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giovedì 21 marzo 2024

IL SOSPETTO

(Suspicion di Alfred Hitchcock, 1941)

Torniamo agli albori del periodo americano di Sir Alfred Hitchcock dopo aver da poco parlato de Il prigioniero di Amsterdam, film girato da Hitch nel 1940; facciamo un piccolo passo avanti, siamo nel 1941 quando il regista britannico porta a compimento il suo quarto film americano nel giro di due anni: Il sospetto con Cary Grant e Joan Fontaine che per questa interpretazione si guadagnerà il premio Oscar come miglior protagonista (gli altri due film, oltre a Il prigioniero di Amsterdam, furono Rebecca - La prima moglie del 1940 e Il signore e la signora Smith del '41). Sono anni produttivi questi per il maestro del brivido, se Il prigioniero di Amsterdam e Il signore e la signora Smith non sono tra le opere più ricordate e citate di Hitchcock, già Rebecca - La prima moglie (primissimo film targato U.S.A.) e questo Il sospetto ricorrono molto spesso nella mente dei cinefili, quest'ultimo in virtù soprattutto della celebre scena del bicchiere di latte, sequenza che ha fatto scuola grazie alla grande inventiva del regista che oltre ad aver istituzionalizzato il MacGuffin riusciva ad aguzzare l'ingegno al fine di trovare soluzioni visivamente intriganti per aumentare la suspense e dirottare l'attenzione dello spettatore, a volte ingannandolo, dove a lui più faceva comodo all'interno della scena o della scenografia. Rispetto a Il prigioniero di Amsterdam questo Il sospetto è un film narrativamente più riuscito nonostante il minor dispendio di mezzi e una storia più intima e meno dinamica di quella del film precedente.

Johnnie Aysgarth (Cary Grant), un giovane piacente e all'apparenza molto distinto e la timida e riservata Lina McLaidlaw (Joan Fontaine) si conoscono in treno; pochi giorni dopo, a dispetto di un'iniziale ritrosia, Lina accetta di uscire con Johnnie, anche per dimostrare ai suoi genitori, convinti del contrario, di essere capace di intrattenere una relazione con un uomo. Lina rimane ben presto totalmente affascinata dall'uomo, tanto da convolare con lui a nozze segrete nel giro di pochissimo tempo. Trasferitisi in una bellissima casa con tanto di cameriera a servizio, la coppia inizia la loro vita insieme. Ben presto Lina scopre la tendenza del neo marito a spendere e spandere senza essere coperto; il giovane infatti non arriva da una famiglia ricca, non ha rendite né lavoro e tenta di mantenersi con soldi a prestito e scommettendo alle corse, infilandosi così in situazioni poco rispettabili. Lina tenta di riportarlo sulla buona strada, in fondo è sinceramente innamorata di Johnnie, col passare dei giorni però inizia a nascere nella donna il sospetto che il patrimonio della sua famiglia, così come le ricchezze di alcuni amici di Johnnie, possano far gola al marito ed essere state il vero motivo della nascita della loro relazione. Poco a poco i sospetti di Lina diverranno sempre più grandi e profondi mentre lo stile di vita di Johnnie sembra continuare a seguire un percorso del tutto scriteriato.

Hitchcock gira Il sospetto andando al risparmio, forse per compensare gli investimenti più ingenti dei film precedenti, ne esce un thriller psicologico che poggia, come da titolo esplicativo, sul crescente sospetto da parte della protagonista nei confronti del suo novello sposo, insieme al suo sospetto crescono quelli dello spettatore e la generale sensazione di tensione che trova il suo apice in un paio di sequenze poste verso il finale del film, una è quella famosissima che vede Cary Grant portare un bicchiere di latte alla moglie. In un bianco e nero espressivo, diverso nello stile dalla fotografia del resto del film, Hitchcock illumina quel bicchiere (con una luce a bella posta inserita al suo interno) per dirottare su di esso l'attenzione dello spettatore così da alimentare ipotesi e sospetti, spingere a credere, magari ingannando, in un certo tipo di risoluzione finale. L'altra sequenza è quella del dinamico viaggio in auto dei due coniugi, lanciati a velocità folle sul bordo di un dirupo: torna il tema dell'altezza, della vertigine, soluzione che Hitchcock proporrà più avanti in altre sue opere. Il sospetto è costruito con un crescendo dosato in maniera ottimale, il gioco tra i due coniugi è ben alleggerito, poi aggravato, dalla presenza di Nigel Bruce che qui interpreta Beaky Thwaite, il miglior amico di Johnnie. Dopo aver alimentato dubbi su dubbi Hitchcock sceglie (pare anche costretto dalla produzione) di optare per un finale ambiguo e aperto che non permette di dissipare ogni sospetto; lo spettatore è chiamato a scegliere su quale possa essere la realtà, come se quelle di Lina e Johnnie fossero due letture della stessa storia, una sola delle quali può essere eletta a verità. Ottima costruzione, sceneggiatura ben calibrata e due attori di peso garantiscono a Il sospetto di poter rientrare nella cerchia, ampia per fortuna, delle opere meglio riuscite del maestro, vista la concorrenza non è cosa di poco conto.

