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domenica 6 aprile 2025

BLAZE

(di Stephen King, 2007)

Blaze è l'ultimo romanzo di Stephen King a uscire a firma Richard Bachman nel tardo 2007 quando la vera identità dello pseudonimo kinghiano era già stata scoperta e svelata da parecchio tempo. Questo perché? Tutto molto semplice, nessun mistero dietro la scelta di King di pubblicare un'ultima volta come Richard Bachman. Come spiega lo stesso autore nell'introduzione al romanzo, Diciamocela tutta, pur trovando la pubblicazione nel 2007, in realtà Blaze giaceva nascosto in una scatola di cartone fin dagli anni Settanta, ideato e imbastito in una prima stesura proprio nel periodo in cui un certo Richard Bachman tentava di raggiungere la sua quota di popolarità con racconti che esulavano dal genere horror e dai principali stilemi del Re. Come è noto il successo per queste opere arrivò solo quando si venne a sapere che il vero autore degli scritti in questione era un tale di nome Stephen King, autore che all'epoca aveva bollato Blaze come un racconto non meritevole di pubblicazione destinandolo quindi al dimenticatoio, luogo da cui riemerse solo molti anni più tardi per trovare casa presso l'editrice Scribner. In realtà l'idea di King era quella di proporre un nuovo racconto da inserire nella collana Hard Case Crime ideata da Charles Ardai, storie di stampo hard boiled e simili, collana per la quale King aveva già pubblicato The Colorado kid (2005) e per la quale pubblicherà poi in futuro ancora Joyland (2013) e Later (2021). Dopo la rilettura di quella vecchia stesura di Blaze e la sua successiva revisione King decise che il racconto tutto sommato non era poi così malvagio ma, per ragioni di contenuto, non lo reputò comunque adatto a comparire all'interno di Hard Case Crime, si optò così per una soluzione indipendente, da qui la pubblicazione per Scribner.

Clayton Blaisdell Jr., soprannominato Blaze, è un giovane grande e grosso, dall'animo gentile e ingenuo ma capace di commettere anche atti di estrema violenza; Blaze non è troppo aiutato dalla sua testa, debole e confusa a causa di maltrattamenti subiti in giovane età. Così questo ragazzone forzuto è costretto a vivere di espedienti, piccole rapine, furti e truffe, tutti colpi ideati dall'amico fraterno George che per il ragazzo sembra essere una vera e propria ancora di salvezza. Peccato che George sia morto già da qualche mese e la presenza dell'amico che Blaze percepisce spesso accanto a sé sia solo frutto della sua mente non solo debole ma ormai anche turbata. Viste le difficoltà economiche in cui Blaze versa ormai da qualche tempo, il giovane decide di mettere a frutto un piano inizialmente ideato dall'amico George, uno di quei piani con i quali mettersi a posto per sempre, ritirarsi dal ramo del malaffare, sparire e godersi il resto dell'esistenza in maniera tranquilla e senza dare nell'occhio. Tutto ciò che Blaze dovrà fare per realizzare il suo sogno sarà rapire il neonato Joe Gerard IV, futuro erede di una famiglia più che facoltosa e ottimo materiale di scambio per un cospicuo riscatto. Ma Blaze, forse memore di un'infanzia passata in orfanotrofio, dei maltrattamenti subiti dal padre, dell'educazione dai metodi rigidi dei suoi vecchi insegnanti, non vuole essere il classico rapitore insensibile, finirà per affezionarsi realmente al piccolo Joe e a doversi districare tra biberon, pannolini, malesseri infantili e quant'altro, il tutto mentre la polizia è sulle sue tracce nel tentativo di recuperare il prezioso pargolo.

Il Blaze di Stephen King (o di Richard Bachman se preferite) non sarà l'opera più sorprendente del re del brivido ma rimane comunque un buon romanzo, anche a dispetto di quel che ne pensava negli anni Settanta il suo stesso autore poi per fortuna ricredutosi fino a optare per la pubblicazione dello stesso. Il breve romanzo non è forse dotato di grande originalità né di uno sviluppo degli eventi troppo difficile da intuire, riesce però molto bene a far empatizzare il lettore con un protagonista sfortunato e dal passato difficile anche quando questi compie gesti non proprio benevoli come quello del rapimento di un neonato. Come sempre King è un maestro nel delineare i personaggi e i loro sentimenti riuscendo a costruire la tenerezza di un rapporto peculiare tra un omone semi ritardato e un neonato inconsapevole di quel che gli accade intorno, pronto quindi a frignare con chiunque ma anche ad elargire sorrisi sinceri al suo rapitore che di base si porta dietro un cuore puro. King alterna gli eventi del presente, scanditi dalla solitudine di Blaze che ha perso il suo unico amico e che forse proprio per questo se ne crea una versione del tutto immaginaria nella sua testa, e quelli del passato del nostro protagonista che vanno a indicare al lettore i perché e i per come del Blaze odierno. Al netto del bel ritratto di un novello tutore inconsapevole di come si possa gestire nella quotidianità un bimbetto appena nato e quindi molto delicato, è proprio la costruzione del passato di Blaze a offrire i momenti più significativi dell'esistenza di quello che è a tutti gli effetti un reietto, un ragazzo escluso e apprezzato solo da chi (anche nel caso di quelli che saranno amici veri) in qualche modo potrà sfruttare la sua forza e la sua devozione, scatenata da un mix di ingenuità e solitudine. Romanzo che corre via veloce senza troppe sovrastrutture e dotato di un ritmo pregevole, probabilmente aggiustato "di mestiere" da un King maturo ma che riesce a farsi apprezzare anche per una sua semplicità di fondo da non sottovalutare.

venerdì 8 novembre 2024

LA TEMPESTA DEL SECOLO

(Storm of the century di Stephen King, 1999)

La tempesta del secolo (o la tormenta del secolo come viene spesso definita nella miniserie per la televisione) è un libro di Stephen King pubblicato nel 1999 e pensato dal Re come sceneggiatura per il cinema, una sceneggiatura che poi, vista la mole imponente dello scritto, è diventata un progetto per uno show televisivo per il canale tv statunitense ABC. Nella traduzione italiana di questo Storm of the century edita da Sperling è presente, nelle pagine precedenti il racconto approntato da King, un'interessante introduzione dello stesso autore che spiega in poche parole la genesi di questo progetto che avrebbe potuto benissimo diventare un romanzo e che, a conti fatti, tutto sommato ne mostra già il passo e lascia facilmente intuire come sarebbe stato possibile da questa base di partenza arrivare a uno scritto finale che avrebbe potuto far mostra di tutte le migliori caratteristiche di scrittura alle quali King ci ha da sempre abituati. È vero, La tempesta del secolo sarebbe stato un buon romanzo, non lasciamoci però ingannare dalla forma atipica dell'opera (almeno per chi la affronta su carta) perché questa è comunque in grado di avvincere e appassionare il lettore anche in forma di sceneggiatura; il tocco del Re si sente tutto, alcune situazioni e ambientazioni riportano chiaramente allo stile di King che nel lavorare per la televisione non snatura per niente tutti i pregi della sua scrittura, ne è la dimostrazione il fatto che la sua sceneggiatura si riveli in definitiva migliore dell'opera che poi ne è stata tratta, ovvero la miniserie omonima in tre episodi diretta da Craig R. Baxley, regista al cinema di film non proprio indimenticabili (Action Jackson, Arma non convenzionale e cose così...). Ma di cosa narra La tempesta del secolo?

