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domenica 5 aprile 2026

MIB - MEN IN BLACK

(di Barry Sonnenfeld, 1997)

Here comes the Men in Black
Men in Black
Galaxy defenders
Ooh
Here comes the Men in Black
Men in Black
They won’t let you remember

Era il 10 settembre del 1993 quando negli Stati Uniti l’emittente Fox mandava in onda la prima puntata della prima stagione di X-Files, una di quelle serie che, insieme a Twin Peaks e a poche altre, aprirono davvero la possibilità per la serialità televisiva di esplorare nuove strade, nuove lande e soprattutto nuove forme della narrazione a episodi. Lo show creato da Chris Carter, futuro successo planetario destinato a diventare un cult e generatore di immagini/idee iconiche (I want to believe), aprì un vaso di Pandora pieno di teorie del complotto, di cospirazioni oscurantiste, di interesse per l’alieno, l’altro da noi, di intrighi, tradimenti, insabbiamenti e fascinazione per ciò che di misterioso avrebbe potuto manifestarsi dal nostro cielo. Poi c’era molto altro, ma per ora soffermiamoci sul contatto con gli U.F.O., con le creature provenienti da altri pianeti che gli “uomini in nero” e il Governo degli Stati Uniti cercavano in tutti i modi di tenere ben lontani e nascosti all’opinione pubblica composta da cittadini tra i quali, almeno in parte, c’era qualcuno che “avrebbe voluto credere”. Come credeva Fox Mulder, agente dell’F.B.I. convinto che la sorellina fosse stata rapita in tenera età da alieni intenzionati a compiere esperimenti sulla razza umana. Da qui poi la coppia con la più scettica, almeno inizialmente, Scully e tutto quello che ne è poi derivato (non poco se contiamo che di X-Files se ne parla spesso ancora oggi). Parte da qui Barry Sonnenfeld per il suo Men in Black, solo quattro anni dopo l’esordio di X-Files, il regista newyorkese ne riprende temi e ossessioni girandole in chiave comica all’interno di un film per tutti che richiama alla mente molti successi del cinema fantastico del decennio precedente, su tutti l’indimenticato Ghostbusters di Ivan Reitman.

Sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico le forze dell’ordine bloccano un furgone intento a trasportare clandestini desiderosi di entrare in territorio statunitense. Al momento del controllo irrompono sulla scena due agenti in completo nero appartenenti a un non ben identificato nucleo di forze speciali: sono K (Tommy Lee Jones) e D (Richard Hamilton), ambigui individui che ben presto smascherano la presenza di un alieno tra le fila dei clandestini. In seguito all’operazione, non conclusasi nel migliore dei modi, D decide di dimettersi, in fondo è troppo vecchio per questo tipo di lavoro, così viene “sparaflashato” da K con un aggeggio che gli farà perdere la memoria su alieni e quant’altro in favore di una vita ricostruita più canonica e ordinaria. Urge quindi trovare un sostituto al dimissionario per far coppia con K, questo viene individuato nell’agente del New York Police Department James Edwards (Will Smith), aitante e dotato di pensiero laterale (come dimostrerà più avanti) il quale, superato l’inserimento nei Men in Black, assumerà l’identità di J. Ben presto K e J si trovano invischiati in una rogna dai toni planetari che vede protagonista un alieno di una certa rilevanza impossessatosi del corpo del rozzo contadino Edgar (Vincent d’Onofrio) e addirittura l’imminente distruzione della Terra. Poco a poco J si troverà a dover affrontare le verità nascoste a tutti gli altri terrestri e un’avventura dai sapori comici e tesi allo stesso tempo.

In realtà quanto detto nel primo paragrafo non è completamente vero. Sì, Sonnenfeld trasforma i temi di X-Files in commedia e li ripropone in chiave ironica e adatta a un pubblico universale, in questo il regista si dimostra impeccabile. L’idea originaria arriva però da un misconosciuto fumetto della Aircel Comics (proprietà della Malibu, poi Marvel Comics) ideato da Lowell Cunningham e Sandy Carruthers, una serie che vide l’uscita di una manciata di numeri e che presentava toni decisamente più duri e violenti rispetto a quelli adottati poi al cinema da Sonnenfeld e soci. Il film che ne esce, oltre a esser diventato uno degli incassi maggiori nel suo segmento di riferimento (commedia fantascientifica), presenta un equilibrio perfetto tra i toni scanzonati e quel minimo di struttura necessaria per far funzionare al meglio un film di questo genere. L’alchimia tra Will Smith, più fracassone e ilare (vedere la scena del colloquio o quella del parto in auto), e Tommy Lee Jones, esperto, più “spietato” e faccia di pietra, è perfetta tanto da poter inserire Men in Black anche nel filone del buddy movie o della “strana coppia” dall’affiatamento in costruzione, e permette al film di girare sempre a ritmo sostenuto. Sotto il punto di vista meramente visivo la Industrial Light & Magic e collaboratori fanno un lavoro prezioso con gli effetti speciali che si affidano solo in parte alla CGI, adottando in buona misura un superbo metodo artigianale che dona un’impronta “materica” al film che si lascia ampiamente apprezzare. Le trovate divertenti non mancano e il mondo nascosto sotto la superficie visibile, tra razze aliene e agenti in incognito, affascina fin da subito. Men in Black si conferma quindi come un film leggero ma dall’impianto molto riuscito che non avrebbe sfigurato nel decennio precedente insieme a una serie di titoli pensati sia per ragazzi che per adulti che hanno fatto la storia del cinema degli eighties.

domenica 29 marzo 2026

BOKEH

(di Geoffrey Orthwein e Andrew Sullivan, 2017)

L’esordio alla regia della coppia di autori statunitense formata da Geoffrey Orthwein e Andrew Sullivan è interamente girato in Islanda, eppure, a dispetto di quel che potrebbe sembrare, il titolo Bokeh non allude a un termine islandese bensì a una parola che deriva dal giapponese. Bokeh è un termine che attiene alla sfera dell’immagine; letteralmente dovrebbe indicare qualcosa di simile a “sfocatura” o anche, in senso più lato, “confusione”. In fotografia il riferimento è alla qualità dello sfondo di un’immagine, solitamente meno a fuoco del soggetto che sta in primo piano, caratteristica che si ritrova anche in ambito cinematografico, in modi di volta in volta diversi, in base a come regista e direttore della fotografia decidono di lavorare con la profondità di campo. Il bokeh potrebbe essere visto come un effetto piacevole, pensiamo al caso delle luci sfocate ad arte sullo sfondo di una fotografia in notturna o a effetti simili capaci di donare movimento, vivacità, sprazzi artistici, soffusi, e via di questo passo. Ma come inserire questi concetti all’interno di un film che pare avere contorni piuttosto nitidi, sia nella tecnica che nella narrazione, pur se con un alone di mistero e inspiegabilità di fondo che fa da motore al racconto? Forse è proprio l’inspiegabilità degli eventi a produrre, metaforicamente, quella “sfocatura” richiamata nel titolo da Orthwein e Sullivan, rafforzata dal fatto che i due registi scelgono la via dell’apertura, di non chiudere né di dare spiegazione ai misteriosi eventi messi in moto nel loro film.

Jenai (Maika Monroe) e Riley (Matt O’Leary) sono una coppia di giovani americani in viaggio di piacere in Islanda. Mentre cercano di assorbire la stanchezza da jet lag, i due visitano, insieme ad altri turisti, alcuni meravigliosi scorci naturalistici dell’isola europea: Riley si diletta a fotografare paesaggi con la vecchia Rolleiflex del padre, una macchina fotografica analogica; Jenai, che vorrebbe regalargli attrezzatura più moderna, si diverte a fargli da modella per alcune pose. La coppia è affiatata, il posto non meno che meraviglioso. Durante una delle prime notti in Islanda Jenai fatica a dormire, forse proprio a causa del cambio di fuso orario; ammirando dalla finestra le luci notturne del nord le sembra di assistere a uno strano fenomeno: difficile dire se sia sogno, effetto da dormiveglia o realtà. Il mattino dopo, scesi per far colazione in albergo, i due giovani trovano la sala vuota, anche la reception sembra abbandonata. Da subito, senza far eccessivo caso alla cosa, i due escono in strada. Anche qui il deserto, strano per l’ora diurna: negozi vuoti, niente traffico. Dapprima pensano a una ricorrenza di cui probabilmente non sono a conoscenza, poi la preoccupazione aumenta. In giro non c’è anima viva: auto accese senza conducente, nessuno nelle attività commerciali in orario di lavoro, tutto immobile. Poco dopo Riley si accorge che tutto continua a funzionare, anche la televisione, ma che nessun canale di news è attivo; anche da casa, oltreoceano, nessuno risponde a chiamate o messaggi. Che fine ha fatto il resto dell’umanità? La coppia si prepara ad affrontare una situazione alla quale nessuno, loro men che meno, può dirsi preparato.

