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mercoledì 31 gennaio 2024

KILLERS OF THE FLOWER MOON

(di Martin Scorsese, 2023)

Il cinema ci ha mostrato in più occasioni come le fondamenta degli Stati Uniti d'America e del loro glorioso sistema del capitale siano imbevute di violenza e sangue; lo stesso Scorsese ce ne ha lasciato testimonianza con alcune opere che tornano alla gioventù della nazione (Gangs of New York) e con altre che ne esplorano le derive violente e criminose più moderne (Casinò, Quei bravi ragazzi, Mean streets); Scorsese non è stato di certo l'unico ad affrontare l'argomento, opere monumentali hanno detto la loro a questo riguardo, prendiamone una per tutte come esempio approfittandone per citare ancora una volta il fluviale I cancelli del cielo di Michael Cimino, film incompreso che distrusse la reputazione di un grande regista solo in seguito rivalutata insieme a quella del film. Con Killers of the flower moon Scorsese torna a battere su quel chiodo dando giustizia a un fatto sottaciuto della storia americana e rendendo onore e giusta considerazione alla popolazione Osage dell'Oklahoma che subì da parte dei bianchi una sottile, viscida e premeditata decimazione volta a sottrarre loro il controllo delle loro terre e relative ricchezze aumentate a dismisura dopo la scoperta nel territorio Osage di grandi quantità di petrolio, allora come oggi fonte di sconfinata prosperità. La base di partenza è il saggio dello scrittore David Grann dal titolo Gli assassini della terra rossa, adattato poi dalla sceneggiatura dello stesso regista e di Eric Roth, immancabile l'apporto musicale di Robbie Robertson, collaboratore ormai storico di Scorsese e scomparso purtroppo proprio lo scorso anno.

A Fairfax in Oklahoma il reduce Ernest Burkhart (Leonardo Di Caprio) torna a casa dopo aver combattuto durante la Prima Guerra Mondiale; il giovane trova ospitalità presso lo zio William Hale (Robert De Niro), uomo molto influente nella zona e, almeno di facciata, amico del popolo Osage. Questi indiani d'America sono i proprietari di molte terre nella zona di Fairfax, terre nelle quali in tempi recenti sono stati scoperti numerosi giacimenti di petrolio che hanno portato gli Osage ad arricchirsi e a provocare le invidie e le mire di molti uomini bianchi. Burkhart inizia a lavorare come autista, le automobili vanno diffondendosi e non sono più così rare nella contea di Osage; grazie al suo lavoro l'uomo conosce Mollie Kyle (Lily Gladstone), una donna Osage appartenente a una famiglia ora molto ricca. Lo zio Hale caldeggia un'unione tra il nipote e Mollie, l'idea che il patrimonio indiano inizi a fluire verso le casse della sua famiglia solletica l'avidità dell'anziano profittatore; dal canto suo Burkhart è un vizioso al quale i soldi non fanno certo schifo, inoltre prova in effetti un'attrazione in qualche modo reale per la donna indiana, così i presupposti per una relazione duratura ci sono tutti. Nel frattempo diversi appartenenti al popolo Osage trovano la morte: strani casi di "consunzione", incidenti, morti violente. La supremazia bianca, qui puramente economica, cerca la sua strada a discapito di un popolo fin troppo ingenuo che dovrà subire l'asservimento al dio denaro dell'avido e subdolo uomo bianco.

Se The irishman poteva essere considerato una sorta di tramonto su quell'epica criminale che a più riprese Scorsese aveva portato al cinema (regalandoci tra l'altro dei veri capolavori), Killers of the flower moon potrebbe esserne l'alba o almeno manifestarsi come uno dei tasselli fondativi di un modo di fare e pensare criminale e violento che troverà terreno fertile nella costruzione dei moderni States. La sopraffazione, la violenza, l'avidità, il vizio (del gioco) sono elementi già ben presenti in questo Killers of the flower moon (ambientato prima di molte altre pellicole del Nostro), tutte caratteristiche che porteranno poi l'America e il cinema di Scorsese a essere ciò che oggi ben conosciamo; se i temi sono gli stessi trattati in più opere dal regista newyorkese, quest'ultimo film è però asciugato da quell'epica criminale che ammantava alcuni degli esiti più celebri e riusciti di Scorsese. Il film è denso, antispettacolare, corposo, costruito in maniera studiata e forte scena dopo scena, non ci sono aperture e deviazioni dalla tragedia del possesso a tutti i costi, del "tutto questo deve essere mio, deve essere nostro", la visione per una parte di pubblico potrebbe finanche risultare un poco faticosa (e la durata non aiuta). Ne esce un film di certo più potente che agile, più significativo che brillante, in questo caso il cinema di Scorsese sembra essere pensato "a tema", ci illustra un pezzo di storia poco noto e tramite quello, ancora una volta, ci porta a notare le macchie di sangue che bagnano la sua terra (intesa come Paese), ci ricorda il sacrificio degli innocenti sull'altare del dio denaro e la forza dei prepotenti. Il personaggio interpretato da De Niro è una delle più detestabili incarnazioni di quel "manifest destiny" del quale agli americani è da sempre piaciuto riempirsi la bocca, un concetto traviato e asservito alle logiche del capitale e dell'avidità, Di Caprio rappresenta un tipo di male diverso, vizioso e manipolabile, debole e altrettanto nocivo. Si salvano gli oppressi che trovano in Lily Gladstone un'ottima rappresentante probabilmente lanciata verso l'Oscar. Scorsese mette da parte lo spettacolo, non è più tempo di "divertirsi", forse è ora di cominciare a riflettere.

