Visualizzazione post con etichetta musical. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta musical. Mostra tutti i post

martedì 20 maggio 2025

LES PARAPLUIS DE CHERBOURG

(di Jacques Demy, 1964)

Nel 1964 il regista francese Jacques Demy arriva al suo quarto lungometraggio con Les parapluis de Cherbourg, film che diede popolarità duratura al suo autore e che ottenne anche la Palma d’oro al Festival di Cannes del ‘64. Ancora oggi la visione de Les parapluies de Cherbourg rimane un’esperienza quantomeno originale; il film poggia infatti su un impianto da musical (è completamente cantato dall’inizio alla fine) ma non presenta le classiche coreografie tipiche del genere né numeri misti di ballo e canto, tutti i protagonisti si limitano semplicemente a recitare le loro battute cantandole, scelta artistica che dona un tocco inusuale alla pellicola e a tutto l’impianto recitativo immerso in quella che a conti fatti è una storia d’amore come ce ne sono tante, graziata dalla presenza di una giovanissima e deliziosa Catherine Deneuve e dal nostro Nino Castelnuovo (per chi non lo conoscesse è quel bell’uomo che ha saltato per anni la staccionata negli spot pubblicitari dell’olio Cuore ma che ha recitato anche in capi d’opera della storia del cinema come Rocco e i suoi fratelli, tanto per dirne una). Quello che lo spettatore deve aspettarsi dal film è una storia romantica, sofferta, candida e pulita giocata sula ripartizione di più momenti e di tre fasi: la partenza, l’assenza e il ritorno. Le scelte cromatiche e quelle di scenografia sembrano sospendere la storia di Les parapluis de Cherbourg in una sorta di limbo che sta a metà strada tra realtà e racconto finzionale, tra verità e fiaba, impressione dettata dal contrasto tra le riprese in esterno a Cherbourg (oggi Cherbourg-Octeville in Normandia) e quelle in interno caratterizzate da arredi, colori, tappezzerie a tinte pastello che forse mai si troverebbero (o si sarebbero trovate) tra le mura di una casa o di un negozio reale.



Les parapluis de Cherbourg è un negozio che vende ombrelli per lo più dai toni molto vivaci (ma non manca il nero per i signori seriosi) gestito da Madame Emery (Anne Vernon); la donna è aiutata da sua figlia Geneviève (Catherine Deneuve), una ragazza molto bella e senza troppi grilli per la testa. La giovane è innamorata di Guy Foucher (Nino Castelnuovo), un bel ragazzo gentile che lavora come meccanico in un’officina della zona. I due si incontrano più volte, sono innamorati ma la madre di Geneviève non approva questa frequentazione; la donna preferirebbe di certo per la figlia un compagno più facoltoso e benestante piuttosto che quel giovane di limitate speranze che ancora vive con la vecchia zia Elise (Mireille Perrey). Un bel giorno (non troppo bello in realtà) l’idillio tra i due giovani viene spezzato da una lettera che richiama Guy alle armi, due anni di servizio militare in Algeria, colonia francese. Durante il periodo d’assenza del ragazzo nella vita di madre e figlia entra Roland Cassard (Marc Michel), un ricco commerciante di preziosi attratto da Geneviève e disposto ad aiutare Madame Emery con le spese del negozio che sembrano farsi sempre più pressanti.


Les parapluis de Cherbourg può fregiarsi di un’originalità non comune per come presenta questo miscuglio di melò e musical, scelta di per sé già poco battuta, rafforzata da una messa in scena coloratissima che Demy impreziosisce con alcune trovate di regia indovinate e sfiziose come quella messa in atto nella sequenza iniziale. Vista sul porto di Cherbourg; la camera in posizione elevata rispetto al terreno ruota verso il basso e riprende l’acciottolato della strada. Inizia a piovere, le persone che passeggiano, ciclisti, ragazze, marinai, aprono i loro ombrelli: rossi, azzurri, bordeaux, blu; prima uno alla volta, poi insieme in fila… e ancora, bianco, giallo, grigio, granata, persone zuppe di pioggia, impermeabili e ancora marinai, rosso, blu, bianco, una famiglia di neri in fila. La camera torna nella posizione iniziale, incomincia la prima parte: le départ. Alla regia di Demy si unisce la partitura musicale vivace e jazzata di Michel Legrand, da lì un cantato pressoché continuo. Il film, sequenza d’apertura a parte, si apre e si chiude con una vista sull’officina in cui lavora Guy, una circolarità che torna anche nel rapporto con Geneviève seppur con valenze ed esiti differenti. Quella tra Geneviève e Guy è una storia d’amore triste, ammantata di nostalgia e di rimpianto, che mette sotto i riflettori il dolore delle storie spezzate, non compiute e non vissute pienamente fino in fondo. A un primo impatto Les parapluis de Cherbourg può sembrare artificioso ma con il passare dei minuti il film permette allo spettatore di mettersi comodo, di godere della visione e di arrivare a soffrire un poco, sotto la neve questa volta, per una amore che avrebbe potuto essere e che invece non è stato, almeno non del tutto. C’è un po’ di vita, c’è un po’ di finzione, c'è...

domenica 14 novembre 2021

JEANNETTE

(Jeannette, l'enfance de Jeanne d'Arc di Bruno Dumont, 2017)

Perché accontentarsi di un Jesus Christ Superstar qualsiasi quando si può avere una piccola Giovanna D'arco nel pieno della sua estasi religiosa a contestare l'operato di Dio su tappeto heavy metal mentre pratica del buon headbanging contornata da una doppia apparizione della monaca Madame Gervaise?