Little Tall Island è una piccola isola sita di fronte alle coste del Maine sulla quale vive una comunità ristretta e apparentemente affiatata, i fan più addentro all'opera di King la riconosceranno facilmente come lo scenario legato all'ormai anziana Dolores Claiborne protagonista di vicende qui apertamente citate. Siamo in inverno e verso l'isoletta si sta dirigendo quella che promette essere una delle perturbazioni più violente che si possano ricordare in zona a memoria d'uomo; inizialmente la popolazione tenterà di minimizzare l'evento, in fondo di tempeste ne hanno viste tante nel corso degli anni, ma ci vorrà molto poco per capire che questa sarà molto diversa dalle precedenti. Insieme al maltempo sull'isola arriva anche l'ambiguo André Linoge (Colm Feore), un non troppo simpatico straniero che come gesto di presentazione regala alla popolazione locale l'omicidio di un'anziana concittadina. Sarà compito dello sceriffo locale Mike Anderson (Timothy Daly) e del suo "vice" Hatch (Casey Siemaszko) rinchiudere l'assassino e garantire l'incolumità di una comunità ormai tagliata fuori dal mondo e dalla terra ferma. In realtà Mike e Hatch non sono proprio uno sceriffo e un vice, il primo gestisce un minimarket, il secondo nella vita fa altro ancora, Little Tall non ha nemmeno una prigione, non è mai servita, c'è giusto il retro chiuso per benino del market di Mike a far da contenimento a Linoge, almeno per quel che può servire. Si, perché Linoge non è proprio un uomo come gli altri, sembra più essere l'incarnazione di un male antico, capace di compiere gesti atroci anche standosene comodamente seduto rinchiuso all'interno di un facsimile di cella. Tra la tormenta, gli omicidi, gli strani comportamenti che iniziano a serpeggiare tra gli abitanti dell'isola e la sorveglianza di Linoge, Mike, Hatch e gli altri abitanti di Little Tall avranno il loro bel da fare per garantirsi un futuro che possa guardare oltre quei pochi e funesti giorni di maltempo.

Credo di aver già fatto trapelare la mia preferenza per la sceneggiatura rispetto all'opera che poi ne è scaturita in video: la prosa di King, anche se limitata da tutti gli stacchi che necessariamente devono descrivere inquadrature e sequenze, presenta una ricchezza immaginifica e descrittiva che in molti aspetti nella trasposizione viene persa, primo fra tutti proprio l'entità della tempesta incombente che nella sceneggiatura di King ne esce molto più minacciosa di quel che poi accade nella serie, probabilmente anche per una questione di costi e di effetti speciali che nel 1999 non erano ancora allo stato dell'arte come possono essere oggi. L'esperienza di lettura, superato il primissimo e solo eventuale spaesamento iniziale, si rivela piacevole e soprattutto scorrevolissima nonostante l'impostazione per forza di cose più "tecnica" che ci presenta passaggi del tipo: 

Atto 1 

Dissolvenza in apertura: 

1) Esterno: Main Street, Little Tall Island - Tardo pomeriggio 

(qui King inserisce una descrizione della situazione metereologica e delle strade della cittadina che per esigenze di brevità non riporto). 

MIKE ANDERSON - parla con lieve accento del Maine: 

MIKE ANDERSON (voce fuoricampo):

Mi chiamo Michael Anderson e non sono quello che verrebbe definito un erudito. 

E via di questo passo...

La struttura non è ovviamente quella del romanzo ma la differenza con l'incedere della lettura finisce quasi per non essere più percepita, La tempesta del secolo per il lettore diventa presto puro King, né più né meno. Quello che ne esce è uno scritto assolutamente valido che chi scrive consiglia senza indugi agli amanti del Re che ancora non lo avessero letto. Probabilmente se lo scrittore di Bangor non fosse stato tormentato dall'idea che la tormenta sarebbe dovuta diventare un film avremmo semplicemente tra le mani un altro ottimo romanzo a firma Stephen King, invece è andata così e il risultato mi sembra comunque ottimo. I temi poi sono di casa tra i fan di King: la piccola comunità chiusa e isolata da un evento esterno, l'evolversi dei rapporti all'interno della stessa, l'elemento di fastidio, il male e l'orrore, il sovrannaturale, i bambini, i segreti, contrasti tra concittadini ma anche solidarietà, la vita di provincia lontana dai grandi centri. La serie tv, nonostante il buon budget stanziato, perde un po' (parecchio?) la magia della penna di King. Uno dei motivi potrebbe essere imputato a un cast privo di nomi di richiamo e di interpretazioni capaci di donare la giusta enfasi e partecipazione nei momenti salienti; nonostante l'investimento fatto si respira un poco l'aria da prodotto di seconda fascia, soprattutto se la miniserie viene rivista oggi quando siamo abituati a ben altre produzioni anche in televisione. In fondo non è il primo progetto tratto da King che in tv non riesce a convincere appieno. Il consiglio è quindi quello di preferire la lettura della sceneggiatura, poi se si volesse ampliare il discorso la serie è presente su Prime (senza noleggio, basta l'abbonamento), le puntate sono solo tre e alla fine non si ha neanche modo di pentirsi del tempo investito per la visione.

lunedì 26 febbraio 2024

DOLORES CLAIBORNE

(di Stephen King, 1993)

"Che cosa vuole una donna?"
Sigmund Freud

"R-E-S-P-E-C-T, scopri che cos'è per me."
Aretha Franklin

Anno 1993, decenni prima che il ruolo della donna finisse sotto i riflettori del dibattito pubblico, anche per quel che riguarda l'ambito della cultura (pop e non), Stephen King scriveva questo romanzo per sola voce femminile nel quale venivano sottolineate le difficoltà che dovevano affrontare le donne in un'America ancora rurale e operaia e non troppo scolarizzata, prendendo in esame un arco temporale che nei ricordi della protagonista Dolores Claiborne abbraccia un periodo che va più o meno dagli anni 50 fino alla contemporaneità d'uscita del romanzo, gli anni Novanta dello scorso secolo. Il "Re del brivido" non è nuovo nel mettere sotto accusa una società americana dove disparità e ingiustizie sono all'ordine del giorno e diffuse in tutti gli Stati del Paese, in questo caso al centro della narrazione c'è proprio la difficile condizione dell'essere donna in un mondo profondamente maschilista. All'epoca dell'uscita di questo romanzo il periodo d'oro del Re, quello durante il quale King non sbagliava un colpo (o quasi), era forse giunto al termine, ma anche nel decennio dei Novanta non è difficile trovare all'interno della bibliografia dell'autore di Bangor opere valide come questa che comunque si attestava tra gli scritti ben riusciti del Re trovandosi in buona compagnia: si ricordano infatti nello stesso decennio almeno Cose preziose, Quattro dopo mezzanotte, Cuori in Atlantide e Il miglio verde, tutte opere più che meritorie.

Little Tall Island nel Maine è una piccola comunità isolana, è in questa località che vive ed è cresciuta Dolores Claiborne, una donna che oggi ha passato la sessantina e che continua a occuparsi della sua datrice di lavoro, l'anziana Vera Donovan non più completamente autosufficiente. Quando Vera muore a causa di un incidente domestico le autorità locali sospettano qualcosa riguardo Dolores, così la donna si troverà a dover rilasciare una corposa dichiarazione lungo la quale dovrà ripercorrere il pluriennale rapporto che la lega e l'ha legata a Vera Donovan, nel far questo verrà rivangato anche il passato della famiglia di Dolores, il rapporto con un marito difficile, Joe St. George, e le circostanze, già sviscerate in altre occasioni, riguardo la sua morte accidentale, il legame dei due figli maschi con il padre e le vicende legate all'unica figlia femmina di Dolores, Selena St. George. Testimoni di questa fluviale confessione sono il capo della polizia di Little Tall Andy Bissette, l'agente Frank Proulx e la giovane stenografa Nancy Bannister.