Il maggior difetto di un film come Bokeh, nel complesso comunque godibile, è quello di non mantenere nel suo sviluppo ciò che l’interessante premessa promette nelle sue battute iniziali. L’idea di una coppia di innamorati che si trova all’improvviso catapultata in una situazione surreale e ingestibile, seppur non nuovissima, è sicuramente affascinante. Orthwein e Sullivan giocano molto sulla dicotomia derivata dai due differenti approcci dei protagonisti al nuovo status quo dentro il quale si trovano a dover agire. Sono su un’isola, non sanno ovviamente pilotare aerei, affrontare un viaggio impossibile per tornare a casa, a che pro poi? Chi c’è a casa ad aspettarli? Forse nessuno. Non si indaga sui motivi dietro all’evento, si esplora invece il personale, la tenuta di un amore calato in una situazione estrema. Jenai e Riley potranno bastare l’una all’altro e viceversa? Per sempre? La dinamica potrebbe richiamare quella del matrimonio; non si sa se queste fossero le intenzioni degli autori, ma pensiamo a un rapporto chiuso dove le regole verso l’esterno diventano meno permissive, per sempre, dove la coppia è il centro attorno al quale tutto o quasi deve ruotare. Se Riley, anche in maniera più superficiale, sembra accettare più facilmente la nuova situazione godendone anche i benefici (una casa a loro disposizione, quella che piace a loro, l’auto comoda, la spesa gratis), Jenai, figlia di un pastore, ne cerca le cause religiose o esistenziali (un messaggio? la fine del mondo? altro?), ha nostalgia di casa, matura ben presto un malessere difficile da arginare. Dopo un primo periodo di assestamento la solitudine si fa sentire, su queste premesse i due registi costruiscono il nuovo rapporto tra i due giovani. Manca purtroppo un poco di incisività, non c’è background se non per accenni superficiali, non c’è futuro, c’è solo un presente che non sembra essere mai troppo incisivo per un film che vive di suggestioni paesaggistiche e di un incipit molto riuscito. Si sarebbe potuto andare più a fondo, sia nella vicenda, sia nel cuore dei personaggi, sia nell’esplorazione della coppia. Valutandolo però per quello che è - un esordio in un sistema produttivo non certo ad alto budget - Bokeh resta un prodotto più che dignitoso, magari non completamente riuscito, ma sostenuta da diversi elementi di interesse che sostengono le potenzialità di Orthwein e Sullivan.

martedì 16 settembre 2025

MEGALOPOLIS

(di Francis Ford Coppola, 2024)

Francis Ford Coppola torna al cinema dopo ben tredici anni di silenzio; la sua ultima opera, Twixt, risale al lontano 2011. Con Megalopolis Coppola sembra aver finalmente realizzato uno di quei sogni-progetto che accompagnano gli artisti visionari per una vita intera; sembra infatti che le prime idee embrionali, poi confluite in Megalopolis, siano germinate addirittura sul set di Apocalypse Now, uno dei capolavori del regista nato a Detroit, film uscito nel 1979. Questo significa tornare indietro nel tempo di più di quarantacinque anni — una vita, appunto — a un’epoca in cui Coppola, insieme ad altri, già contribuiva a trasformare i linguaggi e le forme del cinema di allora. Megalopolis sembra quindi essere molto più di un film: è la materializzazione di un’ossessione creativa, di un’idea rimasta sospesa nel tempo, alimentata dalla visione di un artista che ha sempre inseguito il proprio cinema, indipendentemente dalle convenzioni dell’industria. E come spesso accade per questi progetti bigger than life, il risultato non può che essere divisivo oltre che, a volte, portare a una perdita catastrofica di denaro. Costato circa centoventi milioni di dollari, parte dei quali recuperati dallo stesso regista costretto a vendere alcune sue proprietà pur di finanziare il film, Megalopolis ha fatto registrare un incasso totale che non supera i quindici milioni, generando così un flop macroscopico che presumibilmente neanche i passaggi successivi su piattaforma riusciranno a colmare. Pur se maltrattato, anche aspramente, da più di un critico, Megalopolis ha quantomeno il pregio di arrivare nelle sale contemporanee come un oggetto non identificato che si porta dietro la capacità di spiazzare lo spettatore chiamato a confrontarsi con un’opera non banale, una di quelle che non capita di vedere al cinema proprio tutti i giorni (e nemmeno tutti i mesi). Magari non sarà un “cinema del futuro”, se vogliamo può essere visto come un cinema che fu “del futuro” nel momento in cui venne concepito, ora sorpassato da quella maledetta velocità delle cose alla quale noi tutti siamo tenuti quotidianamente a star dietro. Megalopolis è qualcosa di “fuori norma”, di “fuori scala”, e questo già gli consente di ritagliarsi almeno un minimo della nostra attenzione di appassionati della settima arte. Poi, effettivamente, il film di Coppola può anche non piacere, ma questo è un altro discorso.


New Rome è una sorta di New York del futuro, una città decadente che presenta diverse caratteristiche mutuate dall’antica Roma, non ultimi alcuni dei protagonisti della nostra storia che richiamano quelli della Roma imperiale. Tra questi c’è Cesar Catilina (Adam Driver), una sorta di architetto visionario con il potere di fermare il tempo. Catilina ha in mente per New Rome (o almeno per uno dei suoi quartieri più malfamati) una sorta di rinascita utopistica, un’idea di “città del futuro” rafforzata dalla sua scoperta di un materiale duttile e resistente: il megalon. A spalleggiare la visione di Catilina c’è suo zio Hamilton Crasso (John Voight), proprietario della più importante banca di New Rome. I due sono in aperto contrasto con l’attuale sindaco della città, Francis Cicero (Giancarlo Esposito), un tradizionalista intenzionato a rilanciare la città con la miope visione del guadagno facile (un casinò nella fattispecie) e con i soliti cemento e acciaio. Nel contrasto tra un sogno di benessere condiviso e quello di un egoismo opportunistico, si inseriscono più di una variabile: la bellissima Julia (Nathalie Emmanuel), figlia di Cicero che sposa però la causa di Catilina, l’invidioso cugino di quest’ultimo, Clodio (Shia LaBeouf), un avido idiota, e l’arrivista, giornalista e soubrette Wow Platinum (Audrey Plaza), prima legata a Catilina, poi a Crasso. Il conflitto tra queste fazioni porterà a una serie di alleanze, tradimenti e rivelazioni, mentre sullo sfondo New Rome si prepara a un possibile punto di svolta destinato a cambiarne per sempre il volto.


Non sono d’accordo con il pensiero ricorrente che vuole Megalopolis come un film che invita agli estremi, come uno di quei film da amare o da odiare senza vie di mezzo. È piuttosto necessario capire, più che dove il film voglia andare a parare, a che tipo di opera il regista volesse in realtà dar vita. L’impressione che rimane a visione ultimata non è tanto quella di un autore intento a veicolare messaggi o letture, queste a volte davvero troppo scoperte (la giustizia che crolla, le tavole delle leggi distrutte, etc...), quanto quella di un uomo che si balocca con il suo sogno, magari barocco, fuori fuoco e scentrato, e che si industria, anche rimettendoci del suo, per portarlo alla luce, costi quel che costi, piaccia o non piaccia (e spesso non piace). In quest’ottica Megalopolis merita tutto il nostro rispetto, sulla sua riuscita possiamo discutere, a parere di chi scrive ci si trova di fronte a un’opera non “bella” quanto “affascinante” per tutti i motivi detti sopra. Il risultato è visivamente straniante con i suoi toni ocra e il contrasto tra una città futuribile (ma in realtà già vista) e il degrado di quella che sembra a tutti gli effetti la New York attuale. Il film è infarcito di citazioni letterarie e cinematografiche, di metafore da fine impero (l’America oggi come la vecchia Roma?), di discorsi su corruzione, disparità sociale, populismo, di simbolismo, di figure archetipiche; su tutto ciò si può discutere, ampliare il discorso, ragionare. Ma è davvero importante? È questo il senso di Megalopolis? Oppure, ancora una volta, il nodo è il rincorrere un sogno, il mettersi in gioco per tentare (magari fallendo) di spostare l’asticella, di trovare una via nuova. Coppola vuole offrire un grande spettacolo, a ognuno di noi decidere se ci è riuscito. Megalopolis non sarà il film dell’anno, almeno non credo, ma, forse, un domani sarà qualcosa. Solo il tempo, ammesso che nessuno lo fermi, saprà dirci di preciso che cosa.

