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venerdì 10 novembre 2023

IL LAUREATO

(The graduate di Mike Nichols, 1967)

La seconda metà degli anni 60 del secolo scorso è passata alla Storia come un momento di cambiamento e rottura per gli Stati Uniti d'America che si avviavano alla "rivoluzione culturale" del '68 con alle spalle l'irremovibile (dalla memoria collettiva) tragedia dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, episodio che segnò un'ideale perdita d'innocenza per gli U.S.A. e la fine del Sogno Americano. Diciamo "ideale" perché un Paese come gli Stati Uniti d'America in realtà l'innocenza non sa neanche dove stia di casa, non lo sapeva nei 60 e nemmeno l'ha mai saputo (vedi I cancelli del cielo di Michael Cimino), diciamo che ha sempre e solo fatto finta e, proprio nel 1968, a sancire il passaggio a un'altra (breve) epoca arriveranno a poca distanza l'una dall'altra anche le morti violente di Bobby Kennedy e del reverendo Martin Luther King. In questo scenario storico, denso di eventi e significati, anche il cinema e Hollywood andavano a rinnovarsi, un rinnovamento fisiologico dovuto all'umore dei tempi, alle nuove generazioni (di registi e autori ma anche di spettatori) e da situazioni contingenti come le crisi della Hollywood classica, quella dello Studio System e quella delle vecchie star, tutti fenomeni ai quali andava a unirsi la crescente popolarità della televisione nel dare uno scossone ai vecchi Studios della costa ovest. C'è un pubblico più impegnato formato da una popolazione giovane sempre più critica nei confronti della società, coinvolta sotto il punto di vista politico e che si trova e si troverà a convivere con vicende dolorose come quelle della guerra in Vietnam, affronterà  le paure generate dalla guerra fredda, lo scandalo Watergate, sarà protagonista di una crescente sensibilizzazione per la questione razziale riguardante i neri d'America e dovrà fare i conti con il trauma degli omicidi sopra citati e con quello di Malcolm X, promuoverà un mutamento dei costumi e andrà verso una liberalizzazione sessuale senza precedenti. Il cinema cambierà di conseguenza, seguirà la corrente dei tempi, sarà un mutamento sincero e rivoluzionario tanto che questo nuovo modo di fare cinema rientrerà sotto il nome di New Hollywood, a indicare una cesura netta con il passato.

Come per tutte le correnti, i movimenti, le tendenze, non è così facile dare un punto netto d'inizio e uno di chiusura, in genere si procede per convenzioni, per ipotesi, indicando poi oltre al corpo centrale della corrente in questione precursori e strascichi postumi. Per la New Hollywood è solito indicarne una possibile nascita con un paio di titoli, entrambi datati 1967: il primo è Gangster story di Arthur Penn mentre il secondo è proprio Il laureato di Mike Nichols, film che segnavano uno scarto con la vecchia Hollywood ormai incapace di leggere le istanze di una nuova realtà. Nel cinema entra e si avverte con prepotenza lo spaesamento di una generazione, protagonisti disorientati, l'uomo comune prende il posto dell'eroe, nuovi divi riportano la star a una dimensione più accessibile (Dustin Hoffman né è forse l'esempio più calzante e riconoscibile ma non di certo l'unico), i registi osano avventurarsi su strade diverse e poco battute, creano con budget risicati, destrutturano i generi, danno voce alle minoranze e aprono le porte a una nuova morale, raccontano la nuova società senza edulcorarla, filmano violenze e paranoie. È un bagno di realtà per l'America spesso ipocrita e perbenista costretta a guardarsi in faccia con onestà, il sogno si infrange, la realtà non ha sempre una fragranza profumata. Le nuove generazioni vogliono libertà, sono più indipendenti, più trasgressive, il cinema ha il compito di assecondarle e nutrirle.

Il laureato quindi. Nel 1967 Dustin Hoffman è al suo esordio ed esplode da subito come uno dei volti simbolo della New Hollywood (candidatura all'Oscar e vittoria ai Golden Globe), nel film è Benjamin Braddock, figlio di genitori benestanti che torna a casa per festeggiare la sua laurea. Mentre parenti e amici di famiglia si moltiplicano nella villa dei suoi genitori Benjamin non sembra essere né entusiasta né felice della sua situazione, si intravede in lui una preoccupazione per il futuro, un senso di disorientamento che non permette al ragazzo di tracciare una direzione chiara da seguire, Benjamin è in preda a un'insofferenza inconcludente. Durante la festa la signora Robinson (Anne Bancroft), moglie del socio in affari del padre di Benjamin, chiede al ragazzo di riportarla a casa sua dove la donna, decisamente più matura del giovane tenta di sedurlo. Riluttante Benjamin rifiuta le offerte della donna per poi cedervi nei giorni seguenti. La situazione si movimenta quando in scena entrerà anche la figlia della signora Robinson, Elaine (Katharine Ross), coetanea di Benjamin e fanciulla alla quale il Nostro si rivelerà essere parecchio interessato.