Oltre a essere un ottimo romanzo con Dolores Claiborne Stephen King realizza anche un pregevole esercizio di stile che rende questo scritto un'opera originale all'interno della bibliografia del Re. Sono almeno due gli elementi che caratterizzano questo Dolores Claiborne: il primo consta nel fatto che l'intero libro si presenta come un unico flusso di coscienza della protagonista; è lei infatti che prende la parola fin dalla prima pagina del romanzo e ci accompagna raccontandoci la sua storia fino all'ultimo punto dell'ultima pagina. Nel mezzo non ci sono interruzioni, non ci sono stacchi, non ci sono capitoli, solo un unico flusso ininterrotto di ricordi che accompagna il lettore e lo spinge a rimanere sul libro fino alla sua naturale conclusione. Anche quando Dolores è impegnata in brevissimi scambi con i tre ascoltatori (agenti e stenografa) noi sentiamo solo le sue parole e al limite deduciamo gli interventi degli altri personaggi, ma anche queste situazioni sono molto limitate nell'economia del racconto. Altro elemento che conferma la grandezza di King (e qui c'è anche la mediazione del traduttore, Tullio Dobner per l'edizione in mio possesso) è lo stile di scrittura adottato dall'autore che con un linguaggio in parte sgrammaticato rende al meglio la condizione sociale e culturale di una donna semplice cresciuta con la fatica e non con i libri, il tutto rende la narrazione di Dolores ancor più credibile e avvincente. Sono pochi gli sprazzi concessi al sovrannaturale, giusto qualche piccola allusione, per il resto quella di Dolores Claiborne è una storia drammatica e concreta, fatta di soprusi, rapporti difficili, amore, coraggio e decisioni dure da prendere. Ancora una volta King dimostra di essere un ottimo scrittore indipendentemente dai generi, cosa che nonostante il successo planetario di vendite forse continua a non essergli riconosciuta al pari dei suoi meriti.

lunedì 31 luglio 2023

L'OCCHIO DEL MALE

(Thinner di Stephen King, 1984)

Dello pseudonimo di Stephen King, Richard Bachman, abbiamo già parlato a dovere in occasione del pezzo su La lunga marcia (1979). Oltre al libro appena citato il "re del brivido" ha siglato altri quattro romanzi con la firma di Richard Bachman: Ossessione (1977), Uscita per l'inferno (1981), L'uomo in fuga (1982) e questo L'occhio del male (1984). Riflettendo sui suoi libri firmati sotto pseudonimo, una volta che le carte furono scoperte e la doppia identità svelata al pubblico, King affermò che un paio di quei romanzi non gli sembravano più tanto buoni, tra quelli un poco criticati da King uno era proprio L'occhio del male. Lungi da me l'idea di contestare le parole del Re, in merito a un'opera da lui stesso scritta per giunta, mi prendo però la responsabilità di affermare che invece, a mio modestissimo parere, questo L'occhio del male non è affatto un cattivo romanzo, anzi. Non è ben chiaro come King scelse il materiale da pubblicare a nome Bachman, per certi versi l'idea di indirizzarsi su uno pseudonimo poteva sembrare un modo per piazzare materiale un poco lontano dal suo solito mondo orrorifico, in realtà proprio L'occhio del male smentisce questa teoria in quanto è qui ben presente l'aspetto sovrannaturale tanto caro allo scrittore di Bangor, e di certo non è difficile scorgere tra le righe del romanzo lo stile riconoscibile di King, capace anche qui come altrove di affabulare il lettore e, capitolo dopo capitolo, avvincerlo senza possibilità di fuga alla vicenda narrata.

Billy Halleck è un affermato avvocato che esercita la professione nella ricca cittadina di Fairview. Billy è apprezzato dalla comunità locale, è sposato con la bella Heidi che ancora lo ama in maniera sincera nonostante i suoi problemi di sovrappeso, è felice papà della sua Linda e sembra che la sua vita sia instradata sui binari che portano alla felicità. Un giorno però, mentre è alla guida della sua bella auto, distratto da un giochino erotico messo in atto da sua moglie, Billy investe inavvertitamente un'anziana signora, una vecchia zingara spuntata all'improvviso per attraversare la strada in un punto dove non sarebbe consentito. La donna morirà da lì a poco, però la donna è una zingara, ha attraversato dove non avrebbe dovuto, Billy invece è un rispettato cittadino, uno a modo, così il capo della polizia di Fairview non mette forse il giusto impegno nel cercare di capire la dinamica dell'incidente, il giudice che dovrà esprimersi sulla vicenda sarà molto clemente e Billy tutto sommato se la caverà con poco, al limite dovrà vedersela con la sua coscienza. Però. Però c'è il fatto che quella zingara aveva un marito, un gitano come lei che decide di somministrare la sua di giustizia e lo fa con una sola parola: Dimagra. Così Billy inizia a dimagrire, inspiegabilmente, un po' alla volta nonostante faccia pasti per 6.000 calorie al giorno. Dimagra, e Billy dimagrisce, una sorta di contrappasso per la colpa dell'avvocato, quella di aver ucciso l'anziana e esserne uscito indenne, Billy sconta la sua colpa e quella della settaria opulenza della società americana, quella di una giustizia che è uguale per tutti solo sulla carta ma che non si cura degli emarginati e dei diversi. Non sarà solo Billy a pagare lo scotto del suo gesto involontario, ma quando le cose inizieranno a mettersi davvero male Billy reagirà, non ci sarà Dimagra che tenga, in fondo i contatti di un avvocato non sempre si limitano alla fetta per bene dei suoi clienti.

Al netto di una delle copertine più brutte sulla faccia della Terra (il riferimento è all'edizione Bompiani del 1986), L'occhio del male si è rivelata una lettura avvincente e sempre piacevole. La maestria di King nel descrivere luoghi e situazioni è qui sempre ben presente con un ficcante spaccato di una borghesia americana benestante privilegiata e spesso morbosamente attaccata ai suoi stessi privilegi. Non è nemmeno tanto sottotraccia una critica feroce al sistema sia economico che giudiziario americano che, se non proprio alla luce del sole, è ancora diviso in caste e classi sociali dove le professioni remunerative garantiscono accessi a un certo mondo insieme al colore della pelle e alla provenienza da ambienti ben precisi che non tollerano troppe divagazioni da ciò che il comune pensare accetta come lecito e decoroso. Il personaggio di Halleck, il protagonista, in realtà non è nemmeno cattivo, è semplicemente nato sullo spicchio giusto della "ruota della fortuna", è però ben deciso a non pagare oltremodo per i suoi errori e per (non) farlo non esiterà a ricorrere a mezzi poco puliti, seppur con qualche rimorso di coscienza. La costruzione è avvincente, le dinamiche dei rapporti tra i personaggi pennellate con maestria, non solo quelli tra antagonisti ma anche quelli tra Billy e la moglie, tra lo stesso e il suo medico che lo vede dimagrire giorno dopo giorno e soprattutto quello tra l'avvocato e il suo ex cliente criminale Richard Ginelli. Finale terribile, come a dire che una volta entrati nella spirale del male, della violenza, non se ne esce incolumi.

venerdì 25 novembre 2022

GLI OCCHI DEL DRAGO

(The eyes of the dragon di Stephen King, 1984)

Libro molto atipico all'interno della bibliografia di Stephen King nonostante contenga tra le sue pagine diverse strizzate d'occhio ad altre opere del Re, a partire dal nome di uno dei protagonisti, quel Flagg che richiama il più celebre Randall Flagg de L'ombra dello scorpione (e forse è la stessa entità maligna), fino ad arrivare a diversi punti di contatto con la saga della Torre Nera. Gli occhi del drago non è un romanzo horror ma viene ascritto al genere fantasy e anche di questo filone narrativo non presenta poi troppe caratteristiche: il drago del titolo è un mero pretesto narrativo e compare in una sequenza brevissima di una, forse due pagine, il drago in sé non riveste nessuna importanza nell'economia del racconto, di fantasy rimane solo la figura dello stregone Flagg, anche questa gestita senza troppo calcare la mano sul versante del fantastico; il romanzo si potrebbe definire una favola oscura dal sapore medievale con un tocco di magia (rigorosamente nera). Target adolescenziale, il libro fu concepito quando la figlia di King, Naomi Rachel, era ancora piccola e per lei il padre imbastì una storia leggibile, priva dei risvolti paurosi dei suoi romanzi più celebri, ne esce un libro con una trama molto lineare, godibile ma anche privo di grandi sorprese e punti di particolare interesse, una buona lettura per pre-adolescenti o una bella occasione per affrontare un romanzo con i propri figli se questi ancora sono nell'età giusta. Pare tra l'altro che, viste le critiche ricevute dai fan per questa pubblicazione, per tutta risposta King scrisse Misery, romanzo dove il protagonista era lo scrittore Paul Sheldon, tenuto in ostaggio da una fan psicopatica e costretto a scrivere ciò che la sua fan desiderava.

