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giovedì 17 luglio 2025

UNSANE

(di Steven Soderbergh, 2018)

Steven Soderbergh non è nuovo alle sperimentazioni, ai cambi di registro né alla centralità dei ruoli femminili all'interno delle sue storie. In merito a quest’ultimo aspetto si pensi alla battagliera Erin Brockovich interpretata da Julia Roberts, giovane segretaria di uno studio legale che si batte contro il potere dell’azienda inquinante Pacific Gas and Electric Company, o alla tostissima Gina Carano nell’action Knockout. Per questo Unsane, film del 2018, Soderbergh ci presenta una donna vittima di stalking (e quindi, purtroppo, anche dei nostri tempi), una donna la cui sanità mentale vacilla e i cui comportamenti inizieranno a provocarle parecchie noie. Soderbergh ibrida quello che potrebbe essere un dramma moderno sulla difficile situazione che vivono tante donne, con il thriller psicologico e in parte con il film di denuncia, mettendo sotto accusa il sistema di sostegno sanitario e il relativo funzionamento legato alle coperture assicurative, prassi ormai obbligatoria negli U.S.A. se si vuole sperare in un minimo di cure in caso di malesseri fisici o mentali. Per quanto riguarda la voglia di continuare a sperimentare con il mezzo “cinema” Soderbergh sembra essere uno di quei registi mai appagati, sempre curiosi di spingersi un po’ più in là e di provare qualcosa di nuovo. Unsane è infatti realizzato completamente usando un comune IPhone 7 Plus e mettendo a budget un costo complessivo di circa un milione e mezzo di dollari, per un ritorno che alla fine ha sorpassato i quattordici milioni di dollari, cifra che in virtù della spesa e delle ambizioni del film è un risultato di tutto rispetto.

Sawyer Valentini (Claire Foy) è una giovane donna che lavora per una grande compagnia in ambito finanziario. Sawyer non sembra del tutto serena sul posto di lavoro, nella relazione con la madre né nei rapporti con l’altro sesso che si riducono a incontri fugaci e occasionali, magari mandati a monte dalle ossessioni della stessa Sawyer. Il malessere della donna deriva dal fatto di essersi dovuta trasferire da un’altra città per sfuggire a uno stalker che la perseguitava. Scossa e turbata, Sawyer affronta momenti di crisi che la destabilizzano, proprio per questo motivo decide di chiedere aiuto a un centro medico specializzato nella speranza di ottenere sollievo per la sua delicata situazione mentale. Dopo un rapido consulto con il personale della clinica, a Sawyer vengono fatti firmare alcuni moduli e le viene imposto un ricovero di 24 ore al quale lei non ha dato alcun consenso. Con quelle firme estorte e la copertura sanitaria attiva, la clinica si sente autorizzata a non rilasciare Sawyer, motivando la decisione con l’instabilità della donna, una tesi che sembra confermata quando Sawyer, spaventata, reagisce con veemenza al ricovero forzato. Come ciliegina sulla torta, rassegnata a passare queste 24 ore in clinica (che diverranno molte di più), tra il personale infermieristico Sawyer sembra riconoscere David Strine (Joshua Leonard), lo stalker dal quale è fuggita nella sua città d’origine.

