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venerdì 8 novembre 2024

LA TEMPESTA DEL SECOLO

(Storm of the century di Stephen King, 1999)

La tempesta del secolo (o la tormenta del secolo come viene spesso definita nella miniserie per la televisione) è un libro di Stephen King pubblicato nel 1999 e pensato dal Re come sceneggiatura per il cinema, una sceneggiatura che poi, vista la mole imponente dello scritto, è diventata un progetto per uno show televisivo per il canale tv statunitense ABC. Nella traduzione italiana di questo Storm of the century edita da Sperling è presente, nelle pagine precedenti il racconto approntato da King, un'interessante introduzione dello stesso autore che spiega in poche parole la genesi di questo progetto che avrebbe potuto benissimo diventare un romanzo e che, a conti fatti, tutto sommato ne mostra già il passo e lascia facilmente intuire come sarebbe stato possibile da questa base di partenza arrivare a uno scritto finale che avrebbe potuto far mostra di tutte le migliori caratteristiche di scrittura alle quali King ci ha da sempre abituati. È vero, La tempesta del secolo sarebbe stato un buon romanzo, non lasciamoci però ingannare dalla forma atipica dell'opera (almeno per chi la affronta su carta) perché questa è comunque in grado di avvincere e appassionare il lettore anche in forma di sceneggiatura; il tocco del Re si sente tutto, alcune situazioni e ambientazioni riportano chiaramente allo stile di King che nel lavorare per la televisione non snatura per niente tutti i pregi della sua scrittura, ne è la dimostrazione il fatto che la sua sceneggiatura si riveli in definitiva migliore dell'opera che poi ne è stata tratta, ovvero la miniserie omonima in tre episodi diretta da Craig R. Baxley, regista al cinema di film non proprio indimenticabili (Action Jackson, Arma non convenzionale e cose così...). Ma di cosa narra La tempesta del secolo?

Little Tall Island è una piccola isola sita di fronte alle coste del Maine sulla quale vive una comunità ristretta e apparentemente affiatata, i fan più addentro all'opera di King la riconosceranno facilmente come lo scenario legato all'ormai anziana Dolores Claiborne protagonista di vicende qui apertamente citate. Siamo in inverno e verso l'isoletta si sta dirigendo quella che promette essere una delle perturbazioni più violente che si possano ricordare in zona a memoria d'uomo; inizialmente la popolazione tenterà di minimizzare l'evento, in fondo di tempeste ne hanno viste tante nel corso degli anni, ma ci vorrà molto poco per capire che questa sarà molto diversa dalle precedenti. Insieme al maltempo sull'isola arriva anche l'ambiguo André Linoge (Colm Feore), un non troppo simpatico straniero che come gesto di presentazione regala alla popolazione locale l'omicidio di un'anziana concittadina. Sarà compito dello sceriffo locale Mike Anderson (Timothy Daly) e del suo "vice" Hatch (Casey Siemaszko) rinchiudere l'assassino e garantire l'incolumità di una comunità ormai tagliata fuori dal mondo e dalla terra ferma. In realtà Mike e Hatch non sono proprio uno sceriffo e un vice, il primo gestisce un minimarket, il secondo nella vita fa altro ancora, Little Tall non ha nemmeno una prigione, non è mai servita, c'è giusto il retro chiuso per benino del market di Mike a far da contenimento a Linoge, almeno per quel che può servire. Si, perché Linoge non è proprio un uomo come gli altri, sembra più essere l'incarnazione di un male antico, capace di compiere gesti atroci anche standosene comodamente seduto rinchiuso all'interno di un facsimile di cella. Tra la tormenta, gli omicidi, gli strani comportamenti che iniziano a serpeggiare tra gli abitanti dell'isola e la sorveglianza di Linoge, Mike, Hatch e gli altri abitanti di Little Tall avranno il loro bel da fare per garantirsi un futuro che possa guardare oltre quei pochi e funesti giorni di maltempo.

Credo di aver già fatto trapelare la mia preferenza per la sceneggiatura rispetto all'opera che poi ne è scaturita in video: la prosa di King, anche se limitata da tutti gli stacchi che necessariamente devono descrivere inquadrature e sequenze, presenta una ricchezza immaginifica e descrittiva che in molti aspetti nella trasposizione viene persa, primo fra tutti proprio l'entità della tempesta incombente che nella sceneggiatura di King ne esce molto più minacciosa di quel che poi accade nella serie, probabilmente anche per una questione di costi e di effetti speciali che nel 1999 non erano ancora allo stato dell'arte come possono essere oggi. L'esperienza di lettura, superato il primissimo e solo eventuale spaesamento iniziale, si rivela piacevole e soprattutto scorrevolissima nonostante l'impostazione per forza di cose più "tecnica" che ci presenta passaggi del tipo: 

Atto 1 

Dissolvenza in apertura: 

1) Esterno: Main Street, Little Tall Island - Tardo pomeriggio 

(qui King inserisce una descrizione della situazione metereologica e delle strade della cittadina che per esigenze di brevità non riporto). 

MIKE ANDERSON - parla con lieve accento del Maine: 

MIKE ANDERSON (voce fuoricampo):

Mi chiamo Michael Anderson e non sono quello che verrebbe definito un erudito. 

E via di questo passo...

La struttura non è ovviamente quella del romanzo ma la differenza con l'incedere della lettura finisce quasi per non essere più percepita, La tempesta del secolo per il lettore diventa presto puro King, né più né meno. Quello che ne esce è uno scritto assolutamente valido che chi scrive consiglia senza indugi agli amanti del Re che ancora non lo avessero letto. Probabilmente se lo scrittore di Bangor non fosse stato tormentato dall'idea che la tormenta sarebbe dovuta diventare un film avremmo semplicemente tra le mani un altro ottimo romanzo a firma Stephen King, invece è andata così e il risultato mi sembra comunque ottimo. I temi poi sono di casa tra i fan di King: la piccola comunità chiusa e isolata da un evento esterno, l'evolversi dei rapporti all'interno della stessa, l'elemento di fastidio, il male e l'orrore, il sovrannaturale, i bambini, i segreti, contrasti tra concittadini ma anche solidarietà, la vita di provincia lontana dai grandi centri. La serie tv, nonostante il buon budget stanziato, perde un po' (parecchio?) la magia della penna di King. Uno dei motivi potrebbe essere imputato a un cast privo di nomi di richiamo e di interpretazioni capaci di donare la giusta enfasi e partecipazione nei momenti salienti; nonostante l'investimento fatto si respira un poco l'aria da prodotto di seconda fascia, soprattutto se la miniserie viene rivista oggi quando siamo abituati a ben altre produzioni anche in televisione. In fondo non è il primo progetto tratto da King che in tv non riesce a convincere appieno. Il consiglio è quindi quello di preferire la lettura della sceneggiatura, poi se si volesse ampliare il discorso la serie è presente su Prime (senza noleggio, basta l'abbonamento), le puntate sono solo tre e alla fine non si ha neanche modo di pentirsi del tempo investito per la visione.

giovedì 25 maggio 2023

DECALOGO 5 - NON UCCIDERE

(Dekalog, pięć di Krzysztof Kieślowski, 1988)

Negli scorsi mesi abbiamo parlato della Trilogia dei colori di Krzysztof Kieślowski, un progetto in tre atti che trovava la sua fonte d'ispirazione nel tricolore francese, dal quale i tre film mutuavano in maniera diretta i titoli (Film blu, Film bianco, Film rosso), ma anche nel motto fondante della Repubblica dei cugini d'oltralpe: Liberté, Égalité, Fraternité. Se il riferimento ai colori del tricolore è molto marcato nei film di Kieślowski tanto da dare il titolo alle tre opere, il legame con la libertà, la fratellanza e l'uguaglianza è decisamente più sottile, un'ispirazione intuibile ma mai troppo invadente nei film della trilogia. Con questo Non uccidere, quinto episodio del progetto nato per la televisione polacca che va sotto il nome di Decalogo, il riferimento al comandamento della religione cristiana è invece diretto e lampante, cosa non comune a tutti i dieci capitoli della serie, uno per ogni comandamento. Composto da dieci mediometraggi il Decalogo ha visto l'ampliarsi di due dei suoi episodi (questo e Decalogo 6) al fine di provare la distribuzione cinematografica, mossa resasi necessaria anche per fini economici, per raggranellare i soldi degli spettatori paganti che sarebbero andati a coprire le spese dell'intero progetto televisivo. Così, dopo un ampliamento di contenuti e di minutaggio, Decalogo 5 arriva in sala rivisto e corretto con il titolo di Breve film sull'uccidere.

