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sabato 27 dicembre 2025

FIRMA AWARDS 2025 - LIBRI

Come ogni fine anno che si rispetti, eccoci arrivati a quel momento in cui il calendario decide per noi che è tempo di rallentare, guardarci alle spalle e fare un minimo di ordine mentale. Il 2026 incombe, l’anno si accartoccia su sé stesso e, quasi senza accorgercene, scatta la tentazione di tirare una riga e vedere cosa c’è rimasto sopra e cosa sotto.

Questo rito collettivo assume forme diverse: c’è chi si dedica a bilanci esistenziali più o meno attendibili, chi prova a convincersi che dal primo gennaio tutto seguirà traiettorie più virtuose e chi, molto più semplicemente, preferisce mettere ordine nei propri ricordi culturali. Ed è proprio qui che entrano in gioco le immancabili classifiche di fine anno: il meglio di questo, il meglio di quello, album, film, serie, libri, fumetti e qualsiasi altra cosa sia passata sotto i nostri occhi negli ultimi dodici mesi.

Ma, ormai lo sapete, la mia storia è differente! Quella che trovate qui non è una classifica nel senso classico del termine. Non è un resoconto puntuale delle uscite del 2025, né tantomeno pretende di esserlo. Per quello esistono già diverse guide sparse in rete, potete tranquillamente andare là fuori a cercarvele. Questo spazio è invece un taccuino personale, un elenco di cose che mi hanno accompagnato, divertito o sorpreso quest'anno, senza particolare attenzione alla loro data di uscita. Vecchio, nuovo, recente, antico: se ha funzionato per me. allora merita di essere citato e, probabilmente, funzionerà anche per voi.

L’idea, insomma, è più quella del recupero consapevole che dell’aggiornamento compulsivo. Si pesca liberamente (a cazzo?), si mescolano epoche e formati e ci si concede il lusso di parlare di ciò che più ci piace, punto. Con leggerezza, senza pretese e con una buona dose di autoindulgenza.

Si parte quindi dai LIBRI: sette titoli che coprono un arco temporale piuttosto ampio. Nessuna graduatoria rigida, nessuna ansia da prestazione. Solo consigli, ricordi e un po’ di sano (?) entusiasmo. Cominciamo?


Settimo classificato:
Una stella di nome Henry di Roddy Doyle (1999)
Un Roddy Doyle più denso, più "epico" e meno ironico del solito ci racconta un pezzo di Storia della sua Irlanda, primo tassello di una trilogia che si completerà negli anni successivi. Un Doyle che sente il peso della Storia, meno leggero e più impegnato del consueto, toccato anche da una punta di disillusione nei confronti di uno dei più importanti movimenti rivoluzionari dell'Europa recente.



Sesto classificato:
Il mondo nuovo/Ritorno al mondo nuovo di Aldous Huxley (1932/1958)
Distopia fantascientifica di Huxley capace di anticipare teorie ancor oggi moderne e immaginare futuri che, al contrario, non si sono mai realizzati. Un'opera di grande interesse ulteriormente impreziosita dal saggio Ritorno al mondo nuovo, scritto circa una trentina d'anni dopo alla luce delle scoperte scientifiche maturate durante il gap temporale intercorso tra i due scritti.


Quinto classificato:
The great when - Il grande quando di Alan Moore (2024)
Il bardo di Northampton si sposta dalla sua città natale alla capitale del Regno e ci presenta non una ma ben due Londra, una più interessante dell'altra: quella bombardata dai tedeschi nel secondo dopoguerra e la Long London, quella nascosta, misteriosa, pericolosa, magica! Pur mantenendo la solita prosa ricca ed elegante, The great when è una delle opere di Moore più abbordabili anche per il pubblico non "abituato" alla non sempre facile penna dell'autore inglese.


Quarto classificato:
La locanda dei gatti e dei ricordi di Yuta Takahashi (2020)
Il giapponese Yuta Takahashi cesella il dolore della perdita con una delicatezza tutta orientale capace di essere insieme consolazione e ricordo; lo fa con un'attenzione particolare ai gesti minimi, soprattutto per quelli legati alla preparazione del cibo, elemento centrale in tanta narrazione giapponese. La locanda dei gatti e dei ricordi è un libro perfetto per "sentirsi meglio".



Terzo classificato:
Cinema speculation di Quentin Tarantino (2022)
Il piccolo "Quinto" è un grandissimo intrattenitore, non solo al cinema ma anche tra le pagine di questo libro sul suo cinema, quello amato da lui. Un racconto personale d'infanzia e formazione artistica come non lo troverete da nessun'altra parte. Forse Tarantino potrebbe non essere il professore più ortodosso per spiegare la materia, ma di certo sarebbe uno di quelli più adatti per farvici appassionare!



Secondo classificato:
Ologramma per il re di Dave Eggers (2012)
Attraverso una crisi personale, Dave Eggers tratteggia la crisi del moderno sistema del capitale, in particolare di quello statunitense, fatto di delocalizzazioni, esuberi e perdita di competenze e capacità industriali. Romanzo appassionante calato in un'atmosfera di stasi rarefatta.



Primo classificato:
Pastorale americana di Philip Roth (1997)
Uno dei capolavori di Roth. Nathan Zuckerman, alter ego dello scrittore, è qui voce narrante per riflettere sulle facciate della famiglia (di origini ebraiche) e della società americana, dietro le quali si celano inquietudini e infelicità represse, ricacciate dietro la classica "mano di bianco" a uso e consumo di amici, vicini e conoscenti. Densissimo, sentito, imperdibile.




E per la categoria LIBRI è più o meno tutto, ci sentiamo a breve (?) per quel che riguarda i FILM CLASSICI.

martedì 10 giugno 2025

GLI INCANTATORI

(The enchanters di James Ellroy, 2023)

Gli incantatori avrebbe dovuto essere il terzo capitolo di quella che era stata definita la seconda quadrilogia di Los Angeles (The second L.A. quartet), una sorta di nuova immersione nel cuore nero dell’America che arrivava ad ampliare quella splendida prima quadrilogia composta da alcuni dei più noti romanzi dello scrittore losangelino: Dalia nera (1987), Il grande nulla (1988), L.A. Confidential (1990) e White jazz (1992). Abbiamo usato il tempo al passato perché sembra che ora questo ultimo progetto di James Ellroy si sia trasformato in una pentalogia rinominata L.A. quintet, dobbiamo quindi aspettarci altri due (presumibilmente corposi) romanzi che andranno ad aggiungersi a Perfidia del 2014, a Questa tempesta del 2019 e a questo Gli incantatori del 2023 prima di poter ritenere conclusa questa nuova fase del lavoro di quello che viene considerato uno dei grandi maestri del crime moderno. C’è da dire che con Gli incantatori pare esserci una cesura abbastanza netta tra ciò che Ellroy ci ha narrato con i primi due romanzi della pentalogia, passiamo infatti da eventi legati alla Seconda Guerra Mondiale, all’attacco di Pearl Harbour e alla successiva segregazione dei cittadini americani di origine giapponese a un epoca più recente collocabile con esattezza ai primi anni Sessanta del secolo scorso, più precisamente ai mesi che precedono e seguono l’agosto del 1962, momento storico in cui viene trovata morta la diva del cinema per antonomasia: Marilyn Monroe. Cambiano quindi gli anni, cambiano molti dei protagonisti e cambia anche, almeno in parte e per alcuni aspetti, l’approccio di Ellroy alla sua materia, sempre fatta di miriadi di personaggi, di una mix di Storia vera e finzione, di marciume e corruzione a volontà, concentrata però su un solo focus che presenta sì collegamenti e diramazioni, spesso difficili da far collimare, ma che non alimenta la visione ad ampio raggio che avevano alcuni dei capolavori di Ellroy, uno su tutti l’ormai celebre American Tabloid, per chi scrive vero capo d’opera dello scrittore losangelino.

