lunedì 15 luglio 2019

DOC!

(di Mauro Boselli e Laura Zuccheri, 2019)

Ci sono voluti trent'anni ma anche tra le pagine del Texone, la testata più prestigiosa e importante di casa Bonelli, arriva finalmente una donna a illustrare le avventure dei due pards più famosi del west. Per l'occasione lo sceneggiatore Mauro Boselli conduce la disegnatrice Laura Zuccheri e i lettori direttamente nelle terre del mito, coprotagonisti di questa vicenda sono infatti niente meno che Doc Holliday e la sua donna Big Nose Kate, inoltre diversi sono i rimandi alla storica sfida all'OK Corral che vide protagonisti i fratelli Earp. Pur dentro a quello che è uno degli episodi più noti ed emblematici della storia dell'ovest americano, a confronto con personaggi entrati nella leggenda, Tex Willer e Kit Carson sembrano ancora una spanna sopra tutti, per abilità, intelligenza e caratura morale... certo, ogni tanto un poco di debolezza e umanità anche da loro sarebbe lecito aspettarsela, ma Willer e Carson li scrivono così, c'è poco da fare, raddrizzatorti come questi ce ne sono pochi in giro.

Ma che genere di Texone è quello di quest'anno? Purtroppo questa testata era nata con intenzioni molto ambiziose che quasi da subito si sono dimostrate difficili da mantenere. L'idea di portare ogni anno a disegnare le avventure del portabandiera della Sergio Bonelli Editore un artista di grande caratura internazionale non sempre è stata realizzata nel concreto, questo non vuol certo dire che i Texoni in cui mancava la firma prestigiosa siano stati dei brutti Texoni, anzi, quasi mai è stato così, viene però spesso a mancare l'eccezionalità di vedere all'opera sul Tex nomi come quello di Magnus, di Jordi Bernet, di Joe Kubert o di Enrique Breccia e degli altri maestri che si sono cimentati nell'impresa (perché disegnare un Texone è una vera e propria impresa); senza nulla togliere alla Zuccheri che ha realizzato davvero un buon Texone, anche questa volta manca quello stile unico e riconoscibile di un maestro della nona arte, caratteristica che diverse volte in passato ha impreziosito le numerose pagine del Tex Speciale.

Laura Zuccheri fin dalle prime tavole si adatta alla sceneggiatura di Boselli ed entra anche lei nel mito: veduta sulla ghost town, cavalieri al tramonto con l'ultimo sole alle spalle che proietta le loro lunghe ombre, l'interno di un saloon scalcagnato e una serie di inquadrature molto riuscite. Qualche legnosità di troppo nelle prime pagine che si perde con l'arrivo di Willer e Carson, qualche volto non proprio riuscitissimo (espressioni quasi da horror), un paio di belle tavole in toni di grigio e una narrazione che tavola dopo tavola prende la giusta confidenza con l'ambiente e con i personaggi donando il giusto apporto a una storia che si legge con molto piacere. Probabilmente nel Texone di quest'anno la sceneggiatura eclissa un poco il lato artistico, e questo, per una collana nata con gli intenti del Texone, è comunque un problema, fermo restando che il risultato finale resta più che gradevole. Purtroppo Doc! non rimarrà tra i Texoni da ricordare.

Due parole sulla trama: alcuni esponenti del gruppo di fuorilegge noto semplicemente come "i cowboys" vengono fatti fuori; uno in particolare viene torturato e ucciso su una sedia da dentista, sfigurato con le attrezzature che quel genere di medico usava all'epoca per portare a termine i suoi interventi sui pazienti. Vista la sua ex professione e il risaputo odio che prova nei confronti dei cowboys, coinvolti nelle uccisioni dei fratelli Earp, suoi cari amici, i sospetti si indirizzano sul famoso Doc Holliday, ex dentista e tiratore quasi infallibile. Sulla vicenda vengono chiamati a indagare Tex Willer e Kit Carson che hanno qualche dubbio sull'effettivo coinvolgimento di Doc Holliday negli omicidi. C'è una buona sceneggiatura di Boselli, magari prevedibile sotto alcuni aspetti, che ha il merito di pescare episodi che hanno fatto l'epopea del west e piazzarci dentro i due Texas Ranger con molta naturalezza. Non male, però dal Texone ci si aspetta sempre più di questo. Per il capo d'opera aspettiamo ancora un altro anno.

venerdì 12 luglio 2019

STRANGER THINGS - STAGIONE 3

Indovinare anche la terza stagione di Stranger Things non era un compito affatto semplice per i Duffer Brothers. Lo schema di base che smuove ancora una volta le fondamenta di Hawkins, Indiana, è in fin dei conti più o meno lo stesso; le novità arrivano non tanto dalla trama principale quanto da tutto il contesto e il contorno d'epoca, dalle opere omaggiate come al solito dai creatori della serie e dalla naturale crescita dei giovani protagonisti che inevitabilmente porta in eredità nuove dinamiche tutte da sviluppare. La più sentita, quella che regalerà le maggiori emozioni agli spettatori di una certa età, sarà il rapporto padre/figlia venutosi a creare tra lo sceriffo Jim Hopper (David Harbour) e Undici (Millie Bobby Brown), rapporto di per sé già complicato da tutti gli eventi contingenti, in più arriva il carico da undici (scusate il gioco di parole) dato dalla prima cotta amorosa della ragazza per Mike (Finn Wolfhard), motivo di preoccupazione e gelosia per il burbero tutore dell'ordine di Hawkins. Sia lo sviluppo delle vicende private dei protagonisti, così come i riferimenti più frivoli, si muovono in direzione sentimentale, abbracciando il lato più romantico presente in molti dei film teen già negli eightees: Dustin (Gaten Matarazzo) torna in città dopo un mese di vacanza paventando una relazione romantica con una certa Suzie, una ragazzina che pare essere addirittura più sexy di Phoebe Cates; Max (Sadie Sink) è ormai parte del gruppo, come se fosse stata con i ragazzi fin dall'inizio, e guida Undici dall'alto della sua esperienza (???) nella relazione con Mike, affermando una posizione femminile predominante, per la gioia del suo boyfriend Lucas (Caleb McLaughlin). Mentre Mike e Lucas si preoccupano delle rispettive cotte adolescenziali, Will si sente sempre più solo, i ragazzi crescono, gli interessi cambiano, nessuno vuole più giocare a D&D, ci sono le ragazze e lui è rimasto un po' più bambino, forse anche a causa degli eventi traumatici visti nelle stagioni precedenti. Per tanti e diversi motivi il gruppo sembra sfaldarsi poco a poco. Anche la serie segue più binari, uno dove i protagonisti sono Dustin, Steve Harrington (Joe Keery), la new entry Robin (Maya Hawke) e l'insopportabile (ma spassosissima) sorellina di Lucas, Erica (Priah Ferguson); un'altra segue il resto del gruppo dei ragazzi insieme a Jonathan Byers (Charlie Heaton) e Nancy Wheeler (Natalia Dyer) mentre l'ultima mette sotto i riflettori le peripezie degli adulti.


Cambia il lavoro fatto con la fotografia e l'uso dei colori, molto più accesi, giocosi, anche questo aspetto richiama il lato più spensierato degli 80, con abiti, acconciature e accessori molto improbabili (eppure per noi che li abbiamo vissuti...), anche la scelta di mettere al centro della vicenda, oltre all'immancabile laboratorio, un grande centro commerciale, oltre a omaggiare Romero segue quella direzione finora inedita che sposta lievemente tutti i riferimenti (con una capatina nei 90 dalle parti del Mallrats di Kevin Smith?). A livello di contenuti si slitta dal fantastico per ragazzi che ha definito le prime due serie (e comunque sempre presente) all'action di stampo ottantiano e soprattutto all'horror di quegli anni che in questa terza stagione assume un ruolo fondamentale tra le ispirazioni dei Duffer. Oltre agli zombi di Romero infatti si guarda ad Alien, a La cosa, a La casa di Raimi, al classico L'invasione degli ultracorpi e a diversi altri film di genere, sul versante dell'azione pura si sottolinea il clima da Guerra Fredda con il nemico russo, il contrasto tra capitalismo e comunismo, l'avversario inarrestabile in stile Terminator, il tutto sempre in bilico tra dinamismo e ironia. Sul versante puramente horror si preme un poco l'acceleratore su quegli che sono gli schemi del genere, inseguimenti nei corridoi d'ospedale, scioglimento di corpi, lacerazioni all'arma bianca e qualche scena un po' più cruda che su qualche ragazzino un po' più d'effetto potrebbe anche farlo (mia figlia ad esempio qualche passaggio con gli occhi chiusi l'ha fatto).


Si perde un po' di vista il Sottosopra, i mostri sono sul nostro lato dell'esistenza, la storia diverte e si guarda che è un piacere anche se non si distingue per originalità, però i personaggi evolvono, crescono e sono scritti molto bene, la stagione è compatta seppur il gruppo non è quasi mai tutto unito, l'esperienza è ancora di alto livello e regala almeno una sequenza magnificamente divertente, il momento migliore della stagione che unisce l'aspetto più nostalgico a quello cazzaro mettendo al centro quello che alla fine è il vero idolo di Stranger Things un po' per tutti (e voi sapete chi è). Nostalgia, sentimento, azione, divertimento, tensione, c'è davvero un po' di tutto e tutto è nel giusto equilibrio. Sembra quasi certo si vada avanti, io non aspetto altro che tornare tra le strade di quella piccola grande cittadina che è Hawkins, Indiana, con la speranza di poterci incontrare anche chi da quella cittadina è ormai andato via.

domenica 7 luglio 2019

ALL'OMBRA DEL SALICE - INTERVISTA A MARIO BARALE

(di Mario Barale, 2018)

Intervista realizzata per Loudd!