Siamo nel regno di Delain, un regno prospero dove re Roland, un sovrano mite e giusto, regna con benevolenza e anche una certa dose di indolenza per le maniere e le incombenze che a un regnante sono richieste. Roland è un uomo buono che ha a cuore la vita dei suoi due figli maschi, orfani di madre, una donna meravigliosa morta nel dare al mondo il suo secondogenito. Il maggiore dei due fratelli, Peter, è l'erede al trono designato e nei giorni della sua crescita già si può intravedere il futuro re, un uomo che con tutta probabilità si rivelerà essere molto forte, più del padre, giusto, coraggioso e intraprendente. Il minore, Thomas, vive un po' nell'ombra del fratello, cova un po' di invidia e di risentimento ma in fondo anche lui vuole bene al padre e, magari senza troppo dimostrarlo, anche al fratello. A incrinare un po' quello che potrebbe essere un ottimo equilibrio c'è lo stregone di corte Flagg, un uomo cattivo e manipolatorio che funge da consigliere di re Roland e che per il futuro del regno vede molto bene Thomas come regnante, più debole, insicuro e manipolabile di Peter; lo scopo recondito di Flagg è quello di creare malessere e mandare in un prossimo futuro l'intero reame in rovina, per puro gioco di malvagità, per far questo studierà un piano per far sì che il futuro di Peter non sia quello che dovrebbe portarlo a poggiare le sue natiche regali sul trono di Delain.

Se ne Gli occhi del drago si cercano gli elementi che hanno reso Stephen King il Re del brivido è facile che si possa rimanere delusi perché questi elementi semplicemente qui non ci sono. Non solo non siamo nel campo dell'horror e del perturbante, non è presente segno di inquietudine alcuno e la narrazione è in effetti più adatta a un pubblico giovane, tra le pagine di questo libro non si avverte nemmeno la presenza dello stile di King, quello che al di là delle trame lo rende a pieno titolo un grande scrittore oltre che ottimo narratore, caratteristica quest'ultima che, una volta inquadrati target e il tipo di libro al quale ci troviamo di fronte, in fondo gli si può riconoscere anche per quest'opera. Manca quella sensibilità nella descrizione dei luoghi, della realtà che in King esce così bene dalle sue pagine, i ragazzi protagonisti del romanzo sono scritti in maniera semplice, anche il giovane Thomas che avrebbe potuto essere sviscerato molto più di quanto si è fatto sembra rimanere poco approfondito, poco affrontato, e sappiamo che King altrove ha scritto adolescenti e adolescenze meravigliose, lo stile di scrittura è piano, compare qua e là (ma nemmeno troppo) quel suo vezzo di anticipare i cattivi eventi a venire, troppo poco per vederci il grande King che in tanti amano. Quello che rimane a parer mio è un buon libro da leggere con i propri figli, un buon romanzo per ragazzi (anche se oggi c'è una scelta infinita per loro e potrebbero preferire altro), per chi non lo avesse ancora letto e fosse alla ricerca del Re... beh, in questo caso meglio guardare altrove.

domenica 13 febbraio 2022

CHRISTINE - LA MACCHINA INFERNALE

(Christine di Stephen King, 1983)

Dal suo esordio con Carrie nel 1974 fino almeno ai primi anni 80 Stephen King sbaglia davvero pochissimo; anche i suoi titoli considerati non propriamente di primo piano, come questo Christine - La macchina infernale forse noto più per la versione cinematografica di John Carpenter che non per il libro del Re, offrono pagine e pagine di intrattenimento di gran livello cesellando intorno alla vicenda principale un ambiente e dei personaggi talmente credibili da far apprezzare la lettura del libro, paragrafo dopo paragrafo, anche in tutte quelle fasi interlocutorie dove apparentemente la vicenda principale non si sta sviluppando. In realtà la storia narrata da King è in costruzione continua, proprio in questo lo scrittore di Bangor è il Re, non solo nelle atmosfere da brivido ma anche in quella meticolosa ricostruzione d'ambiente della provincia americana, nella descrizione delle dinamiche familiari, in quel cogliere al meglio le età giovanili, i passaggi all'età adulta e quei rapporti umani, come l'amicizia, inevitabilmente destinati a cambiare, a evolversi e a mutare con il tempo e con i tempi. Al di là dei connotati orrorifici o sovrannaturali è tutto il resto che ogni volta mi convince di come King sia un grande scrittore che poco ha da invidiare ad altri nomi considerati dalla critica in misura maggiore, come se navigare all'interno del genere avesse meno dignità letteraria, annosa discriminazione che risale probabilmente all'alba dei tempi della letteratura moderna.

Dennis Guilder e Arnie Cunningham sono amici fin dai tempi delle elementari, i due non potrebbero essere più diversi: il primo è un bel ragazzo, atleta nella squadra di football delle superiori, un bravo studente e parecchio spigliato con il genere femminile; anche Arnie è molto bravo a scuola ma le similitudini tra i due finiscono qui. Arnie è quello che viene considerato un vero sfigato dai suoi coetanei: impacciato, la faccia devastata da un'acne impietosa, goffo e imbranato di fronte alle ragazze, incapace di avere una buona socialità con i suoi compagni. Eppure Dennis, che lo conosce bene e da tanto, ha modo di apprezzare le qualità nascoste di Arnie, un amico fedele, molto sciolto quando è con lui e capace di spiritosaggini davvero divertenti, tutte qualità che nel tempo hanno contribuito a creare un'amicizia profonda, tanto che non sono mancate a Dennis le occasioni per togliere Arnie dai guai di cui è spesso vittima a scuola. Durante una delle sortite sulla Duster del '75 di Dennis i due amici si imbattono in una vecchia Plymouth Fury del '58 abbandonata in un vialetto prospiciente una malconcia casetta unifamiliare. L'auto, quasi un completo rottame, appartiene a un vecchio militare ormai in pensione, Roland D. LeBay, un personaggio alquanto sgradevole che propone ad Arnie di acquistare la Fury che lui ha chiamato Christine. Per qualche strana ragione Arnie si innamora da subito dell'auto, Dennis cerca di far ragionare il suo amico più che convinto che il vecchio gli stia tirando un fregatura, purtroppo quella vecchia macchina diverrà per tutti ben più di una semplice fregatura economica, per Arnie Christine diverrà una vera e propria ossessione che metterà in discussione i rapporti del ragazzo con la sua famiglia, con l'amico Dennis e anche con Leight Cabot, una delle ragazze più belle della scuola che inspiegabilmente inizierà a provare una vera attrazione per Arnie.

Oltre che nel campo del sovrannaturale Stephen King ci accompagna in un momento di passaggio per un'amicizia storica destinata a incrinarsi, i due protagonisti sono all'ultimo anno del college, soprattutto in Dennis affiora a più riprese la preoccupazione per la fine di un'età spensierata che si paleserà nel più inquietante dei modi, l'affaccio al mondo degli adulti presenta numerose incognite, anche i legami più forti, quelli di una vita e quelli nati in momenti di estrema preoccupazione, subiranno scossoni ai quali difficilmente potranno resistere. King lavora benissimo sui rapporti, tratteggia bene le famiglie d'origine dei due ragazzi, il loro legame con i genitori, non mancano come in molti suoi romanzi i bulli e i delinquentelli a rendere la vita difficile ai protagonisti. Se dal punto di vista dei brividi e della tensione il re ha prodotto esiti più interessanti di questo Christine, sul piano meramente narrativo il libro corre che è una bellezza, pagina dopo pagina si costruisce un mondo che sembra essere sempre più vero e familiare, la prosa dello scrittore del Maine non lascia scampo, è una carta moschicida per lettori, King è uno di quegli autori al quale spesso ci si accosta durante gli anni dell'adolescenza e che poi, per un motivo o per l'altro, non si abbandona mai per davvero, perché tornare in quei paesini pieni di minacce striscianti e orrori quotidiani è un piacere al quale non è facile rinunciare.

venerdì 3 settembre 2021

CREEPSHOW

(di George A Romero, 1982)