Il protagonista principale e voce narrante de Gli incantatori è Freddy Otash, personaggio realmente esistito e ricorrente in diverse opere di Ellroy. Ex poliziotto e ora detective privato Otash viene contattato dal capo dei teamsters (il sindacato dei trasportatori) Jimmy Hoffa per mettere sotto sorveglianza l’abitazione di Marilyn Monroe; Hoffa sta cercando del materiale compromettente che possa provare le relazioni extraconiugali dei fratelli Kennedy, sia John che Bobby, con l’attrice, in modo da poter ottenere una leva politica da usare al momento giusto tramite ricatto. Nello stesso periodo Otash, insieme ad altri poliziotti chiamati in gergo il gruppo dei cappelli, viene coinvolto nelle indagini sul rapimento di un’attricetta minore, Gwen Perloff, indagine lungo la quale scappa il morto, omicidio causato proprio dal caro vecchio Freddy. Il detective si convince del fatto che il rapimento dell’attrice sia in qualche modo collegato alla morte (si dice suicidio da barbiturici), avvenuta negli stessi giorni, di Marilyn Monroe. Sotto pressione di uno dei pezzi grossi della polizia di Los Angeles, Bill Parker, manovrato dallo stesso Bobby Kennedy, Otash viene reintegrato nel corpo di polizia con il compito di screditare la figura di Marilyn Monroe disinnescando di fatto le potenziali mosse di Hoffa (e dei suoi soci della mala) ai danni della famiglia Kennedy con la quale Freddy ha più d’un legame, è stato in passato amante di Pat, la sorella di Bobby e John Fitzgerald.

Da appassionato da tempo immemore dell’opera di Ellroy mi duole non poco dover ammettere di aver avuto l’impressione, leggendo questo Gli incantatori, di essermi trovato di fronte al lavoro di un autore un poco autocompiaciuto (forse anche più di un poco). Ellroy imperversa tra le pagine del romanzo con il suo stile secco, frammentario, conciso, fatto di frasi brevi, vere stilettate al lettore non aduso alla sua scrittura, più abbordabile per il lettore già consapevole, comunque ostico, difficile. I personaggi che compongono la trama del libro, alcuni protagonisti, altri assolutamente comprimari, sono settanta, e anche per un amante di Ellroy posso garantirvi che è un numero spropositato di caratteri ai quali star dietro. Molti passaggi sono confusi, chi è chi? Chi fa cosa? Si fa in effetti una certa difficoltà a ricollegare i pezzi anche se ogni tanto qualche click nel cervello non manca di scattare. Ma, a parte l’immagine stropicciata a dir poco che Ellroy dipinge di una Marilyn Monroe in preda al vizio (cosa che tutto sommato può anche non interessarci), i delitti perpetrati ne Gli incantatori sono almeno due a parere di chi scrive. Il primo è una trama non solo confusa ma tutto sommato poco interessante e per nulla stratificata come può sembrare di primo acchito; tutto ruota intorno alle intercettazioni e ai pedinamenti di Marilyn, alla sua biografia del prima di adesso, ma in fondo non c’è nulla di davvero nuovo né di così appassionante che Ellroy sembri dirci a riguardo. Il secondo, ancor più grave, è l’assenza di personaggi di peso. Ok Freddy Otash, che già non è il protagonista migliore scritto da Ellroy, ma dove sono i Dudley Smith? I Kemper Boyd, le Kay Lake, i Ward J. Little, i Lee Blanchard, i Wayne Tedrow Jr, i Pete Bondurant? Dove sono? Purtroppo la tendenza a un compiacimento che sembra prendere il sopravvento sulla freschezza della narrazione sembrava intuirsi già ai tempi di Questa tempesta, libro comunque migliore di questo, Gli incantatori è una conferma di un trend che si spera Ellroy possa invertire con i prossimi romanzi, il rischio è quello di una pentalogia che nella sua interezza potrebbe rivelarsi indigesta per più di un lettore. Ellroy sa di essere una delle voci più interessanti all’interno del genere crime, indubbiamente lo scrittore non è uno rivestito di umiltà, diventa così difficile capire cosa aspettarsi da lui nel prossimo futuro, la speranza è che qualcuno riesca a fargli notare che un occhio alla misura ogni tanto lo si può anche buttare.

domenica 6 aprile 2025

BLAZE

(di Stephen King, 2007)

Blaze è l'ultimo romanzo di Stephen King a uscire a firma Richard Bachman nel tardo 2007 quando la vera identità dello pseudonimo kinghiano era già stata scoperta e svelata da parecchio tempo. Questo perché? Tutto molto semplice, nessun mistero dietro la scelta di King di pubblicare un'ultima volta come Richard Bachman. Come spiega lo stesso autore nell'introduzione al romanzo, Diciamocela tutta, pur trovando la pubblicazione nel 2007, in realtà Blaze giaceva nascosto in una scatola di cartone fin dagli anni Settanta, ideato e imbastito in una prima stesura proprio nel periodo in cui un certo Richard Bachman tentava di raggiungere la sua quota di popolarità con racconti che esulavano dal genere horror e dai principali stilemi del Re. Come è noto il successo per queste opere arrivò solo quando si venne a sapere che il vero autore degli scritti in questione era un tale di nome Stephen King, autore che all'epoca aveva bollato Blaze come un racconto non meritevole di pubblicazione destinandolo quindi al dimenticatoio, luogo da cui riemerse solo molti anni più tardi per trovare casa presso l'editrice Scribner. In realtà l'idea di King era quella di proporre un nuovo racconto da inserire nella collana Hard Case Crime ideata da Charles Ardai, storie di stampo hard boiled e simili, collana per la quale King aveva già pubblicato The Colorado kid (2005) e per la quale pubblicherà poi in futuro ancora Joyland (2013) e Later (2021). Dopo la rilettura di quella vecchia stesura di Blaze e la sua successiva revisione King decise che il racconto tutto sommato non era poi così malvagio ma, per ragioni di contenuto, non lo reputò comunque adatto a comparire all'interno di Hard Case Crime, si optò così per una soluzione indipendente, da qui la pubblicazione per Scribner.

Clayton Blaisdell Jr., soprannominato Blaze, è un giovane grande e grosso, dall'animo gentile e ingenuo ma capace di commettere anche atti di estrema violenza; Blaze non è troppo aiutato dalla sua testa, debole e confusa a causa di maltrattamenti subiti in giovane età. Così questo ragazzone forzuto è costretto a vivere di espedienti, piccole rapine, furti e truffe, tutti colpi ideati dall'amico fraterno George che per il ragazzo sembra essere una vera e propria ancora di salvezza. Peccato che George sia morto già da qualche mese e la presenza dell'amico che Blaze percepisce spesso accanto a sé sia solo frutto della sua mente non solo debole ma ormai anche turbata. Viste le difficoltà economiche in cui Blaze versa ormai da qualche tempo, il giovane decide di mettere a frutto un piano inizialmente ideato dall'amico George, uno di quei piani con i quali mettersi a posto per sempre, ritirarsi dal ramo del malaffare, sparire e godersi il resto dell'esistenza in maniera tranquilla e senza dare nell'occhio. Tutto ciò che Blaze dovrà fare per realizzare il suo sogno sarà rapire il neonato Joe Gerard IV, futuro erede di una famiglia più che facoltosa e ottimo materiale di scambio per un cospicuo riscatto. Ma Blaze, forse memore di un'infanzia passata in orfanotrofio, dei maltrattamenti subiti dal padre, dell'educazione dai metodi rigidi dei suoi vecchi insegnanti, non vuole essere il classico rapitore insensibile, finirà per affezionarsi realmente al piccolo Joe e a doversi districare tra biberon, pannolini, malesseri infantili e quant'altro, il tutto mentre la polizia è sulle sue tracce nel tentativo di recuperare il prezioso pargolo.