Nanni Baretti è il Commissario (ex in realtà) che non ti aspetti. Un uomo in pensione, parecchie primavere sulle spalle, diversi chili sulla pancia, un amore vero per la tavola, soprattutto se apparecchiata a dovere, un legame forte con il suo territorio - un Piemonte a cavallo tra realtà geografica e fantasia toponomastica - un pizzico di razzismo più d'abitudine che realmente radicato e che ce lo fa comunque inquadrare come un bravo cristo e qualche crepa suo malgrado alle spalle. Nanni Baretti è un uomo che ha fatto la sua parte e che oggi preferirebbe trovarsi tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo piuttosto che sulla scena di un delitto, soprattutto se questa scena scoperchia ricordi mai del tutto sopiti rinnovandone il vigore in maniera intimamente dolorosa.

A riportare in vita i vecchi dolori è una piena, quella del Brandino, che con la sua forza dirompente fa riemergere dalla terra i resti di quattro corpi spariti nel nulla tanti anni prima nella frazione Tetti Grigi. Sulla scomparsa di quelle che allora erano quattro giovani ragazze indagò proprio il Commissario Nanni Baretti che nel corso delle indagini non riuscì a ritrovarne i corpi. Ora il caso si riapre, i resti delle ragazze dichiarano a gran voce come della loro scomparsa sia stato accusato un innocente, un uomo che proprio Baretti contribuì ad arrestare, un peso che ora grava come un macigno sulla coscienza dell'ex poliziotto. Per dipanare la matassa il titolare dell'indagine, il Commissario Caruso, si dovrà avvalere proprio della collaborazione del suo predecessore.

All'ombra del salice è un thriller che soddisferà il palato degli amanti del genere, primo di una serie di romanzi con protagonista Nanni Baretti, mette sotto i riflettori una "strana coppia", topos narrativo che ha decretato il successo di tanta letteratura e tanto cinema, qui declinato con un pizzico d'originalità dato proprio dalla figura di Baretti, un piemontèis d'una certa età con tutta una serie di caratteristiche non proprio da action man che insieme al più giovane Caruso darà vita a diversi scambi di vedute e battute decisamente divertenti. Interessante la scelta di Barale di narrare una vicenda che vede due piani d'azione, quello presente e quello legato alle vicende del 1974, senza ricorrere al vero e proprio uso del flashback ma illuminando pian piano i fatti del passato tramite i racconti dei testimoni dell'epoca, Baretti in primis, senza abusare di salti temporali ma ricorrendo alla memoria storica degli stessi protagonisti del romanzo (scelta non banale). Lo stile di scrittura è molto lineare, scorrevole, cosa che rende agile e piacevole la lettura del romanzo, nonostante la territorialità della vicenda non sono presenti ostacoli linguistici di sorta (e pensiamo al dialetto), lettura quindi adatta davvero a tutti. Niente male anche la confezione del libro a opera della casa editrice Yume che a parte qualche sporadico refuso porta a termine un buon lavoro impreziosito dalle illustrazioni dello stesso Barale che oltre che con la penna (o con la tastiera se preferite) non se la cava male nemmeno con la matita.

Ad ogni modo abbiamo la possibilità di approfondire il discorso proprio con l'autore che si è reso disponibile a scambiare quattro chiacchiere con noi di Loudd.

Mario Barale all'opera
L: Ciao Mario, benvenuto tra le pagine virtuali di Loudd. Iniziamo con un po' di presentazione, ci piacerebbe sapere come sei arrivato alla scrittura e alla successiva pubblicazione con Yume.
MB: Alla scrittura sono arrivato più o meno per caso, a me è sempre piaciuto scrivere e non ho mai avuto il coraggio di farlo, gli altri erano sempre più bravi e c'era sempre qualcosa che mi disturbava; poi sono diventato papà e mi è venuta voglia di scrivere delle fiabe per mia figlia, ho cominciato a scrivere per lei e ho scritto una, due, tre, quattro, cinque, sei fiabe... che erano tutte carine, divertenti, tutte politicamente corrette, erano tutte delle belle paraboline con il loro bel finale, però erano noiosissime perché non succedeva mai niente e non moriva mai nessuno. Quindi le fiabe mi hanno stufato in fretta, da lì sono passato a un romanzo per ragazzi che non ho mai concluso nel quale avevo infilato anche le fiabe per aumentarne le pagine; lasciato perdere quello sono passato a un horror che non verrà mai pubblicato anche per motivi di spazio perché penso supererebbe abbondantemente le 500 pagine, tra l'altro anche carino, un horror un po' diverso dal solito, parlava di zombi ma aveva una sua precisa struttura e un suo perché e lasciava aperte delle domande anche abbastanza importanti, quindi non è detto che magari un giorno non lo riprenda, l'unico neo è che ho voluto fare l'americano, ambientarlo in California e io in California non ci sono mai stato, quindi potrei aver scritto delle stupidaggini devastanti che magari un americano potrebbe farmi notare ma che io non ho colto, perché non so come vivono loro, e quindi l'ho lasciato lì. A Yume sono arrivato dopo tre anni di Salone del Libro, girando per le bancarelle, cercando gli editori che pubblicavano storie simili alla mia, quindi ambientate a Torino o in Piemonte, dove ci fosse del thriller e che fossero disposti a pubblicare una serie, io avevo cominciato con un racconto singolo che poi però è diventato il primo di una serie. Ho contattato loro quasi per scherzo, come tanti altri, e così siamo partiti e ora siamo fuori con tre libri e si spera di continuare.

L: Quando ha iniziato a formarsi l'idea di mettere giù il tuo primo libro, ti è stato chiaro da subito che sarebbe stato un giallo/thriller? È il tuo genere d'elezione o hai valutato la possibilità di andare anche in altre direzioni? Per quel che riguarda il genere quali sono i tuoi scrittori di riferimento, classici o moderni che siano?
MB: Quando ho iniziato a scrivere All'ombra del salice sapevo esattamente quello che volevo scrivere, è stata una prova con me stesso. Infatti dopo aver scritto l'horror e tutto il resto, avevo voglia di misurarmi con qualcosa che fosse vicino a me a livello geografico, come ambiente, volevo parlare di Torino e di tutto quello che mi circonda, e poi era una specie di sfida con me stesso perché volevo vedere se fossi stato in grado di scrivere un romanzo pubblicabile sia dal punto di vista del numero delle pagine sia a livello di tematiche, insomma se riuscivo a tirar fuori una storia che fosse avvincente ma che fosse anche veloce; a me piace un tipo di scrittura veloce, molto rapida, non amo i giri di parole troppo lunghi, mi piace Cormac McCarthy perché quello che scrive Stephen King in venti pagine lui lo scrive in cinque righe e per questo si legge decisamente meglio. Quindi io sapevo cosa volevo scrivere, sapevo dove volevo arrivare e conoscevo esattamente le ultime parole che avrei usato per chiudere il libro e infatti l'ho finito proprio con quelle. Non incomincio mai a scrivere solo perché ho un bello spunto, un bell'incipit, incominciamo e poi vediamo... no! Io so esattamente quello che succede, poi al limite può capitare strada facendo di voler ingarbugliare un pochino la trama, magari introducendo qualche personaggio non proprio pertinente alla storia diciamo, così da aggiungere qualche elemento di disturbo in modo da portare il lettore fuori strada, quello lo faccio, ogni tanto. Cerco sempre di rispondere a tutte le domande ma ogni tanto amo inserire questi personaggi, che come tutti i personaggi di secondo piano a volte non sono più solamente dei riempitivi, perché quando mi piacciono particolarmente li ripropongo, magari non sempre nello stesso ruolo. In una serie è rassicurante per chi legge ritrovare personaggi conosciuti, perché la triade dei protagonisti in qualche modo si espande, diventando una specie di famiglia allargata.


L: Come è nata l'idea di mettere al centro dei tuoi romanzi un personaggio un po' inconsueto come Nanni Baretti: attempato, fuori forma, un po' borbottone che dà l'idea del classico pensionato più che del commissario.
MB: È nata per un motivo molto semplice, perché a me non piacciono i vincenti per forza. Io ho sempre odiato Superman, ho sempre odiato Topolino, ho sempre odiato quelli che vincono, come Tex Willer, a me piaceva Ken Parker perché si pigliava un sacco di mazzate, mi piaceva Paperino, quindi volevo uno che fosse così, che fosse umano vero, capace di piangere, capace di incazzarsi, capace di fare tutte le cose che facciamo noi, infatti ogni tanto nei suoi racconti ci metto anche le cose normali, lui che va al gabinetto, lui che fa le cose che fanno tutti; la mia editrice non è sempre contenta di tutto quello che ci infilo, però io volevo proprio dargli un tocco umano, un tocco vero. Non mi piaceva l'idea che fosse di ferro, invincibile, che sapesse volare, che avesse i super poteri o la vista a raggi x, anzi, lui non ci vede, ci sente così così, però è uno che se lo fai incazzare ha ancora una bella castagna, e ogni tanto gli faccio tirare anche qualche bel cazzotto.

