sabato 25 luglio 2026

LO SCIAME

(La nuée di Just Philippot, 2020)

Lo sciame
è il primo lungometraggio del parigino Just Philippot, regista che, “alla lontana”, si potrebbe definire figlio d’arte, in quanto cresciuto in una famiglia in cui ci si occupava di distribuzione cinematografica. Dopo una gavetta costruita su alcuni cortometraggi selezionati anche da festival importanti come il Sundance Film Festival, Philippot esordisce nel lungo con questa sorta di horror che in realtà, ed è il tratto sicuramente più interessante del film, si configura piuttosto come una riflessione sulla difficoltà, anche e soprattutto economica, che la famiglia disfunzionale protagonista del film incontra tutti i giorni nel barcamenarsi tra le mille sfide poste dall’esistenza quotidiana. Non è facile dire quali siano state le reali intenzioni del regista: concentrarsi sul lato horror della vicenda, lavorando sull’inquietudine scaturita dal mutare dei comportamenti di una colonia di cavallette, oppure dare risalto alla situazione sociale, personale ed economica dei protagonisti in rapporto agli ostacoli posti dalla società che sta loro intorno? Sembra abbastanza evidente che quest’ultimo aspetto sia quello meglio approfondito; ne Lo sciame, per quel che riguarda l’orrore puro, a parte qualche breve passaggio che guarda al body horror, non c’è poi molto nel film per cui rabbrividire o saltare sulla sedia.


 Virginie (Suliane Brahim) è una giovane vedova che cerca di crescere i suoi due figli, l’adolescente Laura (Marie Narbonne) e il piccolo Gaston (Raphael Romand), nella fattoria di famiglia grazie a un allevamento di cavallette destinate a diventare farina. Il papà dei due ragazzi ormai non c’è più, la sua attività di allevatore di capre è stata riconvertita da Virginie, una mamma molto impegnata nel suo ruolo, poco remunerativo, di piccola imprenditrice, tanto da crearle alcune difficoltà nei rapporti con i figli, soprattutto in quello con Laura, presa spesso in giro dai compagni di scuola, anche online, proprio a causa dello strano, agli occhi dei bulli, lavoro della madre. A dare una mano alla donna, anche economicamente, c’è Karim (Sofian Khammes), palesemente invaghito di Virginie. L’attività di Virginie però fatica a decollare, le cavallette non si riproducono quanto servirebbe, il prezzo della farina è basso, gli acquirenti potenziali ancora pochi. Poi, in seguito a un accadimento fortuito, Virginie scopre che, nutrite da sangue umano o animale, le cavallette si riproducono molto più velocemente e diventano ben presto un affare più redditizio da gestire, certo, gli insetti sembrano diventare anche più aggressivi, forse troppo, ma inizialmente questo non sembra essere un gran problema, in seguito però le cose cambieranno, e non poco.


 Philippot dimostra una notevole sensibilità nel descrivere la precarietà economica e affettiva della protagonista, rendendo così Lo sciame un film molto legato all’attualità, un film che potrebbe tranquillamente, sotto questo aspetto, rivaleggiare con opere decisamente più “a tema”, come ad esempio il recente La mattina scrivo di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. I problemi economici di Virginie, in difficoltà a pagare l’affitto, la costringono a dedicare sempre più tempo alla sua attività, con scarsi risultati peraltro, aumentando le sue frustrazioni, impedendole di dedicare il giusto tempo ai figli. Philippot usa in maniera scoperta una metafora chiarissima: l’atto del donare finanche il sangue per il proprio lavoro; è un passaggio simbolico che dice molto della condizione dei più sfortunati. Racconta inoltre delle difficoltà che incontra chi lavora in agricoltura, pressato da offerte di acquisto sempre troppo basse, e ci parla anche di integrazione grazie alla figura di Karim. Quello a cui il regista parla poco è proprio il genere horror: al netto di qualche sequenza, su questo versante Lo sciame non si lascia di certo ricordare. Ciò nonostante il film di Philippot non è da disprezzare, veicola un bello sguardo sull’attualità di temi difficili come lavoro e famiglia e lo fa con un “horror” agricolo che si lascia comunque guardare con discreto piacere. Lo sciame non è un film destinato a lasciare segni profondi ma, nonostante il flop ai botteghini francesi, può comunque valere una visione.

mercoledì 22 luglio 2026

A CIASCUNO IL SUO

(di Elio Petri, 1967)