domenica 20 aprile 2025

BLACK MIRROR - STAGIONE 7

Un paio di anni fa, nel 2023 per la precisione, commentando la sesta stagione del Black Mirror di Charlie Brooker ci lasciammo chiedendoci se la serie sarebbe tornata ad assolvere a uno dei suoi compiti primari, ovvero se sarebbe riuscita nuovamente a stupirci e a colpirci nel profondo come fece anni addietro all'epoca della messa online delle primissime stagioni di un show allora geniale, anticipatore, intelligente e ficcante in maniera puntuale e molto pessimistica. Oggi, a visione della settima stagione ultimata, possiamo dirci senza timore che no, Black Mirror non ha più quella capacità di stupire che aveva quando iniziò a muovere i suoi primi passi, non ha forse nemmeno più l'indole per leggere e predire il prossimo futuro e l'uso nefasto che potremmo fare delle tecnologie in via di sviluppo già nel nostro presente; ciò non toglie che la serie ideata da Charlie Brooker sia ancora capace di offrirci ottimi spunti di riflessione per leggere noi stessi e il nostro oggi, ancor più che un nostro possibile domani, nel farlo punta ancora sulle paura e sulle angosce alle quali potremmo andare incontro da qui a poco ma soprattutto preme sulle emozioni, sui sentimenti, su tutta quella sfera affettiva che si spera i device, i social network, le connessioni perenni non riusciranno mai a farci dimenticare e mettere da parte. Come già nelle scorse stagioni la qualità delle puntate è altalenante, si passa da episodi ottimamente riusciti (un paio) a passaggi più deboli che vedono almeno un episodio completamente trascurabile. Diamo un'occhiata proprio ai sei nuovi titoli rilasciati negli scorsi giorni su Netflix.

Il lotto si apre con Gente comune (Common people), probabilmente l'episodio in potenza più angosciante e che più richiama la sintesi d'intenti propria del primissimo Black Mirror. L'episodio è una triste e nerissima disamina del sopravvento del capitale sull'empatia e sul sentimento, l'azzeramento della solidarietà, dell'amore per l'altro, della pietà, tutti sentimenti nobili sconfitti di fronte all'opportunità del profitto. Amanda (Rashida Jones) e Mike (Chris O'Dowd) sono due persone comuni che si amano, due persone belle e semplici, lui operaio, lei insegnante, ancora innamorati dopo tanti anni insieme, con i loro riti, le loro difficoltà quotidiane affrontate sempre con ottimismo. Poi Amanda si ammala, un tumore al cervello che la costringe a uno stato di coma all'apparenza irreversibile. Alla disperazione di Mike sembra poter porre rimedio la RiverMind, un'azienda che si occupa di biotecnologie avanzate e che attraverso la sua rappresentante Gaynor (Tracee Ellis Ross) offre all'uomo una soluzione: un trapianto della parte lesa del cervello di Amanda con una nuova che verrà nutrita tramite una sorta di tecnologia wireless con i dati mutuati dalla vecchia, un servizio a copertura regionale (Amanda non potrà uscire dalla zona di copertura) con un canone mensile nemmeno così oneroso se confrontato alla possibilità di perdere per sempre l'amore della propria vita. Qualche sacrificio, ore di straordinario in più, ore di sonno in meno e Mike potrà riavere la sua Amanda. Ma per tutto c'è un prezzo da pagare e non sarà solo quello dell'iniziale canone mensile. Probabilmente l'episodio migliore del lotto, il più riuscito se pensiamo alla Black Mirror di cui ci siamo innamorati in quel lontano 2011, una riflessione sul cinismo aziendale pronto a calpestare la dignità di ogni essere umano visto solo come unità da spremere in nome del profitto.


Si prosegue con Bestia nera, un racconto che affonda le mani in una fantascienza più estrema, anche se a un primo impatto non si direbbe, inevitabile che si perda un po' per strada quel magone che ci assale quando Black Mirror tratta temi potenzialmente a noi più vicini, più concreti, derive di una realtà oggi in nuce già presente. Qui si lavora su basi meramente teoriche per costruire un buon racconto che perde un poco sul finale, quando le carte in tavola si andranno a scoprire. Maria (Siena Kelly) si sta ritagliando una buona posizione all'interno di un'industria produttrice di cioccolato in qualità di sviluppatrice di nuovi prodotti. Durante un incontro con alcuni volontari contattati come tester per uno dei nuovi cioccolatini ideati da Maria, la ragazza riconosce tra i partecipanti una vecchia compagna di liceo, una di quelle ragazze escluse dal gruppo e da tutti considerata un po' una sfigata. Verity (Rosy McEwen), questo il nome della ragazza, riesce a guadagnarsi la simpatia di molti membri del team di Maria riuscendo a farsi assumere come nuovo membro della squadra. Maria inizia a patire un poco la competizione di Verity che sembra avere un forte ascendente non solo sulle persone che la circondano ma in qualche modo sulla realtà stessa; la rivalità tra le due andrà in crescendo, una situazione che metterà Maria in cattiva luce agli occhi dei colleghi mettendo a repentaglio la sua carriera e la sua intera esistenza. Episodio ben realizzato ma decisamente meno interessante di altri presenti in questa settima stagione.


Il terzo episodio si intitola Hotel Reverie; si torna a riflettere su questioni attuali legate allo sfruttamento digitale delle immagini, tema che già oggi crea confusione e problemi dovuti all'utilizzo improprio della tecnica del deep fake e alla mancanza di una legislazione chiara su cosa sia lecito fare con le immagini di altri, un assillo che legato al mondo dell'arte non è nemmeno più futuro ma presente assodato, pensiamo alle tecniche adoperate (in maniera lecita) nel recente Here di Zemeckis, al De Niro ringiovanito di The Irishman, insomma, da qui all'appropriarsi dell'immagine di star ormai scomparse è un attimo, discorso attualissimo per l'industria del cinema, e proprio di cinema si parla in questo episodio. Brandy Friday (Issa Rae) è un'attrice che sogna un ruolo da protagonista che possa darle qualche nuovo stimolo; quando le viene offerta la parte principale nel remake di Hotel Reverie, una sorta di Casablanca della Hollywood classica, Brandy accetta senza pensarci due volte nonostante il ruolo da protagonista in origine fosse maschile. Il nuovo Hotel Reverie non sarà però il classico remake, sotto la direzione dell'intraprendente Kimmy (Awkwafina) la star verrà immessa all'interno di una realtà virtuale nella quale Brandy avrà la possibilità di recitare sullo sfondo dello scenario originale del film interagendo con l'identità digitale ricreata dei vecchi protagonisti tra i quali spicca la bellissima e ormai defunta coprotagonista femminile Dorothy (Emma Corrin). Durante la sessione di registrazione qualcosa però andrà storto, Brandy rimarrà bloccata all'interno della simulazione innamorandosi col tempo della proiezione digitale di Dorothy. Hotel Reverie, senza raggiungerne i vertici, ricorda nell'aspetto sentimentale lo splendido episodio San Junipero; è proprio il comparto sentimentale qui a interessare nonostante il discorso sulle immagini, sulle potenzialità delle I.A e sull'aspetto tecnico sia molto attuale, l'episodio diventa una questione di cuore, meno riuscito di altri che già in passato puntarono sui sentimenti (e meno di Eulogy, ne parliamo dopo) ma comunque piacevole e toccante, anche grazie alla splendida interpretazione di una Emma Corrin sempre più brava.


