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domenica 14 febbraio 2021

TWO LOVERS

(di James Gray, 2008)

Per il suo quarto film James Gray torna ancora una volta nella sua Little Odessa, il quartiere a maggioranza russo-ebraica di Brooklyn che affaccia sulla spiaggia di Brighton Beach, abbandona invece le trame criminose concentrandosi sui legami familiari e affettivi, come già accadeva nei film precedenti, costruendo quello che a tutti gli effetti è un melò dai risvolti problematici e amari, nel farlo si affida per la terza volta a Joaquin Phoenix per il ruolo principale affiancato da una Gwyneth Paltrow inedita alle prese con una prova più interessante rispetto alla media dei ruoli interpretati in passato dall'attrice.

Leonard Kraditor (Joaquin Phoenix), uscito da una relazione finita male e per la quale ha molto sofferto, tenta il suicidio per la seconda volta buttandosi nelle acque dell'Hudson; salvatosi dalla tragica fine omette di raccontare l'episodio in famiglia, alla madre Ruth (Isabella Rossellini) e al padre Reuben (Moni Moshonov). I Kraditor gestiscono una lavanderia nel quartiere di Brighton Beach nella quale anche Leonard lavora, hanno in ballo una fusione con l'attività di Michael Coen (Bob Ari) la cui figlia Sandra (Vinessa Shaw) sembra provare una forte simpatia per Leonard, il legame tra i due ragazzi è ben visto dalla famiglia Kraditor, i due genitori sono sinceramente affezionati a questo figlio sofferente, sperano che la compagnia di Sandra possa portare un po' di serenità nella vita del loro unico figlio. Leonard però, proprio nello stesso periodo, fa la conoscenza di Michelle (Gwineth Paltrow), una vicina di casa attraente ma anch'essa invischiata in una relazione molto problematica con un ricco uomo sposato (Elias Koteas), Michelle sarà per Leonard una folgorazione che andrà a creare un triangolo (quadrangolo?) di relazioni che non potrà che complicare l'esistenza già di per sé poco serena di Leonard.

Lo sguardo di Gray è ancora una volta un saggio sul cinema classico proveniente dai 70, il cammino del regista evidenzia, almeno fino a questo momento, una coerenza programmatica da encomio, il legame con i luoghi e con le sue origini ci porta film dopo film in un territorio ormai noto, il passaggio a una narrazione estranea al mondo criminale non snatura per niente lo stile di Gray, anzi, lo riconsegna a un ambito prezioso, capace di unire storie universali e adulte a un modo di fare cinema che rischia di scomparire. I luoghi sono fondamentali, alla spiaggia di Brighton Beach, alla sopraelevata di Brighton Beach Avenue, al cortile del caseggiato popolare dalle cui finestre Leonard e Michelle alimentano la loro peculiare relazione, si alternano panoramiche del centro di New York, dei suoi ristoranti, ancora una volta dei suoi locali (come già in I padroni della notte), un contorno che serve a rendere più viva e credibile una storia di relazioni molto lontana da quelle proposte nelle rom-com di tanto cinema statunitense: protagonisti problematici, delineati, prigionieri di relazioni dolorose, insoddisfacenti per molti versi che non potranno che portare a epiloghi amari dei quali poco è dato sapere allo spettatore che, pur pago di un ottimo film, rimane con il tarlo del dubbio sul più classico degli "e poi?", cosa sarà di quei personaggi, di quegli amori tra cinque anni? Joaquin Phoenix ancora una volta superbo alle prese con un carattere del tutto particolare, a tratti infantile, ferito, ancora relazioni familiari che in qualche modo legano (non solo quelle di Leonard), probabilmente salvifiche per altri versi, certamente complesse. Passaggio non banale per Gray che qui si conferma come uno dei registi da seguire con attenzione e forse, perché no, anche con un pizzico di devozione.

venerdì 25 gennaio 2019

LITTLE ODESSA

(di James Gray, 1994)

