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domenica 29 dicembre 2024

IL PIANTAGRANE

(di Marco Presta, 2012)

Anche al lettore al quale non fosse mai capitato di leggere un suo libro il nome di Marco Presta potrebbe non suonare del tutto nuovo. Sono infatti ormai quasi trent'anni che, insieme al sodale Antonello Dose, Presta scrive e conduce Il ruggito del coniglio, storico programma radiofonico della prima mattinata di Rai Radio 2 nel quale i due conduttori, con l'ausilio di vari ospiti, commentano le principali notizie d'attualità in chiave ironica (scovandone a volte alcune sinceramente demenziali), mettendo così in luce spesso e volentieri idiozie e storture del nostro Belpaese. Nel corso degli anni l'indole da burbero poltrone, pigro e non troppo amante delle belluine genti, dai gusti musicali ipercritici (e vai a dargli torto vista la monnezza che spesso passa la radio, anche la sua, e Presta non si fa scrupoli nel sottolinearlo) che l'autore si è costruito con sincerità e immediatezza, ha fatto breccia nel cuore degli ascoltatori, a livello di ascolti si parla di punte che superano il milione di presenze con medie poco al di sotto, davvero un bel successo per una trasmissione di tale longevità. Dopo esperienze a teatro e soprattutto tanta scrittura, non solo per la radio ma anche per diversi programmi televisivi (Un medico in famiglia, Dove osano le quaglie, Che tempo che fa) nel 2009 arriva l'esordio in libreria con una raccolta di brevi racconti di surreale idiozia, Il paradosso terrestre, che contribuisce a dare la stura al fiume di parole da sempre presente nella testa dell'autore e che finora ha trovato sfogo in poco meno di una decina di titoli tutti editi da Einaudi e dei quali Il piantagrane è il terzo in ordine d'uscita e, almeno tra quelli letti da chi scrive (i primi tre) il meglio riuscito.

Giovanni è un uomo mite, timido, proprietario di un vivaio che gli permette di vivere occupandosi delle sue piante, un lavoro che compie con amore e senza ambizioni di ricchezza. L'altra sua passione, segreta, è quella per la netturbina Nina, una giovane donna che Giovanni fa in modo di incontrare pressoché quotidianamente andando a gettare l'immondizia nei momenti più appropriati a favorire l'agognato incontro. Due parole scambiate oggi, un saluto domani, e proprio quando sembra che per Giovanni ci sia la possibilità di conoscere meglio Nina e passare un poco di tempo con lei ecco che Giovanni, inspiegabilmente, viene rapito. Giovanni ovviamente non si capacita del gesto del suo rapitore, un uomo basso, tozzo e rozzo che va sotto il nome di Granchio, in fondo il vivaista non è ricco, non ha conoscenze importanti, in vita sua non ha mai fatto male a una mosca, e ora che vuole questo Granchio? Proprio ora che doveva incontrare Nina poi! Il fatto in realtà è che Granchio ha rapito Giovanni per proteggerlo, certo glielo farà capire andando per le spicce, ma il fatto è che Giovanni a sua insaputa gode di uno strano potere, in sua presenza le persone tendono a dire la verità, a comportarsi con onestà e altruismo, a mettere da parte l'interesse personale per senso di giustizia e di corpo. Pensate il danno che potrebbe fare al Paese un uomo del genere! Due fazioni iniziano così a contendersi l'uomo che insieme a Granchio partirà per una fuga on the road per salvarsi la pelle adoperando il suo potere involontario in una serie di missioni che potenzialmente potrebbero cambiare l'intera nazione. Ma in fondo Giovanni vorrebbe solo rivedere Nina, riabbracciare la madre Elena...

Leggendo Il piantagrane è facile che possa sembrare al lettore di udire la voce narrante di Marco Presta raccontare le vicende del libro, è un cortocircuito naturale dettato dalla popolarità del conduttore radiofonico la cui voce, i toni, lo stile, sono immediatamente riconoscibili anche su carta. L'eloquio ricercato, ironico, a volte canzonatorio, provocatorio sempre con grazia e garbo, sono una cifra stilistica che Presta, volontariamente o meno, riesce a trasportare con naturalezza dal suo quotidiano lavorativo alla pagina scritta donando continuità al suo essere (uomo, conduttore, scrittore) in modo che il lettore che già lo conosce si senta facilmente "a casa" tra le pieghe del surreale racconto. Anche se non esplicitato il protagonista, Giovanni, si trova senza volerlo a contrastare i mali della nostra Italia i cui vertici si trovano a dover fronteggiare un terremoto d'onestà e giustizia alla quale francamente non sono preparati, cosa della quale purtroppo né il lettore, né l'autore, né i protagonisti si sorprendono più di tanto, come non ci sorprende che i nostri vertici questa onestà e questa giustizia non la vogliano vedere nemmeno di sfuggita, cosa che Presta sottolinea sempre con quel filo di ironia garbata che appartiene tanto al suo pensiero che al suo linguaggio (e anche al suo essere, possiamo confermarlo avendo avuto il piacere di incontrare l'autore a una sua presentazione, gentilissimo e disponibile nonostante nulla mi possa togliere dalla mente il pensiero che Presta avrebbe preferito, per mera indole, starsene sul divano di casa, magari a leggere un vecchio fumetto della Marvel). Oltre a una nemmeno troppo velata critica alla nostra società, Il piantagrane racconta anche il rapporto tra due uomini cresciuti in quelli che sembrano mondi diversi: uno mite e introverso, allevato da una madre amorevole, ordinario, l'altro che nella vita si è dovuto fare spazio a gomitate tra degrado e violenze, solitudini e ignoranze; dopo una naturale prima ritrosia Presta racconta con una punta di sentimentalismo l'avvicinarsi di queste due entità così diverse, in maniera spesso divertente, qualche volta toccante, altre riservandoci anche qualche punta di dolore. Ne esce un libro scanzonato che non manca di andare in profondità di quando in quando trovando quel giusto equilibrio che forse un pizzico ancora mancava alle opere precedenti dello scrittore romano.

domenica 22 dicembre 2024

FIRMA AWARDS 2024 - LIBRI

Ci siamo, anche per questo 2024 Natale è alle porte (è già qui in realtà, sta praticamente bussando all'uscio) e con il Natale si avvicina inevitabilmente anche la fine dell'anno, si iniziano così a tirare le somme, ci si guarda un po' indietro e, per i più volenterosi, si iniziano a stilare quei buoni propositi che l'anno successivo verranno immancabilmente disattesi, ma così è, il vedere avvicinarsi la fine di qualcosa ci porta a queste strane follie. Si tirano le somme quindi; non sempre queste devono tradursi in un bilancio di salute, in considerazioni sul percentile di crescita dei nostri girovita (eh sì, le feste, lo so) o nel soppesare con severità intere esistenze; per gli amanti della cultura pop, memori delle imprese titaniche del primo Nick Hornby, il tirare le somme si traduce nello stilare gustose e spassose classifiche del meglio che è stato prodotto nell'anno in corso: dischi, film, programmi televisivi, fumetti, cartoni animati, video musicali, serial tv e via di questo passo, insomma, un promemoria ai posteri su ciò che può valere o meno la pena di andarsi a recuperare. La mia classifica è differente! Di quelle descritte sopra ne trovate a migliaia, io vi offro la classifica del meglio che ho visto, letto e amato io, chi se ne frega se questa è roba del 2024 o del 1900? Facciamo un po' di recupero, anche archeologico dove serve, per le classifiche aggiornate alle uscite di quest'anno ci sono tanti amici in rete ben più bravi di me, per questo vi affido a loro. Qui facciamo un discorso più generico. Cazzeggiamo! Partiamo quindi dalla categoria LIBRI, come l'anno scorso sette titoli che oscillano come data di pubblicazione dal 1941 al 2022 coprendo quindi un arco temporale considerevole, a chiudere qualche segnalazione al di fuori del campo della narrativa. Andiamo ad incominciare...


Settimo classificato:
Gli ultimi fuochi di Francis Scott Fitzgerald (1941)
Opera ultima, postuma e inconclusa del più celebre esponente dell'età del jazz; Gli ultimi fuochi è una ricercata e (pare) veritiera fotografia della Hollywood classica che tratteggia l'ennesimo ottimo protagonista creato dallo scrittore del Minnesota (Monroe Stahr). Il viaggio con Fitzgerald è sempre meritevole d'esser vissuto, qui paga un poco la mancata conclusione e l'assenza di quelle revisioni e di quelle limature che la morte improvvisa ha voluto negare all'autore, prematuramente scomparso per arresto cardiaco a soli quarantaquattro anni.



Sesto classificato:
Illuminations di Alan Moore (2022)
Raccolta di scritti del bardo di Northampton edita nel 2022 costituita da materiale inedito e qualche recupero d'annata. Moore è sempre Moore, quel maledetto gode di un rapporto privilegiato con la lingua e con la scrittura che si può solo invidiare (bonariamente), caratteristica inimitabile che traspare anche nella versione tradotta dei suoi scritti, mettiamoci pure che alcune sue idee rasentano il geniale e il gioco è fatto. Piccolo warning: gli scritti del bardo non sempre sono semplicissimi da affrontare, uomo avvisato...



Quinto classificato:
I segreti erotici dei grandi chef di Irvine Welsh (1996)
Pur ammantato dello stile ormai noto e consolidato dello scrittore edimburghese, I segreti erotici dei grandi chef sembra presentare qualche nota di scarto rispetto a quanto fatto da Welsh con le sue opere precedenti, ennesimo tassello di una carriera coerente e spesso entusiasmante del cantore di Leith, per una volta abitata non solo da derelitti all'ultimo stadio ma anche da lavoratori (proletari o piccolo borghesi) che finiranno invischiati in una situazione dai toni per lo scrittore inediti.



Quarto classificato:
Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jakson (1962)
Ultimo romanzo di Shirley Jackson, scrittrice considerata tra le maggiori esponenti del romanzo gotico americano; senza ricorrere a eventi inspiegabili, senza inserire scene madri e forti la Jackson riesce a creare una sensazione di inquietudine costante immersa in una bolla di atemporalità intrigante e affascinante per una vicenda che solletica attenzione e curiosità da parte del lettore dalla prima all'ultima pagina. Ottima sorpresa, autrice da recuperare e approfondire.



