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venerdì 23 settembre 2022

I QUARANTANOVE RACCONTI

(The first forty-nine stories di Ernest Hemingway, 1938)

I quarantanove racconti di Ernest Hemingway rimane, insieme ad alcune raccolte di Raymond Carver, una delle più celebri antologie di scritti brevi. I racconti contenuti nell'edizione pubblicata a partire dal 1938 risalgono a un periodo che spazia tra la seconda metà degli anni 20 a tutto il 1933 circa e sono opere, già pubblicate in precedenza in altre compilazioni, che vanno dalle poche pagine fino ad arrivare a esiti più corposi ma quantunque brevi. Ciò che in primis accomuna questi scritti, che trattano argomenti e temi disparati ma riconoscibili tra quelli cari a Hemingway, è fuor di dubbio lo stile di scrittura dell'autore: frasi brevi, secche, concise, pochi fronzoli, dialoghi nei quali l'uso della ripetizione diventa cifra di stile, ricerca dell'essenziale e una riuscita d'insieme che non si può definire che "potente", di sostanza, una prosa indicata a descrivere la vita, a mettere nero su bianco la difficoltà di ottenere un lieto fine, nel racconto come nella vita, l'impossibilità di opporsi alla marea di un'esistenza incontrollata e incontrollabile. Tornano a più riprese anche i temi cari all'autore, tra l'altro già esplorati (o poi ripresi) nelle sue opere lunghe, pensiamo alla guerra (Addio alle armi), alle battute di caccia (Verdi colline d'Africa) o al rapporto con l'acqua (Il vecchio e il mare) o con la Spagna (Fiesta). Inframezzati da brevissimi inserti numerati e inseriti nella raccolta come "capitoli", i quarantanove racconti vanno a creare un corpo d'opera compatto che vanta un'unità di stile e una coesione in termini di vedute e di temi che donano all'intera opera il pregio della coerenza interna e quello di serbare una qualità media molto alto, poco affetta dal saliscendi qualitativo che di norma si riscontra in ogni antologia.

È lo stesso Hemingway nell'introduzione al libro a selezionare alcuni racconti e indicarli come i meglio riusciti o quanto meno come quelli a cui Hemingway è rimasto più affezionato. Uno di questi è il racconto che apre l'antologia, Breve la vita felice di Francis Macomber, uno dei preferiti anche di chi scrive, per chi lo conosce è impossibile non andare con il pensiero al biografico Verdi colline d'Africa; in un impianto questa volta di finzione si torna alle stesse atmosfere, con un'Africa rigogliosa come scenario, le battute di caccia come motore dell'azione e il coraggio e la viltà, il successo e il fallimento, l'amore e il tradimento come gli aspetti messi in disamina dell'umana esistenza, destinata almeno per qualcuno a non elargire (più) il lato migliore di sé stessa, racconto che ispirò il film Passione selvaggia diretto da Zoltán Korda. Sono spesso il coraggio, l'onore, la determinazione a conseguire per una volta (o per l'ultima volta) una vittoria, i temi che ricorrono e che non sempre trovano la soddisfazione nei personaggi protagonisti, viene in mente il torero in fase calante Manuel Garcia de L'invitto o il pugile Jack Brennan in Cinquanta bigliettoni. Numerosi i racconti dove è presente quello che è una sorta di alter ego di un Hemingway giovane, Nick Adams, scritti nei quali emerge l'amore per la natura, per la pesca, la vita semplice e vagabonda. Tornano anche alcune sensazioni già suscitate dal romanzo lungo Addio alle armi, ad esempio con In paese straniero dove si riconosce l'esperienza della convalescenza a Milano durante la guerra. Hemingway cita inoltre tra i suoi preferiti ancora Colline come elefanti bianchi, Qualcosa che mai proverete, Le nevi del Kilimangiaro, Un posto pulito illuminato bene e Le luci del mondo che, per sua stessa ammissione, pare non sia mai piaciuto a nessuno.

"La cosa più difficile che ci sia al mondo è scrivere una prosa assolutamente onesta sugli esseri umani". I quarantanove racconti sono lì a dimostrare come Hemingway sia riuscito nel suo intento e quanto il suo dubbio, il suo cruccio, non abbia ragion d'essere. Un racconto onesto sull'essere umano, sulla vita, sulle carte che questa serve e che spesso vanno a comporre una brutta mano, è proprio ciò che si trova in questi racconti e che li rende così affascinanti, presi uno a uno ma anche valutandoli nel complesso di una raccolta molto corposa (nell'edizione dei vecchi Oscar Mondadori ci avviciniamo alle 600 pagine). Non c'è dispersione durante la lettura, anche per chi, come chi scrive, ha un feeling migliore con il romanzo rispetto al racconto breve, il coinvolgimento in quello che è considerato un capo d'opera dell'autore risulta totale e pieno. Grandi eventi e piccoli momenti illuminano qui il mondo di Hemingway, riportando di riflesso le meraviglie e i dolori di una vita vissuta in maniera intensa, esperienze e testimonianze che si riversano su carta in episodi nei quali è nascosta la vita: dolore, sconfitta, amore, riscatto, guerra e forse, finalmente, pace.

