Visualizzazione post con etichetta Luca Guadagnino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luca Guadagnino. Mostra tutti i post

domenica 24 agosto 2025

QUEER

(di Luca Guadagnino, 2024)

Chi segue da qualche tempo questo spazio sa bene (e se no lo imparerà oggi) che parlare di cinema non è nemmeno lontanamente il mestiere di chi scrive; quello che si fa qui, solamente per passione e senza remunerazione, è cercare di far innamorare qualcuno, fosse anche una sola persona, di qualcosa che si ritiene meritevole o, al contrario, tenere lettori ai quali ormai ci si è molto affezionati lontani da indigeste porcherie capaci di rovinar loro (come a noi) l’intera giornata. Per far tutto ciò si è (quasi) sempre tentato, magari non sempre riuscendoci, di darsi un contegno e di cercar di fare le cose con una certa serietà e con un certo impegno, il tutto adoperando gli strumenti a nostra disposizione (passione, conoscenza, voglia, costanza) che per ovvi motivi non possono essere gli stessi che stanno nella faretra del critico professionista. Si cerca quindi, in poche parole, di far le cose per benino, nel rispetto della settima arte, dei lettori e anche del film di turno o dell’autore del giorno. Ogni tanto però pare necessario dare una bella sterzata, ma mica per sempre, solo per una volta, per un momento, quando arriva l’occasione giusta e quando le condizioni lo richiedono o sono propizie. Allora si prendono la passione, la conoscenza, la buona creanza, la moderazione e tutte quelle cosine che anche voi conoscete per benino e le si butta tutte quante nel cesso. Ci si svuota anche la pancia e si tira lo sciacquone. Tutto questo per dire che? Tutto questo per dire che il Queer di Luca Guadagnino è una grandissima rottura di palle. E dire che Guadagnino, almeno in riferimento ai film di cui abbiamo parlato (Chiamami col tuo nome, Challengers, Suspiria), ci è sempre piaciuto. E dire, ancora, che il film pare sia piaciuto quasi a tutti (ai critici almeno, perché al botteghino ha floppato alla grande).

Queer è l’adattamento del romanzo breve Checca scritto da William S. Burroughs. Siamo negli anni Cinquanta a Città del Messico; Lee (Daniel Craig) è un americano espatriato. L’uomo, dal chiaro orientamento omosessuale e con qualche dipendenza dalle droghe, trascorre le sue giornate tra un bar e l’altro in cerca di incontri occasionali; nel giro è parecchio conosciuto e nel tempo si è costruito una cerchia di contatti all’interno dell’ambiente omosessuale locale. Un giorno, in uno di questi locali, Lee mette gli occhi su un giovane americano di poche parole, l’ex militare Eugene Allerton (Drew Starkey). Poco a poco riesce a instaurare con quest’ultimo una sorta di relazione amorosa a due velocità. Mentre Lee sembra molto preso dal giovane, questi si comporta nei suoi confronti in maniera più scostante, dimostrandosi a volte distaccato e spesso nemmeno convinto che gli uomini siano realmente il suo desiderio primario. Ciò nonostante Allerton, ancora nella fase iniziale della relazione, decide di accompagnare Lee in un viaggio in Sud America, un viaggio durante il quale Lee andrà alla ricerca di una fantomatica droga, lo yagè, la quale pare possa aprire le porte della percezione fino a donare doti telepatiche. L’esperienza sarà segnante per entrambi gli uomini, soprattutto per Allerton che deciderà infine cosa fare della sua relazione con il suo connazionale.