venerdì 26 gennaio 2024

IL PRIGIONIERO DI AMSTERDAM

(Foreign correspondent di Alfred Hitchcock, 1940)

In maniera un po' colpevole si è forse parlato troppo poco del cinema del maestro Alfred Hitchcock da queste parti; le opere del regista inglese sono ovviamente arcinote, sono state proposte nel corso degli anni numerose volte anche dalla tv generalista alla quale, in questo caso, si può sollevare una sola obiezione: quella di aver messo in programma più o meno sempre gli stessi titoli (per carità, tutti capisaldi di gran valore). Nella divulgazione delle opere di Hitchcock al grande pubblico viene in genere trascurato completamente (o quasi) il suo periodo inglese che va dagli esordi nei primi anni 20 fino alla fine del decennio successivo, è infatti nel 1940 con la direzione di Rebecca - La prima moglie che si apre il periodo hollywoodiano del re del mistero. Di tutto ciò che Hitchcock girò in precedenza sono pochi i titoli che si possono trovare negli archivi dei vecchi passaggi televisivi (forse La signora scompare o Il club dei 39). Discorso diverso per i film realizzati dal regista negli U.S.A., i titoli si moltiplicano ma anche qui sono più o meno sempre gli stessi, rinfranca almeno una certa abbondanza: dal Rebecca - La prima moglie già citato il discorso si amplia a Io ti salverò, a Notorius, Il caso Paradine, Nodo alla gola, Io confesso, Il delitto perfetto, La finestra sul cortile, Caccia al ladro, L'uomo che sapeva troppo, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Psycho, Gli uccelli, Marnie, Il sipario strappato, Frenzy, forse un po' meno visibilità hanno avuto Paura in palcoscenico, La congiura degli innocenti, Complotto di famiglia e Topaz. Nell'elenco si evince come siano più d'una le pietre miliari della storia del cinema firmate da Sir Hitchcock, oggi grazie alle piattaforme è possibile recuperare anche qualcosa che negli anni passati era stato un poco trascurato come questo Il prigioniero di Amsterdam, film comunque appartenente al periodo americano.

Il direttore del New York Morning Globe sta cercando un reporter capace di raccontare i primi venti di guerra provenienti dall'Europa (siamo nel 1939) in maniera più libera e meno ingessata di come stanno facendo al momento i suoi corrispondenti. La soluzione sembra essere l'indisciplinato ma dinamico Johnny Jones (Joel McCrea) pronto a partire per Londra su due piedi. Giunto sul posto Jones prende contatto con un'associazione pacifista nelle persone del presidente Fisher (Herbert Marshall) e di sua figlia Carol (Laraine Day), questi hanno organizzato un incontro in onore di un diplomatico olandese, l'anziano Van Meer (Albert Bassermann) che Jones tenta di intervistare senza molto successo. Trasferitosi ad Amsterdam a caccia dell'intervista di cui sopra Jones assiste all'omicidio del diplomatico, ucciso in pubblico in pieno giorno. Sul luogo ci sono anche i Fisher, insieme a Carol e al collega giornalista Scott Ffolliot (George Sanders) Jones si lancia all'inseguimento dell'assassino venendo trascinato in un'avventura dai risvolti imprevisti e decisamente movimentati.