L: All'ombra del salice è un romanzo molto legato al territorio del Piemonte, nel racconto compaiono luoghi reali così come posti immaginari. Questi ultimi sono ricalcati su paesi esistenti o sono completamente frutto di fantasia?
MB: 50 e 50. Spesso e volentieri, anche quando racconto di Torino, cerco di descrivere una parte reale, per prendere per mano chi legge e accompagnarlo fisicamente in un posto, e poi a un certo punto la strada cambia. Per esempio ho scritto spesso della collina torinese e guardando Google Maps ho descritto delle cose molto precise, delle curve, un ponte, etc.; poi a un certo punto quando nel romanzo dovevano entrare in scena delitti o altri accadimenti allora ho inventato: la strada diventava più lunga, faceva un giro diverso, perché volevo evitare che qualche persona prima o poi venisse a dirmi "hai ambientato a casa mia un omicidio", e quindi c'è del vero così come ci sono cose inventate, sia nel paese che nelle strade come in tutte le cose che descrivo. l'idea che mi diverte molto è quella di raccontare un delitto, una situazione particolarmente pesante e brutta, in un posto reale (ma pubblico)  per far si che magari prima o poi qualcuno, passando di lì di sera, sentendo un rumore strano, si ricordi del libro e si giri, spaventato, quella è un'idea che mi piace un sacco, l'idea di spaventare qualcuno a distanza nel tempo, più in là.

L: Sappiamo che oltre ai primi tre romanzi già usciti per Yume ci sono nel cassetto già pronte altre avventure per Baretti, puoi anticiparci qualcosa senza entrare troppo nei dettagli? Gli episodi successivi saranno ambientati tutti in Piemonte? Rivedremo qualche personaggio comparso in All'ombra del salice? C'è qualche progetto più particolare in cantiere?
MB: Ti posso dire solo che allo stato attuale ci sono altri sei racconti finiti, di lunghezze diverse che sarà da valutare come far uscire e che sono da leggere quasi tutti in sequenza. Ci sono alcuni romanzi, come il secondo e il terzo (Attraverso il segreto e Il borgo dei pazzi) che sono molto legati tra loro; poi il successivo, per evitare la noia in chi legge, quando uscirà tratterà un tema completamente diverso. Poi ci saranno ritorni più o meno ciclici legati ai due libri citati prima, attorno a questi due libri c'è una specie di ragnatela che li avvolge, i due libri si possono leggere anche separatamente però se si vuole cogliere appieno il racconto ad ampio respiro bisogna leggerli in sequenza, per evitare incomprensioni e anche qualche piccolo spoiler, insomma, mettiamola così, i morti muoiono una volta sola. Forse.

L: Vista la confidenza con la matita, nei prossimi romanzi non c'è la possibilità di vedere qualche illustrazione in più? Visto che siamo in tema c'è qualche illustratore/disegnatore che ami particolarmente?
MB: Mi piacerebbe riempirli di illustrazioni i libri, peccato che questa cosa non venga tanto recepita. Di illustratori bravi ce ne sono a bizzeffe, se dovessi dirti il nome di due illustratori che mi piacciono tantissimo, anche se sono illustratori del passato, ti direi Arthur Rackham, il primo e più grande, il principe di tutte le fiabe di inizio secolo e di cui sto comprando con molta fatica qualcuna delle prime stampe, roba del 1910/1920, cose che costano... il giusto, ma che sono anche dei libri meravigliosi; e poi c'è un fumettista che ha illustrato tantissime cose belle che è Dino Battaglia, autore italiano che pubblicava su Alter Alter, su Linus e che ha illustrato delle cose bellissime di Edgar Allan Poe, ha illustrato Gargantua e Pantagruel e moltissimi altri autori... poi c'è gente come Sergio Toppi, tutta gente stratosferica al quale io potrei al massimo fare la punta alla matita, ecco. Mi piace anche curare molto bene le copertine da tutti i punti di vista e in questo faccio impazzire gli stampatori perché ho adottato una tecnica a base di matita e di colori ad acrilico a campiture piene piuttosto problematica da riprodurre, perché stampare la matita vuol dire caricare molto i colori per far uscire fuori il grigio, e quando carichi troppo il colore sovraccarichi molto l'acrilico e le campiture e diventa un casino da bilanciare. Però anche lì io volevo creare uno stile che fosse un pochino mio, come ad esempio le vecchie copertine di Urania, qualche cosa che fosse riconoscibile, in modo che quando vedi il libro insieme agli altri un po' ti ricordi il personaggio, un po' gli accostamenti di colore, un po' la grafica e lo riconosci in fretta, perché la copertina è fondamentale, è la prima cosa che vedi e deve essere perfetta, perché insieme alla quarta di copertina deve farti venire voglia di leggere il libro; se tu sbagli una di queste due componenti secondo me tu il libro non lo vendi, fronte e retro sono la sua carta d'identità. La quarta di copertina la scrivo da solo, perché la voglio scrivere con lo stesso stile e con la stessa mano che ha scritto il libro, non dev'essere una cosa fatta da un altro perché la differenza di temperatura si sente.

L: In All'ombra del salice c'è un finale un poco particolare, senza svelare nulla ai nostri lettori vorrei chiederti quanto è difficile chiudere la stesura di un libro, trovare il giusto finale per una storia che si è sviluppata anche per molte pagine? E ancora, è proprio vero che a un certo punto i personaggi iniziano a "scriversi da soli" o è una grandissima bufala, per quella che è la tua esperienza tu come la vedi?
MB: Ma guarda, sul finale All'ombra del salice in realtà cambia registro, e una cosa analoga succede anche nel secondo libro, Attraverso il segreto, a me piace a un certo punto quando scrivo, se possibile, introdurre un punto di rottura, non mi piacciono le cose troppo lineari, a un certo punto tutto cambia, da una parola in poi, da una riga in poi, da un momento in poi tutto si trasforma, tutto il racconto che ti ha preso per mano e ti ha accompagnato attraverso le pagine a un tratto muta e tu ti trovi in un mondo completamente diverso, magari anche ostile, completamente fuori registro, e a me è piaciuto molto sfruttare questo cambiamento, che poi è il cambio di registro che introduce la serie. Questo libro infatti non è nato per essere il lancio di una serie ma è nato come esperimento, diventa una serie da questo punto in avanti, perché ho capito che Nanni Baretti doveva continuare ma su quel registro lì. Quello che nasce come un thriller a un certo punto sconfina, e nel secondo libro succederà la stessa cosa, ci sarà un punto di rottura molto preciso dove il lettore dirà: "che cosa sto leggendo?", e qui è la stessa cosa, il finale volutamente diverso è questo, il voler scombinare le carte in tavola, è proprio il colpo di coda, la sorpresa finale, quello che non ti aspetti. Non a tutti è piaciuta molto questa cosa, perché chi vedeva All'ombra del salice come un thriller tradizionale a un certo punto si è trovato fuori dai binari, però secondo me il colpo forte è proprio questo, e soprattutto cercare poi di ricondurre tutto a una sorta di normalità, perché Nanni Baretti è una persona normale capace di fare cose straordinarie, ma le fa in un modo tranquillo e sereno, vive delle avventure completamente al di fuori della normalità però le vive con naturalezza, per lui tanto è così, non è un uomo di scienza che cerca per forza una spiegazione, una spiegazione non c'è e va bene, la viviamo così, è un pochino più spirituale per alcune cose, un pochino più al di fuori. I personaggi vivono di vita propria? Mah, in realtà Baretti è stato un esperimento che poi è diventato uno di famiglia, vive di vita propria da un certo punto di vista perché in realtà lui è molto me, è molto il piemontese vecchio stampo, vive ancora in un mondo legato alla Torino di qualche anno fa che piaceva anche a me perché quello che c'è adesso in giro non piace a lui come non piace a me, quindi c'è molto di lui in me, io sono lui per alcune cose, anche fisicamente ci sono molti punti in comune, pancia compresa (questo scrivilo pure, non c'è problema), vive di vita sua perché ormai è un personaggio, e io mi diverto molto a inventare il suo passato, a rivelarlo un poco alla volta, lui è un piemontese anche in questa cosa, si rivela un poco alla volta, un pochino di più in ogni libro.

L: Come sai Loudd è una webzine principalmente a tema musicale. Quando scrivi ascolti musica di sottofondo o scrivi in totale silenzio? Facciamo un giochino, riusciresti a consigliare qualcosa ai lettori di Loudd da ascoltare come sottofondo durante la lettura del tuo romanzo? Qualche pezzo, un album, quello che preferisci...
MB: A me piace molto scrivere ascoltando musica, generalmente lo faccio con le cuffie mettendo in mp3 tutto quello che capita, dal progressive al metal fino al jazz, tutto purché sia musica buona. Mi piace molto legare alcune cose a delle canzoni, ad esempio quando ho scritto il romanzo per ragazzi che poi non ho mai concluso, addirittura volevo includere una guida all'ascolto, cioè quando leggi questo capitolo, sarebbe perfetto che tu ascoltassi questo brano, perché musicalmente ti accompagna. Per Nanni Baretti potrebbe essere la stessa cosa, logico che essendo un piemontese di quell'epoca tu ti aspetteresti da lui il liscio e le mazurche, ma potrebbe stupirti invece... Una guida musicale mi piacerebbe, si. Per ora potrei consigliare per la sequenza iniziale, quella della piena, il segmento The arrival di Fall of the house of Usher di Alan Parsons Project. Poi ci sono cose di Steven Wilson che ben si sposano agli stati d’animo di alcune parti del libro, come Belle de Jour, che bene accompagna la lettura della lettera a pagina 48, oppure il Raiader Prelude, perfetto per pagina 81/83, mentre per il finale a pag. 198 vedrei bene una vecchia perla del solo di Ace Frehley del 1978 (i miei amori di ragazzo, i Kiss), ossia Fractured Mirror, che con le campane e l’attacco mesto della batteria porta i battiti del cuore alla frequenza giusta per l’epilogo.