Il Blaze di Stephen King (o di Richard Bachman se preferite) non sarà l'opera più sorprendente del re del brivido ma rimane comunque un buon romanzo, anche a dispetto di quel che ne pensava negli anni Settanta il suo stesso autore poi per fortuna ricredutosi fino a optare per la pubblicazione dello stesso. Il breve romanzo non è forse dotato di grande originalità né di uno sviluppo degli eventi troppo difficile da intuire, riesce però molto bene a far empatizzare il lettore con un protagonista sfortunato e dal passato difficile anche quando questi compie gesti non proprio benevoli come quello del rapimento di un neonato. Come sempre King è un maestro nel delineare i personaggi e i loro sentimenti riuscendo a costruire la tenerezza di un rapporto peculiare tra un omone semi ritardato e un neonato inconsapevole di quel che gli accade intorno, pronto quindi a frignare con chiunque ma anche ad elargire sorrisi sinceri al suo rapitore che di base si porta dietro un cuore puro. King alterna gli eventi del presente, scanditi dalla solitudine di Blaze che ha perso il suo unico amico e che forse proprio per questo se ne crea una versione del tutto immaginaria nella sua testa, e quelli del passato del nostro protagonista che vanno a indicare al lettore i perché e i per come del Blaze odierno. Al netto del bel ritratto di un novello tutore inconsapevole di come si possa gestire nella quotidianità un bimbetto appena nato e quindi molto delicato, è proprio la costruzione del passato di Blaze a offrire i momenti più significativi dell'esistenza di quello che è a tutti gli effetti un reietto, un ragazzo escluso e apprezzato solo da chi (anche nel caso di quelli che saranno amici veri) in qualche modo potrà sfruttare la sua forza e la sua devozione, scatenata da un mix di ingenuità e solitudine. Romanzo che corre via veloce senza troppe sovrastrutture e dotato di un ritmo pregevole, probabilmente aggiustato "di mestiere" da un King maturo ma che riesce a farsi apprezzare anche per una sua semplicità di fondo da non sottovalutare.

mercoledì 26 febbraio 2025

OLOGRAMMA PER IL RE

(A hologram for the king di Dave Eggers, 2012)

Lo scrittore statunitense Dave Eggers dev'essere dotato di una personalità eclettica dall'indole molto energica; posto fin dalla giovane età di fronte a sfide di un certo peso (ha dovuto crescere da giovane il fratello più piccolo dopo la morte dei suoi, più avanti si troverà ad affrontare il suicidio della sorella Beth) la sua carriera ha spaziato su più fronti, non solo quelli della scrittura ma in generale in quelli dell'ambito culturale tout court e dove possibile anche in quello della filantropia. Inizia come redattore sul web passando poi a fondare una rivista propria (Might, alla quale collaborarono nomi come quello di David Foster Wallace) e a scrivere e illustrare la striscia a fumetti Smarter feller. L'esordio nel romanzo è del 2000 con L'opera struggente di un formidabile genio, scritto autobiografico ibridato con innesti romanzati non mutuati dalla vita di Eggers; a seguire opere di fiction, raccolte di interviste su temi scottanti (le condanne a morte di imputati innocenti), biografie, collaborazioni con riviste prestigiose, altri romanzi, sceneggiature, la fondazione della casa editrice McSweeney's, l'apertura della scuola di scrittura creativa 826Valencia e chissà cos'altro ancora. All'inizio degli anni 10 del nuovo secolo Eggers inizia a scrivere romanzi su questioni di cocente attualità, il primo dei quali è proprio questo Ologramma per il re che prendendo come spunto una vita, quella del protagonista Alan Clay, racconta la crisi finanziaria, le sue conseguenze e i comportamenti che hanno portato a quello che sembra un punto di non ritorno dal quale il mondo ancora oggi sembra non essersi ancora ripreso a distanza ormai di quasi vent'anni.

Alan Clay è un cinquantenne americano che si è formato nel mondo delle vendite quando nel ramo c'era ancora la possibilità di fare dei bei soldi. Prima il porta a porta con un grande maestro che impartì ad Alan la lezione fondamentale della vendita, ovvero la capacità di riconoscere quale dei motori primari possa far leva sul potenziale cliente, in fondo questi sono essenzialmente quattro: denaro, avventura, identificazione e autoconservazione. Poi la gestione di società sempre più strutturate come quella della Schwinn, una moderna fabbrica di biciclette. Infine la crisi dei mercati, la delocalizzazione sfrenata (ai cui albori anche lo stesso Alan contribuì colpevolmente), la concorrenza della manodopera a basso costo, gli investimenti sbagliati e il crollo finale. Ora Alan si ritrova senza un lavoro sicuro, spaesato in un mondo che forse ha contribuito a creare ma che non riconosce più e nel quale fa difficoltà a muoversi, con una figlia da mantenere al college con esorbitanti rate da pagare, una ex moglie non proprio benevola, ipoteche su una casa che non riesce a vendere, debiti da saldare nei confronti di amici e conoscenti e un futuro all'orizzonte che non si prospetta per niente roseo. Così Alan inizia a operare come consulente per la Retail, un'importante industria di tecnologia statunitense che offre all'uomo quella che ad Alan sembra avere l'odore di "ultima spiaggia": Alan dovrà recarsi in Arabia Saudita, nella King Abdullah Economic City (esiste sul serio), una di quelle città spuntate dal nulla in mezzo al deserto, per cercare di strappare un contratto per le forniture tecnologiche alla città nascente, un affare le cui provvigioni permetterebbero ad Alan di risolvere molti dei suoi problemi economici e vivere tranquillo per almeno qualche tempo. Ma il soggiorno in Arabia sarà fatto di grandi attese e strappare un incontro con Re Abdullah non sarà affatto facile, ci saranno però altri incontri a movimentare la vita di Alan lungo il corso di quei giorni tra loro tutti uguali, non ultimo quello con lo strano bubbone che inizia a protendersi dal retro del suo collo.

Con Ologramma per il re Dave Eggers attraverso la crisi di un uomo ci racconta la crisi di un'epoca e quella di un intero sistema, quello del capitale, che sembra sempre più il viatico verso la dissoluzione del sogno americano, il motore della perdita della speranza e quindi, come conseguenza, una delle cause primarie dei problemi e dell'infelicità del nostro protagonista (dell'uomo occidentale). Alan cerca un'occasione per rimettere in carreggiata un'esistenza che ormai sembra aver definitivamente deragliato da quei binari che fino a qualche anno prima sembravano più che solidi; per acuire la sensazione di limbo straniante nel quale Alan è ormai avvolto, Eggers mette il suo personaggio di fronte a un'attesa estenuante, lo immerge in giornate vuote e senza senso nelle quali la sensazione di inutilità di Alan, anche di fronte alla sua stessa squadra, si acuisce sempre più (come capita a chi perde il lavoro e magari non sa come reinventarsi). Così Alan si trova a scrivere e a cestinare mail rivolte alla figlia che non spedirà mai, a preoccuparsi per quel bubbone sospetto che sembra collegato direttamente alla sua spina dorsale, a bere alcool illegale in un Paese con restrizioni (forse) molto severe sull'argomento. Dietro tutto questo il fallimento di un uomo che si scontra anche con un padre severo che gli rimprovera tutti i suoi sbagli "liberali". Eggers immerge tutto in un ambiente sospeso, in un tempo dilatato, in uno spazio in divenire, in una situazione sfuggente come è diventata l'economia occidentale (perché le cose vere, quelle concrete, ormai si fanno in Cina). Palazzi vuoti, alberghi asettici, strade che non portano da nessuna parte, connessioni assenti, regnanti latitanti, unico punto fermo il tassista Yussef nel quale Alan trova una sorta di amico. In un Paese contraddittorio nel quale il protagonista non riesce nemmeno più a essere puntuale si srotola l'evidenza di un capitalismo che tradisce chi l'ha creato e chi in esso ha creduto. Bravissimo Eggers a creare un romanzo appassionante in un'atmosfera quasi di stasi, altra contraddizione, questa sì appagante e perfettamente riuscita.