In una Varsavia plumbea e deprimente, sporca e impoverita, si incrociano le vite e i destini di tre personaggi: il primo è un taxista (Jan Tesarz) di cui non conosciamo il nome, un uomo scostante, non troppo ben disposto verso i suoi stessi clienti, impegnato a lavare la sua auto e a girare per la capitale senza dare soddisfazione a chi avrebbe bisogno dei suoi servigi. Il secondo è un ragazzo giovane, capelli chiari, faccia pulita; il suo nome è Jacek (Miroslaw Baka) ed è un delinquente mosso in maniera inspiegabile da istinti malvagi: tira sassi da un cavalcavia sulle auto sottostanti, di punto in bianco decide di uccidere. Il terzo protagonista, luce positiva del film, e il giovane avvocato idealista Piotr Balicki (Krzysztof Globisz), un uomo che non sa spiegare perché voglia esercitare la professione di avvocato, Piotr è solo convinto che allo stato attuale delle cose le pene non siano giuste, che la pena di morte non sia mai la soluzione, che la punizione esemplare non sia mai di esempio e che invece sia necessario percorrere la via della pena giusta per tutti, senza discrimine, senza differenze. Quando Janek si troverà a dover affrontare la giustizia di Stato sarà proprio Piotr l'unico a provare un interesse vero e sincero per la sua sorte, per la sua paura, per la trasformazione di un giovane da carnefice a vittima.

Negli anni 80 in Polonia venne introdotta la legge marziale dal Partito Comunista al fine di neutralizzare ogni forma di contrapposizione politica, nello specifico in quegli anni identificabile con il movimento di Solidarność del quale i meno giovani sicuramente ricorderanno il leader Lech Walesa. Di pari passo andavano le esecuzioni capitali, cuore pulsante della riflessione di Kieślowski per questo Non uccidere. È forse il tema più alto che l'uomo possa proporre nella riflessione su sé stesso, la liceità o la barbarie di decidere, col benestare di Stato e della legge, se e quando e come porre fine alla vita di un altro essere umano. Nel far questo il regista polacco usa qui un approccio molto diretto, contribuendo con la sua opera (forse) a far cessare la barbarie (casualmente le esecuzioni si chiudono proprio in contemporanea all'uscita di Decalogo 5), cosa che non gli era riuscita nemmeno con un documentario a tema negli anni precedenti. Kieślowski mette in scena una Polonia straniante, aiutato dalla fotografia quasi innaturale di Slawomir Idziak, in un paesaggio fosco che non lascia intravedere luce si muovono almeno due personaggi sgradevoli che il regista non giustifica, in riferimento soprattutto all'assassino, ma dei quali fa comunque intravedere lampi d'umanità, cause del loro agire, moti d'affetto e comprensione. In contrapposizione una scelta di Stato irrevocabile, che mai potrà essere riparata, mai potrà avere redenzione. L'occhio del regista è clinico, i personaggi vivono anche di moti e slanci ma difficilmente lo spettatore li avrà per loro, la regia mostra segni di stile fin dalle prime sequenze con la sporcizia di un mondo laido e triste, con le belle inquadrature sulle superfici riflettenti, con una Varsavia inzaccherata e limacciosa che riproduce la distorsione dell'animo dell'assassino che sul finale subirà un ribaltamento, una pena dantesca di totale paura, terrore e morte. Kieślowski ci pone di fronte alla cruda violenza delle nostre scelte e anche se sembra non gridarlo a gran voce ci dice che è ora di finirla.

mercoledì 28 aprile 2021

THE FALCON AND THE WINTER SOLDIER

Dopo il ritorno al Marvel Cinematic Universe con l'approccio in parte sperimentale e metatelevisivo di WandaVision, in casa Disney si torna a una narrazione decisamente più tradizionale e in linea con le caratteristiche che hanno animato film come i vari Captain America o il campione d'incassi Avengers: Endgame. Anche sotto il profilo della trama ci si ricollega agli ultimi eventi che i fan della casa delle idee ebbero modo di seguire al cinema prima della serrata da Covid-19 rendendo questo The Falcon and the Winter Soldier un tassello fondamentale e immancabile per una completa fruizione della costruzione dell'universo Marvel cinematografico. Maledetta adorata continuity.

Si tirano le fila degli avvenimenti. Ricordiamo tutti il blip, cioè l'evento che in Endgame riportò in vita la metà della popolazione terrestre precedentemente ridotta in cenere da Thanos, gli scomparsi ritornano all'affetto dei propri cari, la realtà viene riscritta e le malefatte di Thanos cancellate. Quindi tutto a posto? Non proprio, come i Marvel fan ben sanno per le persone rimaste e mai scomparse sono passati ben cinque anni prima del ritorno dei loro cari, il mondo nel frattempo è andato avanti e anche la situazione geopolitica è cambiata. Capitan America (Chris Evans) è sparito, ormai invecchiato dopo gli eventi di Endgame, il suo scudo, che prima di essere un'arma di difesa e offesa è un vero e proprio simbolo di libertà (più che degli Stati Uniti d'America), è passato al sodale di Cap, quel Sam Wilson (Anthony Mackie) che milita nelle fila degli Avengers con l'identità di Falcon. Nel frattempo James "Bucky" Barnes (Sebastian Stan), dopo essersi lasciato alle spalle il condizionamento che lo portò a essere il Soldato d'Inverno, lotta tutti i giorni per trovare un suo posto in questo nuovo mondo. E da qui si riparte.

La prima sequenza lascia senza fiato ed è evidente fin da subito la volontà di Disney/Marvel di non far passare le loro serie tv come prodotti di seconda fascia rispetto a quanto visto in sala, l'investimento di mezzi è altissimo, la resa spettacolare dell'esordio rimane forse la più riuscita dell'intera miniserie e stupisce per l'elevato tasso di spettacolarità, caratteristica questa che in WandaVision era rimasta un po' in secondo piano. Si entra poi nella trama vera e propria che accompagnerà lo spettatore lungo l'arco di queste sei puntate, trama a dire il vero non sempre di grandissimo interesse e che qua e là sembra perdere qualche colpo in sceneggiatura diventando un filo confusa, ma questa potrebbe essere un'impressione dovuta al ritorno della fruizione settimanale che per questa serie è forse meno adatta rispetto a un ingordo binge watching

Su segnalazione dell'amico militare Joaquin Torres (ricordatevelo questo nome) Sam, dopo aver rinunciato allo scudo per timore di non essere adatto a una responsabilità così grande, inizia ad indagare nelle vesti di Falcon sui Flag-Smasher, un movimento che rivendica una serie di diritti per una parte di popolazione da sempre emarginata e che aveva finalmente trovato un posto nel mondo in seguito al dimezzamento operato da Thanos. Dopo il blip questa parte di popolazione vede svanire nuovamente ogni diritto; con a capo Karli Morgenthau (Erin Kellyman) un manipolo di questi ribelli, potenziati da rimasugli del siero del supersoldato, compie atti di terrore in modo da costringere i governi a rivedere la loro posizione. Nel frattempo il governo degli Stati Uniti decide di aver bisogno di un nuovo simbolo dopo il ritiro dalle scene di Steve Rogers, affida così lo scudo a John Walker (Wyatt Russell), un pluridecorato ed esperto soldato dell'esercito americano, che diverrà così il nuovo Capitan America con forte disappunto di Sam e soprattutto di Bucky che vede l'abbandono dello scudo da parte di Sam come un tradimento verso la persona di Steve. Sia la coppia composta da Falcon e dal Soldato d'Inverno, sia il nuovo Capitan America insieme al suo aiutante Lemar Hoskins (Clé Bennett) si metteranno sulle tracce dei Flag Smasher, per trovare loro e il siero del supersoldato i due eroi non esiteranno a stringere la classica alleanza con il diavolo.