L: Per i lettori che fossero interessati ai tuoi libri dove possono trovarne una copia?
MB: Oltre che su Amazon, Ibs, Feltrinelli etc, dipende da dove sono ubicati perché la distribuzione riguarda più che altro la parte centro settentrionale d’Italia, lì si può trovare in tutte le librerie ordinandolo, altrimenti richiedendolo alla casa editrice o al sottoscritto, se qualcuno avesse voglia di ricevere una copia personalizzata con disegno e dedica, è una cosa che faccio volentieri per tutti. Potete contattarmi tramite la pagina fb https://www.facebook.com/MarioBaraleScrittore/

L: Chiudiamo con la classica domanda marzulliana. C'è qualcosa che avresti voluto ti chiedessi e non ti ho chiesto e a cui avresti avuto piacere di rispondere? Vuoi raccontarci qualcosa tu?
MB: Beh si, qualcosa riguardo le presentazioni del libro. C’è qualcosa di particolare quando fai una presentazione, qualcosa che la gente si porta a casa, al di là della copia del libro, proprio a livello di ricordo, di esperienza personale. Io ti posso rispondere che mi piace nelle presentazioni anzitutto non essere troppo serio, perché come nei miei libri ci  sono delle sequenze divertenti, delle uscite di Baretti anche un pochino stupide, alcune volte bilanciate da altre parti più serie o addirittura da qualche spunto di riflessione, anche nelle mie presentazioni mi piace adottare la stessa linea, quindi ci sono frasi ad effetto divertenti, in modo da togliere un pochino quell'alone di presentazione seriosa e anche un po’ noiosa dove c’è uno che parla, bla bla bla, tutto il tempo. Io ad esempio quando mi è possibile, in questo momento non potrei farlo per il troppo caldo, indosso un vecchio gilet fatto dalla mia madrina negli anni 50, un gilet di lana su cui mi sono costruito un coltello finto, un coltello piantato in questo gilet con del sangue finto che però visto da lontano fa un certo effetto, un coltello bello grosso... così io interpreto la parte dello scrittore morto che arriva chiedendo scusa a tutti "ma questa sera non mi sento tanto bene, ho una fitta allo stomaco e non so che cosa sia". Voglio che la gente quando torna a casa si porti via un ricordo allegro e non  soltanto quello dell’ennesima presentazione di un libro, è bello lasciare qualche cosa di sé a livello umano.

L: Grazie Mario (sembra di essere in Non ci resta che piangere) per la tua disponibilità e chissà che non ci si risenta per qualche altro progetto.

Una presentazione di Mario Barale

mercoledì 3 luglio 2019

TOY STORY 4

(di Josh Cooley, 2019)

Ha il sapore della chiusura del cerchio questo film che potrebbe essere l'ultimo del franchise di Toy Story (ma l'abbiamo pensato anche alla fine del capitolo precedente), un episodio nel quale più o meno tutti sembrano crescere e trovare il loro posto nel mondo: giocattoli, bambini, ideatori del brand e forse anche alcuni di noi spettatori. Ancora una volta la squadra di Toy Story punta a colpire attraverso i sentimenti, un senso diffuso di malinconia e una sferzata di positività nell'abbracciare un futuro che può essere incerto, nuovo, ma che solo così potrà portare alla quotidianità nuova energia e nuove esperienze.

Al centro del racconto, nonostante la presenza del nuovo arrivo Forky, c'è sempre lo sceriffo Woody, il giocattolo che più di tutti ha rappresentato nel corso degli anni l'altruismo e l'amore incondizionato per i bambini, soprattutto per il "suo" bambino, quell'Andy che ormai è cresciuto e per sopraggiunti limiti d'età ha regalato tutti i suoi giocattoli, Woody compreso, alla piccola Bonnie. Oltre al distacco dall'amato Andy, Woody dovrà superare la separazione da Bo Peep, damina giocattolo per la quale lo sceriffo prova un sentimento d'amore e che verrà regalata prendendo la via per altri lidi.


In Pixar, focalizzando i contenuti di questo quarto episodio su Woody, Forky, Bonnie e Bo Peep, sono bravi a inserire nel film una serie di situazioni capaci di toccare le corde emotive un po' di chiunque e nelle quali ognuno di noi può in qualche modo trovare riscontro. C'è una sequenza durante la quale Woody, lungo una strada buia, racconta a Forky quali emozioni abbia suscitato in lui il distacco da Andy, una scena sulla quale ammetto di aver versato qualche lacrima, perché chi come me è genitore non ha potuto evitare di mettersi nei panni di quello sceriffo dall'animo candido, che altro non sta facendo se non vedere suo figlio crescere e avere sempre meno bisogno di lui fino a doverlo lasciare andare via, così come è naturale che sia. Ma questo susseguirsi naturale delle cose non può evitare di farlo sentire spiazzato, sempre più inutile e privo di quel riferimento che per così tanti anni ha dato significato alla sua vita. L'amore non finirà mai ma la crisi è dietro l'angolo. Allora Woody si concentra su Bonnie, la aiuta a superare i suoi timori (l'inserimento all'asilo), le sue paure, ma Woody non è il giocattolo preferito di Bonnie, viene spesso messo da parte, la bambina si crea un suo feticcio proprio il primo giorno d'asilo usando dei semplici rifiuti: una forchetta di plastica, un filo rigido modellabile, parti disegnate, pezzetti di legno... ed ecco Forky, il nuovo giocattolo al quale Bonnie si legherà profondamente. Su Forky, personaggio forse non sviluppato fino in fondo e oscurato da Woody, viene fatto un lavoro ben diverso; Forky infatti si sente spazzatura, è fatto da spazzatura e non fa altro che tentare di gettarsi via, non importa quanto amore la sua bambina riversi su di lui. Ci si può leggere tutto un percorso sull'accettazione e sull'autostima utile non solo per i ragazzi ma anche per tutti quegli adulti che per un motivo o per l'altro sono bollati come falliti dalla società moderna, una condizione dalla quale si può uscire grazie all'amore magari di un amico sincero (ancora una volta Woody). L'altra chiave di lettura interessante è quella sul trovare il coraggio di andare avanti, accettare il cambiamento e lasciar andare via ciò che non possiamo più avere, senza smettere mai di coltivare un sentimento per ciò che non è più come prima, ma comunque guardando avanti, verso cose che magari, perché no, potrebbero rendere la vita migliore e più piena, discorso non sempre semplice da mettere in pratica e che nel film è rappresentato dalla nuova vita di Bo Peep, ormai giocattolo perduto, slegato dai vincoli del passato ma anche più libero. In quest'ultimo personaggio emerge il lato femminista che è presente ormai in molte opere degli ultimi anni, una figura femminile quindi forte, libera, non condizionata ed indipendente che ha abbracciato uno stile di vita al quale anche Woody potrebbe tendere se non fosse frenato da una serie di limiti auto imposti.


Nello svolgimento Toy Story 4 non presenta grosse novità, ricalca lo stile avventuroso dei capitoli precedenti affidando alle marionette del negozio d'antiquariato quella spruzzata finto horror atta a dare un po' di pepe in più alla narrazione, introduce qualche nuovo personaggio effettivamente riuscito (e più che a Forky penso a Duke Caboom e alla coppia formata da Ducky e Bunny) e offre una parte tecnica come al solito ineccepibile con vette sui paesaggi realmente impressionanti.

In fin dei conti un altro bell'episodio, probabilmente il franchise non ha più moltissimo da dire, soprattutto per quel che riguarda sviluppi e situazioni, però dal lato sentimentale e metaforico e sul piano delle gag se la cava ancora egregiamente. L'impressione che questa sia la fine c'è, se poi col tempo dovesse venir fuori un nuovo capitolo non sarò di certo io a rifiutare di andarlo a vedere. Doveroso il ricordo finale a Fabrizio Frizzi, storica voce italiana di Woody, al quale con affetto dedichiamo questo post.

domenica 30 giugno 2019

THOR: RAGNAROK

(di Taika Waititi, 2017)

In Marvel hanno capito che Chris Hemsworth è più che altro un talento comico e che nonostante il suo fisico poderoso è più bravo a far ridere che non a fare il duro (vedere per credere la sua interpretazione nel più recente dei Ghostbusters). Di conseguenza anche questo terzo episodio dedicato al Dio del Tuono prende una strada diversa dai suoi predecessori, decisamente più cupi e molto, molto più noiosi, virando velocemente verso la commedia più scanzonata che si lascia alle spalle le sbrodolate amletiche di Branagh (che a onor del vero per il personaggio potevano avere un senso) e il tedio di Dark World. L'unico appunto che si potrebbe muovere alla scelta di far seguire al personaggio di Thor un corso decisamente più leggero, vicino al mood che ha decretato il successo dei Guardiani della Galassia, è il fatto di aprire a questo nuovo approccio utilizzando il Ragnarock che nella mitologia norrena è un evento di grande drammaticità che decreta la caduta degli dei, preludio alla fine del ciclo vitale del mondo, una narrazione, questa sì, che avrebbe meritato toni meno faceti. Ad ogni modo poco male, quest'ultimo Thor si rivela migliore e più divertente dei precedenti e tanto basta.