Tra gli anni Sessanta e i Settanta, in Italia vengono distribuite alcune opere realizzate da registi diversi che, per approccio e tematiche, vengono spesso ricondotte a un filone, non riconosciuto come un vero e proprio movimento, al quale viene attribuita l’etichetta di “cinema politico” o più spesso di “cinema di impegno civile”. Tra gli esponenti di questo filone troviamo Francesco Rosi, Damiano Damiani, Carlo Lizzani e, ovviamente, Elio Petri. In un’epoca attraversata dal boom economico, dai movimenti di protesta del ’68 e anche dai pesanti “anni di piombo”, il cinema tenta, con i mezzi che gli sono propri, di allargare la visuale dalle storie individuali all’analisi della cosa pubblica, all’osservazione dei meccanismi del potere e della giustizia, della criminalità organizzata, alla corruzione degli organi di Stato, a temi universali come il lavoro e i rapporti tra privati cittadini e istituzioni pubbliche (emblematico, a questo proposito, il celebre Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto del 1970). È quella che potrebbe definirsi una visione critica sulla realtà di quel tempo. Senza ombra di dubbio Petri, insieme al suo interprete prediletto Gian Maria Volonté, è uno dei principali artefici di quella preziosa stagione cinematografica: i due insieme realizzano, oltre al film appena citato, anche La classe operaia va in paradiso (1971), Todo modo (1976) e questo A ciascuno il suo del 1967.

In un paesino della Sicilia, il farmacista Arturo Manno (Luigi Pistilli), noto donnaiolo impenitente, riceve diverse lettere minatorie composte da caratteri ritagliati dai quotidiani. L’evento diventa quasi un gioco tra i suoi conoscenti, la minaccia non sempre presa seriamente. Durante una battuta di caccia nella quale il farmacista coinvolge anche un amico medico, il dottor Roscio (Franco Tranchina), i due vengono uccisi a colpi di lupara. Il primo pensiero va al delitto passionale, al “delitto d’onore”, di cui vengono incolpati alcuni parenti di una delle amanti del farmacista. Il professor Paolo Laurana (Gian Maria Volonté), conoscente del farmacista ma poco addentro alle dinamiche del paese, si persuade, in seguito ad alcuni contatti con un amico politico, che dietro al delitto ci sia qualcosa di più di una questione di corna (altrimenti si sarebbe potuto anche non drammatizzare). Laurana inizia così una sorta di indagine privata, coadiuvato dalla moglie del defunto dottor Roscio, Luisa (Irene Papas), della quale il professore è completamente infatuato e con la “collaborazione” del di lei cugino, l’avvocato Rosello (Gabriele Ferzetti). Come è facile intuire le supposizioni di Laurana troveranno nella realtà dei fatti ben più di un fondamento.

A ciascuno il suo, tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è un film politico, non c’è da dubitarne; Elio Petri lavora però in maniera non troppo scoperta, inserendo elementi di fondo, chiari e conosciuti, che lo spettatore potrà collegare allo sviluppo di questa vicenda di malaffare. Le istituzioni religiose, la mafia che aleggia dietro gli avvenimenti, i contatti poco puliti tra notabili, sono elementi che richiamano le questioni di un’epoca dove la Democrazia Cristiana governava con una sorta di continuità ideologica con quell’Italia fascista che sarebbe stato bene invece superare in tutta fretta. Petri inserisce tutti questi elementi all’interno di quella che sembra una costruzione da “trama gialla” e che in effetti ne ha tutta l’aria grazie all’indagine di un cittadino, il Laurana, in effetti al di sopra di ogni sospetto. In questo il regista romano trova un Gian Maria Volonté quasi atipico, pacato, misurato come forse poche altre volte lo è stato (lo ricordiamo più per ruoli più esagitati o sopra le righe), un protagonista che non appartiene alla istituzioni e che nemmeno è colluso col malaffare, un professore, un uomo di cultura per bene che in qualche modo, non diciamo come, pagherà lo scotto della risoluzione del “caso”. Quello di Petri è un sud da interpretare, per alcuni versi omertoso, colluso, nel quale Laurana riesce, grazie alla sua ingenua arguzia, ad aprire una breccia (chi può leggere L’Osservatore Romano in un piccolo centro della Sicilia dei Sessanta?). L’uso frequente dello zoom, i campi lunghi sul paese, rendono la regia di Petri decisamente vivace, una macchina da presa che investiga un ambiente, uno scenario ben preciso all’interno del quale si muovono caratteri che fungono da “specchio dei tempi”, denuncia e impegno messi in scena da Petri con una certa furbizia che riesce a confezionare un prodotto ancor oggi degno di un certo interesse.

sabato 18 luglio 2026

I HEAR A NEW WORLD – UN NUOVO MONDO

(I hear a new world di Alan Moore, 2026)