Ovviamente la frase d'apertura è una piccola boutade, i due film non sono paragonabili e difficilmente questo Jeannette (seguito da Jeanne del 2019) diverrà nel tempo un cult come è accaduto per Jesus Christ Superstar; detto questo il film di Bruno Dumont si rivela essere una scheggia impazzita nel panorama cinematografico recente, almeno per chi, come chi scrive, non conosce in maniera approfondita il cinema del regista francese. Jeanette nasce come progetto per la televisione, l'ispirazione arriva da due testi di Charles Péguy dedicati alla pulzella d'Orléans ai quali Dumont guarda per mettere in scena quello che è un musical sui generis che pur rientrando nel genere sicuramente non ne rispetta i canoni declinandolo in una forma originale che per molto pubblico risulterà alla lunga parecchio ostica. Scelte radicali nella messa in scena di un film molto parlato, molto cantato, coreografato e dove pensieri e parole la fanno da padrone sull'azione: fede, assilli teologici ed esistenziali di una bambina (si inizia con Jeannette a otto anni) che si pone questioni molto più grandi di lei in preda a un dolore sincero per la sofferenza che vede assillare i suoi compaesani, siamo nel 1425 durante la Guerra dei cent'anni con una Francia in scacco sotto il tallone degli eserciti inglesi.

Il film è diviso in due parti, nella prima una Jeannette (Lise Leplatt Prudhomme) ancora piccola, guardiana di pecore, discute con la sua amica e coetanea Hauviette (Lucile Gauthier) del comportamento del Signore nei confronti della povera gente oppressa dalla guerra, Jeannette colma di fede non capisce però il mancato intervento di Dio nell'alleviare la sofferenza dei suoi concittadini, dei suoi connazionali e desidera un approccio più interventista, del Signore, degli stessi francesi, per riprendere in mano il proprio paese e la pace tanto agognata. Dal canto suo Hauviette non si sente proprio di mettere in dubbio il volere e l'operato (o il non operato) del Signore e sostiene che il compito dei cristiani sia solo quello di pregare e affidarsi in maniera totale a Dio. Nella seconda parte del film la bambina è cresciuta, da giovane ragazza diventa Jeanne (Jeanne Voisin), prende coscienza che il suo tumulto interiore è una chiamata, del Signore, alle armi, non è chiaro, fatto sta che la convinzione di essere il condottiero che il Signore vuole per la liberazione della Francia si afferma, Jeanne partirà aiutata dallo zio (Nicolas Leclaire) alla volta dell'assediata Orléans, il film termina prima dell'incontro della pulzella con le armi e con i campi di battaglia.

Bruno Dumont adotta una messa in scena all'apparenza molto povera, essenziale, poche location, attrici e attori non professionisti e scelte artistiche che donano un sapore irreale all'intera opera, come le apparizioni della Madame Gervaise sdoppiata o quelle stralunate di Santa Caterina, Santa Margherita e San Michele che sembrano forme di un presepe dell'assurdo (pur non avendo nulla a che fare con la natività). Le parti cantate, quasi continue, non godono di precisione tecnica essendo protagoniste ragazzine non professioniste, tutto è molto spontaneo, non artificioso, nelle coreografie a tratti c'è l'impressione di assistere all'esibizione della recita scolastica, eppure tutto trova una sua coerenza, un suo stile scarno che viene valorizzato dalle musiche atipiche e molto originali per il genere e per il tema trattato a cura del musicista Igorrr che si carica sulle spalle gran parte della riuscita del film. Si sperimenta con un metodo del tutto particolare per il cantato che avviene in presa diretta mentre gli attori ascoltano le musiche di Igorrr tramite auricolari, il tutto rende il film ancora più straniante sottolineando le scelte già poco usuali per il genere del compositore francese che arriva dal death metal. Nonostante Jeannette sia un film che verrà percepito con esiti differenti in base al gusto personale dello spettatore data la sua particolarità, è innegabile che vedere la giovane e futura Giovanna d'Arco lanciarsi in riflessioni altissime a ritmo di heavy metal, fare headbanging e portare a compimento coreografie moderne, slegate da ogni riferimento al musical classico, è quantomeno una bella soddisfazione. Le musiche di Igorrr sono trainanti e indovinate per tener desta l'attenzione su un progetto non facile che sui minuti finali non manca di far accusare un lieve velo di stanchezza nonostante l'impegno a scombinare le carte in un mood già scombinato di suo (il giovane zio che parla solo rappando). Opera coraggiosa, sperimentale se vogliamo, a inquadrare in maniera nuova quello che per la Francia è un vero simbolo nazionale, discorso da riprendere più avanti con la visione del successivo Jeanne del 2019.

