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domenica 17 novembre 2019

LA MIA VITA DA ZUCCHINA

(Ma vie de courgette di Claude Barras, 2016)

È sempre un piacere appurare come nel campo dell'animazione esistano realtà piccole capaci di emergere nella lotta tra superpotenze del calibro di Disney/Pixar, Dreamworks, Illumination e poche altre. Nel caso in questione, almeno a mio parere, La mia vita da zucchina avrebbe finanche meritato la vittoria di quell'Oscar al quale era stato candidato e vinto poi da Zootropolis, film Disney che comunque ho apprezzato davvero molto. Con tantissimo cuore, tantissima pazienza (si parla di un girato di circa trenta secondi al giorno) e carrettate di passione, la squadra del regista Claude Barras realizza questo film in stop-motion con protagonisti in plastilina della durata di poco più di un'ora, riuscendo a infonderci dentro davvero tanto, a livello di sentimenti come di tematiche proposte. La mia vita da zucchina affronta argomenti che potrebbero risultare ostici per i ragazzi più piccoli con una delicatezza e un pizzico di ironia capaci di affondare diversi tabù dell'animazione per ragazzi: accenni al sesso, a droga, abusi, situazioni familiari violente e sconnesse, temi trattati in punta di penna in modo da trasformare situazioni pesanti e problematiche in nuove possibilità di gioia e serenità, lavoro complicato e delicato portato avanti con grazia magistrale, solo per il coraggio questo film andrebbe incorniciato e tenuto da conto come cosa preziosa.


Icare, nove anni, vive con sua madre, donna violenta e dedita più alla birra che non alla cura del figlio. Il padre di Icare sta su un aquilone, in un giorno triste come molti altri capita un incidente e Icare, da quel momento ufficialmente Zucchina, come lo chiama sua madre, è costretto a trasferirsi in un orfanotrofio, a fargli compagnia solo il suo aquilone e una lattina di birra vuota. Dopo un primo impatto affatto facile, causa la solitudine, il trauma e il comportamento del bulletto Simon, Zucchina impara a conoscere i suoi nuovi tutori e soprattutto i nuovi amici dell'orfanotrofio: Simon è il capetto in fin dei conti affatto cattivo, figlio di padre e madre tossicodipendenti, Ahmed ha il papà in galera per rapina e fa la pipì a letto, Alice è stata abusata in tenera età ed è soggetta a crisi di nervi, Beatrice continua ad aspettare la sua mamma che non arriva mai, Jujube ha i genitori fuori di testa. Un poco alla volta Zucchina si ambienta nella sua nuova casa, grazie anche a Raymond, un poliziotto che si è preso a cuore il suo caso, e poi arriva Camille, altra storiaccia, ma di lì in avanti le cose per Zucchina non potranno che migliorare.


La mia vita da Zucchina è un film molto triste ma pieno di aperture alla speranza, ci mostra la forza dei bambini nell'affrontare le bassezze di cui noi adulti siamo capaci, incuranti dei bisogni dei più indifesi, sostiene la tesi che la parola famiglia non necessariamente debba avere legami con i vincoli di sangue e può essere eterogenea e molto colorata, ci fa vedere nei momenti più vivaci, teneri e allegri come l'amicizia in tutte le sue forme possa essere cura anche per i malesseri più grandi. Ovviamente la realtà è poi più complessa di così, ciò nonostante il film rimane un'opera di alto valore, ottima per andare su territori diversi insieme ai nostri figli (ma anche per soli adulti rimane imperdibile).

Tecnicamente il film unisce ai protagonisti in plastilina un mix di fondali piatti perfettamente amalgamati allo stile fanciullesco del comparto visivo, auto e bus come ricavate da piccole scatole di cartone, forme arrotondate, pupazzi dalle teste e dagli occhi giganti. L'impatto è piacevolissimo, l'espressività che l'animatrice Kim Keukeleire (Fantastic Mr. Fox, Frankenweenie, L'isola dei Cani, Galline in fuga) è riuscita a donare ai pupazzi è strepitosa, probabilmente proporzionale alla fatica necessaria per creare un'opera simile, motivo per cui i film in stop-motion non abbondano. Un film piccolo capace di colpire al cuore, più prezioso di mille produzione ad altissimo budget.

domenica 25 marzo 2018

SHAUN, VITA DA PECORA - IL FILM

(Shaun the sheep movie di Richard Starzak e Mark Burton, 2015)

La Aardman Animations è una bellissima realtà, patria incontrastata (se non da Tim Burton quando ci si mette) delle opere in stop motion con protagonisti in plastilina, qui nascono i celebri Wallace e Gromit e più di recente la serie televisiva dedicata alla pecora Shaun che nel 2015 si guadagna il suo primo lungo sbarcando così nelle sale di mezzo mondo e accumulando nominations nei festival cinematografici più prestigiosi, Academy compreso (dove verrà però giustamente battuto da quel capolavoro di Inside out).