Lo sviluppo della trama è forse il punto debole di questa Falcon and the Winter Soldier che trova invece tutti i suoi punti di forza nei particolari. La storia non è poi così avvincente, il villain di turno, il gruppo dei Flag-Smasher ispirati al personaggio della Marvel Spezzabandiera ha davvero poco carisma e ancor meno mordente, anche nella sua leader Morgenthau che francamente non lascia granché il segno e viene utilizzata da contraltare per intavolare discorsi politici che sono invece uno dei punti di interesse della serie. Non mancano alcune ingenuità nella scrittura, tutta la storia della sorella di Sam e della barca di famiglia ad esempio, le difficoltà economiche di un Falcon che milita in un gruppo come gli Avengers sovvenzionato a profusione da Stark, porta sulle spalle un'armamentario da milioni di dollari e poi non ha i soldi per riscattare una barca che è una mezza bagnarola. Anche sull'utilizzo di alcuni character che dovrebbero avere ben altra levatura come Zemo (Daniel Bruhl) ci si potrebbe fermare a discutere. Funziona invece molto bene l'aspetto da buddy movie che fa crescere lentamente e ironicamente il rapporto tra Sam e Bucky, nonostante le molte critiche iniziali da parte dei fan nel momento della sua prima apparizione si rivela molto indovinato Wyatt Russell nei panni di quello che ora possiamo ufficialmente chiamare U.S.Agent, reclutato poi da Valentina Allegra De Fontaine, altra chicca per i Marvel fan, andando a creare la dicotomia Capitan America come simbolo di giustizia e libertà (quello si Steve e in maniera differente di Sam) e Capitan America come simbolo dello Stato e degli U.S.A. (quello traviato di John Walker). Il meglio arriva sulla scia del Black lives matter, dopo Black Panther sarà Sam Wilson il nuovo portavoce delle minoranze, emblematico e toccante il suo discorso sul finale, magari ammantato da un filo di retorica ma in larga parte condivisibile, e se non siamo ancora stati in grado di avere un Papa nero, sappiamo che almeno potremo contare su un Capitan America nero, insieme alla vicenda di Isaiah Bradley (Carl Lumby) il ruolo di Cap alimenta il discorso politico e razziale che la fa da padrone in questa serie segnando il più interessante dei suoi punti a favore, e non è proprio cosa da poco. Viene introdotta anche l'isola di Madripoor, chi conosce i fumetti Marvel sa che Madripoor vuol dire X-Men e soprattutto Wolverine, ora che Disney ha acquisito di tutto... staremo a vedere. Chiusura sibillina...

Considerata la breve durata Falcon and the Winter Soldier si rivela un buon prodotto action sul quale si sarebbe potuto lavorare meglio per quel che riguarda la costruzione del plot, magari visto tutto insieme in poco tempo la serie ne guadagna, un bel tassello per la costruzione del sempre più ampio MCU.

lunedì 21 settembre 2020

I MISTERI DI LISBONA

 (Mistérios de Lisboa di Raúl Ruiz, 2010)

Opera in bilico tra un film fiume (la durata è di 272 minuti) e una miniserie tv o, ancor meglio, uno sceneggiato televisivo, come si soleva dire una volta. I misteri di Lisbona, terminato quando il regista cileno Raúl Ruiz aveva sessantanove anni, è tratto dal romanzo omonimo del 1854 di Camilo Castelo Branco. Del romanzo dell'Ottocento il film mantiene vivo l'incedere, una delle caratteristiche che più si apprezza di questa opera dal corpo imponente è proprio la capacità di restituire la piacevole sensazione del confronto con un classico della letteratura del XIX° secolo, lo spettatore in qualche modo sembra venire catapultato tra le pagine di un libro fatto di intrighi, relazioni osteggiate, parentele insospettate e una ridda di eventi pronti a convergere verso uno o più centri. Viene in mente il classico feuilleton, la narrativa popolare d'altri tempi spruzzata di moderno da una regia capace di regalare diversi guizzi innovativi all'interno di una narrazione classica senza mai snaturarne il senso d'insieme, sia narrativo che formale ed estetico. I misteri di Lisbona non ha trovato in Italia una distribuzione in sala, visibile grazie al solito interessamento dell'organico di Fuori Orario è stato presentato agli spettatori suddiviso in sei capitoli, il frazionamento in parti non inficia la visione dell'opera che ha già in maniera naturale al suo interno una sorta di cadenza in capitoli, ognuno dei quali si sofferma su personaggi ed eventi diversi destinati a confluire ed intersecarsi in qualche modo con quelli degli altri protagonisti del film.

Siamo nella prima metà del 1800, in una struttura religiosa retta da padre Dinis (Adriano Luz) vive il giovane Joao, un ragazzino orfano di cui padre Dinis si prende cura, Joao è completamente all'oscuro delle sue origini fino a quando il prete gli presenta una bella signora che svela al ragazzo di essere sua madre. La donna, Angela de Lima Contessa di Santa Barbara (Maria Joao Bastos), vive vessata dal marito e reclusa in una vecchia dimora nobiliare ormai decaduta, il Conte di Santa Barbara però non è il padre del ragazzo, questi infatti venne ucciso da un sicario quando Joao era in fasce per ordine del suo stesso nonno, il Marchese di Montezelos che non voleva permettere alla figlia Angela di sposare il suo amato Pedro da Silva in quanto secondogenito della sua famiglia e quindi, per le usanze dell'epoca, destinato alla povertà. Il cuore di Angela ne esce distrutto, la donna incapace di aprire il suo cuore ad altri uomini accetta una vita di infelicità e la lontananza da un figlio che solo grazie all'intervento di padre Dinis riuscirà a ritrovare. Da questo fatto iniziale si dipaneranno le vicende di numerosi personaggi legati a vario titolo alle figure di Joao, di Angela e di padre Dinis, ognuno dei protagonisti porta con sé uno o più misteri che nel corso del film verranno uno a uno disvelati componendo un affresco corale ambientato tra l'aristocrazia dell'epoca, a volte decaduta, a volte nel suo splendore, con puntate al di fuori del Portogallo verso Francia e Italia. Personaggi ambigui e affascinanti come Alberto de Magalhaes (Ricardo Pereira), Elisa de Montfort (Clotilde Hesme), Blanche de Montfort (Léa Seydoux) arricchiscono la narrazione collettiva che incastra frammenti di vite tra presente, passato e sprazzi di futuro rispetto all'infanzia dello sfortunato Joao.

Formalmente molto studiato e ricco, nonostante le tantissime inquadrature frontali, piccoli pianisequenza che seguono il susseguirsi delle scene in interno camera dopo camera, I misteri di Lisbona non si risparmia qualche artificio visivo per tenere desta l'attenzione dello spettatore e creare legami, raccordi tra situazioni (l'uso del piccolo teatrino di Joao), così come non si limita a una regia piatta l'esperto Ruiz che infila diverse trovate interessanti dentro un impianto che all'occhio disattento non può che apparire più che classico. Anche dal punto di vista della sceneggiatura, oltre alle piccole e grandi sorprese che il passato dei vari personaggi non manca di riservare, vi sono chiavi di lettura sulle quali lo spettatore è chiamato a riflettere con la possibilità di reinterpretare in maniera differente il contenuto dell'intera opera. L'ambientazione è pervasa da una sobria eleganza, il Portogallo non è la Francia, eppure le stesse dinamiche da romanzo d'appendice accomunano gli amori impediti, le tragedie, le convenzioni emergono anche qui più forti dei sentimenti. Una narrazione piena che non mancherà di alimentare il desiderio di chi ha amato romanzi come Il Conte di Montecristo e altri grandi classici di andare a recuperare anche lo scritto da cui quest'opera è tratta.