Il regista Taika Waititi realizza un miscuglio giocoso nel quale infila di tutto un po', dalla space opera in stile Guerre stellari a quello che è la mitologia asgardiana andando a pescare la dea dei morti Hela (Cate Blanchett), sorella di Thor (Chris Hemsworth) e Loki (Tom Hiddleston), inserisce molte sequenze d'azione ben supportate dalla presenza dell'incredibile Hulk (Mark Ruffalo) e dirige con mano sicura un parterre d'attori in ottima forma, con un Jeff Goldbum che interpreta il Gran Maestro un paio di spanne sopra gli altri. Ottima scelta quella di Cate Blanchett nella parte di Hela, l'attrice si diverte e dona fascino al personaggio adattandosi al tono ironico del film, così come ha fatto anche il bravissimo Tom Hiddleston nei panni di Loki. Si segnala un piccolo cameo di Matt Damon ai limiti dell'insensato, anche questo molto divertente, piccola stoccata ai toni shakespeariani del primo Thor forse? Molto interessanti inoltre tutte le strizzate d'occhio ai Marvel Fan dell'universo cartaceo, tutta la parte centrale ambientata sul pianeta Sakaar è infatti ispirata a una celebre sequenza di episodi a fumetti tratta non dalla serie di Thor bensì da quella di Hulk (il riferimento è a Planet Hulk), proprio qui compaiono alcuni comprimari tra i quali emerge Korg, un alieno interpretato dallo stesso regista. Inoltre gli sceneggiatori (Kyle e Yost in passato in forza alla Marvel) recuperano personaggi pressoché sconosciuti al grande pubblico ma noti ai fan dei fumetti della Casa delle idee, oltre a Korg anche Valchiria (Tessa Thompson), il Gran Maestro e l'Esecutore (Karl Urban), e fanno riferimento a situazioni delle quali in pochi coglieranno i retroscena come il torneo Contest of Champions o il look a la Celestiale di diverse comparse. Insomma, il materiale su cui lavorare è parecchio, in più si cala l'asso delle musiche ruffiane e arcinote (i Led Zeppelin in apertura) che seguono le orme tracciate dal lavoro fatto con Peter Quill dei Guardiani.


All'interno di quella che è ormai una vera e propria continuity del Marvel Cinematic Universe, anche se all'apparenza potrebbe sembrare il contrario, Thor: Ragnarok ricopre un ruolo importante per diversi motivi: cambi di status quo per i personaggi principali del film che ritroveremo in Infinity War, qui si compie il destino di Asgard e degli asgardiani e anche di Mjolnir, il martello incantato di Thor, tutte cose che faranno sentire il loro peso nei film seguenti. Tra i diversi tentativi fatti con questo personaggio, la via presa da Waititi sembra se non proprio quella giusta e definitiva almeno quella che finora ha portato i risultati migliori, offrendo ai fan un altro tassello divertente con cui baloccarsi all'interno dell'universo cinematografico Disney/Marvel. Si ride spesso, la vicenda la si segue con la giusta attenzione, si gode anche delle ottime prove d'attori, e qui ce ne sono diverse, e alla fine, spegnendo il televisore, immancabilmente ci troveremo un poco più affezionati a questo strambo "Zio del tuono".

lunedì 24 giugno 2019

AGENTE 007 - VIVI E LASCIA MORIRE

(Live and let die di Guy Hamilton, 1973)

Per una serata svagata. Vivi e lascia morire è il primo episodio della saga di James Bond interpretato da Roger Moore dopo sei film in cui l'agente al servizio di Sua Maestà ebbe il volto di Sean Connery (più un brevissima e singola parentesi dove nel ruolo del protagonista troviamo George Lazenby). Avendo visto tutti i film dell'epoca Connery e solo un paio di quella Moore il mio giudizio di preferenza non può che essere parziale, questo Live and let die riesce però a confermare l'impressione, personale chiaramente, di come tra i due interpreti più classici dell'agente 007 io sia più incline ad apprezzare il mood del secondo, più leggiadro, sicuramente più cazzaro, magari  meno incisivo ma più brillante e divertente. Forse Connery rimane nell'immaginario il modello perfetto di Bond (anche se a me piace molto Craig ad esempio) però i film con Moore mi sembra scorrano via decisamente meglio, più lisci e poco appesantiti nonostante la durata di questi non sia mai troppo esigua, vero difetto che accomuna molti degli episodi dell'epopea bondiana.

La presentazione non potrebbe essere delle migliori con l'apertura sui titoli di testa impreziosita dall'ottimo brano Live and let die dell'ex Beatles McCartney (insieme ai Wings), un pezzo diventato più che celebre e arrangiato con l'aiuto dello stesso produttore dei Beatles, George Martin: un biglietto da visita mica da niente. Ancor prima il classico prologo durante il quale assistiamo all'omicidio di tre colleghi di Bond, uno al Palazzo delle Nazioni Unite a New York, uno durante uno strano funerale a New Orleans e l'ultimo a Santa Monica, sperduta isoletta caraibica dove si praticano riti legati al vudù. Tutti gli omicidi sembrano legati a un diplomatico di Santa Monica, il dottor Kananga (Yapeth Kotto) sul quale viene chiamato a indagare l'agente Bond. James Bond (Roger Moore).


Vivi e lascia morire presenta pregi e difetti, ciò nonostante il risultato finale, composto di ottime sequenze come da momenti talmente grotteschi da sfiorare la farsa, risulta più che godibile. Il plot non è nulla di complicato, il solito criminale sui generis da portare alla luce che per scopi all'inizio reconditi ma ovviamente legati al lucro economico attua la sua serie di malefatte. Forse proprio il villain di turno non affascina più di tanto, questo Mr. Big non è protagonista di sequenze memorabili, non ha la caratura dei vecchi nemici del Bond di Connery, si limita ad avvalersi di un'entourage di lacchè strampalati tra i quali spiccano una sorta di Capitan uncino nero ed enorme (Julius W. Harris) e l'ammaliante Solitaire (una giovanissima Jane Seymour), una donna capace di leggere il futuro grazie alle carte. Ricollegandoci a Solitaire, anche le bond girl di questo episodio non sono tra le più memorabili, lascia un po' freddini la Seymour e non si rivela così affascinante l'ingenua (all'apparenza) Rosie Carver (Gloria Hendry), una sorta di collegamento di Bond con la C.I.A. Si gode della fotografia così caratterizzante degli anni 70 (qui di Ted Moore), molto belle le riprese su  New York che condurranno alla prima sequenza d'azione, in auto su una sopraelevata cittadina che presenta diverse scelte di regia molto riuscite. Almeno altri due momenti molto spettacolari con l'inseguimento sul bus a due piani sull'isola di Santa Monica e quella (la migliore) a bordo dei motoscafi. Indovinato il personaggio dello sceriffo J. W. Pepper (Clifton James), il comprimario più spassoso dell'intero film, più grotteschi e sopra le righe i momenti dedicati al vudù e ai riti del Baron Samedi (Geoffrey Holder), personaggio davvero troppo farsesco che fa il paio con le vicende girate a New Orleans.


Moore dà vita a un Bond molto rilassato, quasi svagato, attento alle gonnelle più che a una missione sinceramente non troppo avvincente. Nonostante i limiti della trama il film si lascia guardare con discreto piacere, il minutaggio (comunque troppo esteso) non si fa patire e inoltre la regia di Hamilton è dinamica quanto basta e dove serve. Curiosa inoltre la contaminazione con quello che all'epoca era un fenomeno in ascesa, quello della blaxploitation che qui influenza non poco cast e location del film, non solo Santa Monica ma soprattutto le varie scene girate ad Harlem all'interno della comunità nera. Gli elementi per un buon intrattenimento ci sono, come si diceva in apertura... per una serata senza pensieri.

martedì 18 giugno 2019

THIS MUST BE THE PLACE

(di Paolo Sorrentino, 2011)

This must be the place, pur essendo un film con punte d'interesse degne di nota, sembra il Calimero dei tanti figli di Paolo Sorrentino, il cucciolo sfigato che solo in parte riuscirà a rivelarsi cigno, schiacciato tra la magnificenza di parenti prossimi ben più splendenti. Dopo una trilogia la cui fama è tutta italiana e che a detta di molti rimane finora il corpo migliore dell'opera del regista napoletano (L'uomo in più del 2001, Le conseguenze dell'amore del 2004 e L'amico di famiglia del 2006, opere che colpevolmente ancora non ho avuto modo di gustare), arriva il successo clamoroso de Il Divo che mettendo al centro della narrazione la figura inconfondibile di Giulio Andreotti ottiene riconoscimenti anche all'estero rendendo Paolo Sorrentino l'autore di fama mondiale che è ancora oggi. Questa fama internazionale porta ovviamente contatti, lusinghe, un'ampliamento degli orizzonti e in particolare la richiesta di collaborazione da parte di un grande artista: Sean Penn. Quando uno come Sean Penn ti chiede di collaborare cosa puoi fare? Gli cuci addosso un film, vai per la prima volta a girare in America e a confrontarti con l'industria Hollywoodiana, magari smorzi i tuoi lati più personali per aderire a una narrazione più lineare, che seppur intrisa di personalità possa comunque soddisfare un pubblico più ampio possibile. Ad ogni modo il talento resta, la visione anche, il film che ne esce non è affatto banale pur non essendo, diciamocelo onestamente, all'altezza di altri film del regista. Subito dopo questo piccolo Calimero, Sorrentino sfornerà infatti due capolavori acclamati ovunque come La grande bellezza e Youth - La giovinezza, film entrambi di una rara bellezza che offuscano anche ciò che di buono c'era nel loro predecessore.