Il film, durante il quale nessuno spende nemmeno una parola, è sì ad altezza bambino ma non mancherà di divertire anche gli adulti con la sua tenera semplicità e con qualche bella citazione sparsa qua e là (spassosa quella ai Beatles ad esempio), aiutandosi con una colonna sonora indovinata che si lascia apprezzare ben oltre il celebre tema di Shaun the sheep. Ciò che più facilmente si apprezza dei film della Aardman è la perizia tecnica messa nella minuziosa ricostruzione dei personaggi ma soprattutto degli ambienti in cui la vicenda si svolge, dalle bucoliche campagne in cui è sita la fattoria in cui Shaun e le sue compagne pecore vivono con il fattore, agli interni della casa di quest'ultimo, dalle strade della grande città (Londra?) ai negozi della stessa, una meraviglia continua per gli occhi dello spettatore. Indubbiamente dal punto di vista tecnico il film l'Oscar l'avrebbe meritato e come, la storia però, seppur piacevolmente divertente, è semplice e non presenta grosse chiavi di lettura e interpretazioni. Un po' come capita a chiunque di noi, col passare del tempo Shaun e gli altri animali della fattoria iniziano a sentire il peso della routine, Shaun desidera una vacanza dalla sua quotidianità e così allestisce un piano per mettere a dormire il fattore e concedersi il meritato riposo. Purtroppo nel pur ingegnoso piano qualcosa va storto, così il fattore si ritrova perso nella grande città privo di memoria e le povere pecore alla fattoria, senza cibo e senza nessuno che badi a loro, messe anche in difficoltà da maiali di orwelliana memoria. Starà proprio alle miti pecore, insieme al cane Bitzer, andare a recuperare il fattore, affrontare le sfide che la grande città presenta, fronteggiare il temibile acchiappanimali Trumper e riportare tutto alla normalità nell'amata fattoria: vacanza sì, ma non troppo riposante.

Un prodotto fresco, divertente e semplice semplice come ormai se ne fanno pochi, negli ultimi anni mi viene in mente ad esempio Nuove avventure nel bosco dei 100 acri con Winnie The Pooh (2011), film principalmente per bambini, target principe dell'animazione in sala, un film ben riuscito e godibile. La Aardman è da poco nuovamente nelle sale con il suo ultimo lavoro, I primitivi, a questo punto potrebbe valere la pena dare un'occhiata anche a quello.


sabato 8 agosto 2015

BOXTROLLS - LE SCATOLE MAGICHE

(The boxtrolls di Graham Annable e Anthony Stacchi, 2014)

È ormai chiaro come tra le case di produzione che si occupano di animazione anche la Laika si sia ritagliata il suo spazio, confermandosi, uscita dopo uscita, una realtà più che interessante. Dopo aver collaborato con Tim Burton alla realizzazione de La sposa cadavere, una delle cose migliori del regista di Burbank realizzate dal 2000 a questa parte, la Laika Enterteinment produce il Coraline di Henry Selick (sodale di Burton stesso e regista di Nightmare before Christmas).

Affrancandosi dallo stile prettamente burtoniano (anche se la distanza non è poi molta), lo studio infila ancora due film di buon livello, l'horror comico Paranorman e appunto questo Boxtrolls, due film che segnano apertamente la cifra stilistica scelta in casa Laika. A farla da padrone è una stop motion con i fiocchi e una cura maniacale e di grandissimo gusto per quelle che sono le scenografie e le ambientazioni di questi cartoni animati gotici, vittoriani, orrorifici o steampunk.

Uno dei piaceri di questo Boxtrolls è quello di perdersi tra le stradine e le piazze di Pontecacio, stramba cittadina dove a essere tenuti in massima considerazione sono i formaggi e alcuni eminenti assaggiatori contraddistinti dall'uso di una nobiliare tuba bianca. La tranquillità dell'ameno borgo è scossa dalla presenza dei Boxtrolls, mostriciattoli vestiti di scatole che hanno la pessima fama di mangiatori di bambini (un po' come una volta i comunisti). In realtà i boxtrolls sono innocui e paurosi, l'unico bimbo (Uovo) che vive con loro nei sotterranei della città è perfettamente integrato in questa strana comunità e amato da tutti, soprattutto da Pesce, sorta di figura paterna adottiva.

Però che si abbia timore di questi esseri fa comodo al viscido Arraffa che con la promessa di sterminarli in toto ambisce a una delle preziose tube bianche e soprattutto all'accesso alla camera delle degustazioni (di formaggio ovviamente).