Come un giocattolo sembra essere l'esito più debole di questa annata. È questo l'episodio (non l'unico) con più rimandi alle vecchie stagioni di Black Mirror, se non consideriamo ovviamente l'ultimo in programma del quale parleremo più avanti che è un vero e proprio sequel di USS Callister presente nella quarta stagione. Si torna alla Tuckersoft, l'agenzia di software che sviluppò in passato Bandersnatch e a Colin Ritman (Will Poulter) qui programmatore di Thronglets, quello che si rivelerà essere molto più che un videogioco. Cameron Walker (Peter Capaldi) è un recensore di videogiochi che da giovane (Lewis Gribben) aveva intuito, grazie all'uso dell'LSD, le vere potenzialità del nuovo gioco di Ritman, un veicolo per cambiare le sorti del genere umano. Follia, complottismo o l'inizio di una nuova era per l'umanità tutta? Sorta di fantascienza in odore di apocalisse prossima ventura, tutto sommato privo di grandi spunti di interesse e nemmeno troppo avvincente nella sua realizzazione, Come un giocattolo si conclude con un grosso mah! Abbastanza inutile.


L'altro vero pezzo forte di questa annata è Eulogy, grandissima prova d'attore di un sofferente Paul Giamatti. Anche per questo episodio il fulcro sono i sentimenti, le relazioni con le altre persone, con l'altro sesso, le letture spesso sbagliate che diamo alle azioni e alle parole dell'altro e che possono portare al fraintendimento e al deragliare di amori altrimenti potenzialmente fortissimi, magari eterni. Anche qui l'aspetto tecnologico, seppur affascinante e anche inquietante, cede il passo a quella che è una storia d'amore sofferta, spezzata, che un Giamatti fantastico riesce a farci sentire sulla pelle nella sua mancanza e nella sua interruzione forzata. I punti di vista, le convinzioni sbagliate, le gelosie, gli stupidi preconcetti che in ogni momento possono andare a rompere qualcosa che, almeno per un periodo, magari anche molto lungo, sarebbe potuto essere perfetto. Poi si può riflettere su tutto il resto ma il cuore è il cuore, quello che qui ci interessa davvero è la storia d'amore di Philip e di Carol. Per chi si lascia prendere non è esclusa la lacrimuccia finale. Forse è questa la via più interessante da seguire per un Black Mirror che fa ormai difficoltà a stupirci con le previsioni di un futuro che è già presente.


Si chiude con USS Callister: Infinity, vero e proprio sequel di USS Callister, Infinity ne riprende i temi e rilancia, andando a riflettere sulle identità digitali autocoscienti e sviluppate a partire da diverse tecnologie (qui è coinvolto il dna, il tema è presente in maniera diversa anche in Hotel Reverie), un buon intrattenimento per chi ha amato il predecessore, torna una Cristin Milioti in forte ascesa protagonista di un dittico che personalmente a chi scrive ha lasciato poco, si prosegue sulla strada già battuta senza particolari scossoni, Black Mirror è stato in passato (e a volte è ancora) molto di più.

Nel complesso una stagione che conferma il trend delle precedenti, non c'è più quello stupore che la serie provocava ai suoi esordi, rimane comunque un prodotto dalla buona qualità media che è ancora capace di affondare qualche buona zampata, soprattutto quando la serie di Brooker ci porta a riflettere sui nostri sentimenti e sui loro possibili sviluppi, a tratti ancora ci angoscia ma, appunto, questo accade solo a tratti. Nonostante tutto uno show che vale sempre la pena seguire.

mercoledì 15 gennaio 2025

ATOM, IL MOSTRO DELLA GALASSIA

(Gezora, Ganime, Kameba: Kessen! Nankai no daikaijû di Ishirō Honda, 1970)

Ogni tanto, anche nel passare qualche brutto momento a causa di influenze dai risvolti pesantucci, si riesce a trovare qualcosa di (relativamente) positivo. Se nella vita di un uomo vicino ai cinquanta le cose girano più o meno nella normalità, cosa che già è una fortuna visti i tempi che corrono, il sopra citato uomo dovrebbe trascorrere le sue giornate a lavoro: ufficio, colleghi, rotture di palle, pausa caffè, schermo del computer e via di questo passo. Salvo congiunzioni astrali molto fortunate però, in media, almeno una volta l'anno capita di buscarsi qualcosa e di dover usufruire febbricitanti di un paio di giorni di mutua, a chi non è mai capitato? Ora, questo cosa comporta? Comporta di trovarsi a casa al mattino in piena settimana e in un periodo non festivo, situazione spesso anomala per un lavoratore, impossibilitato a uscire, cotto a puntino e frantumato sul letto (sappiamo tutti quanto qualche linea di febbre possa distruggere un uomo!). Probabilmente, luogo comune ma non così lontano dal vero, una donna ne approfitterebbe per fare qualcosa di utile, forze permettendo (l'organismo femminile ne tira sempre fuori in misura maggiore), un uomo però può comunque adoperarsi per allungarsi, raggiungere il telecomando e iniziare a fare zapping. E qui si apre un mondo, un mondo fatto di canali privati di terza, quarta e quinta categoria (prima e seconda nemmeno sono contemplate), spazi pieni di televendite inconcepibili, pubblicità locali che fanno rimpiangere amaramente slogan come quello che diceva: "se tuo figlio spilungone non ci sta tutto nel letto non cercare di accorciarlo, piuttosto pensa a... segue marca di materassi che non ricordo", repliche di telefilm ormai dimenticati e perduti nel tempo come lacrime nella pioggia e riproposti in maratone concepite con rigoroso ordine casuale e, a volte, se siete fortunati, da qualche bel ritorno all'infanzia. Sesta Rete (o SuperSix, vedi mai si sintonizzasse qualche ammalato britannico); il mio peregrinare pallido (molto) e assorto (molto meno) si imbatte nei primissimi istanti di un kaiju eiga, da bimbo li adoravo, ce n'è qualcuno di cui non conosco nemmeno il titolo che vorrei tanto rivedere (1), facendo qualche ricerca su Google mentre guardo il film scopro trattarsi di Atom, Il mostro della galassia (i titoli di testa erano già passati, SuperSix non offre informazioni, ma il web...), febbre a 38 o più, mi preparo alla sublime visione...

L'umanità si prepara a festeggiare la conquista di Giove, la sonda spaziale Helios-7 viaggia verso il pianeta gigante; durante il viaggio la sonda terrestre viene però invasa e dirottata da quella che all'apparenza sembra essere una sostanza gassosa blu, dopodiché Helios-7 compie una sorta di dietrofront per atterrare nuovamente sulla Terra, vicino un'isola abitata da una tribù di indigeni con tanto di santone e da una popolazione di giapponesi in loco sin dai tempi della guerra in qualità di colonizzatori. Una volta ammarata l'Helios-7, l'entità aliena (Atom) prende possesso di una seppia modificandone la struttura fisica (Gezora) ingigantendola e rendendola molto, molto aggressiva. Dopo i primi avvistamenti e la scomparsa delle prime vittime, un gruppo formato da alcuni indigeni, tra i quali c'è il giovane Rico, (Noritake Saito) e da alcuni giapponesi come il fotografo Taro Kudo (Akira Kubo), tenta di opporre resistenza e fermare la creatura. Atom però non si limiterà a possedere la seppia ormai gigante, trasformando e alterando anche una granchio (Ganime) e un'iguana (Kamoebas). La lotta sarà impari e senza quartiere, non mancheranno scontri tra gli stessi mostri e un finale in cui l'ingegno dell'uomo e le forze della natura troveranno il modo per rimettere a posto le cose.

I Kaiju Eiga (strana bestia letteralmente) sono i classici film di mostri giapponesi, pellicole che vedono protagoniste creature di norma giganti, devote alla distruzione, dall'effetto sullo schermo spesso incline al "ridicolo" grazie al loro aspetto da giocattoloni di gomma realizzati in economia (almeno i classici). Dietro l'apparente facciata scanzonata è però necessario andare a leggere tra le righe cercando di capire come dietro alcuni elementi di questo tipo di film, esploso in maniera definitiva nel 1954 con l'uscita di Godzilla (sempre di Ishirō Honda, vero maestro del genere), si nascondano paure e traumi del Giappone del secondo dopoguerra, un Paese che porta ancora fresco nella memoria il ricordo delle tragedie immani di Hiroshima e Nagasaki, della distruzione, del pericolo nucleare (il cui provocare deformità è insito nella natura di questi mostri) e della devastazione delle città, altro elemento che spesso ricorre in questo tipo di film e, non dimentichiamo, telefilm (pensiamo a Megaloman, Ultraman, etc...). Detto che le origini che stanno dietro la nascita di queste mostruosità e di questi film poggino su basi più che serie e rispettabili, nella fattispecie Atom, il mostro della galassia, tra gli ultimi film di Honda, si lascia ricordare per la singolarità della scelta del mostro principale, una seppia gigante che, nonostante l'aspetto un poco ridicolo, viene animata in maniera egregia dal direttore degli effetti speciali Teruyoshi Katano, arrivato in sostituzione del maestro Eiji Tsuburaya da poco scomparso (da poco all'epoca del film si intende), grazie al movimento dei tentacoli della bestia molto credibile e dinamico. Per il resto il film va preso un po' così, come ritorno a un altro tempo (del cinema, della nostra vita); di per sé la trama è un mero pretesto per inscenare lo scontro tra l'ingegno dell'uomo e la forza primordiale di queste bestie mutate, tra qualche ingenuità e diversi passaggi ben realizzati ne esce un film perfetto da guardare sotto effetto di antipiretici, ci si gode i momenti con questi mostri giganti, i loro suoni inarticolati e l'arte molto materica dell'arrangiarsi con gli effetti speciali. Nostalgico.

