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sabato 13 aprile 2019

L'ISOLA DEI CANI

(Isle of dog di Wes Anderson, 2018)

Con L'isola dei cani Wes Anderson si conferma un regista talentuoso con una visione; il suo occhio da sempre incline ai dettagli e alla costruzione della scena, florilegio di particolari, minuzie e arredi mai fini a sé stessi, gli permette di ottenere il risultato migliore possibile anche quando si lancia nel campo dell'animazione a passo uno, come già accadeva qualche anno addietro con Fantastic Mr. Fox, prima incursione di Anderson nel pianeta della stop motion. Il mondo ricreato da Anderson per L'isola dei cani suscita meraviglia grazie a quelli che all'apparenza sembrano elementi poveri: plastilina, colore, cotone e tessuti in movimento capaci di ricreare la vita, una vita squallida in totale contrapposizione al talento investito per ricrearla. Quella che viene nel film denominata Isola dei cani è in realtà Trash Island, un'isola adibita a discarica dal governo giapponese. Il sindaco della metropoli Megasaki, tal Kobayashi, in seguito a un'influenza canina che rischia di attecchire anche tra la popolazione umana, emana una direttiva che impone l'allontanamento di tutti i cani (per i quali Kobayashi non prova probabilmente tutta questa simpatia) per motivi sanitari, questi vengono deportati uno a uno su Trash Island iniziando proprio con quello che potremmo definire il "cane zero", il piccolo Spots, animale domestico della famiglia Kobayashi. Questa decisione spingerà proprio il nipotino adottivo di Kobayashi, il piccolo Atari, a rubare un maneggevole aviogetto che gli permetterà di rovinare sull'isola dei cani allo scopo di ritrovare il suo amato Spots. Qui incontrerà una banda di ex cani da salotto comandati dal randagio (ma sarà davvero tale?) Chief che, dopo molte peripezie, aiuterà il ragazzino nella ricerca del suo cagnolino. I cani vogliono tornare alle loro vite precedenti, Kobayashi consolida il suo potere sull'allontanamento dei cani e sulla paura nei loro confronti, il Professor Watanabe trova una cura all'influenza canina ma viene ignorato e messo a tacere. L'isola dei cani è un film politico.


Se manca (o è solo parzialmente lambito) quello che è il tema più dibattuto delle vecchie pellicole del regista, la famiglia disfunzionale e le sue declinazioni, si afferma qui una visione politica molto attuale del mondo occidentale che Anderson, con astuzia o forse solo per diletto, ambienta nell'estremo oriente, in Giappone, assecondando quella sua passione per il viaggio e i luoghi lontani dai propri. Gioca anche sul linguaggio il regista, creando ancor più scarto e straniamento tra una narrazione che riporta all'occidente e un ambiente a noi molto lontano. Gli umani giapponesi parlano nella loro lingua, non ci sono sottotitoli ma solo alcune descrizioni, i loro discorsi si possono dedurre dal contesto, a spiegare la situazione ci sono i cani, tutti anglofoni e doppiati da un cast di voci da pelle d'oca, un cast che impiegato in un film live action avrebbe lasciato tutti a bocca aperta. Giusto per citare qualcuno: Brian Cranston, Scarlett Johansson, Edward Norton, Frances Mcdormand, Harvey Kietel, Ken Watanabe, Liev Schreiber, Bill Murray (non poteva mancare), Jeff Goldblum, Anjelica Huston, Yoko Ono e Tilda Swinton. C'è spazio per i sentimenti, del bambino per il cane, del burbero per la donna che gli illumina la vita, di chi vuole trovare la soluzione pacifica, poi c'è l'indottrinamento delle masse tramite la paura, la creazione a tavolino del pericolo che arriva da lontano, tattiche abusate che sedimentano nell'ignoranza e che vediamo attecchire ogni giorno nella nostra quotidianità. C'è forma, c'è contenuto. Anderson sembra uscirne ancora una volta vittorioso, però... però si difetta un poco nel ritmo, manca quel divertimento stralunato e genuino che Anderson ha saputo regalarci tante volte, si sorride, non ci sono grossi intoppi, eppure la fluidità che aveva Fantastic Mr. Fox sembra mancare, così come a tratti l'attenzione dello spettatore rischia di perdersi, ne esce un film realizzato ottimamente, mai vacuo ma a tratti poco elettrizzante. Si sconsiglia la visione alla fine di una giornata stancante. Per i fan di Anderson comunque una tappa obbligata.

lunedì 31 marzo 2014

RUSHMORE

(di Wes Anderson, 1998)

Ancora un'altra commedia stralunata ad opera di Wes Anderson, un regista che è stato in grado nel corso degli anni di creare una cifra stilistica e un incedere della narrazione unici e allo stesso tempo facilmente riconoscibili. Questo Rushmore precede di alcuni anni le sue pellicole più celebri, I Tenenbaum su tutte, ma già contiene quelle caratteristiche che renderanno unici i lavori del regista texano. In più i volti di Bill Murray e Jason Schwartzman e il contributo di Owen Wilson alla sceneggiatura non fanno che rendere ancor più familiare l'atmosfera della pellicola per i fan di Anderson.