martedì 12 novembre 2019

LA LA LAND

(di Damien Chazelle, 2016)

Ci sono film che sembrano avere come scopo principale la celebrazione della Hollywood che fu, un'industria cinematografica inevitabilmente cambiata nel corso degli anni e che per diverse ragioni può dar vita a moti nostalgici e professioni d'amore genuine e più che giustificate. C'è un tipo di Cinema che ormai non si fa (quasi) più, pensiamo alla commedia brillante o di genere slapstick, al musical o a tutte quelle produzioni enormi che ora sono appannaggio del digitale (le migliaia di comparse per il peplum ad esempio). A quella Hollywood guardano con amore e affetto alcune pellicole recenti, dall'ultimo Tarantino di C'era una volta a... Hollywood all'Ave Cesare! dei fratelli Coen a Tutto può accadere a Broadway di Bogdanovich ma anche in maniera più laterale il Café Society di Allen, il remake di A star is born di Cooper e anche (e più di altri) questo La La Land di Damien Chazelle. Quest'ultimo percorrendo la via del musical lo fa a maggior ragione, perché nonostante la nuova ondata dei 70 che partorì ottimi esiti (The Rocky horror picture show, Hair, Grease, Jesus Christ Superstar, Tommy, etc...) e i più recenti tentativi di revival del genere, in fin dei conti Gene Kelly, Fred Astaire, Stanley Donen, Vincente Minnelli sono morti, e la loro arte con loro.


È nell'ottica dell'omaggio che si muove La la land, inserendo in un contesto cantereccio e danzereccio la più classica delle storie d'amore, Chazelle sceglie due ottimi attori per interpretare i suoi personaggi, Ryan Gosling ed Emma Stone, che cantano, ballano, suonano (?) ma che lasciano trasparire in fondo di non essere cantanti, ballerini, musicisti ma solo appunto ottimi attori. Qualche passaggio un poco più impacciato e scolastico c'è, eppure il tono lieve e le indubbie capacità del regista e di chi ha curato scenografie e soprattutto coreografie rendono La la land un film molto piacevole dove più che i numeri musicali e danzanti, non tutti eccelsi e nemmeno troppo invasivi, a catturare l'attenzione è la storia romantica tra due personaggi molto indovinati in fase di scrittura, una stesura leggiadra che dona la giusta grazia e leggerezza necessaria per un film di questo genere.


Si apre con un ingorgo autostradale, uno di quelli quotidiani di una Los Angeles sempre indaffarata, Chazelle dirige una coreografia corale complessa e spettacolare sul primo brano di facile presa del film, spara colori accesi, gioca con le inquadrature e inscena un primo incontro come da copione problematico tra Mia Dolan (Emma Stone), aspirante attrice, e Sebastian Wilder (Ryan Gosling), musicista jazz col sogno di acquistare e rilanciare uno storico locale jazz ormai decaduto. Da lì in avanti è un attimo appassionarsi alla storia d'amore tra i due protagonisti, divisi tra questo rapporto e i loro rispettivi sogni, per realizzare i quali conteranno l'uno sull'altro, si daranno manforte, si scontreranno fino a un finale che riserva più d'una sorpresa.


La la land (ri)propone un genere quasi estinto e lo fa con una dose di leggerezza e brio davvero preziosa, forse manca il talento vero nel realizzare un certo tipo di coreografie e di passaggi (purtroppo ho sempre in mente Gene Kelly che amo profondamente) ma si compensa tutto con la recitazione, con un'ottima regia e proprio con quel pizzico di nostalgia che operazioni come questa sanno scatenare. La la land porta a casa ben cinque Oscar (regia, miglior attrice, canzone, colonna sonora, fotografia e scenografia, e contandoli bene sono sei) tutto sommato tutti giustificati e ancora una volta, caso isolato in mezzo al deserto, apre la porta su un genere che in fondo è possibile rivitalizzare, in attesa che qualcun'altro colga la palla al balzo.

domenica 18 agosto 2019

AMMORE E MALAVITA

(dei Manetti Bros, 2017)