1. Per chi volesse aiutarmi a recuperare il titolo di un film di cui serbo solo un vago ricordo ma che ho la ferma impressione da piccolo mi piacesse parecchio (all'epoca li replicavano spesso), lo spunto è il seguente: ricordo una statuetta recapitata a qualcuno in una scatola, la statuetta in qualche modo poi si animava cambiando dimensioni e diventando una sorta di guerriero che poi (forse) avrebbe combattuto i mostri. Il ricordo però potrebbe anche essere fallace, se qualcuno avesse informazioni a riguardo sentitamente ringrazio.

mercoledì 18 dicembre 2024

L'IMPERO

(L'empire di Bruno Dumont, 2024)

Immaginiamo un racconto di fantascienza che veda opposte due fazioni aliene in lotta tra loro per il predominio su un pianeta terzo; ipotizziamo ora che lo scenario che funge da sfondo alle vicende narrate non sia per una volta ubicato in una galassia lontana lontana ma qui da noi, sulla cara e vecchia Terra, quella che, vista dall'alto, appare ancora come una meravigliosa sfera verde e blu. Detto questo, dove potremmo pensare che le due razze rivali possano scegliere di darsi battaglia? Il nostro immaginario ci porta in maniera quasi naturale a pensare a New York: grattacieli in fiamme, gente urlante in fuga nei canyon di cemento, collegamenti in tempo reale con la Casa Bianca a Washington per gestire la crisi, magari con Donald Trump pronto a chiamare Bruce Willis o Will Smith (entrambi, per motivi diversi, al momento fuori causa) al fine di salvare il salvabile. Poi, per carità, perché no? in un impeto di nazionalismo potremmo figurarci l'invasione incombere sugli assolati cieli di Roma, potremmo immaginare navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni dell'Ardeatino, raggi B balenare nel buio vicino alle porte dell'Asinaria e via discorrendo. Oppure potremmo pensare, con un inaspettato colpo di genio, di ambientare la nostra ipotetica faida galattica sulla Côte d'Opale, sul lato francese della Manica, di fronte a Dover, dalle parti di Calais, non troppo lontano dalla Piccardia, una zona ricca di spiagge e che vanta un bel verde e un bellissimo blu, distese piatte che ben si prestano alla nostra avventura spaziale. Come? Non ci avevate pensato? Beh, poco male, perché ci ha pensato Bruno Dumont al posto vostro.

Siamo in un piccolo villaggio sulla Côte d'Opale, nord della Francia; qui il giovane Jony (Brandon Vlieghe) vive di piccola pesca, un'attività che sembra non dare troppo frutto in questa zona e in questi tempi. I dintorni sono caratterizzati da spiagge ampie e spesso deserte, la giovane Line (Lyna Khoudri) le trova ideali per far prendere colore a sedere e tette, tanto a guardarla lì non c'è mai nessuno. Quando Jony e Line si incontrano per la prima volta scambiano due chiacchiere sui rispettivi operatori telefonici, sul fatto che non si siano mai visti prima e su amenità del genere. Dopo essersi allontanata per un breve momento Line torna sui suoi passi e, guardando verso la casa di Jony, scorge alla finestra l'anziana madre del ragazzo e il suo figlioletto, un bimbo piccolo biondo e paffutello. Line inizia a comportarsi stranamente, si inchina al cospetto del bambino, interrogata sul suo comportamento da Jony la ragazza si inchina anche a lui chiedendogli se il Margat fosse nato. Jony le risponde in una lingua aliena, i due sono esponenti della razza extraterrestre degli 0, inviati sulla Terra in corpo umano per garantire l'ascesa del Margat, il bimbetto di cui sopra, portatore della malvagità più pura destinata a fecondare le anime degli appartenenti alla razza umana. Nella più classica delle contrapposizioni binarie gli 0 sono contrastati dagli 1, altra razza aliena decisa a preservare l'umanità e rappresentata nella nostra storia dalla bellissima Jane (Anamaria Vartolomei) e dal bizzarro Rudy (Julien Manier).

Il cinema di Bruno Dumont non rientra nei canoni della "normalità" (diciamo così per convenzione, in fondo cos'è normale?), ne parlammo già in passato in occasione del commento al suo Jeannette, musical in chiave heavy metal che metteva in scena la filosofica giovinezza di una Giovanna d'Arco ancora nel pieno della sua infanzia. Con L'impero Dumont stranisce lo spettatore affondando le mani nella fantascienza e stravolgendone le atmosfere, lo fa giocando sui luoghi, sui toni, sui caratteri in un mondo che non è come te lo aspetti ma non è nemmeno come te lo aspetteresti se si potesse dare per buono l'assunto che due razze aliene venissero in incognito a sfidarsi sulla Terra. Dumont scarta da tutto quello che abbiamo già visto e mescola le carte: nella sua storia c'è un pescatore (che nella realtà fa il meccanico) e ci sono le spade laser, le distese deserte del nord della Francia assieme ad astronavi imponenti modellate, con un tocco di genio, sullo stile della Sainte Chapelle di Parigi e su quello della nostrana Reggia di Caserta (che evidentemente alla fantascienza piace), c'è la bella Jane e c'è il rude Jony che, schierati sui fronti opposti di una battaglia poco movimentata se non sul finale, non possono che provare fortissima attrazione l'uno per l'altra. A parere di chi scrive non si può dire, come si è detto, che L'impero sia una mera parodia di Star Wars o di qualsiasi altra saga fantascientifica, è altro, dirvi con precisione cosa sia però non è impresa semplice, chissà se almeno Dumont sarebbe in grado di illuminarci a questo proposito. Dumont riesce a far rivivere i suoi spazi, il suo lembo di esagono, sempre in maniera differente (la mia Francia è differente!, neanche fosse la banca); nella dicotomia 0/1, bene/male, in relazione anche a una nuova figura dal potenziale messianico e religioso (il bimbo biondo, il Margat) ogni spettatore può andare a leggere intenzioni e significati più o meno velati all'interno di un film all'apparenza molto immediato se non didascalico. Come già per Jeannette, anche L'impero non soddisferà tutti i palati, sicuramente curioso, diverso, coraggioso, non per forza coinvolgente, appassionante, memorabile. Ai posteri l'ardua sentenza nell'attesa di capire se L'Impero colpirà ancora.

mercoledì 23 ottobre 2024

DUNE PT. I e II

(Dune: Part one e Dune: Part two di Denis Villeneuve, 2021/2024)


Ammetto, nel terminare la visione di Dune: Part one, di aver pensato qualcosa del tipo: "ok, forse Dune non è proprio la mia tazza di te" (it's not my cup of tea, per chi non conoscesse l'espressione numerose sono le spiegazioni in rete). Premetto di essere a digiuno dell'opera letteraria di Frank Herbert universalmente riconosciuta come una delle letture fondamentali nell'ambito della fantascienza e più in generale in quello della creazione di mondi fittizi e complessi, in questo paragonata addirittura all'opera di Tolkien. Ne consegue quindi che non sarà qui possibile accostare l'opera letteraria al lavoro improbo ed enorme di cui si è caricato il regista canadese Denis Villeneuve decidendo di portarne sugli schermi una nuova trasposizione. E già, una nuova trasposizione. Perché sono almeno due, e illustrissimi, i precedenti tentativi di portare al cinema le beghe interplanetarie dell'Impero e dei ribelli Fremen, della casata Harkonnen e di quella degli Atreides; il primo completamente naufragato, il secondo quantomeno poco (pochissimo?) riuscito, questo nonostante i due tentativi succitati portassero rispettivamente le firme niente meno che di Alejandro Jodorowski (che non trovò mai produttori disposti a finanziargli il film) e di David Lynch che, costretto a condensare molto il testo di origine, uscì con uno dei prodotti meno indovinati della sua intera carriera. Così, dopo la scottatura presa con il Dune datato 1984 e dopo una prima parte della versione Villeneuve visivamente magniloquente seppur cupa ma narrativamente interlocutoria e a tratti troppo attendista, l'idea di mettere una pietra sopra al tutto non mi sembrò poi così peregrina. Per fortuna decisi di dar una possibilità anche a Part two e devo dire che ne è valsa davvero la pena, Villeneuve sembra scuotersi di dosso ogni timore e, sebbene in alcuni passaggi giochi sul risaputo (niente di male in fondo), ingrana la quarta e con la giusta densità di eventi e contenuti (narrativi e metaforici) dà vita anche lui a un universo che vale la pena di essere vissuto ed esplorato.

