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mercoledì 15 marzo 2017

LOGAN - THE WOLVERINE

(Logan di James Mangold, 2017)

Dopo due film che se non vogliamo definire proprio brutti (e potremmo anche farlo) possiamo sicuramente bollare come trascurabili, il terzo episodio dedicato alle gesta di Wolverine si rivela il film migliore mai realizzato a marchio X, tiene testa a tutte le pellicole sfornate dai Marvel Studios (e con tutte intendo tutte, senza esclusione alcuna) e va a collocarsi, con le dovute differenze, all'altezza del Batman di Christopher Nolan per quel che riguarda il settore cinecomics. Volendo, rispetto ai Bats di casa DC, qui abbiamo anche una marcia in più in quanto Logan (e il titolo originale che omette ogni riferimento a Wolverine è molto rivelatore) può considerarsi un ottimo film anche esulando dal genere, un film maturo che presenta una vicenda umana e dolente inserita in un contesto un poco particolare, incidentalmente popolato da qualche mutante. E dire che la conferma di James Mangold alla regia non lasciava ben sperare; il regista vanta sì all'attivo qualche buona pellicola (Cop land e, mi dicono, Quando l'amore brucia l'anima che colpevolmente ancora non ho avuto modo di vedere) ma l'esito del precedente Wolverine - L'immortale accendeva più di un dubbio sulle potenzialità di riuscita di quest'ultimo capitolo della saga, capitolo che tra l'altro sancisce anche l'addio definitivo al personaggio da parte di Hugh Jackman. Invece Mangold, anche artefice della storia, ha l'intelligenza di ricondurre gli ultimi giorni di Logan a una dimensione molto terrena, lontana dalle sgargianti spettacolarizzazioni del supereroismo di casa Marvel, abbassando il livello necessario di sospensione d'incredulità, mostrandoci una realtà violenta, per alcuni versi fantastica ma molto, molto umana per quel che riguarda atteggiamenti e sentimenti dei protagonisti, brutale ma in fondo ferocemente reale. Nel farlo il regista inanella anche alcune sequenze tecnicamente molto interessanti, allontanandosi tantissimo dalla prova scialba offerta con il suo precedente contributo all'universo degli X-Men. Gli spunti di partenza sono quelli delle saghe Vecchio Logan di Millar e McNiven e quella che vede l'introduzione a opera di Craig Kyle e Chris Yost della giovane mutante Laura Kinney (in arte X-23) nell'universo Marvel. Ma sono appunto solo spunti, il film prende da subito una piega originale e molto interessante.


Siamo nel 2029 in un'America periferica che sembra essere divenuta selvaggia e desertificata, minacciosa e poco tollerante. Un Logan (Hugh Jackman) ormai invecchiato e ingrigito lavora come autista di Limousine al confine tra Messico e Stati Uniti. È un uomo sconfitto, rassegnato e in preda al dolore per i tanti rimorsi provenienti dal suo passato, schiacciato dal senso di colpa derivante da un'esistenza di violenza e che nella violenza continua a sfogare momenti di rabbia e frustrazione. È un uomo che nonostante tutto, in contraddizione alla sua controparte fumettistica (Old man Logan), non manca di estrarre gli artigli alla bisogna. Pur avendo in programma di comprare una barca per andare a vivere con il padre putativo Charles Xavier (Patrick Stuart) e con l'amico Calibano (Stephen Merchant) nel bel mezzo dell'oceano, il vecchio Logan è un uomo disperato, tanto addolorato da tenere una pallottola d'adamantio sempre a portata di mano, una pallottola che potremmo definire ad uso personale. Forse a tenerlo ancora in vita è l'amore per Xavier, un vecchio ormai novantenne e a tratti senile, affetto da crisi neurologiche che si materializzano in pericolose manifestazioni psichiche dovute al progressivo deterioramento di quella che è semplicemente la mente più potente del pianeta. Anche per lui la vita è tutt'altro che semplice, costretto a convivere con quello che sembra un forte senso di colpa per qualcosa accaduto nel passato ai suoi X-Men, figure che sono qui solo uno sbiadito ricordo, portatrici di ideali e valori per Xavier ma fonte di dolore e scoramento per un Logan ormai sempre più disilluso e piegato dalla vita. In mezzo a loro un Calibano fragile, fedele ma sempre più stanco e impaurito, capace comunque di slanci d'amore fraterno e atti di grande coraggio. A sconvolgere il già precario equilibrio dello sparuto gruppo arriva l'infermiera Gabriela (Elizabeth Rodriguez) che affida a Logan la giovanissima Laura (Dafne Keen), frutto di un'esperimento portato avanti dalla Transigen, a tutti gli effetti un clone generato dal DNA dello stesso Logan. Sulle sue tracce i cani da guardia della compagnia, i Reavers, umani potenziati guidati dallo spietato Pierce (Boyd Holbrook).


Logan (il film) sfoggia un approccio decisamente più violento e brutale della media dei cinecomics, visivamente forte soprattutto nelle sequenze in cui è la piccola Laura a dar sfoggio del suo lato più bestiale, una bambina creata per essere una perfetta macchina da guerra, con artigli che, al pari di quelli del protagonista, questa volta lacerano le carni, fanno schizzare il sangue e colpiscono sempre per uccidere. Fa una certa impressione pensare a una bambina di undici anni che interpreta un ruolo così forte e violento, le sue scene d'azione sono emotivamente molto coinvolgenti, supporre una forma di brutalità così forte (quella sul personaggio ovviamente) su un esserino così piccolo lascia sgomenti, è un pugno allo stomaco che porta a chiedersi come la troupe abbia potuto lavorare con un'attrice, bravissima tra l'altro, di così tenera età su un personaggio così spinoso. Il trittico Jackman, Stewart (anche lui all'addio al suo personaggio), Merchant offre tre interpretazioni struggenti, Hugh Jackman probabilmente alla sua migliore per intensità e coinvolgimento, Stewart più gigante che mai scrive il testamento definitivo di Charles Xavier, mentore al quale ormai di più non si può chiedere. Merchant è una spalla preziosa e commovente.