La trama verte sull'ormai noto tema dell'accettazione del diverso, argomento sempre di grande attualità che si rivela a ogni occasione un buon argomento per educare i più piccoli. Alcuni dei personaggi sono davvero centrati, in particolar modo la coppia arguta di assistenti di Arraffa composta dallo smilzo Pasticcio e dal pingue Trota. Se il canovaccio è abbastanza risaputo ma comunque piacevole è la parte visiva a dare le maggiori soddisfazioni, ormai alle meraviglie della tecnica siamo abituati ma godere di un lavoro ben realizzato rimane comunque sempre un piacere.


martedì 11 novembre 2014

PIRATI! BRIGANTI DA STRAPAZZO

(The pirates! In an adventure with scientists! di Peter Lorde, 2012)

La Aardman Animations è una realtà davvero interessante, dietro ogni loro produzione ci dev'essere una mole di lavoro non indifferente capace di plasmarsi, è proprio il caso di dirlo, in risultati di tutto rispetto degni di raggiungere il buio delle grandi sale cinematografiche. I primi cortometraggi prodotti dallo studio di animazione di Bristol - Inghilterra, risalgono addirittura al 1978, realizzazioni probabilmente mai tradotte nella nostra lingua (e forse mai viste da noi neanche in lingua originale). I corti prodotti dalla Aardman ammontano a quasi una cinquantina di titoli i più celebri dei quali vedono come protagonista la coppia di plastilina composta dai simpatici Wallace e Gromit. E' proprio con la tecnica della stop motion che lo studio si fa conoscere nel campo dell'animazione anche sulla lunga distanza. E' del 2000 il film Galline in fuga che precede di ben cinque anni il divertentissimo Wallace & Gromit - La maledizione del coniglio mannaro (2005). Pirati! Briganti da strapazzo è l'ultima fatica della Aardman, un film che è anche un piccolo salto evolutivo che mescola la stop motion dei pupazzi in plastilina con la cgi degli ambienti e di diversi altri elementi. Tecnicamente il risultato è davvero ben riuscito tanto che durante la visione si è tentati di schiacciare il tasto pausa per ammirare fino in fondo la ricostruzione digitale delle scenografie, specialmente le vecchie strade di Londra ricreate come se fossero state realizzate anch'esse con la plastilina. Le due tecniche si sposano alla perfezione, un'ottima cornice per una storia divertente che non presenta però particolari motivi che la facciano spiccare nel mucchio di prodotti simili a questo.


Il film offre comunque diversi spunti divertenti, in primis la presenza della scimmia muta aiutante di Darwin che parla solo attraverso cartellini stampati spesso esilaranti. Il succo: Capitan Pirata e la sua stramba ciurma non sono propriamente il terrore dei sette mari, nell'annuale competizione Pirata dell'anno il Capitano viene regolarmente sbaragliato dall'agguerrita concorrenza di loschi individui come Sciabola Liz o Bellamy il moro. Per incrementare il suo bottino, elemento essenziale per vincere la competizione, il Capitano parteciperà a un concorso scientifico puntando al primo premio grazie alla sensazionale esibizione di un Dodo ancora in vita che il Capitano stesso ha sempre creduto essere un semplice volatile. Nella vicenda hanno la loro parte anche Charles Darwin, la sua scimmia e la Regina Vittoria nemica giurata dei pirati e delle specie in via di estinzione.

Un film che si segue con piacere pur non offrendo risvolti esaltanti nel plot graziato però da una resa visiva molto appagante. La mia più grande speranza rimane quella di non dovermi imbattere mai più in un doppiaggio affidato alla Littizzetto. Detto questo mi piacerebbe vedere un prodotto Aardman nel quale la sceneggiatura spinga di più sull'originalità e sulla capacità di creare una trama più convincente, con questo apparato tecnico ci sarebbe di che godere.


sabato 26 marzo 2011

WALLACE & GROMIT: LA MALEDIZIONE DEL CONIGLIO MANNARO

(Wallace & Gromit: The curse of the Were-Rabbit, di Nick Park e Steve Box, 2005)

Nel paesino della campagna inglese nel quale abitano Wallace e Gromit si sta preparando la tradizionale fiera della verdura. Tutti i cittadini coltivano con amore nei loro orticelli almeno un esemplare che concorrerà alla vittoria finale nella prestigiosa fiera. Zucche giganti, zucchine perfette, pomodori rossi che più rossi non si può e tutto il meglio che la natura ha da offrire.
Ognuno di questi esemplari è gelosamente custodito e protetto da sistemi di sicurezza messi a punto proprio dall’inventore Wallace.
Ma in paese c’è una piaga che minaccia la buona riuscita della fiera. Numerosi voraci conigli pronti a divorare ogni tipo di coltura. Starà al dinamico duo tenere sotto controllo la situazione.
Ma questa degenera in maniera repentina, l’inventore e il suo fido cane elaborano un meccanismo per rendere meno voraci i simpatici coniglietti.
Ma al momento dell’esperimento qualcosa va storto. Molto storto.
Una minaccia decisamente più pericolosa dei coniglietti incombe sul villaggio e sulla buona riuscita della fiera.

