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martedì 6 gennaio 2026

TEMPI MODERNI

(Modern times di Charlie Chaplin, 1936)

Nel 1936 negli Stati Uniti d’America il cinema sonoro è una realtà conclamata. L’industria hollywoodiana si è ormai convertita in maniera quasi unanime alla nuova tecnologia e in gran parte quegli ostacoli che avevano reso difficoltose le realizzazioni delle prime pellicole parlate erano stati superati: si pensi ad esempio ai problemi di sincronizzazione audio/video (il labiale per intenderci), ai problemi dati dalla scarsa sensibilità dei microfoni e all’ingegno richiesto dal doverli nascondere nella scena, alla staticità dei protagonisti che da quei primi microfoni non potevano allontanarsi troppo, alle ingombranti cabine di insonorizzazione delle macchine da presa, troppo rumorose all’epoca per non essere captate dai microfoni. Insomma, i set dei primi film sonori erano dei veri e propri campi di battaglia sui quali attori e registi (e tutte le altre maestranze) dovevano combattere per portare a casa un risultato soddisfacente. Ma queste difficoltà nel 1936 erano state in gran parte risolte, attrezzature e tecnologie erano già migliorate e i risultati portati agli Studios dai film sonori erano da tenere in altissima considerazione. Il futuro aveva bussato alla porta e non sarebbe tornato indietro senza entrare. Eppure qualcuno ancora opponeva una strenua resistenza: con Tempi moderni il regista e attore Charlie Chaplin esce con un film sonoro, ma che si limita all’utilizzo di suoni e musica e lascia la parola a sporadiche frasi, mai pronunciate dal protagonista e sempre filtrate dall’utilizzo di macchine. Il vagabondo, il noto Charlot, farà udire la sua voce solo nel pre-finale, ma di questo parleremo più avanti.

Charlot (Charlie Chaplin) lavora come operaio in una grande fabbrica, addetto a una catena di montaggio in cui non deve far altro che avvitare bulloni a un ritmo sempre più frenetico. La pressione del lavoro e il controllo da parte dei superiori gli provocano una crisi che lo rende incapace di continuare a lavorare e che lo porta prima in ospedale e poi al licenziamento. Una volta dimesso, Charlot si ritrova coinvolto per errore in una manifestazione operaia e viene arrestato e portato in carcere. Qui conduce una vita da detenuto modello e, dopo aver sventato involontariamente un tentativo di evasione, viene rilasciato con una lettera di raccomandazione. Fuori dal carcere il vagabondo incontra una giovane ragazza (Paulette Goddard) che vive di espedienti. I due stringono un legame affettivo e cercano insieme una sistemazione: Charlot trova lavori temporanei, prima come operaio ai cantieri navali, poi come guardiano notturno in un grande magazzino, mentre la ragazza sogna una vita semplice ma stabile. A causa di nuovi incidenti e fraintendimenti, Charlot perde ancora una volta il lavoro ed è costretto a fuggire per evitare l’arresto. In seguito ottiene un impiego come cameriere in un locale, dove deve esibirsi davanti ai clienti. Anche questa esperienza si conclude nel caos più totale e i due protagonisti sono costretti ad abbandonare ogni certezza. Il film si chiude con i due che, rimasti senza nulla, si allontanano lungo la strada, pronti ad affrontare insieme ciò che li attende.