I fratelli Manetti (Marco e Antonio) fanno un'ulteriore passo avanti nella loro poetica cinematografica creando qualcosa di unico e bizzarro per il panorama della commedia italiana all'interno del quale, ibridando generi e visioni, avevano già lasciato segni forti di un'originalità personale e sinceramente spassosa che ha allietato le ore di tantissimi spettatori, creandosi anno dopo anno, tra film e serie televisive, un pubblico affezionato pronto a seguirli in ogni loro nuova mossa. Dopo il successo di Song'e Napule i due registi ridanno fiducia e per la seconda volta consecutiva riversano il loro amore sulla città di Napoli, scenario di una vera e propria storia di amore e malavita. Il cast è consolidato e si è probabilmente assemblato quasi da solo, i volti sono per lo più noti a chi ama il Cinema dei Manetti: viene giustamente dato più spazio rispetto a quello che aveva nel film precedente a quel mostro (in senso buono) di Carlo Buccirosso, alta scuola della recitazione, Morelli è immancabile e insieme a Serena Rossi forma la coppia protagonista di questa vicenda d'amore imbevuto di sangue, torna anche il Raiz (Gennaro Della Volpe, cantante degli Almamegretta) già visto in Coliandro, ottima la presenza di Franco Ricciardi (già Mazzadiferro in Song'e Napule) e sorprende un'ottima Gerini che pur lasciando intuire di non essere realmente d'origini napoletane offre un'ottima prova che ha raccolto diversi riconoscimenti grazie alla sua interpretazione di Donna Maria.


L'oggetto Ammore e malavita si può considerare quasi unico, una mistura che travalica anche i generi, andando a toccare la sceneggiata napoletana così come il musical di stampo più moderno, le derive criminali tanto care ai Manetti consolidate nella tradizione (cinematografica) nostrana mischiate a momenti di danza e ballo; Ammore e malavita è commedia e allo stesso tempo si concede la più classica delle "zeppate" napoletane con una esilarante e non troppo nascosta critica a chi di Napoli vuole esaltare solo il peggio, meravigliosa tutta la sequenza girata a Scampia con il gruppo di stranieri in visita turistica alle Vele, un passaggio che esalta il connubio tra situazione, canzone e momento danzante. Chapeau! I Manetti si concedono ancora all'effettaccio dal basso (il proiettile al ralenty) ma per il resto impiegano il budget tirandone fuori ottimo Cinema, di quello capace in qualche modo ancora di stupire, di lasciare lo spettatore soddisfatto per non aver visto la solita commediola da quattro soldi.

Don Vincenzo Strozzalone (Carlo Buccirosso) è il re del pesce sulla piazza di Napoli e sul porto di Pozzuoli, gestisce un'impero criminale minacciato da diverse famiglie avversarie. Scampato a un'agguato volto a toglierlo di mezzo, grazie all'intervento delle sue due "Tigri", Ciro (Giampaolo Morelli) e Rosario (Raiz), due inarrestabili killer in motocicletta, Don Vincenzo decide di sparire e, istigato nell'idea da sua moglie Donna Maria (Claudia Gerini), cinefila incallita, inscena un finto funerale con tanto di sosia a riempire la bara (James Bond docet). Ma una giovane infermiera, Fatima (Serena Rossi) primo amore di Ciro, vede il boss ancora vivo, diventando così uno scomodo testimone che proprio le Tigri dovranno togliere di mezzo. Ma Ciro non ce la può fare.


I Manetti stravolgono un poco l'utilizzo a cui siamo abituati di Giampaolo Morelli, qui un vero tenebroso, ancora capace d'amare ma che raramente si concede al suo lato più cazzaro così congeniale all'attore napoletano, lo fanno cantare e qui forse qualche limite dell'attore emerge, schiacciato in mezzo a tanta altra gente che col canto è molto più a suo agio o addirittura ne ha fatto un mestiere (Raiz o Franco Ricciardi ad esempio), per quel che riguarda il versante canoro la Gerini già aveva dimostrato di non essere estranea a questo mondo, la Rossi la conosciamo molto bene e anche Buccirosso di mestiere se la cava.  Le musiche amalgamano la tradizione napoletana a suoni più moderni conferendo al film un'identità difficile da catalogare tra musical, commedia e gangster story con l'aggiunta dei siparietti danzanti, identità di grande valore nell'ottica di portare il nostro Cinema da qualche altra parte, fuori dalla palude dove spesso si trova a ristagnare quando ci si avventura lontano dai grandi e noti autori riconosciuti da tutti.

mercoledì 13 febbraio 2019

A STAR IS BORN

(di Bradley Cooper, 2018)