Il quindicenne Max Fisher (Jason Schwartzman) ha come unica ragione di vita la frequentazione del Rushmore college, ciò nonostante Max non è uno studente modello, i suoi voti non sono buoni, Max però mette tutta l'anima nelle attività extrascolastiche organizzate all'interno del college, spesso da lui stesso, come la squadra di fioretto, il club degli apicoltori, il karting, etc...
Max ha pochi amici, di ragazze neanche a parlarne e afferma di essere figlio di un neurochirurgo mentre suo padre (Seymour Cassel) è un semplice barbiere. Invece l'industriale Herman Blume (Bill Murray) ha due figli che poco sopporta e che frequentano lo stesso college di Max con il quale Herman sente più affinità che non con il sangue del suo sangue. A scombinare un poco l'esistenza dei due arriva la nuova maestra Rosemary Cross (Olivia Williams) rimasta vedova di recente e che soprattutto in Max farà nascere sentimenti difficili da gestire.

La storia è narrata con una delicatezza intrisa di humor grottesco ma trattenuto, Anderson, così come Murray e Schwartzman, sono capaci di far ridere con piccoli gesti, con poche parole e con situazioni che possono sembrare fuori da ogni realtà pur senza mai cadere nell'esagerazione. Il tutto è condito con una forte sensazione malinconica ben accompagnata da una colonna sonora che pesca ottimi brani dai decenni passati.


Forse meno di altre volte la famiglia disfunzionale è protagonista della pellicola che si concentra più sulla presunta maturità (o immaturità) dei protagonisti che spesso si esprimono in azioni fuori contesto se associate alla reale età anagrafica che essi hanno. La coppia di attori protagonisti è da applausi per la loro interpretazione allo stesso tempo apparentemente sotto tono ma fortemente significativa. Sul piano visivo si ammira già l'attenzione posta dal regista nella scelta di oggetti, colori, vestiario e nella pianificazione di atmosfere e ambienti.

Le commedie di Anderson non sono di quelle che fanno spanciare dalle risate ma raramente deludono pur lasciando quel sapore malinconico che a dirla tutta a me piace davvero parecchio. Se ancora non l'avete provato fatelo, un giro dalle parti del Rushmore College non potrà che farvi bene.


martedì 28 agosto 2012

FANTASTIC MR. FOX

(di Wes Anderson, 2009)

Ancora una storia familiare per il regista Wes Anderson. Dopo I Tenenbaum e i fratelli Whitman de Il treno per il Darjeeling è la volta di misurarsi con l'animazione e con l'ennesima famiglia strampalata con tanto di amici al seguito.

A mio modesto parere Anderson non delude nemmeno questa volta, prende la storia scritta da Roald Dahl, noto scrittore di libri per ragazzi, e ne tira fuori un bel film d'animazione forse più adatto agli adulti che non ai bambini, non tanto per la storia in sé quanto per alcune trovate umoristiche più alla portata dei grandi che non dei piccini.

I personaggi sono ben tratteggiati: un Mr Fox che non riesce a rinunciare al suo lato selvatico nonostante sia ormai un padre di famiglia con delle responsabilità, oneri che si accolla la moglie Felicity, volpe con la testa ben piantata sulle spalle. Insicuro di sè il piccolo Ash che cerca continuamente l'apprezzamento del padre che ha un debole invece per il cugino Kristofferson, il tipico ragazzo al quale riesce tutto bene.

Sono passati due anni da quando Mr Fox ha promesso alla sua mogliettina che non si sarebbe più ficcato nei guai per andare a caccia di galline. Ora il capofamiglia scrive per un giornale e decide di far trasferire i suoi dalla loro tana a un bell'appartamento in un albero. Il trasferimento avviene nonostante il parere contrario dell'avvocato Badger (un tasso) preoccupato per la presenza in zona di tre temibili allevatori: Boggins, Bunce e Bean.