Davvero duri i “tempi moderni” di Charlie Chaplin! In una società statunitense sempre più industrializzata e votata alla nuova religione del capitalismo, la sincera bonomia del protagonista si trova a dover fare i conti con l’alienazione indotta dal lavoro in fabbrica, dal gesto meccanico, dalla ripetizione in catena capace di spingere chiunque a uscire di testa. In tempi di oppressione e conformismo non resta altro da fare se non tentare di sbarcare il lunario, solo che la nuova società è semplicemente disumanizzante, spietata, e se non sei conforme… beh, allora arrivederci e grazie. È una critica forte a quel progresso e a quelle promesse che per molti il New Deal non aveva mantenuto, è l’altra faccia del Sogno Americano che già allora iniziava a mostrare le prime crepe. Quella di Chaplin è una critica audace che negli U.S.A. gli costò opposizioni anche feroci, le sequenze in fabbrica sono tanto divertenti quanto emblematiche di una situazione già fuori controllo. L’ossessione per l’ottimizzazione e la produttività estrema sono sottolineate dalla scena alla catena di montaggio e ancor meglio dalla sequenza in mensa, dove Charlot è costretto a mangiare per mezzo di una macchina automatica che palesemente non funziona, creando ogni tipo di disagio. Simbolica e visivamente fantastica la sequenza in cui il protagonista è letteralmente risucchiato negli ingranaggi dei macchinari della fabbrica, metafora scopertissima ed efficace allo stesso tempo, peraltro di un’attualità purtroppo ancor oggi disarmante. Una vita durissima sulla quale non vale la pena di spendere parole; sembra essere stata questa la valutazione a monte della scelta di non far parlare il protagonista, in realtà dettata più che altro dal timore di Chaplin che il suo vagabondo, con l’acquisizione della favella, potesse perdere poesia nei gesti. Si riserva però una scena di canto verso il finale, in una lingua inesistente, un grammelot sui toni de “Io cerco la Titina” che ci permette finalmente di udire la voce di Chaplin. Ma ciò che più importa in Tempi moderni, assodato tutto ciò che abbiamo detto, è che il film è infarcito di gag comiche che continuano a funzionare molto bene e a far ridere, la gestione dei tempi comici da parte di Chaplin è perfetta, i movimenti in scena sono davvero poesia, così come lo è la speranza che si concede allo spettatore su un finale di totale apertura al futuro, lui e lei di spalle che si allontanano insieme verso l’orizzonte e (forse) verso una vita migliore. Da segnalare ancora la composizione delle musiche da parte di Chaplin da non sottovalutare affatto, l’episodio di montaggio intellettuale con l’accostamento tra operai e pecore (una è nera, chi sarà?) e l’accenno alle droghe nella sequenza della prigione, che in epoca Codice Hays non era cosa per nulla scontata.


domenica 7 febbraio 2016

IL MONELLO

(The kid di Charlie Chaplin, 1921)

Il primo lungometraggio di Charlie Chaplin qui regista, attore, scrittore, sceneggiatore, produttore, montatore e compositore (un pigro), è più un film tenero e sentimentale che non la commedia piena di gag che ci si potrebbe aspettare da Charlot. Certo, in un bellissimo bianco e nero d'epoca, le gag e le scenette slapstick non mancano, ma non è certo la sola risata a crepapelle che un regista intelligente come Chaplin cerca per la sua opera. Durante i cinquanta minuti, tutti muti, di durata del film si pone l'attenzione sulla vita di stenti che le classi sociali più sfortunate sono costrette ad affrontare, sui luoghi della miseria, sui pochi oggetti della fame e sugli espedienti per contrastarla. Si racconta come una madre (Edna Purviance) sia costretta ad abbandonare suo figlio (Jackie Coogan) nella speranza di poter sognare per lui una vita migliore.

Con pochi intermezzi di dialogo Chaplin costruisce un film che non ha bisogno di parole poggiando su sentimenti universali e contando su una messa in scena ineccepibile, che mostra storture e slanci d'animo sempre con un occhio di riguardo per gli ultimi. Interessanti anche le sequenze acrobatiche che, viste nel 1921, sicuramente non avranno mancato di suscitare un certo stupore. Bellissima inoltre la sintonia venutasi a creare tra l'attore adulto e il bambino, quel Jackie Coogan che da grande diverrà lo Zio Fester della celebre famiglia Addams.

Come dicevamo una donna abbandona suo figlio appena nato, lo lascia in un'auto di lusso nella speranza che i proprietari si prendano cura del piccolo trovatello. Ma l'auto viene rubata e il fanciullo scaricato in un quartiere miserrimo su di un marciapiede sporco. Lo troverà Charlot (Charlie Chaplin), un pover'uomo che lo crescerà con l'amore di un vero padre. Nel frattempo la madre del bimbo diventa una donna ricca e famosa e vorrebbe ritrovare suo figlio.


Il monello è stata una bella variazione sul tema serata in famiglia, apprezzato anche da Laura nonostante l'assenza del sonoro e i cartelli dei dialoghi in inglese (che noi ovviamente le traducevamo). I temi sono alla portata anche dei più piccoli, il film potrebbe sembrare tanto semplice ma non dimentichiamo che si tratta di un'opera datata 1921 e in fondo amore, sofferenza e miseria non dovrebbero essere concetti così difficili da afferrare. Stupisce quanto ancor oggi il film sia bello da vedere, nelle immagini e nei sentimenti, accompagnato dall'inizio alla fine da un sottofondo musicale mai troppo invadente. Attratta inizialmente dal protagonista che già conosceva grazie al cartone animato Chaplin, per la nostra bimba potrebbe essersi aperta un'altra strada cinematografica da battere, in alternativa a animazione e film per ragazzi.


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