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sabato 17 maggio 2025

CRUISING

(di William Friedkin, 1980)

Scrivere un pezzo sul Cruising del regista di Chicago William Friedkin è stata una sorta di sfida, questo perché la copia del film in mio possesso è il riversamento di una vecchia registrazione su VHS (se ci sono lettori abbastanza giovani da non conoscere il significato della sigla alzino pure la mano) risalente a un passaggio televisivo che il film fece anni orsono su mamma RAI. Ne consegue, viste le tematiche e alcune sequenze all'epoca ritenute scabrose, che il film è passato tra le forche caudine di un'intervento censorio che ne ha minato, presumibilmente in maniera significativa, l'integrità e in qualche modo la fruibilità complessiva. La gestazione di Cruising è stata parecchio travagliata, in rete ne potete trovare resoconti più dettagliati di quello che segue, qui diamo solo qualche accenno per inquadrare più o meno in quale contesto è nata e cresciuta quest'opera prima svilita e avversata e poi, con il passare degli anni, divenuta un piccolo fenomeno cult non troppo visibile al grande pubblico. Iniziamo col dire che il film è tratto dal romanzo di Gerald Walker, giornalista del New York Times e che da principio William Friedkin questo Cruising non avrebbe nemmeno voluto girarlo. L'interesse del regista si ravvivò in seguito ad alcune situazioni venutesi a creare nella New York di quegli anni; la prima fu data da una serie di omicidi che interessarono alcuni appartenenti alla comunità gay newyorkese, uomini che frequentavano locali per omosessuali a sfondo sadomasochista, ambientazione principale di questo Cruising (che tradotto significa qualcosa tipo andare a caccia ma si può intendere anche come saltare da un posto, da un locale all'altro). La seconda fu il rapporto che Friedkin aveva con un ex poliziotto di nome Jurgensen con il quale il regista aveva già collaborato (come consulente) per la realizzazione de Il braccio violento della legge: pare che l'agente in pensione avesse agito da infiltrato nel mondo delle comunità omosessuali e ne fosse uscito abbastanza turbato, proprio quello che vediamo poi accadere ad Al Pacino, protagonista del film in origine pensato con Richard Gere come interprete principale. Terza causa/combinazione, l'arresto come sospettato per gli omicidi di cui sopra di un tal Bateson, un uomo che aveva fatto da comparsa nel più celebre film di Friedkin: L'esorcista. Leggenda (o più probabilmente verità) vuole che in seguito al concatenarsi di questi eventi Friedkin accettò di dirigere Cruising.

New York, tardi anni Settanta. Nelle acque del fiume Hudson vengono ritrovate parti di corpi martoriati; i ritrovamenti vengono collegati a una serie di omicidi a danno di frequentatori di bar per omosessuali a sfondo sadomaso avvenuti nel quartiere del Greenwich Village e che fanno pensare all'opera di un omicida seriale. Il capitano Edelson (Paul Sorvino) della polizia di New York decide così di infiltrare un suo agente nell'ambiente gay e propone il lavoro al giovane Steve Burns (Al Pacino), eterosessuale e fidanzato con la sua compagna Nancy (Karen Allen). Così Burns inizia a frequentare locali per omosessuali e a mischiarsi alla comunità gay del Greenwich iniziando a prendere contatto con quel mondo; prende in affitto un appartamento in zona e cerca di creare una sorta di amicizia con Ted (Don Scardino), un vicino di casa anche lui gay, un tipo molto tranquillo con il pallino della scrittura. Con il passare dei giorni la frequentazione dell'ambiente rende Steve sempre più teso e confuso, il rapporto con Nancy, più sporadico a causa del lavoro sotto copertura, sembra filare meno liscio di prima, la violenza della polizia stessa nei confronti degli omosessuali infastidisce l'agente sempre di più. Quella che era nata come una missione alla ricerca di un assassino sembra sempre più trasformarsi in una personale discesa all'inferno dalla quale Burns uscirà molto cambiato.

Travagliata la realizzazione di Cruising; il film fu osteggiato sia durante la fase di riprese che dopo la sua uscita nei cinema da quella parte della comunità gay definita mainstream che non accettava la visione sadomaso, nascosta, quasi illecita e sporca che a loro parere il film di Friedkin trasmetteva dell'omosessualità. L'idea poi di mettere in scena l'omicidio di soli uomini gay preoccupava e non piaceva, tutti dubbi leciti se ci si ferma a pensare alle battaglie che già all'epoca (e si era solo agli inizi) le comunità omosessuali dovevano affrontare per raggiungere un seppur minimo livello di accettazione e riconoscimento, non stupisce quindi che non vedessero di buon occhio un film che a loro dire metteva il movimento in cattiva luce. In realtà guardando Cruising (almeno nella versione scorciata delle sequenze più forti), non si ha mai l'impressione che il film si scagli contro l'ambiente omosessuale in genere, anche il protagonista, seppur scombussolato sul finale, questo sì un poco (volutamente) ambiguo, mostra solidarietà e avvicinamento al mondo dei gay newyorkesi, semmai sono la città e la corruzione della polizia violenta e sfruttatrice a non uscire bene dal lavoro di Friedkin che, aiutato dalla fotografia cupissima e lercia di Contner, pennella una New York opprimente e infernale. Ciò che indaga Friedkin, sotto al primo livello di lettura di un confuso (nelle reali colpe) thriller metropolitano, è lo spaesamento interiore di un uomo che esce da un'esperienza provante con il diverso da sé con una sorta di perdita d'identità che ricorda quella subita dai reduci del Vietnam, altro argomento più volte esplorato dal cinema dei Settanta/Ottanta. Il film è scandito da una colonna sonora di peso che vede tra gli altri contributi dei The Germs, di Willy DeVille, dei The Cripples e di John Hiatt. Si è poi molto parlato delle scene forti girate all'interno di questi "leather bar" ma purtroppo la "versione educande" in mio possesso non mi ha permesso di valutare nell'interezza il reale valore di un film che non presenta particolari motivi d'interesse sotto l'aspetto thrilling ma compensa alla grande per ambientazioni e sviluppo del protagonista. Il consiglio, che potrei dare anche a me stesso, è di tentare un recupero della sua versione integrale per meglio apprezzare un'opera che ancor oggi potrebbe avere più di qualcosa da dire.