This must be the place è un film che al termine della visione non lascia quel senso di pienezza quasi stordente, di appagamento totale e di soddisfazione che lasciavano altri titoli del regista, nonostante alla fine il viaggio non sia stato così malvagio. Perché quello di Cheyenne (Sean Penn) è un vero e proprio viaggio, This must be the place da un certo punto in avanti si trasforma nel classico road movie di formazione (non di un ragazzo ma di un uomo che forse uomo non è diventato mai veramente) in movimento tra i territori di un'America vastissima. Il protagonista è un uomo ormai di mezza età che in gioventù è stato un celebre cantante di una band rock dai risvolti dark, Cheyenne continua ad andare in giro agghindato come faceva quando era sulla cresta dell'onda: capelli disordinati e tinti di nero, rossetto marcato sulle labbra, vestiti improbabili, occhi resi scuri dal trucco e un peso costante ad accompagnarlo, sia fisico che metaforico. Cheyenne si porta dietro un orribile carrellino per la spesa lungo le strade della sua Dublino, città dove risiede, quando arriverà in America si trascinerà dietro un trolley da viaggio, controparti reali di un peso che grava sul suo cuore e di cui non riuscirà mai a liberarsi, un peso che sarà motore per alcune delle sequenze più belle del film. L'uomo è rimasto ancorato al passato pur rinnegandone quella che di quel passato è stata la parte fondamentale per lui: la musica. Un trauma, un evento tragico ha segnato forse per sempre Cheyenne mettendone in prospettiva il successo e il talento, in questo senso è emblematica la scena in cui il protagonista ha uno scambio di battute con David Byrne (nel ruolo di sé stesso), un passaggio fondamentale per inquadrare meglio Cheyenne. La sua esistenza monotona, ravvivata dalla moglie amatissima (Frances McDormand) e dall'amica Mary (Eve Hewson), viene scossa dalla notizia dell'imminente morte del padre ormai in fin di vita, un padre con il quale i rapporti si sono interrotti da molto tempo, un padre ossessionato dalla ricerca di un criminale nazista (Heinz Lieven) che in passato fu suo carceriere in un campo di prigionia. Nasce in Cheyenne il bisogno di continuare e portare a termine quel compito che il padre si era dato, inizia così un viaggio che porterà Cheyenne ad attraversare gli spazi di un'America di provincia che contribuirà, grazie agli incontri che porrà sulla strada del protagonista, alla sua tardiva maturazione.


Sorrentino costruisce alcune sequenze indubbiamente toccanti e significative, quella con Byrne alla quale si accennava prima o l'esecuzione del brano dei Talking Heads che dà il titolo al film, lascia da parte in larga misura la visionarietà e il divagare sublime della sua camera a favore di un approccio più concreto, funzionale ma sicuramente molto meno affascinante. Anche i pensieri che vagano sulle note delle immagini del regista qui sono per lo più imbrigliati sulla figura di Penn che offre una prova di contenimento caratterizzando un personaggio con una mimica trattenuta e minimale, un personaggio che probabilmente ricorderemo più del film stesso. Il viaggio è scandito da una colonna sonora delicata e, come Sorrentino vuole, molto indovinata, composta e curata in gran parte dallo stesso David Byrne, inoltre la meta, il finale, non delude ma regala anche un attimo di lucida cattiveria che non guasta nell'economia della storia. Non il miglior film di Sorrentino, questo è fuor di dubbio, ma se fosse stato un prodotto di un altro regista, magari meno conosciuto, sono convinto che il film avrebbe avuto qualche detrattore di meno, qui paga sicuramente il confronto con opere di un altro livello.

venerdì 14 giugno 2019

IL GRANDE GATSBY

(The great Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, 1925)

Sono diversi i motivi per cui Il grande Gatsby viene identificato come un romanzo importante e di rottura sia per la letteratura americana moderna che per la carriera dello scrittore Francis Scott Fitzgerald, così come sono svariati i temi che tra le pagine del romanzo la critica dell'epoca e quella contemporanea hanno individuato come metafore della società del tempo e più in generale della condizione umana. Tra i tanti quello che emerge preponderante è la condizione ultima di solitudine in cui ogni uomo versa nel corso della sua esistenza, in vita come nel momento della morte, una chiave di lettura infinitamente triste, forse pessimistica ma in gran parte condivisibile, perché nei momenti bui, nel profondo dei sentimenti, anche quelli provati per amori inesplosi o tormentati, seppur circondati tutti i giorni da amici e conoscenti, alla fine ci si ritrova sempre soli con sé stessi. Ed è così anche per il grande Jay Gatsby, un uomo al quale all'apparenza sembra non mancare nulla: una certa notorietà, una casa stupenda, frotte di gente in perenne movimento alle feste ormai celeberrime date da questo padrone di casa così affascinante, ricchezza e un velo di mistero a impreziosire l'aura di svagata irraggiungibilità di questo singolare personaggio. Ma a conti fatti Jay Gatsby altro non è se non un uomo solo, un uomo che ha inseguito fortemente un sogno, ha raggiunto una serie di risultati e di riconoscimenti per realizzare questo sogno, sempre da solo, e come lungo tutta la sua esistenza questo sogno da solo l'ha visto frantumarsi, improvvisamente, senza possibilità d'appello, in maniera fredda e indelicata. Da qui ci si può collegare al secondo tema spesso riconosciuto all'opera di Fitzgerald, quello della morte del sogno, in particolare quella del sogno più famoso di tutti: il sogno americano. Una metafora nascosta in quella che a una prima lettura potrebbe sembrare una semplice storia d'amore, e lo è, uno di quegli amori destinati a durare per sempre o fino a quando l'erosione del tempo non ne avrà smussato tutti gli angoli, il crollo di un mito che si può riscontrare anche nella vacuità di riferimenti ben più terreni e materiali quali appunto la ricchezza, il benessere, l'ammirazione della gente basata spesso su supposizioni fallaci, superficiali e sicuramente poco importanti.

La storia è narrata da Nick Carraway, spettatore defilato delle vicende di Gatsby in principio, amico intimo col passare del tempo, un uomo che potrebbe essere contraltare del protagonista, schivo, senza particolari ambizioni né moti passionali, un uomo che si accontenta della sua posizione tranquilla alla borsa di New York, un mite. Carraway prende un alloggio in una casa insignificante vicina alla villa di questo Jay Gatsby di cui si dicono tante cose ma del quale non si sa veramente nulla di certo. Da lontano Nick assiste al viavai di gente più o meno importante che transita alle feste date dal suo vicino di casa delle quali si dice un gran bene, feste mastodontiche alle quali non si può mancare. Nelle vicinanze abitano anche la cugina di Nick, Daisy con suo marito Tom, uomo infedele che ha una relazione con la moglie del gestore della stazione di servizio di East Egg, una certa Myrtle Wilson. Con il passare del tempo anche Nick farà la conoscenza di Gatsby, parteciperà alle sue feste, conoscerà la giocatrice di golf Jordan Baker ma soprattutto sarà una delle poche persone ad affezionarsi realmente a quell'uomo in qualche modo tanto splendente quanto fragile.

L'abilità di Fitzgerald sta nel mascherare sotto una prosa all'apparenza semplice e non troppo articolata (nella traduzione della Pivano) significati non così immediati da cogliere, dietro i quali si celano stoccate alla bella vita dei ruggenti anni 20 e note autobiografiche, pensieri profondi nascosti dietro una trama lineare. Spesso citato come uno dei migliori romanzi americani del secolo scorso, Il grande Gatsby rimane tutt'oggi un libro interessante, anche importante volendo, ma il correre degli anni, quelli che dal lontano 1925 hanno visto il chiudersi effettivamente del secolo, hanno regalato a mio avviso opere di ben altro calibro e spessore alla luce delle quali sembra inevitabile mettere in prospettiva anche un romanzo celebre come questo, e penso a Hemingway, Roth, McCarty, DeLillo e a tutta una serie di scrittori che poco hanno da invidiare a questo scritto di Fitzgerald che comunque rimane un'ottima lettura a quasi un secolo dalla sua uscita, cosa comunque non da poco.

domenica 9 giugno 2019

BLACK MIRROR - STAGIONE 5

Black Mirror rimane sempre un bel vedere, però l'impressione che nasce guardando questa quinta stagione è che si sia spento il fuoco, quello slancio innovativo e stordente che ci aveva ammaliato lungo le prime stagioni di una serie senza rivali. Com'era prevedibile dopo l'esperimento formale dell'episodio interattivo Bandersnatch, la serie di Charlie Brooker, contraddicendo la sua stessa mission, fa un passo indietro, torna a una narrazione più tradizionale e abbraccia nuovamente la formula dei soli tre episodi, quella che ha dato le maggiori soddisfazioni negli anni passati. Non ci sono vere novità di contenuto, ormai i temi cari alla serie, ovvero tecnologie, social media, intelligenze artificiali e tutte le derive del progresso che l'umanità potrebbe sviluppare e utilizzare in modo sbagliato e pericoloso, sono state già sviscerate ed esplorate più volte, anche in questa stagione si torna sempre sugli stessi temi e l'impressione che sia davvero arduo che Black Mirror possa tornare a stupire come faceva in principio si fa davvero forte (ma spero di potermi ricredere in futuro). Forse il serial ci aveva abituati davvero troppo bene, il fatto che la nuova infornata di episodi non riesca ad alzare ancora un poco l'asticella qualitativa ci fa storcere il naso, nonostante le tre puntate di questa quinta stagione non siano affatto malvagie. In linea generale si perde quella sensazione di essere proiettati in un prossimo futuro, un passo oltre il nostro oggi, sembra invece che questa volta Black Mirror si concentri sulla nostra quotidianità, alterando solo di poco la realtà odierna e nell'episodio migliore del lotto non alterandola affatto, dismettendo i panni del profeta e vestendo quelli del narratore del nostro presente. Ne vien fuori un risultato più che godibile, un episodio davvero ottimo (Smithereens), uno quantomeno interessante (Striking vipers) e uno a dirla tutta trascurabile ma almeno piacevole da seguire (Rachel, Jack and Ashley Too).