Arrakis è uno dei pianeti sotto il controllo dell'Imperatore Shaddam IV (Christopher Walken), un sito fondamentale in quanto Arrakis è l'unico pianeta conosciuto sul quale è presente la spezia, sostanza preziosissima in quanto capace di far muovere le astronavi lungo i loro viaggi interstellari. La spezia è ricchezza e potere, da molti anni ormai Arrakis e l'estrazione del prezioso elemento sono concessi dall'Imperatore alla casata Harkonnen, una stirpe di guerrafondai crudeli e spietati retta dal barone Vladimir Harkonnen (Stellan Skarsgård) e da suo nipote Rabban Harkonnen detto Bestia (Dave Bautista). Con una decisione all'apparenza inspiegabile la concessione viene revocata dall'Imperatore agli Harkonnen e affidata alla casata in ascesa degli Atreides, capeggiata dall'assennato e decisamente più umano duca Leto Atreides (Oscar Isaac), sposato con Lady Jessica Atreides (Rebecca Ferguson), una discepola del culto femminile delle Bene Gesserit, una sorellanza mistica di "streghe" bene inserite nei mondi politici, religiosi e di potere. Il loro primogenito Paul Atreides (Timothée Chalamet) sembra essere destinato a ricoprire il ruolo del prescelto di un'antica profezia da tempo perseguita dalle Bene Gesserit e presa a religione dai Fremen, il popolo nativo e perseguitato degli abitanti del deserto di Arrakis. In realtà la decisione dell'Imperatore non è dettata da scopi nobili ma porta in sé il secondo fine di bloccare l'ascesa della casata Atreides mettendogli contro i guerrieri Harkonnen. Nel complicarsi della situazione politica, mentre spirano segnali di guerra, Paul inizia ad avere visioni di una vita tra i Fremen, una vita da guerriero, forse da condottiero, al fianco di una giovane fanciulla indigena, lui ancora non lo sa, di nome Chani (Zendaya).

Villeneuve ha già dimostrato di godere di un feeling particolare con la fantascienza di grande richiamo (di pubblico) almeno in due occasioni, ossia con l'uscita dei bellissimi Arrival prima e Blade Runner 2049 poi; con la saga di Dune il regista alza il tiro e crea aspettative altissime nei fan dell'epopea messa su carta da Herbert, lo fa, almeno nel primo segmento, prendendosi i suoi tempi e cercando di rendere giustizia ad un'opera monstre evitando in maniera accurata di trarne un bigino che per forza di cose avrebbe scontentato i più e sicuramente i fan dei romanzi dello scrittore americano. Quel che ne esce è una prima parte fatta di passaggi dilatati che affascina dal punto di vista immaginifico e realizzativo ma che suscita qualche perplessità nel suo incedere, quasi come se si percepisse una sorta di timore reverenziale per la materia; Villeneuve però è un ottimo regista, forse con il suo girato ben in mente approccia una seconda parte con piglio nuovo e più deciso, alza i giri del motore e il mondo di Dune si espande e acquista vivacità oltre che a prendere vita. Le meravigliose trovate sceniche che nella prima parte sembravano soverchiare un po' tutto il resto iniziano ad accompagnare un complessivo di grande valore proprio nel momento in cui, stando a quel che si dice, Villeneuve inizia per alcuni particolari a tradire un poco il testo. Cresce di importanza il personaggio interpretato da Zendaya che nel corso di tutta la seconda parte avrà modo di vivere la maturazione e il cambiamento del suo rapporto con Paul Atreides, il vero protagonista della saga. Dune è, tra le altre cose, anche la storia di maturazione e cambiamento (predestinato?) di un protagonista incarnato al meglio da uno Chalamet duttile e talentuoso, un personaggio che si porta dietro una tragedia interiore e che sa (perché lo vede) che nel suo futuro ci saranno guerra e morte a carrettate e che i contrasti tra politica e religione, ma soprattutto quelli tra sentimenti e ragioni di Stato, non potranno che portare dolore e sofferenza a lui e a chi a lui sta vicino. Nell'incedere della narrazione tutto si carica di dramma, le sensazioni sono acuite dalle scelte musicali, ingiustamente criticate, di un Hans Zimmer cupo e oppressivo che giganteggia insieme alle immagini superbe di un mondo e di civiltà ostili. L'epica di Dune, immagino già dalla pagina scritta, si fonda su tantissimi contrasti, su una pluralità di elementi che convivono e rimandano l'uno all'altro donando spessore a tutto ciò che Herbert ha creato e Villeneuve ha reso magnificamente in immagini: pensiamo alla spietata violenza della razza Harkonnen, proveniente da un mondo dove anche i colori si ritraggono alla loro vista, immersi in scenari asettici e chiusi in enormi macchine di morte, e poi alla simbiosi dei Fremen con la natura, anch'essa dura e ostile, un popolo che ha imparato a viaggiare sfruttando i pericolosissimi vermi giganti della sabbia, a onorare i morti in un rito di comunione collettivo alla cui base sta un'idea geniale (gran trovata quella dell'estrazione dell'acqua, bellissima simbologia), a muoversi in sintonia con il deserto e soprattutto, almeno per parte di loro, a credere all'arrivo di un messia che veicola anche un discorso sulla fede e sulla corruzione delle religioni rappresentata bene dalle Bene Gesserit e dal personaggio interpretato da una bellissima Rebecca Fergusson in gran spolvero. Cresce con il tempo anche la figura, probabilmente chiave in un film futuro, di Alia (Anya Taylor Joy?), la sorella non ancora nata di Paul e già figura messianica anch'essa. Non sono mancate le letture dei due film in chiave sociale e politica con la visione dello sfruttamento delle risorse da parte del sistema del capitale (Occidente) ai danni delle popolazioni indigene depredate delle loro risorse nella loro terra e costrette alla ribellione (Medio Oriente), in un chiaro parallelo con Impero/Harkonnen da una parte e Fremen dall'altra. Ovviamente (e viene sempre più da dire giustamente) la parte dei cattivi spetta al capitale. Insomma, tanti spunti, spettacolo garantito, cinema di cassetta fatto per bene con ambizioni e dignità autoriali, una prima parte più faticosa e una seconda che compensa di tutto. Villeneuve è ormai una conferma che si inscrive nel genere tra le voci più interessanti e ambiziose del cinema contemporaneo (ben più di Cameron a parere di chi scrive).

lunedì 2 settembre 2024

FRINGE

(di J. J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci, 2018/2013)

Fringe arriva sugli schermi televisivi quando Lost iniziava la sua corsa conclusiva con la messa in onda della penultima stagione; i due serial presentano diversi punti di contatto il più importante dei quali è l'avere in comune uno degli ideatori, quel J. J. Abrams che, insieme ad altri, è diventato uno dei simboli della rinascita della serialità televisiva negli anni duemila, riuscendo a portare sul piccolo schermo proposte qualitative e innovative dando vigore e importanza a una narrazione orizzontale capace, come capitato per Lost, di incollare milioni di persone alle proprie poltrone e divani in un'epoca in cui per guardarti la nuova puntata del tuo serial preferito dovevi aspettare una settimana: niente piattaforme, niente binge watching, solo tanta passione e moltissima pazienza. Che tempi quando dopo un cliffangher pazzesco partivano i titoli di coda e fino alla settima successiva (o all'anno successivo se si era in finale di stagione) te ne dovevi star lì appeso e pazientare, pregustare, fomentare l'hype. In questo Lost è stata un'esperienza illuminante, una vera e propria storia d'amore che nemmeno il finale un po' così è riuscito a intaccare nel ricordo; è probabile che in molti all'epoca riposero in Fringe le speranze di un'esperienza di visione totalizzante come fu quella con il più noto predecessore. Sembra però che non per tutti sia andata proprio così, sia tra gli spettatori della prima ora sia tra chi, come chi scrive, ha effettuato il recupero proprio grazie alle moderne piattaforme solo in tempi recenti, magari con la speranza di ritrovare quella scintilla che J. J. seppe accendere così bene anni addietro.