venerdì 28 maggio 2021

SHUTTER ISLAND

(di Martin Scorsese, 2010)

Quando nel 2010 Shutter Island esce nelle sale il film viene aspramente denigrato da parte della critica che lo definisce "il peggior film di Scorsese insieme a The departed", un film "normalizzato" e privo dello sguardo autoriale proprio del regista di New York, una narrazione che guarda a quanto già fatto nei generi noir e thriller, priva di originalità, dalla costruzione risaputa e dalle rivelazioni telefonate. Bene, iniziamo con il dire che a mio avviso (opinione personale, certo) non credo sia possibile, scorrendo la filmografia di un regista che ha contribuito a fare la storia del cinema, apporre accanto ad alcuno dei suoi titoli la parola "peggiore" che sottintende non solo un ultimo posto in un'ideale classifica ma anche un esito molto molto scadente. Al limite, come sicuramente succederà a ciascuno di noi, si potranno avere delle preferenze, citare opere meno riuscite o a seconda dei gusti meno accattivanti, meno interessanti, io potrei citare Hugo Cabret per esempio, uno dei film che mi hanno appassionato meno all'interno della filmografia del regista, pur riconoscendone alcuni innegabili meriti. Questo per dire quanto a mio avviso Shutter Island sia stato ingiustamente vilipeso, parliamo di un'opera di un regista che all'epoca ha già firmato più di venti lungometraggi di finzione, molti riconosciuti come capolavori assoluti, un numero più o meno simile di documentari, incursioni nella serialità televisiva, numerosi cortometraggi, un uomo che conta quasi settanta primavere e che realizza un bellissimo film, magari sì, poco originale. E quindi? Credo che a Scorsese lo si possa concedere, anche in virtù dell'età, un bel film che segue binari già tracciati, e che senza troppi traumi si possa godere di questo Shutter Island che in quanto a tensione, ricostruzione d'ambiente e descrizione del protagonista non lascia il fianco scoperto a critiche di sorta, senza contare il lavoro di altissimo livello portato avanti su un sonoro avvolgente e a tratti inquieto e sulle splendide scenografie di Dante Ferretti.

1954. L'agente federale Edward Daniels (Leonardo DiCaprio) viene inviato insieme al suo nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo) su Shutter Island, un'isola che ospita un manicomio criminale dove si cerca una strada efficace per curare i criminali violenti affetti da patologie psichiatriche. I due agenti sono sul luogo per indagare sulla misteriosa scomparsa di una paziente, Rachel Solando (Emily Mortimer), che sembra essere svanita nel nulla dalla sua cella: porta chiusa dall'esterno, sbarre alle finestre, una scogliera e un'oceano come difese naturali contro ogni fuga. L'istituto di correzione è seguito dal luciferino Dottor Cawley (Ben Kingsley), medico all'apparenza illuminato alla ricerca di vie alternative alla lobotomizzazione dei pazienti difficili da recuperare. Fin da subito l'ambiente sembra molto ostile ai due agenti, lo stesso dottore, il capo delle guardie McPherson (John Carroll Lynch), il direttore dell'istituto, sembrano tutti voler mettere i bastoni tra le ruote ai due agenti per intralciarne le indagini. Il luogo diviene sempre più cupo e minaccioso, l'uragano che si abbatte sull'isola non aiuta di certo l'umore e dal passato di Daniels riemergono i fantasmi: i ricordi dei lager nazisti durante la Guerra Mondiale in Europa, i lutti familiari, anche l'equilibrio dell'agente inizia a vacillare.

Shutter Island potrà anche avere uno sviluppo intuibile da chi mastica storie con una buona frequenza, ciò nonostante Scorsese crea una tensione da manuale mettendo in campo tanto del suo talento, magari non tutto, ma alcune inquadrature claustrofobiche e articolate sono realmente impressionanti e tutto il gioco creato sui sospetti continui, supportato dal comparto sonoro e dal montaggio che dona un ottimo ritmo alla narrazione, tiene lo spettatore sempre con l'attenzione altissima; ci troviamo di fronte a un film di genere, tesissimo e girato mirabilmente, le sequenze dove anche gli agenti atmosferici sembrano mettersi contro gli agenti federali sono da manuale del thrilling, DiCaprio è una garanzia e qui sbaraglia la concorrenza di un Ruffalo un po' sottotono e di un Kingsley di maniera, ben adeso alle atmosfere anche lo score musicale assemblato da Robbie Robertson. Non sarà il film balzato in cima alle preferenze degli spettatori tra quelli girati da Scorsese ma a mio modo di vedere Shutter Island rimane un gran bel film, anche perché se critichiamo aspramente esiti come questo Dio salvi molto di ciò che circola nelle sale.

martedì 4 agosto 2020

RE PER UNA NOTTE

(The king of comedy di Martin Scorsese, 1983)