Nel primo episodio, Striking vipers, torna il tema delle realtà virtuali altamente immersive legate al mondo videoludico, tema già esplorato nelle stagioni precedenti con esiti alterni. La novità qui potrebbe stare nel fatto che la tecnologia questa volta è più che altro un pretesto per raccontare una storia di sentimenti e situazioni difficili da gestire, di omosessualità latente, di vita matrimoniale, di calo dei desideri, di incomunicabilità, di compromessi. Quello che sembra mancare in tutte queste dinamiche è l'amore, in questo Black Mirror si conferma viatico di una visione pessimistica delle capacità dell'uomo di condurre al meglio la propria esistenza. Danny (Anthony Mackie) e Karl (Yahya Abdul-Mateen II) sono amici dai tempi dell'università, condividono l'appartamento, il primo è fidanzato con Theo (Nicole Beharie) che sposerà negli anni a venire, il secondo è più libero, i due sono legati da un'amicizia forte e all'apparenza indissolubile. Salto in avanti, Danny e Theo sono sposati, hanno un figlio, pensano di averne un secondo, Karl ormai li frequenta poco, però per il compleanno di Danny gli amici si riuniscono e Karl porta in regalo al suo vecchio amico un visore per la realtà virtuale di ultima generazione con il quale giocare in rete al videogioco che aveva loro dato tante ore di svago quando erano coinquilini: Striking Vipers X, un videogioco di combattimenti sullo stile di Street Fighters. La sensazione di trovarsi a combattere nello scenario prescelto è totale, i colpi si sentono e il coinvolgimento fisico è molto forte; gli avatar, oltre che combattere possono stare li a chiacchierare, o a fare sesso per esempio. Tra Danny e Karl nasce una relazione virtuale impensabile per loro nella vita reale e difficile da gestire. Lo scavo qui è tutto psicologico: una serie di riflessioni su un'attrazione, seppur virtuale, tra vecchia amici, l'infelicità scatenata da una vita matrimoniale dove il sesso ormai non eccita più (o non si fa), macigno pesantissimo che decreta anche il disperdersi dell'amore da ambo le parti, i compromessi disposti a tollerare per la felicità dell'altro o per la tenitura dei legami. Un buon episodio con delle belle idee, il piglio da Black Mirror è molto pretestuoso, poteva essere gestito tranquillamente senza realtà virtuale e magari con la possibilità di tirarne fuori un episodio ancora migliore. Non stupisce, non innova ma si lascia guardare con piacere.


Il secondo episodio, il più riuscito di questa stagione a mio avviso, potrebbe essere un film o un'episodio di una serie qualsiasi. Non ci sono scenari futuristici né tecnologie sconosciute, solo Smithereens, un social network che potrebbe tranquillamente essere il noto Facebook. L'unica novità, ormai ipotizzata più volte anche nella nostra realtà se non proprio assodata, è il concetto che i social media così come gli apparati tecnologici in rete ci spiino, non solo mettendo in atto operazioni di profiling ma effettivamente guardandoci e ascoltandoci tramite i nostri device. Chris, un ottimo Andrew Scott già Moriarty nella serie Sherlock, è un autista appoggiato a un'app in stile Uber, carica solo persone in uscita dalla sede di Smithereens, il più grande e utilizzato social media al mondo. Chris è alla ricerca di qualcuno che possa metterlo in contatto con il CEO della società, Billy Bauer (Topher Grace), nel passato di Chris c'è una tragedia legata proprio al social network creato dalla società, l'uomo ora vuole dire la sua, far sapere ai vertici i danni che le loro invenzioni stanno creando alla nostra società e agli uomini. Qui non c'è da fare nemmeno un passo avanti, i protagonisti di Smithereen siamo noi, la tragedia di Chris è già capitata, probabilmente capita più spesso di quanto possiamo immaginare. L'episodio ha una tensione emotiva molto forte, perché in Chris è facile riconoscersi, nelle sue critiche è possibile vedere le critiche che potrebbe muovere una persona dotata di un minimo di cervello e raziocinio alla società che abbiamo creato, che creiamo tutti i giorni mettendo in mano a entità incorporee una grande fetta delle nostre vite. Un episodio teso, molto Black Mirror nel concetto se non nell'approccio futuristico che solitamente il serial mantiene, narrazione lineare che scombina le carte in un ottimo finale tutto da interpretare.


Rachel, Jack and Ashley Too mi sembra l'episodio meno interessante del lotto, comunque piacevole da seguire. Ancora intelligenze artificiali e una riflessione sull'utilizzo dell'immagine dell'artista post-mortem, anche questa pratica che ormai è realtà già in uso. Si segnala una buona prova della cantante Miley Cirus che interpreta la pop star idolo delle ragazzine Ashley O. Sul mercato viene lanciata la bambola Ashley Too, un'I.A. basata sulle caratteristiche della cantante pop Ashley O. La giovane Rachel (Angourie Rice), orfana di madre, vive con la sorella Jack e con suo padre, un inventore scombinato. Per il suo compleanno riceve una delle bambole Ashley Too con la quale instaura un legame quasi morboso. Nel frattempo la cantante Ashley O, in crisi depressiva e desiderosa di cambiare la sua musica e la sua immagine, vive un'esistenza sotto il giogo della sua manager nonché zia e del suo dottore che vogliono solo massimizzare i profitti di quello che ormai è a tutti gli effetti un brand dal successo planetario. I destini della cantante e della ragazzina sua fan si incroceranno in uno sviluppo che non desta stupore né particolari emozioni.


Nel complesso non male, gli episodi non sono malvagi, uno mi è anche piaciuto molto, è solo che Black Mirror non è più quel pugno allo stomaco che era una volta, sembra più addomesticato, forse un po' stanco e in difficoltà nel trovare nuove vie da percorrere, nuovi contenuti da proporre. Quest'anno, forse per la prima volta, non è sembrato nemmeno quello specchio nero che in passato ci ha fatto tanta paura.

mercoledì 5 giugno 2019

I ROLLING STONES SECONDO GODARD

(Sympathy for the Devil di Jean-Luc Godard, 1968)

Ovvero come rendere pesanti (non in senso musicale) anche i Rolling Stones, impresa non da poco che solo a uno come Jean-Luc Godard poteva riuscire.

Godard non è un autore sempre facile da seguire e comprendere, tanto più se lo si prende in un momento, per sua stessa ammissione, di forte confusione. Siamo nel Maggio del '68, anno storicamente importantissimo tanto più se il riferimento è a Parigi, città natale del regista francese e sede delle più ampie contestazioni studentesche di quegli anni. Per rendere su pellicola quello che era lo stato delle cose in Francia e nel mondo, tutto in divenire, connotato politicamente in maniera molto forte, e per molti versi sull'orlo di un abisso, Godard ricorre ancora una volta a una delle sue ormai celebri sperimentazioni, in maniera forse inaspettata si allontana dalla sua patria per realizzare il film che lui avrebbe voluto intitolare One plus one, distribuito poi come Sympathy for the Devil per volere dei produttori e in Italia noto come I Rolling Stones secondo Godard (titolo abbastanza idiota in quanto Godard dei Rolling Stones sembra interessarsi davvero poco se non come riflesso e fenomeno di costume dell'epoca in cui si trovavano a vivere). Quello che ne esce potrebbe essere - ma non mi prenderò certo io la responsabilità di dare una definizione certa a un'opera così ambigua - il riflesso e la riflessione su quell'epoca appunto confusa come lo stesso regista, fotografata attraverso la musica, i testi politici, il movimento delle Pantere Nere e le riflessioni su democrazia e cultura, o sulla democrazia della cultura o ancora sulla cultura della democrazia, non solo politica ma anche economica. O forse potrebbe essere tutt'altro, non un documentario musicale comunque se non in piccola parte.


I Rolling Stones fanno da collante al mosaico costruito da Godard, assistiamo alle loro sessioni di composizione e registrazione del brano Sympathy for the Devil, indubbiamente una parte interessante del film seppur indicata per i soli fan del gruppo inglese (che non sono pochi ovviamente), abbiamo modo di vedere stralci della costruzione del pezzo e provare un po' di malinconia guardando un Brian Jones un poco defilato, un documento d'epoca che riveste una certa importanza in quanto testimone della creazione di una delle pagine della Storia del Rock. Poi irrompe il '68, o l'idea che Godard aveva in quel momento storico dell'importanza di quel che stava avvenendo nel mondo, evidenziata e sottolineata dagli altri segmenti del film. Assistiamo alla messa in scena di una lunga serie di dichiarazioni di esponenti delle Pantere Nere, all'interno di un cimitero per auto questi declamano i dettami di ciò che il Popolo Nero potrà/dovrà fare per ottenere l'uguaglianza economico/politica e affrancarsi dal dominio dei bianchi. La lotta sarà armata e metaforicamente, in una sorta di rappresentazione di strada (o di sfasciacarrozze), apprendiamo che sarà cruenta. Altro segmento. Una giovine (Anne Wiazemsky) viene intervistata sullo stato delle cose, dell'uomo, della cultura, della democrazia della quale lei è simbolo in carne e ossa (forse). In un'ambiente bucolico una troupe la intervista, con domande molto guidate, lei risponde con un si, a volte con un no. Intervallo. Una ragazza imbratta simboli della società consumista moderna con slogan socialisti. In mezzo ancora Rolling Stones, ancora Pantere Nere. In un locale simbolo di tutta la cultura popolare moderna, dal fumetto alla rivista patinata, dal nudo sdoganato alla musica pop, l'esercente filonazista declama versi del Mein Kampf, avventori salutano col braccio teso.


