mercoledì 13 maggio 2026

TUTTA COLPA DI GIUDA

(di Davide Ferrario, 2009)

Almeno ogni tanto sarebbe doveroso (o quantomeno interessante) proporre a chi legge questi scritti virtuali qualche bel recupero d’annata. Con questo non s’intende per forza il “grande classico” che, almeno per fama, conoscono tutti, il film che ha segnato la storia del cinema o anche il piccolo cult divenuto oggetto del passaparola di migliaia di appassionati. Ciò che mi sembra prezioso, onde evitare che alcune opere, magari piccole, vadano dimenticate e perdute nella memoria (sì, proprio come lacrime nella pioggia, ancora una volta), è l’atto del rispolvero, quell’intenzione di contribuire nelle nostre possibilità a ridare un minimo di visibilità a film che hanno destato qualche attenzione nel momento della loro uscita, più facilmente da parte della critica che non presso il grande pubblico, e che poi sono state dimenticate e messe da parte, pur rimanendo prodotti vivaci e capaci di dirci qualcosa anche a distanza di una manciata di anni. È una cosa che da queste parti cerchiamo di fare da tempo: lo abbiamo fatto parlando di film come Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate di Pippo Mezzapesa, o con il Beket di Davide Manuli, con gli indipendenti The color wheel e Ape, con il tedesco My sister’s good fortune e in tante altre occasioni. Ed è proprio in quest’ottica che vale la pena spendere qualche parola per questo Tutta colpa di Giuda, ottavo lungometraggio del regista Davide Ferrario, lombardo di origine ma molto legato a Torino, città nella quale ha girato più volte.

Dopo il successo di Dopo mezzanotte del 2004, a oggi forse il film del regista che più viene ricordato, Ferrario torna a Torino per questo progetto molto particolare, girato e ambientato nel carcere Le Vallette, realizzato grazie al contributo di diversi reclusi e di quello del personale del braccio VI dell’istituto penitenziario piemontese. Alcuni attori professionisti, anche parecchio noti come Fabio Troiano, Luciana Littizzetto e la vera protagonista Kasia Smutniak, dividono le scene con un gruppo nutrito e ben assortito di condannati, i quali interpretano loro stessi, andando a dar vita a quello che è un ibrido tra finzione e mockumentary che riesce a trovare il giusto passo per risultare un’opera coerente, divertente e capace di veicolare riflessioni non scontate, alcune delle quali affidate alle lapidarie sentenze, piuttosto azzeccate nella forma, del direttore del carcere, Libero Tasitano (Fabio Troiano). Irena Mirkovic (Kasia Smutniak) è una regista di teatro sperimentale che viene invitata dal prete del carcere, Don Iridio (Gianluca Gobbi), ad allestire una Passione di Cristo con il contributo dei detenuti del blocco VI, uomini che hanno da scontare pene per reati “minori”. Nel periodo che passerà in carcere, Irena vedrà cambiare il suo rapporto con il suo fidanzato Cristiano (Cristiano Godano dei Marlene Kuntz), si scontrerà con i dubbi sulla messa in scena troppo moderna sollevati da Don Iridio, entrerà gradualmente nelle vite e nei cuori dei detenuti e si avvicinerà a quel direttore all’apparenza freddo con il quale finirà per legare.

Con Tutta colpa di Giuda Ferrario costruisce un film atipico che non lambisce nemmeno da vicino i canoni del prison movie classico, ci si muove tra uno spaccato di realtà, toni da commedia lieve e inserti da musical, concentrati nella messa in scena della rappresentazione che la Smutniak tenta di allestire con la collaborazione dei detenuti, volti questi molto interessanti. Una Passione quindi, con un problema non da poco: siamo in carcere e, per motivi che potrebbero sembrare ovvi, in carcere nessuno vuole fare la parte di Giuda. È questa una delle micce d’innesco che porta la protagonista Irena a ripensare l’iconografia e i significati dei vangeli e a scontrarsi con l’intransigente suor Bonaria, interpretata da Luciana Littizzetto che sembra piacere al regista (e non si capisce perché), e con la visione più tradizionalista del pur “aperto” Don Iridio. Nella rappresentazione di un carcere lontano dai soliti temi della repressione e della violenza, Ferrario inserisce riflessioni profonde che hanno qui uno sviluppo lieve e non troppo approfondito ma che contribuiscono a dare valore a un’opera che prende una strada tutto sommato originale e che batte più sull’umanità di chi è costretto a una pena reclusiva che non sulla condizione del carcere stesso. Fresca la presenza della Smutniak e divertente il personaggio di Troiano, un bel contrasto con quello di Godano, meglio come musicista che come attore. Operazione riuscita, finale che guarda al reale con i detenuti alle prese con il girato e l’arrivo di un indulto che libererà quasi tutti, non solo nel film.

sabato 9 maggio 2026

CALIBRO 9

(di Toni D’Angelo, 2020)