Little Odessa è il film di un regista all'esordio che contiene in nuce gli elementi, gli stilemi e un tipo di narrazione che con maggiore maturità si concretizzeranno nelle opere successive di James Gray, autore a inizio carriera sicuramente non troppo prolifico, da questo film alla realizzazione de I padroni della notte di cui abbiamo parlato qualche giorno fa trascorrono infatti ben tredici anni, riempiti solo dall'opera seconda The Yards: tre film in quasi tre lustri, sicuramente una maturazione artistica ben ponderata. È un esordio questo molto compatto, essenziale, poco spettacolare, all'apparenza povero e stilisticamente retrodatato, un film scandito da un incedere coerente e privo di scene madri, costante nei toni, privo di esplosioni (non solo materiali) di qualsiasi tipo se non quella emozionale scatenata dalle sequenze finali. Little Odessa racconta una storia che si costruisce scena dopo scena, minuto dopo minuto, senza concedere né divagazioni né soprassalti allo spettatore, corre dritta per il suo sentiero, magari brullo e scosceso, per alcuni versi anche deprimente, racconta un mondo, un ambiente ripreso anche nei film successivi di Gray con esiti sicuramente più accattivanti.


Little Odessa è un quartiere del distretto di Brooklyn, città di New York, storicamente associato all'immigrazione di matrice russa. La famiglia Shapira, russi di religione israelita, vive nel quartiere in qualche modo governato dal boss Boris Volkov (Paul Guilfoyle) che con il primogenito di Arkady Shapira (Maximilian Schell) ha più d'un conto in sospeso. Questo figlio degenere, Joshua (Tim Roth), è un sicario a pagamento che proprio a causa dei contrasti con il boss di Little Odessa è in esilio forzato lontano da Brooklyn ormai da diverso tempo. Con l'occasione di un lavoretto da portare a termine proprio nel vecchio quartiere, Joshua torna ai suoi luoghi, non passerà molto tempo prima che qualcuno noti il ritorno del "figliol prodigo" che non ha mai perso un posto di rilievo nel cuore del fratello più giovane, l'ormai adolescente Reuben (Edward Furlong). Tra le strade di Brighton Beach Joshua troverà i suoi vecchi amici, la sua ex fiamma Alla (Moira Kelly), i contrasti con suo padre che per questo figlio prova vergogna e sconforto, l'amore del fratello e una madre malata in fin di vita (Vanessa Redgrave). Troverà anche la vendetta del boss?

Come accadrà anche per I padroni della notte, seppur con dinamiche differenti, sotto i riflettori ci sono i legami familiari, inscindibili ma portatori sempre di dolore e sofferenza. Per Joshua c'è il ricordo di un padre onesto ma violento, che disprezza il figlio e ripone le speranze nel secondogenito, un uomo stanco che accudisce una moglie morente e allo stesso tempo la tradisce con la più bella e giovane amante. Reuben è perso tra la malattia della madre, l'assenza del fratello e il dover nascondere al padre di aver ormai abbandonato la scuola. La madre, come solo le donne sanno fare, è pietosa verso tutti, compreso quel figlio assassino, nonostante il dolore del cancro. L'esistenza degli Shapira a Little Odessa ha il sapore della condanna, in una tragedia dai toni shakespeariani anche l'unica speranza per il futuro rischia di essere stroncata prima ancora di nascere.


Tutto, dalla fotografia alla regia, finanche la recitazione di attori sicuramente di razza come Tim Roth, risulta dimesso, volutamente sottotono, quasi abbruttito, opaco, privo di speranze come lo sono le vite dei protagonisti, avviate su un percorso di disillusione e dolore. Mettendo il film in prospettiva, come inizio di carriera di un regista che guarda molto al Cinema classico americano di un certo tipo, Little Odessa è da considerarsi un buon esordio, film di sicuro valore, ancora grezzo e certamente migliorabile, che però è stato utile per James Gray come affermazione di una strada artistica perseguibile, affermazione confermata dai numerosi premi ricevuti dall'opera prima, su tutti il Leone d'Argento e la Coppa Volpi per la Redgrave al Festival di Venezia. James Gray incarna la speranza di un ricambio generazionale, necessario e prezioso in vista della futura (ahimè inevitabile) dipartita di alcuni vecchi leoni ai quali noi tutti siamo sinceramente legati e che si avviano purtroppo verso un'età quanto meno veneranda. Gente insostituibile alla quale comunque probabilmente farà piacere sapere di avere qualche discepolo degno del loro nome.

martedì 15 gennaio 2019

I PADRONI DELLA NOTTE

(We own the night di James Gray, 2007)