sabato 6 giugno 2020

SUPERNATURAL - NONA STAGIONE

Non so come né perché, ma ci sono capitato sotto un'altra volta. Probabilmente è solo perché sono un debole, non so mettere un punto alle cose, ci ricasco, non ho la volontà di resistere a queste stupide tentazioni. Eppure lo so che Supernatural è un prodotto fuori tempo massimo, pachidermico, poco stimolante e fondamentalmente inutile nell'economia della serialità moderna. Eppure eccoci di nuovo qui. Posso dire a mia discolpa che dall'ultimo mio inciampo, quello con la stagione otto, sono passati ben tre anni, e allora, a maggior ragione, che bisogno c'era di tornare a farsi del male, è come cominciare nuovamente a fumare dopo aver interrotto per quattro gravidanze consecutive, abbastanza stupido no? Che poi lo so che è una perdita di tempo e che ci sono migliaia, forse milioni di cose migliori a cui dedicare attenzione. Un po' è anche colpa di quella stagione otto che un po' m'aveva fregato, perché in miglioramento rispetto alla precedente, quei due stronzetti poi ero tornato a godermeli e a trovarli una simpatica coppia di coglioncioni (eh si, un po' mi ci sono affezionato), ma questa volta nemmeno quello, nemmeno quelle puntate assurde e citazioniste fino all'ignoranza sublime. Gli sceneggiatori ci hanno pure provato, per carità, con risultati questa volta scarsissimi, hanno cercato di far tornare tutto il "meglio" della continuity di Supernatural, forse perché a corto di fiato, ripescando quindi il veggente Kevin (Osric Chau), sia in forma umana che fantasmatica, la mezza svitata Charlie (Felicity Bradbury), lo sceriffo Jody Mills (Kim Rhodes), i Ghostfacers (oh mio Dio!), quell'imbecille di Garth (DJ Qualls) in versione umana e licantropo, ovviamente i due protagonisti e gli immancabili (e meno male) Crowley (Mark Sheppard) e Castiel (Misha Collins).


Per carità, qualche siparietto simpatico non manca, Dean (Jensen Ackles) come al solito non lesina sulle stronzate, il Castiel in versione umana che non sa bene come comportarsi senza la sua grazia è abbastanza comico (non sa come fare pipì, tanto per dirne una), ma nel complesso aleggia una sensazione di rimasticatura all'eccesso di ciò che si è già visto, con noiose varianti, e un approccio alla trama orizzontale completamente allo sbando. E poi ancora con le ventitré puntate annue? Ma che, scherziamo? Nemmeno le migliori sit-com si reggono più con questa mole abnorme di materiale, già le idee di base non sono così rivoluzionarie, perché allungare il brodo in questa maniera?

Ad ogni modo ho detto basta, questa volta per sempre, è stato bello finché è durato, ognuno per la sua strada, basta recuperi, basta Prime Video che mi propone "potresti vederti la decima serie di Supernatural, che ne dici?", "Perché non ti guardi quei due coglioni dei Winchester così nel frattempo giochi col cellulare e magari ci scappa pure qualche acquisto su Amazon?". Fottiti algoritmo dei miei coglioni, ho smesso. Ciao a tutti, sono Dario e non guardo Supernatural da due giorni e spero tanto di non ricascarci, ora datemi quel cazzo di gettone e andatevene affanculo.

Mi guardo allo specchio. Ho gli occhi completamente neri.

mercoledì 1 aprile 2020

DOWNTON ABBEY - STAGIONI 1 - 6

Period drama di grandissimo successo, lungo le sue sei stagioni la serie Downton Abbey è riuscita a crearsi un pubblico affezionato e fedele grazie al quale le vicissitudini della famiglia Crawley, Conti di Grantham, sono approdate anche sui grandi schermi delle sale cinematografiche con Downton Abbey - Il Film che di fatto riprende e prosegue la narrazione degli eventi legati ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere e amare lungo l'arco delle sei annate precedenti.

La serie creata da Julian Fellowes poggia su un'ottima scrittura, l'ideatore è anche sceneggiatore di tutti gli episodi della serie, compreso il film, cosa che dona un'unità di struttura e una coerenza allo show che sul lungo periodo ripaga il suo creatore di tutti gli sforzi, qualità molto alta nello sviluppo dei personaggi lungo il corso degli anni e una costanza di tenuta qualitativa anche negli sviluppi narrativi, sebbene le prime stagioni avessero quel qualcosa in più capace di attrarre maggiormente lo spettatore verso la serie, non che le ultime stagioni siano meno efficaci, tutt'altro, pagano però la mancanza di alcuni personaggi che durante il viaggio, per un motivo o per l'altro, abbandonano le verdi terre dello Yorkshire. Proprio qui è ambientata tutta la vicenda (anche se in realtà Highclere Castle, la location principale, si trova nell'Hampshire), all'interno e nei pressi della dimora nobiliare di Downton Abbey di proprietà della famiglia Crawley, una tenuta a pochi chilometri da York (nella finzione) e centro delle vite di tutti i protagonisti.


La serie è molto legata agli eventi storici del periodo, si apre con la tragedia del Titanic, siamo quindi nel 1912, il Conte di Grantham (Hugh Bonneville) e la sua famiglia apprendono della morte sulla nave di un cugino, quello che avrebbe dovuto essere l'erede naturale del titolo di Conte e della futura gestione di Downton, essendo il titolo a discendenza maschile sorge il problema della successione in quanto "Sua Signoria" ha solo tre figlie: l'altezzosa Mary (Michelle Dockery), la bistrattata Edith (Laura Carmichael) e la giovane Sybil (Jessica Brown-Findlay), la più emancipata delle tre. Tutto il primo arco narrativo verte sul destino della tenuta che rischia di finire in mano a parenti lontanissimi e sconosciuti alla famiglia, in linea di successione il titolo dovrebbe andare infatti a Matthew Crawley (Dan Stevens), un avvocato di provincia del tutto disinteressato al titolo e alla vita sfarzosa che conduce la nobiltà inglese, in un'epoca che inizia a vedere il declino della classe sociale nobiliare.


Oltre alle vicende della famiglia Crawley sempre appassionanti, quello che funziona sopra a tutto il resto in Downton Abbey è l'accuratissima ricostruzione storica, una minuziosità che sfocia in costumi splendidi, una location mozzafiato, un'attenzione superba per arredi, eventi e soprattutto usi e costumi. È divertente vedere le reazioni della tradizionalista e conservatrice Violet Crawley (Maggie Smith), la Contessa Madre, a tutte le diavolerie moderne che raggiungono Downton nel corso della serie, dalla luce elettrica in casa, fino all'installazione del telefono (una moda passeggera, si dice) o alla commercializzazione dei primi grammofoni, per non parlare poi delle automobili e dello sradicamento di convenzioni sociali ormai vetuste. Larga parte della riuscita della serie è data dal contrasto dello stile di vita del piano di sopra (quello della famiglia) e quello più austero (ma comunque dignitoso per l'epoca) della servitù tra la quale vige una gerarchia rigidissima, all'apparenza ancor più rigida di quella che si instaura tra nobili, dove il capo supremo è il maggiordomo Charles Carson (Jim Carter, che si imparerà ad amare in un attimo proprio grazie alla sua inscalfibile rigidità) coadiuvato per quel che riguarda le cameriere dall'impeccabile Signora Hughes (Phyllis Logan). Tra il personale uno stuolo di caratteri tra i più disparati alcuni dei quali saranno una costante per tutta la serie, altri invece andranno e verranno.


Cast di prim'ordine, si può dire che nella miriade di personaggi presentati lungo le sei stagioni non ce ne sia uno fuori posto, interpreti magnifici a partire dal Conte di Grantham fino ad arrivare al cane dello stesso. Ognuno degli interpreti riesce a dare corpo e carattere a una serie di personaggi ai quali si finisce per affezionarsi, a tutti, anche ai più meschini che in quanto umani hanno sempre una nota triste, slanci d'altruismo o qualche debolezza per cui alla fine gli si perdona quasi tutto. Si chiude (per ora) con un film che per forza di cose presenta una struttura più chiusa (ma neanche troppo, consigliato solo ai fan della serie), si opta quindi per una visita da parte del Re Giorgio V (Simon Jones) e della Regina Mary (Geraldine James) a Downton, con conseguente fervore per i preparativi di un evento che porta oneri e onori. Ora Julian Fellowes sta lavorando a un altro period drama, Belgravia, si spera però che il film del 2019 non sia l'ultimo capitolo dell'avventura, pare che nuove notizie a riguardo siano in arrivo.

lunedì 30 dicembre 2019

FIRMA AWARDS 2019 - ANIMAZIONE e SERIE TV

Rieccoci per una nuova edizione dei premi meno attesi dell'annata in procinto di concludersi, anche perché come ben sa chi segue da tempo questo spazio, raramente qui si premiano opere uscite effettivamente nell'anno in corso ma, in modo del tutto anarchico, se ci andasse di segnalare un libro del Diciannovesimo Secolo o un film degli anni 70, allora perché non farlo?