domenica 3 maggio 2020

VERDI COLLINE D'AFRICA

(Green hills of Africa di Ernest Hemingway, 1935)

Verdi colline d'Africa nasce come una sorta di sfida che Hemingway pose a sé stesso, oltre a essere una cronaca del periodo trascorso dallo scrittore in Africa orientale, siamo tra il '33 e il '34 con Hemingway impegnato in battute di caccia grossa, il libro è il tentativo di vedere  "se il profilo di una regione e l'esempio di un mese di vita descritti con fedeltà possano competere con un'opera di fantasia", parole queste che lo stesso scrittore mise come avvertenza in principio del suo libro. L'esito di questo esperimento fu accolto dalla critica dell'epoca con molta freddezza se non addirittura con recensioni avverse che demolivano oltre al contenuto considerato di scarso interesse, anche lo stile dell'autore in precedenza elogiato come uno dei più significativi esempi di scrittura della moderna generazione di narratori americani. In realtà dietro questa acredine, assodato col tempo che il libro è tutt'altro che disprezzabile, si celava un po' l'avversione che per vari motivi la figura dell'Ernest Hemingway uomo si era creata nel corso degli anni precedenti l'uscita di Verdi colline d'Africa. Intanto in diversi suoi scritti, come accade anche in questo, Hemingway non risparmiava commenti a volte tutt'altro che lusinghieri su colleghi scrittori, anche apprezzati dai critici, passando un po' per arrogante e inimicandosi parte dell'ambiente letterario americano, la stessa figura del critico non fu trattata dallo scrittore propriamente con i guanti di velluto, Hemingway non aveva peli sulla lingua, cosa che probabilmente gli valse critiche talvolta più severe di quel che l'effettivo valore dell'opera, pur non essendo collocabile al suo apice produttivo, meritasse. Inoltre il "disimpegno" di Hemingway, che negli anni successivi alla Grande Depressione si sollazzava tra vita mondana, party, uscite di pesca e safari in Africa, non era proprio benvisto dai critici più vicini alla sinistra, mentre la parte avversa non apprezzò alcuni dei contenuti presenti in Addio alle armi. Insomma, Hemingway se ne infischiava e procedeva per la sua strada.

Ammetto che qualche dubbio sul reale interesse che un libro come questo potesse suscitare lo nutrivo anche io, in fin dei conti non ho simpatia per la caccia, non sono particolarmente attratto dal continente nero e nemmeno dal tipo di narrazione cronachistica che mi si parava di fronte; nell'ottica di approfondire i grandi autori della letteratura americana mi sono comunque approcciato alla lettura di Verdi colline d'Africa. A lettura ultimata si può dire come la piccola scommessa di Hemingway sia stata vinta, il libro presenta più di un passaggio appassionante e tra questi ci sono proprio le descrizioni delle battute di caccia, vive anche di altri momenti più brevi ma egualmente sfiziosi dove Hemingway si concede delle digressioni riportando le sue conversazioni a tema letterario avute con la moglie Pauline Pfeiffer (o P.V.M. o Povera Vecchia Mamma o Mama per gli indigeni) e con il compagno d'avventura Jackson Phillips o con il cacciatore austriaco Kandinsky. In più il libro ha un discreto valore naturalistico, almeno per i meno esperti in materia, suscita la curiosità di andare a informarsi sulle zone più lussureggianti per vegetazione di quella parte d'Africa che sta tra la Tanzania e il Kenya o su cosa sia di preciso un kudù o come si presenti la razza delle antilopi nere. La narrazione si concentra sulla mera cronaca delle giornate di caccia con la ridda di sentimenti che da essa scaturiscono: la gioia nell'abitare seppur temporaneamente un paese meraviglioso, ancora non contaminato dall'uomo, tema caro allo scrittore che vede nell'America un paese ormai corrotto dall'opera dei suoi abitanti, la frustrazione per tutte le giornate storte e le occasioni mancate, l'invidia e il malumore di fronte alle splendide prede conquistate da altri cacciatori, in particolare Karl, peraltro ottimo uomo e amico di Hemingway, la soddisfazione per le proprie vittorie, la fatica e un certo senso d'onore verso le prede: cacciare solo maschi adulti, uccidere al primo colpo evitando di far soffrire l'animale, nutrirsi della carne di ciò che si è cacciato. Interessanti anche le descrizioni degli indigeni, con opinioni che variano dalla grande ammirazioni per i nobili guerrieri masai fino al disprezzo per qualche cialtrone locale ormai troppo abituato all'uomo bianco.