Il lato selvatico del protagonista non tarderà a rifarsi vivo, troppo forte la tentazione di andare a rompere le uova nel paniere dei tre temibili contadini. Purtroppo le ritorsioni saranno pesanti e delle imprese di Fox sconteranno le conseguenze i ragazzi e in generale tutta la comunità.

La tecnica a passo uno e l'attenzione del regista per quello che l'occhio dello spettatore vedrà sulla pellicola, insieme alla scelta delle musiche per la colonna sonora, rendono più che godibile questo esordio nell'animazione. Il particolare senso dell'umorismo di Anderson traspare anche in questa pellicola e le dona quel tocco stralunato che non guasta.

Un prodotto "diverso" come lo sono solitamente i protagonisti dei film del regista, un'alternativa all'animazione più consueta alla quale dare una possibilità. Se poi vi son piaciuti gli altri film del regista non potete farvelo scappare.

lunedì 13 dicembre 2010

IL TRENO PER IL DARJEELING

(The Darjeeling Limited, di Wes Anderson, 2007) 

Tra le caotiche strade di una città indiana, uno sgangherato taxi giallo/nero corre veloce evitando motocicli viaggianti in direzione opposta e superando voracemente vecchie api Piaggio adattate a trasporto merci e passeggeri. Sul sedile posteriore un Bill Murray in evidente ritardo contempla la strada con ansiosa attenzione. Il taxi si ferma finalmente davanti alla stazione. Bill si precipita fuori dall’auto, attraversa l’atrio gremito di gente e scavalca la coda alla biglietteria. Sul binario inizia la corsa verso il treno ormai in movimento. Il Darjeeling Limited. La corsa è affaticata, una valigia in una mano, una nell’altra. Dal fondo del treno un ragazzino indiano lo guarda. Impassibile. Durante la corsa un giovane più atletico, dalla falcata più ampia, lo supera e facendolo si volta a guardarlo. E’ Adrien Brody, occhiali scuri, una valigia in mano, una a tracolla. Lanciata la prima sul retro del treno, con entrambe le mani vi ci si aggrappa e riesce a salire. Si gira, alza gli occhiali e guarda Bill che ormai spompato rallenta. Non ce la fa. Adrien, educatamente, reprime una risata, si volta ed entra nel treno sotto lo sguardo impassibile del ragazzo indiano. Questo è il simpatico incipit del divertente e stralunato film del regista Wes Anderson, autore tra le altre cose de I Tenenbaum. Adrien è Peter Whitman e su quel treno deve incontrare i suoi fratelli Francis e Jack. I tre ormai non si vedono da circa un anno, più o meno dalla morte del padre. Francis (Owen Wilson), in seguito a un incidente nel quale ha rischiato di rimanerci secco, decide di organizzare per tutti e tre una sorta di viaggio spirituale verso una meta ben precisa. Meta che non sarà un luogo ma più che altro una situazione, uno stato d'animo. Il viaggio è programmato giorno per giorno, spostamenti con il Darjeeling Limited e tappe in templi di preghiera e luoghi d’alta spiritualità, riti da compiere, difficoltà da lasciarsi alle spalle. Il rapporto tra i tre però non è tutto rose e fiori. Peter, un figlio in arrivo e crisi di contorno, non sempre è ben disposto nei confronti di Francis. Quest’ultimo gira per tutto il film con la testa fasciata da bende e con la volontà ferrea di tenere unito il trio. Jack (Jason Schwartzman) continua a pensare alla sua ex ragazza e non perde occasione per ascoltare segretamente i messaggi registrati nella di lei segreteria telefonica (di cui ha il codice). I tre non si somigliano per niente e hanno davvero poco in comune. Giusto i genitori, il cognome e un’allegra dipendenza dai medicinali: sciroppo per la tosse, pillole per il mal di testa e gocce di antidolorifico. Si contendono con poca convinzione il lascito del padre e un’inadeguatezza esistenziale. Nel corso del viaggio e della pellicola i rapporti muteranno, si scoprirà qualcosa sulla morte del padre e altro sulla vita della madre. Riusciranno i tre fratelli a liberarsi del passato, fisicamente e metaforicamente, e guardare al futuro? Un film strampalato, divertente e un pochino diverso dalla solita commedia. Non avevo un ricordo eccelso dei Tenenbaum (visto molto tempo fa a dire il vero) ma questo treno per il Darjeeling mi ha convinto pienamente grazie a personaggi ben tratteggiati e originali e rispettive buone interpretazioni.
   
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