(di Geoffrey Orthwein e Andrew Sullivan, 2017)
L’esordio alla regia della coppia di autori statunitense formata da Geoffrey Orthwein e Andrew Sullivan è interamente girato in Islanda, eppure, a dispetto di quel che potrebbe sembrare, il titolo Bokeh non allude a un termine islandese bensì a una parola che deriva dal giapponese. Bokeh è un termine che attiene alla sfera dell’immagine; letteralmente dovrebbe indicare qualcosa di simile a “sfocatura” o anche, in senso più lato, “confusione”. In fotografia il riferimento è alla qualità dello sfondo di un’immagine, solitamente meno a fuoco del soggetto che sta in primo piano, caratteristica che si ritrova anche in ambito cinematografico, in modi di volta in volta diversi, in base a come regista e direttore della fotografia decidono di lavorare con la profondità di campo. Il bokeh potrebbe essere visto come un effetto piacevole, pensiamo al caso delle luci sfocate ad arte sullo sfondo di una fotografia in notturna o a effetti simili capaci di donare movimento, vivacità, sprazzi artistici, soffusi, e via di questo passo. Ma come inserire questi concetti all’interno di un film che pare avere contorni piuttosto nitidi, sia nella tecnica che nella narrazione, pur se con un alone di mistero e inspiegabilità di fondo che fa da motore al racconto? Forse è proprio l’inspiegabilità degli eventi a produrre, metaforicamente, quella “sfocatura” richiamata nel titolo da Orthwein e Sullivan, rafforzata dal fatto che i due registi scelgono la via dell’apertura, di non chiudere né di dare spiegazione ai misteriosi eventi messi in moto nel loro film.Jenai (Maika Monroe) e Riley (Matt O’Leary) sono una coppia di giovani americani in viaggio di piacere in Islanda. Mentre cercano di assorbire la stanchezza da jet lag, i due visitano, insieme ad altri turisti, alcuni meravigliosi scorci naturalistici dell’isola europea: Riley si diletta a fotografare paesaggi con la vecchia Rolleiflex del padre, una macchina fotografica analogica; Jenai, che vorrebbe regalargli attrezzatura più moderna, si diverte a fargli da modella per alcune pose. La coppia è affiatata, il posto non meno che meraviglioso. Durante una delle prime notti in Islanda Jenai fatica a dormire, forse proprio a causa del cambio di fuso orario; ammirando dalla finestra le luci notturne del nord le sembra di assistere a uno strano fenomeno: difficile dire se sia sogno, effetto da dormiveglia o realtà. Il mattino dopo, scesi per far colazione in albergo, i due giovani trovano la sala vuota, anche la reception sembra abbandonata. Da subito, senza far eccessivo caso alla cosa, i due escono in strada. Anche qui il deserto, strano per l’ora diurna: negozi vuoti, niente traffico. Dapprima pensano a una ricorrenza di cui probabilmente non sono a conoscenza, poi la preoccupazione aumenta. In giro non c’è anima viva: auto accese senza conducente, nessuno nelle attività commerciali in orario di lavoro, tutto immobile. Poco dopo Riley si accorge che tutto continua a funzionare, anche la televisione, ma che nessun canale di news è attivo; anche da casa, oltreoceano, nessuno risponde a chiamate o messaggi. Che fine ha fatto il resto dell’umanità? La coppia si prepara ad affrontare una situazione alla quale nessuno, loro men che meno, può dirsi preparato.
Il maggior difetto di un film come Bokeh, nel complesso comunque godibile, è quello di non mantenere nel suo sviluppo ciò che l’interessante premessa promette nelle sue battute iniziali. L’idea di una coppia di innamorati che si trova all’improvviso catapultata in una situazione surreale e ingestibile, seppur non nuovissima, è sicuramente affascinante. Orthwein e Sullivan giocano molto sulla dicotomia derivata dai due differenti approcci dei protagonisti al nuovo status quo dentro il quale si trovano a dover agire. Sono su un’isola, non sanno ovviamente pilotare aerei, affrontare un viaggio impossibile per tornare a casa, a che pro poi? Chi c’è a casa ad aspettarli? Forse nessuno. Non si indaga sui motivi dietro all’evento, si esplora invece il personale, la tenuta di un amore calato in una situazione estrema. Jenai e Riley potranno bastare l’una all’altro e viceversa? Per sempre? La dinamica potrebbe richiamare quella del matrimonio; non si sa se queste fossero le intenzioni degli autori, ma pensiamo a un rapporto chiuso dove le regole verso l’esterno diventano meno permissive, per sempre, dove la coppia è il centro attorno al quale tutto o quasi deve ruotare. Se Riley, anche in maniera più superficiale, sembra accettare più facilmente la nuova situazione godendone anche i benefici (una casa a loro disposizione, quella che piace a loro, l’auto comoda, la spesa gratis), Jenai, figlia di un pastore, ne cerca le cause religiose o esistenziali (un messaggio? la fine del mondo? altro?), ha nostalgia di casa, matura ben presto un malessere difficile da arginare. Dopo un primo periodo di assestamento la solitudine si fa sentire, su queste premesse i due registi costruiscono il nuovo rapporto tra i due giovani. Manca purtroppo un poco di incisività, non c’è background se non per accenni superficiali, non c’è futuro, c’è solo un presente che non sembra essere mai troppo incisivo per un film che vive di suggestioni paesaggistiche e di un incipit molto riuscito. Si sarebbe potuto andare più a fondo, sia nella vicenda, sia nel cuore dei personaggi, sia nell’esplorazione della coppia. Valutandolo però per quello che è - un esordio in un sistema produttivo non certo ad alto budget - Bokeh resta un prodotto più che dignitoso, magari non completamente riuscito, ma sostenuta da diversi elementi di interesse che sostengono le potenzialità di Orthwein e Sullivan.




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