Soderbergh, che ancora una volta si dimostra regista intelligente, riesce a lavorare su forma, sostanza e genere in maniera davvero felice. L’esperimento del costruire un intero film affidandosi completamente ad un IPhone sembra riuscito in toto: i colori spinti, come fossero filtrati, del blu della foresta e della prevalenza gialla in ospedale contribuiscono, insieme alle inquadrature mobili e ai piani ravvicinati, a creare il giusto grado di tensione che va a giovare anche alla tenuta del genere, quel thriller psicologico che richiede una buona dosa di ambiguità e di incertezza che è qui ben presente, soprattutto nella prima parte di Unsane, e che torna a far capolino a più riprese sino al finale che, come da tradizione, instilla ancora l’ultimo dubbio nello spettatore. Forma, genere (e quindi intrattenimento) ma anche contenuto, anzi contenuti, con un doppia possibilità di riflessione, la prima sul versante psicologico di una protagonista che sembra poco a poco cadere a pezzi a causa di uno dei grandi temi dei nostri giorni (la violenza sulle donne), la seconda su un sistema corrotto che costringe al ricovero pazienti che magari non ne avrebbero necessità, il tutto per  attingere alle coperture assicurative degli stessi massimizzando i profitti per la struttura ospitante. In fondo è pur sempre la cara vecchia America. Resa in maniera egregia, grazie anche all’interpretazione di un'indovinata Claire Foy, la condizione instabile della protagonista che si porta sulle spalle un trauma che appare irreversibile, aggravato dalla mancanza di ascolto a cui la donna si trova di fronte, gli unici consigli che le vengono dati (il cameo di Matt Damon) sono quelli che prevedono la cancellazione di tutta la sua vita social e sociale. Non tutto è perfetto (Strine, se è davvero lui, come ha fatto a farsi assumere in ospedale?), non tutto è chiarificato (alcuni dubbi restano, e questo è un bene), però visto il budget e i mezzi tecnici adoperati Soderbergh riesce a chiudere e portarsi a casa un altro buon film, vera dimostrazione che anche con poco le cose buone e valide si possono comunque costruire.

sabato 12 marzo 2022

CONTAGION

(di Steven Soderbergh, 2011)

Dei lavori di Steven Soderbergh abbiamo parlato a più riprese sottolineando l'ecletticità di questo autore (sessant'anni il prossimo gennaio) che ancora non è stanco di sperimentare e provare soluzioni nuove. Con Contagion il regista prova a ipotizzare cosa sarebbe potuto succedere se l'umanità avesse dovuto affrontare l'arrivo di una pandemia globale, come questa si sarebbe potuta gestire lavorando sulle reazioni che le persone e i governi avrebbero adottato in una situazione per l'epoca nuova e potenzialmente molto letale. Il regista non fallisce nemmeno questa volta, con il senno di poi e la conoscenza attuale che abbiamo del problema, il film è del 2011 decisamente precedente la pandemia di Covid-19, si potrebbe affermare: "Soderbergh come Nostradamus!". Il regista riesce a prevedere con una buona precisione gran parte di ciò che realmente si è poi verificato qualche anno più tardi, nessuna dote da veggente ovviamente ma tanta ricerca e una buona dose di intuizione portano Soderbergh e lo sceneggiatore Scott Z. Burns a confezionare un film che rivisto oggi non può che essere letto in chiave profetica. Contagion è un raro caso di film che acquista valore con il passare del tempo, visto oggi, alla luce dei fatti noti a tutti, è proprio la sua capacità predittiva l'aspetto più interessante di un'opera ben realizzata ma a conti fatti poco coinvolgente se non vista appunto attraverso gli occhi della consapevolezza odierna; Contagion avrebbe potuto essere un instant movie ma è arrivato con quasi un decennio di anticipo, una cosa quasi incredibile, più interessante oggi che nel suo anno d'uscita.

Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow) torna da un viaggio di lavoro a Hong Kong con dei sintomi influenzali. Quella che da principio sembra una brutta influenza inizia a peggiorare fino a portare la donna ad attacchi convulsivi e infine alla morte. Poco dopo la stessa sorte tocca al figlioletto della Emhoff, la preoccupazione del secondo marito della donna, Mitch (Matt Damon) sale alle stelle, non tanto per lui quanto per la salute della figlia Jory (Anna Jacoby Heron). Nel frattempo il numero di contagi sale, i morti iniziano a essere un buon numero, il dottor Cheever (Laurence Fishburne) del CDC organizza delle squadre d'azione per scoprire il più possibile sul virus, si affida sul territorio americano alla dottoressa Mears (Kate Winslet) per studiare i primi casi, la ricercatrice Orantes (Marion Cotillard) si recherà invece in Cina alla ricerca delle origini della malattia. Mentre il virus si rivela più letale del previsto si aprono i canali di ricerca e informazione: la dottoressa Hextall (Jennifer Ehle) e il dottor Sussman (Elliot Gould) lavorano a un possibile vaccino, il blogger cospirazionista Alan Krumwiede (Jude Law) promuove invece una cura alternativa a base di forsizia, una pianta molto comune anche alle nostre latitudini. Con il passare dei giorni aumenta l'escalation di casi, l'informazione diventa martellante, il panico dilaga.