Quando parlammo, circa un anno e mezzo fa, di The great when – Il grande quando, primo romanzo della programmata pentalogia di Alan Moore, il bardo di Northampton, ci lasciammo augurandoci un’attesa non troppo lunga prima di poter leggere il secondo capitolo della saga della Long London, la Londra esoterica e inquietante che sta dietro a quella terrena che tutti conosciamo e che tante preoccupazioni e grattacapi, per usare sterili eufemismi, pare provocare al nostro protagonista Dennis Knuckleyard. Ormai quasi completamente lontano da impegni fumettistici, medium dal quale Moore ha preso le distanze pur essendone stato per decenni uno degli innovatori e degli alfieri, lo scrittore inglese ha più tempo da dedicare alla letteratura, suo più recente terreno creativo, circostanza che ci ha permesso di godere di questa sua ultima fatica dopo appena un paio d’anni, attesa tutto sommato ragionevole nell’ottica di una costruzione ragionata e qualitativamente ponderata di quella che, a tutti gli effetti, è una nuova mitologia in divenire concepita dal barbuto e geniale scrittore. Come promesso da Moore, ogni capitolo abiterà un diverso decennio dello scorso secolo; con I hear a new world siamo infatti catapultati, a tempo di rock’n’roll, negli anni Cinquanta, per Dennis e Grace sono passati quasi dieci anni da quelle loro prime avventure, cambia quindi il contesto storico e sociale ma ritroviamo molti dei protagonisti del primo capitolo e facciamo conoscenza con nuovi personaggi i quali, come spesso accade nelle opere di Moore, sono un mix di caratteri inventati e personaggi realmente esistiti e a loro modo protagonisti dell’epoca narrata.

Sono passati circa dieci anni dalla prima visita di Dennis Knuckleyard nella Long London; il giovane uomo sta tentando di dimenticare le terribili esperienze passate e le surreali scenografie della Londra alternativa e nascosta, roba che manderebbe fuori di testa davvero chiunque. Mentre cerca di barcamenarsi in questa società post-bellica, Dennis sopravvive scrivendo penose avventurine erotiche per un giornale di infimo ordine, roba da non andarne per niente fieri ma utile per pagarci l’affitto e qualche conto. Però non è così facile chiudere i conti con la Long London, con i suoi Arcani e con i suoi assassini Bottoncino e Il Gatto: quando un oggetto portato dalla città magica in quella reale ricompare nella vita di Dennis dal produttore discografico Joe Meeks, tutto torna a galla. Al consesso di Teste della Long London serve un emissario nella città reale per porre fine a un caso di “sconfinamento” potenzialmente disastroso, una faccenda molto pericolosa per la quale si rischia di essere letteralmente “rivoltati come un calzino”. Visto che Dennis negli ultimi dieci anni ha fatto di tutto per rendersi introvabile, le Teste hanno convocato l’adorabile Grace in sua vece, ovviamente per Dennis, ancora innamorato della giovane donna, è impensabile lasciare a lei l’onere di affrontare un viaggio nella Long London, e così…

Per quel che riguarda lo stile di scrittura, elemento in Moore da sempre fondamentale, con Un nuovo mondo lo scrittore continua con coerenza il percorso tracciato ne Il grande quando. L’impressione è che per questa pentalogia, Alan Moore abbia reso il suo linguaggio più accessibile del solito, e questa è un’affermazione che solo chi ha letto altro del bardo può comprendere fino in fondo. C’è poi da tener conto del fatto che noi leggiamo l’opera in traduzione, nel passaggio è possibile che qualche gioco di parole si perda. Al netto di quanto appena detto rimane sempre viva la prosa brillante ed elegante di Moore, una ricchezza di linguaggio non comune e la forte impressione che il racconto che andiamo a leggere sia stato partorito da una mente in possesso di una cultura davvero fuori dall’ordinario. Il racconto è pieno di riferimenti a fatti e personaggi realmente esistiti durante l’epoca narrata: si passa dal côté criminale dominato da Jack Spot nel primo libro a quello dei fratelli Kray, figure di spicco della malavita londinese che imperverseranno poi durante tutti gli anni Sessanta (e probabilmente li ritroveremo nei prossimi capitoli). Fondamentale la figura di Joe Meeks, produttore oggi poco ricordato ma che anticipa gli esperimenti in studio di registrazione poi resi sublimi dall’esperienza dei Beatles con George Martin. In mezzo alle atmosfere esoteriche della Long London, quelle criminali alle quali abbiamo già accennato, Moore tratteggia con sapienza anche la storia tra Dennis e Grace, involontari emissari in bilico tra due mondi finalmente vicini, in tutti i sensi, e pronti a costruire qualcosa insieme. Un nuovo mondo è quindi il giusto prosieguo di quanto visto nell’episodio precedente, i lettori che hanno amato l’esordio della Long London difficilmente rimarranno delusi da questo nuovo capitolo della saga ideata dal nostro sciamano preferito.

