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mercoledì 31 marzo 2021

IL MINESTRONE

(di Sergio Citti, 1981)

Maestro: la fame si sente, non si vede. Come un'altalena invisibile, va e viene, va e viene. Quando mangi se ne va via, quando caghi ritorna.
Giovanni: furba eh? Sta lì ferma e nessuno le dice niente. Va e viene, va e viene.
Francesco: scusate maestro, qui state parlando con un esperto. Non sono d'accordo che la fame va e viene. La fame è una malattia. Viene e non se ne va più.
Cameriere: sì, è vero. È... come un documento, una carta d'identità, un passaporto.
Maestro: la fame è come l'anima.
Giovanni: che ci lascia dopo morti.
Francesco: ando' stà la fame? Si l'acchiappo me la magno a mozzichi, ndo sta', ndo s'è nascosta?
Giovanni: sta qua, sta tutta qui dentro, e nun esce sta carogna! E nun c'è niente per farla uscire.
Maestro: basta mangiare.
Giovanni: che? E che se magnamo?

Il cinema della fame. Forse al giorno d'oggi il cinema della fame non si fa più, almeno nei paesi occidentali, questo è cinema che nasce dalla fame e rappresenta la fame per la fame, dove il cibo non è metafora di un capitalismo che sprona il consumo smodato (La grande abbuffata di Ferreri) o di potere (anche se qualche accenno a questi paralleli in almeno una sequenza è anche qui presente), questo è il cinema che segue quello dei borgatari di Pasolini, straccioni e accattoni, gli affamati de La Ricotta, episodio sempre pasoliniano di Ro.Go.Pa.G., gente che deve in qualche modo mettere insieme pranzo e cena e spesso non ci riesce a causa di una condizione sociale ai margini. Sergio Citti arriva proprio dal cinema di Pasolini, sceneggiatore di Accattone e Salò, poi attore, passa dietro la macchina da presa sul nascere dei 70 con Ostia, il discorso sulla fame torna in altri momenti della sua filmografia, basti pensare alle sequenze di Casotto con Proietti e Franco Citti (fratello del regista) affamati oltremisura; ne Il minestrone, lungo presentato dalla Rai diviso addirittura in tre puntate e ora disponibile su Raiplay, torna anche quella visione itinerante del cinema, lo scenario che passa dalle borgate romane che pretendono d'esser mostruosamente moderne alle campagne, e via via verso altre regioni, gli orizzonti qui si ampliano oltremisura alla ricerca di un rimedio alla fame che porterà i protagonisti dalle periferie di Roma fino alle vette della Valsugana. Ma la fame è un mostro, come si sconfigge un mostro che torna e torna e torna? Come da dialogo in apertura la fame è come l'anima, te la porti dentro, non te ne puoi separare, la puoi lenire momentaneamente e subito rieccola, non c'è rimedio, l'unica è mangiare! Si, ma che? Che se magnamo?

Francesco (Franco Citti) e Giovanni (Ninetto Davoli) sono due poveracci della periferia romana, rovistano nell'immondizia per trovare qualcosa da mangiare, incappati insieme in diverse disavventure finiscono in cella dove faranno la conoscenza di un altro miserabile che prenderanno a chiamare il Maestro (Roberto Benigni), uno vestito bene, dai modi più raffinati e che gira tutti i ristoranti e le trattorie di Roma facendo il vento, cioè scappando prima dell'arrivo del conto. Rimessi in libertà i tre tenteranno d'applicare gli insegnamenti del Maestro ma riempire la pancia rimarrà impresa ardua. Finiti accidentalmente in Toscana i tre inizieranno un viaggio itinerante allo scopo di lenire la fame, alla piccola combriccola si unirà prima un cameriere maltrattato (Fabio Traversa), poi via via il gruppo si farà più nutrito (ma solo di numero, tutti sempre a digiuno) e conterà su nobili decaduti, aspiranti suicidi e santoni improbabili (Giorgio Gaber). La fame li trascinerà fino all'estremo nord senza che questa venga mai placata.