Soderbergh e il suo gruppo di lavoro ci narrano con anticipo molto di quello che avremmo vissuto da lì a pochi anni: si parte dai mercati in asia dove vengono venduti animali vivi, c'è il passaggio intraspecie del virus, si identifica con discreta precisione anche l'area geografica di una possibile nascita della pandemia, si mettono sul piatto i sistemi di informazione e controinformazione, le immagini dei futuri ospedali da campo richiamano alla mente quelle che tutti abbiamo visto centinaia di volte, si esamina la paranoia e l'isolazionismo della gente in seguito all'esplosione del panico. Quella che racconta Contagion è una forma influenzale molto più letale di quella che abbiamo vissuto nella realtà, colpisce l'accuratezza predittiva di molti particolari, per la realizzazione del film Soderbergh ha dichiarato di essersi appoggiato a medici di fama e alle ricerche dell'Organizzazione Mondiale della Sanità andando a ricreare degli scenari che si reputavano realmente possibili (non è che alla fine, magari, ci ha portato pure un po' di sfiga?). Contagion non è un film elettrizzante, sicuramente accurato, ben studiato ma piuttosto freddo e frammentato, se non fosse stato per l'esperienza con il Covid l'interesse suscitato dal film non sarebbe stato per chi scrive così alto, oggi come oggi una visione però la vale tutta, inoltre il regista ha l'intelligenza di non offrire soluzioni, tutto si ferma un passo prima che si arrivi a sapere del reale esito della pandemia, di certo ci sono l'opportunismo di chi sta in alto e la sofferenza di chi sta in basso. Soderbergh lavora in digitale, gioca un poco con la saturazione, un poco con il montaggio, ma nel complesso costruisce un film molto diligente e molto classico; nonostante il cast di primissimo livello proprio il vasto numero di attori e di linee narrative messe in campo impediscono un avvicinamento empatico ai protagonisti, anche a livello di recitazione nessuno dei grandi nomi posti sulla scacchiera emerge con una prova degna di nota. È un film discreto Contagion, parecchio buono se visto oggi, come detto in altre occasioni però, non si sa bene come, in questo caso anche fortuitamente, alla fine Soderbergh riesce sempre e comunque a offrire almeno un valido motivo per guardare i suoi film, questa volta il motivo è arrivato quasi dieci anni dopo, eppure siamo qui oggi a parlare del regista ancora una volta con un certo grado di interesse.

giovedì 12 novembre 2020

LA TRUFFA DEI LOGAN

(Logan lucky di Steven Soderbergh, 2017)

Soderbergh trasporta la struttura dei suoi Ocean's nell'America rurale (non senza una divertente autocitazione), spoglia il tutto dal glamour e dalle location cool per dare un bel tocco di profondità in più al classico heist movie senza però rinunciare alla carrellata di star e al cast corale. Niente luci sfavillanti di Las Vegas, niente casinò, niente elegantoni come Danny Ocean, qui siamo nell'America vera, quella dei campi, dei manovali, dei piccoli paesi sperduti in mezzo al niente, quella dei loser, del redneck o dei white trash, chiamatela come volete, è l'America dei tizi che non arrivano a fine mese e che non riescono a pagarsi nemmeno la ricarica del telefonino, gente con più cuore che testa, anche se...

