto la beatlemania ascoltando i suoi beniamini alla radio o sui vinili, quella passione di bambino si riflette nell'amore che il regista riversa in questo documentario, una bella ricostruzione che può contare su parecchio materiale inedito messo a disposizione da Paul McCartney e Ringo Starr, da Yoko Ono e dalla famiglia Harrison. Il corpo centrale del documentario, preceduto dal racconto dei primi passi mossi dalla band e dell'incontro con il quinto Beatle Brian Epstein, manager del gruppo, e seguito da un breve resoconto degli anni post Revolver, si concentra sui concerti nei piccoli club europei (Amburgo in particolare) per arrivare alla spropositata marea di pubblico gestita negli U.S.A., una folla delirante che porterà i Beatles a esibirsi in grossi stadi prima che le stesse organizzazioni fossero pronte per eventi di portata simile.


Quella che vediamo nel documentario ha l'aria di una famiglia più che quella di una band, non c'è privato per il singolo, Paul, John, George e Ringo dividono tutto, tra loro sembra esserci un'intesa e un'amicizia sincera che li porta a decidere ogni passo all'unisono, consigliati da Epstein e dal produttore George Martin. Via via che la fama del gruppo cresce aumentano gli impegni in giro per l'Europa e poi in America, è incredibile vedere come le composizioni dei Beatles prendessero forma nei ritagli di tempo con uno sforzo minimo, concentrato per risparmiare su energie, tempi di sala e sul tempo vero e proprio che non era mai troppo. Eight days a week è anche testimonianza dello scoppio della beatlesmania, un fenomeno d'isteria di massa che portò il gruppo a dover suonare in maniera sempre più intensa e continuativa, in posti sempre più grandi e in eventi logisticamente quasi impossibili da gestire per poca preparazione e perché fenomeni della portata dei Beatles ancora non se ne erano visti. È molto divertente assistere alle testimonianze di note star che in gioventù furono fan del gruppo o che addirittura ebbero la possibilità di assistere a un loro concerto, tra di essi una giovanissima Sigourney Weaver, Whoopy Goldberg, Elvis Costello e altri ancora.


Con il trascorrere degli anni Howard ci mostra come il gruppo passi da un'atmosfera rilassata, quasi goliardica, genuinamente irriverente nei rapporti con pubblico e stampa, un approccio divertito e complice con chiunque, a una situazione più tesa e logora, cambiamento avvenuto proprio a causa degli infiniti tour, sempre più impegnativi e  stressanti, organizzati in mancanza di sicurezza (vedi l'episodio "I Beatles sono più famosi di Gesù Cristo") e con mezzi inadeguati. Emblematico della situazione il concerto allo Shea Stadium di New York (casa dei Mets) nell'agosto del 1965 con il gruppo scortato in un'auto blindata costretto a suonare con un'impianto indecoroso, musica diffusa tramite gli altoparlanti dello stadio e una folla oceanica che sovrastava il suono degli strumenti. Anno dopo anno, album dopo album, assistiamo allo sviluppo della carriera della band dal punto di vista del rapporto con il pubblico e con gli show, The touring years non è tanto un documentario alla scoperta della musica dei Beatles quanto la cronaca di come questi divennero un fenomeno culturale di massa e di come questa situazione portò al logorio di alcune dinamiche.

Quello che di più bello emerge dal film è il rapporto tra quattro amici che si ritrovano a essere il più grande successo commerciale di sempre, prima ancora che il loro vero e innegabile talento venisse fuori del tutto (le loro cose migliori in fondo da questo documentario rimangono fuori). Ron Howard ha il merito di presentarci qualcosa di un pochino diverso su una band di cui si è già detto tutto e sulla quale sembrava si fosse già visto tutto quello che c'era da vedere, un'oretta e mezza piacevole non solo per i fan.

sabato 12 ottobre 2019

JOKER

(di Todd Phillips, 2019)