Tra la fine degli anni 40 e l'inizio degli anni 50 del secolo scorso, nel mondo del fumetto andavano diffondendosi nuovi gusti e tendenze che andarono a eclissare un poco il successo del genere supereroico in voga negli anni della guerra per andare via via a sostituirlo quasi completamente. Furono molte le case editrici di quegli anni a provare nuove vie, prima tra tutte la Timely Comics (Atlas Comics da fine '50) già con un giovane Stan Lee come timoniere e che poi nei 60 diverrà la celebre Marvel Comics che tutt'ora amiamo, più avanti negli anni arrivò la Warren Publishing con serie molto note ancora oggi (Creepy, Eerie, Vampirella), c'era poi ovviamente la National Allied Publications (antesignana della D.C. Comics) e altre ancora, ma il vero cambio di marcia per l'enorme successo di fumetti a genere horror, weird, science fiction e crime lo diede in misura sostanziale la E.C. Comics di Bill Gaines (e Al Feldstein). Tra tutti i generi su cui puntare l'horror e in generale tutto ciò che era weird sembravano essere le migliori potenzialità da sfruttare, i primi tentativi arrivarono sulle serie crime con storielle a tema per poi esplodere, visti i risultati incoraggianti, su alcune delle serie più famose della casa editrice come The Crypt of Terror, The Vault of Horror, The Haunt of Fear, Tales from the Crypt per andare poi anche sulla sci-fi con Weird Science e tornare al crime con Crime SuspenStories. Fu una piccola rivoluzione per vari motivi: i racconti a tema zombi toccavano le corde dell'inconscio degli americani e la paura che questi provavano a causa della tensione da guerra fredda legata alla minaccia della bomba, nelle storie criminali veniva spesso demolita l'istituzione della famiglia felice e del matrimonio così preponderante nella società dell'epoca, soprattutto nei 50, presentando storie con mogli assassine e senza scrupoli, l'asticella delle situazioni orrorifiche si alzava senza remore creando soluzioni intriganti, inoltre funzionava bene la costruzione di molte delle storie che con un twist finale, molto spesso prevedibilissimo una volta capite le meccaniche, volgeva la situazione in favore di una certa giustizia anche se questa spesso premiava azioni criminose e non virtuose. Insomma, materiale che poteva sicuramente intrigare adolescenti e non solo, spesso i disegni erano tirati via, non tutte le storie erano confezionate a regola d'arte, ma dalla E.C. passarono anche dei veri talenti, oltre ai due creatori citati prima anche gente come Johnny Craig poi su Iron Man della Marvel, John e Marie Severin entrambi più avanti a lavorare su Hulk, il grande Wally Wood poi su Devil, Harvey Kurtzman al quale si deve il successo della storica rivista satirica Mad, una delle più celebri in assoluto, e altri ancora. Purtroppo in parallelo al crescente successo dei comics avanzava un'isteria di massa che vedeva nel fumetto i motivi di fenomeni legati alla delinquenza giovanile, istigazione alla violenza e altre scelleratezze simili, aggravate dalla posizione intransigente di alcune commissioni d'inchiesta statunitensi che andarono a nozze con la pubblicazione dello psichiatra Fredric Wertham che con La seduzione dell'innocente riuscì a tagliare le gambe a moltissime case editrici che furono costrette ad aderire a protocolli di autocensura prima e alla chiusura di numerose testate in un secondo momento, la E.C. Comics ad esempio sopravvisse praticamente solo grazie alla rivista Mad mentre il grosso delle pubblicazioni a tema horror e weird vennero cancellate. Furono molti a rimpiangere queste chiusure come molti i giovani ragazzi, futuri autori dell'horror degli anni a venire, a formarsi sui fumetti della E.C. Comics, tra questi un tal George Romero e un certo Stephen King.

Creepshow, regia di Romero, soggetto e sceneggiatura di Stephen King (anche protagonista di uno degli episodi del film), altro non è che una dimostrazione d'affetto e un sentito omaggio a quel tipo di narrazione, ai fumetti horror della E.C. Comics e a quel gusto per l'orrore e per il weird dal sapore così marcatamente retrò. L'intento dei due autori è dichiarato ed è così che va letto il film se ci si vuole realmente trovare dei motivi di interesse, Creepshow va visto come un tuffo nel passato, come la trasposizione di quelle emozioni un po' estreme e allo stesso tempo un po' ingenue che i giornalini della E.C. sapevano suscitare, usciti da quest'ottica il rischio che Creepshow possa perdere gran parte del suo interesse è davvero molto alto. Proprio come accadeva negli albi a fumetti anche qui si avvicendano più episodi, cinque per la precisione, più un prologo e un epilogo. Molte sono le strizzate d'occhio e le scelte di stile e narrative che rimandano ai vecchi fumetti; intanto gli episodi sono introdotti da una figura simile allo Zio Creepy che qui da noi ebbe anche un suo show come Zio Tibia negli anni a cavallo tra gli 80 e i 90 e che in realtà guardava più a un personaggio della Warren, ma il succo rimane lo stesso, i vari fumetti della E.C. erano spesso introdotti proprio da queste figure orrorifiche che parlavano direttamente al lettore, in più Romero sceglie di ricorrere spesso a inquadrature contornate da bordi colorati simili a vignette, anche alcuni passaggi di sequenza ricordano il susseguirsi delle vignette grazie all'uso di cambi di scena bordati da una cornice bianca. L'estetica degli effetti speciali artigianali richiama quella dei vecchi comics, parallelo evidente nella creatura usata nell'episodio La cassa o nella resa visiva dello zio morto di ritorno alla vita in cerca della sua torta ne La festa del papà. Proprio in episodi come questo o come in Alta marea ricorre quel ritorno dalla morte in cerca non tanto di vendetta quanto di una giustizia postuma che si ritrovava in spirito in tanti comics della E.C., in questo l'operazione nostalgica è indubbiamente riuscita. Se valutiamo il film in sé stesso, ignorandone lo scopo, Creepshow non ha questo valore intrinseco così elevato, pur tenendo conto della regia di Romero, che ha sicuramente prodotto esiti più interessanti, e del contributo di King il progetto rimane un semplice divertissement, un b-movie senza picchi verso l'alto. Piccola curiosità, il bimbo del prologo e dell'epilogo è Joe, figlio di Stephen e futuro scrittore horror anch'egli, molto divertente la citazione sui vari oggetti che era possibile acquistare per posta dalle pagine dei comics E.C., tra tutti i famosi occhiali a raggi X ambiti da tutti i giovani adolescenti con gli ormoni in giostra.

domenica 27 giugno 2021

LA LUNGA MARCIA

(The long walk di Richard Bachman/Stephen King, 1979)

C'era una volta Richard Bachman. Lo scrittore in questione era un tipo schivo, defilato, un uomo nemmeno troppo simpatico si dice; Bachman vantava un passato nella marina mercantile e un paio d'anni di servizio per la Guardia Costiera statunitense, viveva in una fattoria nel New Hampshire e coltivava l'abitudine di scrivere i suoi romanzi durante le ore notturne. Richard Bachman e la moglie Claudia Inez passarono attraverso la tragedia della perdita di un figlio piccolo, morto in seguito a una caduta in un pozzo. A questo dolore, nel 1985, per la povera Claudia si aggiunge anche la perdita del marito, ucciso da tal Steve Brown, uno zelante commesso di una libreria di Washington; quest'ultimo, roso da fondati sospetti, si adoperò per fare alcune ricerche e ottenere diverse informazioni così da scoprire che i diritti d'autore dei libri di Richard Bachman finivano dritti dritti nelle tasche di Stephen King. Rendendo pubblica la notizia Brown uccise di fatto Richard Bachman. In tutto ciò la buona novella è che nessun bambino è caduto davvero nel pozzo e nessuna Claudia Inez in Bachman ne ha dovuto di conseguenza piangere la scomparsa. Come sostiene lo stesso King, Bachman è finito per morire di cancro dello pseudonimo; la seconda buona notizia in questa triste vicenda e che se lo scrittore (King, Bachman, decidete voi) non fosse stato scoperto, chissà quanti di noi i romanzi di Bachman non li avrebbero mai letti, vendendo questi giusto un decimo di quanto vendeva all'epoca uno Stephen King qualsiasi non è detto che la loro diffusione sarebbe stata esattamente la stessa. E quindi ora siamo qui con un catalogo del Re più ricco di ben cinque titoli: Ossessione (1977), La lunga marcia (1979), Uscita per l'inferno (1981), L'uomo in fuga (1982) e L'occhio del male (1984). Nell'introduzione all'edizione tascabile della Sperling de La lunga marcia Stephen King ci racconta un po' di retroscena sulla nascita e sulla morte del suo alter ego e i motivi che lo spinsero a pubblicare questi cinque romanzi a tematica prevalentemente non horror sotto pseudonimo, un'intervento parecchio sfizioso e interessante.