Siamo dalle parti di Concord, nel North Carolina. Jimmy Logan (Channing Tatum) lavora come operaio alla Charlotte Motor Speedway, uno dei circuiti dove si tengono le gare automobilistiche della NASCAR, a causa della sua zoppia viene licenziato dal suo capo pur essendo un lavoratore diligente. La sfortuna dei Logan. Suo fratello Clyde (Adam Driver) è un tipo più strano: riservato, gestisce un bar e ha perso un braccio servendo il suo Paese in Iraq. La sfortuna dei Logan. Come se non bastasse l'ex moglie di Jimmy, Bobbie (Katie Holmes), vuole trasferirsi in un altro Stato allontanando dal padre la piccola Sadie che per Jimmy stravede, questo amore infinito è ricambiato con trasporto da un padre adorabile ma sempre in bolletta. La sfortuna dei Logan. Così, di nuovo a terra, Jimmy parla al fratello di un piano per appropriarsi degli incassi del circuito, Jimmy conosce il sito, ha i codici per entrare nei sotterranei dove ha lavorato fino a pochi giorni prima. Tutto ciò che serve a Jimmy e Clyde per portare avanti il piano è un uomo capace di aprire un caveau, il migliore, nella fattispecie Joe Bang (Daniel Craig) il quale, malauguratamente, è ospite della prigione di Stato. Reclutata anche la sorella Mellie (Riley Keough), ai Logan non rimane che trovare il modo per tirar fuori di prigione Joe, effettuare il colpo, e riportare Joe al fresco per fargli scontare i pochi mesi che gli mancano per arrivare a fine pena, per fare tutto ciò non rimarrà che coinvolgere i due rozzi e ignorantissimi fratelli di Joe (che già non è un'aquila), Sam (Brian Gleeson) e Fish (Jack Quaid).

Soderbergh gioca una volta di più con un canovaccio a lui stranoto, confeziona un film leggero, divertente e che si guarda con piacere, ma se nella saga dei suoi Ocean's tutto era divertissement, qui c'è anche uno sguardo sull'America che difficilmente porta a casa il punto, quella che spesso si sente abbandonata a sé stessa e arranca giorno dopo giorno per chiudere la giornata con dignità, anche nella costruzione della vicenda Soderbergh si concede un paio di detour che spiazzano un poco lo spettatore, come a dire che ok, si può vincere, ma in certi posti, per certa gente, è quasi d'obbligo rimanere con i piedi per terra, come se volare alto potesse sottintendere cadute rovinose. Per mettere in scena questo heist di provincia il regista abbandona anche le leziosità sulla regia, niente soluzioni artificiose ma un girato più classico, non lesina però sul cast, bravissimo Tatum che con l'altrettanto ottimo Driver mette in piedi una coppia che gira davvero bene, un Craig biondo platino e sopra le righe fa il resto. Lungo la narrazione si alternano momenti più divertenti ad altri più familisti e commoventi, ne esce una buona commedia, non una di quelle irresistibili ma quantomeno una di quelle compiute e con un punto di vista laterale, spostato almeno di qualche millimetro.

lunedì 5 ottobre 2020

SESSO, BUGIE E VIDEOTAPE

 (Sex, lies, and videotape di Steven Soderbergh, 1989)

Steven Soderbergh sigla il suo esordio a ventisei anni e con una piccola produzione si porta subito a casa la Palma d'oro del Festival di Cannes. Siamo nel 1989, quella di Soderbergh è una piccola e intima commedia drammatica, siamo ancora lontani dalle sperimentazioni che il regista metterà in atto più avanti sulle immagini, nei formati o sul montaggio, lo sguardo di Soderbergh qui non ricorre a espedienti se non per qualche appoggio visivo identificabile nei videotape del titolo. Regia centrata sui personaggi, solo quattro a far girare tutta la vicenda e un paio di spalle di scarsa rilevanza, il film poggia sulla sceneggiatura e sui dialoghi, nonché sulle situazioni potenzialmente scabrose, ma questa è più un'idea fuorviante che ci si può fare interpretando il titolo, in realtà il film non contiene scene forti nonostante sia centrale l'argomento sesso all'interno della narrazione. 