Anche con Fringe siamo nel campo della narrazione fantastica: se in Lost l'aspetto che scardinava le regole della realtà per come la conosciamo verteva su una base più filosofica o metafisica, l'approccio di Fringe all'inspiegabile si muove in direzione delle pseudoscienze qui declinate nella maniera più fantasiosa possibile ma sviluppate da Abrams e soci in modo che queste mantengano sempre un'aura di credibilità nel rispetto delle basi tracciate per la costruzione di questo nuovo mondo (di questi nuovi mondi) finzionale/i. La serie inizia con gli agenti dell'F.B.I. Olivia Dunham (Anna Torv) e John Scott (Mark Valley) coinvolti nell'indagine di un caso singolare, quello su un volo di linea (non l'815 della Oceanic) atterrato a Boston con tutti i passeggeri in stato di decomposizione. Lo sviluppo di questa situazione inspiegabile porterà la Dunham a richiedere l'aiuto del dottor Walter Bishop (John Noble), esperto in scienze fuori dal comune; l'uomo è però ricoverato in una clinica psichiatrica dato il suo stato mentale non del tutto lucido. Per avere il permesso di far uscire il paziente/dottore Olivia rintraccerà il figlio Peter (Joshua Jackson), altra mente brillante al momento impegnata in affarucci poco puliti in Iraq. Vista l'ottima prestazione investigativa della Dunham e dei due Bishop, padre e figlio, l'agente dell'F.B.I. Phillip Broyles (Lance Reddick) proporrà ai tre l'inserimento nella Sezione Fringe, un ramo occulto del Bureau nato proprio per indagare su casi che non trovano spiegazione nel razionale, una tipologia di eventi in costante aumento negli ultimi anni, almeno nella realtà che nella prima stagione il serial Fringe inizia a illustrarci.

Dopo l'innovazione portata da Lost, la nuova serie di Abrams si prefigge di fare un piccolo passo indietro per abbracciare una narrazione dove gli episodi (troppi se rivisti oggi) volevano essere, almeno in parte, meno concatenati alla trama orizzontale per risultare più fruibili anche per lo spettatore che non riusciva a star dietro a ogni singola messa in onda. Il parallelo che viene più naturale fare, anche se scontato, per temi e impostazione è quello con il seminale X-Files che vide protagonisti gli ormai storici Mulder (David Duchovny) e Scully (Gillian Anderson). Questo per diverse ovvie ragioni. La prima è la propensione al fantastico che si concentra in Fringe, dalle battute finali della prima stagione, verso una teoria degli universi paralleli con la possibilità di alcuni punti di contatto tra loro laddove invece per X-Files imperava la presenza di vita extraterrestre (I want to believe) e il complotto governativo per tenerla nascosta. La seconda è proprio la struttura della narrazione che richiama da vicino quella di X-Files con l'alternarsi di episodi più centrati sulla trama degli universi paralleli ad altri invece più slegati rispetto al tema principale ma sempre ben inseriti nelle coordinate fantastiche pensate per lo show. La terza è la creazione graduale di quel rapporto d'attrazione tra la Dunham e Bishop che in effetti, come accadeva in maniera molto più trattenuta e quindi più efficace tra Mulder e Scully, regala alcuni tra i momenti migliori della serie che rivaleggiano con quelli, ancor più intensi, che sviluppano un rapporto padre/figlio per forza di cose complesso tra i due Bishop (momenti di alta commozione sul finale). Nella parte iniziale della corsa durata cinque stagioni (100 episodi) Fringe si muove molto bene solleticando su più fronti la curiosità dello spettatore: i personaggi sono ben scritti e interpretati molto bene soprattutto dalla Torv e da un John Noble che a dispetto di un volto apparentemente granitico e scolpito nella pietra gode di una gamma espressiva efficacissima e variegata, capace a più riprese di farci commuovere con facilità, il suo personaggio è inoltre dotato di una comicità non cercata che si rivela essere in molte occasioni irresistibile. Gli indizi sui casi inusuali si affastellano uno sull'altro a partire già dalla creazione della sigla conflagrano in un finale di prima stagione notevole. I problemi iniziano a venir fuori con il passare delle stagioni e con quell'abitudine al tempo ancora abusata di inanellare più di venti episodi l'anno, cosa che, soprattutto in relazione alle abitudini di visione e produzione odierne, rischiano di fiaccare la tenuta dello show e la pazienza degli spettatori. Diversi episodi non riescono a mantenere i sufficienti livelli di interesse anche se nella struttura gli scarti di trama e situazioni non mancano. Nelle ultime stagioni il progetto globale sembra perdere un poco la strada e andare fuori fuoco soprattutto nella gestione del personaggio di Peter dal quale ci si aspettavano cose diverse e un ruolo più da deus ex machina o quantomeno da nodo focale, cosa che si è poi rivelata fallace (in maniera non positiva). Alla fine per arrivare a termine della quinta stagione si arranca un poco; spesso si sottovaluta, soprattutto nelle serie, il grande potere della brevità; le lungaggini, quando non utili allo sviluppo di trama e personaggi, raramente ripagano. Un po' un peccato perché l'iconografia legata allo show (la mano con sei dita, il fiore con l'ala d'insetto al posto del petalo, la mela con i feti al posto dei semi, etc...) e la gestione di universi multipli e personaggi doppi è molto intrigante e per diverso tempo ha funzionato molto bene; rimane un poco l'impressione che si sia buttata via l'occasione di creare qualcosa di realmente riuscito. Magari in un altro universo J. J....

mercoledì 28 agosto 2024

A OVEST DELL'INFERNO

(di Jonathan Lethem, 2001)

Lo ammetto, ho un difetto. Beh, questo non è proprio vero; in realtà possiedo una borsa piena di difetti; in maniera del tutto plausibile, con il passare del tempo (leggi anche "invecchiando"), è possibile che ne stia raccattando altri in giro da mettere e conservare nel borsone (borsa mi sembra riduttivo ora che ci penso). D'altronde sono da sempre un discreto accumulatore, almeno con le cose che mi garbano, cosa volete che sia qualche difettuccio in più. Ogni tanto mi libero anche di qualcosa ma i difetti... non so, mi pare siano più o meno sempre tutti lì. Uno dei miei difetti è, per esempio, che non mi ricordo le cose. E infatti ora non ricordo bene perché io abbia iniziato a scrivere questo pezzo che dovrebbe vertere sulla raccolta di racconti A ovest dell'inferno di Jonathan Lethem parlandovi dei miei difetti. Come dicevo è un mio difetto. Un altro mio difetto è che scrivendo uso troppe parentesi, ne sono consapevole ma me ne frego (e questo potrebbe essere un altro difetto, il fatto che io me ne freghi intendo). E riecco le parentesi. Poi inizio le frasi con le congiunzioni, con i "ma" e con quello che mi pare e me ne frego anche di questo. Nel frattempo sto cercando di ricordare che cosa avrei dovuto scrivere su Lethem, forse sto solo divagando perché sull'antologia in questione non è che abbia proprio un granché da dire, questo però non lo reputo proprio un difetto, più che altro lo vedo come un tentativo malriuscito di supercazzola nella speranza di prender tempo e accumulare righe, cosa che (visto che siamo già a riga 17, almeno sul mio programma di videoscrittura, quando leggerete voi chissà) sta anche parzialmente riuscendo, se riuscissi a resistere e infilare qualche altra fesseria avremmo già bella e pronta una discreta (come mole) introduzione. Un'introduzione ovviamente piena di difetti. E di parentesi. Ora vado a guardarmi un film, al resto ci penserò dopo, se ne avrò voglia. Magari mangio anche un gelato. A dopo.