In uno slancio di autoanalisi lo scrittore del Maine parla di questo La lunga marcia come di un libro che presenta diversi difetti, un po' pretenzioso in alcuni passaggi, ma che tutto sommato reputa ancor oggi un buon libro al pari di Ossessione, mentre tra i romanzi firmati con il nome di Bachman elegge come migliore L'uomo in fuga e decisamente meno riusciti Uscita per l'inferno e L'occhio del male. Per quanto riguarda questo libro mi sembra che il giudizio dato dallo stesso King si possa considerare onesto e veritiero. I difetti più evidenti da rimarcare possono essere almeno due: il finale affrettato e deludente, cosa che conoscendo l'autore non stupisce più di tanto ma nemmeno intacca il piacere della lettura, e la mancanza di descrizione di un contesto allargato per inquadrare al meglio il mondo in cui si trovano ad agire i protagonisti del libro, il lettore infatti si troverà a seguire una vicenda le cui motivazioni non sono esplicitate e risultano impossibili da comprendere, si lascia alla fantasia del pubblico riempire uno sfondo che sarebbe stato interessante esplorare almeno in minima parte.

In una società che potrebbe essere simile alla nostra ma anche molto diversa, come si diceva poc'anzi non è dato saperne molto, ogni anno si corre la Lunga Marcia, una gara a eliminazione dove cento concorrenti, mediamente giovani e tutti maschi, si sfidano in una gara di resistenza in cui dal momento della partenza è vietato fermarsi, mai, nemmeno per svuotare l'intestino né per mangiare, giorno e notte in marcia, non è necessario correre ma non si può rallentare al di sotto di un'andatura minima, pena l'ammonizione. La gara è seguita e arbitrata dall'esercito capeggiato dal Maggiore, una figura misteriosa e idolatrata, il concorrente che supera le tre ammonizioni si becca il congedo, ed è un congedo permanente dalla vita, il vincitore, uno solo, l'ultimo a rimanere in piedi, la realizzazione di tutti i suoi desideri per il resto della vita. Motivazioni della gara? Impatto sulla società? Non è dato sapere.

Fin dal principio Stephen King ci fa seguire quella che sarà la drammatica esperienza nella Lunga Marcia di uno dei partecipanti, Ray Garraty, un ragazzo originario del Maine con una bella ragazza ad aspettarlo a casa, una madre preoccupata e contraria a questa follia; con il passare delle pagine conosceremo alcuni degli altri partecipanti alla marcia con i loro tratti distintivi: il leale Peter McVries, uno tra i principali compagni di viaggio per Ray, poi Art Baker, Hank Olson, l'enigmatico Stebbins, l'odioso Barkovitch e altri ancora con i quali il protagonista farà conoscenza lungo il cammino, legami destinati a spezzarsi nel giro di ore, forse giorni, in base alla resistenza di ognuno dei ragazzi. King non ci presenta tutti i partecipanti ma si concentra sulle reazioni di una selezione di questi alla straordinaria e pericolosa situazione, sui loro racconti, sulle dinamiche di gruppo ma soprattutto sul rapporto di ognuno di loro con la scelta compiuta, quella di partecipare a un gioco al massacro, sulle motivazioni che li hanno mossi a un atto quasi certamente suicida e sul rapporto degli stessi con il valore che danno alla vita e con il desiderio di sopravvivenza che sarà in tutti più forte di quello per il premio finale. I temi sono alti, lo sviluppo non così semplice e nel complesso non troppo approfondito né illuminante, però rimane di fondo una buona storia che, seguendo il ritmo della corsa, non permette rallentamenti e il libro infatti si divora in pochi giorni. Sono pochi gli elementi in campo: i concorrenti, l'esercito, la folla acclamante, la strada. Tutto si regge sul confronto tra i ragazzi, sui loro pensieri, sui rapporti tra i concorrenti, quello che può avvenire il lettore più o meno può immaginarlo, la curiosità sta tutta nel come.

È un buon libro La lunga marcia, come dice King funziona bene ancora oggi, non è sicuramente tra i migliori esiti del Re, indubbiamente avrebbe avuto bisogno di un maggior ricamo di contorno e di un finale meno ermetico, però, scritto da un Richard Bachman qualsiasi e piazzato sugli scaffali degli autogrill...

domenica 23 agosto 2020

CUJO

 (di Stephen King, 1981)

Per chi ha iniziato ad avvicinarsi alla lettura "adulta" con i romanzi del Re, e ne conosco parecchie di persone che hanno seguito questo percorso, Castle Rock è un po' un luogo dell'anima letterario, la piccola cittadina, i suoi dintorni, i territori colmi di boschi del Maine, le sue strade poco trafficate, sono luoghi ai quali si torna sempre con grandissimo e immutato piacere, nonostante questi siano tanto belli quanto misteriosi, spesso oscuri, talvolta più banalmente pericolosi. In Cujo aleggia ancora il male associato alla figura di Frank Dodd, poliziotto assassino tra i protagonisti del precedente La zona morta; è un male vago, presente, che sembra insinuarsi negli armadi, sotto i letti, ma che non si capisce mai fino in fondo quanto abbia a che fare con la vicenda di Cujo, cane benevolo appartenente alla famiglia Camber, un San Bernardo enorme e buono che diventerà un mostro in seguito a un contagio di rabbia. L'orrore qui è nel quotidiano, con la storia di un semplice cane idrofobo, malato, ma anche con gli orrori che si annidano nelle famiglie, nei matrimoni, nei tradimenti, nell'ignoranza, nelle aspettative disattese. King qui sfoggia la prosa vivida che i suoi lettori hanno imparato ad apprezzare nei diversi capi d'opera precedenti con la consueta capacità di dare corpo a sensazioni e situazioni in maniera così sorprendentemente reale, senza ricorrere ad arzigogoli letterari, in più narra a più riprese, in soggettiva, ciò che passa nella mente del cane, oltre al punto di vista dei vari personaggi ci rende partecipi anche di quello della bestia che in questo romanzo diviene accidentalmente il male, l'avversario.

A Castle Rock è ancora vivido il ricordo delle malefatte di Dodd e all'insaputa dei suoi cittadini si sta preparando la nuova tragedia. Tad Trenton, quattro anni, figlio di Vic e Donna Trenton, inizia ad aver paura del mostro che si nasconde nel suo armadio, un normalissimo armadio vuoto; eppure anche sua madre Donna, bella e giovane donna in crisi d'identità dopo il trasferimento da New York alla piccola cittadina del Maine, sembra ogni tanto avere qualche strano sentore riguardo quell'armadio, punto della casa che mette una certa inquietudine tanto da costringere papà Vic a redigere una magica formula anti-mostro per il piccolo Tad. A qualche miglio di distanza da casa Trenton vivono i Camber, il capofamiglia Joe è il classico bifolco di campagna, ignorante, a tratti prepotente, ma sinceramente affezionato al suo bambino, Brett, dieci anni, e al suo cane Cujo. Probabilmente, a modo suo, anche alla moglie Charity, ma Joe non lo dimostra. Lei si sente ingabbiata in una vita di provincia e miseria, legata alla fattoria con l'officina nel fienile, senza prospettive, senza stimoli e terrorizzata che quella stessa vita diventi il futuro di suo figlio Brett. A fare da catalizzatori per la maggior parte degli eventi a venire ci sono Steve Kemp, un bel restauratore di mobili con poco equilibrio e un pipistrello portatore sano del virus della rabbia. Quando Steve incontra Donna e il pipistrello incontra Cujo...