Siamo a Baton Rouge, Louisiana. Ann Bishop Mullany (Andi MacDowell) sta seguendo un percorso psicoterapico, ha delle fissazioni poco sensate per problematiche universali sulle quali non ha modo di intervenire, pensieri che le impediscono di dormire bene la notte. In realtà la giovane donna vive un matrimonio infelice, suo marito John (Peter Gallagher) è un avvocato sulla cresta dell'onda e tra i due non c'è più contatto fisico, niente sesso, Ann ormai se ne disinteressa completamente; John invece sfoga all'insaputa della moglie tutti i suoi appetiti sessuali con la disinibita Cynthia (Laura San Giacomo), sorella di Ann. A destabilizzare involontariamente la già rischiosa situazione arriva Graham Dalton (James Spader), vecchio amico di John e da poco ritornato in città, il giovane, poco più di un dolce vagabondo, cattura l'attenzione di Ann. Man mano che tra i due cresce la confidenza Graham confessa a Ann di essere impotente, quest'ultima a casa del ragazzo troverà una serie di videocassette siglate con nomi di donna, sono tutte interviste che Graham ha registrato con donne diverse conversando sulla loro sessualità, queste interviste sono l'unico modo che ha Graham di eccitarsi, incapace di farlo in presenza di una vera donna. Ann rimane sconvolta da questa rivelazione, ma le cose si complicheranno ulteriormente.

Film che si è creato negli anni un'aura di culto che trascende anche il reale merito dell'opera, comunque valida, e che trionfa a Cannes in un'annata dove in concorso erano presenti altri film parimenti meritevoli, uno su tutti l'ottimo Fa' la cosa giusta di Spike Lee. Soderbergh, che in questo caso ha forse più meriti come sceneggiatore, costruisce un film sui dialoghi e sui personaggi di Ann e Graham, soprattutto su quest'ultimo che James Spader riesce a rendere in maniera naturale come un ragazzo tormentato sì, ma in modo compassato e tranquillo. Non c'è morbosità nelle storie legate al sesso da parte dei quattro protagonisti, Ann è frigida e quindi neanche a parlarne, Graham in fondo si eccita con qualche intervista, John ama il sesso, l'unica sua colpa è di farlo con la cognata invece che con la moglie, Cynthia è solo una donna disinibita che ha qualche attrito con la sorella e in maniera anche inconscia si vendica portandosi a letto suo marito. Ciò che rende il tutto interessante è proprio il personaggio di Graham che irrompe in una routine ipocrita ma stabile come catalizzatore del cambiamento, questo protagonista, unito a una visione del sesso inappagante o impropria (anche John e Cynthia fissano i loro incontri come fossero sedute dal parrucchiere), è l'elemento di vero interesse che non smetterà di donare verve al film fino all'ultima sequenza.

Ottimo esordio che è riuscito a cucirsi addosso più della fama che realmente meritava, vincitore di un premio anche al Sundance Film Festival, gli spettatori che masticano parecchio Cinema conoscono le caratteristiche dei film che vengono definiti "da Sundance", diciamo che Sesso, bugie e videotape rientra a pieno titolo nella categoria, per chi ancora non l'avesse visto resta comunque una lacuna da colmare, il film resiste al passare del tempo e la visione risulta piacevole ancora oggi.

venerdì 29 maggio 2020

OCEAN'S 13

(di Steven Soderbergh, 2007)

