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sabato 15 marzo 2025

IL VERGINE

(Le départ di Jerzy Skolimowski, 1967)

Il vergine, datato 1967, è il primo film che il regista Jerzy Skolimowski, polacco nato a Lodz, gira al di fuori del suo Paese, avvicinandosi con questa opera agli stilemi della Nouvelle vague francese pur essendo Il vergine (Le départ in originale) un film di produzione belga girato tra le strade e i luoghi di Bruxelles. Nel corso degli anni abbiamo imparato a conoscere il cinema di Skolimowski come qualcosa di generalmente al di fuori degli approcci più comuni e scontati alla narrazione e, anche se in maniera più giocosa e allegra rispetto ad altre occasioni, anche la struttura de Il vergine non fa certo eccezione a quanto detto poc'anzi. La partitura jazz in colonna sonora a opera del compositore Krzysztof Komeda, polacco anche lui e deceduto prematuramente un paio d'anni dopo l'uscita del film, è l'accompagnamento perfetto alla immagini di un'opera che fa della libertà anarchica il suo vero punto di forza, insieme alla presenza del sempre bravo Jean-Pierre Léaud che non può non riportare la mente dello spettatore in maniera automatica ai film di Truffaut, al suo Antoine Doinel e alle atmosfere della Nouvelle vague in generale. Un film girato con grande acume ma dal tocco leggero e divertente che varrà a Skolimowski anche un forse inaspettato Orso d'oro al Festival di Berlino del 1967, premio che viene assegnato per il miglior film, una bella soddisfazione per un regista che sta affacciandosi ad altre produzioni europee e che in futuro collaborerà con Regno Unito, Germania, Francia fino ad arrivare negli Stati Uniti d'America.

Il giovane Marc (Jean-Pierre Léaud) lavora in un elegante salone di parrucchiere a Bruxelles; il ragazzo è appassionato di auto e di tanto in tanto, aiutato da un suo collega, "prende in prestito" la Porsche 911 del suo titolare (Paul Roland). Oltre a questo sistema Marc mette in piedi una serie di altri comici espedienti pur di poter usare delle belle auto sportive per andarsene in giro per la città. Iscrittosi a una gara automobilistica alla quale sarà costretto a gareggiare, per questioni di categoria, con un'auto di un certo livello, Marc pensa di poter far affidamento su uno dei soliti prestiti dell'auto del suo titolare. Mentre si avvicina il momento della gara Marc scopre che in quei giorni il suo capo non andrà a passare il solito weekend fuori città, cosa che impedirà al giovane di sgraffignare la sua auto, non resta che trovare una soluzione alternativa. In questo verrà aiutato dalla bella Michèle (Catherine Duport), una ragazza conosciuta più o meno casualmente che sarà coprotagonista di alcune delle matte avventure di Marc e alla quale il ragazzo tenterà anche di insegnare il mestiere del navigatore (l'aiuto del pilota, non quello del navigatore di mari). Ma la presenza di Michèle sarà l'occasione per questo giovane ancora così immaturo di rivedere la scala delle sue priorità.

Film vivace Le départ di Skolimowski, un'opera che non si interessa troppo di andare a creare una trama strutturata quanto di mettere in evidenza, in forma molto libera, un desiderio giovanile, una vitalità che trascende le regole (le auto si procurano con mezzi sempre arrangiati e poco leciti) e che esula dal possesso ma che si concentra sull'esperienza, sul piacere dell'atto, del desiderio anche superfluo (come capirà Marc sul finale). Dopo i problemi con la censura avuti in Polonia Skolimowski trova in Belgio una libertà rinfrancante con la quale creare un'opera vitale e soprattutto molto dinamica con le sequenze in cui Marc corre su queste auto di lusso su e giù per Bruxelles (alcuni luoghi sono molto riconoscibili) e nei suoi dintorni. Léaud, molto bravo, dona vita a un protagonista immaturo, infantile, poco concentrato sul lavoro e molto sulla sua passione, una passione che potrebbe essere vista anche come un capriccio; poi arriva Michèle e le cose un poco cambiano, non subito, anzi, la ragazza viene coinvolta nelle mattane di Marc, è lei per prima a vedere un possibile interesse per quello scavezzacollo energico e ancora da farsi, alla fine anche lui crescerà e si troverà a rivedere le sue priorità donando a Il vergine il sapore di un'iniziazione, del piccolo e divertente percorso di crescita e formazione. Nel mezzo non mancano le trovate spassose, le scelte di fronte alle quali scappa una sana risata e soprattutto le trovate di regia indovinate, realizzate in un bel bianco e nero efficace. Da riscoprire per trovare uno Skolimowski un po' più leggero del solito.

