(di Elio Petri, 1967)
Tra gli anni Sessanta e i Settanta, in Italia vengono distribuite alcune opere realizzate da registi diversi che, per approccio e tematiche, vengono spesso ricondotte a un filone, non riconosciuto come un vero e proprio movimento, al quale viene attribuita l’etichetta di “cinema politico” o più spesso di “cinema di impegno civile”. Tra gli esponenti di questo filone troviamo Francesco Rosi, Damiano Damiani, Carlo Lizzani e, ovviamente, Elio Petri. In un’epoca attraversata dal boom economico, dai movimenti di protesta del ’68 e anche dai pesanti “anni di piombo”, il cinema tenta, con i mezzi che gli sono propri, di allargare la visuale dalle storie individuali all’analisi della cosa pubblica, all’osservazione dei meccanismi del potere e della giustizia, della criminalità organizzata, alla corruzione degli organi di Stato, a temi universali come il lavoro e i rapporti tra privati cittadini e istituzioni pubbliche (emblematico, a questo proposito, il celebre Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto del 1970). È quella che potrebbe definirsi una visione critica sulla realtà di quel tempo. Senza ombra di dubbio Petri, insieme al suo interprete prediletto Gian Maria Volonté, è uno dei principali artefici di quella preziosa stagione cinematografica: i due insieme realizzano, oltre al film appena citato, anche La classe operaia va in paradiso (1971), Todo modo (1976) e questo A ciascuno il suo del 1967.In un paesino della Sicilia, il farmacista Arturo Manno (Luigi Pistilli), noto donnaiolo impenitente, riceve diverse lettere minatorie composte da caratteri ritagliati dai quotidiani. L’evento diventa quasi un gioco tra i suoi conoscenti, la minaccia non sempre presa seriamente. Durante una battuta di caccia nella quale il farmacista coinvolge anche un amico medico, il dottor Roscio (Franco Tranchina), i due vengono uccisi a colpi di lupara. Il primo pensiero va al delitto passionale, al “delitto d’onore”, di cui vengono incolpati alcuni parenti di una delle amanti del farmacista. Il professor Paolo Laurana (Gian Maria Volonté), conoscente del farmacista ma poco addentro alle dinamiche del paese, si persuade, in seguito ad alcuni contatti con un amico politico, che dietro al delitto ci sia qualcosa di più di una questione di corna (altrimenti si sarebbe potuto anche non drammatizzare). Laurana inizia così una sorta di indagine privata, coadiuvato dalla moglie del defunto dottor Roscio, Luisa (Irene Papas), della quale il professore è completamente infatuato e con la “collaborazione” del di lei cugino, l’avvocato Rosello (Gabriele Ferzetti). Come è facile intuire le supposizioni di Laurana troveranno nella realtà dei fatti ben più di un fondamento.
A ciascuno il suo, tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è un film politico, non c’è da dubitarne; Elio Petri lavora però in maniera non troppo scoperta, inserendo elementi di fondo, chiari e conosciuti, che lo spettatore potrà collegare allo sviluppo di questa vicenda di malaffare. Le istituzioni religiose, la mafia che aleggia dietro gli avvenimenti, i contatti poco puliti tra notabili, sono elementi che richiamano le questioni di un’epoca dove la Democrazia Cristiana governava con una sorta di continuità ideologica con quell’Italia fascista che sarebbe stato bene invece superare in tutta fretta. Petri inserisce tutti questi elementi all’interno di quella che sembra una costruzione da “trama gialla” e che in effetti ne ha tutta l’aria grazie all’indagine di un cittadino, il Laurana, in effetti al di sopra di ogni sospetto. In questo il regista romano trova un Gian Maria Volonté quasi atipico, pacato, misurato come forse poche altre volte lo è stato (lo ricordiamo più per ruoli più esagitati o sopra le righe), un protagonista che non appartiene alla istituzioni e che nemmeno è colluso col malaffare, un professore, un uomo di cultura per bene che in qualche modo, non diciamo come, pagherà lo scotto della risoluzione del “caso”. Quello di Petri è un sud da interpretare, per alcuni versi omertoso, colluso, nel quale Laurana riesce, grazie alla sua ingenua arguzia, ad aprire una breccia (chi può leggere L’Osservatore Romano in un piccolo centro della Sicilia dei Sessanta?). L’uso frequente dello zoom, i campi lunghi sul paese, rendono la regia di Petri decisamente vivace, una macchina da presa che investiga un ambiente, uno scenario ben preciso all’interno del quale si muovono caratteri che fungono da “specchio dei tempi”, denuncia e impegno messi in scena da Petri con una certa furbizia che riesce a confezionare un prodotto ancor oggi degno di un certo interesse.




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