domenica 22 dicembre 2024

FIRMA AWARDS 2024 - LIBRI

Ci siamo, anche per questo 2024 Natale è alle porte (è già qui in realtà, sta praticamente bussando all'uscio) e con il Natale si avvicina inevitabilmente anche la fine dell'anno, si iniziano così a tirare le somme, ci si guarda un po' indietro e, per i più volenterosi, si iniziano a stilare quei buoni propositi che l'anno successivo verranno immancabilmente disattesi, ma così è, il vedere avvicinarsi la fine di qualcosa ci porta a queste strane follie. Si tirano le somme quindi; non sempre queste devono tradursi in un bilancio di salute, in considerazioni sul percentile di crescita dei nostri girovita (eh sì, le feste, lo so) o nel soppesare con severità intere esistenze; per gli amanti della cultura pop, memori delle imprese titaniche del primo Nick Hornby, il tirare le somme si traduce nello stilare gustose e spassose classifiche del meglio che è stato prodotto nell'anno in corso: dischi, film, programmi televisivi, fumetti, cartoni animati, video musicali, serial tv e via di questo passo, insomma, un promemoria ai posteri su ciò che può valere o meno la pena di andarsi a recuperare. La mia classifica è differente! Di quelle descritte sopra ne trovate a migliaia, io vi offro la classifica del meglio che ho visto, letto e amato io, chi se ne frega se questa è roba del 2024 o del 1900? Facciamo un po' di recupero, anche archeologico dove serve, per le classifiche aggiornate alle uscite di quest'anno ci sono tanti amici in rete ben più bravi di me, per questo vi affido a loro. Qui facciamo un discorso più generico. Cazzeggiamo! Partiamo quindi dalla categoria LIBRI, come l'anno scorso sette titoli che oscillano come data di pubblicazione dal 1941 al 2022 coprendo quindi un arco temporale considerevole, a chiudere qualche segnalazione al di fuori del campo della narrativa. Andiamo ad incominciare...


Settimo classificato:
Gli ultimi fuochi di Francis Scott Fitzgerald (1941)
Opera ultima, postuma e inconclusa del più celebre esponente dell'età del jazz; Gli ultimi fuochi è una ricercata e (pare) veritiera fotografia della Hollywood classica che tratteggia l'ennesimo ottimo protagonista creato dallo scrittore del Minnesota (Monroe Stahr). Il viaggio con Fitzgerald è sempre meritevole d'esser vissuto, qui paga un poco la mancata conclusione e l'assenza di quelle revisioni e di quelle limature che la morte improvvisa ha voluto negare all'autore, prematuramente scomparso per arresto cardiaco a soli quarantaquattro anni.



Sesto classificato:
Illuminations di Alan Moore (2022)
Raccolta di scritti del bardo di Northampton edita nel 2022 costituita da materiale inedito e qualche recupero d'annata. Moore è sempre Moore, quel maledetto gode di un rapporto privilegiato con la lingua e con la scrittura che si può solo invidiare (bonariamente), caratteristica inimitabile che traspare anche nella versione tradotta dei suoi scritti, mettiamoci pure che alcune sue idee rasentano il geniale e il gioco è fatto. Piccolo warning: gli scritti del bardo non sempre sono semplicissimi da affrontare, uomo avvisato...



Quinto classificato:
I segreti erotici dei grandi chef di Irvine Welsh (1996)
Pur ammantato dello stile ormai noto e consolidato dello scrittore edimburghese, I segreti erotici dei grandi chef sembra presentare qualche nota di scarto rispetto a quanto fatto da Welsh con le sue opere precedenti, ennesimo tassello di una carriera coerente e spesso entusiasmante del cantore di Leith, per una volta abitata non solo da derelitti all'ultimo stadio ma anche da lavoratori (proletari o piccolo borghesi) che finiranno invischiati in una situazione dai toni per lo scrittore inediti.



Quarto classificato:
Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jakson (1962)
Ultimo romanzo di Shirley Jackson, scrittrice considerata tra le maggiori esponenti del romanzo gotico americano; senza ricorrere a eventi inspiegabili, senza inserire scene madri e forti la Jackson riesce a creare una sensazione di inquietudine costante immersa in una bolla di atemporalità intrigante e affascinante per una vicenda che solletica attenzione e curiosità da parte del lettore dalla prima all'ultima pagina. Ottima sorpresa, autrice da recuperare e approfondire.



Terzo classificato:
La caduta di Hyperion di Dan Simmons (1990)
Secondo capitolo della saga fantascientifica I canti di Hyperion il cui capitolo precedente aveva conquistato la vetta del podio dei Firma Awards 2022 (premio peraltro prestigiosissimo del quale lo stesso Dan Simmons pare vada molto orgoglioso 😏). Qui ci si ferma al gradino più basso del podio, forse un pelo meno entusiasmante del predecessore che non presentava nessun passaggio a vuoto all'interno di una mole imponente, La caduta di Hyperion rimane comunque una lettura appassionante che presenta forse anche qualche rivelazione significativa in più rispetto al capitolo d'esordio. Per chi vuole approcciare la fantascienza una saga da non perdere.



Secondo classificato:
Dolores Claiborne di Stephen King (1993)
Sembra che non si possa prescindere dalla presenza di almeno un titolo del Re del brivido nella classifica di fine anno dedicata ai libri; in parte ciò è dettato dall'amore personale che nutro per lo scrittore di Bangor, in parte dal fatto che King nel corso degli anni ha inanellato una serie nutrita di romanzi uno più riuscito dell'altro tra i quali non sfigura nemmeno questo Dolores Claiborne, una storia lontana dal fantastico, dall'horror e dal sovrannaturale che forse proprio per questo si ritaglia un ottimo posto in evidenza all'interno della bibliografia del King. Il Re gioca con il linguaggio, si adatta alla vulgata di una donna anziana non troppo scolarizzata e sfodera un altro saggio sulle sue capacità in veste di scrittore. Mito.



Primo classificato:
Libertà di Jonathan Franzen (2010)
Stilando la classifica dello scorso anno accennavo al fatto che probabilmente il libro migliore del 2022 lo stessi leggendo proprio mentre stavo compilando la suddetta lista e che questo sarebbe immancabilmente finito nella classifica di quest'anno, non avendolo terminato in tempo per comparire in quella precedente. Non solo Libertà entra in questa classifica ma vince la competizione con netto distacco su tutto il resto, Franzen è un cesellatore di vite e di famiglie inarrivabile; con una prosa e una sensibilità per i personaggi eccezionale sigla un altro piccolo capolavoro. Vincitore indiscusso.




Aggiudicato il titolo di "miglior libro" per i Firma Awards 2024 non mi rimane che passare a quelle segnalazioni che vi avevo promesso in campo non narrativo; passiamo quindi a tre consigli per gli acquisti nel campo della saggistica e della compilazione che, in tre "categorie pop" differenti, musica, cinema e fumetto, potranno regalarvi sapere e una buona dose di ore liete.


La prima segnalazione è per il libro del nostro Professore (si allude agli amici di Loudd); Nicola ChinellatoDi lacrime e sangue - 101 canzoni tristi e la loro storia è uscito già da un po' (2022) ma è uno di quei libri la cui lettura non ha termine, non ha tempo, è uno di quegli scritti che può accompagnarti per sempre e al quale puoi attingere di volta in volta per imparare qualcosa, per assecondare il tuo stato d'animo del momento, per rinfrescarti la memoria, per tornare ad approfondire un pezzo o molto più semplicemente per godere di ottima musica e stare meglio, perché in fondo ogni forma d'arte ci aiuta a vivere. Da tenere sempre sul comodino o vicino allo stereo.



La seconda segnalazione, a tema cinematografico, è Storia del cinema di Fernaldo Di Giammatteo, un viaggio che parte dai fratelli Lumière (e anche un pelo prima) per arrivare agli inizi del nuovo millennio (Di Giammatteo scompare nel 2005), un percorso durante il quale l'autore attraversa epoche, generi, filoni, momenti di innovazione tecnica, film e autori all'interno di una carrellata essenziale e intelligente per capire cosa di significativo il cinema ci abbia offerto nel corso di un secolo e più di produzioni più o meno valide, ottimo punto di partenza per studiare, guardare, scegliere, approfondire. Da avere, praticissimo da consultare.



