Lo sciame è il primo lungometraggio del parigino Just Philippot, regista che, “alla lontana”, si potrebbe definire figlio d’arte, in quanto cresciuto in una famiglia in cui ci si occupava di distribuzione cinematografica. Dopo una gavetta costruita su alcuni cortometraggi selezionati anche da festival importanti come il Sundance Film Festival, Philippot esordisce nel lungo con questa sorta di horror che in realtà, ed è il tratto sicuramente più interessante del film, si configura piuttosto come una riflessione sulla difficoltà, anche e soprattutto economica, che la famiglia disfunzionale protagonista del film incontra tutti i giorni nel barcamenarsi tra le mille sfide poste dall’esistenza quotidiana. Non è facile dire quali siano state le reali intenzioni del regista: concentrarsi sul lato horror della vicenda, lavorando sull’inquietudine scaturita dal mutare dei comportamenti di una colonia di cavallette, oppure dare risalto alla situazione sociale, personale ed economica dei protagonisti in rapporto agli ostacoli posti dalla società che sta loro intorno? Sembra abbastanza evidente che quest’ultimo aspetto sia quello meglio approfondito; ne Lo sciame, per quel che riguarda l’orrore puro, a parte qualche breve passaggio che guarda al body horror, non c’è poi molto nel film per cui rabbrividire o saltare sulla sedia.
Virginie (Suliane Brahim) è una giovane vedova che cerca di crescere i suoi due figli, l’adolescente Laura (Marie Narbonne) e il piccolo Gaston (Raphael Romand), nella fattoria di famiglia grazie a un allevamento di cavallette destinate a diventare farina. Il papà dei due ragazzi ormai non c’è più, la sua attività di allevatore di capre è stata riconvertita da Virginie, una mamma molto impegnata nel suo ruolo, poco remunerativo, di piccola imprenditrice, tanto da crearle alcune difficoltà nei rapporti con i figli, soprattutto in quello con Laura, presa spesso in giro dai compagni di scuola, anche online, proprio a causa dello strano, agli occhi dei bulli, lavoro della madre. A dare una mano alla donna, anche economicamente, c’è Karim (Sofian Khammes), palesemente invaghito di Virginie. L’attività di Virginie però fatica a decollare, le cavallette non si riproducono quanto servirebbe, il prezzo della farina è basso, gli acquirenti potenziali ancora pochi. Poi, in seguito a un accadimento fortuito, Virginie scopre che, nutrite da sangue umano o animale, le cavallette si riproducono molto più velocemente e diventano ben presto un affare più redditizio da gestire, certo, gli insetti sembrano diventare anche più aggressivi, forse troppo, ma inizialmente questo non sembra essere un gran problema, in seguito però le cose cambieranno, e non poco.
Philippot dimostra una notevole sensibilità nel descrivere la precarietà economica e affettiva della protagonista, rendendo così Lo sciame un film molto legato all’attualità, un film che potrebbe tranquillamente, sotto questo aspetto, rivaleggiare con opere decisamente più “a tema”, come ad esempio il recente La mattina scrivo di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. I problemi economici di Virginie, in difficoltà a pagare l’affitto, la costringono a dedicare sempre più tempo alla sua attività, con scarsi risultati peraltro, aumentando le sue frustrazioni, impedendole di dedicare il giusto tempo ai figli. Philippot usa in maniera scoperta una metafora chiarissima: l’atto del donare finanche il sangue per il proprio lavoro; è un passaggio simbolico che dice molto della condizione dei più sfortunati. Racconta inoltre delle difficoltà che incontra chi lavora in agricoltura, pressato da offerte di acquisto sempre troppo basse, e ci parla anche di integrazione grazie alla figura di Karim. Quello a cui il regista parla poco è proprio il genere horror: al netto di qualche sequenza, su questo versante Lo sciame non si lascia di certo ricordare. Ciò nonostante il film di Philippot non è da disprezzare, veicola un bello sguardo sull’attualità di temi difficili come lavoro e famiglia e lo fa con un “horror” agricolo che si lascia comunque guardare con discreto piacere. Lo sciame non è un film destinato a lasciare segni profondi ma, nonostante il flop ai botteghini francesi, può comunque valere una visione.




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