lunedì 25 ottobre 2021

L'AUSTRALIANO

(The shout di Jerzy Skolimowski, 1978)

Il cinema di Jerzy Skolimowski non è mai stato semplice, ieri come oggi. Da poco abbiamo parlato del suo più recente 11 minuti, oggi torniamo indietro nel tempo e nei decenni fino al 1978, anno in cui esce il suo L'australiano (The shout in originale, più convincente), film ambientato e girato in Inghilterra (a dispetto del titolo italiano) durante una partita di cricket tra pazienti e personale di una clinica per malati di mente. Film ermetico dalla difficile interpretazione, alcune letture adducono un valore figurativo al personaggio principale che potrebbe rappresentare una forma di personificazione del desiderio sessuale di Anthony, altro protagonista del film, desiderio che si riversa di conseguenza sulla moglie di quest'ultimo, Rachel, in realtà gli appigli concreti per decifrare l'opera di Skolimowski, tratta da un racconto di Robert Graves, non sono poi moltissimi, si assiste alla visione in stato di semi rapimento ma alla fine della fiera i dubbi restano, certezze non ve ne sono, non resta che riflettere, ipotizzare...

Robert (Tim Curry) viene invitato dal direttore di una clinica psichiatrica (Robert Stephens) ad assistere in qualità di segnapunti alla partita di cricket che si tiene tra personale medico e pazienti. Con lui ad assolvere a questo compito ci sarà uno degli ospiti della clinica che approfitterà dell'occasione per raccontare a Robert una strana storia il cui protagonista, nella mente del paziente, è identico al paziente stesso (sono entrambi interpretati dall'ottimo Alan Bates). La storia inizia con una coppia sposata, Anthony e Rachel Fielding, lui (un giovane John Hurt) è un musicista sperimentale, un metodico ricercatore del suono che si adopera anche nell'uso dell'organo della chiesa del paese, lei (Susannah York) si occupa dei lavori domestici, i due sono una coppia vivace e all'apparenza affiatata, Anthony si apre anche a qualche avventura con la moglie del ciabattino del paese. Un giorno Anthony incontra un uomo particolarmente bizzarro, Charles Crossley (Alan Bates) che con una discreta faccia tosta riesce a farsi invitare a pranzo da Anthony per poi instaurarsi a casa sua per giorni e giorni. L'uomo ha un forte ascendente di tipo sessuale su Rachel che in principio rimane turbata dai racconti dello stesso il quale sostiene di aver passato diciotto anni nel deserto australiano a contatto con gli aborigeni e lì di aver ucciso i suoi stessi figli, cosa consentita dalla cultura locale. Ad Anthony invece Crossley confesserà di aver imparato dagli aborigeni una tecnica grazie alla quale ha conseguito la capacità di uccidere chiunque si trovi nei suoi pressi per mezzo di un urlo terrificante del quale darà dimostrazione al suo ospite con nefande conseguenze.