Il laureato di Mike Nichols è un film simbolo graziato da alcune sequenze memorabili. L'inizio con Hoffman fermo sul nastro trasportatore che lo muove come se il protagonista non avesse volontà è una dichiarazione d'intenti, le note di Simon & Garfunkel di The sound of silence anticipano il discorso sull'incomunicabilità che qui è sottolineata tra generazioni diverse. Benjamin e la signora Robinson non riescono a parlarsi, vanno a letto insieme ma non comunicano, non hanno nulla da condividere, è il chiaro segnale di un cambiamento di approccio alla vita delle nuove generazioni, forse più confuso, più inconcludente, smarrito (bellissimo sul finale lo sguardo di Elaine e Benjamin sul bus, quasi a dire "e ora che si fa?") ma anche più libero, sincero e spontaneo. Nichols è molto bravo a tradurre in immagini un senso di torpore proprio del protagonista (e di tanti spettatori suoi coetanei) usando la metafora della piscina, dell'ottundente immersione nell'acqua (il protagonista ci si butta anche con una muta da sub), calibra alla perfezione il tappeto sonoro grazie a una scelta di brani passati alla Storia e trova in Hoffman un vero simbolo di questa nuova epoca del cinema, un'epoca che durerà poco più di un decennio, frenata negli anni 80 dall'edonismo reaganiano, dall'avvento del cinema di consumo (a opera in primis di Spielberg che della New Hollywood è stato una delle firme), dal fallimento totale di film come I cancelli del cielo. Il laureato però, insieme ad altre pellicole, ha avuto il merito di aver aperto la strada a un decennio di grandissimo cinema che ci ha regalato alcune tra le migliori opere di registi come Scorsese, Coppola, Spielberg, Cimino, Polanski, Friedkin, Allen, Pollack e mille altri uniti insieme a creare un'epoca troppo breve ma altrettanto densa e forse irripetibile.

mercoledì 22 ottobre 2014

LA GUERRA DI CHARLIE WILSON

(Charlie Wilson's war di Mike Nichols, 2007)

La guerra di Charlie Wilson è un film che narra i retroscena poco noti di una situazione internazionale invece molto nota: l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'esercito russo (1979 - 1989). Il film di Mike Nichols, basato sul libro di George Crile III, si concentra sulla vera storia del deputato democratico al Congresso americano Charlie Wilson e su come questi, con l'aiuto di altre personalità interessate alla causa, sia riuscito a far ottenere ai mujaheddin afghani gli armamenti necessari a scacciare i russi dal loro territorio grazie a continui innalzamenti del budget americano destinato a questa particolare causa, umanitaria se vogliamo ma soprattutto politica.

Il film gode di un cast di primissimo piano, si rivela una visione piacevole e tratta un argomento effettivamente di un certo interesse. Diciamo anche che se Aaron Sorkin non ne avesse scritto la sceneggiatura, se Nichols non l'avesse diretto e se il cast non ci si fosse dedicato nessuno ne avrebbe comunque sentito la mancanza, i film davvero grandi sono altri (scusatemi ma ieri ho visto Onora il padre e la madre).

Il ruolo del deputato protagonista della vicenda è andato a Tom Hanks, nonostante l'attore non sia in cima alla lista delle mie preferenze la scelta mi sembra azzeccata, dando un'occhiata alla foto del vero Wilson potrete farvene un'idea anche voi. Tom Hanks, come il resto del cast composto da grandi nomi, offre una prova dignitosa ma lontana da qualsiasi slancio passionale o da memorabili pezzi di bravura. A sostenerlo troviamo Julia Roberts a interpretare la filantropa Joanne Herring, Philip Seymour Hoffman nel ruolo dell'agente della CIA di origine greca Gust Avrakotos e Amy Adams, l'assistente di Wilson Bonnie.


L'unico vero pregio del film è appunto la materia trattata finora almeno a me sconosciuta. Attenendosi a quello che realmente era Charlie Wilson, Hanks impersona un deputato molto attento alle belle donne e al whisky di qualità piuttosto che ai grandi dibattimenti del Congresso, un politico di parola lontano dalle grandi decisioni, capace però di parlare con le altre persone e di accumulare favori da chiedere poi in cambio. Per un caso all'apparenza fortuito Wilson inizia a interessarsi alla condizione Afghana e a quella del suo popolo decidendo di battersi per aumentare il budget per rifornire di armi il popolo afghano. Troverà come alleati una ricca e affascinante Joanne Herring, amante dedita alla causa e l'agente CIA Avrakotos, personalità fuori dagli schemi, sicuro delle sue capacità e in rotta con i piani alti della sua organizzazione. Insieme riusciranno a creare stranissime alleanze e a farle funzionare garantendo la riuscita dei loro scopi.

I protagonisti sono quanto di più lontano ci si possa immaginare da personalità coinvolte in una causa del genere, le manovre del potere mostrate da Nichols assumono toni quasi farseschi e sembra impossibile che con parti in causa come queste, attivate da quella che doveva essere una semplice visita di cortesia al leader Pakistano, si sia arrivati a risultati tanto rilevanti. Il registro della pellicola si mantiene comunque sobrio senza osare troppo e senza calcare la mano su risvolti che avrebbero potuto virare verso il grottesco. Nichols confeziona un prodotto Hollywoodiano, medio, anche piacevole se può interessare l'argomento. Ok, visto. Possiamo passare oltre.


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