Qui si premiano solo cose che si sono lette e viste nel corso del 2019, fottendosene altamente dell'anno di provenienza di film, serie tv o libri. Per quest'anno ho deciso di eliminare la categoria fumetti, troppi ritardi accumulati, tante ristampe di materiale già noto e già letto in passato, ci si concentrerà quindi su film, libri e serie tv con ben cinque categorie prese in esame: Serie Tv, Film Classici (tutto ciò che è uscito prima del 2000), Film (dal 2000 in avanti), Film d'animazione e Libri.

Poi se scrivendo mi vien voglia magari qualche volumetto a fumetti ce lo inseriamo pure...



Partiamo dalla categoria per quest'anno meno significativa, sempre meno sono infatti i FILM D'ANIMAZIONE visionati, sarà che di Miyazaki abbiamo visto quasi tutto, di interessante abbiamo incontrato poco (mamma mia che brutto Frozen 2), in attesa di riavvicinare nuovi autori del Sol Levante per ora premiamo....

Terzo classificato:
Ralph spacca Internet di Phil Johnston e Rich Moore
Per pochi giorni non aveva partecipato agli awards dell'anno scorso ed è comunque riuscito a tenere tutto l'anno e ad aggiudicarsi il terzo gradino del podio. Magari non all'altezza del primo ma è un film che diverte toccando (in superficie) temi attuali e di interesse. Evolve l'amicizia tra Ralph e Vannellope. Niente male.



Secondo classificato:
Toy Story 4 di Josh Cooley
All'insegna della nostalgia, una chiusura che trova spazio nei cuori di grandi e piccini, riflessioni sull'andare avanti, sulle figure genitoriali, sui legami. Punta sul sentimento Toy Story 4 e fa centro nei cuori degli spettatori non troppo aridi.



Primo classificato:
La mia vita da zucchina di Claude Barras
Vince un film piccolo che è anche un piccolo capolavoro. Stop-motion e pupazzetti per una storia dai temi importanti e duri letti in chiave leggera e commovente, con pochi peli sulla lingua e senza nascondere nulla, un'onestà di vedute che spesso in Disney/Pixar manca totalmente. Chapeaux!




Passiamo alle SERIE TV: quest'anno ho avuto il tempo di guardare non più di una decina di stagioni in totale, senza contare qualche sitcom, da segnalare il finale di The Big Bang Theory che ci lascia dopo parecchi anni e migliaia di risate, e le cadute di tono di serie storiche come The Walking Dead (ormai alla deriva) e Game of Thrones (fortunatamente conclusasi). Sbirciamo sul podio...

Terzo classificato:
Stranger Things 3 dei Duffer Brothers
La serie per questa terza stagione cambia per rimanere sé stessa, evolve il contesto e tutto il décor di contorno, più horror delle precedenti vanta alcune sequenze memorabili, se non la migliore in assoluto almeno la più attesa. Sempre.



Secondo classificato:
Vinyl di Martin Scorsese, Mick Jagger, Rich Coen e Terrence Winter
L'era del declino del rock visto da Martin Scorsese, una produzione extra-lusso per narrare le vicende di una casa discografica in declino nei maledetti anni 70 tra sesso, droga e rock 'n roll. Tanta buona musica e un impianto visivo da paura. Forse costava troppo, cancellata dopo la prima stagione. Maledetti bastardi!



Primo classificato:
Gomorra 1/3 di Roberto Saviano
Narrazione italiana a livelli altissimi per tutta la prima stagione, poi un filo di schematismo serpeggia ma la serie regge in maniera strepitosa. Grandi personaggi, tutte merde ingiustificabili e ripugnanti, nella loro visione mai accondiscendente (insieme a quella splendida sui luoghi) sta la grandezza della serie. Orgoglio nazionale (non per l'ispirazione ovviamente...).



Alla prossima per le altre categorie...

lunedì 18 novembre 2019

GOMORRA - STAGIONE 1

Volendo parlare di Gomorra - La serie (per distinguerla dall'omonimo film di Garrone) ci si potrebbe concentrare sui personaggi, sulla loro evoluzione e sulle loro gesta criminali; potremmo parlare dei luoghi, dello sguardo sugli stessi e su come questi, seppur circoscritti per gran parte della stagione, portino alla serie un respiro internazionale, segno di una visione d'insieme intelligente da parte dei realizzatori ricollegandoci ai quali potremmo parlare di regia, sceneggiatura, fotografia. Si potrebbe affrontare il discorso legato ai temi sociali, alle occasioni di denuncia che la serie potrebbe essere chiamata a testimoniare. Ancora si potrebbe soffermarsi su volti e recitazione. Ma, fermo restando la validità di tutte queste caratteristiche delle quali parleremo, il punto forte della serie rimane la semplice e pura narrazione, realizzata ad arte da un team che tiene saldo in ogni singolo momento il filo di una struttura corale e orizzontale, pur concedendo qualcosa alla verticalità di diversi episodi (magari a blocchi) che si inseriscono al meglio in un contesto continuativo e più ampio, in un'epoca in cui la verticalità fine a se stessa ha perso d'attrattiva (fatto salvo per gli antologici) e fatica a trovare il consenso del pubblico più giovane.


Gomorra vive di intrighi, tradimenti, giochi di potere, violenze e tensione, sia nelle vicende narrate che nell'attesa dello spettatore, è un ordigno a orologeria perfetto che trova un'esplosione già sul finale di questa prima stagione, aperta e che costringe lo spettatore all'attesa spasmodica della seconda annata (per fortuna arrivo in ritardo e non dovrò aspettare), in più la capacità di scrittura e di messa in scena della squadra dietro alla serie, che vede coinvolti sia Roberto Saviano che una serie di registi e sceneggiatori tra i quali Stefano Sollima, la Comencini e Cupellini, rende il prodotto appetibile a ogni latitudine seguendo la recente inclinazione a portare la nostra serialità fuori da un provincialismo che sinceramente non ci meritiamo più, a mio parere, giusto per fare un esempio, sul piano della scrittura questa prima stagione di Gomorra è superiore a quasi tutto ciò che è stato prodotto per l'osannato Il trono di spade (che comunque ha degli ottimi momenti qua e là). Altro aspetto che non era facile da gestire era quello della scrittura di personaggi criminali e spietati, calati in un contesto estrapolato da una realtà nostrana molto delicata, uomini che non andavano mitizzati e non avrebbero dovuto diventare idoli per nessuno, onde evitare di andare a ferire chi quel tipo di realtà la vive sul serio. Anche in questo Gomorra è perfetta, i protagonisti sono tutti respingenti, non si può empatizzare con nessuno se non con qualche povera vittima, all'interno di un cast di attori bravissimi tutti sono alle prese con la personificazione del male, con l'interpretazione dei peggiori elementi che una fetta disadattata della nostra realtà è riuscita a produrre. Si è lavorato magnificamente anche sull'evoluzione degli stessi, in particolar modo sullo sviluppo di Genny Savastano (Salvatore Esposito) che da figlio di papà potenziale erede di un impero criminale, un ragazzone che non ha mai sparato e ancora cerca l'abbraccio della mamma, diventa una spietata macchina di morte a capo della nuova generazione in ascesa nella scalata al potere. Delineati in maniera perfetta i protagonisti, su tutti Ciro l'immortale (Marco D'Amore anche regista di qualche puntata), Don Pietro Savastano (Fortunato Cerlino) e la consorte Donna Imma (Maria Pia Calzone). Ferale la messa in scena di una Scampia e di un hinterland napoletano vero e proprio ostaggio della criminalità, quasi a  metafora della realtà, nella serie le forze dell'ordine raramente compaiono, in un territorio dove notoriamente lo Stato è per scelta assente.