Terzo classificato:
La caduta di Hyperion di Dan Simmons (1990)
Secondo capitolo della saga fantascientifica I canti di Hyperion il cui capitolo precedente aveva conquistato la vetta del podio dei Firma Awards 2022 (premio peraltro prestigiosissimo del quale lo stesso Dan Simmons pare vada molto orgoglioso 😏). Qui ci si ferma al gradino più basso del podio, forse un pelo meno entusiasmante del predecessore che non presentava nessun passaggio a vuoto all'interno di una mole imponente, La caduta di Hyperion rimane comunque una lettura appassionante che presenta forse anche qualche rivelazione significativa in più rispetto al capitolo d'esordio. Per chi vuole approcciare la fantascienza una saga da non perdere.



Secondo classificato:
Dolores Claiborne di Stephen King (1993)
Sembra che non si possa prescindere dalla presenza di almeno un titolo del Re del brivido nella classifica di fine anno dedicata ai libri; in parte ciò è dettato dall'amore personale che nutro per lo scrittore di Bangor, in parte dal fatto che King nel corso degli anni ha inanellato una serie nutrita di romanzi uno più riuscito dell'altro tra i quali non sfigura nemmeno questo Dolores Claiborne, una storia lontana dal fantastico, dall'horror e dal sovrannaturale che forse proprio per questo si ritaglia un ottimo posto in evidenza all'interno della bibliografia del King. Il Re gioca con il linguaggio, si adatta alla vulgata di una donna anziana non troppo scolarizzata e sfodera un altro saggio sulle sue capacità in veste di scrittore. Mito.



Primo classificato:
Libertà di Jonathan Franzen (2010)
Stilando la classifica dello scorso anno accennavo al fatto che probabilmente il libro migliore del 2022 lo stessi leggendo proprio mentre stavo compilando la suddetta lista e che questo sarebbe immancabilmente finito nella classifica di quest'anno, non avendolo terminato in tempo per comparire in quella precedente. Non solo Libertà entra in questa classifica ma vince la competizione con netto distacco su tutto il resto, Franzen è un cesellatore di vite e di famiglie inarrivabile; con una prosa e una sensibilità per i personaggi eccezionale sigla un altro piccolo capolavoro. Vincitore indiscusso.




Aggiudicato il titolo di "miglior libro" per i Firma Awards 2024 non mi rimane che passare a quelle segnalazioni che vi avevo promesso in campo non narrativo; passiamo quindi a tre consigli per gli acquisti nel campo della saggistica e della compilazione che, in tre "categorie pop" differenti, musica, cinema e fumetto, potranno regalarvi sapere e una buona dose di ore liete.


La prima segnalazione è per il libro del nostro Professore (si allude agli amici di Loudd); Nicola ChinellatoDi lacrime e sangue - 101 canzoni tristi e la loro storia è uscito già da un po' (2022) ma è uno di quei libri la cui lettura non ha termine, non ha tempo, è uno di quegli scritti che può accompagnarti per sempre e al quale puoi attingere di volta in volta per imparare qualcosa, per assecondare il tuo stato d'animo del momento, per rinfrescarti la memoria, per tornare ad approfondire un pezzo o molto più semplicemente per godere di ottima musica e stare meglio, perché in fondo ogni forma d'arte ci aiuta a vivere. Da tenere sempre sul comodino o vicino allo stereo.



La seconda segnalazione, a tema cinematografico, è Storia del cinema di Fernaldo Di Giammatteo, un viaggio che parte dai fratelli Lumière (e anche un pelo prima) per arrivare agli inizi del nuovo millennio (Di Giammatteo scompare nel 2005), un percorso durante il quale l'autore attraversa epoche, generi, filoni, momenti di innovazione tecnica, film e autori all'interno di una carrellata essenziale e intelligente per capire cosa di significativo il cinema ci abbia offerto nel corso di un secolo e più di produzioni più o meno valide, ottimo punto di partenza per studiare, guardare, scegliere, approfondire. Da avere, praticissimo da consultare.



Ultima segnalazione e siamo nell'ambito del fumetto. 16x21. L'era dei Bonellidi di Francesco Fasiolo e Andrea Guglielmino è un saggio che ripercorre un momento ben preciso del fumetto italiano. Sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso esplose in modo impensabile il successo di Dylan Dog, albo a tinte horror presto divenuto la seconda bandiera per importanza di quella che oggi è la Sergio Bonelli Editore (seconda perché Tex è sempre Tex). Il successo enorme di vendite spinse altre case editrici a tentare la stessa via, a volte cercando di imitare da vicino i toni dell'Indagatore dell'incubo, altre cercando semplicemente di ritagliarsi una fetta di mercato nelle edicole di quegli anni, ancora numerose e viatici preziosi per una cultura popolare che oggi rischia di scomparire. Tra serie di successo e fallimenti istantanei le proposte furono moltissime, quasi tutte editate in quel formato ad albo 16x21 proprio delle testate di casa Bonelli (Tex, Zagor, Dylan Dog, Martin Mystère, Nick Rider, etc...) e che prese appunto il nome, ancor oggi in voga, di Bonellide. Tantissime schede sulle varie serie pubblicate, numerose interviste ai protagonisti dell'epoca, una storia a fumetti in chiusura di Samuel Stern (uno degli ultimi Bonellidi in ordine di tempo ad aver avuto un buon riscontro di pubblico) per una panoramica esaustiva di un periodo che oggi sembra essere tramontato, speriamo non per sempre.



Appuntamento a breve con la classifica dei Film Classici.

venerdì 19 gennaio 2024

MALARAZZA

(di Samuel Marolla, 2009)

Recupero d'annata di un ottimo episodio all'interno di una collana da edicola che è durata poco più d'un momento; il Malarazza di Samuel Marolla, scrittore nostrano non dedito solo alla letteratura e sconosciuto ai più, si è rivelata una lettura sorprendente, sinceramente non mi aspettavo che nel panorama del racconto breve a tema horror italiano potesse esserci qualcosa capace di rivelarsi così stuzzicante pur senza essere rivoluzionario né troppo innovativo. La collana a cui si fa riferimento poco sopra è la linea Epix pubblicata da Mondadori, un'iniziativa che si andava ad affacciare nel panorama delle edicole alla fine del primo decennio del nuovo millennio affiancando pubblicazioni arcinote come i classicissimi Urania o Il giallo Mondadori. Poco più di una dozzina di titoli all'attivo con la missione di andare a pubblicare scritti vicini all'horror e alle varie declinazioni del fantastico tralasciando ovviamente la fantascienza già appannaggio della collana madre Urania. L'ottava uscita del lotto propone proprio il Malarazza di Marolla, autore che vanta esperienze anche nel mondo del fumetto con in curriculum alcune sceneggiature per le collane Dampyr e Zagor di casa Bonelli e varie sortite nel campo dei giochi di ruolo; oggi purtroppo Marolla risulta un poco sparito dagli scaffali di edicole e librerie.

Malarazza è una raccolta di tredici racconti di ambientazione italiana, le influenze sono le più disparate e Marolla è bravo nel tenere, tra alti e bassi, comunque sempre desta l'attenzione del lettore il quale viene catturato fin dal primo racconto che porta il titolo di "La Carne", succoso antipasto (è proprio il caso di dirlo) che predispone al meglio chi si appresta ad affrontare la lettura dell'intera antologia. Con "La pista ciclabile" arriva la prima vera chicca del libro con la quale Marolla esibisce un'ottima capacità di creare atmosfere e soprattutto immagini inquiete, lo stile di scrittura, che a tratti mi ha ricordato in qualche modo quello di Ammaniti, è evocativo, immaginifico il giusto, divertente quando serve ma capace anche di metterti addosso la giusta strizza nei passaggi salienti, il riferimento è soprattutto al racconto "Sono tornate", magari non sempre originalissimo ma orchestrato alla perfezione e dotato di quella sana tendenza a istigare disagio, pieno di quella verve in grado di non lasciare il lettore mai del tutto rilassato, un racconto con due protagoniste, due agghiaccianti gemelline, che torneranno a tormentarvi anche a libro chiuso, a  parer di chi scrive la carta migliore del mazzo. È innegabile come alcuni episodi essendo brevissimi lascino magari meno il segno di altri, la qualità media è però davvero alta, cosa che di per sé per un'antologia non è così scontata e che quindi diventa pregio non da poco. Il racconto "Tè nero", che mostra una vena visionaria non banale, è stato pubblicato in diverse raccolte a tema horror e ha fruttato a Marolla diverse menzioni, è qui tra le ultime cartucce sparate nel libro (penultimo racconto), nel mezzo altri episodi interessanti che non mancano di intrattenere a dovere. Malarazza uscì in un'edizione molto economica e, a differenza di altri titoli della stessa collana, esibiva anche una copertina riuscita che era un bel sunto dei contenuti che si potevano trovare nel libro, un'iniziativa che con i tempi che corrono oggi forse non sarebbe più possibile tentare.

sabato 23 dicembre 2023

FIRMA AWARDS 2023 - LIBRI

Arrivano anche quest'anno i tanto attesi (da me ovviamente) Firma Awards edizione 2023 all'interno dei quali, come sempre accade da queste parti, non troverete le classifiche di ciò che è stato distribuito, pubblicato o editato nel corso dell'anno bensì tutto ciò che io ho visto e letto nel corso di questo 2023, più che una vera e propria classifica è questa un'occasione ulteriore per scambiarci consigli e spunti, un regalo di Natale spero gradito per chiunque possa essere interessato a qualche recupero di cose non necessariamente così recenti. Quest'anno cercherò di stilare qualche suggerimento per le categorie Film (prendendo in esame film usciti negli ultimi vent'anni, non di più, giuro!), Film classici (dove invece metterò dentro ciò che si porta sul groppone più dei convenzionali vent'anni, fossero anche solo ventuno), Libri senza fare nessuna distinzione sull'anno di prima pubblicazione, moderni e classici tutto insieme e infine, se mi rimarranno tempo ed energie, mi piacerebbe stilare una serie di segnalazioni di recuperi che varrebbe la pena (a mio avviso) effettuare nel campo Fumetti: una classifica? Solo segnalazioni? Ancora non so, andrò dove mi porterà il cuore, vedremo strada facendo. Niente classifica invece per le Serie Tv, categoria che quest'anno, per  questioni di tempo, ho frequentato davvero poco e che a parte qualche conferma non mi ha regalato nulla di così esaltante, sto però recuperando Fringe che non avevo mai visto, non male la prima stagione...

Andiamo quindi a incominciare con la categoria LIBRI: sono abbastanza convinto che il libro più bello dell'anno io lo stia leggendo proprio ora ma non avendolo ancora finito (e probabilmente non lo finirò nemmeno entro l'anno) lo troverete nella classifica del 2024 il prossimo dicembre. Oggi butterò giù una lista con sette posizioni, i "magnifici sette" di quest'anno, libri scelti tra una trentina circa di romanzi letti nel 2023, grazie al trasporto pubblico sono riuscito ad aumentare un poco il mio volume di lettura, cosa di cui sono molto contento... e ora via che si va!