Il terzo capitolo della saga dedicata alla banda di Danny Ocean (George Clooney) mette da parte le strutture un po' più complesse e l'eccessivo glamour dell'episodio precedente (non che qui non ce ne sia, intendiamoci) per tornare all'origine e guardare a Ocean's eleven, film che diede il via al brand rifacendo Colpo grosso diretto da Lewis Milestone nel lontano 1960. Il ritorno alle origini funziona, quando Soderbergh torna al suo cast d'eccezione non ci si aspetta altro che puro divertimento e attori in palla, interpreti sul set più per divertimento che non per soldi, anche perché se la produzione avesse dovuto pagare gli attori con i loro cachet abituali probabilmente questa serie di film non si sarebbe mai potuta realizzare. Oltre alla squadra già rodata qui ci sono almeno tre nuovi ingressi di peso: a dare una mano alla banda di Ocean, seppur non in maniera continuativa, troviamo il pianificatore Roman Nagel interpretato da Eddie Izzard, il ruolo di principale antagonista che era di Andy Garcia, ancora presente, va a un cinico e avido Al Pacino, proprietario di alcuni tra gli hotel più lussuosi sulla piazza (si torna a Vegas) assistito dal suo braccio destro, l'affascinante Abigail Sponder (Ellen Barkin). Heist movie classicissimo, non ci si sposta di una virgola dal canovaccio che ci si aspetta, non si deve perdere nemmeno troppo tempo per la formazione della squadra perché è già nota, introdotto Izzard Soderbergh ci catapulta nello studio dell'ambizioso piano ideato dal gruppo per mettere in ginocchio Willie Bank (Al Pacino).


Nonostante sia nel giro delle truffe da una vita il buon vecchio Reuben (Elliott Gould) non ha ancora imparato a diffidare degli squali di Las Vegas; entrato in società con Willie Bank per la costruzione di quello che dovrà diventare il più prestigioso hotel con casinò della città, viene da questi truffato e minacciato e lasciato praticamente in mutande, al contraccolpo emotivo segue infarto e successiva lungodegenza. Ma Reuben è uno della banda, e la banda non sta con le mani in mano quando uno di loro viene colpito. E allora tornano tutti in pista per trascinare Bank nel fango, far fallire l'inaugurazione del suo casinò, mandare in rovina il suo proprietario, impedire che vinca l'ennesimo premio "cinque diamanti" per il miglior albergo e, perché no?, magari far sparire un po' dei vecchi premi vinti da Bank in occasioni precedenti. Quindi tutti in pista, Danny (Clooney), Rusty (Brad Pitt), Linus (Matt Damon), Bernie (Frank Catton), Virgil (Casey Affleck), Livingston (Eddie Jamison), Scott (Turk Malloy), il vecchio Saul (Carl Reiner), Busher (Don Cheadle) e Yen (Shaobo Quin) con l'aiuto di Roman Nagel.


La trama è giocata tutta sulla costruzione delle varie fregature che i ragazzi metteranno in atto ai danni di Bank, il piano è dettagliato e tutti i suoi risvolti sono spiegati e giustificati in maniera cedibile, ciò nonostante Ocean's thirteen mantiene per tutta la sua durata un bel ritmo e la giusta verve ironica che permette al film di risultare molto piacevole e divertente mantenendo la promessa fatta allo spettatore che da questo film sa già cosa aspettarsi. Soderbergh si esibisce ormai in maniera anche scolastica con i suoi split screen, con le sovrapposizioni d'immagini e con l'illuminazione scintillante e lussuosa di Peter Andrews (che poi è sempre lo stesso Soderbergh sotto falso nome, quello del padre). Marginale la presenza femminile ma ci si rifarà con il successivo Ocean's 8 di Gary Ross con una banda di sole donne.