Indubbiamente uno dei prodotti seriali italiani più avvincenti di sempre, almeno in questo suo esordio, è proprio di questi giorni la notizia di un possibile film dedicato alla figura dell'Immortale diretto proprio dal suo interprete Marco D'Amore. Ci si sente a breve per aggiornamenti.

giovedì 10 ottobre 2019

VINYL

Probabilmente il rock è morto davvero, altrimenti come si spiegherebbe la chiusura prematura di una serie come Vinyl?

Da tempo sappiamo della passione di Martin Scorsese per la musica. Il regista newyorkese, qui ideatore e produttore nonché direttore del pilot, un vero e proprio film di quasi due ore di durata, dà vita a questo progetto insieme a Mick Jagger degli Stones e allo sceneggiatore Terence Winter (I Soprano, The wolf of wall street, Boardwalk Empire) avvalendosi di una produzione di lusso che l'emittente HBO non ha avuto le spalle abbastanza larghe da sostenere. Vinyl è una bellissima serie, per alcuni versi non perfetta, sicuramente incompiuta in alcune sottotrame essendo stata pensata come progetto più ampio che avrebbe dovuto contare almeno su una seconda stagione, sempre viva però nel tratteggiare un periodo storico, quello dei primi 70, e l'ambiente musicale in pieno fermento di quegli anni, una sarabanda sregolata di artisti, musica, affari, eccessi, idee, spaccato sociale e culturale come solo alcune delle serie più riuscite sono state capaci di offrire al loro pubblico. Eppure è andata male. Probabilmente Vinyl intercettava un pubblico di grandi appassionati di musica, magari già di una certa età, risultando meno accattivante per i giovani che rimangono i maggiori fruitori di serie tv (e nei giovani ci mettiamo anche i trentenni, mica solo gli adolescenti), un pubblico poco interessato al declino del rock, all'avvento dei primi vagiti del punk, al fenomeno della disco music o a tutto ciò che poteva essere l'industria discografica all'epoca del vinile. A una visione più approfondita però la serie avrebbe potuto coinvolgere chiunque, perché dentro ci sono un contesto affascinante, le continue cadute di un uomo debole incline agli eccessi e alle trasgressioni e che fatica a farsi carico delle sue responsabilità, ci sono i conseguenti problemi familiari, i tradimenti, l'aspetto criminoso che spesso si ritrova nella narrazione scorsesiana, la New York viva e allo stesso tempo minacciosa dei Seventies... insomma, i motivi d'interesse oltre la musica del tempo erano molti. E poi... colonna sonora da urlo e ovviamente sesso, droga e rock 'n roll!


L'episodio pilota è Cinema scorsesiano allo stato puro, Scorsese sembra tornare nelle sue mean streets per raccontarci la storia di Richie Finestra (Bobby Cannavale) e della sua American Century Records. Ma questa volta le strade buie e sporche di una Manhattan in subbuglio non sono la scena del crimine, anzi, l'unico crimine qui si perpetra in una villa di lusso, sono invece il luogo dove ci sono i club, anche quelli più infimi, dove è possibile scovare la musica più vitale, cosa di fondamentale importanza per un discografico a capo di una compagnia che sta affondando e che ha fame di nuovi talenti, gente che va scovata per strada, perché i nomi nel rooster sono ormai bolliti e no, gli Zeppelin non sono così facili da mettere sotto contratto. Nonostante alcune aperture (gli Zeppelin, la Polygram) le cose non girano al meglio per Richie e i suoi soci, Zak Yankovich (Ray Romano), l'avvocato Scott Leavitt (P. J. Byrne) e Skip Fontaine (J. C. MacKenzie); pur potendo contare sulla bellissima moglie Devon (Olivia Wilde) e sull'amore per i suoi figli, Richie nasconde i problemi e lo stress sotto una coltre di alcool e droghe che non aiuteranno a migliorare la situazione. Per fortuna la giovane Jamie (Juno Temple), una sorta di segretaria spacciatrice, scova la band dei Nasty Bits che potrebbe ridare un po' di fiato all'etichetta.


Vinyl sfoggia un'estetica e una ricostruzione d'epoca sontuose, un gran lavoro sui costumi e un occhio molto attento alle scelte di casting, oltre ai protagonisti principali tra i quali troviamo un Bobby Cannavale finora sempre caratterista di lusso e qui valorizzato con il ruolo della vita, sono davvero indovinate tutte quelle comparse che vanno a impersonare gli artisti di primo e secondo piano che hanno caratterizzato un'epoca, una delle cose più sfiziose in Vinyl è proprio andare a scoprire puntata dopo puntata con quali artisti avranno a che fare i nostri eroi (?). Menzione anche per Ray Romano (il Ray di Tutti amano Raymond) e per un'Olivia Wilde splendida nelle sue mise seventies. Per chi ama la musica la serie è semplicemente imperdibile, probabilmente distrae un poco da ciò che rende Vinyl così appassionante quello che è l'aspetto criminale, forse non così necessario nell'economia di un prodotto che avrebbe potuto tenersi in piedi grazie alle vicende personali e lavorative di Finestra e soci, ad ogni modo visto il ritorno di pubblico questo aspetto ha fatto ben poca differenza. Peccato, poteva essere una delle serie da ricordare di questo decennio, per la ricostruzione storica, per il punto sulla condizione delle minoranze e delle donne e per la montagna di ottima musica presentata, purtroppo è finita troppo presto, il recupero però è d'obbligo almeno per chi ha sempre masticato musica e per chi come me è invaghito della New York degli anni 70.

mercoledì 25 settembre 2019

KEEN EDDIE

Non sono uno studioso di serialità televisiva, purtroppo pur volendo non avrei il tempo materiale per dedicarmi come vorrei all'argomento e a questa splendida forma d'intrattenimento. Ciò nonostante mi sono fatto l'idea, avvalorata da pareri più competenti del mio e rigettata da altri, che la serialità moderna, quella di cui noi tutti facciamo ampio consumo, si possa per convenzione far risalire al 2004, almeno per quel che riguarda la percezione che abbiamo oggi delle serie tv, alimentata dall'aspettativa dello spettatore verso un intrattenimento di altissima qualità e dalla fidelizzazione inscalfibile alle serie preferite che questo nuovo corso è riuscito a instillare nel pubblico. Nel frattempo sono cambiati i modi di fruizione, sono arrivate le piattaforme streaming, ha preso piede il binge watching e via di questo passo, il contesto è ora diverso, ma questo è un altro discorso. Perché proprio il 2004 allora? Perché in quell'anno sono arrivati diversi prodotti di qualità destinati a rivoluzionare l'idea del vecchio telefilm (cosa già fatta da altri prima, per carità) ma soprattutto capaci di fidelizzare milioni di spettatori nel corso degli anni in un momento storico in cui ancora si guardavano due puntate a settimana del nostro show preferito e poi si aspettava un'altra settimana in attesa dei nuovi sviluppi. Questa attesa spasmodica, questa sensazione, per me ha un solo nome: Lost. Sappiamo tutti cosa ha significato Lost per l'intrattenimento seriale, ma nel 2004 arrivarono almeno altri due show, con formule diverse dal primo, che incollarono gli spettatori alle loro poltrone: Desperate housewives e Dr. House. Questi sono stati tra i primi prodotti a creare una fidelizzazione di massa in un momento in cui stava nascendo un fenomeno più ampio, uno spostamento generale verso una tv di forte qualità e di ancor più forte presa, in più quell'anno non dimentichiamo vide l'uscita di Deadwood, 4400, la nuova Battlestar Galactica, la Shameless inglese... Certo, prima c'erano state Twin Peaks (il mio serial preferito da sempre) e X-Files (ha retto al passare del tempo?), ma entrambi sono stati degli unicum nei loro anni, circondati da prodotti ben più tradizionali. Poi all'inizio dei 2000 c'era stato qualche ottimo tentativo, sicuramente apripista della nuova serialità, che ancora non era riuscito a scatenare quel coinvolgimento di massa (Six feet under per esempio, 2001) o addirittura era rimasto relegato in una piccola nicchia (Carnivale, 2002), J J Abrams faceva le prove con l'accattivante Alias, Heroes ci provava solo per accartocciarsi presto su se stessa, The Shield e The Wire iniziavano a lasciare il segno, 24 sperimentava. I segnali c'erano tutti, però è dal 2004 a mio avviso che la serialità è definitivamente cambiata garantendoci negli anni successivi migliaia di ore di sano divertimento. Ma tutto questo cosa c'entra con Keen Eddie?