Nel 1972 a sparire era una valigetta piena di soldi. Erano i tempi di Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo, uno dei più celebri poliziotteschi degli anni Settanta che consegnò all’immaginario dell’epoca il volto di Gastone Moschin nei panni del duro Ugo Piazza e l’inusuale Barbara Bouchet in atmosfere noir (inusuale in quanto siamo portati a ricordarla per altro). Oggi a sparire è valuta immateriale: capitale, davvero ingente, di rimbalzo da un conto cifrato all’altro; denaro che il disonesto avvocato Fernando Piazza (Marco Bocci), figlio dell’Ugo di cui sopra, riesce a far sparire con l’aiuto di un’abilissima hacker informatica. Peccato che quei soldi, all’insaputa di Piazza fossero di proprietà delle ‘ndrine del crimine organizzato calabrese, gente ben più preparata di Piazza, anche sul versante informatico, e mille volte più spietata. Nel momento in cui decide di restituire agli ‘ndranghetisti il maltolto, l’avvocato scopre che il denaro è sparito davvero, insieme alla sua “fidata” hacker. Inizia quindi una fuga rocambolesca durante la quale l’uomo dovrà dimostrare la sua innocenza nei confronti della malavita; ad aiutarlo una sua ex fiamma, l’avvocato Alma Corapi (Ksenija Rappoport), originaria proprio di una delle due principali ‘ndrine calabresi della vicenda, i Corapi e gli Scarfò, da sempre in guerra tra loro. Tra Milano e l’ultimo dei paesini calabresi, il viaggio della “strana coppia” sarà quantomeno accidentato.


Nasce come omaggio a Milano Calibro 9 il film del regista napoletano Toni D’Angelo, figlio del più celebre Nino. Ed è una produzione questa fatta da figli: di Toni abbiamo già detto, in fase di sceneggiatura compare anche Gianluca Curti, amministratore delegato di Minerva Pictures (che produce) e figlio di Ermanno Curti che produsse l’originale nel 1972. L’altro figlio è ovviamente il protagonista interpretato da Marco Bocci, volto prevalentemente televisivo, qui discendente in linea diretta dal mitico Ugo Piazza di Moschin. Non si fermano qui gli omaggi: Piazza si chiama Fernando come il regista di Milano Calibro 9, Fernando Di Leo, e Di Leo è il cognome del commissario che indaga su tutta la vicenda interpretato da Alessio Boni (personaggio piuttosto marginale nell’economia del film). Torna anche la Bouchet che riprende il ruolo storico di Nelly, già suo nell’originale. Calibro 9 si pone quindi come un sequel del film del 1972, aggiornando la vicenda a sensibilità e tecnologie dell’oggi, con tanto di passaggio dall’analogico al digitale. Dell’originale rimangono alcuni momenti di ferocia, l’eliminazione sistematica dei sospettati, stralci di trama, musiche; più originale in Calibro 9 è invece lo sviluppo action che in più passaggi, soprattutto nella scelta di location e stili formali, ricorda momenti da fiction Rai (L’ispettore Coliandro per esempio, pur con toni nettamente distinti).


Non privo di buone soluzioni, il film di Toni D’Angelo non regge il confronto con l’originale (come potrebbe?) ma tutto sommato si difende bene, pur al netto di cadute di tono evidenti (la scena delle schegge di vetro costruita in quella maniera non si può più guardare). Il cast, impreziosito da Michele Placido che riprende il ruolo di Rocco Musco che fu del compianto Mario Adorf (scomparso lo scorso aprile), presenta volti interessanti e protagonisti che ben si adattano alla situazione. In un’epoca che vive di remake, reboot, sequel, prequel, midquel e tutto ciò che può venirvi in mente riguardo la spremitura di idee vecchie o vetuste, il film di D’Angelo ha almeno il merito di non essere andato a pescare qualcosa visto l’altro ieri, riuscendo a riproporre in maniera dignitosa, prendendosi grossi rischi, un pezzetto del Nostro cinema passato, quello capace di tirare fuori con i generi prodotti interessanti quando non addirittura memorabili come accaduto nel caso di Milano Calibro 9. A conti fatti sarebbe potuta andare molto, molto peggio.

venerdì 1 maggio 2026

LA MATTINA SCRIVO

(À pied d'œuvre di Valérie Donzelli, 2025)

