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sabato 21 agosto 2021

THE FOUNDER

(di John Lee Hancock, 2016)

Dopo il bel biopic Saving Mr. Banks dedicato alla figura della scrittrice Pamela Lyndon Travers, l'ideatrice di Mary Poppins, e al tira e molla della stessa con Walt Disney per la cessione dei diritti cinematografici del personaggio, il regista John Lee Hancock si dedica a un'altra biografia, quella di Ray Kroc, nome che a molti potrà non dire molto ma uomo al quale si deve (che poi sia un bene o un male decidetelo voi) l'ascesa inarrestabile della catena di fast food McDonald. Oltre alla storia di Kroc e a quella dei fratelli McDonald, indubbiamente interessante e presentata da Hancock in maniera coinvolgente, The founder è anche un piccolo trattato sul capitalismo e sui comportamenti che questo sistema avalla e premia, con buona pace di chiunque sostenga che questo sia il sistema economico più giusto possibile. In questo senso il film non offre giudizi bensì illustra, allo spettatore resta da decidere se il signor Kroc sia stato un grande imprenditore o un abile ladro privo di scrupoli. Magari la risposta comprende entrambe le declinazioni, il grosso del problema sta nel fatto che in una società civile il ladro andrebbe punito e non aiutato nel fare fortuna.

Ray Kroc (Michael Keaton) è un commerciale itinerante per la ditta di frullatori Multimixer, attività che in realtà non gli rende molto bene, sempre in giro per gli States e con una moglie devota a casa (Laura Dern) che lo sostiene anche se talvolta a denti stretti. Lungo il suo peregrinare Kroc si ferma a mangiare qua e là, interminabili code al drive-in di turno. Appreso di un ordine insolito di ben sei frullatori da parte di uno di questi fast food, Ray si reca in loco a San Bernardino per capirne le motivazioni, si troverà di fronte al locale dei fratelli Mac (John Carroll Lynch) e Dick McDonald (Nick Offerman), inventori di un metodo di lavoro innovativo e studiato fin nel minimo dettaglio per azzerare i tempi di attesa della loro clientela. Il sistema funziona, Kroc si innamora sinceramente di quell'idea, di quel nome - McDonald - inizia così a fare pressione sui due uomini per espandere il marchio in tutto il Paese ed entrare in società con loro. L'espansione è sempre stata il sogno di Dick, i due fratelli McDonald sono gente onesta che vuole mantenere il controllo sulle decisioni prese in loro nome al fine di garantire la qualità del prodotto e del servizio, con molta riluttanza affidano a Kroc la gestione di nuove sedi e nuovi affiliati, il piazzista si rivelerà un abile imprenditore e aiutato dal consulente finanziario Harry Sonneborn (B. J. Novak) troverà il modo di fondare l'impero economico che ancora oggi conosciamo, per farlo dovrà però calpestare desideri e nome dei veri proprietari del marchio.

Un ottimo (ancora una volta) Michael Keaton ci accompagna nella costruzione e nell'affermazione del terzo simbolo immancabile in ogni rispettabile cittadina degli Stati Uniti, gli archi dorati del Mac (gli altri due sono la bandiera americana e la croce), interpretando un personaggio in bilico tra il genio imprenditoriale e il farabutto (per me più il secondo). John Lee Hancock con un'accurata messa in scena degli anni 50 americani ci racconta una grande storia sul capitale, sulla perseveranza, sulla fame di successo e in maniera inevitabile sull'ingiustizia e sulla disonestà, lo fa ancora una volta in maniera intelligente con un biopic che suscita interesse e schifo o ammirazione in base all'orientamento di ogni singolo spettatore. Immerso in scenari pulitissimi e ordinati un cast di supporto esemplare impreziosisce la narrazione, non solo la coppia di fratelli formata da Carroll Lynch e Offerman ma anche la componente femminile rappresentata da Laura Dern e da Linda Cardellini, il cui personaggio è ulteriore prova di valore per Kroc, offre un contributo esemplare. The founder è un film con un finale amarissimo per chi ancora crede che giustizia e onestà debbano essere i fondamenti su cui costruire le società, non solo quelle per azioni ma soprattutto quelle formate da uomini, un finale duro da digerire per idealisti ormai fuori tempo massimo in una società come quella odierna che predilige al vero latte di mucca composti in polvere in nome del progresso che avanza (vedi alla voce ricavi). 

martedì 25 ottobre 2016

SAVING MR. BANKS

(di John Lee Hancock, 2013)

Si è detto in più sedi, soprattutto in occasione dei lanci pubblicitari legati al film, di come Saving Mr. Banks narrasse la storia dell'acquisizione dei diritti cinematografici da parte di Walt Disney dei libri di Pamela L. Travers con protagonista la celebre Mary Poppins. Vero, per carità, ma in Saving Mr. Banks c'è molto di più, ci sono retroscena realmente commoventi, a tratti strazianti, che donano nuova luce a Mary Poppins, film che Walt Disney (Tom Hanks) riuscì a portare nelle sale nell'ormai lontano 1964 in seguito all'approvazione della sceneggiatura da parte della stessa autrice (Emma Thompson).