Film promosso, al terzo episodio non arrivare con il fiato corto non era facile, Soderbergh ci riesce grazie a un cast strepitoso che è sempre piacevole guardare in azione e soprattutto evitando qualsiasi tipo di sottotesto, puro intrattenimento ma di quello realizzato con tutti i crismi del caso.

lunedì 19 agosto 2019

KNOCKOUT - RESA DEI CONTI

(Haywire di Steven Soderbergh, 2011)

Soderbergh è un regista parecchio prolifico e capace di esiti dai risultati altalenanti, ma in qualche modo questo ragazzo di Atlanta (56 primavere, eternamente giovane) riesce a confermarsi ogni volta quantomeno interessante o accattivante e a imprimere alle sue opere, anche quelle non particolarmente esaltanti come questo Knockout, quell'elemento sul quale vale la pena di soffermarsi. A volte questo elemento è dato dalla storia, altre volte dai mezzi usati per realizzare l'opera, altre ancora dalle scelte di regia o montaggio; in questo caso il fulcro del film è la sua protagonista, la campionessa di arti marziali miste Gina Carano. Sul suo corpo Soderbergh costruisce un film dove la trama (la trama?) è un mero pretesto per imbastire una storia di spionaggio con risvolti personali il cui unico scopo è farci ammirare le evoluzioni acrobatiche della Carano, un corpo femminile per una volta protagonista in maniera parecchio originale, lontano dagli ammiccamenti sexy (anche se la Carano non difetta di fascino) e sempre al centro dell'azione tra combattimenti, inseguimenti, fughe e sparatorie: la Carano è la donna forte al centro del film attorno alla quale ruota un cast di uomini decisamente più famosi di lei e ai quali l'attrice/atleta ruba tutta la scena, e parliamo di Michael Douglas, Ewan McGregor, Michael Fassbender, Antonio Banderas, Channing Tatum, Bill Paxton e l'attore e regista Mathieu Kassovitz. In tutto ciò, come dicevamo, la trama è un banale orpello ornamentale.

Mallory Kane (Gina Carano) è un'agente segreto di un'agenzia privata diretta dal suo ex Kenneth (Ewan McGregor) che appalta i suoi servizi a diversi clienti, compreso il governo degli Stati Uniti rappresentato da Coblenz (Michael Douglas). Dopo un'operazione a Barcellona svolta insieme ad un altro agente, Aaron (Channing Tatum), durante la quale la squadra avrebbe dovuto liberare un ostaggio, Mallory si dimette. Poco dopo, in memoria dei vecchi tempi, Kenneth chiede a Mallory di partecipare a un ultimo lavoro a Dublino, una cosetta facile facile dove dovrà impersonare la dama di un agente segreto inglese, un certo Paul (Michael Fassbender), ma le cose a Dublino non fileranno propriamente lisce.


Come in molte altre spy stories la trama sembra ingarbugliata ma più o meno, una volta giunti a fine film, i nodi si dipanano e tutto torna e come di consueto non manca la classica alternanza di tempi e location che attingono a scenari canadesi, messicani e capatine in città come Barcellona e Dublino. L'azione si spreca ed è appannaggio della protagonista femminile che Soderbergh segue senza tregua facendo ricorso ad alcune tecniche di montaggio e regia sempre piacevoli da guardare ma che tutto sommato dal regista ormai ci aspettiamo e che già conosciamo, da questo punto di vista nulla di nuovo sotto il sole, sebbene il già noto resti comunque piacevole. La novità sta in questa donna atletica capace di incantare nel gesto, che poi è quasi tutto quello che questo Knockout ha di interessante, lo sviluppo è abbastanza scontato e il film di per sé rimane un episodio trascurabile sia nella carriera del regista sia nella produzione cinematografica tout court, insomma, con tutto quel che c'è da vedere in giro questo film è consigliabile per gli amanti delle coreografie e delle arti marziali, a poco valgono poi i tentativi di attori bravi come Fassbender di donare il giusto apporto a un film che tutto sommato rimane poca cosa.