Ultima segnalazione e siamo nell'ambito del fumetto. 16x21. L'era dei Bonellidi di Francesco Fasiolo e Andrea Guglielmino è un saggio che ripercorre un momento ben preciso del fumetto italiano. Sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso esplose in modo impensabile il successo di Dylan Dog, albo a tinte horror presto divenuto la seconda bandiera per importanza di quella che oggi è la Sergio Bonelli Editore (seconda perché Tex è sempre Tex). Il successo enorme di vendite spinse altre case editrici a tentare la stessa via, a volte cercando di imitare da vicino i toni dell'Indagatore dell'incubo, altre cercando semplicemente di ritagliarsi una fetta di mercato nelle edicole di quegli anni, ancora numerose e viatici preziosi per una cultura popolare che oggi rischia di scomparire. Tra serie di successo e fallimenti istantanei le proposte furono moltissime, quasi tutte editate in quel formato ad albo 16x21 proprio delle testate di casa Bonelli (Tex, Zagor, Dylan Dog, Martin Mystère, Nick Rider, etc...) e che prese appunto il nome, ancor oggi in voga, di Bonellide. Tantissime schede sulle varie serie pubblicate, numerose interviste ai protagonisti dell'epoca, una storia a fumetti in chiusura di Samuel Stern (uno degli ultimi Bonellidi in ordine di tempo ad aver avuto un buon riscontro di pubblico) per una panoramica esaustiva di un periodo che oggi sembra essere tramontato, speriamo non per sempre.



Appuntamento a breve con la classifica dei Film Classici.

lunedì 16 settembre 2024

GLI ULTIMI FUOCHI

(The last tycoon di Francis Scott Fitzgerald, 1941)

Francis Scott Fitzgerald muore di attacco cardiaco (il suo secondo) nel dicembre del 1940, l'anno precedente l'uscita del suo ultimo, postumo e incompiuto romanzo: Gli ultimi fuochi, The last tycoon in originale poi editato anche come The love of the last tycoon (L'amore dell'ultimo milionario in italiano). De Gli ultimi fuochi quello che rimane è una prima stesura di sei capitoli (l'ultimo incompleto) che Fitzgerald avrebbe quasi sicuramente rivisto se ne avesse avuto la possibilità, apportando chissà quali modifiche, e ampliato con capitoli successivi, episodi il cui contenuto, più che la struttura, si può solo ipotizzare grazie agli appunti e alle idee che Fitzgerald stesso lasciò su carta prima della sua dipartita. Per quel che riguarda i capitoli già scritti sono rimasti note e stralci a margine con i quali Fitzgerald esprimeva dubbi e fissava idee per eventuali modifiche da sviluppare in fase di revisione o quantomeno al momento di una ulteriore stesura; nelle intenzioni dello scrittore Gli ultimi fuochi doveva essere il romanzo della definitiva maturità, che poi dopo aver già scritto cose come Il grande Gatsby o Tenera è la notte non è che avesse ancora grandi cose da dimostrare. Sembra che Fizgerald si fosse imposto un romanzo di lunghezza non troppo estesa ma già con questi primi sei capitoli, non sufficienti ad avvicinarsi alla conclusione del romanzo, sembra avesse già superato i limiti ipotizzati dalla sua idea iniziale. Ambientato nel mondo del cinema Gli ultimi fuochi vede come protagonista il produttore Monroe Stahr, un personaggio già ben definito in questa versione del romanzo che chissà cosa sarebbe potuto diventare se a Fitzgerald fosse stato concesso il tempo materiale per lavorarci sopra come lui avrebbe voluto.

Cecilia Brady, pur non avendo a che farci direttamente, è cresciuta a stretto contatto con il mondo del cinema e degli studios di Hollywood, suo padre è difatti l'importante produttore Pat Brady. La giovane sembra consapevole che quella del cinema potrebbe non essere l'industria più salubre del mondo, la ragazza però la accetta per quella che è, ha fiducia nel padre e soprattutto nel di lui socio Monroe Stahr, uomo più grande di lei e per il quale Cecilia si è presa una discreta sbandata. Stahr però è un uomo completamente assorbito dal suo lavoro tanto che nell'ambiente si è creata attorno a lui quasi un'aura mitologica, la diffusa convinzione che sul set, così come fuori da esso, Stahr sarebbe stato capace di risolvere qualsiasi problema per portare a termine un film, a volte salvandolo dal disastro, altre portandolo a conclusione consapevolmente in perdita, forte di una lungimiranza che altri avrebbero potuto vantare solo con un senno di poi completamente inutile al momento di dover prendere decisioni così su due piedi. E alla fine Stahr dimostra di aver quasi sempre ragione. Un giorno, durante un terremoto nel quale vengono coinvolti anche gli studios, Stahr salva due fanciulle da una situazione difficile. Una di queste, l'inglese Kathleen Moore, ricorda all'uomo la sua defunta moglie, l'attrice Minna Davis. Forse proprio a causa di questa somiglianza Stahr idealizza Kathleen e si propone di conoscerla meglio aprendosi dopo tanto tempo dedicato unicamente al lavoro a un nuovo amore. Ma la vita non sempre è benevola, alla fine solo il lavoro rimane lì a riempire le giornate di questo produttore dal tocco magico.

Già nelle edizioni ormai vecchiotte de Gli ultimi fuochi (ho sottomano un'edizione semidistrutta del 1959 della collana Il Bosco - Arnoldo Mondadori Editore) è possibile leggere oltre ai capitoli nella stesura di Fitzgerald anche il materiale da lui abbozzato e non ancora usato, riordinato dal critico, scrittore e amico di Fitzgerald Edmund Wilson. Si prosegue quindi con appunti e annotazioni che danno un'idea di quelle che erano le intenzioni dell'autore per il prosieguo del romanzo, e ancora schemi di struttura e approfondimenti tematici su personaggi e situazioni o sviluppi, tutto dedotto da ciò che Fitzgerald ha lasciato scritto o anche da intenzioni riferite a collaboratori e amici. Ciò che si può osservare in merito a questo Gli ultimi fuochi, a differenza di ciò che avveniva per altri romanzi dello scrittore, è come Fitzgerald abbia delineato (o abbia iniziato a delineare) un personaggio all'interno di un mondo ben preciso che non è quello all'apparenza superficiale e festaiolo di Gatsby o di Dick Diver (Tenera è la notte) bensì quello di Hollywood che, seppur ambiente anche questo che richiama il faceto e il mondano, trova in Stahr un vero lavoratore tuttofare e stakanovista della settima arte. I ben informati affermano come quello di Fitzgerald sia uno dei ritratti più arguti e veritieri dell'industria cinematografica vista dal di dentro. Il protagonista si muove quindi tra l'attaccamento al lavoro e l'apertura verso una possibile nuova storia d'amore affrontata con slancio e anche con una certa ingenuità che in altri ambiti non gli appartiene; gustose le diatribe con altri protagonisti che orbitano intorno agli studios, tutto reso con uno stile, seppur ancora in fase di elaborazione, più asciutto e diretto rispetto a quanto mostrato in passato da Fitzgerald in altre sue opere. Difficile esprimere certezze per un romanzo non finito e non completamente cesellato, il talento dello scrittore è evidente ma non è che lo si sia scoperto nel momento di quest'ultima pubblicazione, rimane il rimpianto di non aver potuto vedere la versione del romanzo che Fitzgerald avrebbe bollato come definitiva.

mercoledì 28 agosto 2024

A OVEST DELL'INFERNO

(di Jonathan Lethem, 2001)

Lo ammetto, ho un difetto. Beh, questo non è proprio vero; in realtà possiedo una borsa piena di difetti; in maniera del tutto plausibile, con il passare del tempo (leggi anche "invecchiando"), è possibile che ne stia raccattando altri in giro da mettere e conservare nel borsone (borsa mi sembra riduttivo ora che ci penso). D'altronde sono da sempre un discreto accumulatore, almeno con le cose che mi garbano, cosa volete che sia qualche difettuccio in più. Ogni tanto mi libero anche di qualcosa ma i difetti... non so, mi pare siano più o meno sempre tutti lì. Uno dei miei difetti è, per esempio, che non mi ricordo le cose. E infatti ora non ricordo bene perché io abbia iniziato a scrivere questo pezzo che dovrebbe vertere sulla raccolta di racconti A ovest dell'inferno di Jonathan Lethem parlandovi dei miei difetti. Come dicevo è un mio difetto. Un altro mio difetto è che scrivendo uso troppe parentesi, ne sono consapevole ma me ne frego (e questo potrebbe essere un altro difetto, il fatto che io me ne freghi intendo). E riecco le parentesi. Poi inizio le frasi con le congiunzioni, con i "ma" e con quello che mi pare e me ne frego anche di questo. Nel frattempo sto cercando di ricordare che cosa avrei dovuto scrivere su Lethem, forse sto solo divagando perché sull'antologia in questione non è che abbia proprio un granché da dire, questo però non lo reputo proprio un difetto, più che altro lo vedo come un tentativo malriuscito di supercazzola nella speranza di prender tempo e accumulare righe, cosa che (visto che siamo già a riga 17, almeno sul mio programma di videoscrittura, quando leggerete voi chissà) sta anche parzialmente riuscendo, se riuscissi a resistere e infilare qualche altra fesseria avremmo già bella e pronta una discreta (come mole) introduzione. Un'introduzione ovviamente piena di difetti. E di parentesi. Ora vado a guardarmi un film, al resto ci penserò dopo, se ne avrò voglia. Magari mangio anche un gelato. A dopo.