Re per una notte non è tra i film più celebrati di Martin Scorsese, al momento della sua uscita non riscosse grande successo né di pubblico né di critica, in realtà nemmeno il regista aveva una gran voglia di farlo questo film, già rifiutato qualche anno prima, pare sia stato proprio De Niro a convincerlo a sposare il progetto in un periodo in cui Scorsese usciva estenuato dalle riprese di Toro Scatenato, film che valse a De Niro il suo secondo Oscar (il primo da protagonista). Per venire incontro al regista si decise di spostare la location di Re per una notte da Los Angeles a New York, città d'elezione di Scorsese, e dare il via alle riprese; indubbiamente il film, che di recente è stato anche ispirazione per il Joker di Todd Phillips, non è la stella più brillante nel firmamento scorsesiano, a conti fatti però l'opera è stata in gran misura sottostimata e può contare non solo su una grande prova d'attore, quella del solito De Niro, ma anche sul contributo preziosissimo di un inedito Jerry Lewis, vero mattatore della commedia e qui decisamente contenuto, in opposizione a un De Niro strabordante. Se nel recente Joker l'impianto sociale di contorno alla vicenda è molto più visibile e marcato, qui si accenna solamente al ruolo che possono avere avuto tutta una serie di modelli sbagliati che la società dell'ego promuove nel costruire la follia di Rupert Pupkin, un uomo dissociatosi dalla realtà che cerca il suo riscatto e il suo quarto d'ora di gloria.

Rupert Pupkin (Robert De Niro) è un uomo che vive nel sogno di diventare un celeberrimo stand-up comedian e di partecipare allo show di Jerry Langford (Jerry Lewis), il più importante conduttore televisivo del momento. Pupkin si presenta insieme a una folla di cacciatori di celebrità davanti agli studi in cui si gira lo show allo scopo di incontrare Langford, con un'espediente riesce a infilarsi nell'auto del presentatore e a farsi dare un passaggio durante il quale l'uomo assillerà Langford affinché questi visioni il suo materiale, strappandogli la promessa di un appuntamento seguendolo fin sul portone del residence dove Langford risiede. Visto il protrarsi del silenzio da parte di Langford e dopo un secco rifiuto da parte dello staff del presentatore, Pupkin, insieme a una sua amica innamorata del presentatore, la facoltosa Marsha (Sandra Bernhard), cerca un'altra via per far sì che le sue richieste vengano prese in considerazione.


Scorsese riprende ancora una volta il tema della discesa nella follia come già fece per Taxi driver (altro film che si cita come fonte d'ispirazione per il Joker), questa volta ne esplora il lato meno violento e più grottesco, una follia dettata da un desiderio di celebrità in assenza di talento, il comportamento di Pupkin, convinto d'essere un grande artista, più che creare tensione imbarazza, mette lo spettatore a disagio nei confronti di un personaggio fuori fase, sconnesso dalla realtà e che vive di sole fantasie, un immaturo che vive ancora con la madre (di cui sentiamo solo la voce, un po' come la madre del Wolowitz di The Big Bang Theory) e che recita davanti a una platea di cartone come fosse sul palco del più grande show del mondo. Non viene approfondito troppo il tema della società dell'apparenza, qui Scorsese lavora più sull'uomo, appoggiato da un De Niro enorme, una prova perfetta con diverse sequenze improvvisate completamente, controbilanciata da quello che è stato per il cinema americano il vero gigante della risata: Jerry Lewis. A lui il compito di contenere De Niro, di arginare la follia di Pupkin con una prova in sottrazione che da lui non ti aspetti e che dona maggior valore alle dinamiche tra i personaggi. La riflessione sul mondo che genera questi mostri arriva sul finale, una chiusa che lascia margine allo spettatore per un'interpretazione ambivalente. Ancora la follia di Pupkin, del singolo, o la vera follia di una società che lo celebra? (e quanti casi simili abbiamo visto nella realtà).

Altro gran film di Scorsese che si affida qui agli attori più che a una regia sfarzosa e spettacolare, un film che riesce a dipingere la lucida follia senza fare ricorso alla violenza, semplicemente portandoci nella testa di un uomo scollegato dal reale, che insegue ancora un sogno di celebrità (ir)realizzabile e un'amore per la bella della scuola (Diahnne Abbott) mai veramente sbocciato.

mercoledì 10 giugno 2020

THE IRISHMAN

(di Martin Scorsese, 2019)