Settimo classificato:
Sospetto di Percival Everett (2011)
Con Sospetto Everett abbandona la complessità della prosa esibita, con risultati alti ma parecchio sfidanti, in altre occasioni (Glifo ad esempio) e costruisce un noir comunque anomalo capace di riservare colpi bassi e sorprese riguardo la "banalità del male". In qualche modo sorprendente.




Sesto classificato:
L'occhio del male di Stephen King (1984)
Un King non si nega mai a nessuno, nemmeno alle classifiche di fine anno. Anche se L'occhio del male non figura tra i must del Re la prosa di King regala sempre ottimi momenti e non si esime dall'infilare tra le pieghe del racconto diverse critiche alla fascia benestante della società americana. Il libro uscì in origine a firma Bachman.




Quinto classificato:
Io, robot di Isaac Asimov (1950)
Nato nell'epoca d'oro della fantascienza Io, robot è una raccolta di racconti brevi che, se ripensata sul discorso delle intelligenze artificiali, può essere considerata attualissima ancora oggi, un po' la caratteristica che è propria dei grandi classici.




Quarto classificato:
Pioggia al neon di James Lee Burke (1987)
Prima apparizione per il tenente della polizia di New Orleans, il cajun David Robicheaux in compagnia del quale l'autore James Lee Burke ci accompagna nelle terre della Louisiana, tra le vie della Big Easy e nelle paludi del bayou in un noir duro e a tratti brutale. L'avventura di Robicheux continua ancora oggi.




Terzo classificato:
Non conosco il tuo nome di Joshua Ferris (2010)
L'impulso improvviso di dover camminare senza sosta, senza meta, senza poter controllare le proprie gambe fino a stramazzare al suolo per la fatica. Con questo secondo romanzo Joshua Ferris descrive attraverso una malattia inspiegabile i colpi bassi della vita e le reazioni di un nucleo familiare all'imprevisto e al frangersi di tutti gli schemi. Grande conferma dopo l'ottimo esordio E poi siamo arrivati alla fine.




Secondo classificato:
Shotgun lovesongs di Nickolas Butler (2014)
Liberamente ispirato alle vicende dell'amico di gioventù Bon Iver, Nickolas Butler confeziona un bellissimo romanzo che gira attorno ai rapporti d'amicizia, quelli capaci di sopravvivere, seppur con difficoltà, a ogni prova, il tutto immerso in una provincia americana croce e delizia dei suoi protagonisti. Esordio con i fiocchi.




Primo classificato:
Un eroe del nostro tempo di Vasco Pratolini (1949)
Vasco Pratolini è un grande autore popolare che forse oggi ricordiamo troppo poco, con questa vicenda personale l'autore inquadra in maniera perfetta un periodo di grandi contrasti ideologici che nello specifico creano mostri, il tutto narrato con una felicità di prosa che non si può che amare e un poco invidiare. Recupero obbligato.

giovedì 30 marzo 2023

UN EROE DEL NOSTRO TEMPO

(di Vasco Pratolini, 1949)

Vasco Pratolini è stato un grande scrittore, uno che con una naturalezza incredibile è riuscito a essere allo stesso tempo popolare, proletario e autore di un'eleganza e una felicità di scrittura impareggiabili, capace di infilare nei suoi romanzi contesto storico, elementi autobiografici, spaccato sociale, storie personali capaci di avvincere davvero chiunque e vita quotidiana in un miscuglio dagli esiti tanto godibili quanto importanti, per la prosa, per la memoria, per le idee e le riflessioni, per gli uomini e le donne raccontati. Diversi i suoi titoli molto conosciuti, parecchi trasposti anche al cinema su sceneggiature dello stesso Pratolini che, a parte i film tratti dai suoi romanzi, ha apposto la firma anche su veri capolavori della storia del nostro cinema, uno su tutti il meraviglioso Rocco e i suoi fratelli, altra narrazione popolare che affronta la questione meridionale ai tempi della migrazione di massa verso il nord, ma anche Paisà di Rossellini, La viaccia di Bolognini e poi i suoi Cronaca di poveri amanti, Le ragazze di San Frediano, Cronaca familiare, Metello e anche questo Un eroe del nostro tempo. I primi scritti di Pratolini sono radicati nelle strade, nei quartieri di Firenze, luoghi che Pratolini riesce a rendere vivi e farci amare anche a distanza, per dirne una anche io sono andato a visitare a Firenze il quartiere di San Frediano proprio in omaggio a questi romanzi, ci sono la Storia e le storie che si intersecano a meraviglia in quei primi libri, questo Un eroe del nostro tempo si discosta un poco da quell'approccio per focalizzarsi sull'animo di un protagonista affatto positivo, anzi, scavandone (la mancanza di) sentimenti e nefande azioni pur non mancando un contesto cittadino presente e vivo.

Siamo nel secondo dopoguerra, la contrapposizione tra fascisti e partigiani è ancora fortissima, in una casa condivisa da più famiglie si incrociano le vite degli occupanti di tre camere diverse: in una abitano Lucia, vedova di un fascista, con il suo figliolo Sandrino, un giovane che si avvia all'età adulta e vive con il mito del padre defunto nel cuore; in una seconda camera ci sono due giovani comunisti, Faliero e Bruna, che hanno militato attivamente nella resistenza a fascismo e nazismo, a occupare l'ultima camera arriva Virginia, una donna molto piacente che ha perso il marito, anch'esso fascista, e che viene subito soprannominata "la Repubblichina", straziata dal recente lutto e da una riservatezza da principio quasi patologica. Mentre gli altri occupanti della casa tentano invano di coinvolgere la giovane vedova nella vita comune della casa, Virginia, ancora in lutto, trova compagnia solo nella voce e nelle azioni di Sandrino che occupa la stanza accanto alla sua, è una compagnia silente e attiva solo nella testa di Virginia che troverà concretezza solo più avanti quando la donna avrà modo di conoscere, in maniera anche traumatica, il giovane ragazzo, forte e bello ma con una punta di crudeltà profittatoria che finirà per trascinare Virginia in un abisso di degrado che può identificarsi solo con la concezione del male. Mentre mamma Lucia è inconsapevole della vera natura del suo ragazzo, a tentare di far ravvedere Sandrino ci sono la coppia forte formata da Faliero e Bruna, anche questa tormentata da qualche segreto in cui, ancora una volta, avrà la sua parte proprio il lato più spregevole di Sandrino.

Un eroe del nostro tempo è il racconto di formazione (deviata) di un giovane la cui morale è traviata dai tempi bui che si è trovato a vivere e dall'idealizzazione di un padre ormai assente che lo porta, di riflesso, ad abbracciare la fede paterna per il fascismo con inconsapevole vigore, in odio a chi quel padre l'ha contrastato e glielo ha tolto, incurante di ciò che per la scena politica e umana la fazione di sua scelta ha comportato e significato e in maniera evidente continua ancora a significare. Di primo acchito il personaggio di Sandrino è repellente, anche di secondo in verità, perché oltre alla propensione ideologica che ogni lettore può avere, il ragazzo sviluppa punte di crudeltà e opportunismo indigeribili, approfittando di una donna, Virginia, dal carattere debole e sempre più succube di un uomo ragazzo che non può portarle altro che dolore o una felicità malata e distorta che affonda più nel bisogno morboso che non nella sincerità e men che meno nell'amore. Non è più tanto il contesto comune che Pratolini qui descrive, elemento pur sempre presente, quanto un viaggio in un animo nero (in tutti i sensi) che presenta però anche ambiguità da decifrare; perché Sandrino è un deprecabile, ma l'amore per la sua mamma è sincero, alcuni moti di pentimento e ravvedimento sembrano poter trovare un esito felice, l'intercessione di Bruna e Faliero verso aperture a vita nuova paiono poter attecchire, l'affetto per la giovane Elena sul finale sembra poter mutare e maturare Sandrino. Ma tutto è effimero e la natura vince, il brutto mangia il bello e le speranze in questo romanzo duro, denso, che si inscrive nel novero delle opere profondamente riuscite di uno scrittore di estrema intelligenza, uno dei nostri grandi del Novecento.

sabato 26 settembre 2020

IL BORGO DEI PAZZI

 (di Mario Barale, 2019)

La terza avventura del Commissario in pensione Nanni Baretti è strettamente legata agli eventi vissuti dal personaggio nel precedente Attraverso lo specchio e, come accade nei migliori gialli, anche qui l'assassino torna sul luogo del delitto. Ci si muove quindi ancora una volta tra Torino e i dintorni di Moncalvo nell'astigiano dove in Attraverso lo specchio avevano preso letteralmente vita le malefatte del misterioso Bruno Morchia, personaggio enigmatico che trascende i limiti della comprensione, anche per uno come Nanni Baretti che alcune stranezze è stato costretto, e lo sarà ancora, a toccarle con mano. Imprescindibile in questo caso per una piena comprensione aver letto il romanzo precedente di Barale, pena la sensazione di ritrovarsi in medias res nonostante la trama di fondo rimanga leggibile a sé stante, si perderebbero però sfumature, collegamenti e rimandi preziosi per la situazione di alcuni personaggi e per lo sviluppo della trama. La storia muove come spesso accade dal ritrovamento di un cadavere, quello di Faith, una giovane e bella prostituta abbandonata senza vita sulle rive del Sangone.

Sarà la "protettrice" della ragazza uccisa, l'ormai attempata Lina Messa, maitresse d'altri tempi, a coinvolgere nell'indagine l'ex Commissario e amico Nanni Baretti, che con l'attività di Lina venne in passato ad avere a che fare più volte per ragioni di servizio. Dalla richiesta d'aiuto al momento in cui Baretti inizierà a ficcare il naso in fatti che ormai dovrebbero non essere più di sua competenza passerà un attimo, come non potrà mancare il coinvolgimento di quel terún di Caruso, Commissario lui sì ancora in servizio. Purtroppo quello che è ormai a tutti gli effetti un amico fraterno per Baretti si porta addosso i postumi dell'avventura precedente: perdita di peso, incubi, stati depressivi che tengono il poliziotto lontano dal lavoro e che lo costringono a farsi sostituire dal ben più rigido Salvo Amantea detto "rasoio" con il quale anche Baretti si dovrà confrontare trovando qualche piccola difficoltà nell'instaurare il giusto feeling.