Più che la vicenda dell'acquisizione dei diritti, tra l'altro romanzata e non perfettamente adesa alla realtà dei fatti, quello che emoziona lo spettatore è il rapporto della scrittrice con la sua creatura, i motivi che hanno portato alla creazione di quest'ultima, vicende che affondano dolorosamente le radici nell'infanzia che la Travers trascorse nella natia Australia. Non è dato sapere quanta mistificazione abbia inscenato la macchina hollywoodyana, non tanto nel raccontare il rapporto della Travers con la trasposizione cinematografica di Mary Poppins (il libro è del 1934), quanto nel sottolineare quello della stessa con il padre (Colin Farrell), uomo tanto amorevole nel ruolo di genitore quanto inadatto in quello di membro della società e di marito, afflitto dal vizio dell'alcol e immerso in un mondo fantastico tutto suo, amabile sognatore, uomo poco concreto.

Spesso si accusa il cinema americano rivolto al grande pubblico di giocare troppo sui sentimenti, di essere ricattatorio, patinato e troppo orientato al lieto fine. Saving Mr. Banks gioca indubbiamente sui sentimenti, non lo si può negare, basti guardare la figura inventata dell'autista Ralph (un sempre grande Paul Giamatti) incaricato di scarrozzare la Travers su e giù per Los Angeles. In qualche modo tende anche al lieto fine ed è inserito in una confezione ultrapatinata e perfetta, tanto da sembrare finta o volutamente finzionale, proprio come l'idea di città ideale che ossessionò la mente di Walt Disney nei decenni precedenti e che, inseguendo una visione utopica di felicità e perfezione, si sarebbe concretamente tradotta in Disneyland.


A volte però anche un progetto con tali caratteristiche, forse anche incline a cercare la lacrima facile, non può che essere apprezzato quando tutti gli elementi si incastrano tra loro creando il giusto equilibrio, tenendosi lontani dall'eccesso e andando a toccare le corde giuste, che poi anche una lacrima ogni tanto non ha mai fatto male a nessuno. Il regista John Lee Hancock dirige almeno un poker d'assi: un Tom Hanks mimetico nei panni di un (in)credibile Walt Disney, l'interpretazione volutamente rigida e aspra di un'inarrivabile Emma Thompson, attrice dalla classe innegabile; Paul Giamatti sul quale non mi dilungo in inutili complimenti e infine un sempre in parte Jason Schwartzman (il compositore Richard M. Sherman). Poi c'è anche Colin Farrell che non è mai rientrato nel novero degli attori a me particolarmente cari, c'è da dire che qui fa il suo senza arrecar danno.

Il film funziona, si delinea con i tempi giusti il personaggio della Travers, si scava nel suo passato di bambina, si vanno a sviscerare le idiosincrasie della scrittrice nei confronti della futura trasposizione cinematografica della creatura a lei così tanto cara (e ci sono validissime ragioni sul perché lo sia così tanto), si segue il difficile rapporto della stessa con Disney. Finalmente capiamo il reale motivo per cui in quella lontana giornata del 1906 sferzata dal vento dell'est, la magica Mary Poppins si fermò proprio al numero 17 di viale dei ciliegi a Londra.


Titoli di coda, le luci si spengono (metaforicamente). A questo punto il consiglio è quello di non andare a documentarsi sui veri accadimenti narrati da Saving Mr. Banks, in caso contrario il castello di carte messo in piedi così bene dalla macchina hollywoodyana rischia di cadere. Perché nella realtà non c'è un vero lieto fine, i cuori non si allargano e le menti non si incontrano. Una cosa è la fantasia, un'altra la storia nuda e cruda.

Però. Perché potrebbe esserci un ulteriore però. Lo spettatore incuriosito va ad approfondire il tema, la vicenda, scoprendo magari le varie mistificazioni messe in piedi dallo show business e imparando comunque qualcosa. Beh, anche questa può considerarsi una funzione che film come Saving Mr. Banks assolvono, magari anche involontariamente. Film di cassetta sì, film di cassetta no. A voi la scelta.

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