La mattina scrivo, della regista francese Valérie Donzelli, è un film a tema. Il nucleo narrativo dell’opera è costruito sulla questione del lavoro con salario al ribasso, una piaga resa possibile dalla distruzione consapevole di una sana e giusta lotta di classe a favore della svilente guerra tra poveri che le classi più in difficoltà, schiacciate da un’insopportabile gig economy, non riescono a scrollarsi di dosso. È un tema reale quello scelto dalla Donzelli, molto fisico, non siamo nel campo dell’emozione astratta, il protagonista sconta le conseguenze di questo modello (che si è scelto da solo, c’è da dirlo) sulla propria pelle, con mani ferite, schiena dolorante, stanchezza opprimente, tutto per una manciata di euro e per la possibilità di inseguire e dedicarsi a un sogno, quello dell’arte, nella fattispecie quello della scrittura. Ed è proprio dal lavoro autobiografico di uno scrittore, À pied d'œuvre di Franck Courtès, che è stato tratto questo La mattina scrivo, che, oltre a quanto detto, riflette anche sulle difficoltà odierne che incontra chi desidera vivere d’arte e soprattutto sulle conseguenze che una scelta come quella di privilegiare un lavoro intellettuale artistico a uno, diciamo così, più concreto, si ripercuotono sull’aspirante artista. Il tema, o i due temi se vogliamo, diventano il film, opera costruita su un reiterarsi di situazioni volte a sottolineare la condizione di Paul, il protagonista, in relazione non solo al lavoro ma anche a tutte le persone che gli stanno intorno: moglie, figli, editore, genitori, amici.

Paul Marquet (Bastien Bouillon) è un fotografo professionista che lascia il suo lavoro, peraltro remunerativo, per assecondare la sua passione per la scrittura e ritagliarsi del tempo da dedicare a questa attività, artistica e soddisfacente, ma economicamente non così appagante. Paul ha già scritto tre libri, apprezzati da parte della critica e dalla sua stessa editrice Alice (Virginie Ledoyen), tre libri che purtroppo non vendono a sufficienza; ora la casa editrice si aspetta un best seller, si aspetta che Paul metta da parte le sue storie intimiste e autobiografiche per qualcosa che possa colpire davvero il grande pubblico. Purtroppo le bozze del quarto manoscritto di Paul sembrano non incontrare le caratteristiche richieste dall’editore. Così, per concentrarsi sul nuovo materiale, l’uomo, abbandonata la fotografia e vistosi negato ogni sorta di anticipo da parte dell’editore, si iscrive a Jobbing, un’app di lavoretti saltuari grazie alla quale lavoratori in cerca di occupazione possono trovare impieghi a chiamata. L’app funziona sul principio del ribasso, chi meno chiede ha più possibilità di aggiudicarsi il lavoro. A Paul questo sistema di impiego lascia il tempo per scrivere ma poco a poco lo porta in una discesa verso la povertà e la spossatezza che ha il sapore di vera piaga sociale, magari non per Paul, che proviene da una famiglia non in stato di necessità, ma sicuramente per chi a questo sistema non ha alternative. Paul perde così la sua famiglia, non riesce più a vedere i figli trasferitisi con sua moglie dalla Francia al Canada, non può più permettersi una vera casa, trova però il modo di scrivere, sua vera ragione di vita.

Viviamo, purtroppo, in una società dove tutto viene parametrato, giudicato e valutato in base ai soldi che muove. L'attività intellettuale, anche quella che nasce da pura passione, genera verso chi la pratica sempre una sola domanda (quasi sempre, dai, cerchiamo di essere ottimisti): "Sì, ma ti pagano?". Il film della Donzelli unisce la riflessione su questo aspetto del mestiere dell'artista a quella sulla piaga del "lavoro deprezzato" generata dall'esplosione di quella che viene definita gig economy. È un gioco al ribasso dove anche chi vince in fin dei conti perde, invischiato in un sistema per il quale la tua fatica vale giusto una manciata di euro. Per sua scelta, il protagonista di La mattina scrivo si trova in una situazione economicamente sempre più difficoltosa, sopportata solo per amore dell'arte, per quella possibilità di ritagliarsi il giusto tempo da dedicare alla scrittura, una passione capace di lenire i dolori dell'animo di Paul e donargli quel carico di emozioni e soddisfazioni che un'altra occupazione non riesce più a dargli. È il prezzo della libertà, uno scotto salato, unico punto poco credibile nella vicenda imbastita dalla Donzelli che vede un protagonista in uno stato di benessere che va a cercarsi la miseria da una situazione di partenza che forse avrebbe potuto gestire tranquillamente continuando a scrivere. Va bene, prendiamo per buono l'assunto di base, la scelta di Paul puzza un po' di vizio e privilegio, ma va bene. La costruzione del film si basa sulla successione dei vari lavoretti che Paul è "costretto" a portare a termine per racimolare i due soldi che gli servono per vivere, per ognuno di questi lavori Paul incontra nuove persone, prende appunti su un taccuino che la Donzelli non manca di rendere materici e visibili allo spettatore. Proprio questi appunti saranno il materiale di base sul quale Paul imbastirà il suo racconto autobiografico che sul finale non mancherà di stupire più di una persona ripagando finalmente l'artista di tutti i suoi sforzi, almeno moralmente. Così, più che un racconto sul sacrificio necessario all’arte, quello della Donzelli finisce per essere il ritratto, forse involontario, di un privilegio che si traveste da necessità, lasciando aperta una domanda scomoda su chi, davvero, possa permettersi di chiamare libertà una scelta del genere. Al netto di qualche critica, La mattina scrivo resta un film dai temi attuali e interessanti, più testa che cuore, ma ben inserito nel filone del cinema d'impegno sociale.

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