Beh, forse poco o niente, tutto questo era un preambolo per contestualizzare, per dire che facendo solo un piccolo passo indietro nel tempo (Keen Eddie è del 2003) possiamo recuperare prodotti divertenti e ben confezionati che sembrano però provenire da un'altra epoca, un'epoca in cui la trama orizzontale era labile o pressoché inesistente, dove solo una lieve traccia univa i vari episodi spostando di pochi millimetri vita e caratteri dei protagonisti, un'epoca dove vigeva ancora il tormentone che di puntata in puntata si riproponeva, rassicurante e spesso anche divertente. Keen Eddie nel 2003 sembrava un prodotto moderno, sicuramente derivativo ma al passo coi tempi, guardava dichiaratamente ai primi grandi esiti di un Guy Ritchie in splendida forma, a quei Lock & Stock e The snatch che tanto hanno caratterizzato il Cinema inglese di fine 90. La serie ideata da J. H. Wyman (Fringe, Almost human) è di produzione statunitense ma completamente girata e ambientata a Londra, lo stile applicato alla regia dei vari episodi così come il montaggio guardano ai film citati poc'anzi, scene velocizzate, stacchi di montaggio repentini, musica in gran parte elettronica con una colonna sonora che contribuisce a dettare un ritmo sostenuto, vivace, assecondando proprio una precisa scelta stilistica effettuata su immagini e scansione dei tempi (nel pilot compaiono anche le musiche degli Orbital). Quello che sembrava un serial all'avanguardia o quanto meno moderno nel 2003, pur rimanendo piacevole, può apparire oggi completamente sorpassato non potendo contare su quel legame stretto tra i vari episodi e su una trama complessiva capace di creare la "fame" da nuova puntata che i serial odierni sfruttano per aumentare i loro spettatori e non farli andar via. Eppure qualche anno fa Keen Eddie sembrava così cool...


Eddie Arlette (Mark Valley) è un poliziotto di New York che sta seguendo un caso e che a causa delle conseguenze dello stesso è costretto a trasferirsi a Londra e collaborare con Scotland Yard. Per una serie di vicissitudini l'agente si fermerà a Londra in forza alla squadra del sovrintendente Johnson (Colin Salmon) dove instaurerà un bel rapporto con il collega Monty Pippin (Julian Rhind-Tutt). Eddie condivide in maniera forzata un appartamento con la bella Fiona (Sienna Miller), figlia del proprietario, con la quale all'apparenza c'è un'idiosincrasia incolmabile, lei acidula, lui che non molla il colpo. A peggiorare le cose c'è Pete, il Bull Terrier di Eddie. Ogni episodio presenta il caso del giorno, vicende solitamente strampalate nelle quali la risoluzione degli enigmi non interessano minimamente o sono palesi fin da subito, quello che conta è la messa in scena di situazioni e personaggi sui generis, dementi o forzati, utile a creare momenti paradossali e divertenti. Di puntata in puntata si sviluppa il rapporto d'odio misto a un pizzico d'attrazione tra Fiona, una Miller giovane alle sue prime prove, ed Eddie, si gioca con il contrasto tra lo yankee rozzo e i modi raffinati dei colleghi inglesi (ma solo all'apparenza, Pippin è tutt'altro che un tipino a modo) e sul tormentone legato al personaggio di Moneypenny (Rachael Buckley), la segretaria ammiccante di Johnson che riesce a scatenare in Eddie stordenti fantasie lussuriose.

Purtroppo il serial non andò bene e venne cancellato dopo la prima stagione, non abbiamo avuto così modo di vedere come si sarebbero evoluti i vari rapporti tra i personaggi, alcuni di questi (il fidanzato di Fiona ad esempio) si perdono completamente per strada, e quali novità c'erano in serbo per Eddie Arlette. Vidi la serie una prima volta l'anno di uscita e questa sembrava davvero un bel prodotto, abbastanza fresco e divertente, non è invecchiata benissimo forse e al pubblico di oggi potrebbe fare un effetto diverso; nonostante i ricordi piacevoli legati a Keen Eddie, rivedendolo ora ammetto di aver faticato un po' a guardare più di una puntata per volta. È possibile che una quindicina d'anni abbiano cambiato così tanto il nostro modo di percepire storie e televisione?

mercoledì 2 gennaio 2019

FIRMA AWARDS 2018

Elogio alla lentezza (quasi al ritardo, perfino). Chi mi conosce lo sa, questi Awards non hanno nessun senso! Nei primi giorni dell'anno si fa un bilancio su quello che di bello ci ha fornito sotto tanti punti di vista l'anno appena trascorso, il 2018 in questo caso. Ma perché fermarci lì? Perché non celebrare quello che di meraviglioso ci ha dato il 1998 ad esempio? O semplicemente il 2017, o ancora il 1962? Vogliamo discriminare il 1984 oppure prendercela con il 2002 o ancora fare un torto al 1975 (che è pure il mio anno di nascita)? No di certo! qui non si vuol far torto a nessuno, nessuna discriminazione di nessuno tipo, gli anni son tutti belli, certo forse qualcuno più di altri ma tutti offrono qualcosa da ammirare e così...

Questo giusto per dirvi che come al solito non sono proprio sul pezzo, i Firma Awards segnalano ciò che a me è capitato di vedere o leggere di bello durante il 2018, l'anno d'uscita per me non conta, le visioni, le letture, quando arrivano arrivano, un po' come il Natale. L'importante è la qualità che come al solito non manca. Quest'anno abolirò il post dedicato al fumetto che finirà qui dentro insieme a tutto il resto. Gli anni passati almeno con questa categoria riuscivo a tenermi al passo, ora anche con le letture a fumetti sono sempre in forte ritardo, sfasato anche di un anno su alcune serie uscite nelle edicole e quindi non avrebbe più senso per me dedicare più spazio alle nuvole parlanti che non al resto, tutto verrà trattato nella stessa maniera.

Oltre al fumetto avremo quindi le solite categorie: libri, serie tv, Cinema, film d'animazioneclassici. Come l'anno scorso dividerò in tre la categoria dedicata ai film: la sottocategoria  film d'animazione non necessita spiegazioni, classici comprende qualsiasi film uscito nel secolo scorso (fino al 1999 quindi), Cinema si occuperà dei film dal 2000 in avanti. Senza ulteriori indugi andrei ad incominciare.

Partiamo proprio dai FILM D'ANIMAZIONE: quest'anno, complice la crescita fuori controllo di mia figlia che ha spostato i suoi interessi su film, libri e telefilm per ragazzi trascurando un pochino di più i film d'animazione (anche perché alcuni cataloghi li abbiamo quasi esauriti, quello dello Studio Ghibli ad esempio), la scelta è stata effettuata tra meno di una decina di titoli. Per la prima volta il podio è tutto Pixar.

Terzo classificato:
Cars 3 di Brian Fee
Visto con un discreto ritardo il film di Brian Fee non si rivela nulla di eccezionale pur avendo almeno un paio di grossi meriti: dopo un secondo episodio pasticciato il terzo capitolo torna a guardare ai bambini, risulta godibile e piazza una sorpresa sul finale non da poco. Visti i pochi titoli visionati Cars 3 riesce comunque a strappare il gradino più basso del podio.

Secondo classificato:
Gli Incredibili 2 di Brad Bird
Il più bel film di supereroi del 2018. Torna la famiglia Parr dopo un attesa per il pubblico fin troppo lunga, all'aspetto eroico si mescolano temi familiari e di vita quotidiana in perfetto stile Pixar. Una gioia per gli occhi, ottimo per l'aspetto tecnico. Brad Bird una garanzia.

Primo classificato:
Coco di Lee Unkrich e Adrian Molina
Una fantasmagoria di colori, una fiaba per tutti capace di commuovere fino alle lacrime, uno dei migliori esiti Pixar degli ultimi anni. W el dia de los muertos.