Il prigioniero di Amsterdam rientra in quel novero di film di Hitchcock considerati "minori". Pur presentando la pellicola parecchi punti di interesse, questa catalogazione che potrebbe in parte sminuirne il valore può essere in effetti ricondotta ad almeno due caratteristiche dell'opera stessa: la prima è quella di presentare un cast in ottima forma ma privo di quei nomi di richiamo che spessissimo abbiamo potuto ammirare nel cinema di Hitchcock: se ci limitiamo a pensare ad altre pellicole legate al filone dello spionaggio (o simili, al quale anche questo film appartiene) la presenza di un Paul Newman (Il sipario strappato), di un Cary Grant (Intrigo internazionale) o di uno James Stewart (L'uomo che sapeva troppo) avrebbero di certo innalzato le quotazioni de Il prigioniero di Amsterdam. La seconda caratteristica che potrebbe essere percepita come un difetto è la gestione della tensione che si concentra in alcune riuscitissime sequenze ma che nell'economia complessiva del film si disperde un poco, fermo restando una valore complessivo dell'opera sempre più che sufficiente. Se lo sviluppo degli eventi non è tra i più elettrizzanti tra quelli proposti dal maestro inglese la realizzazione di alcune sequenze è semplicemente magistrale. Pensiamo a esempio alla sequenza all'interno del mulino costruita da Hitchcock giocando sulla verticalità delle inquadrature (sua caratteristica ricorrente), sul dislivello che si viene a creare tra i vari protagonisti e sul rapporto tra suspense e spazi angusti. Tornano altezza e vertigine ("vertigo" in inglese, vorrà pure dire qualcosa) sulla torre della cattedrale, qui la tensione sale e scende proprio come fa l'ascensore che porta i turisti in cima al campanile, la sensazione di pericolo è tangibile, piccolo gioiello la sequenza dell'incidente aereo con un uso dei mezzi tecnici che per il 1940 era cosa d'alta scuola. Propaganda bellica a favore dell'interventismo neanche troppo nascosta a chiudere il tutto. Magari non tra i migliori dieci di Hitchcock, a ogni modo Il prigioniero di Amsterdam non merita l'oblio. Recuperatelo!

Ovviamente c'è anche Hitch!

domenica 13 settembre 2020

LA CONGIURA DEGLI INNOCENTI

(The trouble with Harry di Alfred Hitchcock, 1955)

Fino a qualche anno fa gli appassionati di Cinema che anelavano la visione domestica di un bel film, lontani ancora dalle piattaforme streaming (legali e non), impossibilitati a cercare nuovi stimoli in rete o sull'ancora inesistente Youtube, si affidavano all'home video e ancor più spesso a ciò che proponeva la tv generalista, quella cosa che molti giovani d'oggi non sanno neanche più cosa sia. In quel tempo analogico e non connesso i canali televisivi lanciavano spesso i cicli tematici: il ciclo James Bond era un classico, in sequenza, uno alla settimana, tutti i film dedicati all'agente segreto al servizio di sua maestà, immancabile d'estate e agognato dagli adolescenti il ciclo horror, mi viene in mente il contenitore dello Zio Tibia ad esempio, evento godurioso per cui l'attesa era superata solo dal ciclo chiappa e spada (ma anche solo chiappa) grazie al quale si potevano ammirare le grazie della Fenech, della Gloria Guida, della Cassini o della Bouchet (più tutte le altre, che qui non si vuol far torto a nessuno!). Tra i tanti cicli proposti quello dedicato al maestro Alfred Hitchcock si rivelava sempre tra i più interessanti anche se nel corso delle innumerevoli volte che questo è stato proposto, magari da più canali diversi, ci ha dato la possibilità di vedere più o meno sempre gli stessi titoli. All'interno di una filmografia che comprende più di cinquanta film divisi tra Cinema muto e sonoro e soprattutto tra un periodo inglese e uno americano (in base al paese dove sono stati girati i film), quelli che regolarmente passano in televisione - perché questi cicli ancora ci sono - sono circa la metà, provenienti prevalentemente dal periodo americano, con una programmazione concentrata sui film da metà anni 40 in avanti. Proprio in questi giorni ci son ben due canali televisivi in chiaro che stanno riproponendo il ciclo del "maestro del brivido", ovviamente i titoli trasmessi sono sempre i medesimi, è stata però l'occasione giusta per riguardare uno di quei film un po' rimossi dalla memoria, un esperimento che è un unicum all'interno della filmografia del regista: La congiura degli innocenti.