Il minestrone è un road movie dove al posto del percorso di formazione dei protagonisti c'è la fame, pura e semplice, e tutti i tentativi frustrati di un gruppo di personaggi per metterla a tacere. Il film è divertente e si guarda con leggerezza nonostante la lunga durata, presenta inoltre un cast per quegli anni di tutto rispetto, oltre ai volti già noti grazie al cinema di Pasolini appartenenti a Franco Citti e Ninetto Davoli, c'è quel Benigni che ancora era un folletto anarchico della comicità, al tris d'assi si accompagna una schiera di comprimari di tutto rispetto tra i quali spicca la presenza sul finale di Giorgio Gaber, ennesimo affronto del destino alla scalcagnata combriccola, ma anche Daria Nicolodi da poco scomparsa, Pietro De Silva e Fabio Traversa. Sergio Citti ci mostra la miseria e lo squallore, anche tra le meravigliose colline toscane ci si imbatte in discariche, casolari abbandonati, depositi di pneumatici, nei confronti del cibo c'è quella voracità disturbante che può repellere lo spettatore abituato allo stomaco pieno, il gruppo squinternato acquisisce caratteristiche giullaresche man mano che si ingrossa andando a creare una piccola armata in marcia per conquistare non territori ma un pasto, caldo o freddo che sia. Dai protagonisti affiorano squarci di poesia popolare, filosofia delle borgate, il miraggio di una condizione migliore permane, permane e viene svilito da una realtà dove alla fine non si mangia e, a voler forzare un parallelismo con l'odierno, anche da una società dove non c'è (più) da "mangiare" per tutti. Opera meritoria, surreale, purtroppo sommersa e nuovamente visibile grazie a Fuori Orario, che sposta un po' più avanti nel tempo il discorso iniziato da Pasolini, offre opportunità di ripensare alle disparità ancora vive nella società moderna in relazione alle necessità primarie, lo fa permettendoci di poter ridere anche su quella stronza della fame!

domenica 15 novembre 2020

CASOTTO

(di Sergio Citti, 1977)

Con Casotto Sergio Citti demolisce la commedia balneare in voga nel Cinema italiano già dai primi anni 50, poi consolidata nella nostra memoria con episodi successivi come Sapore di mare (datato 1983), non mancando di far riferimento alla nostra commedia classica, quella del dopoguerra, dove tra i temi ricorreva spesso quello della fame, quella atavica, dettata dalla carenza di cibo, di soldi, di benessere, due filoni del nostro Cinema qui ripresi e, soprattutto per quel che riguarda il versante vacanziero, spogliati da ogni romanticismo per essere catapultati nel cinismo, nei modi rozzi, nell'opportunismo e tra le basse voglie di un'umanità sempre avida di qualcosa, incline al materiale e a diversi tipi di egoismo. Questa povertà, di risorse, di cultura, di eleganza e di valori, viene sottolineata da un'altrettanta povertà di mezzi nella messa in scena, Casotto è un film balneare che può permettersi di non mostrare mai il mare, lo vediamo solo nella prima ripresa, una panoramica a 360° su una spiaggia squallida e poco curata, poi la camera entrerà nel casotto numero 19 (una cabina collettiva dove i bagnanti possono andare a cambiarsi) senza uscirne praticamente mai, con sguardi sull'esterno solo attraverso l'uscio di questo casotto che, come fatto notare da più critici già all'epoca, è parola che indica anche la gran confusione generata da questa strana accozzaglia di tipi umani. Nelle intenzioni di Citti, come lui stesso dichiarò rilasciando un'intervista alla stampa, c'era quella di raccontare qualche momento della vita di quelle persone che nelle altre commedie balneari stavano sullo sfondo, venivano inquadrate di sfuggita, entravano in una cabina senza dire mai una battuta, senza mai lasciare traccia di sé. Guardando Casotto lo spettatore può forse comprendere perché registi e sceneggiatori più pudici decisero di lasciare questi elementi ai margini delle loro narrazioni.

Citti invece non ha scrupoli, mostra tutta la volgarità del popolo, nella favella come nei pensieri e nelle azioni, non lesina sui nudi integrali mostrando grazie ma soprattutto brutture, di fisici poco eleganti, di uomini poco dotati, di mutazioni a due membri, di zone pubiche esageratamente rigogliose e che ora paiono così fuori moda, di culi flaccidi e via discorrendo, non si risparmia nemmeno sul versante alimentare, perché qui l'importante è lo scopo, riempire la pancia, grazia e buone maniere sono cose altre, che poco hanno a che vedere con la fame, e allora carni dilaniate, bocconi esagerati, ingordigia disturbante, il balletto del cocomero, fettine panate nascoste nelle mutande e poi addentate con gusto, una carrellata di piccoli orrori e meschinità a tratteggiare l'uomo, una descrizione per spunti, per momenti, che non ha uno sviluppo se non quello della giornata di mare con annessi secondi fini.