È la fine di un epoca, un passaggio ad un'altra era, il crepuscolo degli eroi che tanto richiama i toni del western meno classico (non per niente si cita proprio il genere con Il cavaliere della valle solitaria), è la chiusura di un cerchio che probabilmente non ammette il ritorno al cinecomic di stampo più superficiale, Logan è una linea di demarcazione che renderà la vita dura a molti registi che con questa andranno inevitabilmente a confrontarsi. Avremo sicuramente altri film targati Marvel molto divertenti, ben fatti e riusciti, ma forse, nel buio della sala, la mente tornerà a quell'uomo ingrigito, a quel vecchio incapace di andare in bagno da solo, a quella bimba a cui è stata negata l'infanzia, allora la tutina bianca rossa e blu di Capitan America non potrà che sembrarci un pochino più ridicola.

giovedì 9 marzo 2017

WOLVERINE - L'IMMORTALE

(The Wolverine di James Mangold, 2013)

Dovevo prepararmi all'uscita di Logan e quindi eccoci qui. Wolverine è, nella sua versione cartacea, un personaggio dalle mille sfumature, con un lunghissimo passato alle spalle e migliaia di avventure narrate a far bella mostra di sé nel suo curriculum da supereroe. Nato sulle pagine di The Incredible Hulk, diventa colonna portante degli X-Men, almeno dalla seconda genesi in poi (1975). È stato per molto tempo il personaggio più sfruttato della Marvel (titolo onorifico che in tempi recenti è passato a Deadpool), comparendo in diverse testate dedicate agli X-Men, nella sua serie personale, collezionando centinaia e centinaia di ospitate tra le pagine dei fumetti dedicati a Spidey, Capitan America e compagnia bella. Il suo nome è stato spesso sfruttato per lanciare serie mutanti secondarie, non si contano poi le apparizioni in mega eventi collettivi e le diverse serie nate appositamente per narrare le origini del personaggio (o addirittura per narrarne la fine futura). Insomma, davvero migliaia e migliaia di pagine dedicate all'artigliato canadese.

Tutta questa sovraesposizione ha creato nel corso degli anni una storiografia del personaggio molto complessa e intricata, a volte all'apparenza contraddittoria. Provate a pensare a innumerevoli storie scritte da decine di scrittori diversi, con un lavoro di supervisione complicatissimo volto a far combaciare a grandi linee i diversi fatti narrati, roba da far uscire fuori di testa chiunque, croce e delizia di tanti appassionati di fumetto americano (chi ha detto continuity? aaaarghhhh!). Con molto meno materiale a disposizione, anche le apparizioni cinematografiche del piccolo mutante (nei comics Wolverine è decisamente basso) iniziano a essere intricate e difficili da seguire, all'attivo l'intera trilogia iniziale dedicata agli X-Men (X-Men, X-Men 2 e X-Men: Conflitto Finale), ora tre film in solitaria (X-Men le origini - Wolverine, questo Wolverine - L'immortale e Logan, in questi giorni nelle sale), tre capitoli del reboot degli X-Men (X-Men: L'inizio, X-Men: Giorni di un futuro passato e X-Men: Apocalisse) e pare (ancora non l'ho visto), un breve cameo anche in Deadpool. Per dipanare la matassa anche il sito Fumettologica ha dedicato un articolo all'argomento (lo trovate qui).


In questo capitolo delle avventure di Wolverine il regista James Mangold si focalizza sul lato giapponese del Nostro, un feeling con il paese del sol levante molto importante per il personaggio, esplorato in alcune famose sequenze a fumetti dedicate al mutante, a partire dalla miniserie Wolverine del 1982 a opera di Chris Claremont e Frank Miller. Se come spesso accade, eventi, vicende e personaggi non aderiscono in toto alle loro controparti a fumetti, a grandi linee lo spirito di fondo viene colto, ed è quello giusto. Il Wolverine originale è molto più vicino alla sensibilità nipponica di quanto lo sia la sua versione cinematografica che, in ogni caso, rimane comunque fedele all'indole del personaggio. Sottolineando ancora una volta come Hugh Jackman sia un Wolverine davvero perfetto (forse giusto un po' troppo alto, ma sarà dura rimpiazzarlo), la pecca arriva  dagli altri personaggi coinvolti nella vicenda, a partire da Mariko Yashida (Tao Okamoto) e Yukio (Rila Fukushima) per finire al Silver Samurai, che non hanno il carisma delle loro controparti cartacee, difettuccio non da poco per personaggi memorabili nell'economia di una saga molto ampia come quella di Logan.

Si rimane quindi in superficie per un film che si rivela discreto e molto virato al versante action, forse anche troppo, andando a perdere qualcosa sulla costruzione dei personaggi, dove l'unico ad essere davvero approfondito è proprio Wolverine, con i suoi sensi di colpa per la morte di Jean (Famke Janssen), il suo senso del giusto e dell'onore, la sua capacità d'amore e i fantasmi del suo passato. Un esito sicuramente migliore di quello prodotto con il precedente X-Men: Le origini - Wolverine, sembra che Mangold abbia fatto però il salto di qualità con l'ultimo Logan. Sarà verò? Magari ne riparliamo a breve.

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