Però, come anticipato in apertura, Soderbergh l'elemento interessante lo trova sempre e in fondo la prestazione della Carano potrebbe stupire dove magari non ce lo si aspetta. Vuoi vedere che alla fine anche questa volta ha avuto ragione lui?

martedì 27 novembre 2018

THE INFORMANT!

(di Steven Soderbergh, 2009)

Ridendo e scherzando anche a Steven Soderbergh manca un solo lustro per toccare i sessant'anni, non si direbbe per un regista che da sempre continua a dare l'idea del giovanotto in eterno movimento, quasi schizofrenico e colpito a tratti da urgenze creative tra le più disparate. Più o meno una trentina di film all'attivo in altrettanti anni di carriera, diverse dichiarazioni di ritiro dalle scene (tutte smentite), e poi ancora produzione, montaggio, serie tv, corti, sceneggiature, film girati con il cellulare, e chissà cos'altro. Nel palmares un Oscar alla regia per Traffic e una Palma d'oro per Sesso, bugie e videotapes. Tra i vari interessi del regista c'è anche quello per un certo tipo di Cinema che si avvicina, magari solo lateralmente, a quello d'indagine e di denuncia: lo stesso Traffic sfiorava argomenti delicati pur rimanendo nella finzione, Erin Brockovich rientra invece appieno nel genere e in qualche modo, sicuramente molto meno serioso, ci si affaccia anche questo The informant!

Il grosso del lavoro per la buona riuscita di questo film lo si deve a un ottimo Matt Damon: un po' imbolsito, faccia quasi da ebete, calato nei panni di un manager davvero poco cool, è il perno attorno al quale ruota tutta la vicenda. La ADM (Archer Daniels Midland) è un'azienda agroalimentare che si occupa della produzione di un derivato del mais. Nel corso degli anni l'ADM, in combutta con altre aziende concorrenti del medesimo settore, imbastisce un sistema di accordi fraudolenti atti a scavalcare le regole del libero mercato andando a creare una manipolazione del prezzo del prodotto ai danni del consumatore finale. Il manager Mark Withacre (Matt Damon), in disaccordo col sistema illegale sviluppato dalle aziende del settore, decide di denunciarne gli illeciti all'F.B.I. iniziando a collaborare con l'agente Brian Shepard (Scott Bakula). Whitacre diventa così una sorta di informatore/agente segreto capace di donare un tocco quasi demenziale ai compiti assegnatigli dall'F.B.I. (impagabile la sequenza con il registratore nascosto nella 24 ore), a questo si unisce una serie di bugie e di mezze verità che l'informatore, man mano che la storia si dipana, non sembra in grado di poter gestire, fino ad arrivare a un crescendo incontrollato che porterà a un ribaltamento di prospettiva.


Soderbergh affronta questa volta la materia in maniera scanzonata e difficile da inquadrare (sarà una storia vera? Boh!), durante la visione del film ci si trova a chiedersi se un'informazione sia vera oppure no, se i personaggi siano attendibili, se qualcuno sia corrotto, se qualcuno sia invece semplicemente scemo o se gli scemi siamo noi. Oppure, forse, gli scemi sono quelli dell'F.B.I., tutto è possibile in un film che parte come una storia di denuncia e finisce in una farsa giocosa. Matt Damon è un ottimo agente 0014, bravo il doppio di 007 o semplicemente doppiogiochista? Indovinata anche la scelta di Soderbergh di aderire a un'estetica che richiama moltissimo gli anni a cavallo tra i 60 e i 70 mentre la vicenda è dichiaratamente ambientata negli anni 90, opzione fuori fase che contribuisce bene ad alimentare lo straniamento e la confusione dell'intera vicenda.

Alla fine a cosa abbiamo assistito? A una commedia? A un film d'inchiesta? A una farsa? A un inganno? Non importa, Soderbergh è stato bravo a condurci un po' di qua, un po' di la, dietro le strambe mattane di Whitacre, un folle... un ambizioso... un truffatore. Un ottimo agente in incognito. O forse no?

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