L'epica del mondo della malavita al suo crepuscolo, questo ci mostra col bellissimo The Irishman il regista Martin Scorsese, un lunghissimo discorso sul tramonto di un genere e sullo scorrere del tempo che facilmente può essere interpretato anche come la premonizione della fine di un modo di fare Cinema, di raccontare, legato all'avanzare dell'età di quello che è uno dei più grandi registi viventi (il più grande?) e di una generazione d'attori probabilmente irripetibile (senza nulla togliere agli ottimi eredi) che forse per un'ultima volta ci offre una prova corale che ci permette finalmente di ammirare insieme in un film degno di questo nome Robert De Niro e Al Pacino (Heat - La sfida non conta, i due si incontrano pochissimo, Sfida senza regole era una mezza porcheria) entrambi qui a livelli sublimi, in più un Joe Pesci che nulla ha da invidiare agli altri, un grande maestro, e poi ancora Harvey Keitel (giustissima la sua presenza) e alcuni tra i più recenti protetti di Scorsese come Bobby Cannavale e Ray Romano, entrambi già visti nella splendida Vinyl ideata dallo stesso regista. Quello narrato da Scorsese è un mondo, un misto di realtà e invenzione che nella sua potenza, in relazione alla Storia americana dello scorso secolo, ha pochi eguali tra i quali torna alla mente il miglior Ellroy, quello di American Tabloid, con quella grande capacità di dare un'interpretazione credibile ai lati poco noti dei luoghi oscuri della terra dei sogni. Ha un tono di forte nostalgia The irishman, tutto l'impianto epico del racconto di mafia sta sfumando verso il suo epilogo (che qui trova corpo con la morte di Jimmy Hoffa), Scorsese mette in scena tutto alla sua maniera con un approccio al Cinema che sembra quasi non si possa più prendere in considerazione, emblematica in questo senso l'uscita per Netflix, l'unica a volersi o potersi accollare le spese di una produzione costosissima (stesse difficoltà affondarono Vinyl dopo una sola stagione), pensare che un progetto come The Irishman, mica girato da un pinco pallino qualsiasi, sia stato rifiutato dalle major del Cinema fa riflettere. Un film nostalgico dicevamo, una prova d'amore di un regista per un tipo di Cinema che lui stesso ha contribuito a rendere grande e immortale, in questo senso The Irishman fa il paio con C'era una volta a... Hollywood di Tarantino, entrambi i film usciti nel 2019, entrambi candidati agli Oscar (vince poi Parasite), approcci alla materia molto diversi ma entrambi intrisi di passione e d'amore per la Settima Arte, e portati a compimento dai due autori seguendo il proprio stile d'elezione, vie diverse a un sentimento comune. Guardando The irishman si comprende in maniera perfetta cosa vuol dire il vecchio Martin quando afferma che "il cinecomics non è Cinema"; come gli si può dar torto e non capire il nocciolo della questione di fronte agli incassi di un Endgame e alla difficoltà di trovare fondi per un capolavoro come questo? Speriamo che il tramonto di Frank, di Jimmy, di Russell non sia l'avvisaglia della fine di un'epoca gloriosa per gli amanti della Settima Arte.


Per mettere in scena l'affresco corale che vede al suo centro l'irlandese Frank Sheeran (Robert De Niro) Scorsese ci propone un giro di giostra sul viale dei ricordi. Siamo a metà degli anni 70, Frank e il suo amico e boss della mafia Russell Bufalino (Joe Pesci) intraprendono un viaggio d'affari insieme alle rispettive mogli (Stephanie Kurtzuba e Kathrine Narducci). Sulla strada ricordano la storia della loro amicizia, il loro primo incontro, l'ingresso di Frank nell'organizzazione mafiosa di Angelo Bufalino (Harvey Kietel), la scalata all'interno dei Teamster, il sindacato dei trasporti di Jimmy Hoffa (Al Pacino), l'amicizia sincera che lega Frank sia a Russell che a Jimmy, i rapporti d'affari non sempre semplici tra mafia e sindacato e tutti i legami di questi personaggi con la Storia americana: l'omicidio Kennedy, la baia dei porci, i casinò di Cuba, Trafficante, Giancana, Marcello e tutto quel romanzo criminale che è divenuto, anche grazie al Cinema, epica moderna. Scorsese lavora sui flashback per mettere in scena il passato, sceglie di farlo con gli stessi attori con un'opera impressionante di ritocco digitale, come a ribadire che il film è tutto loro, di quella generazione, il lavoro è notevole, soprattutto su De Niro, quello che aveva bisogno della svecchiata più imponente, riesce a lasciare intatte espressioni e talento di questi grandissimi interpreti (nonostante gli occhi azzurri di De Niro rimangano parecchio stranianti), quello che funziona un po' meno è forse il lavoro sui corpi, nel complesso si ha sempre l'impressione di trovarsi di fronte a dei vecchi ringiovaniti artificialmente, vuoi per la poca dinamica dei movimenti, vuoi perché questi attori li conosciamo (e li amiamo) troppo. L'operazione nel complesso è comunque più che riuscita, ci permette di non perderci nemmeno un'attimo la gioia di vedere all'opera questo cast stellare. Il film è lungo, l'incedere è riflessivo, la violenza è contenuta, ci si sofferma sui personaggi, sulle amicizie, sul difficile rapporto di Frank con la figlia Peggy (Anna Paquin) che legge nel padre un uomo violento, infine sul tradimento.

Si apre con un pianosequenza interno, sui corridoi di una dimora per anziani dove Frank, unico ancora in circolazione, assiste alla fine di un'epoca, la stessa cosa che forse anche noi come spettatori stiamo facendo guardando The irishman. Per certi versi commovente.

giovedì 10 ottobre 2019

VINYL

Probabilmente il rock è morto davvero, altrimenti come si spiegherebbe la chiusura prematura di una serie come Vinyl?

