(À pied d'œuvre di Valérie Donzelli, 2025)
La mattina scrivo, della regista francese Valérie Donzelli, è un film a tema. Il nucleo narrativo dell’opera è costruito sulla questione del lavoro con salario al ribasso, una piaga resa possibile dalla distruzione consapevole di una sana e giusta lotta di classe a favore della svilente guerra tra poveri che le classi più in difficoltà, schiacciate da un’insopportabile gig economy, non riescono a scrollarsi di dosso. È un tema reale quello scelto dalla Donzelli, molto fisico, non siamo nel campo dell’emozione astratta, il protagonista sconta le conseguenze di questo modello (che si è scelto da solo, c’è da dirlo) sulla propria pelle, con mani ferite, schiena dolorante, stanchezza opprimente, tutto per una manciata di euro e per la possibilità di inseguire e dedicarsi a un sogno, quello dell’arte, nella fattispecie quello della scrittura. Ed è proprio dal lavoro autobiografico di uno scrittore, À pied d'œuvre di Franck Courtès, che è stato tratto questo La mattina scrivo, che, oltre a quanto detto, riflette anche sulle difficoltà odierne che incontra chi desidera vivere d’arte e soprattutto sulle conseguenze che una scelta come quella di privilegiare un lavoro intellettuale artistico a uno, diciamo così, più concreto, si ripercuotono sull’aspirante artista. Il tema, o i due temi se vogliamo, diventano il film, opera costruita su un reiterarsi di situazioni volte a sottolineare la condizione di Paul, il protagonista, in relazione non solo al lavoro ma anche a tutte le persone che gli stanno intorno: moglie, figli, editore, genitori, amici.
Paul Marquet (Bastien Bouillon) è un fotografo professionista che lascia il suo lavoro, peraltro remunerativo, per assecondare la sua passione per la scrittura e ritagliarsi del tempo da dedicare a questa attività, artistica e soddisfacente, ma economicamente non così appagante. Paul ha già scritto tre libri, apprezzati da parte della critica e dalla sua stessa editrice Alice (Virginie Ledoyen), tre libri che purtroppo non vendono a sufficienza; ora la casa editrice si aspetta un best seller, si aspetta che Paul metta da parte le sue storie intimiste e autobiografiche per qualcosa che possa colpire davvero il grande pubblico. Purtroppo le bozze del quarto manoscritto di Paul sembrano non incontrare le caratteristiche richieste dall’editore. Così, per concentrarsi sul nuovo materiale, l’uomo, abbandonata la fotografia e vistosi negato ogni sorta di anticipo da parte dell’editore, si iscrive a Jobbing, un’app di lavoretti saltuari grazie alla quale lavoratori in cerca di occupazione possono trovare impieghi a chiamata. L’app funziona sul principio del ribasso, chi meno chiede ha più possibilità di aggiudicarsi il lavoro. A Paul questo sistema di impiego lascia il tempo per scrivere ma poco a poco lo porta in una discesa verso la povertà e la spossatezza che ha il sapore di vera piaga sociale, magari non per Paul, che proviene da una famiglia non in stato di necessità, ma sicuramente per chi a questo sistema non ha alternative. Paul perde così la sua famiglia, non riesce più a vedere i figli trasferitisi con sua moglie dalla Francia al Canada, non può più permettersi una vera casa, trova però il modo di scrivere, sua vera ragione di vita.
Viviamo, purtroppo, in una società dove tutto viene parametrato, giudicato e valutato in base ai soldi che muove. L'attività intellettuale, anche quella che nasce da pura passione, genera verso chi la pratica sempre una sola domanda (quasi sempre, dai, cerchiamo di essere ottimisti): "Sì, ma ti pagano?". Il film della Donzelli unisce la riflessione su questo aspetto del mestiere dell'artista a quella sulla piaga del "lavoro deprezzato" generata dall'esplosione di quella che viene definita gig economy. È un gioco al ribasso dove anche chi vince in fin dei conti perde, invischiato in un sistema per il quale la tua fatica vale giusto una manciata di euro. Per sua scelta, il protagonista di La mattina scrivo si trova in una situazione economicamente sempre più difficoltosa, sopportata solo per amore dell'arte, per quella possibilità di ritagliarsi il giusto tempo da dedicare alla scrittura, una passione capace di lenire i dolori dell'animo di Paul e donargli quel carico di emozioni e soddisfazioni che un'altra occupazione non riesce più a dargli. È il prezzo della libertà, uno scotto salato, unico punto poco credibile nella vicenda imbastita dalla Donzelli che vede un protagonista in uno stato di benessere che va a cercarsi la miseria da una situazione di partenza che forse avrebbe potuto gestire tranquillamente continuando a scrivere. Va bene, prendiamo per buono l'assunto di base, la scelta di Paul puzza un po' di vizio e privilegio, ma va bene. La costruzione del film si basa sulla successione dei vari lavoretti che Paul è "costretto" a portare a termine per racimolare i due soldi che gli servono per vivere, per ognuno di questi lavori Paul incontra nuove persone, prende appunti su un taccuino che la Donzelli non manca di rendere materici e visibili allo spettatore. Proprio questi appunti saranno il materiale di base sul quale Paul imbastirà il suo racconto autobiografico che sul finale non mancherà di stupire più di una persona ripagando finalmente l'artista di tutti i suoi sforzi, almeno moralmente. Così, più che un racconto sul sacrificio necessario all’arte, quello della Donzelli finisce per essere il ritratto, forse involontario, di un privilegio che si traveste da necessità, lasciando aperta una domanda scomoda su chi, davvero, possa permettersi di chiamare libertà una scelta del genere. Al netto di qualche critica, La mattina scrivo resta un film dai temi attuali e interessanti, più testa che cuore, ma ben inserito nel filone del cinema d'impegno sociale.