La maledizione del coniglio mannaro ha vinto l’oscar 2006 come miglior film d’animazione, battendo anche La sposa cadavere di Tim Burton, film decisamente più quotato.
Anche questo in stop-motion, risulta essere un film divertente adatto a tutte le fasce d’età.
La realizzazione in plastilina è eccezionale, la riproduzione d’ambiente stile british è subito riconoscibile, ottimi gli interni così come i vari marchingegni creati da Wallace sparsi in tutta la sua abitazione.
Anche qui non manca il gioco alla citazione ormai presente in tutti i film d’animazione e in generale rivolti ai più piccoli. Gioco che i più piccoli non coglieranno ma che farà divertire gli adulti.

La trama scorre liscia e prevedibile ma non mancano i momenti divertenti, consigliato per una serata in relax o, come è capitato a me, a chi vuole far passare poco più di un’oretta in allegria alla propria bimba febbricitante.

venerdì 24 settembre 2010

NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS

(di Henry Selick, 1993)

Ancora uno di quei casi (casi che per me ormai sono quasi la regola) di fruizione molto posticipata di datato acquisto. Nella fattispecie parliamo del DVD di Nightmare before Christmas acquistato parecchi anni or sono e visionato soltanto oggi in compagnia della mia bimba la quale, fugando ogni mio timore, non si è per niente impressionata nonostante le cupe atmosfere del film.

Film che proprio film non è trattandosi come noto di una pellicola in stop-motion realizzata usando pupazzi per attori.

Ero straconvinto che la regia fosse di Tim Burton che invece ha messo “solo” l’idea, il soggetto e i soldi lasciando la realizzazione dell’opera all'amico Henry Selick, regista anche del recente Coraline.

Una fiaba gotica che lascia a bocca aperta ancora oggi (è datata 1993 e sono passati già 17 anni) per la splendida realizzazione. L’inventiva e il genio dei due autori coinvolti sono innegabili e a dimostrarlo ci sono i riuscitissimi esperimenti successivi nel campo dell’animazione: La sposa cadavere per Burton e proprio Coraline per Selick.



Il mondo del protagonista Jack Skeletron, re delle zucche e personalità di spicco del regno di Helloween, è cupo fino all'inverosimile. Sembra un mondo privo di colore e anche qui, come succederà in futuro ne La sposa cadavere, si gioca sulla contrapposizione. Tanto è tetro il regno di Jack altrettanto è colorato il mondo del Natale. Jack è l’incaricato e il principale artefice della riuscita della celebrazione di Helloween. Anche quest’anno il successo è assicurato ma Jack è stufo di tutta questa mancanza di “colore”. Affranto vaga per i boschi con il suo cane Zero. I due si perdono e si trovano in un posto mai visto prima dal quale accederanno al mondo del Natale.
Qui Jack si rianima, assapora il calore, la gioia, il colore e l’atmosfera natalizia, tutte cose sconosciute nel regno di Halloween. Si mette in testa di esportare il Natale così come gli americani esportano la democrazia. Però come novello Babbo Natale ha qualche difficoltà e i suoi aiutanti faticheranno un po’ ad appropriarsi dello spirito della festa.
Ne verranno fuori dei guai ai quali si cercherà di porre rimedio con l’aiuto di Sally, segretamente innamorata di Jack.

Inutile ribadire che ogni dettaglio è curato nei minimi particolari.
Quel che a mio parere non funziona è la tenuta della storia. Qui ovviamente si entra nel campo dei gusti personali. Non amo particolarmente i film d’animazione con tante parti cantate e qui ce ne sono davvero troppe. La voce italiana di Jack è affidata a Renato Zero quindi si è caduti bene, Zero è bravo e offre ottime interpretazioni. Alla lunga però la noia prende il sopravvento, la trama è esile trattandosi di una fiaba in fin dei conti e il rischio è che il film piaccia solo ai fan di Burton o del genere gotico. La Pixar e i migliori film Disney sono un’altra cosa.

Ottima confezione ma se la noia fa capolino in un film di un’ora e un quarto qualche sospetto è lecito.

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