Uscito nelle sale senza la pretesa di essere il film del secolo, A star is born mantiene quel che promette, soddisfa le aspettative semplici e basilari di una vicenda musicale dai forti risvolti sentimentali e alla fine si toglie la soddisfazione di riservare anche qualche bella sorpresa. La vicenda è nota, gira a Hollywood già dagli anni 30 grazie alla prima versione diretta da George Cuckor nel 1932 (A che prezzo Hollywood?) e a quella forse più nota uscita un lustro più avanti per la regia di William Wellman (È nata una stella). L'ambiente narrato nei primi film è proprio quello di Hollywood, i protagonisti sono attori, lui star affermata con qualche problema legato all'alcol scopre in lei un talento fresco da lanciare nello stardom. Nasce un amore, carriera in ascesa per lei, declino per lui, finale non proprio da happy ending. Il canovaccio rimane questo per tutte le versioni del film, compresa quest'ultima diretta da Bradley Cooper. L'approccio al tema musicale arriva nel 1954 ancora grazie a George Cukor che dirige nuovamente questo script adattandolo al genere musical, a disposizione nella faretra del regista attori di richiamo come James Mason e Judy Garland, il plot è quello, il protagonista maschile è un attore, lei una cantante, la musica prende piede. La conversione totale al contesto musicale avviene nel 1976 con l'ennesimo remake (per la terza volta È nata una stella); diretto da Frank Pierson il film ha come protagonisti Barbra Streisand e Kris Kristofferson, entrambi musicisti sia nel film che nella vita, al passo con i tempi subentra anche la droga, lo scheletro della vicenda rimane sempre il medesimo. È proprio a quest'ultima versione che guarda A star is born che ripropone nel mood, seppur aggiornandolo ai tempi, il film di Pierson. Infatti il protagonista maschile, Jackson Maine (Bradley Cooper), ricorda molto il personaggio interpretato da Kristofferson, anche l'impianto musicale rock di chiara matrice country/folk proposto da Maine nelle sue performance live si potrebbe considerare la naturale evoluzione del sound proveniente dai Seventies, e cos'è Lady Gaga se non una versione moderna della Streisand in tutto e per tutto, con quel profilo imperfetto, non bello, il naso un poco pronunciato, grandi doti canore, star di primo piano già nella vita prima che nel film... sembra proprio che le scelte di Cooper, prima fra tutte quella di casting per la protagonista femminile, siano state prese avendo ben in mente la versione del film datata 1976, probabilmente la più vicina per interessi e sensibilità (e forse per gusto musicale) alle inclinazioni dell'attore/regista.


Le vere sorprese di A star is born, se è quasi impossibile ricercarle nell'intreccio essendo questo noto da quasi un secolo, sono proprio i due protagonisti, entrambi in qualche modo si rivelano essere più di quello che sembravano, anche se in qualche modo potremmo parlare più di forti conferme che non vere e proprie rivelazioni. Bradley Cooper è il classico tipo che potresti cominciare a odiare un pochettino, uno di quei bastardi fortunati a cui tutto sembra riuscire bene senza sforzo alcuno. Ovviamente dietro al successo del ragazzone ci sarà tanta fatica, tanta dedizione e passione, però... è figo, ha un fisico della madonna, è un bravo attore, si rivela ora anche un buon cantante, un buon regista, suona, scrive i pezzi... suvvia, lasciatemelo odiare almeno un pochettino. Scherzi a parte mi inchino davanti a Cooper, qui offre una bella interpretazione ma soprattutto si rivela un buon cantante, dalle doti magari non eccelse ma graziato da un timbro accattivante, una bella presenza scenica on stage, il giusto mood musicale, un insieme di caratteristiche niente male se pensiamo che si confronta qui con una delle cantanti più note di questi ultimi anni sulla scena mondiale e che le esibizioni musicali sono state registrare live in presa diretta. Valutando il film anche dall'ottica dell'esordio nel ruolo di regista, Cooper dimostra di avere gusto almeno per le riprese delle esibizioni musicali, fondamentali nell'economia di questo film, in diverse occasioni si ha l'impressione di essere on stage insieme a Jackson Maine, aspetto che rende la visione del film ovviamente più coinvolgente. Lady Gaga di contro offre un'interpretazione molto convincente, doti canore a parte si rivela sul piano puramente attoriale un'ottima protagonista, capace di ritagliarsi il suo spazio sulla scena senza ricorrere ad artificiosi make up o a travestimenti di sorta, capace di far bene anche al naturale.


Tralasciando alcuni stereotipi che si presentano qua e là, il film si lascia guardare, non ha pretese, racconta una difficile storia d'amore, artistica e sentimentale, scalfita dall'invidia e dalla notorietà ma sempre molto forte. A bagno nei sentimenti, ci si lascia andare alla storia d'amore (che tanto d'amore c'è sempre bisogno), si apprezzano i pezzi musicali, contestualizzati alla cornice tra l'altro sono pezzi anche di un certo livello, ci si gode gli attori (plauso a Sam Elliott e a Cooper per averlo scelto, perfetto in questo contesto) e la semplicità della storia. Non c'è altro, non è una rivoluzione, non è una novità, ma qualche ora piacevole è possibile concedersela anche con il cervello in modalità stand-by ogni tanto, a conti fatti A star is born non mi è dispiaciuto affatto.

domenica 24 settembre 2017

TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE

(The sound of music di Robert Wise, 1965)

A volte l'incontro di più caratteristiche, in maniera del tutto olistica e per alcuni versi difficilmente comprensibile, si rivela più riuscito della somma delle singole parti. È quel che è indubbiamente successo al film Tutti insieme appassionatamente, pellicola della Hollywood dei 60 capace di creare introiti per più di duecentottantacinque milioni di dollari a fronte di una spesa di circa otto, una scommessa vincente che ha pagato più di trentacinque volte la posta, e parliamo di cifre da capogiro. Eppure i singoli elementi in ballo sono di quelli che a molti fanno storcere il naso: il genere musicale, un approccio familista, la fiera dei buoni sentimenti, lo scenario storico in periodo seconda guerra mondiale con tanto di minaccia nazista, la storia d'amore, paesaggi da cartolina (splendidi), l'empatia chiesta allo spettatore puntando sulla tenerezza suscitata da ragazzi e bambini protagonisti del film e un'interprete di grido, Julie Andrews, fresca reduce dal successo di Mary Poppins.