Ciao, riprendo a scrivere dopo una pausa di circa ventiquattro ore che voi magicamente non avvertirete. Tra l'altro il film non era niente di che (Quello che tu non vedi) ma il gelato non era male. Devo anche finire di guardare Fringe di J. J. Abrams, mi mancano quattro episodi, ma cercherò di resistere e portare a termine questo pezzo, anche se ancora non ho bene idea di come. A ovest dell'inferno è un'antologia di racconti di Jonathan Lethem, sei per la precisione, che in realtà in lingua originale non trova nessun corrispettivo, è una compilazione che è stata assemblata direttamente da Minimum Fax con l'aiuto e la supervisione delle stesso Lethem e che quindi potremmo dire nasca appositamente per il pubblico italiano. L'antologia è divisa in due parti, una prima che presenta tre racconti brevi dai toni fantastici o fantascientifici e una seconda con tre pezzi autobiografici decisamente più sfiziosi e interessanti dei tre precedenti. Dopo aver letto i primi tre racconti di fantasia il pensiero che a più riprese si è fatto largo nella mia mente è stato: "vabbè dai, due euro al Libraccio, chi se ne frega"; per fortuna poi sono arrivati gli scritti di real life (che tra l'altro si portano dietro tanto cinema) e il giudizio complessivo è decisamente migliorato (sempre in relazione ai due euro spesi).

Sinceramente dei primi tre racconti non saprei che pensare, mi sono sembrati tre esercizi di non stile di un'inutilità disarmante e sinceramente insignificanti sotto ogni punto di vista, giudizio probabilmente reso più pesante dal fatto che il mio unico precedente con la scrittura di Lethem sia stato il romanzo La fortezza della solitudine, successivo a questi racconti, una lettura che adorai e che quindi mi portò ad approcciare A ovest dell'inferno con aspettative troppo alte per una modesta compilazione come questa. Il primo racconto (La forma in cui siamo) verte su un padre che parte per un viaggio alla ricerca del figlio Dennis in compagnia del di lui miglior amico Balkan. La particolarità è che tutti abitano all'interno di un organismo vivente non ben identificato, i nostri viaggiatori partiranno da qualche punto in basso diretti verso l'occhio, l'organo più illuminante del lotto. In Come entrammo in città e come ne uscimmo un gruppo di uomini e donne partecipano a un gioco a eliminazione ambientato in una realtà virtuale che è anche l'unico modo di trovare cibo e riparo in una società ormai al collasso. Il gioco ovviamente comporta qualche rischio. Chiude la prima parte Videoappartamento: in un mondo in lenta migrazione continua su un'autostrada a uno dei protagonisti capita di vedere inciso su nastro un omicidio avvenuto nel mondo degli appartamenti, oltre la barriera. I tre racconti sembrano privi di direzione, costruiti su idee deboli e senza un reale perché. Perché Lethem avrebbe dovuto scrivere questi racconti che non dicono nulla, non emozionano né coinvolgono, non innovano e non inventano e che persino a più tratti annoiano? Ma soprattutto perché io (o voi) dovremmo volerli leggere? 

Va molto meglio con In difesa di Sentieri Selvaggi, con Elliott ancora non mi crede e con 13, 1977, 21. Intendiamoci, anche qui nulla di trascendentale ma almeno ci sono sprazzi di verità e passione, l'ossessione di Lethem per Sentieri selvaggi di John Ford e per Star Wars di Lucas, racconti di uno strano viaggio, riflessioni sincere su quanto a volte ci si faccia prendere la mano, anche incondizionatamente, da nostre fissazioni immotivate o basate su fondamenta barcollanti, e ancora risvolti familiari e tocchi personali che in qualche modo ricordano ciò che poi si svilupperà proprio nel posteriore La fortezza della solitudine. Nel complesso non si può dire che ne valga proprio la pena, però se lo trovate a due euro al Libraccio, alla fine chi se ne frega!

lunedì 26 agosto 2024

LA GABBIA DELLE SCIMMIE

(Gun monkeys di Victor Gischler, 2001)

"Imboccai la Florida Turnpike con il cadavere decapitato di Rollo Kramer nel bagagliaio della Chrysler, continuando a ripetermi mentalmente che avrei dovuto stenderci sotto un telo di plastica".

Inizia così La gabbia delle scimmie, opera d'esordio di Victor Gischler pubblicata in Italia nel 2008 da Meridiano Zero nella collana Meridianonero. A oggi l'autore statunitense ha portato a compimento una quindicina di romanzi e si è fatto un nome nell'ambito della letteratura noir e hard boiled grazie al suo stile cinetico, pulp, violento e scorrevole che gli ha aperto le porte anche nell'ambito del fumetto permettendogli di lavorare su alcune delle principali icone della Marvel Comics come Il Punitore, gli X-Men, la versione marvelliana di Dracula e l'ormai idolo del pubblico cinematografico Deadpool, nonché su progetti per Dark Horse Comics, Dynamite Comics e Titan Comics. Pur avendo solamente assaggiato la sua produzione a fumetti l'impressione è che in ogni caso l'ambito d'elezione di Gischler sia proprio il noir, quello letterario, di cui l'autore in questo La gabbia delle scimmie fornisce una versione molto dinamica e divertente, non troppo incline a particolari riflessioni ma adatta a una lettura immersiva e veloce, una narrazione che con facilità si presterebbe a una trasposizione cinematografica dallo stile (post) moderno.

E così il nostro Charlie Swift di Orlando, Florida, si trova a guidare in compagnia di Blade Sanchez (così chiamato per la sua noiosa e prevedibile ostinazione nell'uccidere con il coltello, sempre il classico sorriso da orecchio a orecchio) con il cadavere senza testa di Rollo nel bagagliaio. E sì che lui con Sanchez non ci voleva proprio lavorare, quel coglione, si era messo in testa, visto che tutti lo prendevano per il culo per la sua fissa per il coltello, di uscirsene con un omicidio originale, giusto per far vedere che anche lui sapeva essere estroso all'occorrenza. Ovviamente Sanchez aveva fatto un casino, cosa che poi a Charlie non è che proprio arrivò inaspettata. Questo poi per Charlie non sarebbe stato nemmeno il più grande dei problemi, quelli sarebbero arrivati in seguito, l'episodio gli diede anche modo di conoscere la bella e sveglissima Marcie, gran donna quella. A ogni modo Charlie lavora per Stan, un pezzo grosso della mala locale, gli sistema delle faccende, è l'uomo di fiducia diciamo. Ecco, per tornare ai guai di cui si parlava prima, da Miami arriva Beggar Johnson, uno che sta ancora più in alto di Stan e che a quest'ultimo vuole ora rubare il territorio, una cosa del tipo Stan ha fatto il suo tempo è meglio toglierlo di mezzo. Charlie però è un bastardo col senso dell'onore al posto giusto, la sua fedeltà va a Stan e a quei cazzoni dei suoi compagni della gabbia delle scimmie, quel ritrovo sul retro del locale di Stan dove insieme si beve qualcosa, si gioca a Monopoli e si parla di donne. Quando scoppia il casino Charlie si trova tra i pochi superstiti di un mucchio di cadaveri, pero in mano ha dei libri contabili che potrebbero far prudere il culo persino a Beggar Johnson...