Ciao, riprendo a scrivere dopo una pausa di circa ventiquattro ore che voi magicamente non avvertirete. Tra l'altro il film non era niente di che (Quello che tu non vedi) ma il gelato non era male. Devo anche finire di guardare Fringe di J. J. Abrams, mi mancano quattro episodi, ma cercherò di resistere e portare a termine questo pezzo, anche se ancora non ho bene idea di come. A ovest dell'inferno è un'antologia di racconti di Jonathan Lethem, sei per la precisione, che in realtà in lingua originale non trova nessun corrispettivo, è una compilazione che è stata assemblata direttamente da Minimum Fax con l'aiuto e la supervisione delle stesso Lethem e che quindi potremmo dire nasca appositamente per il pubblico italiano. L'antologia è divisa in due parti, una prima che presenta tre racconti brevi dai toni fantastici o fantascientifici e una seconda con tre pezzi autobiografici decisamente più sfiziosi e interessanti dei tre precedenti. Dopo aver letto i primi tre racconti di fantasia il pensiero che a più riprese si è fatto largo nella mia mente è stato: "vabbè dai, due euro al Libraccio, chi se ne frega"; per fortuna poi sono arrivati gli scritti di real life (che tra l'altro si portano dietro tanto cinema) e il giudizio complessivo è decisamente migliorato (sempre in relazione ai due euro spesi).

Sinceramente dei primi tre racconti non saprei che pensare, mi sono sembrati tre esercizi di non stile di un'inutilità disarmante e sinceramente insignificanti sotto ogni punto di vista, giudizio probabilmente reso più pesante dal fatto che il mio unico precedente con la scrittura di Lethem sia stato il romanzo La fortezza della solitudine, successivo a questi racconti, una lettura che adorai e che quindi mi portò ad approcciare A ovest dell'inferno con aspettative troppo alte per una modesta compilazione come questa. Il primo racconto (La forma in cui siamo) verte su un padre che parte per un viaggio alla ricerca del figlio Dennis in compagnia del di lui miglior amico Balkan. La particolarità è che tutti abitano all'interno di un organismo vivente non ben identificato, i nostri viaggiatori partiranno da qualche punto in basso diretti verso l'occhio, l'organo più illuminante del lotto. In Come entrammo in città e come ne uscimmo un gruppo di uomini e donne partecipano a un gioco a eliminazione ambientato in una realtà virtuale che è anche l'unico modo di trovare cibo e riparo in una società ormai al collasso. Il gioco ovviamente comporta qualche rischio. Chiude la prima parte Videoappartamento: in un mondo in lenta migrazione continua su un'autostrada a uno dei protagonisti capita di vedere inciso su nastro un omicidio avvenuto nel mondo degli appartamenti, oltre la barriera. I tre racconti sembrano privi di direzione, costruiti su idee deboli e senza un reale perché. Perché Lethem avrebbe dovuto scrivere questi racconti che non dicono nulla, non emozionano né coinvolgono, non innovano e non inventano e che persino a più tratti annoiano? Ma soprattutto perché io (o voi) dovremmo volerli leggere? 

Va molto meglio con In difesa di Sentieri Selvaggi, con Elliott ancora non mi crede e con 13, 1977, 21. Intendiamoci, anche qui nulla di trascendentale ma almeno ci sono sprazzi di verità e passione, l'ossessione di Lethem per Sentieri selvaggi di John Ford e per Star Wars di Lucas, racconti di uno strano viaggio, riflessioni sincere su quanto a volte ci si faccia prendere la mano, anche incondizionatamente, da nostre fissazioni immotivate o basate su fondamenta barcollanti, e ancora risvolti familiari e tocchi personali che in qualche modo ricordano ciò che poi si svilupperà proprio nel posteriore La fortezza della solitudine. Nel complesso non si può dire che ne valga proprio la pena, però se lo trovate a due euro al Libraccio, alla fine chi se ne frega!

mercoledì 22 maggio 2024

FREAKS

(di Zach Lipovsky e Adam B. Stein, 2018)

Sarebbe stato meglio optare per il Freaks di Tod Browning ma tant'è, ormai è fatta. Ben due i registi dietro la realizzazione di questo Freaks datato 2018; Zach Lipovsky e Adam B. Stein arrivano entrambi da On the lot, talent show americano del 2007 alla ricerca di registi esordienti prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e che vedeva tra i giudici la presenza di Carrie Fisher e Garry Marshall (Pretty woman, Paura d'amare, Se scappi... ti sposo). Dei cinquanta contendenti selezionati per la competizione solo diciotto arrivarono alla fase finale; in questa corsa durata circa quattro mesi e trasmessa da Fox, Stein e Lipovski si piazzarono entrambi nelle prime cinque posizioni della classifica (quinto e terzo rispettivamente); destinati a stringere un sodalizio duraturo, dopo questo Freaks i due siglano insieme anche il live action Kim Possible (tratto dal cartone animato di casa Disney) e Final destination: bloodlines di prossima uscita e atteso (?) per il 2025. La considerazione che Lipovski e Stein ottennero durante lo show venne poi confermata anche in una serie di festival di genere proprio nel momento dell'uscita di questo Freaks che raccolse diverse critiche positive e qualche riconoscimento qua e là. Indubbiamente alcune idee nel film ci sono (anzi, forse ce ne sono anche troppo seppur non nuovissime ma speziate con tocco personale), il budget probabilmente non enorme ha costretto la coppia di registi a dar sfoggio del loro estro trovando soluzioni di comodo alcune delle quali in effetti sono tra gli aspetti più interessanti di un film a conti fatti non completamente riuscito.

La piccola Chloe (Lexy Kolker) vive da reclusa in una casa completamente isolata dal mondo esterno: le finestre sono oscurate, il caos regna sovrano, Chloe non ha il permesso di uscire e deve arrangiarsi da sola anche per passare il tempo, suo padre (Emile Hirsch) sembra un uomo terrorizzato da ciò che c'è fuori dalla porta della sua abitazione, un mondo all'apparenza tutto sommato normale. L'uomo inculca alla bambina la dottrina della pericolosità del mondo esterno, specialmente per quelli "come loro", solo lui, di tanto in tanto, può uscire di casa per fare provviste per poi rinchiudersi nuovamente all'interno. Ogni tot l'uomo chiede alla figlia se i suoi occhi abbiano iniziato a sanguinare. Chloe dal canto suo cerca di essere una brava bambina, di compiacere il padre nonostante la sua voglia matta di uscire e correre al furgoncino piazzato davanti casa per prendersi un bel gelato, qui il signor Snowcone (Bruce Dern) sembra aspettare proprio lei con la promessa di una fantasmagoria di ottimi gusti a disposizione. In casa Chloe di tanto in tanto ha delle visioni, a volte vede la madre Mary (Amanda Crew), scomparsa da tempo, che le manca tanto, altre volte la figlia dei vicini di casa dai quali vorrebbe trasferirsi per condurre una vita normale, possibilità in effetti ventilata dal padre. In una situazione di apparente follia si inizia però a chiedersi se questo padre sia poi davvero così folle...

Freaks si gioca tutte le carte migliori nella prima parte del film e queste, tenuto conto del budget non altissimo a disposizione di Stein e Lipovski, sono effettivamente carte interessanti che permettono ai due registi di giocare una buona mano. Nella parte iniziale, quando i protagonisti sono solo due e chiusi sempre in casa, si fondono in maniera ottima un'idea di regia vivace e allo stesso tempo claustrofobica, capace però di donare il giusto movimento a questi interni squallidi, e uno sviluppo della narrazione che desta in effetti curiosità e accende nello spettatore il tarlo del dubbio e il desiderio di sapere di più. La situazione del mondo in cui i due si trovano a vivere si chiarisce solo pian piano, con l'arrivo nella narrazione del mondo esterno si perde un po' alla volta quell'alone di mistero che caratterizza l'incipit di Freaks e l'interesse un poco alla volta scema, anche perché i registri narrativi si differenziano e la gestione dello sviluppo ne risente inanellando sequenze poco ficcanti e dando sfoggio di effetti speciali più che dignitosi in relazione al budget ma non così entusiasmanti in merito alla piega che prendono gli eventi (diciamo che tra film di fantascienza, horror e cinecomics abbiamo visto molto di meglio). Scoperte le carte il film si sgonfia, ne rimane una visione almeno in parte piacevole ma anche la sensazione di aver assistito al dipanarsi di un'occasione non colta per intero. Stein e Lipovski mostrano di avere sia idee che talento, il tutto sta nel convogliare le forze per gestirle meglio e ad arrivare a qualcosa di più compiuto di questo Freaks.

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