Proprio quest'ultima è indubbiamente la chiave del successo di un film che con un'altra protagonista avrebbe rischiato la caduta verso l'abisso della noia, i numeri musicali nei quali è presente la Andrews sono sempre godibili e giustificano la visione di un film onestamente troppo lungo e che andrebbe visto in lingua originale. Quasi tutti i passaggi musicali dove non compare Maria (Julie Andrews) sembrano superflui, con ogni probabilità non aiuta la scelta di doppiare tutti i pezzi in italiano, magari in versione sottotitolata con brani originali si sarebbe potuto apprezzare qualcosa in più, non avendo avuto modo di vedere il film in lingua però non garantisco nulla. Sconsigliata invece la visione televisiva per un film che interrotto anche dalla pubblicità raggiunge tempi di visione sfiancanti.

Alla regia Robert Wise, nome oggi poco conosciuto se non tra le fila dei cinefili appassionati, professionista duttile che ha lasciato buoni segni in diversi ambiti: nella fantascienza (Ultimatum alla Terra), nello stesso musical (West Side Story) e anche nel mondo geek in quanto direttore del primo film cinematografico della saga di Star Trek.


Maria è una novizia devota ma dal temperamento un po' esuberante, le sue superiori nel convento di Salisburgo hanno opinioni diverse sul suo conto, non tutte sono convinte che la strada giusta per la giovane sia quella di entrare nell'ordine. Per metterla alla prova la mandano presso la famiglia Von Trapp in qualità di istitutrice dei sette figli del Comandante Von Trapp (Christopher Plummer). L'approccio è quello risaputo: bambini che fino ad allora avevano avuto problemi con qualsiasi istitutrice in seguito alla scomparsa della madre, un padre anaffettivo col pallino della disciplina, il nuovo arrivo che entrerà nel cuore dei bimbi e farà innamorare di sé il protagonista maschile, il terzo incomodo (la baronessa Elsa interpretata da Eleanor Parker), la minaccia incombente qui rappresentata dal nazismo. Tutto segue lo schema, spezzato dai numeri musicali e dal fatto che qui l'istitutrice sarebbe una futura suora che oltre che con il suo cuore deve fare i conti anche col Padreterno.

Film musicale perfetto per ripetuti passaggi natalizi (cosa che effettivamente accade) e che risulterebbe inappuntabile se sforbiciato di una buona mezz'ora almeno, poi a mio parere il musical è Gene Kelly e qui siamo un poco distanti proprio nell'approccio alla materia, ma questo è un altro discorso, ciò non toglie che per molti versi il film possa risultare ben più che piacevole, lo sta a dimostrare anche l'enorme successo riscosso dalla pellicola e le diverse statuette portate a casa da Tutti insieme appassionatamente alla notte degli Oscar, premio per il miglior film compreso. Visione spensierata che almeno una volta nella vita... magari proprio a Natale.

domenica 18 settembre 2016

AIUTO!

(Help! di Richard Lester, 1965)

La tentazione di chiamare il post con il titolo originale di questo film che vede i Beatles protagonisti è stata forte, poi visto che in Italia il film uscì con tanto di locandine come Aiuto! mi è parso giusto lasciarlo così, ennesima stranezza in un calderone pieno di stranezze.

Di primo acchito viene da domandarsi se Richard Lester sia un genio, un folle oppure un semplice demente. Non conoscendo il resto della sua opera se non per un paio dei capitoli dedicati alle avventure di Superman, preferisco lasciare la domanda senza risposta e passare direttamente a occuparmi della trama di questo Help! (non ce la faccio a chiamarlo Aiuto!).

Pensando alla trama del film viene da domandarsi se Marc Behm, sceneggiatore e soggettista, sia un genio, un folle oppure un semplice demente. Non conoscendo il resto della sua opera se non per una o due sceneggiature, preferisco lasciare la domanda senza risposta e passare a occuparmi della trama di questo Help! (non ce la faccio a chiamarlo Aiuto!).