domenica 17 maggio 2020

VIVERE E MORIRE A LOS ANGELES

(To live and die in L.A. di William Friedkin, 1985)

Facciamo un salto indietro al Cinema degli anni 80 con questo splendido noir metropolitano girato da William Friedkin. Il regista aveva già lasciato la sua impronta indelebile sulla storia del poliziesco una quindicina d'anni prima con un altro grandissimo film per il quale Friedkin vinse anche l'Oscar alla regia, parliamo del celebre Il braccio violento delle legge con protagonista uno strepitoso Gene Hackman. Se già con il precedente film il regista statunitense diede una visione personalissima al genere mostrando una violenza nei metodi applicati dalla legge brutale e spietata, anche con Vivere e morire a Los Angeles Friedkin sigla un'opera altrettanto fondamentale, andando a eliminare le distanze tra i due lati della barricata anche dal punto di vista morale, non solo nei metodi con il quale perseguire la legge, ma anche su come questa venga scavalcata dalle forze dell'ordine per ottenere lo scopo perseguito, passaggio importante per capire molti successivi noir più brutali e moderni. Le immagini di Friedkin ci portano indietro di diversi decenni sulle strade di una Los Angeles periferica e imbruttita dove il bisogno del dollaro, chiave di lettura ormai unica di un sogno americano in frantumi, viene perseguito con mezzi al di fuori della legge.


Richard Chance (William Petersen) è un agente federale dell'USSS, un'agenzia che si occupa principalmente di contrastare la circolazione di denaro falso. Chase si mette sulle tracce di un noto falsario, Eric Masters (Willem Dafoe), dopo che il suo partner perde la vita proprio durante un'indagine sullo stesso uomo. Ad accompagnarlo in quella che presto diventerà una questione molto personale ci sarà il nuovo compagno John Vukovich (John Pankow), un tipo meno incline di lui a infrangere le regole. Ma prendere Masters non si rivelerà affatto facile, il falsario è uno che sa come sparire e che non si fa scrupoli per uscire da situazioni potenzialmente difficili, Chance potrà contare solo sulle soffiate dell'informatrice Ruth (Darlanne Fluegel) e sull'aiuto involontario del delinquente Cody (John Turturro).


Tutti gli elementi del film sono valorizzati al meglio in modo da donare peso a una sceneggiatura capace di coinvolgere sempre e affondare colpi al momento giusto, e questo nel corso del film accade più volte. Molto riuscita la visione di una L.A. che non sembra per nulla una città degli angeli, anzi, riflette invece l'inferno della suburbia più povera e lontana dal lusso e dall'edonismo ormai valori portanti del decennio. Per la realizzazione del film sembra che Friedkin abbia mantenuto un approccio alle riprese, seppur studiato, molto sbrigativo, in modo da acuire il senso del reale da parte del cast instradato a non creare troppe sovrastrutture ma bensì a lavorare in maniera spontanea. Impossibile seppur scontato non parlare della magnifica scena di inseguimento, prima nella zona di carico e scarico dei magazzini di L.A., tra camion, muletti, operai e un caos infinito, poi in contromano su una delle grandi vie di scorrimento losangeline, con tanto di trucchetto alla Hitchcock per massimizzarne la resa, espediente che qui non svelo per non togliere gusto a chi non avesse ancora visto il film. Molto particolareggiate le sequenze sulla falsificazione del denaro che aprono il film, pare si sia fatto ricorso a veri falsari per la consulenza tecnica. Plauso anche ai protagonisti, un William Petersen sparito troppo presto dal giro che conta, farà ancora Manhunter di importante (altro film da recuperare di quegli anni), tornerà poi protagonista solo più avanti con il ruolo di Gil Grissom in C.S.I., peccato, in qualche poliziesco in più negli 80 non ci sarebbe stato male, Dafoe gigante anche qui, ma lui è un incontestabile, la cosa non crea meraviglia, belle presenze anche nel cast di contorno, un'ottimo Turturro e nei ruoli femminili le brave Darlanne Fluegell e Debra Feuer, viste poi più in televisione che al cinema. Da segnalare anche l'ottimo accompagnamento musicale affidato ai Wang Chung, perfetto per immergersi nell'atmosfera di quegli anni.

Un poliziesco teso e pessimista, cinico e poco consolatorio che presenta una caratterizzazione dei personaggi molto curata, passaggio obbligato per apprezzare il cinema d'azione degli anni 80, film che meriterebbe una fama maggiore di quella che già detiene.

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