In questo terzo romanzo si scatena prepotente il lato più occulto delle indagini di Nanni Baretti, tornano diversi personaggi che girano intorno al nome dei Morchia, un nome che richiama alla mente del commissario crudeltà, esoterismo e inquietudini molto profonde. Il lato più sovrannaturale della vicenda prosegue di pari passo alla costruzione gialla che rimane base coerente nei vari passi che porteranno Baretti e le forze dell'ordine a dipanare un'incredibile matassa che si trascina malevola da tempi immemori. Barale arricchisce il cast di comprimari con figure interessanti come Lina Messa (o Messa Lina se preferite) e il giovane Amantea, ciò che rimane invariato è lo stile di scrittura molto agile e fresco che porta il lettore a terminare anche questo libro nel giro di pochissimo tempo. Oltre al lavoro sui personaggi continua il cesello sui luoghi, con l'inserimento del paesino che dà il titolo al libro, quel Borgo dei Pazzi sul quale nulla vi svelerò e che campeggia inquieto e minaccioso sulla copertina del libro, ancora una volta realizzata dallo stesso Barale.

A volte è questione di fortuna, alla fine questo (non) eroe atipico, lontano dal canone, che sia immerso in una Torino uggiosa d'inverno, solare d'estate o negli splendidi paesaggi collinari piemontesi, non farebbe nemmeno troppa fatica a ritagliarsi un posto nelle simpatie di un pubblico televisivo, attendiamo che Yume ci regali ancora altre avventure del vecchio piemunteis.

venerdì 5 giugno 2020

# RINOMINA

(di Daniele Catalucci, 2018)

Esordio letterario per Daniele Catalucci, bassista della band Virginiana Miller, realtà musicale italiana attiva già dalla seconda metà degli anni 90. È un'opera prima agile quella di Catalucci, se ci si dedica con un minimo di dedizione il libro si legge in poche ore, la sua struttura però, originale e poco battuta, invoglia a tornare a più riprese sui vari segmenti che compongono questo # Rinomina, cosa che permette meglio di coglierne collegamenti, citazioni, intenzioni. Il libro, oltre che dei suoi contenuti, vive anche di alcune idee di fondo indovinate e ben pensate. Non c'è una vera e propria storia in # Rinomina, [o se preferite potremmo dire che ci sono tante piccole (e grandi) brevi storie], vi troviamo invece diversi dialoghi con pochissimi collegamenti a unirli tra loro, dialoghi numerati in ordine progressivo dal primo fino al trentaseiesimo, quello che dovrebbe, forse, chiudere il libro col botto. Oppure si sarebbe dovuto chiudere tutto con il ventiseiesimo segmento? Con la lettura giungerà la comprensione.

Ma quali sono le idee, le premesse alla base di questo frizzante esordio? Poniamo l'ipotesi che le nostre parole, i nostri discorsi con un amico, un parente (o congiunto che va tanto di moda adesso), con una donna, con un uomo, volassero via da noi e in un luogo altro, magari proprio tra le pagine di questo libro, venissero lette, così come sono state pronunciate, da qualcuno che non ci conosce, che nulla sa di noi. Allora quelle parole, che a questo punto potrebbero esser state dette da chiunque, come cambierebbero significato? Come verrebbero interpretate? E in un'anonimato che verrà svelato solo alla fine di ogni dialogo, potranno quelle parole, quegli scambi d'emozioni, di riflessioni, quei ragionamenti, passare dal personale all'universale e andare a toccare un poco la testa e il cuore di tutti quanti?

Una delle intuizioni efficaci dell'autore è quella di sostituire i nomi dei protagonisti dei dialoghi con segni usatissimi oggigiorno nelle comunicazioni telematiche, una chiocciola @, un cancelletto #, talvolta una & commerciale, magari un dollaro $. Quei simboli che spesso usiamo quando siamo distanti, in comunicazioni virtuali nelle quali siamo in attesa di un "prefetto" (vedi la bella introduzione di Simone Lenzi, anche lui Virginiano), sembrano qui riavvicinarsi e trovare corpo in brevi momenti che riescono a far immaginare al lettore delle persone, dei rapporti, delle situazioni e degli stati d'animo concreti e ben precisi. A volte c'è l'inganno, un inganno che crea la nostra mente e non l'autore, e qui sta la seconda bellissima invenzione di Catalucci. Il dialogo arriva a termine, il lettore si è fatto il suo film, ha dato la sua interpretazione, e poi si trova a dover voltare pagina. Solo allora @ e # troveranno un nome e un legame tra loro, un rapporto, una parentela. E così l'immagine del lettore a volte crolla in un attimo per ricostruirsi diversa dopo pochi secondi. Il bello è che queste reazioni saranno differenti per ognuno di noi.

Per ultimo ci sono i contenuti veri e propri di questi dialoghi, vari, a volte divertenti, a volte più intimi e profondi, sempre ben calibrati, riportano alla mente persone che potrebbero essere reali e ci si trova a volte a pensare: "questo è più ricco di me", e per ricchezza non si intende quella materiale, ma quella delle esperienze, dei ricordi, della profondità delle riflessioni qui tratteggiate in poche righe. È una bella lettura questo # Rinomina, dove emergono la passione dell'autore per la cultura e una confidenza non banale con le parole. Non resta ora che aspettare un'opera seconda magari più corposa, i numeri per un bel romanzo ci sono tutti.

martedì 24 marzo 2020

È STATO UN ATTIMO

(di Sandrone Dazieri, 2006)

Il primo incontro con i romanzi di Sandrone Dazieri risale a un po' di anni fa, a quando il suo libro d'esordio, Attenti al gorilla, venne pubblicato all'interno della collana Le strade del giallo in allegato a Repubblica. La copertina invogliava: uno scorcio milanese, a occhio un naviglio nebbioso, che richiama da subito il poliziottesco anni 70. Serbo ancora un bel ricordo di quel primo incontro, poi un po' per la volontà di lasciare meno spazio tra le mie letture a gialli e noir soprattutto se con protagonisti seriali come il Gorilla, un po' perché preso da altro il Dazieri lo abbandonai, nonostante da diversi anni questo È stato un attimo occhieggiava dalla mia libreria. Ora, con l'intento di recuperare i libri in giacenza da tempo sui miei scaffali, ho preso in mano questo che è il sesto romanzo dell'autore (se non contiamo quello rivolto ai ragazzi) e che non vede come protagonista il Gorilla bensì un delinquentello di mezza tacca di nome Santo "Trafficante". L'aspettativa per il nuovo incontro con la prosa di Dazieri devo ammettere era alta e senza indugio posso andare a dirvi che in qualche maniera sono uscito dalla lettura di questo romanzo con un pizzico di delusione. Di per sé la vicenda di Santo Trafficante è anche ben costruita, sfrutta l'espediente del protagonista affetto da amnesia che poco a poco deve ricostruire un buco nella sua vita passata (e qui si tratta di un buco di molti anni) trovandosi nel presente a vivere l'esistenza di quella che all'apparenza potrebbe essere completamente un'altra persona, e in effetti così è per Santo che per questo nuovo sé stesso che pian piano scopre di essere non prova nemmeno troppa simpatia.

Santo detto Trafficante è un piccolo spacciatore che vivacchia di espedienti, ha il suo giro di clienti, qualche piccolo affaruccio finché un giorno incontra Max, altro delinquente come lui, i due decidono di mettersi in società, ancora droga, piccoli furtarelli, un bel giro finché Max non decide di tradire Santo, il tutto culmina con una bella botta in testa ai danni del nostro. Quando Santo si risveglia si ritrova sul pavimento di un bagno pubblico, molto elegante, non come quello del baretto di Oreste che era solito frequentare, vestito di tutto punto e circondato da elegantoni, uscendo gli viene incontro una giovane donna distinta, elegante anch'essa, che lo tratta come se fosse il suo fidanzato o suo marito, una donna che ovviamente lui non ricorda d'aver mai visto. Uscito dal bagno si rende conto d'essere all'interno del Teatro alla Scala, un luogo che mai avrebbe pensato di poter frequentare. Da quel momento Santo dovrà ricostruire il suo passato recente nei panni di una persona totalmente diversa da quel che ricordava, tra una nuova posizione, soldi a palate, amanti, accuse di omicidio e nuovi amici/nemici.

Dazieri conosce bene il mestiere, sa come dare il giusto ritmo alla narrazione per coinvolgere il lettore, capitoli brevi in ognuno dei quali succede qualcosa, piccoli cliffhanger disseminati in chiusura di quasi tutti i capitoletti che facilmente possono diventare come le ciliege che una tira l'altra. Il romanzo alla fin fine si lascia leggere, non ci sono momenti di stanca o fasi morte, per carità, tutto funziona più che bene, il problema è che non c'è nemmeno nulla di così accattivante. Nei miei ricordi ormai sbiaditi legati al romanzo d'esordio dello scrittore di Cremona c'era una descrizione d'ambiente molto avvolgente, un'atmosfera capace di catturarti che qui un po' manca, ci sono diversi riferimenti alla vecchia Milano ma il tutto non riesce a penetrare sottopelle, anche il protagonista non è così accattivante, i coprotagonisti rimangono tutti un poco distanti dal lettore, insomma, il romanzo alla fine intrattiene il giusto ma non cattura mai veramente. Per una lettura d'intrattenimento, specie in epoca di quarantene da coronavirus, È stato un attimo fa il suo dovere, per avere qualcosa di più che si debba tornare alle successive avventure del Gorilla? A letture avvenute l'ardua sentenza.

mercoledì 8 gennaio 2020

ATTRAVERSO IL SEGRETO

(di Mario Barale, 2018)

Torna Nanni Baretti, l'ex Commissario di Polizia ormai in pensione creato da Mario Barale lungo le pagine del suo primo romanzo, All'ombra del salice; torna con una nuova avventura ambientata tra Torino e l'astigiano, approfondendo temi che nel primo libro dedicato a questo piemontese vecchio stampo avevamo solamente annusato nelle sequenze finali. Nonostante Attraverso il segreto sia leggibile tranquillamente come libro a sé stante, quello di Baretti è un vero e proprio ritorno, il consiglio è quello di approcciare le sue avventure leggendo i libri in ordine d'uscita, perché se in questo episodio non abbiamo particolari legami con il libro d'esordio, non di meno sono presenti riferimenti, battute che il lettore occasionale potrebbe non godersi appieno, così come si assiste al ritorno di alcuni comprimari come quello del Commissario Caruso o quello della sorella di Baretti, la paziente e affezionata Adelina, meglio presentati nel romanzo precedente.