Giulia e Bice (Mariangela e Anna Melato) sono due giovani donne pronte a irretire il signor Cerquetti (Ugo Tognazzi), uomo dell'assicurazione, con ogni tipo di favore sessuale pur di ottenere da lui un cospicuo rimborso assicurativo per la morte del marito di una delle due donne. Lui, irreprensibile, in fondo non aspetta altro che essere scopato. Gigi (Gigi Proietti) e Nando (Franco Citti) sono due spiantati squattrinati che vorrebbero venire al dunque con Iole (Clara Algranti) e Gloria (Julie Sebestyen) che però non ne vogliono sapere e mirano almeno a farsi offrire un buon pranzo. La giovane Teresina (Jodie Foster) è in uscita con i nonni (Paolo Stoppa e Flora Carabella) e il cugino mezzo scemo Vincenzo (Michele Placido), un ingenuotto che i nonni tentano di buttare tra le braccia (o meglio tra le gambe) della nipote prematuramente incinta al fine di trovare una dignitosa (?) riparazione. Carlo (Carlo Croccolo) e Ketty (Cathy Marchand) cercano di appartarsi e far l'amore per la prima volta, colmi di desiderio vengono sempre interrotti sul più bello, e ancora un prete con due uccelli, un militare in fissa col fisico costretto a imbottirsi il costume con i calzini, una squadra di pallavolo femminile, un guardone (Ninetto Davoli)...

Tratteggio di un'umanità variamente disastrata in un interno, la camera si muove nel casotto dando il giusto spazio ai vari personaggi, su tutti si distinguono un grande Paolo Stoppa ("Ma 'ndo cazzo vai? Ma nun lo vedi che c'hai 'na palla de' fori?"), il più elegante Tognazzi e l'accoppiata Citti/Proietti al cui ricordo dedico con affetto questo post. Da segnalare la partecipazione straordinaria di Jodie Foster dopo il successo di Taxi Driver di Scorsese e quella "onirica" di Catherine Deneuve. Casotto è la lampante dimostrazione sul perché preferire la vacanza in montagna a quella al mare!

venerdì 20 settembre 2013

MORTACCI

(di Sergio Citti, 1989)

Che da morti magari non si sta poi così male, qualcuno pure meglio che da vivo. Dice che il cimitero di notte mica è così triste, si ride parecchio delle cose tragiche, si narrano e si ascoltano storie, s'aspettano i vivi che vengono al mattino, quelli che ricordandosi di te non ti permettono d'andartene veramente, mannaggia a loro. Anzi, mortacci loro! Che uno aspetta una vita per sapere cosa c'è dopo la morte e quando muori rimani fregato. Si, sei morto, ma muori davvero solo quando tutti si scordano di te. Allora muori, sei morto e aspetti di morire un'altra volta. Mortacci loro mortacci.

Al cimitero s'incontrano e convivono un nutrito gruppo di deceduti e pure qualche vivo. C'è Domenico (Vittorio Gassman) che fà il guardiano del cimitero e per arrotondare si ruba tutto il rubabile dalle spoglie dei cadaveri, c'è il soldato Lucillo (Sergio Rubini) che al cimitero ci arriva da vivo e ci rimane da morto, ci sono i defunti come la bellissima Alma (Carol Alt) di bianco vestita, lo sputtanato Scopone (Andy Luotto) terrore delle donne dal culo perfetto, c'è Tommaso Grillo (Galeazzo Benti) destinato a esser ricordato per sempre per quattro cazzate dette da vivo, ci sono i finti ciechi Felice e Gigetto (i fratelli Ruggeri) trattenuti dalla loro vecchina (Mariangela Melato) e ci sono parenti veri e presunti, amanti e fidanzati tutti quanti con una storia da raccontare.

Mortacci è un film fatto di episodi ben amalgamati al filo conduttore portante, quello dei morti e delle loro storie e inframezzati dalle vicende del custode interpretato da Gassmann e dalle puntuali incursioni notturne di Edmondo (Malcolm McDowell), spasimante di Alma quand'ella era ancora in vita. Il regista e sceneggiatore Sergio Citti, allievo e aiutante di Pier Paolo Pasolini, riesce a infondere un tocco sognante e filosofeggiante a quella che poteva rivelarsi la classica commedia ad episodi, memore della commedia all'italiana dei bei tempi andati, non lesinando nemmeno sulle dosi di cinismo e di critica ai vecchi vizi e orrori dell'animo umano.

Emblematico il caso del piccolo paesello di Sottomonte salito alla ribalta delle cronache per aver dato i natali all'unica vittima di una missione Onu, giovane soldato locale morto nel compimento del proprio dovere. Grazie a quello che verrà subito rinominato l'eroe il paese e la sua economia rinascono. La casa dell'eroe, la statua dell'eroe, la storia dell'eroe, il bar dall'eroe e via dicendo. Ma poi l'eroe torna, si scopre che non è morto e i concittadini che fanno? Festeggiano? Macché, qui ne và dell'economia del paese, loro l'eroe lo vogliono morto e morto deve restare!

Episodi di vario tono, alcuni più farseschi altri più cinici, compongono un mosaico parecchio riuscito, divertente e allo stesso tempo amaro realizzato da un cast che mette vicini Vittorio Gassman e Alvaro Vitali, Carol Alt e Mariangela Melato, Malcom McDowell e i fratelli Ruggeri. Eterogeneo a dir poco.

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