Ora, sono abbastanza convinto che William Burroughs non sia autore facile da adattare, per nulla. Ammetto di non aver letto il romanzo Checca dal quale Queer muove i passi, però di Burroughs tempo addietro lessi altro, esperienza che ora mi induce alla convinzione che l’autore non sia appunto semplice da trattare. Quindi, almeno su questo punto, onore al coraggio di Guadagnino che non si è scelto un compito semplice, poi sembra che questo film fosse un suo chiodo fisso ormai da anni. Il film non è esente da altri meriti; come detto da più parti abbiamo un Craig convincente e forse impegnato con quella che si può considerare la sua interpretazione migliore di sempre: né forzatamente rigida come richiesto dai suoi ruoli da duro, né sopra le righe in maniera idiota come in alcune sue prove pseudo comiche. Qui l’attore britannico sembra realmente stazzonato, stropicciato e sofferente, ossessionato come il ruolo richiede. Non male nemmeno il più algido Starkey, un’ottima coppia di protagonisti. Inoltre ci sono i temi, le dilanianti prove dell’animo e del corpo (meriti questi più attribuibili a Burroughs che non a Guadagnino credo): l’ossessione, la dipendenza, il rifiuto di riconoscere la propria natura, lo scavo nell’inconoscibile, tutte tematiche profonde, anche sporche, trattate da Guadagnino con troppa pulita maestria, come se avessero sopra una patina lussuosa a coprirne la loro profonda natura viscerale. Dubito che la Città del Messico intesa da Burroughs potesse essere così artificiosa e vivibile come quella presentata in Queer (l’idea di girare tutto a Cinecittà… mah!). Altra cosa… poi non so se è un problema mio, ma in tutto l’arco del film a me di questi due non è mai fregato nulla, non “li senti” mai, i temi sono tutti in testa, mai nel cuore, mai nella pancia, non colpiscono mai, nemmeno per un minuto (e non credo di essere uno spettatore insensibile, anzi). Poi per carità, Guadagnino è un ottimo regista e continua a dimostrarlo, alcune soluzioni visive sono eleganti e azzeccate, più d’una in realtà, ok, ma dietro di esse che cosa rimane? Va bene il discorso sull'ossessione, sulla difficoltà di riconoscere la propria omosessualità, sul desiderio non corrisposto, tutte cose che dovrebbero far male e anche parecchio. E allora tutto questo dolore dov'è? Non vorrei si fosse perso tra una scelta della cromia da usare e una ricostruzione dei luoghi, tra un effetto ben riuscito e un movimento di macchina, tra un virtuosismo e un'inquadratura indovinata. Magari Queer non è neanche un brutto film ed è solo un film che ha dimenticato di sporcarsi le mani. C'è da dire che per lo meno fa venir voglia di tornare a Burroughs...

martedì 4 marzo 2025

CHALLENGERS

(di Luca Guadagnino, 2024)

Periodo prolifico questo per il nostro Luca Guadagnino; non è passato molto tempo dall'uscita del suo Bones and all (2022), ancora una volta con Timothée Chalamet dopo il successo di Chiamami col tuo nome, che il regista siciliano esce con ben due film nel corso del 2024, questo Challengers e il Queer con Daniel Craig e sembra che già nei prossimi mesi del 2025 Guadagnino possa portare nelle sale la sua nuova opera: After the hunt. Con Challengers Guadagnino si addentra nel mondo del tennis nonostante il suo film non giri tanto intorno a questo sport quanto invece su una ronde di sentimenti, desiderio, passione, ambizioni, potere, manipolazione e amicizia che indubbiamente surclassa l'aspetto "sportivo" di un film che di "sportivo" in fondo propone davvero poco, nonostante questo sia in larga parte girato sui campi da tennis. Il termine "challengers" in inglese non è soltanto la traduzione dell'italiano "sfidanti", significato che nella fattispecie sarebbe pertinente per più di un aspetto, indica anche un circuito di tornei di secondo piano utili per i giocatori con pochi punti nella classifica ATP per incrementare il loro ranking in modo da poter ambire alla partecipazione a tornei più prestigiosi. È proprio in occasione di una sfida in uno di questi tornei del circuito Challengers che si dipana la storia propostaci da Guadagnino (su sceneggiatura di Justin Kuritzkes).

Patrick Zweig (Josh O'Connor) e Art Donaldson (Mike Faist) sono due giovani tennisti che vincono il torneo juniores di doppio agli U.S. Open, titolo prestigioso per due dilettanti molto promettenti intenzionati a passare nel circuito professionistico. I due ragazzi, amici fraterni, assistono incantati all'ascesa nel torneo femminile della bellissima e determinata Tashi Duncan (Zendaya), tennista talentuosa e decisamente ambiziosa. Con un buon grado di faccia tosta Patrick (più spigliato) e Art (più dimesso) riescono a entrare nelle grazie della maliziosa Tashi che diventa in breve una sorta di pensiero fisso per entrambi i ragazzi. Su un altro piano temporale Art è diventato non solo professionista ma anche un gran bel campione, vincitore di diversi titoli del Grande Slam trai quali al campione manca solo quello degli U.S. Open per completare un palmares di tutto rispetto. Ad allenarlo e a sostenerlo c'è sua moglie Tashi, sempre ambiziosa ma ormai ritiratasi dalle scene e completamente assorbita dalla carriera del marito. Patrick invece è sempre rimasto ai margini, il suo carattere gli ha forse impedito un'ascesa più significativa all'interno del mondo del tennis, ora si arrangia come può tra tornei di seconda fascia, relazioni improvvisate e miseria economica. In un momento di forte crisi motivazionale e di risultati per Art, sua moglie Tashi deciderà di iscriverlo a un torneo minore in modo da procurare al marito vittorie facili con conseguente iniezione di fiducia e autostima; al torneo Art ritroverà Patrick in qualità di avversario, i due non sono più gli amici di una volta, in mezzo tra quel tempo e l'oggi ci sono state Tashi e una serie di situazioni capaci di incrinare ogni rapporto.