Già da questa seconda prova l'autore cesella un lavoro d'evoluzione sui personaggi, almeno nei loro rapporti, Baretti pur mantenendo il suo carattere diretto appare meno burbero che in passato, soprattutto nei confronti di quel terún del Commissario Caruso al quale ormai lo lega un profondo legame d'amicizia e di stima reciproca, cementificato dalle passate esperienze condivise nell'avventura ai Tetti Grigi, un rapporto che rende il collega più giovane uno di famiglia, nonostante la sua deprecabile abitudine ai parcheggi azzardati e la sua origine lontana dai territori che furono dei Savoia. Lo stile di scrittura acquisisce maggior sicurezza e dinamismo donando a questo secondo romanzo una velocità di lettura incredibile (il libro si lascia leggere in due/tre giorni), ancora una volta è possibile ammirare tra le pagine alcune illustrazioni dello stesso Barale che cura in prima persona anche le realizzazioni delle copertine dei suoi romanzi.

Per la prima quarantina di pagine di Baretti non v'è traccia, la storia si apre nel quartiere Santa Rita di Torino con Gino Martini, un restauratore di mobili ormai in pensione che partecipa alla vendita all'asta di quel che rimane del patrimonio del suo ex datore di lavoro, da poco deceduto e in possesso di una discreta collezione di mobili d'epoca. Per un caso fortuito più che per abilità o disponibilità economica, il Martini si aggiudica una vecchia angoliera del 1700, forse non il pezzo più pregiato a disposizione ma indubbiamente quello più curioso, un pezzo che fa gola anche a gente poco raccomandabile. In seguito agli accadimenti occorsi al Martini, amico di vecchia data di Baretti, quest'ultimo viene coinvolto in un'indagine alla quale prenderà parte anche Caruso e che porterà il "dinamico duo" a confrontarsi con l'ambiente degli antiquari e con quello dell'esoterismo piemontese.

In Attraverso il segreto il thriller si tinge di sovrannaturale, aspetto che ne L'ombra del salice era solo lambito seppur con una certa rilevanza almeno in una sequenza del libro, qui Barale ci conduce in territori ancora inesplorati tratteggiando personaggi e situazioni proprie di una Torino, e in generale di un Piemonte, più oscura e nascosta, costruendo un finale, senza rivelare nulla, più vicino ai topoi narrativi dell'horror che a quelli del giallo. Seconda prova superata, non ci resta che vedere come se la caverà Nanni Baretti ne Il borgo dei pazzi.

domenica 27 ottobre 2019

NINA: IO NON SONO TE - INTERVISTA A ROBIN KARTWRITE

(di Robin Kartwrite, 2019)

Intervista realizzata per Loudd.

Robin Kartwrite è una giovane scrittrice ligure che ha recentemente pubblicato il suo primo romanzo scegliendo la via dell'autoproduzione. Abbiamo avuto la possibilità di scambiare due chiacchiere con Robin riguardo il suo esordio, ed ecco l'esito della nostra chiacchierata a disposizione dei lettori di Loudd

L: Ciao Robin, potremmo iniziare questa intervista raccontando in poche parole ai nostri lettori di cosa parla il tuo libro, senza svelarne punti salienti, giusto per farci un'idea su cosa ci si può aspettare leggendo Nina - Io non sono te.
RK: Ciao Dario, innanzitutto vi ringrazio per questa opportunità e per avermi regalato questo spazio. Mai me lo sarei immaginato, essere tra queste pagine mi lusinga e inorgoglisce. Volendo risponderti, questa è la storia di due giovanissime donne che si ritroveranno, chi per volontà, chi per obbligo, in un luogo cupo e pericoloso: un campo di addestramento per giovani reclute. La prima per mettersi alla prova, per crescere e migliorarsi, la seconda per un sincero moto di solidarietà verso i più deboli. Nel frattempo, impareranno a valutarsi l'un l'altra, ma anche a difendersi da quegli individui che per i più disparati motivi vorranno far loro del male. Mi piacerebbe definire Nina - Io non sono te un piccolo puzzle, un'opera il cui contenuto viene condiviso tramite brevi episodi narrati non sempre in modo cronologicamente lineare: uno stratagemma per dare informazioni utili senza mai divenire pesanti. È di fatto un dark action con sfumature storico-drammatiche. Mi preme però che il lettore sappia che non sta per approcciarsi a un fantasy, nonostante l'uso di alcune nomenclature scelte ad hoc possa far supporre qualcosa di simile. In parole spicciole? Se si vuol leggere di disciplina, amicizia, rabbia, sadismo e anche un po' di sana empatia, questo libro ne è buono spunto.

L: A naso direi che sei parecchio giovane, puoi raccontarci se hai avuto altre esperienze legate alla scrittura (libri, racconti, blog, scarabocchi sul banco di scuola, liste della spesa e cose simili...)?
RK: Ma grazie! Non sono poi così giovane, suvvia! Vero è che Google dice che rientro tra i Millennials, anche se tra i primissimi, quelli nati negli anni '80... e comunque se lo dice Google, io prendo e porto a casa! La scrittura fa parte di me, semplicemente, perché è la più sincera colonna sonora dell'intera mia esistenza: uno strumento per esprimere me stessa, prima di tutto, ma anche il modo più funzionale di comunicare al mondo tutto quanto a voce non sono forse mai stata in grado di esprimere. Sono partita dagli scarabocchi a scuola, è vero, ma poi mi sono resa conto che non potevo continuare a portarmi dietro pezzi di banco, e così ho deciso di prendere un quadernetto e continuare lì. Mai scelta fu più azzeccata, direi! Ho avuto (e ho) diversi blog, oltre a un sito che porta il mio nome (http://www.robinkartwrite.it), ho scritto storie a puntate, favole per i nipoti e racconti one shot per intrattenere un pubblico di animalisti coccolosi, ma anche articoli più o meno scientifici e più o meno Search Engine Optimized. Di liste ne faccio fin troppe, e guai a chi s'avvicina anche solo da lontano al mio "Favoloso libro di ricette appuntate negli anni che viene rimpinguato ogni volta che ne invento una nuova". Ecco, forse dovrei rivedere il titolo di quest'ultimo, che credo potrebbe darmi problemi in futuro, volessi mai pubblicarlo! Storielle e favolette a parte, Nina - Io non sono te è il primissimo lavoro importante che porto a termine. Una cosa seria, tanto che dentro ci sono personaggi, ambientazioni, colori e perfino cose-che-accadono-ai-personaggi, cioè, insomma, 'na roba di quelle che fanno tremare le gambe, che se sei abbastanza fortunato riesce a farti chiamare (lo dico a bassa voce, perché fa strano pure a me) scrittore!

L: Ogni libro vive all'interno di un suo contesto, quello presente in Nina - Io non sono te è molto particolare, puoi spiegarci come sei arrivata a scegliere proprio questo tipo di ambientazione?
RK: Beh, questa è una curiosità... e oltretutto nasce per serendipity, nel senso che cercavo qualcosa e ho trovato tutt'altro. L'ambientazione, la fredda Russia, è stata scelta perché alla mia protagonista è stato dato un nome russo. Beh, tu mi dirai, allora già sapevi di volere ambientare la storia in Russia, dato che hai chiamato il tuo personaggio Sveta! No, non lo sapevo. Sapevo solo che volevo "legare indissolubilmente il testo a me" cercando un significato nel nome del personaggio che richiamava l'origine del mio nome di nascita. Sembrerà stupido, ma Sveta ha radici simili a quelle del mio nome, il fatto che fosse di origine slava non aveva avuto rilevanza fino a quando poi non ho dovuto costruirci una storia attorno. E così è stato. Ho studiato, ho fatto ricerche e mi sono appassionata a una cultura così tanto lontana dalla nostra, ma con la quale ha anche tanti punti in comune. Ho avuto perfino la fortuna di conoscere una giovane madrelingua che un po' sapesse di italiano e mi raccontasse segreti succulenti di prima mano. Tipo quali sono i dolci che vanno per la maggiore durante la colazione, se fa davvero così freddo (risposta che non è giunta con soddisfacente entusiasmo, direi) e se le notti durano un'eternità proprio come raccontano le leggende da queste parti. Beh, lei è una russa che praticamente vive sullo stesso parallelo di Milano, e 'sta roba delle notti lunghissime non l'ha vista mai nemmeno lei. Ecco, diciamo che ho scoperto che la Russia è assai vasta... di una vastità che difficilmente si riesce a immaginare tutta in una sola nuvoletta di pensiero.

L: Domanda secca a tradimento. Tre autori che ti piacciono e che ci consiglieresti di leggere (se vuoi puoi citare qualche titolo e motivare la scelta).
RK: Alessando Baricco. Mi strugge l'anima ogni volta che leggo le sue storie psichedeliche. Credo che questo autore abbia in tasca qualcosa di stupefacente, così come credo mantenga costantemente un conto in sospeso con la realtà, visto che da quest'ultima rifugge, ma alla quale torna sempre con pungente rammarico. La verità è che i suoi testi stimolano in modo spontaneo e prepotente il mio inconscio, che quatto quatto spinge per venir fuori e dire la sua, e questa sensazione è talmente vivida e autentica che non posso non dargliene merito e farne menzione. Qualcuno dei suoi che consiglio? Castelli di rabbia e Tre volte all'alba su tutti. Il primo per la capacità che l'autore ha avuto di mettere in parole suoni, colori, gusti, odori e sensazioni, oltre a mostrare il potere invitto della mente umana. Il secondo perché è un paradosso dolceamaro.
Daniel Pennac. Colui che sa scrivere di purezza e crudeltà insieme senza strafare e cadere nel grottesco. Mai. Un autore coerente e perspicace, che dalla sua ha una sottile ironia che riesco a gustare ogni volta con gran soddisfazione. Da grande mi piacerebbe imparare a scrivere altrettanto bene. Banalmente consiglio la di lui Saga Malaussène, alla quale va data una possibilità solo per l'arguta sagacia con cui viene portata a compimento.
J. K. Rowling. Sì, lei. Una tra le pochissime donne che ha saputo magicamente restituirmi il sapore dell'infanzia, in un momento in cui ne avevo perso completamente il ricordo. E che riesce a farlo ancora adesso, ogni volta che apro uno dei suoi libri. Non ho molto da aggiungere, accenno a questa autrice solo per l'ascendente che ha avuto su di me, quando ancora mi sentivo una piccola e cinica giovinetta senza speranze. La dote più grande della saga di Harry Potter si intreccia indissolubilmente ai buoni sentimenti che troppo spesso dimentichiamo di possedere in origine: da bambini siamo perfetti nell'animo, nella mente e nel cuore. Poi qualcosa ci impensierisce, stendendo un velo di realtà troppo pesante e fitto perché si riesca ancora a respirare con leggerezza. Ecco, per qualche ora mi prendo una pausa dalla realtà e torno bambina. Può esistere regalo più grande che un autore possa farci?