Seppur sepolto nei ricordi di gioventù, per atmosfere L'australiano mi ha ricordato il Picnic ad Hanging Rock di Peter Weir, aleggia anche qui un senso di sospensione magica e mistero che tiene lo spettatore aggrappato a una narrazione dove i punti di riferimento sono scivolosi, quasi incorporei, fantasmatici; che l'oggetto del racconto sia follia del narratore o verità antica e ora trattenuta, è un enigma che solo sul finale lo spettatore potrà in qualche modo sciogliere. Da decifrare anche il rapporto di entrambi i protagonisti maschili con il suono, uno vanta la capacità presunta di uccidere con un urlo, quasi fosse una banshee nella versione più moderna delle tradizioni celtiche, l'altro sperimenta suonando latte di alluminio lacerato, registrando i ronzii di un'ape e via dicendo, in fondo da tradizione aborigena è proprio il suono, con le vie dei canti, a dare origine a tutto. Di fondo c'è una tensione sessuale che sfocia nell'attaccamento di Rachel al nuovo arrivato, un motore che scatena azioni e reazioni immergendo anche Anthony in questo aspetto magico dell'esistenza. La regia di Skolimowski sostiene bene la narrazione preoccupandosi più delle atmosfere e delle suggestioni che della concatenazione di fatti all'interno di un film che si esaurisce in un tempo più che adeguato. Buona l'interpretazione degli attori con un Alan Bates che porta scompiglio in un nucleo familiare con fare quasi luciferino, sensuale la prova della York e molto adatto anche John Hurt, Tim Curry si limita a una piccola parte. Non per tutti i palati come probabilmente molto del cinema del regista polacco, parecchio affascinante se si riesce a farsi trasportare dalle atmosfere.

venerdì 17 settembre 2021

11 MINUTI

(11 minut di Jerzy Skolimowski, 2015)

Jerzy Skolimowski nel 2015, anno di uscita del film, aveva 77 anni, intatta la voglia di fare cinema e sperimentare, con il digitale, con concetti un pochino criptici, con la struttura e con la dilatazione del tempo, in un film di 81 minuti Skolimowski ce ne mostra 11, protagoniste più persone, brevissimi momenti di vita ripresi in un gioco a incastri che nel giro di questi undici minuti porteranno al loro climax diversi destini, al cambiamento o forse, in maniera più semplice, a un vuoto, una mancanza, un difetto, proprio come una piccola macchia nera a disturbare lo sfondo e l'insieme. Ciò che conta è il momento, la coincidenza, il caos, in un film dove non esiste una trama portante ma brevi passaggi di trame minori, quotidiane, alcune banali come quella di un gruppo di suore che acquistano degli hot dog, quella di un uomo anziano che dipinge un panorama, altre più peculiari, una giovane e bella attrice molestata, un ragazzo impegnato in un'effrazione, un marito geloso pronto al colpo di testa e via così. Il piglio del regista non è certo ottimista, nelle nostre vite il caso, il fato, chiamatelo come volete, può improvvisamente giocare la sua carta, impossibile da prevedere, subitaneo come una macchia apparsa nel cielo, quasi come fosse un ufo manifestatosi all'improvviso, senza indizio alcuno, ingestibile.

Quattro suore si fermano a un chiosco per hot dog, il venditore è alla vigilia del matrimonio di suo figlio. Un corriere che consegna droga intrattiene una relazione con la moglie di un cliente, un'equipe medica tenta di portare in ospedale una partoriente intralciata da un uomo violento. Un ragazzo intento a scassinare un negozio trova una sorpresa, un anziano dipinge un quadro. Un'attrice fa un provino per un film erotico, suo marito è geloso, una coppia di amanti non vuole frequentare un conoscente che lavora nel porno. Una ragazza ha combinato un gaio e rivuole il suo cane. Frammenti di esistenze destinati quantomeno a lambirsi nelle strade di una Varsavia dal sapore internazionale, sullo sfondo una macchia nera, un qualcosa di non chiarificato che troverà parziale spiegazione solo sul finale di questo breve film.