Dell'ottima riuscita di Challengers credo si possa dividere il merito in cabina di regia (guardando alla concezione ampia della definizione) tra il regista vero e proprio, Luca Guadagnino, e la coppia di sodali Trent Reznor e Atticus Ross, musicisti spaziali che, come direbbe Panatta tanto per restare in tema, ci prendono a pallate dall'inizio alla fine del film donando un ritmo calibratissimo e piacevolissimo a tutte le scelte, convenzionali o meno, prese da un Guadagnino qui all'ennesima prova indovinata. Come abbiamo detto (e come hanno già detto in molti), Challengers non è propriamente un film sul tennis, uno sport che qui può essere visto come viatico e metafora per confronti, passioni, relazioni (a tre) dentro e fuori dal campo, quasi mai nell'ottica di oggetto protagonista di un film a tema sportivo. Fin dall'uscita dei primi trailer è stato possibile circoscrivere il nucleo del film al dispiegarsi di un rapporto a tre che ci è stato presentato con aspettative fin troppo "torride", temperature poi mai raggiunte in maniera esplicita in un film che comunque trasuda passione, desiderio ma soprattutto manipolazione e voglia di successo, almeno da parte di uno dei tre vertici di questo triangolo composto da caratteri diversi e ben caratterizzato dalle prove dei tre ottimi protagonisti con una Zendaya calcolatrice e ammaliante, un O'Connor più guascone e mutevole e un Faist dimesso e sottomesso, un'alchimia che permette al regista di poter operare con in mano una squadra vincente. Oltre alla colonna sonora perfetta l'elemento che contribuisce più di tutti alla riuscita di Challengers è la scansione dei tempi e degli eventi dettata da Guadagnino che con soluzioni di regia per lo più indovinate e accattivanti dona un ritmo impeccabile all'alternarsi di piani temporali e ai tagli tra evento sportivo (la finale del challenger) e vita privata, quasi come se fossero un metaforico campo/controcampo di una narrazione bipartita lungo la quale si giocano un'amicizia decennale, un matrimonio, una, due, tre carriere, desideri incistati nel tempo, ambizioni smisurate e frustrate, prevaricazioni mascherate e altro ancora. Guadagnino guarda al tennis in maniera originale nella costruzione delle inquadrature, poco interessato a una veridicità sportiva che lascia il passo a una lettura parallela campo/vita nella quale le passioni dei protagonisti arrivano a detonare nel match, ben esplicitate dal sudore crescente di corpi via via più provati e stanchi fino a un finale in qualche modo liberatorio (orgasmico?). Prova di ottimo cinema da parte di Guadagnino; gioco, set partita!

giovedì 28 ottobre 2021

SUSPIRIA

(di Luca Guadagnino, 2018)