Siamo sul cambio di decennio, Stephen King ha già pubblicato alcuni dei suoi capolavori: Carrie, La zona morta, L'ombra dello scorpione, Le notti di Salem, Shining e a firma Richard Bachman Ossessione e La lunga marcia. Cujo è uno dei suoi romanzi più terreni, il sovrannaturale è solo evocato, non di meno il romanzo risulta avvincente e scritto meravigliosamente, oltre alla storia di questo cane impazzito, un piccolo colosso vicino ai cento chili di peso la cui follia procurerà grossi grattacapi a più d'un abitante di Castle Rock, King delinea molto bene la situazione delle due famiglie protagoniste, i Trenton, giovane coppia con un bimbo ancora piccolo che si prepara ad affrontare un piccolo terremoto legato alle difficoltà dell'agenzia pubblicitaria di cui Vic è socio. Proprio l'attività di Vic è stata la causa del trasferimento di Donna da una grande città, la città per eccellenza, a un piccolo paesino dove Donna non ha un vero ruolo se non quello di madre che vede crescere il suo bambino e i suoi tempi morti, situazione che metterà in pericolo il menage familiare. Anche i Camber non sono tranquilli, Charity vive nella costrizione di una situazione che non sopporta più da tempo, con un marito bifolco e padrone e con la paura dell'assenza di un futuro per il figlio. Proprio in queste dinamiche si mostra tutta la maestria da grande scrittore di King, capitolo dopo capitolo, paragrafo dopo paragrafo, il lettore entra con naturalezza dentro le dinamiche familiari dei protagonisti e il romanzo, oltre ad essere una storia d'orrori reali, diventa il romanzo di molte vite, del quotidiano, dell'uomo, dove l'orrore diventa catalizzatore di cambiamento per situazioni ormai non più funzionanti. Cujo all'interno di una bibliografia ormai sterminata, è un romanzo sottostimato, pur non toccando le vette creative di alcuni dei libri sopra citati rimane un romanzo avvincente, scritto in maniera ottima e che esula dal genere per riportare uno spaccato della vita di provincia. Ormai anche i detrattori della prima ora hanno dovuto ricredersi, King è uno scrittore che di diritto sta tra i grandi della letteratura, rimane chi guarda al genere con la puzza sotto il naso, ma le atmosfere, le dinamiche, il coinvolgimento, la resa d'ambiente che sa portare il Re sulla pagina hanno davvero pochi rivali. Lunga vita al Re.

mercoledì 1 gennaio 2020

IL LIBRO DEI MORTI VIVENTI

(Book of the dead a cura di John Skipp e Craig Spector, 1989)

Visto il continuo calo qualitativo del serial The Walking Dead, che oscilla ormai tra il soporifero e l'irritante, e la dipartita da qualche annetto di George Romero, i fan dei morti viventi sono costretti a orientarsi verso altri lidi per la loro dose periodica di carne putrefatta. Un'ottima alternativa potrebbe essere il recupero di questa antologia datata 1989 e curata da Skipp e Spector che raccoglie una serie di racconti a tema realizzati da noti (più che altro oltreoceano) scrittori d'horror e fantascienza. I nomi coinvolti in questa interessante iniziativa saranno magari familiari ai fan del genere ma, salvo alcune eccezioni, parliamo di autori le cui opere sono per la maggior parte inedite nel nostro paese, eccezion fatta per un paio di pezzi da novanta di fama universale. Sulla copertina del libro campeggia enorme il nome di Stephen King, traino commerciale infallibile, non compare invece quello di Joe R. Lansdale che probabilmente all'epoca della pubblicazione del libro da parte di Bompiani ancora non godeva qui da noi della fama che oggi accompagna lo scrittore texano. C'è da dire che la qualità media si rivela più che soddisfacente, davvero poche le cadute di tono per una serie di racconti che va a comporre una lettura davvero piacevole. Nelle intenzioni dei curatori del libro c'era quella di spostare un poco l'asticella per quel che riguardava il racconto di zombie sul finire degli anni 80, non necessariamente verso l'alto avendo come modello e predecessore George Romero, uno difficile da scavalcare, ma andando a spostare l'asticella almeno lateralmente, spesso virando al truce e sconfinando nel genere definito splatterpunk, roba da cruda macelleria. Questo scarto non è presente in tutti i racconti ma le sequenze forti non mancano, fermo restando che gli autori più noti non si discostano (fortunatamente) dal loro solito modo di narrare. Ma vediamo in concreto cosa offre questa raccolta.

Dopo una prefazione a opera dello stesso Romero e un'introduzione dei due curatori, l'apertura è affidata al breve racconto Fioritura di Chan McConnell, autore forse tra i meno noti del lotto. Come in altri racconti il morto vivente qui gode ancora di un minimo di coscienza e di autonomia nelle azioni, l'impianto del racconto non offre nulla di realmente eccezionale ma è una buona presentazione, breve e truce al punto giusto per mettere il lettore nella giusta predisposizione d'animo per affrontare il resto della lettura. Richard Laymon con La mensa ci presenta una sorta di thriller con serial killer che coglie nel segno, un racconto buono per una trasposizione su pellicola. Meno interessante il racconto di Ramsey Campbell che ci traghetta verso Parto in casa di Stephen King, racconto più corposo dove emerge lo stile del re e dove una debole donna dovrà fare i conti con la sua indecisione in un mondo ormai finito sottosopra. Non stona vicino al racconto del re quello di Edward Bryant Un triste ultimo amore allo snack dei dannati, provincia americana e atmosfere kinghiane per un racconto molto classicheggiante. Scelte di Glen Vasey offre una narrazione più introspettiva che mette il protagonista di fronte a quello che un uomo scopre di essere nel momento del pericolo e dell'emergenza, uno dei fondamenti che aveva reso così interessanti le prime stagioni di The Walking Dead. Segnalazione particolare per Meno di Zombi (Less than zombie) di Douglas E. Winter che riprende in chiave non morta il celebre romanzo di Bret Easton Ellis Meno di zero, con una compagnia di amici senza valori apatici anche nei confronti di un mondo andato in malora, esperimento decisamente sfizioso. Parecchio riuscito anche il più lungo Come cani di Pavlov di Steven R. Boyett dove un'ecosfera autosufficiente nata per scopi scientifici si trova a essere uno dei baluardi della civiltà come la conoscevamo prima dell'avvento dei morti. Sassofono di Nicholas Royle vede uno dei morti più coscienti e consapevoli del lotto muoversi in uno scenario post bellico dell'est Europa. Lansdale non delude, fin dal titolo, Nel deserto Cadillac con i morti: un cacciatore di taglie e un farabutto nel mondo posteriore alla guerra tra Cadillac e Chevrolet devono affrontarsi e affrontare un nuovo culto, fatto di suore arrapanti, zombie ammaestrati a lodare il Signore e il loro capo, fratello Lazzaro, in cerca di una cura per il problema dei non-morti. Interessante Rischiamorto di Brian Hodge che trasporta gli zombi nel mondo dei quiz a premi televisivi; si chiude con il più "romantico" Mangiami di Robert McCammon, bel finale per una raccolta davvero riuscita.

Il libro dei morti viventi è un'antologia imperdibile per i fan degli zombi ma in generale una lettura piacevole per tutti gli amanti dell'horror e un modo per conoscere autori meno noti, purtroppo poco reperibili in italiano.

mercoledì 21 novembre 2018

I MILLE VOLTI DEL TERRORE

(The year's best horror stories. Series VI; AA.VV., 1978)

I mille volti del terrore è una compilazione a cura di Gerald W. Page che raccoglie alcuni di quelli che dovrebbero essere stati i migliori racconti a tema horror pubblicati su riviste varie nel 1978 (o poco prima). Come in tutte le antologie la qualità degli scritti proposti risulta inevitabilmente altalenante così come anche la definizione di racconto horror va presa con le molle, gli sconfinamenti e le commistioni con altri generi letterari non mancano, fermo restando quella base di brivido che la tematica affrontata richiede. Siamo di fronte a una serie di opere tutte più o meno brevi concepite dai rispettivi autori sul finire degli anni 70, alcune narrazioni risentono del passare del tempo restituendo al lettore quella sensazione di polveroso non necessariamente spiacevole, altre invece hanno una freschezza ancora invidiabile, una su tutte il racconto I figli del grano di Stephen King, autore di punta di questa antologia e di tutto il genere horror moderno il cui nome campeggia al centro della copertina del libro. A questo punto mi tocca ammettere la mia ignoranza e la mia scarsa dimestichezza col genere in quanto i nomi degli altri autori coinvolti nel progetto sono a me per lo più ignoti.