L: Leggendo il libro è chiaro come nella tua testa ci siano già uno o più possibili sequel, puoi svelarci quali programmi hai per il futuro dei tuoi personaggi (a livello editoriale) e se hai idea dei tempi di realizzazione dei tuoi progetti?
RK: Eccoti un'altra curiosità: quest'opera è stata ideata come unica. La suddivisione in tre tomi (ho già accennato al fatto che la saga è composta da tre volumi?) è arrivata successivamente, quando ho potuto appurare che la mole dell'intera trama era troppo corposa perché il lettore potesse accettare un libro d'esordio di mille e più pagine. Così mi sono detta che suddividerla sarebbe stata la migliore strategia, sperando così di conquistare il lettore prima e proporgli a mano a mano il resto dopo. Sono attualmente in piena stesura, e mentirei se dicessi che mi sento sicura di poter proporre già il seguito (data la mia più che conclamata vena ossessiva di voler revisionare il resto più volte per evitare refusi), ma certamente per il nuovo anno andrà in pubblicazione, augurandomi che il terzo possa trovare completamento entro il 2020 e venire alla luce l'anno successivo. Romanticamente mi piacerebbe pubblicarne uno all'anno, sempre nella medesima data e farmi tre bei regali di compleanno di fila, ma vedremo poi in realtà come andranno le cose.

L: Sappiamo tutti che esordire nel mondo dell'editoria non è cosa facile, come mai hai optato per l'autoproduzione e quali sono secondo te le difficoltà maggiori che oggi si incontrano per chi vuole trovare una casa editrice seria disposta a credere davvero in un progetto?
RK: Mai come oggi posso dirti che è effettivamente dura. È dura anche quando si studia in modo approfondito, si opera d'impegno e perseveranza, e si sceglie umilmente di fare gavetta e prendersi critiche non sempre costruttive. È dura perché affinché si possa esser scelti è necessario lasciare che terze persone giudichino il tuo lavoro. E non parlo solo degli agenti letterari o degli individui preposti in vece delle case editrici alle quali con tanta speranza hai inviato il tuo manoscritto, ma anche del primo pubblico cui si concede di misurare la tua anima, il tuo "inside", al quale probabilmente assegneranno un'anonima stellina che lo definirà irrimediabilmente. E a te autore deve andare bene. In ogni caso ho scelto consapevolmente l'autopubblicazione perché le realtà "piccine" di case editrici appena avviate, e indubbiamente oneste, non avrebbero saputo offrirmi qualcosa che da sola non avrei potuto io stessa mettere in atto. E va bene la presentazione a Santa Margherita di Fossa Lupara, ma beh... ci siamo intesi, no? Così, se proprio voglio fare un tuffo nell'ignoto, che sia fatto con le mie forze, le mie energie, le mie "strategie", i miei errori e tante capocciate utili a permettermi una sana crescita. Poi, chissà, io sono ottimista, indiscusso giudice è solo il lettore, e sarà quest'ultimo a lasciare che il mio testo emerga se davvero lo merita. A volte fa più un passaparola che tante costosissime strategie di marketing.

LCome ci siamo già detti chiacchierando, la copertina scelta per il libro mi ricorda in maniera forte il "romanzo rosa", genere che posso affermare si trovi parecchio lontano dai tuoi contenuti, vuoi rassicurare i nostri lettori che penso siano anche loro su un'altra lunghezza d'onda rispetto al classico romanzo d'amore?
RK: Eccomi a rassicurarvi, cari lettori (e-spero-presto-fan-sfegatati-di-Nina)! Non c'è una, dico una, scena di puccettoso rosa in quest'opera... oddio, forse viene giusto accennato un bacetto, ma quello concedetemelo! Nella paura di diventare monotematica, ho tentato di spaziare per quanto possibile attraverso vari canali sensoriali ed emotivi, volendo che i miei personaggi sperimentassero situazioni autentiche. Sì, forse mi sono lasciata un po' andare in quanto a cupezza e termini duri (qualcuno una volta mi ha definito "virile", riferendosi al mio stile di scrittura), ma venendo al fulcro della domanda, la scelta di adoperare una copertina tanto luminosa è più che voluta. Ciò proprio a fronte non solo del nome dato alla protagonista (quello cui prima accennavo), ma anche della non così subliminale dicotomia "luce/buio" che permea l'intero testo. D'altro canto, volessimo badare solo alla quarta di copertina, sapremmo che i giovani impegnati in questo percorso vogliono diventare Ombre Oscure, quindi è sotteso partano da una certa "luminosità" d'animo. Non avrei potuto scegliere immagine migliore... e se è vero che non bisogna giudicare un libro dalla copertina, allora è giusto dare una possibilità anche al mio non convenzionale abbinamento.

LIl libro presenta una narrazione cronologica non lineare. La stesura del testo da parte tua ha seguito l'ordine cronologico degli avvenimenti o la versione finale che è andata in stampa rispecchia l'ordine in cui hai effettivamente scritto i capitoli? Quanto tempo fa è nato questo progetto?
RK: E veniamo al tasto dolente! Ho ricevuto critiche contrastanti a tale proposito. C'è chi ha apprezzato e chi ha detestato la scelta di andare "avanti e indietro" nel tempo senza motivazione apparente. Questi salti sono stati il mio più grande orgoglio e la mia dannazione. Chi non li ha capiti non ha voluto nemmeno fare il tentativo di mettere insieme i pezzi, chi invece ne è rimasto meravigliato in un caso mi ha addirittura dato la soddisfazione di leggere il testo per più di una volta ordinando gli episodi cronologicamente: un modo come un altro per carpire altri indizi. La stesura è tendenzialmente nata nell'ordine attuale, giusto il Prologo è venuto un po' dopo, assieme a un paio di capitoletti intermedi. Di fatto, però, in corso di scrittura mi sono resa conto che erano le idee a spuntare rigogliose e a trovare la corretta collocazione all'interno dell'arco temporale ogni volta che mi lasciavo andare all'ispirazione, tanto che al termine di un capitolo non dovevo fare altro che segnarmi qualche appunto e attendere il momento adatto per svilupparne successivamente il seguito. Nella mia mente però è nato quasi tutto nel modo proposto. Le primissime parole del libro appartengono al capitolo che ora è stato numerato come quarto della prima parte ("Libera la mente") e sono state messe su carta il primo settembre del 2017. Ricorderò per sempre questo giorno, perché è stato quello in cui ho conosciuto Sveta, la mia protagonista.

LMa tu ti senti più Nina o più Sveta? (questa i lettori la capiranno dopo aver letto il libro)
RK: Bella domanda, alla quale dare una risposta è poco meno che andare in crisi profonda. Io sono entrambe e nessuna. Vivo attraverso di loro e loro sanno di me, nel senso che possiedono il sapore della mia rabbia, conoscono il modo in cui mi relaziono con il mondo, hanno ben chiare le reazioni che potrei mettere in atto a fronte di determinati accadimenti. Come ho potuto in più di una circostanza appurare, riferendomi a Sveta, lei è tutto ciò che io sono e tutto quanto io mai sarò, in un senso di profonda soddisfazione e malinconia che mi rende consapevole di quanto io sia fallibile e semplice in quanto a essere umano, ma contemporaneamente di quanto sappia vivere appieno grazie alle parole che la mia protagonista mi ha suggerito. Perché sono loro che raccontano, io non sono che un mezzo. Con Nina sono in pieno conflitto, perché così tanta bontà mi fa spesso imbestialire ed è più lei che prenderei a schiaffi, che chiunque altro nel testo. Perciò se mi chiedi io chi mi senta di più, queste poche righe sono tutto quanto io sia stata in grado di condividere nel tentativo di mettere in piedi una risposta degna della domanda. Me la sono cavata male, vero? Eh, sì, me ne sono accorta!

L: No, tranquilla, non te la sei cavata male. Per chi fosse interessato al tuo lavoro dove può trovare una copia di Nina - Io non sono te?
RK: Beh, prima di tutto sarei onoratissima se qualcuno che ha avuto il fegato di legger fino a qui si sia perfino riscoperto interessato all'opera! Quindi presto, prima che cambi idea! Nina - Io non sono te è disponibile on line su Amazon, sia in versione cartacea che digitale a questo indirizzo https://www.amazon.it/Nina-Io-non-sono-te/dp/1688492984/

L: Loudd è una webzine a impronta prevalentemente musicale, cosa ci suggeriresti come colonna sonora del tuo libro? Invece solitamente io mi occupo di Cinema, se dovessero fare un film dal tuo libro che attrici sceglieresti per i ruoli di Nina e Sveta e da chi faresti dirigere il film?
RK: Una premessa è d'uopo: quando sono in compagnia delle parole, vorrei non ce ne fossero altre a far da distrazione, quindi se di musica si parla sceglierei un assolo di piano, lento, melanconico e dalle tonalità basse che scavano l'anima. Non dico la Sonata al chiar di Luna di Beethoven, ma quasi. In fin dei conti però ognuno ha uno stato d'animo da nutrire, un carattere da delineare e una personalità cui dar conto... e la musica è talmente personale che definire i tratti di un abbinamento farebbe torto a chiunque volesse cercare la propria colonna sonora! In quanto al film... oddio, qui mi hai messo in crisi, perché non ho mai pensato a un'eventualità simile, e mi sono resa conto di non essere nemmeno così preparata sulla questione. Vabbè che parliamo di assurdi, ma dovesse mai accadere che lo spazio tempo di ripieghi su se stesso, o che semplicemente una botta di... fortuna conceda alle mie protagoniste un volto, beh, probabilmente la giovanissima, e dai tratti delicati, Elle Fanning impersonerebbe la mia Nina, Sveta avrebbe il viso furbo, spigoloso e sbarazzino di Saoirse Ronan che credo le darebbe giustizia come nessun'altra. Bah, sognar non costa nulla e se non è Chistopher Nolan, che me lo diriga almeno Bryan Singer! :)

L: Bene, in bocca al lupo per questo e per i prossimi episodi della saga e grazie per aver passato un po' di tempo con noi.

domenica 7 luglio 2019

ALL'OMBRA DEL SALICE - INTERVISTA A MARIO BARALE

(di Mario Barale, 2018)

Intervista realizzata per Loudd!