È quantomeno singolare il fatto che nei giorni in cui scoppia la (piccola) polemica lanciata da un Martin Scorsese che taccia i cinecomics di essere prodotti di consumo estranei all'arte del Cinema, arrivi nelle sale nostrane un film tratto dai fumetti decisamente scorsesiano e che guarda al lavoro del regista con reverenza e rispetto. Lungi dal voler entrare nel merito della diatriba (per me Scorsese può dire a pieno diritto tutto quello che vuole sul Cinema) diciamo subito che Joker è un film molto distante dal classico film di supereroi, quasi un film d'autore che cerca, anche forzando la mano, di dare un tono più adulto a ciò che di norma viene considerato intrattenimento per ragazzi. L'altra cosa singolare è che questo trattamento del Joker, personaggio che sicuramente si presta a una lettura stratificata, arriva da un regista che finora si è sempre occupato di film cialtroni, a volte anche con ottimi esiti (vedi Una notte da leoni ad esempio), un cambio di rotta estremamente riuscito e che da Todd Phillips non ci aspettavamo, a dimostrazione che non necessariamente serve un "autore" affermato per girare un buon film su un personaggio di fantasia. Anche se, e qui torniamo alla definizione di Cinema scorsesiano, questo personaggio di fantasia, questo Joker, non ha davvero nulla di super, è semplicemente una persona che cede, dentro alla quale qualcosa si incrina, è una vittima, un malato, un uomo che cade pian piano nella follia, un clown triste che volta l'angolo (per dirla con Alan Moore, grande autore di fumetti) e nel farlo sfoga tutta la sua frustrazione e il suo disagio con atti violenti. In questo senso i riferimenti, palesati ormai da chiunque abbia parlato del film, sono più a Taxi driver o a Re per una notte (entrambi diretti da Scorsese) che non alla saga di Batman che nel film è presente solo con qualche breve accenno e nell'ambientazione a Gotham City. Forse non tutti sanno che, ben prima della nascita di Batman (datata 1939), New York City veniva soprannominata proprio Gotham, nella scelta di Todd Phillips di riprendere una New York veritiera, non snaturata per farla somigliare alla Gotham dei fumetti, c'è uno dei motivi di riuscita del film, probabilmente la scelta che più di tutte, ancora una volta, ci riporta al Cinema di Scorsese, l'ambientazione nei primi anni 80 in una New York lurida e grigia, attanagliata dai rifiuti e dai ratti giganti, non può non ricordare alcuni dei passaggi più iconici del regista newyorkese. Così, protagonista di uno strano cortocircuito, questo cinecomics anomalo si trova a essere vero Cinema, e anche di quello ben riuscito.


L'altro motivo di successo del film è riconducibile alla superba interpretazione di Joaquin Phoenix che per interpretare la parte ha dovuto perdere circa venticinque chili, la sua è una prova in bilico tra sofferenza e follia, il protagonista Arthur Fleck (vero nome del Joker) soffre di un disturbo provocato da un trauma che lo porta a una risata scomposta anche nelle situazioni più delicate e meno appropriate al riso, questa patologia, unita a un pizzico di sociopatia, rende Arthur un sognatore reietto, un uomo triste che vive in una sua realtà abbruttita dall'indifferenza della gente comune e dai soprusi dei prepotenti che in una Gotham/New York malata di certo non mancano. La risata agghiacciante di Phoenix, le sue espressioni non solo folli ma completamente dissociate, le contorsioni di un corpo provato, insieme a una serie di sequenze memorabili (magnifica quella sulla scala) probabilmente porteranno l'attore verso l'Oscar e verso la definizione del miglior Joker di sempre (c'è da dire che è anche l'unico ad aver avuto un film tutto suo). La costruzione graduale del personaggio aiuta a rendere credibile la parabola di un uomo che in nuce porta i semi della follia che non mancano di esplodere di fronte all'ennesimo torto subito. Da quel momento il Joker diventa un simbolo per tutti gli esclusi, per chi come lui è vittima di una società indifferente e schifosamente classista (come la nostra), da qui il sottotesto politico che rimanda all'uomo da seguire, ai fenomeni "populisti" (definizione che personalmente disprezzo) e anche a movimenti come Occupy Wall Street, con tutta la questione delle maschere, e ancora una volta torniamo ad Alan Moore e al suo Guy Fawkes (autore tra l'altro anche del seminale The killing joke).


Capolavoro? Probabilmente no, solo un bellissimo film che sottolinea come già hanno fatto i Bats di Nolan o il Logan di Mangold, che è possibile costruire opere di altissimo valore partendo da dei personaggi a fumetti per i quali la deriva più dark e dura, pur non essendo l'unica possibile, rimane indubbiamente tra le più affascinanti. Ultimo plauso proprio per Phillips che, messe da parte le tendenze cazzare, offre una regia molto interessante che contribuisce bene, in quanto Phoenixcentrica, a creare il personaggio e a farcelo amare nel suo ruolo di vittima ma anche un poco, ammettiamolo, in quello di carnefice.

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