In mezzo a tutto ciò, che lo si comprenda al meglio o meno, lo spettatore ha tutto il tempo per annoiarsi, fermo restando che comprendere dove Godard voglia andare a parare rimane estremamente difficile, e forse non vuole andare a parare da nessuna parte ma solo rappresentare il classico specchio dei tempi. Da sempre Godard sperimenta con il montaggio, con il linguaggio del Cinema, con quello della narrazione, altre volte l'ha fatto con esiti più interessanti. Sympathy for the Devil risulta in fin dei conti un documento pesante e un po' indigesto, rischia di deludere sia i fan degli Stones che il pubblico in generale presentando una serie di frammenti poco amalgamati e tutto sommato prescindibili. Per studiare il '68 abbiamo di meglio, per ascoltarci gli Stones abbiamo di meglio, per guardare Godard abbiamo di meglio. E quindi?

lunedì 3 giugno 2019

BABY DRIVER - IL GENIO DELLA FUGA

(Baby driver di Edgar Wright, 2017)

Edgar Wright con Baby driver riesce nell'intento di dare un'impronta d'autore a un film che a conti fatti rimane un energico action, veloce, ricco di scene girate su automobili lanciate a rotta di collo e con la classica trama da nero, inclusa la deriva sentimentale del protagonista che per amor della sua bella vorrebbe uscire dal giro della mala. Però che confezione e che utilizzo della musica ci regala il regista della trilogia del cornetto, la sequenza sui titoli di testa, nella quale Baby (Ansel Elgort), il protagonista, esce da un hotel per andare al bar a comprare quattro caffè per poi tornare subito in hotel è qualcosa di fantastico. È un balletto urbano quello di Elgort, sulle notte della magnifica Harlem Shuffle nella sua versione originale (Bob & Earl, 1963), scandito dalle note, dal testo del brano che a pezzi compare sui graffiti della città, sui pali della luce, sui volantini e sulle insegne (e sulla bocca di Baby, nelle sue parole), l'uso della colonna sonora è gestito con rara intelligenza dal regista, c'è un fortissimo legame tra questa e lo sviluppo non solo della vicenda ma finanche delle singole azioni compiute dal protagonista, il tutto gestito con un'originalità inedita per un film d'azione molto lontano dal voler essere un musical o qualcosa di simile. Il risultato è che Baby driver sembra realmente qualcosa di fresco, quasi nuovo pur non essendolo mai veramente. Non manca un'attenzione estetica alla composizione che Wright calca in maniera ruffiana se non proprio tamarra ma che diventa una vera gioia per gli occhi: prendiamo ad esempio la scena della lavanderia (guardate dentro quelle lavatrici), o il look dei componenti della varie bande reclutate da Doc (Kevin Spacey) per portare a termine i vari colpi o ancora il colpo d'occhio d'insieme del locale dove Debora (Lily James) fa la cameriera, stereotipato magari ma irresistibile. Le sequenze puramente action sono tutte vivissime, coreografate al meglio e studiate nei più piccoli dettagli; se l'impressione che finora posso aver trasmesso è quella del mero ma riuscito esercizio di stile, beh... ricredetevi, Baby driver racconta anche una bella storia, non originalissima ma declinata in maniera nuova, divertente e con un ritmo indiavolato che ce la fa amare dalla prima all'ultima sequenza.


Baby è un ragazzo giovane suo malgrado costretto a seguire la via del crimine per ripagare un vecchio debito con il criminale di nome Doc. A renderlo prezioso per le squadre con cui lavora, una diversa per ogni colpo, è la sua abilità quasi inumana alla guida di ogni genere d'automobile, un maestro della fuga che risulta imprendibile per le forze dell'ordine cittadine. È un tipo strano Baby, un solitario, un taciturno che non si integra al meglio con il resto della squadra, un bravo ragazzo che ha un rapporto simbiontico con la sua musica e con quella che all'apparenza sembra una serie infinita di playlist con le quali convive praticamente h24. Colpo dopo colpo Baby accumula soldi per ripagare il suo debito, si prende cura del padre adottivo sordomuto e nell'arco della vicenda troverà il tempo di innamorarsi della giovane Debora con la quale vivrà momenti da fiaba nera.


Quello che rende Baby Driver un film d'eccezione, oltre alle sequenze action girate in maniera superba, è il lavoro fatto con la musica e con il suo protagonista, un Elgort bravissimo, un rapporto che troverà tutte le sue spiegazioni all'interno del film e che vivrà anche del contrasto con le percezioni di quell'amorevole padre adottivo sordomuto, in tutto questo Edgar Wright trova una misura talmente efficace da risultare geniale. Poi c'è un cast di contorno mica da ridere, oltre a un Kevin Spacey gigione e allo stesso tempo spietato (in una delle sue ultime interpretazioni pre-scandalo), ci sono un Jamie Foxx incontenibile e fuori di testa, un Jon Bernthal duro e diffidente e un Jon Hamm per me inedito in vesti criminali sul quale è cucita una delle parti più importanti del film. Quasi dimenticavo - ma non servirebbe nemmeno sottolinearlo visto quanto scritto sopra - colonna sonora da urlo che porta anche a una serie di dialoghi molto, molto gustosi.

Baby driver è un action puro, non certo un genere alto o nobile, però ad avercene di film fatti così, capaci di portare quella ventata di freschezza di cui è sempre alla ricerca chi ama veramente il Cinema. Rimarchevole.

mercoledì 29 maggio 2019

DUNKIRK

(di Christopher Nolan, 2017)

Tra tutte le sequenze pressanti, dinamiche, angoscianti, tecnicamente ineccepibili con le quali Nolan ci racconta l'episodio storico del salvataggio di Dunkerque, il cuore del film, il suo centro, lo troviamo negli occhi lucidi e commossi di Kenneth Branagh, nell'inquadratura in cui il Comandante Bolton realizza la grandezza dello spirito del suo Paese, del suo Popolo, le lacrime non scendono, resistono, e qui sta il nocciolo di Dunkirk, il suo significato, la memoria, la celebrazione di ciò che di buono vive nell'animo della gente comune. Dunkirk prima che un film bellico - e che film bellico - è un'emozione, un punto d'orgoglio per tutta l'Inghilterra, per lo stesso Nolan anche lui inglese, è il filo rosso dell'appartenenza e della solidarietà. Questo nocciolo è avvolto da un'impressionante messa in scena dove le maestranze e tutto il comparto tecnico vincono su tutti i fronti, dietro la produzione di Dunkirk c'è un dispiego di mezzi non indifferente: pellicole di diverso formato, innovazioni tecnologiche con allo stesso tempo una drastica riduzione degli effetti in CGI, un recupero ampio di mezzi d'epoca tra i quali navi, aerei, imbarcazioni civili e un intreccio di riprese da togliere il fiato. Il film gode di un sonoro immersivo da far paura, visto con le cuffie il film regala un'esperienza talmente coinvolgente che sembra di essere stati catapultati improvvisamente sulla costa francese in quel Maggio del 1940.


La Storia narrata si riassume facilmente. Parte dell'esercito britannico, insieme ad altre migliaia di soldati francesi, è bloccato sulla spiaggia di Dunkerque schiacciato dall'avanzata tedesca. Le speranze di salvare la pelle sono poche, le forze tedesche sembrano soverchianti, il territorio non lascia vie di fuga, le navi che tentano di salpare verso la costa inglese vengono bombardate dagli Stuka della Luftwaffe, l'aviazione tedesca, e silurate dai sottomarini U-Boot, la fanteria è bloccata, gli Spitfire inglesi fanno in cielo tutto quel che possono. Attraverso le ore concitate di alcuni soldati, di un paio di piloti della RAF (Royal Air Force) e di diversi ufficiali della marina inglese assistiamo al tentativo dei vertici dell'Esercito Inglese di riportare a casa i propri uomini (ragazzi) e salvarli da morte certa. La distanza dalla patria è tanto breve quanto all'apparenza incolmabile, saranno le imbarcazioni private e il cuore grande di un paese a salvare quasi 350.000 uomini.


Il resto è puro Cinema, immagine in movimento che lascia senza fiato. I protagonisti non sono delineati più di tanto, poche pennellate per tratteggiarne i caratteri, sono campioni di un'entità più vasta e per lo più anonima, impegnata per vie diverse semplicemente a sopravvivere, a schivare le pallottole, le bombe, le schegge, a non rimanere intrappolata in una nave che cola a picco, a evitare che il proprio aereo si schianti in mare. In Dunkirk c'è un po' d'eroismo, un po' di sacrificio ma soprattutto c'è la voglia di vedere un altro giorno, anche a costo di azioni non sempre nobili. La forza del film rimane però nelle riprese, nell'esperienza della visione, Nolan riesce a ricreare un'angoscia e una tensione palpabili e costanti per tutta la durata del film, la sorte crudele che tocca ad alcuni soldati attanaglia lo spettatore, il regista sceglie di mostrarci la guerra senza farci vedere una sola goccia di sangue, eppure la barbarie è palpabile, l'inutilità dei sacrifici immonda, le sequenze riprese sulle navi che affondano sono claustrofobiche come quelle che ha ben presente chi aveva visto al cinema il Titanic di Cameron, a memoria non ricordo riprese aeree così coinvolgenti. La partecipazione è totale e questo aspetto è quello che distingue Dunkirk da molte altre pellicole di stampo bellico. Nel cast corale, oltre a Branagh, il pilota interpretato da Tom Hardy, nascosto per tutto il film dietro i suoi occhiali da aviatore all'interno della carlinga del suo Spitfire, il soldato Harry Styles, leader del gruppo pop One Direction, Cillian Murphy e quello che potrebbe essere individuato come il protagonista principale, Fionn Whitehead.

Emozione e perfezione stilistica a braccetto, un risultato tutt'altro che semplice da raggiungere.

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