Vediamo con una rapida carrellata cosa contiene questo libro. Si parte con il racconto In fondo al giardino (At the bottom of the garden, 1976) di David Compton nel quale, in uno scenario familiare e domestico, la figlia della distratta signora Williams gioca con la sua amichetta nel giardino di casa. La bimba poi racconta delle cose ai suoi genitori che però non la ascoltano con la dovuta attenzione, le strane fantasie della bimba risulteranno invece avere ben più d'un fondamento. Un buon inizio, breve ma inquieto al punto giusto, l'attacco dell'antologia lascia ben sperare. Meno interessante l'incontro tra il protagonista della seconda storia, Urlando per uscire (Screaming to get out, 1977), con una poco attraente cameriera di un drive-in, incontro che terminerà con una sorpresa inaspettata. Anche qui pochissime pagine a opera di Janet Fox che oggi però sanno molto di già visto (c'è da dire anche che io arrivo alla lettura di questo libro con un ritardo di circa quarant'anni). Segue il primo racconto un po' più corposo, Kane il maledetto (Undertow, 1978) che purtroppo sconfina nel fantasy, genere che non amo particolarmente. La costruzione del racconto non è male, non nelle mie corde ma agli appassionati potrebbe piacere, inoltre sia il protagonista Kane, sia l'autore Karl Edward Wagner sembrano godere di ottimo credito tra i fan del fantasy a la Conan il barbaro. Io sento il buio (I can hear the dark, 1978) di Dennis Etchison richiede un minimo di concentrazione in più rispetto al solito nonostante la durata molto breve ma in fin dei conti si rivela un episodio tutto sommato trascurabile, non così è per La custode (Ever the faith endures, 1978), ottimo racconto molto vicino per atmosfere agli scritti di Lovecraft e al terrore suscitato da presenze mostruose come I Grandi antichi, l'autore Manly Wade Wellman è un prolifico ed eclettico scrittore che ha spaziato in carriera tra numerosi generi sfiorando anche il Pulitzer con uno dei suoi romanzi storici. Non male I signori dei cavalli (The horse lords, 1977) di Lisa Tuttle che presenta più di un punto di contatto con il ben più famoso Pet sematary (comunque successivo) di King. Con Bianco inverno (Winter white, 1978) di Tanith Lee si torna alle contaminazioni storico/heroic fantasy e il mio interesse torna a calare, anche qui però il racconto non è affatto malvagio. Dal sapore antico, ottocentesco, Una ragnatela di vene pulsanti (A cobweb of pulsing veins, 1977) che vede per protagonista un profanatore di tombe su commissione che accidentalmente recupera una bara che avrebbe dovuto lasciare al suo posto, ottimo stile e ottime atmosfere a opera di William Scott Home. Di scarso interesse anche Un colpo di fortuna (Hollow face, merciless moon, best of luck, 1978) di David Drake ambientato in uno scenario di guerra; finalmente arriva I figli del grano (Children of the corn, 1977) di Stephen King. L'autore di Bangor (ma nato a Portland) dimostra qui in maniera indiretta come la sua fama sia del tutto meritata, il suo racconto ha un altro passo rispetto ai contenuti presenti nel resto del libro, la scrittura di King sembra arrivare da un secolo più moderno, più vivo e vivido, a distanza di quarant'anni il racconto non perde una stilla di freschezza. Torna il tema dell'adolescenza qui protagonista in una comunità ormai morta e composta di soli ragazzini, una comunità che si rivelerà parecchio pericolosa per i viaggiatori Burt e Vicky. Forse grazie all'impulso dello scrittore del Maine il resto del libro sembra avere un piglio più moderno, Se arriva Damon (If Damon comes, 1978) porta in scena uno di quei bambini inquietanti che tante volte abbiamo avuto modo di vedere al Cinema, racconto di Charles L. Grant; de L'adescamento (Drawing in, 1978) di Ramsey Campbell ho già smarrito il ricordo, cattivo segno; parecchio interessante invece il dittico finale. Ricordo di un amore (Within the fall of Tyre, 1978) di Michael Bishop non presenta grandi sfumature horror ma si rivela uno dei racconti più interessanti dell'intero lotto e gode di un finale inusuale, quasi grottesco, che lascia da pensare e allo stesso tempo strappa un sorriso; bella storia di fantasmi invece la finale La lunga, lunga strada (There's a long, long trail a winding, 1977) di Russell Kirk, ottima chiusura di un libro che finisce in crescendo.

Tutto sommato I mille volti del terrore offre un buon intrattenimento, poco uniforme (può essere un bene come un male, a seconda dei gusti) ma con alcuni picchi di sicuro interesse, non c'è forse tutto quell'orrore che si vorrebbe lasciar intendere ma la lettura risulta piacevole anche se a volte ristagna nell'aria un odore di cose antiche. Magari sono cose antiche che stanno per venire a prendervi, e allora tutto si spiegherebbe!

lunedì 23 settembre 2013

LA ZONA MORTA

(The dead zone di Stephen King, 1979)

Leggere (o rileggere come in questo caso) un libro di Stephen King è un po' come tornare al primo amore. Insieme ai racconti di Arthur Conan Doyle dedicati all'investigatore più celebre del mondo gli scritti del re del Maine sono tra le prime letture che mi fecero appassionare al fantastico mondo della letteratura. Quindi, prima di tutto, grazie Stephen, te ne devo una, o forse anche qualcuna di più.

Nei miei ricordi ormai sbiaditi questo La zona morta non si collocava tra i libri che mi avevano lasciato i ricordi migliori tra quelli scritti da King. Poi un po' il film, un po' il parere dello Zio (a.k.a. Il Merda che non linko tanto il suo blog è morto e sepolto) mi hanno spinto a mettere il libro nuovamente sul comodino virtuale.

Ne è valsa la pena. La zona morta arriva nel 1979, un'epoca in cui King non aveva ancora sbagliato un colpo. Quattro romanzi uno più bello dell'altro, un'ottima raccolta di racconti e un Richard Bachman in tono lievemente minore ma niente affatto da buttare (1). E' un libro ancora molto valido anche se non all'altezza dei quattro romanzi precedenti, che funge da spartiacque tra i capolavori della prima ora e le opere immediatamente successive partorite dell'autore e caratterizzate da un calo d'ispirazione.

John Smith è un giovane insegnante, innamorato della collega Sarah e con un futuro tutto da scrivere davanti a sè. Però... dopo una serata al Luna Park in compagnia della ragazza, Johnny subirà un grave incidente dal quale uscirà cambiato in maniera irreversibile. Squarci di futuro e inquietanti premonizioni sconvolgono la vita di Johnny che combatterà per arginare questi fenomeni e in alcuni casi per metterli a disposizione della comunità, pagandone le spiacevoli conseguenze.

Nel libro, del quale non voglio svelarvi troppi particolari della trama, ci sono alcune delle caratteristiche che hanno reso la prosa di King così efficace. In primis la descrizione così naturale della provincia americana, tanto accurata e scorrevole da riuscire a teleportare il lettore nei luoghi della vicenda; esemplare la descrizione della serata al Luna Park capace di trasformare la parola scritta in immagini cinematografiche vivide e fluide. E quella sensazione di inquietudine di fronte al paranormale che piomba come un fulmine a ciel sereno nel quotidiano dei protagonisti, quel brivido che si sente dietro il collo quando l'autore di Bangor si adopera per causartelo. Impagabile, così come l'empatia che si crea tra il lettore e i sentimenti provati dai protagonisti. Quale lettore non avrebbe voluto passare quella serata al Luna Park? Finale di serata escluso, s'intende.

Non tutto fila liscio, qualche spiegazione in più riguardo la difficile scelta operata dal protagonista nella parte finale del libro non avrebbe guastato, però il libro rimane comunque su un buon livello regalando anche un finale in fin dei conti riuscito, cosa che con King non bisogna dare sempre per scontata.

Mi chiedo ora come mai mi fosse rimasta in testa un'impressione così poco lusinghiera di questo romanzo.

(1) I quattro romanzi sono Carrie (1974), Le notti di Salem (1975), Shining (1977) e L'ombra dello scorpione (1978), la raccolta di racconti A volte ritornano (1978) e il libro scritto con lo pseudonimo di Richard Bachman è Ossessione (1977).

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