Bene, mi son fatto prendere la mano, a ogni modo il sunto è questo. Victor Gischler scrive un protagonista ambivalente, un malavitoso duro e spietato all'occorrenza, mai inutilmente violento, con un senso della lealtà e dell'amicizia radicato, un uomo capace di innamorarsi sul serio, preoccupato e affettuoso nei confronti della vecchia madre, protettivo con il fratello più piccolo che vorrebbe instradare sulla via dello studio e di una vita rispettabile, insomma, un uomo capace di gesti efferati ma anche di slanci altruistici. Attorno a questo Charlie Swift l'autore costruisce un noir violento ma al contempo leggiadro, che si lascia leggere senza nessuna fatica e che invoglia a tenere un ritmo indiavolato anche nella lettura: nessuna frizione, nessuna caduta di tono, tutto oliato in maniera perfetta tra dramma, humor, azione e intreccio, una costruzione che, ripetiamolo, sarebbe perfetta per un noir d'azione cinematografico. Manca forse nella scrittura di Gischler quella profondità meditativa propria di molti noir, quel malessere esistenziale, quel tono crepuscolare che spesso innalza il genere a una forma di letteratura più alta; a ogni modo poco male, La gabbia delle scimmie è un romanzo d'intrattenimento divertente e ben costruito, linguaggio diretto ed efficace che cesella le parole per ciò che è necessario narrare e per creare il giusto contesto d'ambiente. Semplice, onesto, senza fronzoli. Può bastare.

giovedì 9 maggio 2024

ABBIAMO SEMPRE VISSUTO NEL CASTELLO

(We have always lived in the castle di Shirley Jackson, 1962)

Nata a San Francisco nel 1916 Shirley Jackson non ha avuto una vita felice né tantomeno facile né lunga, la scrittrice infatti ci lascia quando ancora doveva compiere quarantanove anni a causa di un'insufficienza cardiaca manifestatasi nel sonno. Il nome della Jackson viene spesso legato alla tradizione del romanzo gotico, non a torto, soprattutto in virtù della scrittura del romanzo L'incubo di Hill House a detta di molti uno dei romanzi più importanti in assoluto sul tema dei fantasmi. Anche in questo Abbiamo sempre vissuto nel castello, pur non essendoci riferimenti diretti a eventi sovrannaturali o a presenze spettrali, l'angoscia che sottotraccia si impadronisce pian piano del lettore e l'inquietudine dovuta a fatti parzialmente taciuti portano ad accostare anche questa ultima opera della Jackson all'affascinante filone del gotico di matrice anglosassone. Ciò che più colpisce di questo breve romanzo è la sensazione di atemporalità di cui le pagine della Jackson sono pervase: se alcuni elementi della narrazione ci lasciano capire che il dipanarsi degli eventi non può svolgersi in un'epoca troppo distante da quella contemporanea la data di pubblicazione (il libro fu edito in prima battuta nel 1962), lo stile di vita delle protagoniste del racconto e soprattutto lo stile di scrittura della Jackson (adattato dalla traduttrice Monica Pareschi) riportano facilmente la mente del lettore alla letteratura di fine Ottocento o comunque a un periodo decisamente precedente gli anni di pubblicazione del libro o di quelli in cui si svolgono i fatti. Fatti non tutti limpidi fin da subito...

"Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott'anni e vivo con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l'anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l'Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti". È questo l'incipit di Abbiamo sempre vissuto nel castello, una dichiarazione con la quale la protagonista principale del romanzo, Katherine Blackwood detta Merrycat, si presenta ai lettori. Come la ragazza afferma gli altri membri della famiglia sono tutti morti a causa di un evento legato al passato delle due sorelle. In realtà questa affermazione non è del tutto vera, nella magione di famiglia infatti con Merrycat e Constance vivono anche lo zio Julian, un anziano costretto in sedia a rotelle e non sempre presente a sé stesso, e il gatto Jonas. Gli altri sono davvero tutti morti. Constance, più grande di Merrycat, vive reclusa in casa, non ha contatti con l'esterno, è appassionata di cucina e bada alla sorella e allo zio con zelo e affetto sincero; è Merrycat a dover andare in paese una volta alla settimana per far provviste e comprare il necessario. Anche Merrycat non ama scendere in paese e soprattutto non ama incontrare altra gente, gente sempre pronta a giudicare (male) lei e tutta la stirpe dei Blackwood come se un odio atavico aleggiasse sul nome della famiglia, un odio probabilmente legato ai fatti di qualche tempo prima. Sono poche le persone e le famiglie che ancora hanno qualche contatto con le due sorelle e con lo zio Julian, qualche vecchio amico dei signori Blackwood, qualche signorina curiosa di dare un'occhiata a casa Blackwood di tanto in tanto. Poi un giorno si presenta alla porta il cugino Charles, desideroso di aiutare le maltrattate cugine e capace, poco alla volta, di modificare la visione di Constance sul mondo esterno e sul suo stesso modo di vivere, all'apparenza in maniera non del tutto disinteressata.

Nell'intero corso di questo breve romanzo striscia un sentimento di inquietudine che la Jackson è bravissima ad alimentare nella quotidianità della gestione di questa vita isolata da parte dei membri sopravvissuti della famiglia Blackwood. Non ci sono eventi fulminanti, orrori inspiegabili a minacciare la vita delle due sorelle, c'è però la cattiveria della gente del paese, il sospetto di ciò che è accaduto in passato che l'autrice cela nello svolgersi per gran parte del romanzo, c'è l'avvento di un elemento estraneo e destabilizzante (il cugino Charles) che scombina gli equilibri e in qualche modo incrina, almeno per qualche tempo, l'idillio tra le due sorelle. Che qualcosa non giri proprio nel verso giusto è palese per il lettore, il personaggio di Merrycat ad esempio è descritto nei suoi comportamenti dalla Jackson non come una ragazza diciottenne bensì come una bambina ancora immatura, Constance d'altro canto è incapace di affrontare il mondo esterno, tristi caratteristiche, soprattutto quest'ultima, che richiamano le difficoltà che la Jackson ha patito realmente nella sua vita, mortificata da una madre incapace di dimostrarle amore e dai problemi di relazione con gli abitanti del paesino del Vermont in cui si trasferì a seguito di un matrimonio poi rivelatosi fallimentare, un'esperienza dalla quale potrebbe forse nascere la figura negativa del cugino Charles. La Jackson trasferisce parte del suo vissuto tra le pagine di questo Abbiamo sempre vissuto nel castello rendendo il romanzo sempre vibrante e attraente, qualità che, insieme a una lunghezza non troppo estesa, rendono il libro una lettura piacevolissima e veloce.

sabato 13 aprile 2024

PARKER: L'INFERNO IN TERRA

(The hunter; The outfit, The handle di Richard Stark, 1962/1963/1966)

Parker: L'inferno in terra è una raccolta di tre romanzi scritti dall'autore newyorkese Donald E. Westlake sotto lo pseudonimo di Richard Stark. Questa raccolta venne edita parecchi anni fa, attorno al 2008, da Mondadori nella collana Supergiallo: I grandi Maestri, un supplemento a Supergiallo, costola della gloriosa I gialli Mondadori. Questa piccola antologia raccoglie alcuni dei primi romanzi che Richard Stark (usiamo pure lo pseudonimo) dedicò al personaggio di Parker, un criminale che in seguito trovò diverse volte la strada per arrivare sul grande schermo; nella fattispecie i tre titoli presentati sono Anonima carogne del 1962, Liquidate quel Parker! del '63 e infine Parker: a ferro e a fuoco del 1967. Potremmo dire che Richard Stark è un po' il rovescio della medaglia di Donald Westlake, scrittore che nel corso della sua lunga e prolifica carriera ha siglato romanzi con una pletora di nomi da far girar la testa, ma qui limitiamoci pure a parlare dei due già citati. Nei romanzi a firma Westlake l'autore predilige, pur rimanendo nel genere crime, un approccio alla materia molto divertente (e sicuramente divertito): i toni sono spesso ironici, mai troppo truci o seriosi, a volte i protagonisti sono criminali da strapazzo, personaggi sopra le righe, colpevoli per caso o senza cattiveria, non è improbabile imbattersi in sue narrazioni nelle quali non si presenti nemmeno un omicidio (La danza degli aztechi per esempio). Stark è il suo opposto, Parker è il prototipo del protagonista noir, hard boiled, serio, dedito al lavoro (che poi sarebbe il crimine), spietato quando serve, pratico e deciso ma mai inutilmente crudele; non c'è ironia in questo protagonista e in questi romanzi, secchi e diretti verso la loro inevitabile conclusione. Appunto, due facce della stessa medaglia accomunate da una narrazione vista dalla prospettiva dei criminali, spesso le forze dell'ordine, dove presenti, si ritagliano il ruolo di semplici comprimari.