Da tempo sappiamo della passione di Martin Scorsese per la musica. Il regista newyorkese, qui ideatore e produttore nonché direttore del pilot, un vero e proprio film di quasi due ore di durata, dà vita a questo progetto insieme a Mick Jagger degli Stones e allo sceneggiatore Terence Winter (I Soprano, The wolf of wall street, Boardwalk Empire) avvalendosi di una produzione di lusso che l'emittente HBO non ha avuto le spalle abbastanza larghe da sostenere. Vinyl è una bellissima serie, per alcuni versi non perfetta, sicuramente incompiuta in alcune sottotrame essendo stata pensata come progetto più ampio che avrebbe dovuto contare almeno su una seconda stagione, sempre viva però nel tratteggiare un periodo storico, quello dei primi 70, e l'ambiente musicale in pieno fermento di quegli anni, una sarabanda sregolata di artisti, musica, affari, eccessi, idee, spaccato sociale e culturale come solo alcune delle serie più riuscite sono state capaci di offrire al loro pubblico. Eppure è andata male. Probabilmente Vinyl intercettava un pubblico di grandi appassionati di musica, magari già di una certa età, risultando meno accattivante per i giovani che rimangono i maggiori fruitori di serie tv (e nei giovani ci mettiamo anche i trentenni, mica solo gli adolescenti), un pubblico poco interessato al declino del rock, all'avvento dei primi vagiti del punk, al fenomeno della disco music o a tutto ciò che poteva essere l'industria discografica all'epoca del vinile. A una visione più approfondita però la serie avrebbe potuto coinvolgere chiunque, perché dentro ci sono un contesto affascinante, le continue cadute di un uomo debole incline agli eccessi e alle trasgressioni e che fatica a farsi carico delle sue responsabilità, ci sono i conseguenti problemi familiari, i tradimenti, l'aspetto criminoso che spesso si ritrova nella narrazione scorsesiana, la New York viva e allo stesso tempo minacciosa dei Seventies... insomma, i motivi d'interesse oltre la musica del tempo erano molti. E poi... colonna sonora da urlo e ovviamente sesso, droga e rock 'n roll!


L'episodio pilota è Cinema scorsesiano allo stato puro, Scorsese sembra tornare nelle sue mean streets per raccontarci la storia di Richie Finestra (Bobby Cannavale) e della sua American Century Records. Ma questa volta le strade buie e sporche di una Manhattan in subbuglio non sono la scena del crimine, anzi, l'unico crimine qui si perpetra in una villa di lusso, sono invece il luogo dove ci sono i club, anche quelli più infimi, dove è possibile scovare la musica più vitale, cosa di fondamentale importanza per un discografico a capo di una compagnia che sta affondando e che ha fame di nuovi talenti, gente che va scovata per strada, perché i nomi nel rooster sono ormai bolliti e no, gli Zeppelin non sono così facili da mettere sotto contratto. Nonostante alcune aperture (gli Zeppelin, la Polygram) le cose non girano al meglio per Richie e i suoi soci, Zak Yankovich (Ray Romano), l'avvocato Scott Leavitt (P. J. Byrne) e Skip Fontaine (J. C. MacKenzie); pur potendo contare sulla bellissima moglie Devon (Olivia Wilde) e sull'amore per i suoi figli, Richie nasconde i problemi e lo stress sotto una coltre di alcool e droghe che non aiuteranno a migliorare la situazione. Per fortuna la giovane Jamie (Juno Temple), una sorta di segretaria spacciatrice, scova la band dei Nasty Bits che potrebbe ridare un po' di fiato all'etichetta.


Vinyl sfoggia un'estetica e una ricostruzione d'epoca sontuose, un gran lavoro sui costumi e un occhio molto attento alle scelte di casting, oltre ai protagonisti principali tra i quali troviamo un Bobby Cannavale finora sempre caratterista di lusso e qui valorizzato con il ruolo della vita, sono davvero indovinate tutte quelle comparse che vanno a impersonare gli artisti di primo e secondo piano che hanno caratterizzato un'epoca, una delle cose più sfiziose in Vinyl è proprio andare a scoprire puntata dopo puntata con quali artisti avranno a che fare i nostri eroi (?). Menzione anche per Ray Romano (il Ray di Tutti amano Raymond) e per un'Olivia Wilde splendida nelle sue mise seventies. Per chi ama la musica la serie è semplicemente imperdibile, probabilmente distrae un poco da ciò che rende Vinyl così appassionante quello che è l'aspetto criminale, forse non così necessario nell'economia di un prodotto che avrebbe potuto tenersi in piedi grazie alle vicende personali e lavorative di Finestra e soci, ad ogni modo visto il ritorno di pubblico questo aspetto ha fatto ben poca differenza. Peccato, poteva essere una delle serie da ricordare di questo decennio, per la ricostruzione storica, per il punto sulla condizione delle minoranze e delle donne e per la montagna di ottima musica presentata, purtroppo è finita troppo presto, il recupero però è d'obbligo almeno per chi ha sempre masticato musica e per chi come me è invaghito della New York degli anni 70.

giovedì 23 febbraio 2017

THE WOLF OF WALL STREET

(di Martin Scorsese. 2013)

Accompagnato da un Di Caprio in gran spolvero, Martin Scorsese torna a raccontarci una storia pregna di quell'afflato epico proprio dei migliori esiti del regista di Little Italy; Scorsese tratteggia un affresco riuscitissimo come forse non se ne vedevano dai tempi di Casinò (1995), pur riconoscendo al regista tutti i meriti per i buoni e gli ottimi film girati nel frattempo. Ma qui c'è qualcosa di più, si torna a respirare la vera magia del Cinema di Scorsese, lontano per una volta dal mondo dei gangsters, della mafia e della criminalità violenta; ci si ritrova invece immersi nelle pieghe della finanza a barcamenarsi con enorme piacere tra azioni blue chip e pidocchiose penny stock, circondati da broker d'esperienza invasati e da poveri sfigati con un desiderio incontrollabile di soldi e di ricchezza. L'uomo e il soldo, il soldo e il vizio, il vizio e l'uomo.