Nanni Baretti è il Commissario (ex in realtà) che non ti aspetti. Un uomo in pensione, parecchie primavere sulle spalle, diversi chili sulla pancia, un amore vero per la tavola, soprattutto se apparecchiata a dovere, un legame forte con il suo territorio - un Piemonte a cavallo tra realtà geografica e fantasia toponomastica - un pizzico di razzismo più d'abitudine che realmente radicato e che ce lo fa comunque inquadrare come un bravo cristo e qualche crepa suo malgrado alle spalle. Nanni Baretti è un uomo che ha fatto la sua parte e che oggi preferirebbe trovarsi tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo piuttosto che sulla scena di un delitto, soprattutto se questa scena scoperchia ricordi mai del tutto sopiti rinnovandone il vigore in maniera intimamente dolorosa.

A riportare in vita i vecchi dolori è una piena, quella del Brandino, che con la sua forza dirompente fa riemergere dalla terra i resti di quattro corpi spariti nel nulla tanti anni prima nella frazione Tetti Grigi. Sulla scomparsa di quelle che allora erano quattro giovani ragazze indagò proprio il Commissario Nanni Baretti che nel corso delle indagini non riuscì a ritrovarne i corpi. Ora il caso si riapre, i resti delle ragazze dichiarano a gran voce come della loro scomparsa sia stato accusato un innocente, un uomo che proprio Baretti contribuì ad arrestare, un peso che ora grava come un macigno sulla coscienza dell'ex poliziotto. Per dipanare la matassa il titolare dell'indagine, il Commissario Caruso, si dovrà avvalere proprio della collaborazione del suo predecessore.

All'ombra del salice è un thriller che soddisferà il palato degli amanti del genere, primo di una serie di romanzi con protagonista Nanni Baretti, mette sotto i riflettori una "strana coppia", topos narrativo che ha decretato il successo di tanta letteratura e tanto cinema, qui declinato con un pizzico d'originalità dato proprio dalla figura di Baretti, un piemontèis d'una certa età con tutta una serie di caratteristiche non proprio da action man che insieme al più giovane Caruso darà vita a diversi scambi di vedute e battute decisamente divertenti. Interessante la scelta di Barale di narrare una vicenda che vede due piani d'azione, quello presente e quello legato alle vicende del 1974, senza ricorrere al vero e proprio uso del flashback ma illuminando pian piano i fatti del passato tramite i racconti dei testimoni dell'epoca, Baretti in primis, senza abusare di salti temporali ma ricorrendo alla memoria storica degli stessi protagonisti del romanzo (scelta non banale). Lo stile di scrittura è molto lineare, scorrevole, cosa che rende agile e piacevole la lettura del romanzo, nonostante la territorialità della vicenda non sono presenti ostacoli linguistici di sorta (e pensiamo al dialetto), lettura quindi adatta davvero a tutti. Niente male anche la confezione del libro a opera della casa editrice Yume che a parte qualche sporadico refuso porta a termine un buon lavoro impreziosito dalle illustrazioni dello stesso Barale che oltre che con la penna (o con la tastiera se preferite) non se la cava male nemmeno con la matita.

Ad ogni modo abbiamo la possibilità di approfondire il discorso proprio con l'autore che si è reso disponibile a scambiare quattro chiacchiere con noi di Loudd.

Mario Barale all'opera
L: Ciao Mario, benvenuto tra le pagine virtuali di Loudd. Iniziamo con un po' di presentazione, ci piacerebbe sapere come sei arrivato alla scrittura e alla successiva pubblicazione con Yume.
MB: Alla scrittura sono arrivato più o meno per caso, a me è sempre piaciuto scrivere e non ho mai avuto il coraggio di farlo, gli altri erano sempre più bravi e c'era sempre qualcosa che mi disturbava; poi sono diventato papà e mi è venuta voglia di scrivere delle fiabe per mia figlia, ho cominciato a scrivere per lei e ho scritto una, due, tre, quattro, cinque, sei fiabe... che erano tutte carine, divertenti, tutte politicamente corrette, erano tutte delle belle paraboline con il loro bel finale, però erano noiosissime perché non succedeva mai niente e non moriva mai nessuno. Quindi le fiabe mi hanno stufato in fretta, da lì sono passato a un romanzo per ragazzi che non ho mai concluso nel quale avevo infilato anche le fiabe per aumentarne le pagine; lasciato perdere quello sono passato a un horror che non verrà mai pubblicato anche per motivi di spazio perché penso supererebbe abbondantemente le 500 pagine, tra l'altro anche carino, un horror un po' diverso dal solito, parlava di zombi ma aveva una sua precisa struttura e un suo perché e lasciava aperte delle domande anche abbastanza importanti, quindi non è detto che magari un giorno non lo riprenda, l'unico neo è che ho voluto fare l'americano, ambientarlo in California e io in California non ci sono mai stato, quindi potrei aver scritto delle stupidaggini devastanti che magari un americano potrebbe farmi notare ma che io non ho colto, perché non so come vivono loro, e quindi l'ho lasciato lì. A Yume sono arrivato dopo tre anni di Salone del Libro, girando per le bancarelle, cercando gli editori che pubblicavano storie simili alla mia, quindi ambientate a Torino o in Piemonte, dove ci fosse del thriller e che fossero disposti a pubblicare una serie, io avevo cominciato con un racconto singolo che poi però è diventato il primo di una serie. Ho contattato loro quasi per scherzo, come tanti altri, e così siamo partiti e ora siamo fuori con tre libri e si spera di continuare.

L: Quando ha iniziato a formarsi l'idea di mettere giù il tuo primo libro, ti è stato chiaro da subito che sarebbe stato un giallo/thriller? È il tuo genere d'elezione o hai valutato la possibilità di andare anche in altre direzioni? Per quel che riguarda il genere quali sono i tuoi scrittori di riferimento, classici o moderni che siano?
MB: Quando ho iniziato a scrivere All'ombra del salice sapevo esattamente quello che volevo scrivere, è stata una prova con me stesso. Infatti dopo aver scritto l'horror e tutto il resto, avevo voglia di misurarmi con qualcosa che fosse vicino a me a livello geografico, come ambiente, volevo parlare di Torino e di tutto quello che mi circonda, e poi era una specie di sfida con me stesso perché volevo vedere se fossi stato in grado di scrivere un romanzo pubblicabile sia dal punto di vista del numero delle pagine sia a livello di tematiche, insomma se riuscivo a tirar fuori una storia che fosse avvincente ma che fosse anche veloce; a me piace un tipo di scrittura veloce, molto rapida, non amo i giri di parole troppo lunghi, mi piace Cormac McCarthy perché quello che scrive Stephen King in venti pagine lui lo scrive in cinque righe e per questo si legge decisamente meglio. Quindi io sapevo cosa volevo scrivere, sapevo dove volevo arrivare e conoscevo esattamente le ultime parole che avrei usato per chiudere il libro e infatti l'ho finito proprio con quelle. Non incomincio mai a scrivere solo perché ho un bello spunto, un bell'incipit, incominciamo e poi vediamo... no! Io so esattamente quello che succede, poi al limite può capitare strada facendo di voler ingarbugliare un pochino la trama, magari introducendo qualche personaggio non proprio pertinente alla storia diciamo, così da aggiungere qualche elemento di disturbo in modo da portare il lettore fuori strada, quello lo faccio, ogni tanto. Cerco sempre di rispondere a tutte le domande ma ogni tanto amo inserire questi personaggi, che come tutti i personaggi di secondo piano a volte non sono più solamente dei riempitivi, perché quando mi piacciono particolarmente li ripropongo, magari non sempre nello stesso ruolo. In una serie è rassicurante per chi legge ritrovare personaggi conosciuti, perché la triade dei protagonisti in qualche modo si espande, diventando una specie di famiglia allargata.


L: Come è nata l'idea di mettere al centro dei tuoi romanzi un personaggio un po' inconsueto come Nanni Baretti: attempato, fuori forma, un po' borbottone che dà l'idea del classico pensionato più che del commissario.
MB: È nata per un motivo molto semplice, perché a me non piacciono i vincenti per forza. Io ho sempre odiato Superman, ho sempre odiato Topolino, ho sempre odiato quelli che vincono, come Tex Willer, a me piaceva Ken Parker perché si pigliava un sacco di mazzate, mi piaceva Paperino, quindi volevo uno che fosse così, che fosse umano vero, capace di piangere, capace di incazzarsi, capace di fare tutte le cose che facciamo noi, infatti ogni tanto nei suoi racconti ci metto anche le cose normali, lui che va al gabinetto, lui che fa le cose che fanno tutti; la mia editrice non è sempre contenta di tutto quello che ci infilo, però io volevo proprio dargli un tocco umano, un tocco vero. Non mi piaceva l'idea che fosse di ferro, invincibile, che sapesse volare, che avesse i super poteri o la vista a raggi x, anzi, lui non ci vede, ci sente così così, però è uno che se lo fai incazzare ha ancora una bella castagna, e ogni tanto gli faccio tirare anche qualche bel cazzotto.

L: All'ombra del salice è un romanzo molto legato al territorio del Piemonte, nel racconto compaiono luoghi reali così come posti immaginari. Questi ultimi sono ricalcati su paesi esistenti o sono completamente frutto di fantasia?
MB: 50 e 50. Spesso e volentieri, anche quando racconto di Torino, cerco di descrivere una parte reale, per prendere per mano chi legge e accompagnarlo fisicamente in un posto, e poi a un certo punto la strada cambia. Per esempio ho scritto spesso della collina torinese e guardando Google Maps ho descritto delle cose molto precise, delle curve, un ponte, etc.; poi a un certo punto quando nel romanzo dovevano entrare in scena delitti o altri accadimenti allora ho inventato: la strada diventava più lunga, faceva un giro diverso, perché volevo evitare che qualche persona prima o poi venisse a dirmi "hai ambientato a casa mia un omicidio", e quindi c'è del vero così come ci sono cose inventate, sia nel paese che nelle strade come in tutte le cose che descrivo. l'idea che mi diverte molto è quella di raccontare un delitto, una situazione particolarmente pesante e brutta, in un posto reale (ma pubblico)  per far si che magari prima o poi qualcuno, passando di lì di sera, sentendo un rumore strano, si ricordi del libro e si giri, spaventato, quella è un'idea che mi piace un sacco, l'idea di spaventare qualcuno a distanza nel tempo, più in là.