mercoledì 15 luglio 2026

NEL BLU DIPINTI DI ROSSO

(di Stefano di Polito, 2025)

L’esperienza del collettivo che andrà sotto il nome di Cantacronache nasce già sul finire degli anni Cinquanta, dalla collaborazione di alcuni intellettuali di stanza a Torino intenzionati a dare nuova vita alla canzone, fino a quel momento in Italia, a loro dire (e a ragione), troppo disimpegnata, legata a banali temi d’amor svenevole, intrisa di nostalgia o di stucchevole spirito patriottico. All’interno del collettivo militano più che altro poeti, scrittori, pensatori, più che veri e propri musicisti. Con loro collaborano nel tempo anche personalità note come Italo Calvino, che per Cantacronache scriverà Canzone triste, Oltre il ponte e Dove vola l’avvoltoio?, e Umberto Eco, mentre nell’organico del “gruppo” spiccano i nomi di Sergio Liberovici, compositore che nella DDR scopre il teatro politico e le canzoni di Brecht e che in qualche modo guarda anche allo chansonnier francese Georges Brassens, e ancora Michele Straniero, Margot, Fausto Amodei ed Emilio Jona. Proprio questi ultimi due sono la testimonianza diretta di quell’epoca, intervistati e portati indietro nel tempo dal regista Stefano di Polito, cresciuto nel quartiere proletario torinese di Mirafiori Sud. L’obiettivo del Cantacronache era quello di comporre canzoni che parlassero alla gente della propria quotidianità, di fatti di cronaca attraverso i quali esplorare problemi sociali, questioni vive. Era a tutti gli effetti un approccio politico, di sinistra, nuovo per la nostra canzone, tanto che il motto del collettivo divenne ben presto “evadere dall’evasione”, una dichiarazione d’intenti alla ricerca di un impegno nuovo e rigorosamente fuori dalle logiche del capitalismo e del mercato discografico. L’approccio era quello della composizione semplice, arrangiamenti ridotti all’osso, fin troppo in tutta sincerità; l’intransigenza verso il mercato che l’esperienza Cantacronache ha sempre portato avanti, unita al fatto che le loro canzoni, inutile negarlo, musicalmente avevano ben poco di accattivante, preclusero al collettivo ogni tipo di successo, facendo rimanere il loro percorso apprezzato solo da una nicchia di ascoltatori. Le pubblicazioni erano affidate all’etichetta Italia Canta legata al Partito Comunista Italiano.

Lo scopo principale del regista Stefano di Polito è quello di portare testimonianza e di rinverdire la memoria su un’esperienza poco nota e poco ricordata della storia della nostra musica; un lembo di conoscenza lontano dal mainstream e che, almeno in questo documentario, apre anche al presente e all’immediato futuro coinvolgendo in questa operazione di recupero uno degli artisti apprezzati dalle nuove generazioni, Guglielmo Bruno, anche lui torinese e noto ai più con lo pseudonimo di Willie Peyote e facendo riferimenti ben precisi alla situazione politica odierna. Lo scheletro del lavoro del regista è basato sulle interviste a Jona e Amodei (purtroppo scomparso prima dell’uscita del film) che ricostruiscono con profusione di particolari la loro esperienza legata al Cantacronache, la loro idea di costruire qualcosa di alternativo alla “canzone di Sanremo”. Si affronta in questo Nel blu dipinti di rosso anche la ricerca dei componenti del collettivo nel campo dell’etnomusicologia, con l’escursione nel vercellese alla ricerca del canto popolare delle mondine nelle risaie, canti di protesta, in opposizione aperta al trattamento ricevuto dai padroni. Il discorso si amplia poi sul tema della conservazione delle testimonianze, dei canti, dell’esperienza grazie al lavoro dell’etnomusicologo Flavio Giacchero e della musicista Marzia Rey, che ci accompagnano in questo viaggio di (ri)scoperta. Alla fine rimane impressa la tenerezza che esprimono questi due anziani signori in relazione a ciò che hanno saputo costruire nel loro passato, tenendo a far presente che, nonostante la serietà dei loro intenti e delle loro motivazioni, durante la costruzione dell’esperienza Cantacronache, a legare insieme il tutto c’era sempre una buona dose di sano divertimento.