Tecnicamente l'opera è magniloquente, Scorsese si gioca tutte le sue carte migliori, a partire da una voce fuoricampo perfetta compagna di viaggio, un protagonista che guarda e parla in macchina al suo pubblico e l'ottimo montaggio della sodale Thelma Schoonmaker, capace di donare alle tre ore del film un ritmo forsennato e di tenere lo spettatore incollato allo schermo per tutta la sua durata. Inspiegabilmente, ma forse è stata più che altro sfortuna, il film non ottenne alcun riconoscimento durante la notte degli Oscar 2014, penalizzato dalla forte concorrenza di film come 12 anni schiavo, Gravity e Dallas buyers club. E dire che un Oscar l'avrebbero meritato: il film, Scorsese, Di Caprio, Jonah Hill e anche la Schoonmaker. Alcune sequenze sono memorabili, Di Caprio e Hill formano una coppia eccezionale capace di grandi prove d'attore soprattutto nelle loro scorribande in preda agli eccessi dettati dalle droghe, tutte quante quelle disponibili, da inghiottire o inalare, dalla cocaina al quaalude (pillole nate come sedativi e tranquillanti). Semplicemente divina Margot Robbie che, seppur lontanissima dal carisma di una Sharon Stone in Casinò, riempie lo schermo con una bellezza accecante (doppio senso non voluto).


È un turbinio dell'accumulo, di esperienze e di soldi, una corsa lanciatissima verso l'altare del lusso e della ricchezza, il racconto di uomini fedeli a un unico e solo dio, verde e fatto di carta. È la storia di Jordan Belfort (realmente esistito e qui interpretato da Leonardo Di Caprio), aspirante broker di Wall Street che impara i primi "comandamenti" del mestiere dallo sciroccato Mark Hanna (Matthew McCounaughey), ricco e di successo, svergognatamente onesto: "Regola numero uno. Spostare i soldi dalle tasche del tuo cliente e metterli nelle tue. [...] Regola numero uno a Wall Street. Nessuno sa se la borsa va su, giù, di lato, in circolo, meno che mai noi broker, ok? È tutto un fugazi, fugace, volante, polvere di stelle... non esiste, non tocca terra, non ha importanza, non è sulla tavola degli elementi, non è reale cazzo. Seguimi, noi non creiamo un cazzo, non costruiamo niente".


Qui sta il succo, una ricchezza basata sul nulla, sul raggiro, che diventa unica ragione di vita, droga tra tante droghe, fine ultimo e mezzo per una vita dissoluta, un'esistenza dove non si intuisce mai un affetto vero, importante, neanche per la famiglia. Ciò che più assomiglia a questo sentimento è la fedeltà del protagonista a un gruppo scalcagnato di sodali afflitti dagli stessi desideri e appetiti di Belfort, smodati e senza misura alcuna, un insieme di teste tra le quali spicca quella del co-fondatore della Stratton Oakmont, Donnie Azoff (un inarrestabile Jonah Hill), ragazzo che accompagnerà fino in fondo Belfort nella sua parabola di ascesa e caduta.

Nonostante l'insensatezza dell'agire con in testa solo il venale, Scorsese riesce a farci entrare anche nella testa di un personaggio come Belfort e, soprattutto in occasione dei dialoghi con l'agente dell'F.B.I. Patrick Denham (Kyle Chandler), riesce a farci capire il suo punto di vista che in alcuni passaggi diventa meno alieno di quanto si possa credere. Con le dovute proporzioni, alcune realtà, alcune mentalità messe in scena da Scorsese, sono davvero dietro l'angolo, oltre l'uscio della porta accanto. I Jordan Belfort sono tra di noi, magari più piccoli di lui, ma con la loro incurante arroganza, mi duole dirlo, stanno vincendo incontrastati una guerra che porterà molti di noi alla rovina.


lunedì 16 gennaio 2017

HUGO CABRET

(Hugo di Martin Scorsese, 2011)

Qualche anno fa, all'interno del Museo del Cinema di Torino, ebbi modo di vedere la mostra dedicata a Martin Scorsese, per me uno dei più grandi registi viventi. Tanti i materiali utili a ricostruire l'infanzia, il rapporto con la famiglia, con la religione e con l'America del giovane futuro regista. Cresciuto a Little Italy, in Elizabeth street, a segnare l'immaginario di Scorsese arrivò il connubio conflittuale tra la fede, la vita religiosa e la violenza della strada, non a caso il sottotitolo di uno dei suoi primi film, il bellissimo Mean streets, recita: Domenica in chiesa, lunedì all'inferno.