Non è passato molto tempo dall'ultima visione del Suspiria di Dario Argento, ne avevamo parlato anche su questi lidi qualche mese fa, ora, a costo di attirare sulla mia persona gli strali dei fan per il peccato di lesa maestà, posso affermare di essermi goduto in misura maggiore questo recente remake (se così possiamo chiamarlo) di Luca Guadagnino. Sebbene il film originale rimanga un pezzo di storia del cinema di genere italiano (e non solo) per l'impatto visivo che ebbe all'epoca della sua uscita grazie al lavoro superbo e innovativo sui colori del direttore della fotografia Luciano Tovoli, alla scelta delle architetture sia per gli interni che per gli esterni, alle soluzioni di regia nella gestione degli spazi, al film di Argento vennero mosse diverse critiche per l'inconsistenza della sceneggiatura, critiche in larga parte condivisibili che toccano un aspetto fondamentale che inficia in parte la buona riuscita del film. Alla più recente opera di Guadagnino invece si rimprovera il fatto di voler essere un horror ma di non fare paura; si potrebbe obiettare che in realtà non faceva paura nemmeno il Suspiria del '77, non la fa almeno rivisto oggi, mentre il suo epigono moderno in più occasioni riesce per lo meno a inquietare nonostante la vicenda di fondo, con le dovute differenze del caso, non sia nuova. Poi diciamocela tutta, anche dal punto di vista formale, pur non arrivando alla rottura che provocò Argento con i suoi rossi onnipresenti, non è che Luca Guadagnino sia proprio l'ultimo arrivato, con buona pace delle rimostranze di Argento (anche comprensibili se vogliamo) e quelle di parte della critica.

Berlino 1977. In una Germania afflitta dagli scontri provocati dalle azioni della banda Baader Meinhof (consigliata la visione dell'omonimo film di Uli Edel), arriva all'accademia di ballo Markos Tanz la giovane ballerina Susie Bannion (Dakota Johnson), un'americana originaria di una comunità mennonita dell'Ohio. La nuova arrivata supera brillantemente il provino d'ammissione alla scuola e riesce a fare da subito colpo sulla coreografa Madam Blanc (Tilda Swinton) riuscendo così ad ottenere anche ospitalità all'interno del convitto della scuola grazie anche al posto libero lasciato dalla danzatrice Patricia Hingle (Chloë Grace Moretz) della quale si sospettano contatti con le fazioni terroriste. In realtà quest'ultima è in fuga dalla scuola, recatasi dal dottor Kemplerer (Tilda Swinton), un noto psichiatra, Patricia racconta all'uomo le sue convinzioni riguardanti il personale della scuola a suo dire composto da una congrega di streghe alla ricerca di un corpo ospite per la Madre dei Sospiri, una strega potentissima, la Markos stessa. Nel frattempo all'interno della scuola si svolge una vera e propria sfida politica tra le sostenitrici della vecchia Markos e quelle della Blanc, strega che dovrebbe essere a servizio della più illustre "collega". Nel frattempo il dottore si convince che davvero ci sia qualcosa di strano nella scuola, coinvolge così nelle sue indagini anche Sara Simms (Mia Goth), altra studentessa della scuola, proprio mentre Susie guadagna il posto da prima ballerina e la compagnia si appresta a inscenare davanti al pubblico il Volk, un balletto in stile contemporaneo molto sanguigno.

Guadagnino sposta l'azione da Friburgo a Berlino donando un contesto storico di violenza anche allo sfondo della vicenda, non solo gli anni di piombo tedeschi dominati dalle azioni della RAF (la Rote Armee Fraktion) ma anche il dramma dell'Olocausto e dei campi che arriva dal passato del Dottor Kemplerer, un contraltare di vero orrore da opporre a contrasto di quello del sabba finale delle nostre streghe. Formalmente impeccabile ma senza troppi eccessi, e quindi senza troppo colpire come l'originale, Guadagnino punta su un'atmosfera dai toni più plumbei, adatta anche al contesto storico raccontato, anche le architetture di contorno sono quelle vicine alla concezione di regime e non le splendide scelte argentiane che guardavano all'art déco e al liberty. Sulla sceneggiatura si è fatto un bel lavoro, anche la figura delle Tre Madri è più chiara e la vicenda ha una coerenza di cui si sentiva il bisogno, anche la questione delle fazioni tra le stesse streghe porta a un finale agghiacciante che perde un po' d'intensità proprio a causa di una scelta in chiusura finanche troppo spinta mentre i momenti più inquieti si hanno grazie al rapporto tra la danza di Susie e le conseguenze patite dalle altre ballerine. Grande attenzione proprio alla danza, cosa assente nel Suspiria originale, si lavora molto sui corpi e sulle coreografie, molto riuscito il momento dell'esibizione del Volk così come tutti i movimenti del sabba, bene anche le interpreti, non ci sono ruoli maschili se non quello del dottore comunque interpretato dalla Swinton, perfetta e che si esibisce irriconoscibile in ben tre ruoli distinti. Come dicevo in apertura, ho preferito questo film a quello di Argento, peccato solo che il riversamento di Prime Video non sembri all'altezza dal punto di vista qualitativo, questo film avrebbe meritato una resa migliore.