Ed eccola qui in tutto il suo splendore: una setta di adoratori della Dea Kaili è in procinto di sacrificare una giovane fanciulla. Per dare atto a questo sacrificio, la vittima deve essere dipinta di rosso e portare al dito l'anello sacrificale della Dea. L'anello però è sparito e, non ricordo neanche come, è finito al dito di Ringo Starr, batterista dei Beatles, che per qualche strana ragione non riesce più a sfilarselo. Per la setta ora la vittima designata è proprio Ringo (che ovviamente prima di essere ucciso dovrà venire dipinto di rosso). Il batterista e gli altri componenti dei Fab Four si opereranno per mantenere Ringo in vita e sgominare la setta. Nel mezzo qualche canzone.


Tralasciando le esibizioni canore del gruppo, proposte nel mezzo del film più o meno a casaccio e, nell'anno del signore 2016, anche prive di interesse documentaristico, per il resto siamo nel più puro non-sense. Alcune scenografie non avrebbero stonato in qualche puntata dello storico Doctor Who o nel serial de Il Prigioniero, diverse sequenze invece hanno toni da commedia slapstick. Il tutto può piacere e può non piacere, io ammetto che diverse trovate risultino anche parecchio divertenti, qualche passaggio anche geniale (vai a pensarci tu a tutta quella mole di stronzate), il tutto però inserito in un minutaggio anche fin troppo ampio per questo tipo di prodotto (e parliamo di poco più di un'ora e mezza).

Il film va bene ovviamente per i fan duri e puri dei Beatles e per gli amanti del non-sense in genere, non stona nella filosofia del gruppo, almeno per quel che riguarda la produzione cinematografica, mi pare coerente con quanto poi fatto con lo Yellow Submarine di George Dunning. Diventa invece un prodotto molto ostico per chi non rientra nelle due categorie di cui sopra, oltre alla sequela di gag assurde non c'è davvero altro.

martedì 30 agosto 2016

ACROSS THE UNIVERSE

(di Julie Taymor, 2007)

Era il dicembre del 2011 quando proprio su questo blog si parlava (per lo più maluccio) di questo Across the universe concentrandosi, almeno per quel che riguardava i miei commenti, sulla sola colonna sonora, all'epoca infatti ancora non avevo avuto modo di vedere il film. Di acqua sotto i ponti ne è passata e alcune cose sono cambiate, cinque anni fa alcuni post del blog riuscivano ad attirare un numero maggiore di commentatori attivi rispetto a quel che accade oggi, diversi di voi (di loro se contiamo che alcuni non frequentano più) lasciarono commenti anche sul film, ancora una volta poco lusinghieri a dirla tutta. Mi permetto ora una piccola digressione appoggiando l'affermazione fatta da Cyberluke qualche post fa sul suo blog che insinuava come probabilmente Facebook abbia tolto una parte di interesse (o perlomeno di commenti) al mondo dei blog, sicuramente più impegnativi da seguire e meno invasivi della privacy altrui, interesse che ovviamente si è riversato proprio sul più immediato Facebook.

Il preambolo per dirvi che sì, ce l'ho fatta, dopo soli cinque anni sono riuscito a recuperare Across the Universe. Posso ammettere fin d'ora di aver apprezzato il film e anche parecchio. Nonostante mi inserissi tra i detrattori di una colonna sonora che trovavo carente di personalità (e che ancor oggi probabilmente non mi metterei ad ascoltare), la stessa, combinata con le immagini messe in scena dalla Taymor, acquisisce valore e contribuisce a confezionare un prodotto molto, molto piacevole e accattivante. Ribadisco che all'epoca chi vide il film non me ne parlò in termini entusiastici, anzi, forse l'unico sostenitore fu l'amico Adriano e in questo caso io mi schiero dalla sua parte.

Poi diciamocela tutta, anche la sola storia narrata nel film, presa di per sé, non è niente di eccezionale, ma l'insieme dei volti, delle situazioni, delle musiche e soprattutto di alcune riuscite sequenze e di diversi cameo indovinati, fanno si che la somma sia maggiore delle sue parti. In ogni caso si parla di un film molto piacevole e non di capolavoro. Non escludo che il mio apprezzamento possa essere condizionato dal piacere di vivere una storia interamente sulle note dei Beatles, operazione furba (ma credo sincera) da parte della Taymor, in fondo i quattro di Liverpool sono sempre i quattro di Liverpool.


Si ricostruisce un poco l'epoca della controcultura e della contestazione, la vita di parecchi giovani ragazzi negli anni della guerra in Vietnam e dell'assassinio di Martin Luther King, delle rivendicazioni delle minoranze e di quella grande, e col senno di poi ingenua, speranza che il mondo potesse cambiare per il meglio. E in tutto ciò i Beatles non sono mai nemmeno citati (omaggiati magari si) ma attraverso le loro canzoni, tutte interpretate dagli stessi attori e da qualche comparsa di lusso (Bono, Joe Cocker), vengono narrate le vicende dei protagonisti.