sabato 4 luglio 2026

MOVING

(Ohikkoshi di Shinji Sōmai, 1993)

Il regista giapponese Shinji Sōmai, classe 1948, scomparve all’età di cinquantatré anni nel 2001 ed è considerato da una parte consistente della critica uno degli autori più importanti del cinema giapponese della sua generazione, tanto da essere indicato come un maestro da cineasti di primissimo piano quali Hirokazu Kore’eda e Ryusuke Hamaguchi. E in effetti i punti di contatto con il cinema di Kore’eda paiono evidenti, almeno a giudicare da questo Moving e dallo sguardo ravvicinato sui legami familiari e sulla condizione dei più giovani componenti di famiglie non sempre tradizionali o prese, come in questo caso, in un momento di passaggio, in situazioni che per una bambina di undici anni come la protagonista di Moving possono rivelarsi semplicemente sconvolgenti. La fama di Sōmai è rimasta per lungo tempo confinata soprattutto tra gli appassionati e gli studiosi del cinema orientale, anche a causa della scarsa circolazione internazionale delle sue opere; negli ultimi anni questa è stata però alimentata da un importante lavoro di recupero e restauro della sua filmografia. Il film di Shinji Sōmai, uscito in origine nel 1993 e presentato nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes, arriva infatti all’attenzione del pubblico italiano grazie al restauro del 2023, ed è ora uno dei film asiatici presenti nel generoso catalogo della piattaforma Mubi.

Renko (Tomoko Tabata) è una bambina di undici anni che si trova a doversi confrontare con la separazione dei suoi genitori: mamma Nazuna (Junko Sakurada) e papà Kenichi (Kiichi Nakai). È il papà di Renko ad andarsene di casa; la bambina rimarrà con la mamma. Se inizialmente Renko sembra accettare la separazione, ci vuole davvero poco prima che inizi a sentire la mancanza del padre e ad affrontare una crisi profonda che la porta al rifiuto della decisione presa dai genitori, nella quale lei ha poca voce in capitolo, e poi ad adottare comportamenti sempre più ribelli che sfoceranno in atti pericolosi e preoccupanti per genitori e per i maestri in ambiente scolastico. Tra fughe dai genitori, incontri improvvisati, scontri con i bulli della scuola e passaggi dai toni onirici che accompagnano il percorso di maturazione della protagonista, Renko dovrà far fronte alla nuova situazione e affrontare un processo di crescita che dovrà per forza di cose portarla ad accettare la nuova situazione e un nuovo stile di vita che le aprirà le porte verso un futuro, si spera, più sereno e pacificato.


Shinji Sōmai
con Moving esplora una situazione ormai comune che però, per una bambina di undici anni, si porta dietro una forza dirompente capace di sconvolgere un’esistenza fino a quel momento serena (o così supponiamo, in realtà non vediamo il pregresso in Moving). Possiamo supporlo perché il regista ci mostra questa storia dal punto di vista di Renko, e la volontà della bambina è che i due genitori tornino insieme. Sono diverse le scelte che Sōmai adotta per veicolare i desideri di Renko: alcuni sono fantasiosi e un po’ naif, adatti a una bimba della sua età, come quello, in visita alla nuova casa del padre, che l’armadio della camera di Kenichi e il suo siano magicamente collegati, in modo da poter andare a trovare il papà in qualsiasi momento. Altri si rifanno a una realtà più dura, quella di una bimba ferita che tenta di attirare l’attenzione in maniera più eclatante: fuggendo dalla madre che le impone una “costituzione” casalinga che sistematicamente Renko straccia facendola a pezzi, chiudendosi in bagno per ore rifiutandosi di uscire, provocando addirittura un piccolo incendio a scuola. È un movimento continuo quello della piccola Renko, una ricerca incessante di un nuovo equilibrio. È soprattutto nell'incontro con l'anziano, simbolo della necessità di lasciar andare alcuni ricordi dolorosi, e nelle sequenze oniriche che Sōmai costruisce il percorso di maturazione di Renko: la scena finale al lago Biwa in cui la bambina viene finalmente a patti con sé stessa; la festa del ritorno degli spiriti dei defunti. Lo stile del regista è sempre lucido, elegante, disciplinato, a volte simbolico come nelle sequenze con la famiglia attorno al tavolo triangolare, più trattenuto di quello del suo “allievo” Kore’eda, forse più vicino alla nostra sensibilità e portatore di un piglio più contemporaneo. Menzione particolare alla bravissima Tomoko Tabata all’epoca del film appena tredicenne.

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