L: Sappiamo che oltre ai primi tre romanzi già usciti per Yume ci sono nel cassetto già pronte altre avventure per Baretti, puoi anticiparci qualcosa senza entrare troppo nei dettagli? Gli episodi successivi saranno ambientati tutti in Piemonte? Rivedremo qualche personaggio comparso in All'ombra del salice? C'è qualche progetto più particolare in cantiere?
MB: Ti posso dire solo che allo stato attuale ci sono altri sei racconti finiti, di lunghezze diverse che sarà da valutare come far uscire e che sono da leggere quasi tutti in sequenza. Ci sono alcuni romanzi, come il secondo e il terzo (Attraverso il segreto e Il borgo dei pazzi) che sono molto legati tra loro; poi il successivo, per evitare la noia in chi legge, quando uscirà tratterà un tema completamente diverso. Poi ci saranno ritorni più o meno ciclici legati ai due libri citati prima, attorno a questi due libri c'è una specie di ragnatela che li avvolge, i due libri si possono leggere anche separatamente però se si vuole cogliere appieno il racconto ad ampio respiro bisogna leggerli in sequenza, per evitare incomprensioni e anche qualche piccolo spoiler, insomma, mettiamola così, i morti muoiono una volta sola. Forse.

L: Vista la confidenza con la matita, nei prossimi romanzi non c'è la possibilità di vedere qualche illustrazione in più? Visto che siamo in tema c'è qualche illustratore/disegnatore che ami particolarmente?
MB: Mi piacerebbe riempirli di illustrazioni i libri, peccato che questa cosa non venga tanto recepita. Di illustratori bravi ce ne sono a bizzeffe, se dovessi dirti il nome di due illustratori che mi piacciono tantissimo, anche se sono illustratori del passato, ti direi Arthur Rackham, il primo e più grande, il principe di tutte le fiabe di inizio secolo e di cui sto comprando con molta fatica qualcuna delle prime stampe, roba del 1910/1920, cose che costano... il giusto, ma che sono anche dei libri meravigliosi; e poi c'è un fumettista che ha illustrato tantissime cose belle che è Dino Battaglia, autore italiano che pubblicava su Alter Alter, su Linus e che ha illustrato delle cose bellissime di Edgar Allan Poe, ha illustrato Gargantua e Pantagruel e moltissimi altri autori... poi c'è gente come Sergio Toppi, tutta gente stratosferica al quale io potrei al massimo fare la punta alla matita, ecco. Mi piace anche curare molto bene le copertine da tutti i punti di vista e in questo faccio impazzire gli stampatori perché ho adottato una tecnica a base di matita e di colori ad acrilico a campiture piene piuttosto problematica da riprodurre, perché stampare la matita vuol dire caricare molto i colori per far uscire fuori il grigio, e quando carichi troppo il colore sovraccarichi molto l'acrilico e le campiture e diventa un casino da bilanciare. Però anche lì io volevo creare uno stile che fosse un pochino mio, come ad esempio le vecchie copertine di Urania, qualche cosa che fosse riconoscibile, in modo che quando vedi il libro insieme agli altri un po' ti ricordi il personaggio, un po' gli accostamenti di colore, un po' la grafica e lo riconosci in fretta, perché la copertina è fondamentale, è la prima cosa che vedi e deve essere perfetta, perché insieme alla quarta di copertina deve farti venire voglia di leggere il libro; se tu sbagli una di queste due componenti secondo me tu il libro non lo vendi, fronte e retro sono la sua carta d'identità. La quarta di copertina la scrivo da solo, perché la voglio scrivere con lo stesso stile e con la stessa mano che ha scritto il libro, non dev'essere una cosa fatta da un altro perché la differenza di temperatura si sente.

L: In All'ombra del salice c'è un finale un poco particolare, senza svelare nulla ai nostri lettori vorrei chiederti quanto è difficile chiudere la stesura di un libro, trovare il giusto finale per una storia che si è sviluppata anche per molte pagine? E ancora, è proprio vero che a un certo punto i personaggi iniziano a "scriversi da soli" o è una grandissima bufala, per quella che è la tua esperienza tu come la vedi?
MB: Ma guarda, sul finale All'ombra del salice in realtà cambia registro, e una cosa analoga succede anche nel secondo libro, Attraverso il segreto, a me piace a un certo punto quando scrivo, se possibile, introdurre un punto di rottura, non mi piacciono le cose troppo lineari, a un certo punto tutto cambia, da una parola in poi, da una riga in poi, da un momento in poi tutto si trasforma, tutto il racconto che ti ha preso per mano e ti ha accompagnato attraverso le pagine a un tratto muta e tu ti trovi in un mondo completamente diverso, magari anche ostile, completamente fuori registro, e a me è piaciuto molto sfruttare questo cambiamento, che poi è il cambio di registro che introduce la serie. Questo libro infatti non è nato per essere il lancio di una serie ma è nato come esperimento, diventa una serie da questo punto in avanti, perché ho capito che Nanni Baretti doveva continuare ma su quel registro lì. Quello che nasce come un thriller a un certo punto sconfina, e nel secondo libro succederà la stessa cosa, ci sarà un punto di rottura molto preciso dove il lettore dirà: "che cosa sto leggendo?", e qui è la stessa cosa, il finale volutamente diverso è questo, il voler scombinare le carte in tavola, è proprio il colpo di coda, la sorpresa finale, quello che non ti aspetti. Non a tutti è piaciuta molto questa cosa, perché chi vedeva All'ombra del salice come un thriller tradizionale a un certo punto si è trovato fuori dai binari, però secondo me il colpo forte è proprio questo, e soprattutto cercare poi di ricondurre tutto a una sorta di normalità, perché Nanni Baretti è una persona normale capace di fare cose straordinarie, ma le fa in un modo tranquillo e sereno, vive delle avventure completamente al di fuori della normalità però le vive con naturalezza, per lui tanto è così, non è un uomo di scienza che cerca per forza una spiegazione, una spiegazione non c'è e va bene, la viviamo così, è un pochino più spirituale per alcune cose, un pochino più al di fuori. I personaggi vivono di vita propria? Mah, in realtà Baretti è stato un esperimento che poi è diventato uno di famiglia, vive di vita propria da un certo punto di vista perché in realtà lui è molto me, è molto il piemontese vecchio stampo, vive ancora in un mondo legato alla Torino di qualche anno fa che piaceva anche a me perché quello che c'è adesso in giro non piace a lui come non piace a me, quindi c'è molto di lui in me, io sono lui per alcune cose, anche fisicamente ci sono molti punti in comune, pancia compresa (questo scrivilo pure, non c'è problema), vive di vita sua perché ormai è un personaggio, e io mi diverto molto a inventare il suo passato, a rivelarlo un poco alla volta, lui è un piemontese anche in questa cosa, si rivela un poco alla volta, un pochino di più in ogni libro.

L: Come sai Loudd è una webzine principalmente a tema musicale. Quando scrivi ascolti musica di sottofondo o scrivi in totale silenzio? Facciamo un giochino, riusciresti a consigliare qualcosa ai lettori di Loudd da ascoltare come sottofondo durante la lettura del tuo romanzo? Qualche pezzo, un album, quello che preferisci...
MB: A me piace molto scrivere ascoltando musica, generalmente lo faccio con le cuffie mettendo in mp3 tutto quello che capita, dal progressive al metal fino al jazz, tutto purché sia musica buona. Mi piace molto legare alcune cose a delle canzoni, ad esempio quando ho scritto il romanzo per ragazzi che poi non ho mai concluso, addirittura volevo includere una guida all'ascolto, cioè quando leggi questo capitolo, sarebbe perfetto che tu ascoltassi questo brano, perché musicalmente ti accompagna. Per Nanni Baretti potrebbe essere la stessa cosa, logico che essendo un piemontese di quell'epoca tu ti aspetteresti da lui il liscio e le mazurche, ma potrebbe stupirti invece... Una guida musicale mi piacerebbe, si. Per ora potrei consigliare per la sequenza iniziale, quella della piena, il segmento The arrival di Fall of the house of Usher di Alan Parsons Project. Poi ci sono cose di Steven Wilson che ben si sposano agli stati d’animo di alcune parti del libro, come Belle de Jour, che bene accompagna la lettura della lettera a pagina 48, oppure il Raiader Prelude, perfetto per pagina 81/83, mentre per il finale a pag. 198 vedrei bene una vecchia perla del solo di Ace Frehley del 1978 (i miei amori di ragazzo, i Kiss), ossia Fractured Mirror, che con le campane e l’attacco mesto della batteria porta i battiti del cuore alla frequenza giusta per l’epilogo.

L: Per i lettori che fossero interessati ai tuoi libri dove possono trovarne una copia?
MB: Oltre che su Amazon, Ibs, Feltrinelli etc, dipende da dove sono ubicati perché la distribuzione riguarda più che altro la parte centro settentrionale d’Italia, lì si può trovare in tutte le librerie ordinandolo, altrimenti richiedendolo alla casa editrice o al sottoscritto, se qualcuno avesse voglia di ricevere una copia personalizzata con disegno e dedica, è una cosa che faccio volentieri per tutti. Potete contattarmi tramite la pagina fb https://www.facebook.com/MarioBaraleScrittore/

L: Chiudiamo con la classica domanda marzulliana. C'è qualcosa che avresti voluto ti chiedessi e non ti ho chiesto e a cui avresti avuto piacere di rispondere? Vuoi raccontarci qualcosa tu?
MB: Beh si, qualcosa riguardo le presentazioni del libro. C’è qualcosa di particolare quando fai una presentazione, qualcosa che la gente si porta a casa, al di là della copia del libro, proprio a livello di ricordo, di esperienza personale. Io ti posso rispondere che mi piace nelle presentazioni anzitutto non essere troppo serio, perché come nei miei libri ci  sono delle sequenze divertenti, delle uscite di Baretti anche un pochino stupide, alcune volte bilanciate da altre parti più serie o addirittura da qualche spunto di riflessione, anche nelle mie presentazioni mi piace adottare la stessa linea, quindi ci sono frasi ad effetto divertenti, in modo da togliere un pochino quell'alone di presentazione seriosa e anche un po’ noiosa dove c’è uno che parla, bla bla bla, tutto il tempo. Io ad esempio quando mi è possibile, in questo momento non potrei farlo per il troppo caldo, indosso un vecchio gilet fatto dalla mia madrina negli anni 50, un gilet di lana su cui mi sono costruito un coltello finto, un coltello piantato in questo gilet con del sangue finto che però visto da lontano fa un certo effetto, un coltello bello grosso... così io interpreto la parte dello scrittore morto che arriva chiedendo scusa a tutti "ma questa sera non mi sento tanto bene, ho una fitta allo stomaco e non so che cosa sia". Voglio che la gente quando torna a casa si porti via un ricordo allegro e non  soltanto quello dell’ennesima presentazione di un libro, è bello lasciare qualche cosa di sé a livello umano.

L: Grazie Mario (sembra di essere in Non ci resta che piangere) per la tua disponibilità e chissà che non ci si risenta per qualche altro progetto.

Una presentazione di Mario Barale
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