La serie dedicata a Parker conta un numero di titoli piuttosto importante, qui vengono presentati il primo, quello che sembra essere il terzo (in realtà il secondo è dello stesso anno) e il settimo della serie. Tra Anonima carogne e Liquidate quel Parker! sembra non esserci soluzione di continuità, le vicende che il protagonista si trova a dover affrontare nei primi due episodi della raccolta sembrano essere l'uno la diretta conseguenza dell'altro senza buchi narrativi nel mezzo. Discorso diverso per Parker: a ferro e a fuoco che si può considerare come un episodio successivo non troppo legato ai primi due. Si apre con Parker evaso di galera, incastrato dopo un colpo andato male e durante il quale il suo ex socio Mal, con l'involontaria complicità della stessa moglie di Parker, tentò di far fuori il Nostro abbandonandolo dopo averlo dato ormai per morto. In Anonima carogne assistiamo quindi al ritorno in libertà di Parker e alla sua vendetta nei confronti dell'ex socio ora entrato a far parte dell'Organizzazione, cosa che complicherà un poco la vita al nostro Parker. In Liquidate quel Parker! il discorso a base di vendetta si amplia ai vertici dell'Organizzazione che si sono trovati a dover fare i conti con un osso davvero troppo duro per i denti di molti di loro. Più avanti nella storia di Parker, in Parker: A ferro e a fuoco, il protagonista si troverà invece a collaborare con l'Organizzazione che ne richiede i servigi per eliminare un loro scomodo concorrente, una piccola parte nella vicenda qui l'avranno anche le forze dell'ordine che dovranno scontrarsi con l'incontenibile tenacia del Nostro.

Stark adotta per i romanzi di Parker una narrazione asciutta ed essenziale che si rifà ai più noti stilemi del noir e dell'hard boiled; il protagonista è un uomo granitico, deciso e sempre più che sicuro dei suoi mezzi, semmai dubita di tutti gli altri, monolitico nella sua tenacia, impermeabile a vizi e tentazioni quando è all'opera o in fase di preparazione di un colpo o di un'azione, un cliente difficile da trattare per chiunque, caratteristica questa che forse l'autore spinge in alcuni casi anche un poco troppo oltre, sembra infatti incredibile che un'organizzazione simile alla mafia italo-americana (l'esempio mi sembra più o meno calzante) non riesca a mettere il sale sulla coda a un singolo uomo per quanto in gamba questo possa essere. Stark intaglia un criminale duro ma anche giusto, leale ai compagni che si comportano con lui in modo corretto, tanto da arrivare a rischiare la vita per loro, non privo di pietà in taluni casi, spietato quando si sente tradito o minacciato, a ogni modo un vero criminale. Siamo nel campo dei classici del noir, il nome di Stark può essere annoverato tra i fondamentali del genere proprio grazie a Parker, magari accanto ad autori più noti e quotati come Dashiel Hammett o Raymond Chandler, ma i fan del genere questo già lo sanno.

lunedì 26 febbraio 2024

DOLORES CLAIBORNE

(di Stephen King, 1993)

"Che cosa vuole una donna?"
Sigmund Freud

"R-E-S-P-E-C-T, scopri che cos'è per me."
Aretha Franklin

Anno 1993, decenni prima che il ruolo della donna finisse sotto i riflettori del dibattito pubblico, anche per quel che riguarda l'ambito della cultura (pop e non), Stephen King scriveva questo romanzo per sola voce femminile nel quale venivano sottolineate le difficoltà che dovevano affrontare le donne in un'America ancora rurale e operaia e non troppo scolarizzata, prendendo in esame un arco temporale che nei ricordi della protagonista Dolores Claiborne abbraccia un periodo che va più o meno dagli anni 50 fino alla contemporaneità d'uscita del romanzo, gli anni Novanta dello scorso secolo. Il "Re del brivido" non è nuovo nel mettere sotto accusa una società americana dove disparità e ingiustizie sono all'ordine del giorno e diffuse in tutti gli Stati del Paese, in questo caso al centro della narrazione c'è proprio la difficile condizione dell'essere donna in un mondo profondamente maschilista. All'epoca dell'uscita di questo romanzo il periodo d'oro del Re, quello durante il quale King non sbagliava un colpo (o quasi), era forse giunto al termine, ma anche nel decennio dei Novanta non è difficile trovare all'interno della bibliografia dell'autore di Bangor opere valide come questa che comunque si attestava tra gli scritti ben riusciti del Re trovandosi in buona compagnia: si ricordano infatti nello stesso decennio almeno Cose preziose, Quattro dopo mezzanotte, Cuori in Atlantide e Il miglio verde, tutte opere più che meritorie.

Little Tall Island nel Maine è una piccola comunità isolana, è in questa località che vive ed è cresciuta Dolores Claiborne, una donna che oggi ha passato la sessantina e che continua a occuparsi della sua datrice di lavoro, l'anziana Vera Donovan non più completamente autosufficiente. Quando Vera muore a causa di un incidente domestico le autorità locali sospettano qualcosa riguardo Dolores, così la donna si troverà a dover rilasciare una corposa dichiarazione lungo la quale dovrà ripercorrere il pluriennale rapporto che la lega e l'ha legata a Vera Donovan, nel far questo verrà rivangato anche il passato della famiglia di Dolores, il rapporto con un marito difficile, Joe St. George, e le circostanze, già sviscerate in altre occasioni, riguardo la sua morte accidentale, il legame dei due figli maschi con il padre e le vicende legate all'unica figlia femmina di Dolores, Selena St. George. Testimoni di questa fluviale confessione sono il capo della polizia di Little Tall Andy Bissette, l'agente Frank Proulx e la giovane stenografa Nancy Bannister.

Oltre a essere un ottimo romanzo con Dolores Claiborne Stephen King realizza anche un pregevole esercizio di stile che rende questo scritto un'opera originale all'interno della bibliografia del Re. Sono almeno due gli elementi che caratterizzano questo Dolores Claiborne: il primo consta nel fatto che l'intero libro si presenta come un unico flusso di coscienza della protagonista; è lei infatti che prende la parola fin dalla prima pagina del romanzo e ci accompagna raccontandoci la sua storia fino all'ultimo punto dell'ultima pagina. Nel mezzo non ci sono interruzioni, non ci sono stacchi, non ci sono capitoli, solo un unico flusso ininterrotto di ricordi che accompagna il lettore e lo spinge a rimanere sul libro fino alla sua naturale conclusione. Anche quando Dolores è impegnata in brevissimi scambi con i tre ascoltatori (agenti e stenografa) noi sentiamo solo le sue parole e al limite deduciamo gli interventi degli altri personaggi, ma anche queste situazioni sono molto limitate nell'economia del racconto. Altro elemento che conferma la grandezza di King (e qui c'è anche la mediazione del traduttore, Tullio Dobner per l'edizione in mio possesso) è lo stile di scrittura adottato dall'autore che con un linguaggio in parte sgrammaticato rende al meglio la condizione sociale e culturale di una donna semplice cresciuta con la fatica e non con i libri, il tutto rende la narrazione di Dolores ancor più credibile e avvincente. Sono pochi gli sprazzi concessi al sovrannaturale, giusto qualche piccola allusione, per il resto quella di Dolores Claiborne è una storia drammatica e concreta, fatta di soprusi, rapporti difficili, amore, coraggio e decisioni dure da prendere. Ancora una volta King dimostra di essere un ottimo scrittore indipendentemente dai generi, cosa che nonostante il successo planetario di vendite forse continua a non essergli riconosciuta al pari dei suoi meriti.

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