Tra i vari materiali di scena, molti provenienti dal set di Gangs of New York, e cimeli personali della famiglia Scorsese, mi piacque molto un'installazione probabilmente più anonima ma significativa di quello che era, e ancora è, per me il cinema di Martin Scorsese. Lungo un grosso pannello vi erano allineati una dozzina di monitor, alcuni in alto, altri in basso. Al centro vi era rappresentata una enorme pianta di Manhattan (e di New York), con i suoi quartieri principali e le sue vie. Ogni monitor riproduceva alcune scene di un film di Scorsese, il monitor era collegato per mezzo di una segnaletica ad una strada sulla cartina, ad una zona che era quella nella quale si ambientavano le azioni riprodotte nel video. Un'idea semplicissima, un'idea davanti alla quale rimasi però incantato per moltissimo tempo, perché per me quell'installazione, lo ribadisco ancora una volta, era il cinema di Martin Scorsese: Newyorkese, vicino alla strada, intriso delle contraddizioni, spesso violente, della vita nella metropoli.

Detto questo, è noto come Scorsese, oltre che per queste tematiche, abbia passioni sconfinate per la storia del Cinema e per la musica, con un occhio particolare per il blues ad esempio. Hugo Cabret nasce proprio dalla prima di queste, un'amore viscerale per il Cinema, cosa che sembra quasi scontata per un cineasta di lungo corso come lo è Scorsese. Eppure, nonostante sia più che evidente la totale devozione alla materia trattata in questo film, Hugo Cabret mi ha dato l'impressione di un lavoro portato a termine con impegno da un regista lontano da casa, un uomo della strada che guarda sognante alla Luna che rimane lassù, lontana, mentre i suoi piedi sono ancorati a un marciapiede macchiato di sangue.


Non è un brutto film Hugo Cabret, non mancano gli spunti d'interesse soprattutto nell'omaggio ai primi passi del neonato Cinema, ai suoi primi vagiti nel fantastico grazie alle opere di George Méliès, uno dei più importanti innovatori della Settima Arte. Proprio nello scoprire poco a poco, passo dopo passo, le connessioni tra le vicende del giovane protagonista Hugo Cabret (Asa Butterfield) e quelle del genio Méliès (Ben Kingsley), ritiratosi da molto tempo dalle scene, si trova il lato più emozionante di un film altrimenti avvolto in un immaginario fantastico tanto sfarzoso e luccicante quanto artificioso, capace di appagare gli occhi ma dal sapore finto e stucchevole.

Mi sembra difficile credere che un'operazione come questa, sicuramente sincera e non priva di pregi, possa soddisfare il palato dell'amante del Cinema, così come non credo lo faccia con il fan dell'opera Scorsesiana. L'impressione è che Hugo Cabret possa essere considerato un buon film per ragazzi, una bella visione per famiglie e, se vogliamo vederla in quest'ottica, anche un film riuscito. Non di meno, con buona pace delle scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (premiati con l'Oscar) e di tutte le maestranze che si son portate a casa con merito ben cinque statuette tecniche, il film rimane uno degli episodi più innocui e meno convincenti della filmografia di un regista immenso. È innegabile come Scorsese abbia facilità a toccare le corde giuste al momento più opportuno, di certo non gli manca il mestiere, la parabola di ascesa, caduta e risalita (o riscoperta) del grande Méliès non lascia indifferenti, la laccatura patinata spruzzata sull'intero film è di quelle che Hollywood ama, la critica ha generalmente unito i puntini e apprezzato.

Non sono qui a voler fare la voce fuori dal coro, ma a volte anche dire che un grande rientra in un'onorevole medietà non è reato.


giovedì 21 marzo 2013

CASINO'

(di Martin Scorsese, 1995)

Nonostante mi sia sempre professato un fan del lavoro di Martin Scorsese e lo abbia ormai da tempo annoverato tra i miei registi preferiti, sono ancora parecchi i film della sua produzione che ancora non ho visto. Ieri ho messo la pezza a un cruccio che mi assilava da tempo. Come potevo non essermi ancora dedicato alla visione di Casinò, dove il regista torna a lavorare con Robert De Niro e Joe Pesci, dove vengono ripresi i temi già battuti da Scorsese legati alla criminalità organizzata e dove la cornice è la sfavillante città del vizio, immortalata nel decennio dei Settanta. Non potevo.

Proprio in questo sta il pregio maggiore del film, una sensazione di ritorno a casa, il piacere di guardare ancora e per la prima volta un film con un De Niro ad altissimi livelli, una splendida ricostruzione di una storia avvincente immortalata da un grandissimo cast e una regia impeccabile. Splendida Sharon Stone nei panni della viziosa Ginger per la quale De Niro/Rothstein perde la testa (e come non potrebbe?) e sempre efficace il piccolo ma grande Joe Pesci nella parte dell'affiliato senza scrupoli Nicky Santoro. Ritorna anche il confronto De Niro/James Woods direttamente da C'era una volta in America. Qui il vecchio Max diventa il pappa Lester Diamonds, indiretta spina nel fianco di Rothstein. Completano lo splendido cast una carrellata di volti italoamericani a dar corpo all'organizzazione criminale ben rappresentata in tantissimo cinema statunitense: Frank Vincent, Pasquale Cajano, Vinny Vella, Joseph Rigano, Philiph Suriano, etc...


