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venerdì 28 agosto 2026

CAPTAIN AMERICA: BRAVE NEW WORLD

(di Julius Onah, 2025)

Premessa: vidi Captain America: Brave New World poco prima di andare in vacanza e del film, a parte le impressioni generali, ricordo ormai davvero poco, e questo la dice lunga sull’interesse che ha suscitato in me questa pellicola, ennesimo episodio trascurabile di un Marvel Cinematic Universe preso in un momento in cui arrancava non poco nel trovare una sua giusta direzione. Purtroppo il personaggio interpretato da Anthony Mackie non ha il carisma del “vero” Capitan America, Steve Rogers: Sam Wilson non tiene il passo di Rogers, esattamente come Mackie non regge il confronto, almeno nei panni di Cap, con il biondo Chris Evans che già di suo non mi azzarderei ad annoverare tra gli attori più carismatici dello star system hollywoodiano, ma che nei panni di Steve Rogers se l’è sempre cavata egregiamente. Il problema dei vertici dei Marvel Studios fu probabilmente la necessità di mettere una pezza all’uscita di scena di alcuni volti noti, l’esigenza di reinventare un universo narrativo fino a pochi anni prima remunerativo e, per i fan, anche entusiasmante, senza avere la più pallida idea, nel farlo, di che direzione intraprendere, inanellando così film scialbi (o bruttissimi) come Ant-Man and the Wasp: Quantumania, The Marvels, questo Brave New World o serie trascurabili come Echo o l’occasione sprecata Secret Invasion. Ha senso, tra l’altro, parlare di episodi del MCU ormai superati da sviluppi successivi e da prodotti più recenti? Il film è solo del 2025, eppure sembra già sorpassatissimo. A questa domanda non so rispondere, ma mia figlia vuole fare un po’ di recupero prima dell’uscita in sala dei prossimi Avengers, e quindi…

Negli Stati Uniti d’America il neo-eletto presidente è ThaddeusThunderboltRoss (Harrison Ford), un leader deciso a trovare un accordo internazionale sullo sfruttamento dell’adamantio, prezioso minerale legato alla presenza dei Celestiali, esseri misteriosi visti in Eternals. Inoltre, puntando sul “carisma” del nuovo Capitan America (Anthony Mackie), il presidente vorrebbe rifondare gli Avengers, lasciando a Cap l’onore del comando. Durante un ricevimento alla Casa Bianca, al quale sono invitati anche Cap, il nuovo Falcon, il messicano Joaquin Torres (Danny Ramirez), e quello che viene definito “il Cap nero” Isaiah Bradley (Carl Lumbly), alcuni uomini del servizio di sicurezza attentano alla vita del presidente; nell’attentato sembra avere un ruolo anche Bradley, da poco scagionato da vecchie accuse e terrorizzato dalla possibilità di dover tornare in prigione. Cap subodora da subito il complotto, Bradley è un uomo retto, non può essere colpevole di cotanto misfatto, inoltre la situazione internazionale si surriscalda e ben presto viene fuori il nome del burattinaio che tira le fila di tutti i guai recenti che stanno piombando addosso al presidente, a Capitan America e ai suoi alleati. Il nome di Samuel Sterns, il Capo (Tim Blake Nelson), non è estraneo alla vicenda.


Diciamocela tutta, fuori dai denti, Captain America: Brave New World si può anche guardare, abbiamo visto di peggio; l’impressione sui titoli di coda però è quella che qui manchi un poco di tutto. Mancano i personaggi carismatici nei ruoli chiave: il Cap nero (o i Cap neri in questo caso) poteva essere una buona spinta per problematizzare il razzismo negli U.S.A., argomento qui solo lambito e mai approfondito veramente. Sul versante action/carisma il nuovo Cap purtroppo barcolla, non è una questione woke o attinente alla sfera del politicamente corretto, in fondo i Marvel Studios hanno attinto a quanto già visto nei fumetti (e all’epoca l’albo del Cap nero era più intrigante di quello del Cap bianco), è proprio che nei panni di Cap gran parte del pubblico vuole vedere Steve Rogers, e Sam Wilson è un buon Falcon, una buona spalla. Il Falcon nuovo invece è poco più che una macchietta spara-battute, interesse zero, non c'è un minimo di costruzione del personaggio. Questi, che sono i protagonisti, vengono facilmente surclassati dalle prove di Harrison Ford e Carl Lumbly, ottimi entrambi, ma, per ovvi motivi, non è su di loro che si può rifondare il Marvel Cinematic Universe. Completamente sprecata la figura di “The Leader”, un villain che avrebbe meritato ben altro spessore e ben altra resa scenica (due pustole su una faccia verde non sono una gran cosa). Manca anche una buona sceneggiatura: l’intreccio è noioso e fa rimpiangere i precedenti capitoli dedicati al personaggio, tutto sembra “tirato via” senza l’idea di una meta ben precisa da raggiungere. In questi giorni abbiamo guardato anche la prima stagione di Daredevil: Rinascita; c’è un abisso di scrittura tra i due prodotti, chilometri di distanza tra il carisma di un Vincent D’Onofrio e uno qualsiasi degli interpreti qui presenti, anche i migliori. In più, nell’America trumpiana, ogni stortura politica proposta nel film sembra una barzelletta se paragonata alla realtà odierna. Certo, questo gli sceneggiatori magari non avrebbero potuto prevederlo.

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