Alcune sequenze, soprattutto quelle di stampo più psichedelico e onirico, sono realmente ben riuscite, in generale il cast riesce ad adattare al meglio pezzi immortali alle situazioni via via presentate dalla sceneggiatura garantendo interpretazioni anche molto distanti dagli originali, operazione questa che riportata in toto lontano dalle immagini perde però parecchio di interesse. A tutto ciò si unisce un bel lavoro sui numeri coreografici, anche i volti dei protagonisti mi sembrano azzeccati, anche se la vicenda ha poco di originale è aiutata dal fatto di avere a disposizione un cast scelto tutto sommato con cura (e, cameo a parte, privo di grossi nomi). Tra i musicisti coinvolti invece non mancano nomi di richiamo, dai Secret Machines a Jeff Beck.

Alla fine più che altro emerge la storia d'amore tra i due protagonisti, Jude (Jim Sturgess) e Lucy (Evan Rachel Wood) più che tutto il resto. Curiosità: tutti i nomi dei personaggi sono mutuati dai pezzi dei Beatles, troviamo quindi Jude (Hey Jude), Lucy (Lucy in the sky with diamonds), Prudence (Dear Prudence), Sadie (Sexy Sadie) e via discorrendo.

Ecco, se proprio non amate i Beatles il film, che è a tutti gli effetti un musical, potrebbe farvi un altro effetto.

sabato 20 giugno 2015

SWEENEY TODD - IL DIABOLICO BARBIERE DI FLEET STREET

(Sweeney Todd: the demon barber of Fleet Street di Tim Burton, 2007)

È ormai da tempo che il mio rapporto con i film di Tim Burton si è (definitivamente?) incrinato. Se posso permettermi di autocitarmi, e dopo più di cinque anni di blogging mi sarà forse concesso, torno ad ammettere come nel suo genere Tim Burton sia un maestro, un maestro che però ha rotto un poco i coglioni. Negli anni '00, ribadendo ancora una volta di non aver visto Big Fish, a parte le prove in stop motion il regista inanella uno dopo l'altro film brutti o film mortalmente noiosi. Oppure film brutti e mortalmente noiosi. Abbastanza inutile ricordarli ora, però per dirla con Moretti: "ma si, facciamoci del male" e riportiamo pure alla mente Il pianeta delle scimmie, La fabbrica di cioccolato e Alice in Wonderland. A completare il quadro del periodo troviamo questo Sweeney Todd, prodotto sicuramente migliore dei tre citati sopra ma di certo non privo di aspetti negativi.

Questa volta Burton osa qualcosa di più applicando a una storia ascrivibile al revenge movie la formula del musical facendo cantare i suoi attori che, almeno nei ruoli principali, continuano a essere sempre i soliti, ormai non più uomini e donne fatti di carne e sangue ma vere e proprie maschere di se stessi. Si parla ovviamente di Johnny Depp e della Helena Bonham Carter.

Ciò nonostante sprazzi di luce arrivano proprio da quella direzione, da dove ormai più non li aspettavo, ovvero dall'interpretazione convincente di un Johnny Depp che sembra ricordarsi di aver recitato una volta, una vita fa, in film come Edward mani di forbice (dello stesso Burton), Blow, Donnie Brasco, Paura e delirio a Las Vegas, etc...
Inoltre, a differenza della Bonham Carter che rimane nella media, a mio avviso Depp regala anche un'ottima prova canora nelle parti musicali (che sono la maggior parte delle sequenze del film), interpretate con il giusto piglio e con la capacità non scontata di rendere possibile seguire la vicenda anche al pubblico non anglofono grazie a una dizione sul cantato chiara e pulita (ho visto il film senza sottotitoli).

La storia invece non ha nulla di particolarmente originale, alcuni passaggi risultano più interessanti e coinvolgenti, altri fanno calare la palpebra senza pietà. Quello che invece non mi ha colpito in maniera particolare è l'impianto scenografico, cosa in cui il cinema di Burton solitamente eccelle, anche nelle sue prove meno riuscite.


È la Londra dell'Ottocento che viene messa in scena. La storia narra una di quelle vendette che ricordano Il Conte di Montecristo. Dopo aver scontato 15 anni di galera il barbiere Benjamin Barker torna a londra sotto lo pseudonimo di Sweeney Todd (Johnny Depp) con la ferma intenzione di vendicarsi del giudice Turpin (Alan Rickman) causa della sua detenzione e colpevole di aver violentato e indotto al suicidio la moglie del barbiere (Laura Michelle Kelly). Stabilitosi in Fleet Street sopra al negozio della signora Lovett (Helena Bonham Carter) il barbiere darà il via alla sua vendetta e a una scia di sangue alimentata a colpi di rasoi affilati.

Frankenweenie mi era piaciuto, idea vecchissima e riciclata ma sfruttata a dovere, ed era l'ultima cosa che avevo visto di Burton. Questo mi è piaciuto sicuramente meno ma decisamente più delle immonde schifezze elencate sopra. Timidi tentativi di resurrezione. Quando riuscirò a vedere cose come Dark Shadows o Big Eyes che mi aspetti la grande sorpresa?


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...