Questi elementi potevano bastare da soli a creare un grande film alla realizzazione del quale collaborarono anche, in diversi modi, i protagonisti delle vicende reali sulle quali la trama del film è stata sviluppata. Inoltre, grazie allo zampino del nostro Dante Ferretti, la Las Vegas degli anni '70 appare più scintillante e credibile che mai. Caratteristica che accompagna il film per tutta la sua durata (ben 165 minuti) è l'onnipresente voce fuoricampo che narra tutta la storia fin dalla prima scena nella quale vediamo De Niro/Rothstein entrare nella sua auto e saltare per aria... rewind...

Rothstein si occupa di scommesse, è uno bravo, di quelli che non sbagliano, tanto bravo da guadagnarsi il soprannome di Asso e da far guadagnare un sacco di soldi alla famiglia mafiosa di Gaggi (Pasquale Cajano). Fiutato l'affare dei casinò, la famiglia mette proprio Asso a dirigerne uno, il Tangiers, e mandano il suo amico d'infanzia Nicky Santoro a guardargli le spalle. In breve il Tangiers diventa una miniera d'oro sulla quale effettuare la celebre scrematura, ossia la sparizione di parte degli incassi a favore delle famiglie mafiose. Asso è uno che sa come far girare le cose, non un delinquente violento come Nicky. Di contro Nicky non è per gli affari fatti in maniera discreta e proprio per questo le cose si faranno difficili. In più l'amore di Asso per la bellissima Ginger, donna alla quale piace la bella vita, complicherà ulteriormente le cose. Con gli anni le cose si deterioreranno e inizieranno a irritare i capi delle famiglie.


Una storia che copre diversi anni nella vita dei personaggi e in quella di Las Vegas, un passare del tempo rimarcato magnificamente dal cambio di costumi e look della Stone e sul finale dall'arrivo delle grandi aziende, nuove gestioni per i casinò, e della regolamentazione nella capitale del peccato.

Oltre allo sviluppo della storia in sè il grande lavoro è stato fatto sui tre protagonisti principali, un Rothstein sempre più lanciato che fatica ad accettare i metodi del suo amico d'infanzia Nicky, esageratamente violento, difficile da tenere sotto controllo. Sul versante domestico una relazione con una donna bella e impossibile, una di quelle corse perse in partenza, una relazione dove i sentimenti non sono mai al primo posto. Rispetto. Denaro. Potere. A ognuno il suo desiderio, in fondo siamo a Las Vegas.

mercoledì 8 settembre 2010

THE AVIATOR

(di Martin Scorsese, 2004)

Come spesso mi è accaduto in passato con i film di Scorsese, anche con questo "The aviator" sono arrivato al momento dei titoli di coda, dopo quasi due ore e cinquanta minuti, pervaso da una certa soddisfazione.
Certo è che i fasti di capolavori inarrivabili ascrivibili a tempi passati sono oramai lontani. Film come "Mean streets", "Taxi driver", l'irresistibile commedia "Fuori orario", "Toro scatenato" e "Quei bravi ragazzi", uno tra i migliori gangster movie di sempre, sono pellicole di un altro livello.
Il paragone tra "The Aviator" e i film sopra citati sarebbe semplicemente ingeneroso ed è inoltre impensabile che nella carriera di un regista, pur del calibro di Scorsese, compaiano solo capolavori. Rimane il fatto che anche questa volta ci si trovi di fronte a un buon film.

Quella che Scorsese mette in scena è la vita di Howard Hughes, interpretato da Leonardo Di Caprio, ambizioso e tenace produttore Hollywoodiano e, in seguito, collaudatore e progettista di avveniristici aeroplani e proprietario della TWA, compagnia aerea statunitense.
La produzione di film sempre più ambiziosi, la costruzione di aerei sempre più moderni, le relazioni con Katharine Hepburn, Ava Gardner e Jean Harlow, i successi, i rischi e la lenta discesa verso la follia scatenata da una sempre crescente fissazione per l'igiene.

Le scelte stilistiche adottate dal regista danno al film un gusto "particolare". Molte scene, soprattutto quelle girate in esterni, sono caratterizzate da colori decisamente saturi che creano una sensazione di irrealtà. La messa in scena delle feste alle quali partecipano i divi di Hollywood e i produttori delle grandi Majors danno dei loro protagonisti una visione eccentrica, quasi surreale. I toni si alzano, la recitazione va decisamente sopra le righe, si intuisce un ritratto del mondo delle star non molto lusinghiero. Come non lo è quello reso alla famiglia della Hepburn, fiamma di Hughes prima della chiacchierata relazione adulterina con Spencer Tracy.

A proposito di recitazione un grande applauso va rivolto a Kate Blanchett. L'immedesimazione nel "personaggio" Hepburn è impressionante. Le movenze, lo stile, l'attitudine e gli atteggiamenti ricordano tantissimo la protagonista di tante commedie americane di successo.
Rese magistralmente anche l'inquietudine e le manie di Hughes da parte di Leonardo Di Caprio che ha ormai sostituito Robert De Niro nel cuore di Scorsese.

Un bel biopic su un importante personaggio della storia americana del nostro secolo.
Per approfondire, e si torna sempre lì, American Tabloid e Sei pezzi da mille. Ca va sans dire.

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