(Chóngqìng sēnlín di Wong Kar-wai, 1994)
“Ogni giorno ci troviamo spalla a spalla con tante persone. Non siamo che degli sconosciuti l’uno per l’altro ma ognuna di queste persone può entrare o meno nella tua vita”.Dopo l’esordio As tears go by del 1988, film che si inseriva nel movimento che in quegli anni stava dando una nuova spinta verso l’estero al cinema di Hong Kong, e il più interlocutorio ma già proiettato verso il futuro Days of being wild del 1991, il regista nato a Shanghai Wong Kar-wai inizia a girare Ashes of time, quello che fino ad allora doveva essere il progetto più ambizioso dell’autore hongkonghese. Il film, uscito poi nel 1994, è un wuxia che incontrò diverse difficoltà nella sua realizzazione, cosa che ne fece slittare la distribuzione e provocò diverse sospensioni delle riprese, allungando a dismisura i giorni necessari per la sua produzione. Proprio nei momenti morti tra un ciak e l’altro di Ashes of time, Wong Kar-wai inizia a lavorare su un’altra sua idea, quella che poi darà vita proprio a questo Hong Kong Express, film che, in maniera quasi paradossale se contiamo che è stato realizzato in meno di un mese, diverrà ben presto uno dei simboli del cinema di Hong Kong di quel periodo e un piccolo cult movie apprezzato poi in tutto il mondo per la sua forza innovativa ed estetica, tanto da attirare anche l’attenzione di registi come Quentin Tarantino che lo scoprì grazie al circuito festivaliero, nello stesso anno in cui il regista statunitense stava presentando Pulp Fiction. Wong Kar-wai dirige il film con una sceneggiatura ridotta all’osso, con una trama esile che collega solo in maniera flebile e appena tangente due episodi per lo più slegati, gira in quartieri malfamati e senza permessi riuscendo a donare al film quell’aura così moderna e metropolitana che viene ricordata con grande ammirazione ancora oggi non solo dagli amanti del cinema asiatico.
Siamo a Hong Kong, nel complesso residenziale delle Chungking Mansion, un micro-mondo che comprende appartamenti, ristoranti, negozi di ogni tipo. L’agente di polizia He Zhiwu (Takeshi Kaneshiro) è in sofferenza per un amore apparentemente finito; la sua ragazza May, che in video non vediamo mai, l’ha lasciato e l’uomo si è dato un mese di tempo per aspettare il suo ritorno. Ogni giorno He Zhiwu acquista una confezione di ananas in scatola che porta la data di scadenza del giorno in cui, secondo lui, May dovrebbe tornare. Nel frattempo si dedica al suo lavoro e mangia spesso al locale di un uomo, una sorta di cupido dello street food, che scopriremo nel secondo episodio essere cugino della giovane Faye (Faye Wong). In parallelo si sviluppa la storia di una donna misteriosa in parrucca bionda e occhiali scuri (Brigitte Lin) che all’interno delle Chungking Mansion svolge diverse attività illegali; per un attimo i due si incrociano, più avanti i loro destini si legheranno per un breve periodo di tempo. Nel secondo episodio un altro agente, l’agente 663 (Tony Leung), impegnato in una storia disordinata e sensuale con un’hostess (Valerie Chow), incontra un giorno la nuova cameriera che lavora nel locale dove mangia spesso. La ragazza, di nome Faye, si innamora ben presto di 663. Recatasi al ristorante per incontrare 663 e non trovandolo, l’hostess lascia una busta a Faye da consegnare all’agente il quale, giorno dopo giorno, rifiuta di prenderla per ritardarne la lettura. Faye, incuriosita, la apre e ci trova le chiavi dell’appartamento di 663, a sua insaputa inizia a recarvisi rassettando per lui l’ambiente.
Hong Kong Express si imprime in maniera indelebile nella mente e nell’immaginario degli spettatori per la sua estetica dirompente ed elegante, un concentrato di stile che è elemento distintivo della cifra del regista Wong Kar-wai, senza dubbio uno dei maestri del cinema orientale e non solo. L’utilizzo della tecnica dello step-framing (o step-printing) crea da subito un senso di dinamico isolamento dei protagonisti, mobili e scattanti all’interno di un contesto esageratamente sfocato e luminoso, quasi a sottolinearne la solitudine che in qualche modo viene poi ribadita anche dalle due storie che compongono il film, storie labili nell’intreccio, semplici nella struttura ed enigmatiche in alcuni contenuti, forse impossibili nel loro intersecarsi (e qui si richiede una buona dose di attenzione o addirittura una seconda visione). Sono storie romantiche quelle raccontate da Wong Kar-wai, anche sensuali se vogliamo (pensiamo all’hostess, agli aeroplanini, giocattoli che diventano fine erotismo), ammantate di una solitudine ossimorica se riferita a un complesso sovrappopolato come quello delle Chungking Mansion, i sentimenti sono visti in un’ottica originale, molto far east nell’animo, immersi in un’estetica pazzesca, satura di colori, legata agli oggetti, all’ambiente, alla metropoli brulicante di vita e di amori a scadenza, una forma fatta di ralenty, camera a mano, cromie ricercate, freeze frame e altro ancora, tanto da far aprire il paragone, indubbiamente scomodo, tra Hong Kong Express e il film di rottura simbolo della Nouvelle Vague francese, il Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard. Lavora con sapienza anche sulle musiche il regista hongkonghese affidando a due brani molto noti alcune delle sequenze più significative del film: California dreamin’ dei The Mamas & Papas sparata a volume altissimo e con la cover di Dreams dei Cranberries cantata dalla stessa Faye Wong in cinese. Nonostante il film sia stato girato nei “ritagli di tempo”, rimasero ancora idee e sequenze da sfruttare che diverranno poi Angeli perduti, la successiva opera di Wong Kar-wai.




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