Seppure la scrittura di Hemingway in Verdi colline d'Africa non eguagli la potenza che lo stesso esprimeva ad esempio in Addio alle armi, che peraltro trattava di ben altre tematiche, si può dire che il libro fu ingiustamente bistrattato dalla critica, rimane un'ottimo romanzo di viaggio, un diario appassionante di situazioni che pur non avendo un interesse universale hanno la capacità di catturare l'attenzione e avvincere il lettore, in fondo proprio la buona riuscita della sua scrittura, la ricerca su forma e linguaggio, è sempre stata uno dei crucci di Hemingway che da questo punto di vista, anche in quest'occasione, non si può dire che abbia sbagliato il colpo.

giovedì 24 novembre 2016

ADDIO ALLE ARMI

(A farewell to arms di Ernest Hemingway, 1929)

Indicato sovente come uno dei più importanti romanzi del Novecento, Addio alle armi è un libro in parte autobiografico, in parte solamente ispirato a fatti accaduti a Hemingway e ai suoi commilitoni sul fronte di guerra e in parte romanzato. Un'unione di fonti che riesce a dar vita a un racconto realmente potente, lungo il quale a venir fuori è la condizione dell'uomo in totale balia della vita, incontrollabile, imprevedibile e spesso crudele, ai giochi della quale è molto difficile se non impossibile opporsi. Questa condizione è qui veicolata per mezzo di due grandissimi motori che influenzeranno la vita del protagonista Frederic Henry, una dicotomia indissolubile (o quasi) di amore e guerra.

A voler minimizzare i termini del racconto si potrebbe dire che Addio alle armi è nient'altro che un'appassionata storia d'amore in tempo di guerra, ma come già detto non è proprio così. Addio alle armi è un'amara e disillusa riflessione sulla vita, è un romanzo innovativo per quel che riguarda l'uso della prosa da parte di Hemingway, è lo specchio di un disagio generazionale che ha prodotto uomini nuovi, meno ingessati e più propensi a mettere in discussione le più alte brutture che tanti giovani sono sempre stati chiamati a compiere in nome della Patria, una Patria solitamente ipocrita e colpevole, è una sacrosanta croce rossa tirata sulla parola guerra, è la messa in scena di un uomo molto lontano dall'essere perfetto, e sì, infine è anche una bella storia d'amore in tempo di guerra.

Prima Guerra Mondiale. Frederic Henry, arruolatosi volontario nell'esercito americano, viene mandato insieme ai reparti medici di supporto sul fronte italiano. Siamo dalle parti di Gorizia, dove le giornate per la gran parte scorrono tranquille e il pericolo vero è sempre a qualche chilometro di distanza. Il tenente Henry si occupa dei mezzi di trasporto medici e del trasporto dei feriti ai punti di soccorso. Passa il tempo con i suoi commilitoni italiani, con le donne del bordello del paese e a far quattro chiacchiere con il cappellano abruzzese, uno degli uomini con il quale si intrattiene più volentieri. Nell'ospedale di zona conosce la giovane infermiera inglese Catherine Barklay e poco a poco, ricambiato, se ne innamora. Ma la guerra non lascia troppo spazio per l'amore, in uno dei pochi incontri ravvicinati col nemico, il tenente viene ferito seriamente a una gamba e perde alcuni compagni. Ricoverato presso l'ospedale di Milano si ricongiunge all'amata con la quale potrà riprendere la sua storia d'amore. Ma la guerra ancora non è finita.

"Si va dritti a casa senza più pensare, che la guerra è bella anche se fa male" cantava De Gregori, affermazione con la quale Hemingway non sembra concordare presentandoci un personaggio che, dopo essersi arruolato volontario, è pronto alla diserzione pur di ritrovare la vita e l'amore dai quali la guerra rischia di strapparlo per sempre. Purtroppo per alcuni la vita stessa sembra una guerra, sempre pronta a regalarti ferite insanabili. Nel raccontare le sfide e i duri colpi che la vita riserva al protagonista, lo scrittore fa uso di una prosa diretta, moderna e ispirata, che non si concede troppi inutili fronzoli nemmeno nelle sequenze descrittive e trova i suoi migliori sfoghi nei dialoghi tra i personaggi, sempre sinceri, schietti e avvolgenti ma a loro modi intrisi costantemente di un piacevole sapore letterario. Non stupisce che il romanzo, uscito nel 1929, abbia fatto epoca e che abbia contribuito alla popolarità di uno scrittore non sempre ben accetto, soprattutto qui da noi. Sotto il regime fascista, di Addio alle armi fu infatti vietata la pubblicazione, e per la sua traduzione clandestina la giornalista Fernanda Pivano fu tratta in arresto. Il fatto che il romanzo fosse ritenuto scomodo ne sottolinea ancora una volta la grandezza e l'importanza.

Ernest Hemingway

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