The trouble about Harry, questo il titolo originale, presenta diverse caratteristiche solitamente estranee alle opere di Hitchcock. Per iniziare possiamo dire di trovarci a pieno titolo di fronte a una commedia, per carità, commedia con cadavere, con un umorismo parecchio macabro e volendo con una gestione di alcune situazioni che per l'epoca, siamo nel 1955, avrà anche scandalizzato qualche benpensante, ma pur sempre una commedia. Manca totalmente la tensione, La congiura degli innocenti è un'opera del re del brivido senza brivido alcuno, anche per lo spettatore l'aspetto legato alla ricerca di un colpevole diviene residuale di fronte al succedersi di situazioni assurde e grottesche e rimane sempre in secondo piano se confrontato al piacere di vedere all'opera ottimi interpreti in un intreccio decisamente atipico per i canoni del maestro. Il film, forse proprio per questo, fu un grosso insuccesso, non piacque già all'epoca, è rimasto un caso isolato nella filmografia del regista anche se è stato poi rivalutato dalla critica con il passare degli anni e a tutti gli effetti, rivisto oggi, lo si può dire senza timore una commedia molto ben riuscita, ovviamente agli antipodi di cose come Psycho, Gli uccelli e di tutti gli altri titoli tesi che compongono la filmografia di Hitchcock. Eppure il regista si diceva molto legato a questo film, un divertissement girato in poco tempo, senza particolare ricorso a trucchi di regia, realizzato con un budget piccolo rispetto ai suoi precedenti film, immerso nelle splendide vedute autunnali del Vermont, fotografate in maniera sublime da Robert Burks, e recitato da un cast privo di grandi star: una splendida Shirley MacLaine è qui al suo debutto e lascia subito il segno, si nota la presenza di John Forsythe, un'ottima prova anche la sua, divenuto poi popolare con il ruolo di Blake Carrington nella soap opera Dynasty.

Nei pressi della cittadina (a esagerare) Highwater nel Vermont il Capitano Wiles (Edmund Gwenn) è intento in una solitaria battuta di caccia alla lepre. Poco distante il piccolo Johnny Rogers (Jerry Mathers) si imbatte nel cadavere di un uomo, vestito di tutto punto e steso nel mezzo delle colline che circondano la cittadina con una ferita alla testa. Mentre il bimbo torna a casa per avvisare sua madre anche il Capitano Wiles si imbatte nel cadavere convincendosi di essere lui stesso l'assassino che per errore, tirando alla lepre, ha invece colpito l'uomo; prenderà su due piedi la decisione di far sparire il cadavere per evitare complicazioni con le autorità locali. Prima però di riuscire a far sparire il cadavere nello stesso si imbatteranno prima la Signora Rogers (Shirley MacLaine) che si scoprirà subito essere sposata al morto, poi Miss Gravely (Mildred Natwick), una zitella di mezza età interessata al Capitano, e ancora il pittore Sam Marlowe (John Forsythe), il mezzo orbo Dottor Greenbow (Dwight Marfield) e un vagabondo di passaggio. A nessuno di questi personaggi, compresa la moglie, sembra importare un accidenti di quel cadavere (l'Harry del titolo originale) che probabilmente si troverà sballottato più da morto che quanto in un'intera vita. Il morto, che non vediamo mai in faccia, è interpretato da Phillip Truex.

L'aspetto più divertente del film è proprio l'alone di cinismo che circonda tutti i personaggi, la stessa caratteristica che valse al film più di una critica all'epoca, tutti i protagonisti di fronte a questo cadavere mostrano un interesse per lo stesso pari a zero, la moglie è sollevata di esserselo tolto di torno, tutti gli altri discutono amabilmente sull'opportunità o meno di farlo sparire dando inizio a una catena di eventi surreale ma che spesso ci fa sorridere, la vicenda assume toni scanzonati e surreali tanto che delle sorti del morto, di chi l'abbia ucciso e perché, alla fine finisce per non importare un fico secco nemmeno allo spettatore. Ottime le interpretazioni del cast, la MacLaine e Forsythe (che riscopro ottimo attore) sono una bella coppia ben supportata dagli altri coprotagonisti. Da segnalare l'ottimo accompagnamento musicale di Bernard Herrmann che da qui in avanti collaborerà più volte con Hitchcock, le musiche sottolineano magnificamente tutti i passaggi più surreali della vicenda. La congiura degli innocenti proprio per la sua unicità merita di essere visto, probabilmente non mancherà occasione tenendo d'occhio il prossimo "ciclo Hitchcock" che scommettiamo non tarderà ad arrivare.

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