sabato 16 ottobre 2021

CHIAMAMI COL TUO NOME

(Call me by your name di Luca Guadagnino, 2017)

Per creare la giusta atmosfera per questo Chiamami col tuo nome il regista Luca Guadagnino parte dai (o arriva ai) luoghi, scenari che non agiscono da mera cornice ai personaggi ma si fanno contesto indispensabile alla narrazione, corpo quasi insostituibile; in questo Guadagnino si dimostra un mostro di bravura e acume, considerando inoltre che nella narrazione d'origine, quella del libro di André Aciman da cui il film è tratto, i fatti non si svolgono in Lombardia, nei dintorni di Crema, bensì al mare, sulla Riviera Ligure. Proprio come consulente per le location inizia l'avventura di Guadagnino con la produzione del film, giungendo solo dopo vari passaggi alla regia del progetto che prima doveva essere a quattro mani con il celebre James Ivory poi solo sceneggiatore (vince il premio Oscar alla miglior sceneggiatura non originale). Dal punto di vista formale Guadagnino indovina tutto, la regia sensuale ma allo stesso tempo pudìca innalza il valore di un racconto che avrebbe potuto facilmente scadere nella facile volontà di colpire e scandalizzare, la scelta consapevole del regista di limitare le nudità e non spingersi troppo oltre con le scene di sesso sposta il focus su ciò che è realmente importante nella storia di questi due giovani che si trovano e che vivono il classico amore estivo, breve ma intenso, formativo e che rimarrà in un modo o nell'altro a futura memoria in un'alternanza di gioia e dolore che è ricchezza e vita per i due protagonisti, in particolar modo per il più giovane Elio.

La famiglia di Elio (Timothée Chalamet) è in vacanza in Lombardia nelle campagne vicino Crema, di origini ebraiche e provenienza francostatunitense il padre del ragazzo, il professor Perlman (Michael Stuhlbarg), docente di archeologia, ogni anno ospita un laureando in fase di stesura tesi; è la volta dell'americano Oliver (Armie Hammer) di sfruttare l'occasione e godersi il viaggio in Italia, il giovane è un tipo estroverso, piacente, per alcuni versi originale e che non riesce da subito simpatico al diciassettenne Elio, più giovane e meno espansivo seppur baciato dalla fortuna di avere genitori molto aperti con i quali ha uno splendido rapporto. Mentre Oliver conquista da subito il favore dei genitori di Elio, questi si avvicina poco a poco all'americano più grande di lui iniziando a provare sentimenti contrastanti nei suoi confronti fino a sentirsi sempre più attratto da lui, è un periodo di confusione per il giovane che capirà solo in un secondo momento l'attrazione fisica e sentimentale per il nuovo amico che prenderà il posto di Marzia (Esther Garrell) nei desideri dello stesso Elio. Oliver, da principio più razionale, ricambia, per i due si prospettano alcuni giorni di passione destinati inevitabilmente a finire nel momento in cui Oliver dovrà far ritorno in America.

Non solo luoghi ma anche tempi. La scansione della storia tra Elio e Oliver è fatta di sospensioni, attese, rimandi, tempo sprecato, studi, incontri, avvicinamenti; la non linearità dell'approccio, i tempi del fuoco, dell'abbandono, contribuiscono a rendere viva una storia che, dato il pregiudizio della società (ma non della famiglia), siamo nei primi anni 80, fosse stata tra un uomo e una donna sarebbe stata più semplice e forse meno interessante, con il giusto contorno Guadagnino riesce a imprimere il carico emotivo necessario ai passaggi più intimi della relazione tra i due ragazzi, senza mai eccedere, misurando prima e dando sfogo poi a una passione che scatena anche il meraviglioso confronto tra padre e figlio sul finale che per chi è cresciuto in famiglie molto rigide e tradizionali può sembrare simile a una conversazione tra alieni (purtroppo). Ben definiti i coprotagonisti che possono apparire agli occhi di molti quasi irreali, non secondario nell'economia della storia proprio il rapporto tra Elio e questi genitori illuminati, ottima la prova di Chalamet, uno dei giovani attori più interessanti degli ultimi anni, splendida la fotografia che illumina le location e contributo prezioso al film del musicista Sufjan Stevens che regala alcune canzoni alla colonna sonora.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...