Scene inquadrate da dispositivi mobili, telecamere di sicurezza e poi un saggio di regia e sceneggiatura che allarga e comprime costantemente gli eventi, dal personale al collettivo, dagli 81 agli 11 minuti come se il tempo fosse visto attraverso una lente di scomposizione cubista, Skolimowski ci lascia intravedere la falla, il buco nero del caos per tornare a rifugiarsi nella superficialità di eventi banali, tutto corre, tutto va di fretta, tutto si riduce a una lettura veloce come si conviene all'epoca dei social dove l'approfondimento è bandito, il contenuto dev'essere veloce per poter così poi passare ad altro, a un'altra tranche, a un altro pezzo di vita, tutto deve correre come di corsa vanno alcuni dei protagonisti del film, alcuni eventi irrompono stranianti, altri sono enigmatici, la fine non si può che ipotizzarla con occhio pessimista. Opera assolutamente moderna di un regista oggi già ottantatreenne.

venerdì 10 febbraio 2017

ESSENTIAL KILLING

(di Jerzy Skolimowski, 2010)

L'uomo ridotto alle mere funzioni basiche e fatto bestia.

Siamo dalle parti dell'Afghanistan (ma non ne siamo certi). In un deserto di canyon e rocce, tre soldati americani sono alla ricerca di qualcosa, forse in semplice perlustrazione. Un autoctono (Vincent Gallo) si nasconde in una delle tante grotte della zona. L'elicottero di supporto segue i tre militari. Il contatto visivo è inevitabile, il talebano spara con un R.P.G., il colpo va a segno, i pezzi di quelli che un secondo prima erano i tre militari si sparpagliano in tutte le direzioni. Una breve fuga per tentare di sfuggire al guardiano nel cielo, una seconda esplosione, i timpani che saltano, la prigionia.

Un posto simile a Guantanamo. Gli interrogatori, le torture. Poi il trasferimento in un luogo che potrebbe stare tra la Polonia e la Russia in pieno inverno. Notte, neve, gelo. Il trasporto ha un incidente, i prigionieri sbalzati dal mezzo, l'uomo in fuga. Solo, scalzo, ammanettato, vestito poco e immediatamente riconoscibile nella sua tuta arancione. Immerso nella neve, esposto alle intemperie, perso tra le montagne di un paese sconosciuto senza cibo ne acqua. Braccato e in fuga. L'uomo diventa animale. Non c'è altro se non l'istinto di sopravvivenza.

Noi spettatori non percepiamo altro che l'istinto di sopravvivenza. Pochissime voci, assenza completa di dialoghi, commento musicale ridotto all'osso, un uomo, la telecamera e l'idea estrema di Cinema di Jerzy Skolimowski. Un grandissimo Vincent Gallo tiene il film da solo senza pronunciare una sola parola, c'è qualche fugace comparsa, brevi contatti umani, spesso terribili e violenti, l'unico altro personaggio degno di menzione è quello interpretato da Emmanuelle Seigner che rimane in video per non più di quattro o cinque minuti. Per il resto è un soliloquio della sopravvivenza, una ricerca di calore, cibo e sicurezza quasi ancestrale.


È un film ostico Essential killing, può non piacere, è però uno di quei film che osano, che spostano l'asticella per saggiare anche la risposta di un pubblico abituato alla proposta di immagini più addomesticate e dome, è la realizzazione con tanto di cifra estetica di un'idea audace, ben calibrata dal regista nella sua durata non eccessiva. Non ci sono particolari riflessioni da fare sul conflitto, sui buoni e sui cattivi, si può abbozzare un'idea personale da un paio di flashback di pochi secondi, ma non sta lì il punto nodale dell'opera. C'è l'Uomo, c'è la Natura, ci sono le condizioni avverse. Tutto diventa una sfida primitiva con la morte, con la fame, come quella di un cucciolo alla ricerca della mammella materna.

Presentato a Venezia 2010, il film raccoglie il Gran Premio della Giuria e la Coppa Volpi al miglior attore per Vincent Gallo.

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