        



Archiviati i "cartoni animati" passiamo alle SERIE TV delle quali nel complesso sono riuscito a visionare più di una quindicina di stagioni suddivise su poco meno di una decina di titoli. Sono state diverse le delusioni, purtroppo da attribuire ad alcune tra le mie serie preferite tra le quali Doctor Who e The Walking Dead. Non sono mancate comunque le cose interessanti nemmeno sul piccolo schermo.

Terzo classificato:
Il trono di spade (stagioni da 3 a 7) di George Martin, David Benioff e D. B. Weiss
Nonostante non sia la mia serie e nonostante continui a pensare che sia una delle serie più sopravvalutate di questi anni, avendone viste sette stagioni in pochissimo tempo è naturale che debba sottolinearne anche gli aspetti positivi. Tra i vari momenti di stanca, GoT offre delle sottotrame appassionanti, conta su alcuni personaggi ben sviluppati e ottimi momenti, anche se spesso cade in una scrittura approssimativa e sbrigativa. Nel complesso una buona soap opera.

Secondo classificato:
Black Mirror (stagione 4) di Charlie Brooker
Da anni la serie da seguire, Black Mirror sta cambiando, era inevitabile, con l'aumento del numero delle puntate la qualità non poteva rimanere ai livelli altissimi degli esordi ma siamo comunque ben al di sopra della media della serialità televisiva. Qualche intoppo, un po' di autoreferenzialità, ottimi spunti e uno sguardo sempre rivolto al futuro. Da poco anche interattiva. Un must.

Primo classificato:
Il miracolo di Niccolò Ammaniti
Con questa scelta ho voluto premiare le produzioni nostrane di valore e dare una spinta alla novità, nel nostro panorama serie come questa sono preziose. Ottimi spunti, indovinati i protagonisti principali e tematiche di grande fascino. Una bellissima sorpresa.

        



Passiamo ora alle letture partendo proprio dalla categoria FUMETTI, giusto qualche consiglio di lettura senza pretesa di segnalare capolavori o masterpieces. Un unico calderone: ristampe, cose nuove, serie regolari o volumi dai quali tirare fuori tre soli suggerimenti, un podio difficilissimo da compilare. Proviamoci. Tralascio alcune cose validissime già segnalate l'anno scorso come l'iniziativa Super Eroi Classic o le ristampe dei Grandi Maestri a opera dell'Editoriale Cosmo che continua a proporre ottimo materiale in economica. Concentriamoci su cose non segnalate l'anno scorso.

Terzo classificato:
Cybersix di Carlos Trillo e Carlos Meglia
La ristampa a opera della Cosmo del fumetto sudamericano Cybersix regale parecchie soddisfazioni a chi non ha avuto modo di leggere in precedenza le avventure di questo essere artificiale rinchiuso nel corpo di una splendida donna, cacciato dal suo stesso creatore e da versioni meno autonome di lei venute fuori da esperimenti simili a quello che l'hanno portata in vita.

Secondo classificato:
Sprayliz di Luca Enoch
Altra ristampa, ancora Cosmo. Partito con diffidenza nella lettura delle avventure della bella graffitara Elizabeth, mi ci sono ritrovato invischiato con molto piacere tra avventure sentimental/sessuali, sgarbi al potere costituito, apertura mentale e azione canonica. Niente male la piccola Liz.

Primo classificato:
Deadwood Dick di Joe R. Lansdale, Michele Masiero e Corrado Mastantuono
La Bonelli tenta una nuova strada verso il rinnovamento rilanciando il marchio Audace di cui Deadwood Dick è la prima uscita, seguita a ruota da Cani sciolti e Mister No Revolution. L'intento è lodevole i risultati ottenuti dall'adattamento delle storie di Lansdale al momento anche. Una bella ventata d'aria fresca che ci catapulta in un western un po' più moderno di quello di Aquila della notte.




Torniamo al Cinema con la categoria CLASSICI nella quale inseriamo qualsiasi cosa uscita prima del 2000, durante il secolo breve. Tre classici nelle posizioni del podio unicamente seguendo il mio gusto personale, qualcuno potrebbe non essere d'accordo con le mie scelte che già sono state difficili, fuori dal podio rimangono infatti altri grandi film che una menzione l'avrebbero pure meritata. Andiamo a vedere.

Terzo classificato:
Il gattopardo di Luchino Visconti
Spaccato di un'Italia che non c'è più portata sullo schermo con sfarzo e attenzione da Visconti nel 1963. La caduta della nobiltà per una sempre più diffusa borghesia, l'unità d'Italia, la Sicilia del Conte Fabrizio di Salina, un personaggio destinato a rimanere per sempre.

Secondo classificato:
L'anno scorso Aldrich era rimasto fuori dal podio per un pelo con il suo Che fine ha fatto Baby Jane? sempre con Bette Davis, anche qui protagonista. Era doveroso inserire questo film che ricalca un po' lo schema del suo predecessore, grande thrilling e interpreti in gran spolvero. Un tipo di Cinema tutto da riscoprire. Anno 1964.

Primo classificato:
Uno di quei film da vedere, più moderno degli altri due in tutti i sensi, siamo nel 1981, temi crudi ma dei quali è sempre necessario parlare, all'epoca forse ancor più di oggi in quanto la piaga dell'eroina mieteva vittime in quantità industriali. Generazionale e purtroppo anche trasversale.

        



Passiamo ora a qualche consiglio sui LIBRI, una buona lettura fa sempre piacere e bene al cuore e alla mente. Anche quest'anno mi sono attestato su una media di circa un libro letto al mese, media falsata dal mastodontico Perfidia di Ellroy che mi ha impegnato per almeno quattro mesi.

Terzo classificato:
Pesca alla trota in America di Richard Brautigan
Finito di leggere da poco, Pesca alla trota si rivela un libro di difficile catalogazione ma che vive di un'ironia surreale e indecifrabile, tutti brevi racconti che vanno dal poco comprensibile all'esilarante con un piglio divertente ma con una nota amarognola di fondo. Un autore da rivalutare Brautigan e sicuramente da approfondire.

Secondo classificato:
Goodbye, Columbus di Philip Roth
Esordio del grandissimo Philip Roth che già contiene le caratteristiche di una scrittura d'eccezione. Vari racconti dove è centrale l'origine ebraica dello scrittore capace di mescolare idee geniali, temi intimi con ironia e grande divertimento. Imperdibile.

Primo classificato:
Perfidia di James Ellroy
Non è stato facile ma ne è valsa la pena. Quando esce uno dei libri monstre di Ellroy, nell'anno in cui riesco a leggerlo ovviamente, quasi sempre un posto sul podio è già prenotato, l'autore torna ai suoi personaggi con quella che è la prima parte di una nuova quadrilogia ambientata a Los Angeles. Non tutti possono amare Ellroy, ma per chi lo ama questo libro sarà una vera goduria.

        



Chiudiamo con la categoria CINEMA, con i film usciti dopo il 2000, nel nostro secolo. Una scelta difficile effettuata tra più di una settantina di alternative, cose molto valide sono rimaste fuori dai classici tre posti, vediamo invece cosa ci è rientrato.

Terzo classificato:
Manchester by the sea di Kenneth Lonergan
Film intimo e doloroso recitato in sottrazione da un grande Casey Affleck. La vita va avanti oltre il dolore ma a volte lascia dei segni che sono indelebili, difficili da cancellare. Bellissimo, uno dei migliori film visti quest'anno (altrimenti non sarebbe qui ovviamente).

Secondo classificato:
La grande bellezza di Paolo Sorrentino
Capolavoro del Cinema italiano, spesso anche discusso, a volte non capito. Jep Gambardella rimane uno dei personaggi migliori e meglio scritti del Cinema recente, non solo nostrano. Un Toni Servillo immenso, da conservare con gelosia.

Primo classificato:
I love Radio Rock di Richard Curtis
Signori, la musica! Se la musica ha avuto un qualche significato per voi, se ancora ce l'ha ed è importante I love Radio Rock non si può non amare. Io l'ho amato in maniera incondizionata. Primo posto di cuore e di pancia.

        
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