I padroni della notte ha tutte le caratteristiche del poliziesco, è un film moderno, dei giorni nostri, con protagonisti volti noti del Cinema attuale, ma è anche un film che ha nell'animo un sentore di anni 70 (pur essendo ambientato nel 1988) e che guarda a modelli grandi, sicuramente più grandi di lui, tra i quali non può non venire in mente il gusto per il crime di Martin Scorsese, ma non mancano ispirazioni provenienti dal Cinema settantiano realizzato da altri maestri del periodo. James Gray raccoglie l'eredità di questi maestri mettendo in scena una narrazione solida, lineare, con qualche perdita di fuoco nella fase finale del film ma con la capacità di portarsi a casa un ottimo risultato. Da apprezzare, almeno per chi scrive, la scelta di non cedere alla faciloneria visiva: una delle sequenze più drammatiche del film nella quale è presente un'inseguimento in auto, un punto cruciale della narrazione, è quanto di meno spettacolare si possa vedere in video nel Cinema moderno, scene cariche di tensione immerse in una pioggia battente in mezzo alla quale è persino difficile seguire gli accadimenti, ciò nonostante Gray costruisce la scena con un crescendo emotivo di gran caratura evitando le solite esplosioni alle quali ci siamo ormai assuefatti. Un film di uomini, di valori (anche traditi), di attori, un film che per qualcuno potrebbe puzzare di vecchio ma che oggi forse è ancor più necessario di quanto potesse esserlo decenni addietro. Il legame con il passato è evidente fin dall'apertura del film che ci presenta una serie di foto in bianco e nero del lavoro svolto dalla polizia a New York negli anni d'oro delle droghe pesanti, una sequenza d'immagini che sfuma sul reale inizio della vicenda: musica disco, una sensualissima Eva Mendes si concede al suo Joaquin Phoenix, meravigliosa coppia protagonista del film.


Brooklyn, New York, 1988. Sono gli anni delle grandi discoteche, locali lussuosi dove circolano fiumi di denaro, sesso e soprattutto droghe, in un periodo in cui queste ultime stanno diventando una vera piaga per la città. Bobby Green (Joaquin Phoenix) gestisce uno dei locali più in voga di Brooklyn, El Caribe, per conto del proprietario Buzhayev (Moni Moshonov), un vecchio russo con un nipote che sembra essere uno dei pezzi grossi della criminalità per ciò che concerne lo spaccio di droga. Purtroppo Vadim (Alex Veadov) ha scelto proprio il locale dello zio per portare avanti i suoi affari. Su questo Bobby chiude un occhio, il ragazzo è una testa calda, un ribelle in contrasto aperto con la famiglia, soprattutto con il padre Albert (Robert Duvall) e il fratello Joe (Mark Whalberg), entrambi pezzi grossi della polizia di New York. L'unica persona al quale Bobby sembra sinceramente legato è la fidanzata Amanda (Eva Mendes). Quando il padre e il fratello scoprono che Vadim è a capo di una grossa organizzazione criminale chiedono l'aiuto di Bobby per cercare elementi utili al fine di incastrare e togliere di mezzo il criminale russo. Bobby si troverà in una situazione spinosa e a dover prendere decisioni tutt'altro che facili, perché alla fine i legami inscindibili sono sempre quelli dettati dal sangue.


Fondamentali sono proprio i legami ne I padroni della notte, quelli familiari, quelli di corpo (la polizia), quelli di riconoscenza; se nella costruzione della vicenda siamo dalle parti di The departed, la fotografia e l'ambientazione guardano invece al passato, ottime le scelte cromatiche vintage, bellissimo lavoro sui costumi, sotto i riflettori lo scontro tra due generazioni d'attori vinto ancora una volta dal leone Robert Duvall, un uomo senza fine, sostenuto splendidamente da un Phoenix impeccabile nell'interpretazione, forse un po' troppo ondivago il suo personaggio, ma si sa, eventi fuori dal comune producono esiti imprevedibili. Un poco defilato l'impettito Mark Whalberg ma, diciamocela tutta, non è attore dello stesso calibro degli altri due. È un ottimo film questo di James Gray che è capace di suscitarci un po' di nostalgia per ciò che non è più, donandoci però la speranza che nelle mani giuste quel mood così particolare è sempre pronto a tornare in vita. E noi siamo qui ad accoglierlo a braccia aperte.

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